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Racconti di Sandro Tomolillo

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  • 27 maggio 2008
    Il Bus 2

    Come comincia: Su un bus affollato, due sessantenni si scambiano parole dolci da amanti.
    "Non mi accompagnare sino in stazione, cara, allungheresti inutilmente la tua strada."
    Un bacio sulla guancia.
    Attaccati alle manopole malferme che pendono dai tubi corrimano, tra scossoni e spinte di chi si avvede in ritardo che è giunta la propria fermata, stanno lì, sorridenti e teneri come due sedicenni.
    Lui è un pizzico basso ma robusto e con un importante naso, ben vestito in grigio chiaro i pantaloni e la giacca con una tonalità un poco più scura dello stesso colore; lei, forse non conscia di questa pazza primavera e di questa giornata decisamente fredda e piovosa, veste una camicetta verde smeraldo, con piccole balze e delicatissimi disegni di piccoli fiori rossi, aperta sul davanti a mostrare un seno ancora tonico e per nulla modesto; il pudore le deve aver consigliato comunque di coprirsi un poco, così, dal collo, pendono tre o quattro collane di colori tutti tendenti al verde smeraldo, giusto per intonarsi alla camicetta; un giacchino in lanetta, anch’esso scollato, completa il tutto.
    L’uomo, spinto forse da qualche altro frettoloso passeggero, si ritrova distante da lei, in prossimità della porta d’uscita.
    Un bacio mandato con la mano.
    "Quante fermate hai ancora, amore?"
    "Non so di preciso, arrivo in cima a via Roma e dopo la galleria scendo e cambio."
    Il vociare dei passeggeri quasi copre le loro parole, costringendoli ad alzare il tono della voce; si direbbe che tutto il resto del bus abbia in fastidio questi due teneri sessantenni, costringendoli a volgarizzare la loro conversazione, quasi a urlarla.
    Un attimo di silenzio, beffardo silenzio della folla, coglie una frase di lei.
    "Sono stata bene con te, torna presto, amore."
    Arrossisce vistosamente; lui per consolarla, per attirare su di sé l’attenzione di quel pubblico non pagante, le manda un sonoro bacio facendolo schioccare nella mano aperta e porgendola nella sua direzione.
    La donna, ancora intimidita, risponde con un piccolo bacio lasciato in punta di labbra sul polpastrello dell’indice.
    "Appena arrivo a Milano, ti chiamo; rimani serena, amore."
    Sedici metri di autobus, ribollente di persone bagnate di pioggia; ogni fermata è un susseguirsi di acrobazie per agguantare un maniglione e riuscire così a non dare o prendere troppi colpi.
    È quasi impossibile calcolare quante vite ci sono lì dentro; quanti, essendo mezzogiorno, hanno già lavorato metà del dovuto e quanti altri, invece, hanno accudito figli o parenti a casa magari per andare a fare i turni pomeridiani; quante vite stanno scorrendo in quel momento sul bus?
    Quanti, come i due sessantenni, hanno appena trascorso una mattinata colma di intimità e di tenerezze?
    Le vite si incrociano senza conoscersi nemmeno, sui bus; miliardi di pensieri in quelle scatole viaggianti di lamiera, tanti che quasi fanno rumore.
    È quasi impossibile non notare i comportamenti di chi ci sta intorno, appiccicati come si è, diventa difficile farsi i fatti propri, come prudenza ed educazione consiglierebbero; quando, poi, si assiste a qualche effusione amorosa, a un qualcosa che non sia il solito mugugno contro i governanti, il prezzo delle acciughe, le bollette della luce o quei maleducati di giovani che non lasciano mai il posto a sedere, sembra che la mente delle persone s’inceppi; la tenerezza di una coppietta, i loro baci, le loro parole gentili, escono dal canovaccio, stravolgono l’abitudine, come attori ribelli che iniziano a recitare a soggetto nel bel mezzo di una rappresentazione, creano uno scompiglio che ha qualcosa di sottilmente anarchico, un gusto particolare, un buon profumo di lavanda sparso nell’umida gabbia viaggiante.
    È arrivata la fermata fatidica, l’uomo deve scendere, si volta verso la donna e sillaba un "Ti amo"; io rimango lì coi miei pensieri, sui miei guai di giornata, ma con un piccolo sorriso dentro, grazie a questi due sessantenni che si amano.

