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in archivio dal 09 ott 2006

Monica Osnato

05 marzo 1963, Palermo
Segni particolari: Innamorata. Del tutto, del mare, del vento, degli uomini, dei bambini, ecc...
Mi descrivo così: Pittrice e poeta.. Ho pubblicato sette raccolte di poesie, alcune delle quali tradotte in altre lingue.
Mi trovi anche su:

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  • 29 gennaio 2015 alle ore 20:26
    Devozione

    Ci basti la carezza del fiume
    che ci ha sfiorato e la luce
    del cielo che partorì
    la nostra perfezione,
    se ora sono inseguita da un'ombra
    le sono devota.

     
  • 29 gennaio 2015 alle ore 20:25
    Messaggi dal centro

    Ricordo
    il messaggero azzurro 
    della neve
    e la sua emanazione intorno
    alla tristezza e al giorno,
    lo spazio fuori dal tempo 
    abbracciare rotondo
    e so che non si torna
    dalla dimora
    al centro del fiume.

     
  • 29 gennaio 2015 alle ore 20:23
    Risvegli

    Questo mondo sopraelevato del giorno
    stracciato dal bianco
    questo vortice apparso del gelo e
    il suo ponte che strappa dal buio,
    il risveglio
    tra le rovine immacolate e ferme.
    La gravità di piombo
    sotto la ruota delle costellazioni.
    Astraiti. Metti una zona di luce,
    un rosso che
    spezzi le colonne del tempo,
    un soffio temporaneo di creazione
    che porti allo scoperto anche le vene.
    Angoli, croci di mercurio lucente
    e forse un volto umano ma
    solo accennato.
    Filamenti e lune e cavità.
    Questo ardore terrestre e la sua spada coraggiosa
    che scocca atomi e si riversa tra le ciglia
    al risveglio.

     
  • 07 ottobre 2014 alle ore 13:39
    Similitudini

    Ma tu dov'eri quando
    la città con i suoi muri di sale
    scendeva giù
    lungo la sera azzurra e 
    l'aria si apriva nella
    solitudine del porto,
    io non ti conoscevo o meglio
    non avevo incontrato 
    l'ora che sosta rovesciata intorno
    alle ciglia, ai natanti delle mani,
    alle partenze.
    Una memoria bianca
    ingravida le notti e le sospende
    in una bolla, il sentiero astrale
    si apre verso un bordo
    distante e qui, il rullio si ferma,
    vastità marine s'intravedono
    dietro la tua ombra.
    Anche se
    non mi avrai mai
    ti regalerò l'ultimo barlume
    della mia entità notturna,
    la ribellione ordinata nella
    composizione solenne del sonno,
    quello che non si rivela se non
    senza coscienza, il riflesso
    intatto del protendersi
    verso la similitudine 
    senza sapere d'altro.

     
  • 26 settembre 2014 alle ore 10:36
    Il volo dei corvi

    Sera precoce
    non è la tua oscura voce
    che mi martella il petto
    né la paura del fossato,
    ma l'assenza
    del volo dei corvi
    sui tetti del mio breve passato.

     
  • 26 settembre 2014 alle ore 10:35
    Contro l'azzurro

    Tornerò a casa forse
    e intanto
    avrò saputo molte cose
    da sola
    contro l'azzurro,
    nelle tracce tra le spighe
    e negli uliveti,
    asservita al succo
    dei frutti della vita,
    poliglotta senza parole,
    temporanea straniera.

     
  • 26 settembre 2014 alle ore 10:32
    La cravatta rossa

    L'allegrezza che
    ti cinge il collo
    è una cravatta rossa 
    dal bianco occhio,
    le tue mani
    velivoli disciolti
    sulla mia schiena e sulle valli,
    una nebbia azzurrina scende
    nei crateri, nei laghi d'acqua,
    nel riccio dei capelli
    e sei il vento che si posa ed io
    l'ariosa sposa.

