Luce

Alle 5 esatte del pomeriggio l’arena si alzò in piedi; la banda musicale cominciò a suonare  un paso doble . Era questo il segno che presto la lidia, o se vogliamo, la corrida, sarebbe cominciata. I battiti di mano degli aficionados rimbombavano in tutta la plaza; avevano un qualcosa di rituale e primordiale quasi fossero un invocazione a qualche dio dell’antichità. Battiti, battiti e ancora battiti. 

Il battito del pendolo svegliò l’uomo che ancora dormiva; le 5. Guardò fuori. Il sole ancora illuminava le strade intasate dal traffico del pomeriggio. Si girò alla sua destra. Lei ancora dormiva. La testa appoggiata per metà sul cuscino e per metà sul materasso. Era in una posizione innaturale; sembrava vi fosse stata buttata sopra quel letto, non sembrava possibile il suo dormire in quello stato. La fissò per qualche istante e sospirò.

Sospirando il matador cominciò la sua faena, la sua opera; il toro non era certo enorme ma esteticamente il nero lucido del suo manto incuteva se possibile ancora più di timore. Lo stava  ricevendo, per utilizzare il gergo della corrida, per la prima volta: avrebbe capito la sua natura e le sue predilezioni d’attacco. Il pubblico seguiva col fiato sospeso il rituale che precedeva la suerte de pica. Ancora erano i preliminari quelli, sia per lui che per l’animale. Ma quest’ ultimo era già ben sveglio.

Lei si svegliò da quella scomoda posizione e si stiracchiò; le sembrava di aver dormito da sempre. Si girò verso di lui che ancora la fissava in silenzio. Gli sorrise e cercò di afferrargli la mano ma lui con un movimento rapido e inaspettato, almeno per lei, si alzò e si diresse verso la finestra. Seguì con la testa i suoi passi e fece una piccola smorfia; il collo le faceva male, tutta colpa di come si era messa a dormire.

Il toro lanciò un gemito. Mentre la pica, la lancia, gli penetrava nel collo realizzò all’istante che qualcosa stava succedendo; qualcosa di terribile. Provò a ribellarsi tentando di colpire il cavallo su cui montava il picador, ma questi con un gesto rapido lo aveva già fatto allontanare dall’animale inferocito. Il matador quindi cominciò ad incitarlo. Il toro caricò con violenza ma non riusciva più a tenere sollevata per bene la testa; il dolore era lancinante. Dopo pochi istanti tutto era pronto per la faena successiva ovvero la suerte de banderillas.

Lui cominciò a parlarle; la sua voce era ferma e decisa ma lasciava trapelare un’emozione forte e violenta. Sarebbe bastato poco e si sarebbe trovato senza parole. Mano a mano che le parole gli uscivano dalla bocca, il viso di lei diventava sempre più pallido e la bocca si dischiudeva sempre di più. Ogni parola sembrava una ferita, non mortale, ma che sommata alle altre indeboliva sempre di più il suo fisico e la sua anima, fino a farla vacillare del tutto.

Era ormai la sesta e ultima banderilla; il toro continuava a dimenarsi con violenza. Le sue corna cercavano il corpo dei banderilleros ma senza fortuna. Ogni banderilla ricevuta era per lui un dolore e una ferita che lo indebolivano sempre di più. Ormai la sua schiena era piena di speroncini colorati che, se non fosse stato per il sangue che sgorgava dalla schiena del toro, si sarebbero detti delle allegre e variopinte decorazioni. Le banderillas comunque non potevano certo uccidere il toro; erano una sorta di preparazione alle due successive fasi dello spettacolo in cui si sarebbe deciso il destino dell’uomo e dell’animale.

Mano a mano che le parole uscivano dalla bocca di lui, lei sentiva che il proprio destino stava per compiersi. Era un destino al quale mai aveva pensato e che niente e nessuno aveva mai previsto. Non riusciva a fare altro che subire passivamente il peso di quelle sue parole. Che ancora non avevano detto tutto ma che lasciavano presagire quale sarebbe stato il loro fine. Semplicemente non era ancora pronto per dirle l’essenziale, per arrivare al momento della verità.

La muleta vibrava veloce davanti alla testa del toro che ormai lottava più per difendersi che per attaccare. Non capiva, non riusciva a capire cosa stava succedendo. O meglio: capiva che tra un po’ sarebbe finita ma non capiva il perché di tutto questo. Perché lui? La gente attorno continuava ad incitare il matador che nel suo traje bianco, il colore della purezza, si muoveva come un ballerino. Elegante nei suoi movimenti e spietato nei suoi gesti. La banda continuava a suonare in segno di approvazione. Già si vedevano spuntare i primi fazzoletti bianchi tra il pubblico, segno di gradimento. Il toro era ormai sfinito. La testa e il collo gli dolevano terribilmente. La bocca era ormai semiaperta e dagli angolavi colavano spesse gocce di bava. Ormai tutto era pronto per la suerte de matar. L’atto finale.

Lei ormai non riusciva più a sentire ciò che lui stava dicendo: solo percepì le sue ultime parole, quel “Addio!”, lanciato in modo sprezzante sul suo viso. E con un gesto rapido delle mani, che forse voleva essere un saluto ironico o un insulto o un congedo sincero la lasciò stesa sul letto, pallida, senza forze, immobile. Solo da lontano gli giungeva l’eco della strada e il vociare della gente.

La lama era penetrata perfettamente nel cervello del toro al primo colpo. Con un gesto rapido il matador aveva effettuato l’ultima sua faena con destrezza, ferocia e una terribile lucidità. Senza pietà. Il toro cadde pesantemente al suolo; senza forze e con la vita che ormai gli stava scivolando via, la sua ultima sensazione cosciente furono le grida degli aficionados che sventolavano migliaia di fazzoletti bianchi.