  • 06 febbraio 2008
    Il Bus

    Come comincia: A volte si cercano le parole giuste per riuscire a comunicare quel che si sente, un pensiero, un’emozione; com’è difficile riuscirci…
    Si sprecano paragoni con colori, suoni e odori; si prova a ricreare il momento, l’istante preciso nel quale si è vissuta quell’emozione adoperando quel che ci stava attorno, proprio lì in quel luogo…
    È semplice quando si ha a disposizione un tramonto piuttosto che, magari, lo sciabordio delle piccole onde del mare calmo, sulla spiaggia o, ancora, se è successo al limitare di un bosco coi colori caldi dell’autunno.
    Ma, a Piero, no; a lui era successo su un bus della linea 12, in piena ora di punta, con tutti i suoi ventiquattro metri di vettura bloccati nel bestiale traffico del venerdì pomeriggio, quando sembra che tutta la città abbia voglia di tornare fra le mura domestiche, per vedere se riesce ancora una volta a dimenticare quelle cinque giornate di lavoro e di rottura dei santissimi attributi.
    Lui era lì, piazzato su quel sedile, con quel volante in mano, già da due ore; dietro, oltre quella parvenza di cabina di guida, una miriade di voci sprecava commenti sull’ingorgo; gli arrivavano accavallate, a momenti quasi indistinguibili, somiglianti a un rumore molesto che volesse rivaleggiare in potenza col motore o con i clacson delle auto.
    Cercava, con scarso successo, di non far troppo caso nemmeno alle richieste che puntualmente la gente, i passeggeri, gli indirizzavano; erano domande senza risposta sensata, quelle che, nei momenti di riposo o nelle soste ai capolinea, tutti gli autisti si scambiano come pillole di buonumore e antistress.
    Gli sembrò che, in un attimo, fosse calato il silenzio in quella gabbia viaggiante; quasi si meravigliò e, per istinto, si volse all’indietro, senza guardare nell’ampio specchio che stava appeso lì sopra; aveva l’incredibile sospetto che il bus si stesse svuotando.
    Due occhi meravigliosamente scuri, un nasino come solo certe bambole riescono ad avere senza che intervenga un chirurgo, una chioma nera liscia e lunghissima: solo questo vide, voltandosi.

     

    "Mi scusi, potrebbe farmi scendere, già che siamo fermi?"

    Una voce dolcissima, in quell’attimo di totale silenzio.

    Ipnotizzato, rimase zitto per interminabili attimi; un unico, stupido pensiero girava fra le sue meningi: "Mi puzzerà il fiato?".
    Scrollò la testa, vistosamente, come a riassestare i pensieri e scacciare quell’enorme belinata del fiato.

    "Mi perdoni, veramente, non si può, siamo fuori fermata e se le succedesse qualcosa andrei nei guai.."

    Stava per accampare altre motivazioni, le solite che, giustamente, vengono rivolte agli utenti quando chiedono questo strappo alla regola; ma non fece in tempo; con un gesto elegante, dimostrando una flessuosità non da poco e mettendo in bella mostra una notevole dotazione anteriore, molto prossima alla quarta misura, Marta si alzò un poco in punta di piedi avvicinando il viso all’orecchio del giovane autista e abbassando la voce: "Mi scappa la pipì, lì c’è un bar… sia gentile, siamo a un passo dal marciapiede…"
    Poteva sentire il profumo dei suoi capelli, il contatto vellutato della sua guancia; ebbe un altro attimo di vero e proprio smarrimento quando il suo istinto di bestia maschio irruppe sotto forma di una voglia matta di darle un bacio sul collo.
    Rosso acceso come il semaforo là in fondo dalle Gavette, non seppe far altro che spingere il bottone che apriva le porte e raccomandarle, sorridente: "Stia attenta, mi raccomando, finiamo nei guai".


    Marta, elegantemente, quasi non avesse quell’impellenza, scese a terra e si avviò verso il bar; Piero, l’aveva seguita con lo sguardo e non poté fare a meno di sgranare i suoi occhi azzurri constatando che anche tutto il resto della carrozzeria era di primissimo ordine.
    Nuovamente scrollò il capo stavolta per riprendere coscienza del proprio ruolo, per ritornare in posizione canonica; lui era l’autista, che diamine.
    Subito dal branco partirono risolini e commenti a mezza voce; una vecchiettina, arguta e simpatica, esprimendosi in genovese e sovrastando il vociare di tutti gli altri, zittendoli all’istante, esclamò:
    "Fosse successo a me, avrei fatto il lago lì per terra; ma son giovani, beati loro…"
    Il solito rozzo commentò a mezza voce, non senza una punta d’invidia per Piero: "Tira più un pelo di m…. che una coppia di buoi…"; qualcuno rise, altri, pur provando la stessa invidia, guardarono l’uomo un po’ di traverso, quasi compatendolo per l’espressione infelice.
    La colonna di auto e bus era sempre ferma, ogni tanto uno scooter riusciva a passar oltre e si perdeva laggiù, oltre la curva del gasometro; era uno di quei momenti nei quali vengono in mente i tempi passati, "quando c’erano poche macchine e si giocava a pallone per le strade", "quando si andava più lenti ma si arrivava prima" e via ciarlando.
    Ormai Piero quelle frasi le sapeva tutte a memoria; è così che accade, sempre, nei momenti di sospensione del tempo, quando si è costretti a star fermi in un qualsiasi luogo chiuso, sia esso un bus o la sala d’attesa di un ambulatorio; quasi che la ridotta distanza tra le persone inneschi la voglia di comunicare, di dire qualche parola e pare difficile rimanere in silenzio; tutte le volte che l’uomo apre bocca quasi solo per cambiar aria ai polmoni, senza avere nulla di originale da dire, arriva il momento delle frasi fatte, dei proverbi, dei commenti scontati e delle volgarità.
    Questo pensava il nostro "chauffeur" (a Genova, questo francesismo, si accompagna da sempre alla divisa degli autisti dei bus) mentre, coi gomiti appoggiati al volante, guardava sconsolato il serpente di mezzi che si allungava inerte sulla strada; ogni tanto buttava un’occhiata alla porta del bar, quel bar che si era fagocitato la sua bella passeggera; da quando era scesa avevano percorso neanche una decina di metri e il tempo gli sembrò ancor più dilatarsi; dietro, il vociare dei pinguini (così, irrispettosamente, qualcuno, raro per fortuna, dell’azienda, chiamava gli utenti) non si arrestava che in qualche attimo; questi rari momenti di silenzio sono classicamente sfruttati da qualche malcapitato per farsi scappare una sonora belinata, che si sarebbe persa, prima, fra la mille voci di quella specie di alveare ma che, ora, risalta come un urlo nella valle del silenzio.
    Tutte scene già viste, come se tutti seguissero un canovaccio, una trama, scostandosi da quel testo non scritto solo raramente, forse per timore di non apparir normali; erano rare le persone che si discostavano da questi canoni, come quella bellissima moretta, col suo profumo, i modi gentili, quegli occhi profondamente neri e quel bisogno espresso con tanta dolce timidezza da far correre il rischio a Piero di prendersi una multa, se solo lì in giro ci fosse stato un suo superiore.
    Un altro attimo di silenzio calò improvviso in tutto il bus, tutti, persino il cagnolino peloso che una signora teneva in braccio, zittirono; Marta stava uscendo dal bar, pochi metri più avanti.
    Si girò verso il bus e vedendo che era lo stesso che aveva lasciato una decina di minuti prima allargò un sorriso e agitando lievemente la mano salutò; a gesti, Piero, le fece capire di venire verso di lui, aprì nuovamente la porta anteriore per esser meglio compreso.
    Una breve elegante corsa e lei era lì davanti, con quel meraviglioso sorriso; salì, la porta si richiuse alle sue spalle, si guardò attorno per cercar di capire come mai ci fosse quel silenzio e tutti nel bus la stessero guardando, come se aspettassero un suo gesto, spettatori di una platea quasi tutta in piedi che sembravano attendere la battuta finale di una commedia; il silenzio, di nuovo il silenzio, innaturale silenzio di quel momento.
    Timidamente Piero si sporse col capo fuori dalla cabina di guida, voleva chiedere sottovoce se fosse tutto a posto ma non fece in tempo; la sua bella moretta lo baciò sulla guancia ringraziandolo.