     
  • 16 agosto 2014 alle ore 11:07
    Policroma estate suonatrice

    L'estate è colma e suona
    strumenti sconosciuti
    di pietra e di conchiglia,
    l'appartenenza al vento
    invoca il mare tra le rovine
    di una terra brulla.
    Ristorami nel tuo silenzio
    Selinunte, sorella,
    laccio che leghi, stringi,
    attorcigliami al girasole
    sii generoso di ferite
    e di campane.
    Segesta, pietra che tace,
    silvestre divenire, amore
    caduto in un canestro,
    luna.
    Che questi sassi in tasca
    siano presto lucertole
    salamandre e vespe
    nate dalla mia rinuncia gravida di soli.
    Sono la barca che sbatte sullo scoglio,
    sono terra di porto,
    relitto intatto, schiuma.
    Estate, policroma morte suonatrice
    che ti amo, cantandoti dichiaro
    sconfitte le distanze e vivo il grano.

     
  • 25 luglio 2014 alle ore 11:03
    Oltre le frontiere

    Ora intendo solo il varco
    oltre le frontiere
    e non 
    la misura dell'orologio,
    è la voce roca che 
    scuce dal tempo l'ascesa
    verso i tuoi alberi dall'altezza infinita.
    Dalla colonna -vertebrale
    si moltiplica la scala che si estende
    verso tutti i tuoi nomi.
    La morte è
    disperatamente sfinita
    dalle rinascite continue
    avverate dalla linfa dell'abbraccio.
    La nostra terra ora
    è seminata dal vento senza tempo,
    condotta al mondo
    dalle acque che inondano,
    entrambi siamo condannati
    a questi continenti 
    oltre le frontiere.

     
  • 16 luglio 2014 alle ore 15:52
    Madrelingua

    Guarda tra
    questi due mondi,
    il principio naturale che
    si fonde,
    intanto
    il peso delle ossa 
    ha un significato 
    terrestre, solo uno strascico
    del viaggiatore.
    Vertiginoso e 
    lucidissimo
    il filo appare, guarda
    il sistema dell'alfabeto,
    alchimia oceanica
    parola per parola, cerchio
    leggero e trasparente
    intorno al dolore.
    La madrelingua impura,
    sostanza immanente e felina.

     
  • 16 luglio 2014 alle ore 15:50
    La Palestina è la terra dei poeti

    La porta del mattino apre
    il suo appuntamento alla vita
    nonostante la morte e l'agonia,
    nonostante i bambini lascino il seno
    delle loro madri prima di averlo succhiato
    con un un giglio rosso tra le labbra
    e un sogno bianco negli occhi.
    Resistete amanti,
    cantate la vostra canzone,
    madri, siate le madri di ogni uomo e donna
    del popolo invisibile,
    dei limoni e degli olivi, 
    delle tenebre e del giorno.
    Sediamo con voi sulle stuoie,
    vestiamo di scarlatto,
    in cielo vediamo le isole delle nuvole
    formare una Palestina.
    La Palestina è la terra dei poeti.

     
  • 16 luglio 2014 alle ore 15:49
    Quiete

    Il tuo respiro 
    artefice della notte, 
    acqua oltre i margini, 
    quiete oscura. 
    -Sono nella tua bocca 
    dilagando anch'io, 
    attingendo al sonno 
    dopo l‘amore. 

     
  • 06 maggio 2014 alle ore 12:48
    Cocktail del mattino

    Cocktail del mattino
    questo accadimento
    di terra ed acqua
    congiunto al respiro,
    questo stupore
    popolato da versi umani.
    La luce incerta incede
    verso la forma
    ed asseconda il cerchio
    del cielo definito dalle finestre,
    -mostrami il mondo capovolto
    dove non è d'obbligo il vestito,
    mostrami la virtù del tempo sospeso,
    l'indicibile che schiocca tra le labbra,
    mostrami l'entità che emerge 
    tra le cose inscritte 
    negli altri cieli-
    Mostrami il verso acuto
    che si scrive nel vento
    e che avviene dalle lontananze
    e nel lontano torna.

