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Autore

Sandro Tomolillo

in archivio dal 11 lug 2007

11 giugno 1953, Genova

mi descrivo così:
La forza delle parole non ha eguali; è libertà, pensiero che vede luce, è un po' di me che raggiunge altri.

06 febbraio 2008

Il Bus

Intro: Non ci vuole molto a parlare di amore romantico infilando un tramonto, un paesaggio da sogno, suoni e profumi particolari. Ma la vera maestria sta nel raccontare una storia d'amore su un autobus, in pieno traffico di punta in una città affollata, dove, in questi casi, l'ultima cosa a cui si pensa è proprio il romanticismo. Un racconto diverso che dona emozioni d'amore.

Il racconto

A volte si cercano le parole giuste per riuscire a comunicare quel che si sente, un pensiero, un’emozione; com’è difficile riuscirci…
Si sprecano paragoni con colori, suoni e odori; si prova a ricreare il momento, l’istante preciso nel quale si è vissuta quell’emozione adoperando quel che ci stava attorno, proprio lì in quel luogo…
È semplice quando si ha a disposizione un tramonto piuttosto che, magari, lo sciabordio delle piccole onde del mare calmo, sulla spiaggia o, ancora, se è successo al limitare di un bosco coi colori caldi dell’autunno.
Ma, a Piero, no; a lui era successo su un bus della linea 12, in piena ora di punta, con tutti i suoi ventiquattro metri di vettura bloccati nel bestiale traffico del venerdì pomeriggio, quando sembra che tutta la città abbia voglia di tornare fra le mura domestiche, per vedere se riesce ancora una volta a dimenticare quelle cinque giornate di lavoro e di rottura dei santissimi attributi.
Lui era lì, piazzato su quel sedile, con quel volante in mano, già da due ore; dietro, oltre quella parvenza di cabina di guida, una miriade di voci sprecava commenti sull’ingorgo; gli arrivavano accavallate, a momenti quasi indistinguibili, somiglianti a un rumore molesto che volesse rivaleggiare in potenza col motore o con i clacson delle auto.
Cercava, con scarso successo, di non far troppo caso nemmeno alle richieste che puntualmente la gente, i passeggeri, gli indirizzavano; erano domande senza risposta sensata, quelle che, nei momenti di riposo o nelle soste ai capolinea, tutti gli autisti si scambiano come pillole di buonumore e antistress.
Gli sembrò che, in un attimo, fosse calato il silenzio in quella gabbia viaggiante; quasi si meravigliò e, per istinto, si volse all’indietro, senza guardare nell’ampio specchio che stava appeso lì sopra; aveva l’incredibile sospetto che il bus si stesse svuotando.
Due occhi meravigliosamente scuri, un nasino come solo certe bambole riescono ad avere senza che intervenga un chirurgo, una chioma nera liscia e lunghissima: solo questo vide, voltandosi.

 

"Mi scusi, potrebbe farmi scendere, già che siamo fermi?"

Una voce dolcissima, in quell’attimo di totale silenzio.

Ipnotizzato, rimase zitto per interminabili attimi; un unico, stupido pensiero girava fra le sue meningi: "Mi puzzerà il fiato?".
Scrollò la testa, vistosamente, come a riassestare i pensieri e scacciare quell’enorme belinata del fiato.

"Mi perdoni, veramente, non si può, siamo fuori fermata e se le succedesse qualcosa andrei nei guai.."

Stava per accampare altre motivazioni, le solite che, giustamente, vengono rivolte agli utenti quando chiedono questo strappo alla regola; ma non fece in tempo; con un gesto elegante, dimostrando una flessuosità non da poco e mettendo in bella mostra una notevole dotazione anteriore, molto prossima alla quarta misura, Marta si alzò un poco in punta di piedi avvicinando il viso all’orecchio del giovane autista e abbassando la voce: "Mi scappa la pipì, lì c’è un bar… sia gentile, siamo a un passo dal marciapiede…"
Poteva sentire il profumo dei suoi capelli, il contatto vellutato della sua guancia; ebbe un altro attimo di vero e proprio smarrimento quando il suo istinto di bestia maschio irruppe sotto forma di una voglia matta di darle un bacio sul collo.
Rosso acceso come il semaforo là in fondo dalle Gavette, non seppe far altro che spingere il bottone che apriva le porte e raccomandarle, sorridente: "Stia attenta, mi raccomando, finiamo nei guai".