    Simile ad un applauso esplose dalla gente lì dietro, un unico suono, un vocalizzo di sollievo; una vecchietta guardò Piero negli occhi, gli sorrise, gli indirizzò un gesto con la mano, agitandola per traverso a simulare una sculacciata e sussurrò: "Che birbante".
    A pensare a quel pomeriggio, Piero e Marta, solitamente, sentono una gran voglia di abbracciarsi e riempirsi di dolci coccole; son passati un po’ di anni e hanno un figlio grande, quasi adulto, che vuol diventare anche lui uno "chauffeur"; come dargli torto, pensano, è un lavoro pesante ma a volte riserva belle sorprese.

  • 07 agosto 2007
    Ciappe

    Come comincia: Passava in quel vicolo da sempre; lì c’era nato, conosceva ogni pietra; le “ciappe”, i lastroni che pavimentavano il caruggio e tutte le loro fughe che sembravano ripetere, in piccolo, l’intrico delle stradine strette del centro storico.
    Raccontava, con non poca nostalgia, al figlio, quando su quel lastricato giocava e quando, un poco più grande, appoggiato a uno stipite del portico là in fondo, dette il primo bacio a quella che sarebbe stata sua madre; cercava di dare radici a quel ragazzo, ora che, da separato, si ritrovava a frequentarlo nei fine settimana, come gli era capitato di fare con sua madre, da fidanzati, quasi a rubare il tempo a tutto il resto della settimana per donarlo agli affetti, ai sentimenti.
    E poco gli importava dell’odore acre dei disinfettanti che gli “operatori ecologici” sparpagliavano ogni mattina, era nel suo ambiente.
    Che buffa trasformazione, pensava, hanno subito le parole, la maniera di definire i ruoli che le persone hanno nelle società: dall’antico “spazzino” che definiva perfettamente l’opera preziosa di questi uomini si era passati a quell’impersonale “netturbino”, vocabolo mutuato da Nettezza Urbana, pomposa definizione di pulizia cittadina; infine si era arrivati a “operatore ecologico”, quasi a legittimare la partecipazione di questa categoria alla grande lotta per un mondo più pulito e vivibile; quasi che gli spazzini diventassero ora accoliti di Green Peace o del WWF, pensò anche a una specie di simbolo, un sole che ride con la scopa in mano; e come definire poi i contadini, “cesellatori di zolle”? Le prostitute diventerebbero forse “assistenti sessuali”? Che ridicoli pensieri, che strani meccanismi gli si mettevano in moto quando la sua mente era sgombra dalle preoccupazioni quotidiane, quando vagava in libertà.
    Aveva appuntamento come ogni settimana ma al telefonino un sms lo aveva avvertito di un impegno improrogabile del figlio; “Avrà qualche ragazzina tra i piedi” pensò; sorrise e cominciò a vagabondare senza meta per i vicoli.
    Dopo poco il naso cominciò a restituirgli ricordi odorosi della sua gioventù; girato un angolo dalle parti di Canneto sentì odore di pesce; lì a circa dieci passi, la terza bottega sulla sinistra c’era un tempo Zì Peppe, pescivendolo siciliano che provava a parlare genovese suscitando le ilarità di tutti i ragazzini del quartiere che si divertivano a provocarlo; il negozio era ancora là, chissà che ne era di Zì Peppe.
    Affrettò il passo, senza guardare dentro, tanto era il timore di notare il cambiamento e magari di venir a sapere del decesso di quella persona così simpatica.
    Quasi a testa bassa, tanto da rischiare di travolgere chi gli veniva incontro, camminò per un bel po’ senza nemmeno rendersi conto di quale direzione prendesse.
    Si ritrovò in una piazzetta dalle parti di Sarzano, un po’ più elevata, sopra gli altri caruggi; la riconobbe dall’odore di dolci e cioccolato che proveniva da un noto laboratorio artigiano che ne era la principale attrazione, tanto che nessuno conosceva il nome della piazza ma la indicava benissimo con quello del negozio.
    Ormai il sole stava calando, laggiù dalle parti della Lanterna, al vertice opposto dell’arco di costa del porto; si appoggiò al muretto con i gomiti, prese la testa tra le mani, piegato dalla bellezza di quello spettacolo e dall’accozzaglia di pensieri ed emozioni di quel giorno, come se in poche ore avesse ripercorso tutta la vita, guidato dagli odori.

