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in archivio dal 18 giu 2014

Selene Pascasi

L'Aquila
Mi descrivo così: Avvocato, giornalista (scrivo per Il Sole 24 Ore), scrittrice. E se da legale combatto nelle aule giudiziarie, da giornalista commento sentenze e leggi, e da scrittrice pubblico un libro sui Reati contro la persona, come poetessa, ho deciso di lottare con l'inchiostro, contro l'anestesia di pensiero
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  • 18 giugno 2014 alle ore 9:58
    Accadrà

    Accadrà così, d’improvviso
    passeggiando sulla riva di un mare
    o accarezzando il sole che va via

    Sarà un istante, un attimo
    e parlerai con l’amore e col dolore
    concorderai un futuro da vivere

    Nascerai di nuovo, in un momento
    provando solo allora ciò che sento
    percependo di getto le emozioni

    E comprenderai, ne sono certa,
    le mie necessità, le pause, i brividi
    ascoltando i miei stessi silenzi

    Rileggerai gesti ed espressioni
    decifrerai assenze e riflessioni
    e mi amerai un po’...
    … quando accadrà

     
  • 18 giugno 2014 alle ore 9:39
    Brividi nelle lune

    Nelle lune leggo brividi
    compatti, densi, vivi
    ovatte di attimi reali
    nati dal morso di un’idea
     
    E scrosciano impetuosi
    temporali di cristallo
    biologici universi
    figli dei miei sensi silenti
     
    Nelle lune cerco ipotesi
    matematici riscontri
    bavagli di un errore
    muto a grida di dolore
     
    E si asciugano ricordi
    fra bucati stesi al vento
    umidi e nostalgici
    in un gocciolio di vita

     
  • 18 giugno 2014 alle ore 9:39
    Con tre quarti di cuore

    Con tre quarti di cuore
    ritaglio frammenti
    di sentimenti
    su brividi intensi
     
    Poi mi siedo a cucirli
    con fili di lana
    sui controsensi
    della natura umana
     
    Incastro mille tasselli
    di bimba, di donna
    fino a creare
    un mosaico di me
     
    Vorrei lo osservassi
    da un vetro sottile
    per fonderti
    in ogni mia verità
     
    Con tre quarti di cuore
    mi arrendo ai timori
    di tatuare
    un’impronta di te

     
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  • 23 giugno 2014 alle ore 12:14
    Come luna nel ventre