     
  • 06 maggio 2014 alle ore 12:46
    Nulla di male

    Ho lasciato un'impronta sul fiume, 
    -il fiume ha lasciato un segno su di me-. 
    Come potrei? Lasciare i girasoli! 
    Ho metà cuore in una tempesta, 
    - metà del mio cuore - .
    Le ore siderali sono giù, 
    lungo le rive illuminate, 
    metà del mio cuore è vivo.
    A chi rivolgersi?
    Lasciare un intero battaglione di girasoli
    lungo il fiume, per metà cuore.
    Non c'è nulla di male ma
    non vorrei morir(n)e.

     
  • 06 maggio 2014 alle ore 12:44
    Vento notturno

    Noi sappiamo
    assecondare il vento,
    l'acme della sua opera imprescindibile
    dalla notte che coagula,
    con tutto ciò che vive nei respiri
    abbiamo un ritrovo segreto.
    Di questa emersa verità
    contiamo le ombre,
    la materia specifica del buio
    dissipa l'immagine del mondo
    e ruba le parole
    di dio.
    Ciò che esiste veramente
    è il circolo dei corpi
    che riconoscono le curve e gli anfratti
    come unica dimora,
    affacciati alle vertigini del sonno.

     
  • 11 aprile 2014 alle ore 18:16
    L'ipotesi del tempo

    Ho un'aorta, credo,
    che persiste nel flusso
    verso e oltre
    il confine del cuore.
    Qualcosa mi duole.
    Nettuno anche oscilla,
    lo sento nelle orecchie,
    è liquida la terra
    e tutto ha una misura
    stretta, inalterata.
    L'ipotesi del tempo,
    il suo contrario,
    l'acqua dei giorni
    come uno specchio opaco.

     
  • 03 aprile 2014 alle ore 19:14
    Un' evasione

    Sono appena evasa
    -il tempo s'è fatto vela,
    la rete ha ampi fori-
    qui intorno era
    un'anestesia
    soffusa
    e in bocca, ora
    solo i sospiri hanno un senso
    rotondo e pieno.
    È vero,
    una sostanza inversa mi nasconde
    e della mia odissea mi rende
    quieta,
    la sponda che mi richiama
    non è cosa che 
    il giorno rivela,
    i magnifici lupi della notte
    insieme a me, il tiepido vento terrestre
    doma.
    Qui si ama, 
    è un continente marino e parallelo, 
    -è solo un gioco-
    privo di dolore.

     
  • 17 marzo 2014 alle ore 9:31
    Un'alba rivelata

    Intanto custodisco lo stupore,
    il rivelarsi del cerchio
    puro del corpo
    nell'incastro morbido 
    dove soffia l'amore.
    Un tempo perduto precede 
    questa dissolvenza acquea
    e qui mi chiamo quiete,
    bianca sentenza minerale
    dove si giace tra le radici prossime
    di un respiro comune.
    Tutto è sul punto di partire
    ed il ritorno prende un solo nome
    impronunciabile,
    umano e colmo di una moltitudine
    che tutte le soglie attraversa.
    Esco da me e da te
    con la purezza di una nuova forma,
    echeggia questo noi fatto di un soffio.
    L'anagramma di questi nuovi nomi
    è un'alba che perdura,
    un altrove intrapreso per caso.

     
  • 04 febbraio 2014 alle ore 13:21
    Della Pittura -ed altre sciocchezze-

    Infine mi hai uccisa
    con bianche volte ed altre sciocchezze,
    negli angoli acuti del mio dopoguerra
    metà della luna nera ha bucato la mia aorta.
    Sono morta
    di un rosso acceso nell'oltremare
    per rimediare alla passione,
    troppo ardua.

     
  • 22 gennaio 2014 alle ore 13:23
    Sventura del verso

    Sventura del verso scosceso
    che l'indicibile nel rosso invoca,
    eccomi
    -catena del liquido volo-
    non ho altri amanti
    che queste trasparenze
    dalle mani di fuoco.
    Levitando, soffiando mondi,
    raccolgo il dono.
     