  • 06 agosto 2007
    Cesare e Ninni

    Come comincia: Pensionato, magari giovanile nell’aspetto, sempre sobrio nel vestire, di poche parole e quasi mai sorridente: questo al primo impatto era il signor Cesare.

    Era rimasto vedovo da qualche anno; la sua compagna di vita, sua moglie, la sua “Ninni”, Giovanna, se n’era andata quasi in punta di piedi, quasi a scansare al suo Cé un pezzetto di dolore.

    Si erano sposati giovanissimi, forse, addirittura, diceva qualcuno, con il “consenso”, come si faceva per i minorenni, allora.

    Cé e Ninni, come i genovesi di un tempo, non davano confidenza, parlavano poco anche con i vicini di casa; operaio lui, dell’Ansaldo, come tanti di quella generazione del primo dopoguerra; casalinga lei, donna dell’entroterra, radici contadine, di quelle che anche in città coltivavano una piantina di rosmarino sul davanzale.

    Da quando Ninni era andata, Cé si era aggrovigliato ancor di più su sé stesso riuscendo a diventare, in poco tempo accigliato, burbero, scontroso e, per qualcuno, forse, indisponente.

    L’uomo retto, che si era preso sempre cura della sua Ninni, quello rispettoso delle regole sino alla noia; che beveva un solo bicchiere di vino a pasto anche quando andavano in trattoria o nelle rare vacanze; che sapeva cucinare, che aiutava in casa; il signor Cesare, sempre il primo a pagare le spese del condominio, si sentiva, dentro, carico di rabbia, come se tutto il mondo lo avesse offeso, portandogli via Ninni.

    Era sabato, quasi le otto di mattina, Cé usci di casa e, come faceva da un po’ di tempo, con l’asciugamano e un libro, si diresse verso la spiaggia; si era detto, quasi a convincersene o scusarsi, che almeno un po’ di sole poteva prenderlo, magari qualche acciacco si sarebbe un po’ lenito.

    Arrivò dopo poco, abitava nelle vicinanze; distese il telo sui sassi, nella zona dove questi erano un po’ più piccoli e arrotondati dal lavoro del mare, si spogliò, sedette e, inforcati gli occhiali, cominciò a sfogliare il libro alla ricerca del cartoncino colorato che usava come segno.

    Un libro di poesie, di uno spagnolo; non conosceva l’autore ma, gironzolando per il centro storico, su una bancarella, era rimasto colpito dal titolo: “La voce a te dovuta”.

    In una qualche maniera, quelle parole, lo portavano a ricordare la sua compagna, come se si rammaricasse di averla sempre tenuta nella penombra, in seconda fila rispetto a lui.