    Come comincia: “Eccoti qui piccolino! Vieni, fatti stringere dalla mamma”.
    Un istante, uno solo, e quel cucciolo dagli occhi di pece, si precipitò fra le gambe di Sara, braccandola con una forza inattesa. Ne abbracciò la pelle, avida di sole e di cielo, spense i brividi di un’eternità sottesa al tempo, e la guardò con lo sguardo innocente di chi ha il mondo tra le ciglia.
    Non sbagliava.
    Lei, minuta e gracile, da quel momento sarebbe stata davvero il suo mondo, il solco di speranza dal quale rinascere. Lo sarebbe stata per sempre. E sulla tela di un giorno piovoso, che non so non amare, una vita si abbandonava al suo destino, forse già deciso, o forse frutto della scelta di un istante.
    Così, seduta sul bordo di quel vialetto anonimo, rugiada fra i capelli, scattavo l’istantanea di quell’attimo, ecografia di un parto, miracolo adottivo che mi aveva visto battermi per anni.
    Professione meravigliosa la mia, perché tra colloqui, documenti
    e udienze, mentre chiudevo una pratica, una madre nasceva, e rinascevo anch’io, ogni volta.
    La scena, sempre la stessa. La donna che avanza, che trema, che piange, che ride. Il bimbo che corre felice, la osserva, la scruta, la annusa, si affida. Protagonisti di un film ben studiato, si muovono davanti ai miei occhi immobili. Io, muta, incastrata nel vento, sfioro quel frame, assassino di sensi e polmoni. Una mamma veniva al mondo, e io ero lì, come una ladra di emozioni, inginocchiata a derubare briciole di una gioia che non mi sarebbe mai appartenuta.
    L’esistenza lo aveva deciso per me, aveva scritto il mio poi, senza chiedermi nulla sul mio oggi. Ero una manciata di lettere, sparsa tra le pagine di un copione irrisolto, di una sceneggiatura fin troppo scontata, scritta a quattro mani dai miei dubbi, intrappolati fra nuvole e illusioni. Una sola possibilità, una sola, e avrei anch’io respirato l’amore, protetto un seme, tessuto una seta di sogni e di carezze, affidato al mio uomo un cuore vestito di bianco da cingere e crescere.
    Ma la mia vita una rotta non l’aveva, credo non l’avesse mai avuta. Era sempre troppo tardi per leggere la cartina delle mie ore, per riflettere su di me, per provare ad immaginare come sarebbe stato custodire una luna nel ventre. E allora decisi che curare le adozioni, come avvocato, sarebbe stato il mio mestiere. Certo, non avrei dato alla luce un figlio, ma avrei partorito dei genitori, accarezzandone le speranze. Speranze incatenate tra le loro ginocchia esauste, piegate sulla stoffa rossa del divano che li accoglieva nel mio studio, ad elemosinare prospettive sfocate di un futuro sospeso. E raccogliendo dettagli sul passato e sulle famiglie di quelle due anime, ne raccoglievo le amarezze, soffocate, via via, dalla violenza degli smarrimenti. Assistere le coppie che non riuscivano a procreare, quella era la professione che avevo scelto, e che mi completava. Si, perché grazie al mio lavoro, alla mia penna e alla passione che mi scorreva nelle vene, non ero più soltanto un legale, immerso tra carte e documenti, ma ero anche una donna che poteva, a volte, svegliarsi madre.
    Una madre di riflesso, ma pur sempre una madre.
    Infinita, davvero infinita, era la gioia che mi spaccava i sensi, quando quella moglie e quel marito, che avevo difeso e supportato nel fragile e denso viaggio dell’adozione, riuscivano finalmente a stringere tra le braccia la loro creatura. E ogni volta che la loro attesa terminava, la mia carne sottile, straziata dalle lame affilate di un ventre ancora vuoto, si ricuciva piano, curata da mani guidate da aghi di lana e fili di morbide stelle. Amavo scaldarmi di quei miracoli che inaspettati si accendevano così, d’improvviso, quando in un’alba qualsiasi, una delle “mie” coppie, sfinita dalla quiete di una casa troppo grande, e murata nel silenzio viola della notte, mi chiamava, sorpresa, per annunciarmi l’evento. Uno squillo del telefono, un passo, uno solo, e sarebbe arrivato il loro bambino.
    Oggi era accaduto ancora.
    E ancora non mi restava che odorare il profumo della maternità, posare i sensi sull’istantanea di quel mattino, quello dell’incontro tra Sara, Lucio, e il tenero Karel.
    Vivevo di emozioni riflesse. Vivevo dell’amore e del calore di altri amori e di altri calori. Amori universali, eterni. Questi sono gli amori che, codice alla mano, vedevo plasmarsi ora dopo ora tra aridi carteggi. Amori che legano a doppio filo, due cuori e il loro angelo. Amori come quello che sognavo, sera dopo sera, nel mio letto, quando braccia tese al soffitto bianco, abbandonavo lacrime sul collo, e mi aggrappavo al tessuto lucido del buio, incapace di asciugare idee.
    L’amore intenso, pensai, quello che fonde un genitore a suo figlio, in realtà, è tutto nell’equazione di Dirac: (∂ + m) ψ = 0.
