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Recensioni di Sabina Mitrano

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  • Il legame più misterioso e affascinante - e forse anche meno compreso – della nostra umana essenza è quello che lega la parola e l’immagine, la denominazione della realtà e la sua rappresentazione. Seppure scienze come la linguistica, la psicologia, la semiologia, abbiano provato ad indagare questo nodo, è stata da sempre la poesia a proporre gli interrogativi e le risposte più interessanti, in quel suo modo figurato e realissimo di evocare dalle parole le immagini e i pensieri.
    Quest’ultima opera di Giuseppe Napolitano, "poeta delle avventure totali di riscatto della poesia" (U. Piscopo), ruota intorno a questo dilemma, ma capovolge straordinariamente il punto di inizio della creazione artistica, "entrando quasi come un attore nella pièce teatrale" (M. Carlino) a raccogliere le suggestioni provocate da 18 opere del pittore Normanno Soscia. L’esperimento risponde all’interrogativo espresso da Napolitano nella sua Confessione: “è possibile esprimersi allo stesso modo, con la stessa intensità, in forme espressive diverse quali sono la pittura e la poesia?”. La soluzione dell’enigma è affidata al lettore attraverso questa intensissima associazione di versi e colori, parole e figure, in “una consapevole impresa regalata a domani”.
    Un interrogativo sospeso nell’atto della risposta, non una sfida tra i due mondi artistici ma un imperativo quasi categorico che ha "acchiappato" l’animo del poeta, il quale ha così tentato di assecondare le voci ammaliatrici dei mondi disegnati da Soscia. Ed ecco allora che la realtà e la sua storia si confondono nell’universo onirico che un venditore ambulante porta a spasso sul suo carretto; Salomè si trasforma nella femminea delusione di un futuro perduto; un equilibrista incarna l’ansia del domani, mentre una piuma suggerisce la possibilità che la fantasia sia la chiave di salvezza da un mondo, da cui scale sembrano portare lontano ma finiscono in nessun luogo. In questo universo di uomini ingannevoli e donne ricche di una sensualità che sembra delusa, in cui la finzione, che si  materializza in forme di 'tivvù' e specchi, diviene simbolo, e insieme quasi rimedio, del fallimento umano, aleggia leggera la perenne ironia sia del poeta che del pittore, entrambi sospesi a formulare un "indovinello che ognuno scioglie a modo suo".      

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • E se l’intera evoluzione del genere umano, le innumerevoli scoperte, le cicliche atrocità e le meravigliose intuizioni, non fossero il frutto della capacità degli uomini di creare il proprio futuro, ma la complessa macchinazione di esseri provenienti da altri pianeti che muovono i fili della nostra storia, con il solo desiderio di sfruttare il nostro quoziente intellettivo ed emotivo?
    È questa la grande provocazione, o l’originale convinzione, su cui è costruito questo romanzo di Kylen Logan, un viaggio sui generis nel nostro mondo e nella nostra storia che diviene altra e irreale sotto i colpi di spiegazioni che fanno di Gesù e Maometto, di Hitler o del Diluvio Universale,  pedine di un progetto cosmico di cui la Terra è solo un oggetto inerte.
    Nella Prefazione uno dei personaggi avverte: bisogna liberarsi dalle proprie convinzioni per credere, aprire gli occhi e riuscire ad accettare la diversità. L’esperimento che questo libro propone è proprio questo: aprirsi a dimensioni diverse, accettare la possibilità che intorno a noi camminino silenziosi extraterrestri, divinità dello spazio, o semplici essere umani diventati i mezzi di contatto tra la popolazione aliena e la nostra Terra.
    Per rappresentare questa idea l’autore non sceglie i toni fantascientifici del genere, ma la delicatezza di paesaggi autunnali della provincia toscana, sentimenti forti come l’amicizia e l’amore, luoghi protetti come il bar del paese o il bosco dietro la collina, che si fondono a sprazzi di descrizioni fantastiche e nomi incomprensibili.
    In questo tempo in cui tanto ci interroghiamo sulla possibilità di non essere soli nello spazio, in cui abbiamo forse bisogno di aggrapparci all’idea che qualcuno lassù condivida le nostre conquiste e i nostri fallimenti, Logan la sua originale “visione”, fatta non di omini verdi o strani oggetti volanti, ma di uomini come noi, superiori quanto a intelligenza ed evoluzione che hanno il solo obiettivo di utilizzare il nostro DNA. L’unica cosa che rende il genere umano libero e indomabile a qualunque sottomissione è la sua emotività, la capacità degli uomini di essere unici che, se usata al servizio degli altri, genera straordinarie sorprese. Anche questo ultimo baluardo sta cadendo, però, sotto i colpi dell’estremo individualismo che l’autore denuncia come il male del momento,che ha permesso di guidarci verso l’ennesima catastrofe, quella economica.
    Forse una speranza c’è, bisogna trovarla.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano