Le montagne ricordano tutto
Le montagne ricordano tutto
L’auto saliva lentamente lungo la strada che portava verso Mirdite. Guidavo piano, quasi con rispetto, come se quelle montagne potessero ancora offendersi per un rumore troppo forte o una parola detta male.
Cristel teneva la fronte appoggiata al finestrino e guardava fuori, in silenzio.
La strada si arrampicava tra gole profonde, rocce grigie e colline dure battute dal vento. Alla nostra sinistra, il fiume Fan correva veloce tra le pietre bianche, con quell’acqua fredda e severa che sembrava nascere direttamente dal cuore della montagna. Ogni tanto compariva una casa isolata, con il tetto scuro e il fumo che usciva dal camino, sola in mezzo al nulla.
Mirdita è sempre stata così. Una terra dura. Una terra di montagne alte, colline selvagge e inverni lunghi. Una terra dove il vento soffiava forte e sembrava voler piegare tutto: gli alberi, i tetti, perfino le persone.
Eppure, la gente di Mirdita non si è mai piegata davvero.
Erano terre povere, ma orgogliose. Terre dove gli uomini lavoravano nelle miniere, nei campi, sulle montagne; dove le donne portavano avanti le famiglie nel silenzio e nella fatica. Terre dove il dolore era quotidiano, ma anche il coraggio lo era.
Sorrisi guardando Cristel.
‐ Sai una cosa bellissima? “Mirdita”, in italiano, significa “buongiorno”.
Lei si voltò verso di me, sorpresa.
‐ Davvero?
Annuii.
– È strano, vero? Una terra così dura che porta nel nome un saluto gentile.
Cristel tornò a guardare fuori.
‐ Sembra un posto triste ‐ disse piano.
Guardai le montagne davanti a noi.
‐ No ‐ risposi. ‐ È un posto forte.
Più salivamo, più sentivo il passato tornarmi addosso.
Quelle montagne mi avevano vista bambina. Avevano ascoltato le paure della dittatura, il silenzio della gente, i pianti nascosti dietro le finestre chiuse. Ma avevano visto anche uomini resistere senza abbassare la testa.
Dopo una curva stretta, indicai verso l’alto.
– Guarda lassù.
Tra le rocce apparve Spaç.
Cristel smise di parlare.
La prigione sembrava nascere direttamente dalla pietra della montagna: cemento grigio, finestre vuote, scale spezzate, edifici consumati dal tempo. Tutto attorno c’erano solo rocce nude e vuoto. Nessun luogo avrebbe potuto essere più isolato di quello.
Durante la dittatura ci portavano dissidenti, insegnanti, sacerdoti, poeti, studenti. Gente colpevole di aver parlato troppo, pensato troppo, sperato troppo.
Eppure, proprio lì, in mezzo a quella desolazione, nacquero alcune delle forme di coraggio più grandi che il nostro Paese abbia conosciuto.
– Sai qual era la cosa più terribile? ‐ dissi a Cristel. ‐ Che volevano togliere agli uomini persino la dignità. Ma molti non glielo permisero mai.
Il vento soffiava forte attorno ai resti della prigione, facendo sbattere una lamiera arrugginita.
Continuammo il viaggio verso Reps.
Quando il paese apparve tra le montagne, sentii un nodo stringermi la gola.
Reps non era grande. Era una cittadina costruita tra il fiume e la montagna, con palazzi grigi, strade strette e quell’odore di umidità, ferro e legna bruciata che ricordavo ancora perfettamente. D’inverno il vento attraversava ogni cosa e sembrava entrare persino nelle ossa.
Ma anche lì la gente aveva imparato a resistere.
Durante la dittatura nessuno parlava troppo forte. Le parole potevano essere pericolose. Bastava una frase sbagliata, una critica, una canzone straniera ascoltata di nascosto, e una persona poteva sparire.
Eppure, dietro quel silenzio, esisteva una forza ostinata. La forza di continuare a vivere. Di amare i propri figli. Di aiutarsi senza parlare. Di conservare dentro di sé un piccolo spazio che il regime non riusciva a conquistare.
Parcheggiai davanti a un vecchio palazzo annerito dal tempo.
Rimasi in silenzio per qualche secondo.
‐ È questo? ‐ chiese Cristel.
Annuii lentamente.
– Io lo chiamavo “il palazzo della morte”.
Alzai gli occhi verso il tetto e, improvvisamente, tornai ad avere dodici anni.
Frequentavo la seconda media. Era il tempo della dittatura di Enver Hoxha e io vivevo lì, ai piedi della montagna, in una casa piccola con il balcone che dava proprio verso quel cantiere.
Quel pomeriggio ero seduta fuori a ricamare. Ricordo ancora il freddo sulle mani, il rumore del vento che scendeva dalle montagne e il sole pallido che illuminava il cemento del palazzo in costruzione.
I prigionieri di Spaç lavoravano lì ogni giorno.
