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Racconti di Tommaso Valente

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  • 05 novembre 2013 alle ore 17:08
    Rosa dopo l'amore

    Come comincia: Marco ha un odore acre appena fatto l'amore, acido. Non mi piace. Persino il suo
    seme ha un sapore più buono del suo odore. Peccato perché mi piace stare accucciata
    all'uomo dopo aver fatto sesso. Mi fa stare serena, mi fa sentire protetta e partecipe. È
    solo che spesso non ci riesco. Marco sa di buono prima e durante ma quando cala
    l'eccitazione e si addormenta secerne qualcosa che mi respinge. Sembra quasi una
    reazione inconscia, animale. Forse un retaggio genetico, preistorico, qualcosa che teneva
    lontano le bestie feroci quando le difese personali erano abbassate dal torpore profondo in
    cui sprofondi dopo l'accoppiamento.
    Ma guarda un po' che cosa mi deve venire in mente. Che cazzate! Ne faccio un sacco di
    questi pensieri, poi me li tengo quasi sempre per me. Forse se li raccontassi
    smetterebbero di dire che sono una ragazza troppo convenzionale. Poi con questa storia
    della “ragazza”. Ho più di trent'anni, ma quante ne devo passare ancora prima che
    comincino a chiamarmi donna? Per la natura sei donna a 13 anni. A me è successo
    addirittura prima: sono diventata donna quando mi hanno rotta dentro per la prima volta.
    Molti pensano che quando una cosa si rompe è meglio buttarla e ricomprarne una
    nuova. Nessuno ha più voglia di aggiustare nulla, nessuno è più capace di aggiustare
    nulla: persino le relazioni. Il consumismo delle relazioni.
    Se l'avessi pensata così avrei dovuto suicidarmi dopo quella cosa, buttarmi via. Si dice
    che il grosso delle violenze sulle donne avvengono in famiglia e non vengono denunciate.
    Sono stata convenzionale anche in questo. Solo che a me la nonna mi ha insegnato ad
    aggiustare tutto. Gli oggetti di casa, gli utensili, i vestiti, le persone che mi stanno vicino.
    La nonna mi ha insegnato ad assaporare il dolore e a sorridere per superarlo. Ce l'aveva
    dentro il dolore la nonna, quel dolore ancestrale da contadina del sud. Era tutto nel suo
    sorriso. La mamma dice che ho il sorriso di nonna. So che non le piace.
    Sarà per questo sorriso che faccio così tanta rabbia a tutti. Come al professore di
    calcolo quando mi ha rimandata. Io continuavo a sorridere anche dopo aver visto i quadri
    e lui mi ha presa a schiaffi, lì, davanti a tutti. Ed io ho sorriso. E lui ha pensato che ero
    scema. Luisa diceva che mi aveva rimandato perché era geloso ed io gli piacevo. E allora
    perché mi doveva dare gli schiaffi? Le carezze mi doveva fare!
    E così è stato sempre. Anche ieri, quando mi hanno licenziata. I colleghi non hanno detto
    niente ma io lo capivo, lo sentivo che gli facevo pena. Attraversavo l'openspace sorridendo
    e lo capivo dal loro odore e da quel silenzio irreale che pensavano che ero stupida perché
    mi avevano licenziata e sorridevo!
    Mi ha licenziata una donna: qualche anno, qualche parallelo di latitudine e tanta
    emancipazione in più di me. Tailleur di ghiaccio, occhi come fessure, laurea, master e
    anni spesi a pensare come un uomo per farsi una posizione.
    Mi ha detto: stiamo facendo un po' di pulizia, sai c'è crisi. Poi vi conosco a voi donne del
    sud. A trent'anni pretendete il contratto e vi fate mettere incinte per non lavorare e
    prendervi i soldi. Si teneva il seno con il palmo della mano. Poverina, chissà quanto ha
    sofferto nella vita.
    Certo su una cosa aveva ragione: aspetto un bambino. Solo che non avevo nessuna
    intenzione di fregarla, è capitato! Gli esseri umani procreano. È la natura, mica no! D'altra
    parte mia nonna la vagina la chiamava proprio “la Natura”.
    Ho più di trent'anni, sono incinta e mi hanno licenziata: un archetipo della
    contemporaneità. Sempre più convenzionale!
    A Marco non ho detto nessuna delle due cose. Non credo che gliele dirò. Non ho
    intenzione di creargli casini con la famiglia e in fondo cosa importa. Potrebbe anche non
    essere il suo e comunque, non sarebbe un buon padre. Se fosse di Luca, lui sarebbe un
    buon padre ma non puoi incasinare un buon amico per quell'unica volta che vi siete leccati
    le ferite dopo una serata troppo intima per essere vera.
    Me ne torno al paese e mi trovo un lavoro, uno vero, di quelli che quando torni la
    sera sei stanca sul serio e vuoi solo stare con tuo figlio e dormire. Me ne diranno di tutti i
    colori e nessun uomo si avvicinerà più a me. Sono una donnaccia che ha fatto un figlio
    con un forestiero e in fondo mi sta bene così. Per una volta tanto non sarò convenzionale.
    E poi non sarò sola, non sono sola: non più! Almeno per un po'...

  • 01 febbraio 2011 alle ore 15:48
    Ritratto del barista da giovane

    Come comincia:  Saranno passati più di 15 anni. Ultimamente ho pensato spesso a quei giorni, a come sarebbe stata la mia vita se, proprio in quel tempo, non avessi sviluppato una sensibilità diversa, un punto di vista che per me era tutto da scoprire e che continua ad accompagnarmi tuttora. Sempre combattuto, anche allora, tra la mia (natura) creatività e la mia (coscienza razionale) praticità, scrivevo, leggevo e in estate, come si conviene all'educazione dell'artista da giovane, lavoravo ad un bar di spiaggia (molto caffè e cappuccino molto poco cocktail di Tom Cruise). Non fu il lavoro che mi formò, come disciplina che ti fa capire quanta fatica ci vuole a guadagnare del denaro -in quanto continuavo a vedere come per i proprietari non valesse il rapporto sforzo guadagno- ma la letteratura!
    Il piattino delle mance languiva -come si conviene ad un bar di spiaggia dove i clienti già pagano una cospicua somma per avere il privilegio dell'ombrellone, sdraio e lettino- e la paga era bassa. Fu così che, per stimolare un po' il cliente a lasciarmi qualche centinaio di lire, la buttai in simpatia e misi sul piattino delle mance, con scherno e disappunto dei proprietari, un fogliettino con scritto: "Grazie, mi ci compro lo yacht!"
    Fu subito amore, le persone si fermavano, ridevano, scambiavano qualche chiacchiera e poi lasciavano 100, 200, qualcuno persino 500 lire. Wow!
    Ma la cosa scemò subito. Un bar di uno stabilimento balneare è un po' come un acquario: non c'è molto ricambio. La scritta entrò nella routine e piano piano le mance cominciarono a calare…
    Fu Oscar Wilde a venirmi in soccorso. Stavo leggendo un libro di quelli 100 pagine 1000 lire, ve li ricordate? Sono stati l'ossatura della mia formazione. E mi imbattei nella frase: “le nuove generazioni non hanno alcun rispetto per i capelli tinti”. Geniale, pensai! Senza pensarci presi un foglietto, ci scrissi la frase e la attaccai sul piattino che languiva lì, ad un lato del bancone. Il proprietario mi vide e, un po' diffidente, si avvicinò. Lesse la frase e lo scetticismo sul suo viso divenne quasi livore: ma sei pazzo? Lo stabilimento aveva in prevalenza una clientela non più giovane e non erano certo in pochi ad avere i capelli tinti. Cominciò un buffo tira e molla tra me e lui sul piattino delle mance quando entrò il signor Scognamiglio.
    Per chi non lo sapesse, Scognamiglio era un pennellone sui 50, con i capelli sottili sottili e palesemente tinti. Di quella tinta scadente che col sudore, in estate, ti cola su tutto il viso e ti macchia la cute.
    Il cliente ci sorprese nel pieno di questo contenzioso mentre si avvicinava al bancone per ordinare il caffé…
    Incuriosito dal nostro strano balletto si avvicinò al piattino, lo fermò con le dita, lesse la frase… e scoppiò in una fragorosa risata!!! Bingo! Prese un caffè, che all'epoca costava 1.000 Lire e poi adagiò ben 5.000 Lire tra le mance. Era la prima volta in assoluto che la mancia superava la consumazione, e non dovevo neanche pagare la Siae ad Oscar Wilde :) erano tutte mie.
    Certo non furono tutti così generosi ma il piattino con gli aforismi fu una vera svolta. Cambiavo frase ogni giorno, a volte anche due volte al giorno tra il caffè della mattina e quello de l dopopranzo, e i proprietari cambiarono completamente atteggiamento, mi esortavano addirittura a cambiare frase il più spesso possibile e a non lasciare mai il piattino senza. Il perché era sotto gli occhi di tutti: le persone erano addirittura invogliate ad andare al bar per leggere le mie frasi, molti si dicevano: “chissà che frase c'è oggi al bar” e la stessa era sempre argomento di conversazione durante il tempo della consumazione.
    Avevo colorato le giornate dei clienti, dato una funzione sociale al bar, fino ad allora semplice e grigia appendice dello stabilimento ma soprattutto avevo dato un senso al mio piattino delle mance fino ad allora povero e quasi inutile orpello del bancone. Col tempo presi coraggio e cominciai a "postare" (si può usare questo termine anche se allora ancora non esisteva?) anche frasi prese dalle mie poesie dei i mie racconti. I clienti erano ancora più contenti e sentii che molti di loro lasciavano la mancia per incoraggiarmi, perché mi ritenevano in gamba. Quanto è meritocratico il pubblico: molto più di ogni altro giudice. Fu un'estate bellissima, a ferragosto per la prima volta nella storia dello stabilimento, i clienti lasciarono una mancia speciale per me, così come si era soliti fare con i bagnini, e gli aforismi sul piattino furono una costante di tutti  5 anni di permanenza al bar.
    Fu la prima volta che mangiai con la cultura e posso dire, con fierezza, che da allora non ho più smesso. Certo alle volte il pasto è stato frugale, altre ricco e sostanzioso, altre ancora sono andato a letto digiuno, ma sono ancora qui a fare il mio sporco lavoro e tutto cominciò grazie ad un piattino delle mance e a qualche aforisma :)