    Ma, dentro, quel libro, parlava di passioni, di un modo di amare intenso e pervadente; subito, dalle prime righe, capì che quel suo approccio con il titolo era quanto di più sbagliato potesse aver inteso.

     

    “sento già la tua pelle
    che mi offre il ritorno
    al palpito iniziale
    senza luce, prima del mondo,
    totale, senza forma, caos.”


    Continuò, però, a leggere; pian piano, pagina dopo pagina, cominciò un suo viaggio a ritroso; le parole del poeta, come una vitamina che rinfranca il corpo, destarono ricordi, di quando lui e Ninni erano una cosa sola, un unico essere fatto di giovani corpi che si cercavano e si amavano; con una lacrima e un sorriso gli balenò l’immagine di quella volta, nel portone; vennero scoperti sul più bello dal nonno di lei; fortuna volle che il vecchietto, oltre a un’innata simpatia fosse anche pieno di vino e, nella penombra del sottoscala, non avesse riconosciuto sua nipote in quel miscuglio di corpi; solo un’esclamazione: “O Belin!”, con la lingua attorcigliata dal bere, e riprese a salire lentamente.

    Ninni e Cé, fra loro, ricordavano spesso l’episodio ma mai lo avevano raccontato a qualcuno, non era loro costume far uscire da casa anche la più piccola e pura delle intimità.

    Cé, assorto in tutti questi pensieri, umidicci di qualche lacrima, non si era accorto che lì vicino, un poco più verso la riva, dove si sente meglio la brezza del mare, si era sdraiata una sua vicina di casa.

    La signora Gina, esuberante ex fruttivendola del mercato, vedova anche lei, da meno anni, però.

    Era già una mezz’ora che Gina lo fissava, magari facendo finta, come solo una donna sa fare, di guardar oltre o di aggiustare un angolo del telo girato dal venticello lieve e odoroso del mattino; lo fissava e sorrideva con tenerezza, quasi che avesse scovato, involontariamente, un varco per capire chi fosse e come fosse realmente il signor Cesare.

    Quel libro, lei, lo conosceva bene, quei versi, anni addietro, sembrava che li avesse scritti il suo Arturo per lei, altro che quello spagnolo; Arturo, che prima che marito le fu amante, che la convinse a sconquassare un matrimonio, che a testa alta e fiero passo la portava in giro sotto braccio, con il suo papillon di seta e il gilet con tanto di orologio a cipolla e catena; Arturo che le fece fare le ferie in motocicletta; Arturo, il suo grande amore; e grande Pedro Salinas che adoperava così bene le parole, che descriveva, metteva su carta tutto quello che il suo animo provava e che la parola non riusciva a dire.

    “L’amava veramente tanto, la sua Ninni!” esordì, affermando.

    Cé, come se riemergesse da un’apnea da record, a quelle parole, tirò un lungo e rumoroso respiro, traducendo in fame d’aria, quasi da asmatico, l’aridità del suo vivere; la pioggia, quando cade su un terreno secco, in un primo momento, non bagna, solleva solo la polvere.

    Alzò lo sguardo dal libro, con timore; quella voce, pacata, dolce gli era entrata dentro ai padiglioni come un volo di zanzara a luci spente, rimbombando nel cervello, quasi non trovasse una via di fuga, rimbalzando in ogni direzione; due occhi tondi, quasi infantili, gli stavano sorridendo; si accorse di esser arrossito e sperò, illudendosi, che l’abbronzatura avesse, in qualche maniera, coperto l’incendio del viso.

    “Sì, Gina, Ninni era tutto, per me.”

    Per quel mattino, queste, furono le uniche parole che gli usciron di bocca.

    Tornò a casa, poco prima di mezzogiorno; aveva in programma le solite faccende domestiche, dal cucinarsi qualcosa al dare qualche colpo di scopa o lavare qualche panno; nulla di tutto questo accadde; cominciò a rovistare in libreria, cercando i quaderni di Ninni; quella donna gli aveva sempre scritto qualche riga, magari piccoli pensieri quando lui era al lavoro o, negli ultimi tempi, nelle interminabili sedute di chemio, al day hospital; ricordi di quando, appena sposati, avevano l’abitudine di leggere insieme un libro e magari, alla fine, di discutere sui personaggi.

