username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Poesie di Riccardo Cogliati

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Riccardo Cogliati

  • 27 luglio 2007
    Tributo al caso

    Tu,
    sagace manipolatore di destini,
    entità palpabile nella vita di ognuno,
    che ami stupire,
    nasconderti
    e poi apparire.
    Ti palesi inaspettato,
    tu che odii i percorsi rettilinei,
    creatore di curve quale sei,
    mostri doti eccelse in fantasia
    e la banalità non t’appartiene.
    Sulla tua presenza generi pensieri,
    addensi dubbi
    e porti a elucubrazioni mentali,
    a curiose congetture sulla tua forma,
    poiché dal dubbio primordiale nasci
    e vivi in terreni di pura filosofia.
    Esisti o non esisti?
    Questa è la domanda che accompagna la tua venuta.
    Ci sei tu, o un disegno superiore?
    Questo è l’approfondimento.
    Di una certezza solo possiamo godere,
    che la tua venuta porta gioie o dolori,
    a seconda del vento che tira,
    a seconda di quanto tu ti voglia divertire con noi,
    esseri umani pensanti,
    che per quanto sicuri possiamo essere,
    siamo nati con il fardello del dubbio
    e così tu vivi,
    nascosto nell’inesplicabile,
    ridendo dei nostri sforzi,
    consapevole che tu,
    in un secondo,
    puoi capovolgere le stagioni
    e far girare il sole attorno alla terra.

  • 28 febbraio 2007
    Tributo alla gioventù

    Hai capito d’essere come tanti altri
    quando hai ripensato alla spensierata giovinezza,
    durante la quale i giorni trascorrevano lenti e frivoli
    e di fronte c’era sì il nulla,
    ma un nulla propositivo,
    un misterioso mondo da svelare e da assaggiare,
    che in qualsiasi forma e modo
    appariva positivo ed accogliente.
    La giornata era concentrata nelle ventiquattro ore,
    la tua mente non veleggiava tra domande e quesiti,
    non sentivi l’opprimente protagonismo del tempo,
    pensavi anzi che la vita fosse troppo lunga,
    esagerata,
    infinita,
    eri felice del poco che avevi,
    godevi all’idea di quello che avresti avuto,
    senza però ragionarci troppo,
    senza approfondire la coscienza,
    permettendoti il lusso di disinteressarti di te stesso,
    l’incoscienza di non meditare alla resa dei conti.
    Non avevi dubbi,
    una stupida ignoranza ti rendeva forte e deciso,
    eri convinto di remare nella direzione giusta,
    non ti chiedevi se vi fossero altre strade,
    perché quella su cui camminavi era già abbastanza confortevole,
    comoda, certa, nitida,
    non immaginavi che un giorno sarebbe diventata dissestata,
    non badavi ai buchi che c’erano lungo il percorso,
    la percorrevi disincantato,
    fiducioso, appeso a un filo, gioioso, energico, brulicante d’idee,
    etereo e teorico al massimo,
    inconsistente ed ingenuo.
    Quella gioventù molto ti manca,
    tanto la critichi,
    moltissimo desidereresti modellarla.

  • 28 febbraio 2007
    Tributo alla domenica

    Sei tu il giorno flessibile,
    meta anelata d’una lunga settimana,
    che riempi la bocca di buone parole
    e il cuore di speranze.
    Il tuo nome induce a dolci pensieri,
    beati programmi,
    con te il tempo è da godere,
    da gestire a piacimento;
    il riposo per chi è affaticato,
    le belle giornate all’aperto per chi rimane sempre rinchiuso,
    gli acquisti per chi non ha mai tempo,
    l’ozio per chi non ha mai voglia di far nulla.
    Eppure pensarti è lieto diletto,
    viverti è spesso logorante esercizio.
    In te si riscopre la bistrattata routine,
    il senso di una libertà solo teorica,
    poiché liberi di certe abitudini,
    per fare sprofondare in altre,
    perché millanti grandi soluzioni,
    ma fai pescare in un mazzo da cinque carte.
    Sei culla di controindicazioni,
    cara Domenica,
    lavori sull’umore delle persone,
    induci a riflessioni,
    accendi luci che durante la settimana restano spente,
    fai assaporare il gusto dell’illusione,
    evidenzi la velocità del tempo.
    E quando il sole scompare,
    rendi cupi i pensieri,
    spingi a riflessioni voraginose,
    ispiri profondi scandagli interiori,
    ma appena sei passata,
    si torna ad aspettarti,
    ad immaginarti bellissima.
    Ciò che di te penso,
    Domenica,
    è che sei come il gioco per un bambino,
    poiché è più bello anelarti che goderti.