    Un’equazione che, fin dai tempi in cui studiavo fisica al liceo, mi aveva affascinato. Ricordo perfettamente il pomeriggio in cui ne lessi per la prima volta il principio, scritto su un libro rigido, dalla copertina verde. Restai per non so quanti minuti, con le mani nascoste nelle vene, a fissare quelle parole. Consonanti e vocali si rincorrevano, fino a formare una frase che per me, gambe incrociate sul letto, segnò una rivoluzione.
    Secondo la formula, “se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema”. Così, quello “che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”.
    Magia. E allora, se la fisica non mente, potevo immaginare i miei clienti e il loro piccolo, come un unico ed inseparabile sistema: il sole. E io? Io, distante e distinta, appartenevo ad un altro sistema: la luna. Ecco, probabilmente non ci saremmo più rivisti dopo quel giorno in cui i servizi sociali programmarono l’incontro, ma ero certa che quell’incrocio di sguardi e aliti, quei tre corpi confusi in un abbraccio d’anima, quella foto scattata dalla mia mente, avrebbero continuato “ad influenzare” i miei giorni “anche se distanti chilometri o anni luce”.
    In quel frammento di luce, io ero loro. Ero madre fra le braccia dell’amore. Io ero amore. Dirac mi aveva insegnato l’amore, e le mie dita che si muovevano sul giorno, mi chiedevano di solcare un’altra via, mi chiedevano di vivere.
    Ci provai. Spensi l’obiettivo su quella scena, e decisi di tornare a studio. Di pratiche, ne avevo diverse da esaminare. Le ore chiusa in quella stanza, mi avrebbero intorpidita, probabilmente nauseata. Ma annegare tra quei documenti, sarebbe stato un balsamo prezioso, un nettare spalmato sulla schiena dei miei domani, a nutrire ferite di pensieri screpolati dalle mie lente assenze. Assenze che si diluivano nei sogni, e che mi osservavano vivere, anche quando mi allontanavo da me stessa. Ritrovarmi, in fondo, non era più essenziale.
    Il mio percorso era già stato tracciato, segnato, deciso. Ma da chi? Forse, da chi non aveva compreso di quanto amore fossi capace, lasciando scivolar via la mia innocenza, come sabbia stretta tra mani che non conoscono rispetto. O forse, da chi non comprende il valore di un vita pronta a donarsi, ed a donare il futuro, senza contropartita, senza riserve. Mille interrogativi senza risposta, e mille attimi rubati a chi mi avrebbe amato. Forse, ma avevo troppi adempimenti da sbrigare.
    Presi l’auto e mi avviai in centro. Avrei posteggiato qualche isolato prima della mia palazzina. Adoravo camminare. I miei passi, calcati con ansia sui ciottoli medievali della città, quasi a soffocare inquietudini, sanno parlarmi di polvere e di cemento, di malinconie, di profumi, di attese, di percorsi senza meta e di finte partenze. Di quelle partenze che sanno nascondere arrivi. Come oggi. Come ogni giorno. Come quando parto, quando vado via, quando mi allontano da me stessa, lasciando i miei sogni ben custoditi nelle abitudini, tra una pausa caffè e un adagio di Albinoni.
    Ma quel giorno non era un giorno qualsiasi. No. La mia partenza,
    inconsapevolmente, portava in grembo il mio ritorno. Mi allontanavo dalla me più stanca, e mi avvicinavo alla me più vera, a quella donna forte e consapevole che, seduta su una foglia, non attendeva altro che il mio arrivo.
    Fu allora che compresi. Tutto ha un senso. Ogni nostro battito conosce la sua dimensione. Ogni movimento del corpo conosce la sua meta. Basta chiudere gli occhi ed ascoltarli. Basta credere che tutto sia possibile, e tutto lo sarà. Tutto lo è.
    “Eccoti qui piccolina! Vieni, fatti stringere dalla mamma”.
    Mi volto un istante, uno solo, e vedo una cucciolina immersa fra i suoi riccioli, precipitarsi fra le mie gambe, e braccarmi con forza. Poi… poi abbasso lentamente lo sguardo, mi stendo su un fianco, e resto incantata a riflettere l’armonia della luce che filtra timida dalle persiane verdi della mia camera. Spengo la luce, mi addormento serena. Fra i colori del sonno, focalizzo ogni particolare di quella scena, la scena che sembra quella di sempre. Una madre ed un figlio, incastrati in un solo sospiro. Ma qualcosa mi sfugge.
    Un tuono mi sveglia, respiro, sorrido.
    Avevo ragione, tutto è possibile. Tutto lo è.
    È già quasi un anno che non fuggo da me.
    E’ già quasi un anno che qui ci sei tu. Tu che adagi soave la mano sul mio ventre, posandoti sull’attesa della nostra luna.
    La scena, la stessa? No, non lo è.
    È alchimia di un impasto, di amore e infinito, e noi, attori nel frame di una vita che pulsa e chiede respiro.
    Due professioni, da oggi, le mie. Di avvocato che plasma e che crea genitori, di madre e di donna che si dona a suo figlio, ed al
    suo papà.