    Trovò, finalmente quel che cercava; un quaderno di quelli con la copertina nera e lucida, i bordi delle pagine di colore rosso, la carta ben patinata e le rigature bluette; era proprio quello, l’ultimo quaderno di Ninni.

    Lo prese dallo scaffale quasi con devozione; stando ben attento a non scivolare dalla scaletta a tre gradini che adoperava per arrivare ai ripiani alti, scese, accese il piccolo stereo che si era comprato qualche giorno prima, cercò il suo pezzo preferito, di Morricone, la colonna sonora di “Giù la testa” e si andò a sedere in poltrona.

    Cominciò a sfogliare, sapendo che le poche frasi che cercava erano verso la fine del quaderno; trovò la pagina giusta, si sistemò con cura gli occhiali sul naso, si appoggiò completamente allo schienale della poltrona; un respiro profondo, le note lunghe e le voci di quel pezzo che gli davano serenità e cominciò a leggere:


    “Caro Cé, mio dolce e forte uomo, quando non ci sarò più voglio che tu ti rifaccia una vita.
    Insegna ad un’altra donna quanto si possa amare, perché io so quanto amore puoi donare.
    Io ti guarderò e sorriderò, se sarai felice. La tua Ninni”


    Come se avessero aperto una diga a un lago troppo pieno, le lacrime cominciarono a scivolargli sul viso, inarrestabili; chiuse gli occhi, posò gli occhiali sullo scrittoio lì accanto, si accostò il quaderno al petto e, mischiando le sue parole con la musica, poco prima di farsi prendere dalla stanchezza delle emozioni, sussurrò:

    “Sì Ninni, hai ragione, amare è quasi un dovere, se si è capaci.”

     

  • 12 luglio 2007
    Appunti di viaggio

    Come comincia: Lasciando Bologna, sul treno, mi son seduto al contrario del senso di marcia; non per scelta ma per necessità; avevo di fianco un cinese, di fronte una giovane signora probabilmente sudamericana e tutti gli altri posti erano occupati da slavi col vestito della domenica, che per loro sono magliette e camicie il più variopinte possibile, e pochi, veramente pochi italiani, tra i quali l’immancabile vecchietta altera e un po’ rompiscatole; è sempre così su quel treno; sempre così, almeno sino a Piacenza; è il treno del mare per le genti di quella parte della padana e, finché dura la bella stagione, non resta altro che attendere che si svuoti un poco.
    Seduto al contrario, però, non mi era ancora successo di trovarmici.
    Là in cima, San Luca che si allontanava da me; per la prima volta ho veramente assaporato la sensazione quasi fisica di “andar via”.
    È bastato quel piccolo cambio di prospettiva, l’essere con lo sguardo rivolto al punto di partenza ed è stata piena la certezza del “lasciare”.
    Lasciare un posto, una persona, un tempo passato lì.
    Dopo, girato nel verso giusto, mi son goduto un tramonto meraviglioso; rosso sulle sagome dei monti là in fondo alla piana, che mi veniva incontro, veloce, come quel treno; quasi una rincorsa, vana, a non far finire questo giorno; correre a ovest, rincorrere il sole; ma inesorabile il treno piegava a sud verso il mare; il mio mare, nero, come la notte che stava arrivando, come solo il mare sa esser nero e blu cupo di notte, nelle notti con poca luna come questa.
    Che grande cosa il treno, che gioia viaggiare.
    Non c’è dolore nel distacco, sicuro come sono che un altro treno mi riporterà nello stesso posto da cui son partito; non c’è tristezza nell’allontanarmi, perché so di aver lasciato un pezzetto di me lì sotto San Luca, un mio odore, un mio sorriso; quasi un chiodino colorato di quelli che si mettono sulle cartine geografiche, per non perdere la strada, per ricordare un percorso.
    Ogni mio viaggio è comunque, e anche, un ritorno.
    E il viaggio è tutto mio, solitario, pensieroso, allegro; quasi come se “andare”, di per sé, mi rendesse pienamente padrone di me stesso, libero di offrire un sorriso ad ogni arrivo; perché alla fine del viaggio, comunque, c’è sempre qualcuno che mi attende, che aspetta proprio me, che aspetta questo uomo o questo padre.
    Ora, solo ora, scrivendo queste righe, capisco questo pezzo di me.
    Bologna - Genova, agosto 2006.