     
  • 07 gennaio 2014 alle ore 11:11
    Passaggi segreti

    La lontananza di questo
    oro del giorno che misura il cielo
    sulle frontiere di marmo
    è diventata viva come
    una montagna invincibile.
    La mia voce ha lavato il confine
    con una seconda lingua
    e dice dell’incolore del tempo
    e delle carcasse dei meli,
    dei mari lasciati nel viaggio
    in un incompiuto di
    passaggi segreti.
    Da ogni fonte scaturisce
    la siccità molteplice delle distanze,
    il giorno passerà con le sue ali di roccia
    e infine il fiume
    parlerà con la mia voce
    tra le sue
    correnti di nostalgie.

     
  • 05 dicembre 2013 alle ore 13:57
    Tutta la notte

    Tutta la notte
    ha pesato il suo piombo
    su questa sola ombra terrestre
    scardinando lentamente
    le passate imprese
    del ritorno dai mari.
    Qualcuno se ne è andato
    in silenzio,
    qui si è riversato il suo compiuto
    galleggiando incolume nel buio.
    Ho sentito respirare
    le bestie notturne
    e il cuore
    ha battuto ancora e forse ha
    davvero pulsato insieme
    al denso plasma oscuro.
    Quando mi parlerai
    mi troverai diversa,
    sopravvissuta al vuoto e plurale ma
    io ti vedrò
    nella tua luce minima
    cercare,
    e i segni a te invisibili rotoleranno
    intorno alla tua armatura,
    emessi dal tuo stesso fiato.
    Ma ti amerò ancora
    e tu non saprai che farne.

     
  • 03 dicembre 2013 alle ore 12:59
    Matematica delle cose

    Fa lo stesso,
    l'occhio dei pesci come
    una barca sul fondo
    affogata dal buio
    dell'acqua del mondo,
    il tuo nome solo scritto
    dalla polvere che ricopre le notti,
    l'ergastolo delle parole
    dove ci corichiamo a turno.
    Fa lo stesso.
    Il mare col cielo,
    ogni cosa che vive lì e qui
    e noi
    che non ci siamo
    in questo prossimo venturo,
    radice quadrata del nulla.

     
  • 10 novembre 2013 alle ore 10:51
    Amen

    Aspettando
    che il tempo si palesi,
    l'abluzione della luce
    investe di stupore,
    il nesso eloquente del caos
    cade dal cielo come
    una divinazione.
    Non mi voglio svegliare.
    Non mi voglio.
    Lascia che io non riaffiori,
    lascia che io non.
    Emetti la scena.
    Mi spoglio delle vertebre,
    mi attengo alla visione.
    Congiungimi alla mia lingua,
    plein air
    oppure
    all'ombelico della terra.
    Amen.

     
  • 04 novembre 2013 alle ore 19:22
    Ti somiglio ancora

    Il per sempre
    che si fa polvere
    sui primi tetti,
    tra le nubi
    che al primo vento si aprono
    quasi come il ritiro del mare
    o quella distanza inesorabile
    dal ricordo del sud.
    Ti somiglio ancora
    molo di pietre,
    mondo d'acqua estinta,
    distesa di sale,
    nodo allo stomaco,
    luce che affoga
    nel tramonto dietro
    il cartello sull'autostrada.

     
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  • 04 dicembre 2006
    Girandola nel vento

    Come comincia: Forse hai perduto la rotta, o forse sei approdata da un miraggio di quelle stelle del deserto, le stesse che porti nello sguardo e nei silenzi.
    (Ricordi? Ti facevano paura. Sciami di stelle cadenti e di luci mai conosciute prima).
    Fiore notturno dai petali profumati, distesa infinita di forme cangianti, e di colori amati.
    Io ti ricordo andare in quei percorsi che si confondono con le dune, e con il colore di un mare tanto freddo da ridere con suoni liberi. Liberi nel vento, i suoni ed i capelli, e poi tornare a sedere ognuno con il marchio della propria solitudine...più breve, espansa, lontana dal caos di una città impazzita.
    Ho amato gli occhi neri di donne lievi ed eteree come uno svolazzo di seta, e di uomini che non potevi guardare (le occhiate devono essere laterali e brevi, mai dirette, ricordalo; e non uscire dalla cucina se viene quel mio amico: é palestinese ma molto praticante...).Ho amato gli occhi di quegli uomini, che potevo appena guardare.
    Che strani suoni. Che tempo fermo quel canto del muezzin alle cinque del mattino.Il canto dei muezzin si alzava nell'aria calda con la  monotonia di un mantra lontano, ed io non avevo più tempo, né consistenza, né ancora,vengo creduta quando racconto ciò che vedevo.
    "Perdilo quel tempo, dimenticalo, presto dimenticherai di essere stata una donna". Stai zitto. Zitto.