  • Quant’è buffa l’Italia,
    un paese tanto divertente e controverso non si trova al mondo,
    tanto accogliente quanto ingrato,
    così bravo a dimenticare
    e tanto abile a ricordare.
    Di storia ne è pregna, questa nazione,
    dai fasti romani alla cristianità,
    dalla frammentazione dei comuni all’avventura garibaldina,
    così come trasuda d’arte,
    colei che diede i natali, tra gli altri, a Leonardo da Vinci e Dante Alighieri,
    che regalò al mondo il Rinascimento,
    che donò al papato il genio di Michelangelo e Bernini.
    E questa terra di transizione,
    preda di sciacalli d’ogni colore,
    divisa dall’influenza araba e da quella longobarda,
    che vive di dialetti,
    di campanilismi
    e di divari culturali incolmabili,
    si è trovata unita sotto la bandiera tricolore,
    che è sventolata con fierezza solo dopo la vittoria del Mondiale.

  • 08 febbraio 2007
    Tributo alla paura

    Esisti,
    te ne stai annidata nei luoghi nascosti dell’anima,
    ami giocare
    godendo del tuo sadismo,
    ti crogioli nelle tue efferate maniere
    e ti esalti della tua stessa geniale cattiveria.
    Lavori sulla mente,
    tramuti il saggio buio in un covo di serpi,
    esasperi una scelta fino a farla divenire un incubo,
    ricami una sfida di insidie inesistenti.
    Non c’è nulla da dire,
    sei brava nel tuo mestiere,
    come il fabbro da una lamina di ferro genera un fiore,
    tu da una scala traballante generi un mostro.
    Basta una decisione, una prova, un esame,
    ed eccoti all’uscio,
    sorridente venditrice di domande,
    che addensi le menti più labili fino a farle esplodere,
    che sai insidiare il tarlo del dubbio anche al più valente dei Generali.
    Nessun uomo ha potuto scampare almeno una tua visita,
    non esiste essere vivente che non porti in tasca il tuo biglietto,
    poiché sei parte della vita
    e ci si deve rassegnare alla tua odiosa presenza.
    Ti si deve combattere,
    prendere di petto,
    si devono rivoltare gli occhi dentro e dire:
    Vattene, maledetta!
    E nemmeno in questo modo tu te ne andrai,
    solo guarderai le cose da un poco più lontano,
    giusto lo spazio necessario per fare un passo,
    deciso,
    incisivo,
    come infrangere un vetro,
    e scoprire che tu,
    paura,
    dissemini menzogne e disegni muri nell’aria.

  • Ti addensi sulle nostre teste con fare minaccioso,
    nuvola nera carica di pioggia,
    schermando i raggi del sole,
    riversando le tue interiora su noi poveri inermi.
    L’aria si elettrizza al tuo arrivo,
    gli animali, istintive creature, si dileguano percependoti,
    gli esseri umani, pensanti animali, si accigliano vedendoti.
    Il vento spira e gli alberi gemono,
    gli umori cambiano e i denti si stringono.
    Tu, che canalizzi i pensieri,
    che aizzi gli arditi,
    che inquieti gli indecisi,
    ti avventi sull’umanità come uno sciacallo affamato,
    intrufolandoti da ogni pertugio,
    dalla televisione,
    dalla strada,
    dalla posta.
    Ogni volta che passi cambi d’abito,
    ma non muti il tuo stile, il tuo modo di fare.
    Mieti zizzania tra chi si potrebbe stimare,
    fai scegliere tra la carne di maiale e quella di capra,
    disinteressandoti dei vegetariani,
    preannunci rivoluzioni,
    ma cambi solo il colore dell’intonaco alle case,
    getti sulla griglia tonnellate di parole
    e nella padella quintali di aria,
    mostri alla gente nuove epoche,
    rinnovate abitudini,
    per poi chiudere la scatola,
    riponendola con gli altri giochi,
    nel capiente armadio,
    dove i diversivi per il gregge
    occupano ogni spazio.

  • 06 febbraio 2007
    Tributo alla lira perduta

    La nostalgia che mi prende al tuo pensiero,
    al ricordo dei volti che ti rappresentavano,
    Volta, Marco Polo e tutti gli altri,
    o come il cesto di Caravaggio,
    che poche volte compariva nel mio portafoglio,
    o quel numero cinque nascosto nella barba lunga,
    e quelle monete insignificanti, con le quali compravo le caramelle;
    dove sei finita, Lira?
    Al tuo posto ci sono ponti,
    manciate di metallo che formano una fortuna,
    soldi che paion finti e che rappresentano il progresso,
    la tappa di un procedimento voluto dalla natura umana,
    che vuole compattare le distanze,
    far girare veloce la parola,
    avere tutto il mondo a portata di mano,
    ma che non ha ancora conosciuto la pace interiore,
    non ha ancora imparato ad imparare dagli errori del passato.
    Cara Lira, sapessi quanto sei viva nei luoghi comuni,
    quante volte vieni ricordata con affetto,
    quante volte vieni menzionata al supermercato e tra i negozi.
    Di te si dice un gran bene di questi tempi,
    perché,
    così pare,
    ogni cosa che si comprava con mille lire,
    ora ce ne voglion due.