  • 11 luglio 2007
    L'uomo pensieroso

    Come comincia: Tornando verso casa, per le solite strade, l’uomo pensieroso si ritrovò al semaforo; fermo lì, cominciò a domandarsi come mai non ricordava il percorso; la curva là in fondo al rettilineo del lungomare, quella un po’ pericolosa, da prender scalando di marcia o quella traversa dalla quale spunta sempre qualche auto che non rispetta lo stop o, ancora, il semaforo vicino alla Fiera, quello che se arrivi che è rosso ti tocca star fermo un’eternità; non ricordava nulla, neanche un particolare.
    Si domandò, allora, cosa stesse pensando di così profondo, durante tutto il percorso, che lo potesse distrarre dalla guida; in pochi attimi fece una revisione completa dell’intera giornata di lavoro; anche così, però, non trovò la benché minima giustificazione a quel suo vuoto nella memorizzazione.
    Eppure, lui, era attento nella guida, conosceva ogni trucco; ogni angolo di strada era come segnato con pallini rossi di pericolo e verdi di sicurezza; sapeva dove eran le scuole, per stare attento più ai genitori che posteggiavano in terza fila che ai bimbi che ne uscivano; conosceva i giorni di mercato di quasi tutte le piazze della città, per riuscire a scansare quelle zone e non ritrovarsi imbottigliato tra attraversamenti pedonali zeppi di vecchiette e giovani donne con la Smart anch’essa posteggiata in terza; sapeva tutto quel che c’era da sapere, eppure quella sera aveva dimenticato.
    Gli sembrò quasi di patire fisicamente quando lo assalì il dubbio di esser passato col rosso, là dalla Fiera e continuava a ripetersi che non era possibile, che figurarsi se lui avrebbe mai potuto; ma, il dubbio, velenoso dubbio, gli si installò in mente come un virus nel suo quasi amato computer.
    Quell’insicurezza, quel non sapere con certezza di aver rispettato una regola, lo faceva patire come quella volta che, da bambino, lo acciuffarono a “rubare” un grappolo d’uva moscatella, là, al paese dove si andava a passar l’estate, in Piemonte; una vergogna che ora lo riassaliva; e non aveva neanche quel buono e dolce grappolo a consolarlo e gli odori non erano certo quelli della campagna; sentì, persino, per un attimo tornagli in mente quel sapore, lo sentì nitido a riempirgli la bocca e fu costretto a deglutire; la dolcezza di questa parte dei suoi ricordi un poco lo risollevò e quasi sorrise di tutta questa marea di pensieri, dentro al casco integrale che indossava, seduto sulla sua bella motocicletta.
    Ma implacabile come il vento di tramontana, la legge del traffico cittadino lo riportò alla realtà: il suono simultaneo di tre clacson aggiunto agli improperi poco gentili di qualche automobilista lo ridestò; alzò un braccio, come a far sapere a tutti quelli che gli stavano dietro che si era accorto del semaforo scattato sul verde; mise la marcia, rilasciò piano la frizione e, come si fosse a passeggio, si avviò lento verso casa.
    Erano passati solo quarantacinque secondi ma, all’uomo pensieroso, erano bastati per decidere che non si sarebbe mai più perso un’alba o un tramonto, che si sarebbe fermato, con la sua bella motocicletta, ad ammirare i colori e cercare gli odori tutte le volte che avrebbe potuto.