    Da qualunque parte io vada, sempre me stessa mi porterò dietro. "Si, ma il vento qui ha carica negativa, rilascia l'elettrone dell'ultima orbita, e tu che sei occidentale non sei abituata, questo vento ti porterà allucinazioni, stanchezza, nervosismo. Angoscia.Non uscire col Khamsin se non hai un foulard su naso e occhi.Metti asciugamano bagnati intorno alle finestre e brucia zollette di zucchero."
    Ma vaffanculo.
    Io non esco con naso e bocca nascosti.
    Si esco,esco nascosta, ma devo uscire.
    Travestita.
     Domata.
    Senza forma.
    Maniche lunghe, capelli tirati. Cammino senza ondeggiare minimamente, sguardo vago, basso.

    Il mio primo attacco di panico mi coglie alla sprovvista.
     Muoio.
    Aiuto.
    Se a Il Cairo non giro con il Toyota, mi sento insicura.
    Se continuo a vivere qui, diventerò gialla come questo khamsin di merda.Mi sgretolerò.Granelli di sabbia.

    Amore mio, girandola nel vento caldo, nei tuoi capelli crespi, quando tornavi da scuola trovavo di tutto, comprese mosche che ancora vive giravano in tondo.
    Quando siamo venute in Italia, eri terrorizzata dalla pioggia....Non la conoscevi.
    Mi dicevi: "guarda che bel verde in questo deserto!" quando ti portavo al parco.

    Odio prendere il taxi. Puzzolente. Detesto che le Belfagor salgano sul taxi dove sono io, perchè non possono parlare con un uomo, e devo parlare io per loro. E farle accompagnare per prime.Tuttavia, le lascio salire.
    Immagino quello che indossano sotto quel nero, le mutandine di pizzo che coprono la loro ferita...
    Sono infibulate. Zac! Volti di bambine terrorizzate, costrette da mani che stuprano la loro vita.Suppurazione. Emorragia. Urla. Buio. Ancora nero. Tutta la vita, nero.
    Jasmine non ricorda più l'italiano.I suoi occhi sono spenti. Ha quattordici anni. Non posso abbracciarla.
    Ve lo racconterò, forse.