Marta, elegantemente, quasi non avesse quell’impellenza, scese a terra e si avviò verso il bar; Piero, l’aveva seguita con lo sguardo e non poté fare a meno di sgranare i suoi occhi azzurri constatando che anche tutto il resto della carrozzeria era di primissimo ordine.
Nuovamente scrollò il capo stavolta per riprendere coscienza del proprio ruolo, per ritornare in posizione canonica; lui era l’autista, che diamine.
Subito dal branco partirono risolini e commenti a mezza voce; una vecchiettina, arguta e simpatica, esprimendosi in genovese e sovrastando il vociare di tutti gli altri, zittendoli all’istante, esclamò:
"Fosse successo a me, avrei fatto il lago lì per terra; ma son giovani, beati loro…"
Il solito rozzo commentò a mezza voce, non senza una punta d’invidia per Piero: "Tira più un pelo di m…. che una coppia di buoi…"; qualcuno rise, altri, pur provando la stessa invidia, guardarono l’uomo un po’ di traverso, quasi compatendolo per l’espressione infelice.
La colonna di auto e bus era sempre ferma, ogni tanto uno scooter riusciva a passar oltre e si perdeva laggiù, oltre la curva del gasometro; era uno di quei momenti nei quali vengono in mente i tempi passati, "quando c’erano poche macchine e si giocava a pallone per le strade", "quando si andava più lenti ma si arrivava prima" e via ciarlando.
Ormai Piero quelle frasi le sapeva tutte a memoria; è così che accade, sempre, nei momenti di sospensione del tempo, quando si è costretti a star fermi in un qualsiasi luogo chiuso, sia esso un bus o la sala d’attesa di un ambulatorio; quasi che la ridotta distanza tra le persone inneschi la voglia di comunicare, di dire qualche parola e pare difficile rimanere in silenzio; tutte le volte che l’uomo apre bocca quasi solo per cambiar aria ai polmoni, senza avere nulla di originale da dire, arriva il momento delle frasi fatte, dei proverbi, dei commenti scontati e delle volgarità.
Questo pensava il nostro "chauffeur" (a Genova, questo francesismo, si accompagna da sempre alla divisa degli autisti dei bus) mentre, coi gomiti appoggiati al volante, guardava sconsolato il serpente di mezzi che si allungava inerte sulla strada; ogni tanto buttava un’occhiata alla porta del bar, quel bar che si era fagocitato la sua bella passeggera; da quando era scesa avevano percorso neanche una decina di metri e il tempo gli sembrò ancor più dilatarsi; dietro, il vociare dei pinguini (così, irrispettosamente, qualcuno, raro per fortuna, dell’azienda, chiamava gli utenti) non si arrestava che in qualche attimo; questi rari momenti di silenzio sono classicamente sfruttati da qualche malcapitato per farsi scappare una sonora belinata, che si sarebbe persa, prima, fra la mille voci di quella specie di alveare ma che, ora, risalta come un urlo nella valle del silenzio.
Tutte scene già viste, come se tutti seguissero un canovaccio, una trama, scostandosi da quel testo non scritto solo raramente, forse per timore di non apparir normali; erano rare le persone che si discostavano da questi canoni, come quella bellissima moretta, col suo profumo, i modi gentili, quegli occhi profondamente neri e quel bisogno espresso con tanta dolce timidezza da far correre il rischio a Piero di prendersi una multa, se solo lì in giro ci fosse stato un suo superiore.
Un altro attimo di silenzio calò improvviso in tutto il bus, tutti, persino il cagnolino peloso che una signora teneva in braccio, zittirono; Marta stava uscendo dal bar, pochi metri più avanti.
Si girò verso il bus e vedendo che era lo stesso che aveva lasciato una decina di minuti prima allargò un sorriso e agitando lievemente la mano salutò; a gesti, Piero, le fece capire di venire verso di lui, aprì nuovamente la porta anteriore per esser meglio compreso.
Una breve elegante corsa e lei era lì davanti, con quel meraviglioso sorriso; salì, la porta si richiuse alle sue spalle, si guardò attorno per cercar di capire come mai ci fosse quel silenzio e tutti nel bus la stessero guardando, come se aspettassero un suo gesto, spettatori di una platea quasi tutta in piedi che sembravano attendere la battuta finale di una commedia; il silenzio, di nuovo il silenzio, innaturale silenzio di quel momento.
Timidamente Piero si sporse col capo fuori dalla cabina di guida, voleva chiedere sottovoce se fosse tutto a posto ma non fece in tempo; la sua bella moretta lo baciò sulla guancia ringraziandolo.

Simile ad un applauso esplose dalla gente lì dietro, un unico suono, un vocalizzo di sollievo; una vecchietta guardò Piero negli occhi, gli sorrise, gli indirizzò un gesto con la mano, agitandola per traverso a simulare una sculacciata e sussurrò: "Che birbante".
A pensare a quel pomeriggio, Piero e Marta, solitamente, sentono una gran voglia di abbracciarsi e riempirsi di dolci coccole; son passati un po’ di anni e hanno un figlio grande, quasi adulto, che vuol diventare anche lui uno "chauffeur"; come dargli torto, pensano, è un lavoro pesante ma a volte riserva belle sorprese.

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