     
  • 18 giugno 2014 alle ore 10:55
    L'incrocio del tempo

    Come comincia: «Notte amore, ti bacio e ti stringo forte».

    «Si amore, lo sento. Ti sento. A domattina».

    Guardo per qualche istante il tasto rosso del mio cellulare, ma non lo spengo. Resto così, immobile, con gli occhi incollati allo schermo, in attesa. Ma di cosa? Forse di un semplice «ti amo» incastrato in un messaggio. O forse, spero che la luce del display lampeggi un’ultima volta, per fondermi ancora, e ancora, nella sua voce.

    Questione di attimi, interminabili come stagioni, mi giro nel letto, rifletto, e finalmente digito quel pulsante. È bastato un click, un solo un click, per chiudere il sipario sul giorno, sulle mie sciocche fantasie, e su quel gelo che a volte mi scorre nelle vene. Affido al cuscino il mio collo teso, affondo le braccia nel vuoto, per far scivolare via nel buio ogni incertezza, e serro le palpebre al mondo.

    «Sarà una notte di velluto» sussurro fra me e me «e sarà come averti qui, in questa parentesi di ore che divide i sogni dalla realtà». Mi addormento, accartocciata nel mio piumone beige, mani incastrate nei pensieri.

    Il tempo scorre, un riflesso d’ambra filtra tra le persiane, e si posa sulle mie guance. Stendo le gambe al mattino, sbadiglio nel mio solito modo strano… un suono più felino che umano, un po’ come la mia espressione assonnata.

    «Amore, ma già sei sveglia? Quel tuo dolce miagolio lo riconosco, lo sai. Aspettami, però, non alzarti. Possiamo fare colazione con calma, oggi ci siamo regalati una giornata tutta per noi, ricordi? ».

    Ad essere sincera, non ricordo nulla. Ma non importa, questa giornata già la adoro.

    «Eccomi! Tutto pronto. Caffè caldo e brioche, o, se preferisci, un bel cappuccino chiaro, proprio come piace a te. Che ne dici? Me la cavo come cameriere?»

    «Che sciocco che sei… se te la cavi? Ma scherzi? Sei uno spettacolo. Sei il mio spettacolo! Mi chiedo come abbia fatto finora a svegliarmi senza di te. Recuperiamo, dai, vieni qui e stringimi forte, poi mangiamo».

    Ecco. Se potessi fermare la giostra della mia vita, lo farei ora. Ora che ho tutto.

    Ora che lui, l’uomo che amo, è con me, nella mia camera, a proteggermi da questo soffitto di cielo che per troppi anni ho odiato con tutta me stessa.

    L’ho odiato nelle mie notti sole, assassine delle favole che mi raccontavo per colorarmi le lacrime. L’ho odiato quando nelle ore insonni tendevo le braccia ai suoi chiodi, che senza esitazione si divertivano a trafiggere ogni fantasia. L’ho odiato quando ero sempre io a darmi il buongiorno, a coccolarmi con una tisana calda, a raccontarmi una storia, ad amarmi.

    Ma la vita è strana, ti sorprende quando meno te lo aspetti, e ti ritrovi così, come in film, a osservarti finalmente sorridere. Quel mio attendere ed attendere, che qualcosa mutasse, non mi consuma più. Ora, questo soffitto, lo stesso soffitto bianco di sempre, non può trafiggermi con i suoi chiodi, e regala al mio sguardo una miriade di riflessi. Nel soffitto mi nutro del viola, dell’indaco, del rosa e del verde, dipinti sui miei sogni realizzati.

    E poi? E poi ci siamo noi, io e lui, per prima volta insieme, con le ossa intrecciate, distesi ad osservarlo.

    «Ma non hai fame? Guarda che il cornetto si raffredda».

    Si amore, si che ho fame, vorrei dirgli, ma ho fame di vita, di ore, delle ore che ci aspettano.

    Una lacrima si posa sulle mie labbra, mordo l’impasto caldo del croissant, con il suo ripieno caldo di miele d’acacia, fermo la corsa di quel cristallo di pianto salato, e sorseggio il caffè denso, lasciandomi tatuare la gola da quel mescolio di gusti che è l’amore. Sono felice.