    - Ricordi d'Egitto -

     
  • 13 novembre 2006
    La festa di compleanno

    Come comincia: Hobm, l'ultimo della sua gente, stava riposando.
    Qualche ora prima aveva dovuto far fronte ad un serio problema, e quindi aveva esaurito una buona parte delle sue energie. Mentre riposava il suo ottenebramento lo aveva portato in un luogo strano, uno di quei posti che venivano classificati come “ onirismo genetico archetipale”.
    Non era nuovo a questo tipo di esperienza, ed era abbastanza istruito per rendersi conto che si trattava di un “sogno”, rimembranza inevitabile della specie a cui apparteneva. I suoi antenati infatti avevano vissuto su un pianeta, Gaia, che lui non aveva mai visto, essendo nato nello spazio. Sapeva che quando la sua energia era esaurita, l’ottenebramento poteva riportare a galla il suo stato primitivo.
    Nel “sogno”si trovava in una scatola, una specie di cubo nel quale vi erano delle aperture quadrate; da lì poteva vedere un luogo pieno di colori, un “giardino” forse. Sentiva strani rumori, che tuttavia nell’ottenebramento gli erano perfettamente noti. “Uccelli”, pensò. Qualcosa frullò verso di lui, lasciando intorno un odore primitivo. Hobm sorrise nel sogno, poi si alzò una brezza calda e vide “foglie” agitarsi nel vento. Ebbe un attimo d’esitazione. Per un istante perse la consapevolezza del suo ottenebramento, ed ebbe paura. Si riprese subito. Si ricondusse alla guida del suo sogno ed il suo “camminare” divenne consapevole.
    Allora si lasciò andare, ed andò a spasso per un sentiero ricco di creature colorate. “Fiori”, seppe, e ne sentì l’odore. “Acqua” fu la risposta alla sua domanda davanti ad un “ruscello”. Si tranquillizzò e decise di proseguire nella rigenerazione.
    Sapeva che da lì a poco il “sogno” si sarebbe concluso e che presto sarebbe tornato nel “luogo zero”. Condurre una nave nello spazio gli era costato molto. Molto lavoro, molta osservazione, molto apprendere, molto silenzio. Adesso poteva godersi “ l’ottenebramento”.
    Non poteva assolutamente comunicare con i suoi simili, quelli della Colonia, che stava conducendo.
    Conosceva a memoria “Il Piano” e tutti i suoi regolamenti. Se avesse avuto un solo attimo di esitazione, molte vite sarebbero andate in frantumi per sua causa. Molte vite, molti progetti, tutto Il Piano avrebbero collassato.
    Qualche ora prima aveva dovuto risolvere un grosso guaio. L’antimateria stava per esaurirsi, e la scorta non era sufficiente per far fronte agli anni-luce da percorrere prima del rifornimento. Le particelle virtuali incostanti, delle quali il Mega-Motore si nutriva, facendole poi collidere nel suo interno, per qualche motivo erano quasi finite. L’ultima volta era successo molti livelli di energo-consapevolezza prima. Allora aveva dovuto proiettare la legge quattro- nove su tutti gli abitanti della Colonia, i quali non si accorsero minimamente dell’ibernazione temporanea che Hobm attuò, e che consentì poi in via del tutto eccezionale il campo di ricerca totale di antimateria. All’epoca individuò facilmente la zona più ricca di carburante, e senza destabilizzare nessuno, caricò la nave velocemente. Gli abitanti della Colonia, non erano consapevoli di essere parte del Piano e del suo svolgersi.
    Ora il problema fu diverso. In zona galattica non c’era nessuna fonte, e l’unico modo per rifornirsi e proseguire, costò ad Hobm gran parte della sua energia, sacrificata fino al punto di uscire dal punto-zero, mettendo a rischio la propria incolumità. Uscire dal punto-zero infatti significava avvicinarsi di gran rotta ai buchi neri, catturare l’antimateria velocemente, sottoponendosi ad una forza psichica contrastante difficilissima da sostenere ed oltretutto tenendo la Colonia all’oscuro, per evitare il panico che ineluttabilmente si sarebbe trasformato in una forza di risucchio inevitabile. Tutto andò bene, salvo pagare lo scotto della propria decisione.
    Gli Esseri come lui erano stati debitamente modificati, prolungati, accreditati e super-consapevolizzati per questo scopo, ma ciò non escludeva imprevisti di sorta, e questo Hobm lo sapeva bene. Sapeva bene tante cose, ed umilmente proseguiva in piena solitudine.
    Adesso il suo ottenebramento rigenerante si stava concludendo. Ne uscì con un grande sforzo. Guai a non dirigerlo! Avrebbe significato una totale perdita della rotta. Le sue prolunghe si agitarono causando scosse che avrebbero pervaso a lungo lo spazio, portando informazioni alla zona sconosciuta, dove ogni cosa convergeva, creando cause ed effetti permanenti.
    Lentamente si schiarì la visuale con il Mantra di prassi, e quando la hostess addetta al rifocillamento gli portò da bere, immerse la prolunga nel liquido caldo senza che lei si accorgesse di nulla.
    Per un attimo provò la Nostalgia. Si districò a fatica dal suo manto, grazie anche al liquido schiumoso e pluri-assaporabile e ringraziò i cinque occhi dolci della hostess , prima di scuotersi ulteriormente.
    Percepì le risate provenire dalla zona settima della Colonia, e si ricordò della festa di compleanno che stava per iniziare.
    Inserì il pilota automatico e si avviò alla festa dispiegando le prolunghe nella zona sottostante: il terzo livello al centosedicesimo piano.
    Quando fu presente, regalò il suo sogno al festeggiato, proiettandolo con discrezione nella sua mente. La brezza raggiunse tutti i partecipanti, che videro le “foglie” agitarsi nel vento, e l’odore del giardino permase a lungo, fino a che Hobm si riavviò lentamente verso la cabina di comando.
    Lasciò una scia appiccicosa e profumata.
    Sarebbero passati molti secoli, prima che la Colonia potesse rivederlo.

