Vado a spostare la macchina

Sono le undici. Le undici e sette minuti, per la precisione. Cazzo, la macchina. Ieri sera cena con amici, sagra di paese, grigliata di carne, vino. Troppo vino. Poi il lavaggio della strada, il parcheggio a un chilometro di distanza. Devo spostare la macchina, rischio la multa. Mi alzo, niente colazione, denti lavati, faccia sciacquata. Vado. Undici e ventitré minuti: la macchina è ancora lì, nessun foglietto rosa sul vetro, m'è andata bene. Monto su, torno indietro, ora parcheggio e ritorno a letto, quasi quasi. Invece c'è un cantiere che blocca l'accesso alla via più semplice per arrivare a casa mia, c'è sempre un cantiere quando non vorresti che ci fosse. Eppure fino a ieri non c'era. Faccio il giro più lungo, ma vedo una panineria ambulante, una di quelle su quattro ruote. Anche questa ieri non c'era. Sarà che oggi è giorno di novità. Mi fermo, ho fame. Un panino col lampredotto per colazione non credo che lo mangerebbero nemmeno gli inglesi o gli americani, ma a me va.
«Salsa verde e salsa piccante, grazie. Intinga anche la parte superiore della rosetta nel brodo, grazie.»
Un concerto dentro la bocca, lo stomaco fa strombettare i suoi fiati, suonano gli archi dei succhi gastrici. Ma il lampredotto non è la stessa cosa senza un bicchiere di vino, a Firenze.
«Anche un goccio di rosso, grazie.»
Riprendo la macchina, provo a tornare a casa. E adesso chi dorme più. Facciamo una cosa: un altro giretto, così, giusto per vedere se è cambiato qualcos'altro in città. In effetti qualche senso di marcia l'hanno invertito, o forse ero io che non passavo da tempo da queste parti? Non importa, proseguo. Non so come ma arrivo all'imbocco dell'autostrada. Che faccio? Ma sì, chi se ne frega, alla fine cos'è che dovevo fare oggi? Direzione Roma, tanto penso che mi fermerò prima. Invece arrivo a Roma. Entro in città, cerco subito una rosticceria.
«Due supplì, grazie. Un bicchiere di vino ci sta bene, no?»
Riprendo la macchina, forse è meglio tornare indietro. Ma poi, non so come, di nuovo, finisce che imbocco direzione Napoli. Penso che magari tornerò indietro. A questo punto però sarà meglio arrivare a Napoli, visto che ci sono. Guarda caso ho fame. Vedo scritto pizza, lo vedo ovunque. Non sono allucinazioni, lo giuro. Mi fermo ancora, mangio una pizza.
«Vuole una birra?»
«Meglio un bicchiere di vino, grazie.»
«Ma con la pizza ci sta male.»
«Me ne farò una ragione. Vino, grazie.»
Mangiato.
«Un caffè?»
«No grazie, il caffè mi rende nervoso.»
«Troisi?»
«Mi manca.»
Riparto, è buio. Ora basta, prima o poi bisognerà ritornare indietro. Ma c'è qualcosa che me lo impedisce, qualcosa che mi trascina altrove, lontano, la macchina va da sola e io la seguo. Il mare, il porto. La notte. Un po' tardi, non si può fare più niente. Mi metto a dormire, tanto sono stanco.
La mattina mi sveglio presto, faccio il biglietto e salgo sul traghetto: Napoli‐Palermo. Quando arrivo lì, sento subito il profumo per cui sono venuto. Due cannoli con la ricotta, che colazione! Niente vino, stavolta. Da oggi niente più vino.
«Vuole assaggiare un goccio di Marsala appena fatto?»
«Ma sì, perché no...»
Comincio domani, ogni cosa comincia sempre domani. Bevo il Marsala e mi stiracchio. Via, è l'ora di tornare a casa, chissà cos'altro è cambiato. Vado all'aeroporto, prendo il primo volo, arrivo a Firenze. Tornando a casa, c'è l'inaugurazione di un nuovo locale.
«Un bicchiere di vino?»
«Guardi, se me lo avesse chiesto domani le avrei detto di sicuro di no, ma già che siamo a oggi, va bene.»
Bevo e torno a casa, finalmente. Il cantiere non c'è più, sono stati veloci. Troppo veloci, c'è qualcosa che non va. Ci sarebbe anche il parcheggio sotto casa.
Cazzo, la macchina. L'ho lasciata a Napoli.