    «Che ne dici di iniziare con una passeggiata soli io o te? » mi sussurra piano all’orecchio.

    «Sono mesi che me lo chiedi, e te lo avevo anche promesso, ma non riesco mai ad organizzarmi con il lavoro, e finisco sempre per rimandare. Se sono ancora in tempo, e se ti va…».

    «Effettivamente, avevo perso le speranze, però… se sarai così bravo da farti perdonare, potrei anche accettare”. «Sarà indimenticabile, tesoro, vedrai. Fidati».

    «Mi sono sempre fidata di te, lo sai. Corro a vestirmi, sarò velocissima».

    È vero, di lui mi ero sempre fidata. Ricordo benissimo il giorno in cui uno strano gioco del destino ci fece incontrare. Era inverno, la temperatura gelida mi costringeva a girare per la mia città sequestrata in un caldissimo cappotto rosso, che si intonava perfettamente con il mio naso e le mie guance che puntualmente si tingono d’aurora, ad ogni precipitare della colonnina di mercurio. Credo sia uno dei miei peggior difetti, che quel sedici gennaio, però, segnò la mia vita. Posteggiai l’auto nei pressi della clinica dove era ricoverata una mia amica. Aveva appena partorito e non vedevo l’ora di correre da lei, per abbracciarla e scaldarmi dell’amore che solo la nascita di una mamma sa regalare. Entrai, chiesi di lei, salii al terzo piano, ed era lì.

    Erano li, una madre ed un figlio, pelle a pelle, odore ad odore, disegnati da un pennello d’autore, su una tela d’eterno. Respirai magia. La magia di un miracolo.

    Restai ad osservarli non so davvero per quanto tempo prima di entrare, quando una vocina dolcissima mi catapultò fuori da quella bolla di pensieri e riflessioni in cui stavo nuotando.

    «Perché hai le guance rosse come noi bambini? ».

    Mi voltai, e vidi una piccolina vestita di verde che mi guardava innocente.

    «Perché anche noi grandi siamo un po’ bambini, e crediamo anche nelle favole sai? Vedi, per esempio, quella donna con il suo bebè? Si chiama favola della vita, ed esiste, giuro!».

    La bimba mi sorrise, tenera. Io le sorrisi, e vidi un uomo che la teneva per mano. Era suo padre.

    Lo riconobbi subito. Era il lui delle attese, il lui che già viveva in me.

    Si, perché mi piace pensare che nel nostro cuore esistano più stanze.

    Stanze che arrediamo con le persone che ci sono vicine, con le delusioni, le speranze, le aspettative e gli amori interrotti. Stanze intrise di sapori, ricordi, briciole di esistenza sparse sul pavimento, confuse tra petali di sole, e gelide nevi.

    Stanze impolverate. Tutte, tranne una, quella che le persiane del tempo proteggono da luci invadenti.

    E in quella stanza esiste da sempre un’unica persona, che sa comprenderci, leggerci nei silenzi, amarci per quello che siamo, per gli errori, per le debolezze. Quella cui non dobbiamo spiegazioni, quella che conosce e riconosce la nostra essenza più pura, perché vive della nostra stessa essenza.

    Ecco. Quella stanza, ora, non era più vuota.

    L’abitava la luna, riflessa sul soffitto, a sorridermi, ed il suo corpo, steso di fianco, ad amarmi.

    «Sono pronta. Andiamo!»

    Scendiamo le scale di casa senza sfiorarci. Alle nostre anime non importa, loro sono legate, incastrate. Le mie guance arrossiscono, ancora una volta, come allora, come nel giorno in cui le solitarie attese terminarono l’una nell’altra. La giornata non promette bene, forse pioverà, ma ho il suo tempo, ed è il regalo più bello che potesse donarmi. Il tempo è qualcosa di indelebile, di unico, perché gli attimi non tornano indietro, e non puoi barattarli con altri respiri. E lui, quel giorno, di tempo me ne avrebbe dedicato tanto. Ore e ore insieme, ore ed ore di noi. Mi aveva promesso una sorpresa indimenticabile.

    Bè, ci era riuscito. Qualche chilometro e la sua macchina si ferma.«Giunti a destinazione», esclama guardandomi, senza parlare.

    «Ma dove siamo? Non capisco».