     
  • 18 ottobre 2006
    Bgork

    Come comincia: Faceva un freddo mai conosciuto, ed era troppo leggero. Questo pensava Bgork mentre avanzava nella notte. Era stato avvertito che da quelle parti il freddo era impossibile, ma un essere come lui non aveva la giusta idea della parola "freddo". Si concentrò e capì che per ovviare al gelo doveva emanare calore. "3>nl v!s" ripeteva, e già si sentiva meglio, non poteva però abbassare il livello di concentrazione  che il gelo s'insinuava di nuovo, e in quelle condizioni era difficile avanzare: lo sforzo di rimanere concentrato gli faceva perdere l'orientamento...S'infilò nel cunicolo di destra intuendo la strada, ed era molto stretto. decise per la metamorfosi. Cercò ripetutamente il suo centro; non lo trovò. Freddo. Riprovò con nuova forza. A fatica ricordò il modo, si mantenne saldo e cominciò a liquefarsi lentamente.
    Un rumore assordante e tremò come gelatina; ancora uno sforzo. Sparì in una crepa, ormai liquido, attraversò strati sentendo intorno a sé il respiro delle profondità, insinuandosi tra molecole turbinanti. Vide pulsare la materia, e vibrò nel suono più antico. Ebbe paura, non poteva, non doveva perdersi, non conosceva il modo...Si lasciò andare disperato, convinto della fine, perse il controllo e...capì che quello, quello era il modo: perdersi.
    Fu velocissimo, divenendo via via ciò che attraversava: fu acqua di fiumi sotterranei, fu magma, sale di miniera, fu diamante ed essere strisciante. Ebbe ali di pipistrello e membrane, ebbe occhi gialli e bocca spaventosa, fu enorme e poi minuscolo e andò, a velocità inconcepibile. fu libero di perdersi e di dimenticare il compito che aveva. Smarrì la rotta, schizzò in alto, sempre più in alto e perse il nome, poi perse i ricordi.Fu tra galassie vive ed altre estinte, attraversò azzurri stellari e vide un luogo senza sopra e senza sotto, irto di colonne d'oro puro, dove viveva un fuoco, e un dio potente.
    Si perse ancora e poi brillò, piccolo punto di luce in un vuoto infinito; rimase lì, dimentico di tutto a brillare senza forma e senza tempo. Fu felice, in un suono mai udito.
    Bgork si svegliò dolorante, senza capire cosa fosse accaduto, e come fosse lì. "Albero" pensò, "sono sotto ad un albero, ho un nome, ho ricordo, ed ho il mio compito". Si guardò intorno, vide il tramonto e capì di trovarsi su una scogliera; osservò le onde infrangersi rumorosamente, e sorrise. Pensò di sbrigarsi, sarebbe arrivato il buio. Fece intorno a sè un ampio gesto circolare, formulò lentamente una frase che divenne litanìa e prese il seme lucente, innalzandolo. "Ora" pensò, e scagliò il seme blu che ruotò brillando, e il seme fu risucchiato dalla terra, nell'attimo stesso in cui il sole sparì in mare. Bgork si tuffò tra le onde, e svanì tra la schiuma.

     

     
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