Li vedevo arrivare in fila, sorvegliati dai soldati. Erano magri, stanchi, coperti di polvere e fatica. Alcuni tossivano continuamente. Altri tenevano gli occhi bassi, come se anche guardare il cielo fosse diventato pericoloso.
Ma ricordo una cosa molto bene: nonostante tutto, molti di loro conservavano ancora uno sguardo fiero.
La dittatura poteva spezzare i corpi. Non sempre riusciva a spezzare l’anima.
Io, allora, non capivo nulla di politica. Non sapevo cosa fosse un dissidente. Non capivo il comunismo.
Per me erano soltanto uomini.
Quel giorno due di loro lavoravano sul tetto.
Uno era più grande, aveva le mani rovinate e il volto scavato dalla fatica. L’altro, invece, aveva uno sguardo diverso. Anche da lontano si vedeva. Sembrava un uomo che apparteneva a un altro mondo, un mondo fatto di libri, pensieri e parole.
Li osservavo mentre si passavano secchi di cemento sopra tavole di legno sospese nel vuoto. Non c’erano impalcature. Nessuna protezione. Niente.
A un certo punto li vidi fermarsi.
Il più anziano disse qualcosa sottovoce. L’altro sorrise appena.
Non potevo sentire davvero le loro parole, ma anni dopo, quando seppi che uno di loro era un poeta imprigionato dal regime, immaginai spesso quella conversazione.
Me li immaginai così.
– Hai ancora paura? ‐ chiese l’uomo più anziano mentre sollevava un secchio di cemento.
Il poeta guardò verso le montagne di Mirdita.
– Tutti hanno paura.
– Anche tu?
– Soprattutto io.
Il vento attraversava il tetto, gelando le mani.
– E allora perché continui a scrivere?
Il poeta sorrise piano.
– Perché, se smetto di scrivere, loro hanno vinto davvero.
L’altro rimase in silenzio per qualche secondo.
– Io invece non so più nemmeno pensare ‐ disse. ‐ La miniera ti svuota la testa.
Il poeta guardò il cielo bianco sopra Spaç.
– No. Vogliono convincerci che siamo vuoti. È diverso.
Poi tirò fuori dalla tasca un foglio piegato.
– Sto scrivendo una poesia sul dolore.
L’altro rise amaramente.
– Qui il dolore non basta nemmeno più alle parole.
Il poeta abbassò gli occhi sul foglio e cominciò a leggere.
Il dolore
Il dolore non arriva urlando.
Entra piano.
Come neve dentro una casa senza fuoco.
Si siede accanto agli uomini stanchi,
mangia nel loro stesso piatto,
dorme nelle crepe delle ossa.
Ha l’odore del ferro bagnato,
della polvere nelle miniere,
del sangue nascosto sotto le unghie.
Lo trovi nel pane duro spezzato a metà,
nelle madri che aspettano passi
che non tornano mai,
negli occhi di chi continua a vivere
anche quando dentro è già crollato tutto.
Ma il dolore più feroce
non è la fame,
non è il freddo,
non è la morte.
È diventare invisibili.
È guardare il mondo
continuare senza di te,
sentire le stagioni cambiare,
le montagne restare in piedi,
mentre il tuo nome viene cancellato
come polvere dal cemento.
Eppure c’è qualcosa
che nemmeno le prigioni
riescono a uccidere.
Una scintilla ostinata.
Piccola. Quasi ridicola.
Ma viva.
La speranza feroce
di essere ricordati da qualcuno.
Anche solo una volta.
Anche dopo la fine.
Ancora oggi, quando penso a quella scena, sento un nodo alla gola. Perché subito dopo successe tutto in un attimo.
Un rumore secco. Una tavola che cedette.
Un grido.
Alzai gli occhi dal ricamo e vidi i loro corpi precipitare nel vuoto.
Ricordo ancora il secchio che cadeva insieme a loro. Ricordo il silenzio subito dopo. Ricordo i soldati correre senza emozione.
Uno morì sul colpo. L’altro rimase ferito gravemente.
Io, invece, scoppiai a piangere.
Piangevo disperatamente senza capire bene perché. Non capivo la dittatura. Non capivo la politica. Ma capivo che due esseri umani erano caduti davanti ai miei occhi e che nessuno sembrava davvero sconvolto.
Quella fu la cosa che mi fece più male.
L’indifferenza.
Mia madre uscì sul balcone e mi disse di entrare dentro. Ma io continuavo a guardare quel palazzo.
E da quel giorno, dentro di me, rimase per sempre “il palazzo della morte”.
Cristel mi strinse la mano. Il vento scendeva dalle montagne di Mirdita proprio come allora.
Davanti a noi il palazzo era ancora in piedi. Vecchio. Silenzioso. Consumato dal tempo.
E io ebbi la sensazione che quelle montagne ricordassero ancora tutto come ricordavo io.
Alma Gjini
12.12.2018