    Scendiamo e la sua mano si poggia sulla mia spalla. Amo quel gesto, mi veste di sogni.

    «Ci siamo quasi, ora capirai».Qualche passo ancora, e la via selciata ci mostra una porta. Una porta di quelle antiche, di un rosso antico, di un legno antico e solido. La sua mano la apre, i battiti accelerano, davanti a me… un piccolo salone dove ora si aggirano due corpi muti.

    «E’ la nostra casa, piccola ma nostra. Non dici nulla?».

    No che non dico nulla.

    Un giorno tutto per noi, e poi… e poi un posto tutto nostro. Non posso crederci. Non me ne aveva mai parlato.

    E ora? Ora siamo qui, e nel mio stomaco, danzano vortici di sensazioni. Le mie mani tremano. Sono felice.

    Sono di nuovo felice, come quando stamane, svegliandomi, l’ho sentito gironzolare in cucina. O forse lo sono ancora di più. Si, credo di si. È la seconda volta che in un solo giorno sento la mia anima vibrare tanto intensamente. Vibrazioni che colano lente, percorrono ogni pensiero, e si posano leggere a terra.

    Sono viva.

    Non parlo, abbasso le ciglia, cerco la sua mano.

    «Stringimi forte».

    Due parole in un abbraccio di anime che fonde e confonde i nostri corpi, scivolati l’uno nell’altro, ormai indefiniti, come lacci nel cielo, come sogni nel vento. Mi perdo. Ci perdiamo così, per ore. Ore ed ore trascorse a sfiorarci, a respirarci, a pettinare gocce di umori, che si ricamano in noi, attimo dopo attimo. Ore di silenzi, di aliti ansiosi, di schiene inarcate su un domani che ci chiedeva di esistere. Ore tatuate tra le nostre dita tese e i fianchi curvi dell’amore, che si presenta a noi come non aveva mai osato fare. Un amore che portavamo dentro, muto e fermo, in attesa, anche lui come noi, di essere scovato, riflesso nel tempo. Ore che scioglievano la mia brina nel sangue, lasciando germogliare i semi del poi.

    Ore d’amore e di verità che addormentarono sensi e membra, raggomitolati e indifesi, come angeli stanchi per le eterne attese, sul parquet di quella stanza solo nostra.

    «Amore», sussurro al lento ritmo delle prime ore dell’alba che bussano timide sul viso, leggere come piume di luce.

    Cerco il suo respiro, non l’ho mai sentito accanto al mio risveglio. Voglio bere ogni istante di questo primo giorno nella nostra casa.

    Ma un brivido mi scorre sulle gambe gelide. Attorno a me solo silenzio.

    «Amore, ci sei?».

    Lui non c’è. La nostra casa non c’è.

    Sono sola. Sola come sempre, nel mio letto di sempre.

    Ma allora? La nostra giornata? La nostra stanza? E noi? Noi dove siamo?

    Mille domande si rincorrono, mi muovo tra coperte di lame affilate, che lacerano i sensi.

    Un suono metallico, come vetro su fuoco, mi strappa da quel reale, solo immaginato. È il cellulare che suona. Un messaggio, il suo.

    «Buongiorno amore, hai fatto dei bei sogni? Ti bacio».

    Scrivo di getto un «Si amore, ho sognato di noi, del nostro futuro, che non arriverà mai”, ma non lo invio, non ne ho il coraggio, e partorisco un semplice «Tutto bene, amore. Buon lavoro”.

    Resto immobile, ancora una volta con gli occhi incollati allo schermo, in attesa. Nella stessa identica attesa di ieri sera. Era solo un sogno, uno stupido sogno. Ed io, la solita bambina che crede ancora nelle favole.

    Meglio alzarsi.

    «Dimenticavo, oggi niente lavoro. Sarà una giornata speciale. Solo noi due, e una sorpresa che non immagineresti mai. Passo a prenderti fra un’ora».

    Un’emozione esplode densa. Quella sorpresa, io, la conoscevo fin troppo bene. Stavo per vivere il mio sogno. Questa, era la mia realtà, ed il nostro futuro.

    Sorrido, e metto nel borsone un plaid… ci avrebbe riscaldati, distesi sul parquet della nostra casa.

     
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