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in archivio dal 22 mag 2012

Annamaria Vezio

03 marzo 1955, Firenze - Italia
Segni particolari: "Attento a ciò che desideri perché lo avrai" (detto berbero)...e che sia buono il tuo pensiero perché egli sarà la tua Manifestazione (detto mio).
Mi descrivo così: Operatrice culturale: Critica letteraria. Responsabile editoriale. Organizzatrice eventi culturali. Formazione Studi Umanistici (ampliati nei rami specifici della Psicologia, dell’Arteterapia, del Benessere Psico/fisico e delle arti Figurative). Promuove " l'Arte per Gioia, Arte per Tutti" .

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  • 01 ottobre alle ore 18:41
    Alle soglie

    Alle soglie del sogno
    perdo l’aggancio
    della bugia d’esistenza
    E sorvolo l’amore
    del suo manto mi cingo
    T’avvolgo nell’aria
    che d’orgasmi profuma
    E nel corpo di bronzo
    sciolgo mia ègloga
    Idillio
    Liquido caldo
    nel caldo tuo ventre
    Bianca rugiada
    invade il mio sempre
    di te mi nutro
    - È mio
    questo momento -

     
  • 30 settembre alle ore 19:07
    Quando lascerò

    Quando lascerò
    le mortal spoglie
    ai posteri io chiedo
    di non lasciar
    al perso tempo
    i passi miei pesanti
    Orme pregnanti
    nel magma del vivere
    Son mille e forse più
    le porte che ho veduto
    e aperto
    contr’ogni avverso vento
    E di per me certo non è
    l'insegnamento
    Se Mostri e Dei
    ho combattuto
    e molto spesso vinto
    è perché
    la discendenza mia sapesse
    che altrove
    da qui è tempo stesso.

     
  • 30 settembre alle ore 11:58
    Spettinati pensieri

    Resto
    coi pensieri spettinati
    fra i denti del pettine
    Parole vagano
    nello spazio stretto
    della mente
    E cercano cercano
    cercano
    il letto accogliente
    d'un attimo di tempo sospeso
    - fra umani orologi
    e fluire d'eterni -
    Oh come stretta mi fu la veste
    che dai secoli arrugginiti
    mi fu imposta
    Stringono i morsi alle gengive
    Sanguinano i fianchi
    ad acuminati pungoli
    - d'ogni sprone inflitti -
    Guardo guglie di capelli
    strappati
    in denti di pettine
    Muta resto
    a guardare pettini
    spettinare pensieri
    strappati a morsi
    dai suoi morsi.

    28/4/19

     
  • 19 settembre alle ore 20:09
    Il dito dell'anima

    Poso il dito dell'anima
    sull'ora
    che volge alla nuova

    Sull'attimo che scompone
    ogn'altro passato

    - vellutato silenzio carezza
    e rinnova -

    Pulviscoli d'anima indorano quell'infinitesimo palpito
    che di tempo pregno
    a nuovo vuoto fa il momento

    Sul dito dell'anima
    polpastrelli spandono
    dorati pulviscoli evanescenti

    Preme il dito dell'anima sull'ora:
    - l'ora nuova s’amplia -

    L'attimo che era
    ora è.

     
  • 19 settembre alle ore 19:51
    Forma fissa l'orma del tempo

    È cambiata la mia vita

    Cospicui tramonti
    han rincorso l’aurore

    su lidi e frane
    e su frontoni puntuti

    Cangianti panorami su ere del mio passo
    - Maestri intransigenti -

    Forma fissa fu l'orma
    del tempo di dentro.

     
  • 19 settembre alle ore 12:44
    Lenzuoli e letti e sonni

    Combatto
    Lenzuoli freschi
    -scrigni di sogni-

    M'aborre a letto accostarmi

    Li scosto i freschi lenzuoli
    È grigio il sonno
    ch'a letto m'invita

    Sete e velluti sono i letti
    Avvolgono il sonno dei giusti
    Carezzan d'amanti i sensi

    Infredditi muri sono i letti
    che sogni non avvolgono
    e nemmeno uniti corpi
    carezzano

    Combatto
    Lenzuoli e letti e sonni.

     
  • 19 settembre alle ore 12:16
    Non guardo più dalla finestra

    Là fuori il cielo s'infrange
    su lampi di storie

    In riverberi di lampi
    ne narra luci ed ombre
    Ma non guardo più là fuori

    Prigioniera insieme a voi
    lo sguardo tatuato resta

    su bianche pareti
    -di solitaria esistenza-

    Ma là fuori lampi s'alternano
    squarciando il cielo

    e le silenti pareti

    Là fuori
    la vita urla e chiede ascolto

    Ma siamo sordi
    da finestre e muri protetti

    Lampi d'esistenza
    muti riverberano

    oltre ovattati vetri.

     
  • 16 settembre alle ore 20:40
    Chi sei tu

    Chi sei tu
    che di mie lacrime
    ancor non nate
    raccogli rugiada
    Chi sei tu
    che squarci veli
    a bachi da seta
    e d’amor morendo
    anneghi nel mio mistero
    Chi sei tu
    che sciogli i miei tempi
    e ne fai coriandoli d’istanti
    Chi sei tu.

     
  • 05 settembre alle ore 16:49
    Ogni tanto cieli antichi ritornano

    Ogni tanto
    cieli antichi ritornano
    a soleggiare di vita il momento

    Un fremito
    un gorgoglio nella gola
    - il tempo d'una telefonata -

    Una voce che ricorda l'eterno
    Poi si spegne
    di silenzio l'attorno

    - Ricamano vesti dell'oggi
    quei fremiti -

    La memoria distende il presente
    la sua eco imperiosa
    sulle vene s'accorda

    Incide geroglifici di tempo
    Archeologa dell'anima traduco:
    "Sono nel per sempre di più cuori pulsanti"

    Nel mentre il mio cuore
    solitario a me tenta carezza.

     

     
  • 29 luglio alle ore 10:45
    Mi prende, la sera

    Mi intriga
    e a punti scelti mi ricama
    Mi tesse
    Mi aggroviglia
    In fili di seta cruda
    punto a punto
    impolvera di stelle
    questo cielo che è il mio
    Mi raccatta la sera
    dagli angoli di bui incastrati
    fra muri di incensi
    profumati di templi
    E di preghiera m'incanta
    il mesto pianto
    di una me - qualsiasi -
    che vita ha perduto
    fra la sera e la luna
    fra l'alba e un tramonto
    Mi prende la sera
    mi intriga mi incanta mi tesse
    Aggroviglia mie vite a vite altre
    La mia in ombra in ombre d'altri
    e si fa sera
    M'intriga la sera
    a punti scelti ricama
    incensi incastrati
    fra muri di fuori ai templi
    e incensi fumanti
    a impolverare di cielo codesto istante di vita ricamato
    fra fili crudi di seta.

     
  • 26 luglio alle ore 19:05
    A notte si placa

    Il giorno scompone e sconvolge
    il passaggio del tempo
    a notte il movimento si placa
    rende tenero ogni colore urticante
    morbido ogni suono graffiante
    Carezza e avvolge la notte
    come nessuno e niente
    mai può fare.

     
  • 26 luglio alle ore 12:02
    Tornerà

    Tornerà la vita
    sì lo farà
    Ruberà venti alla resa
    donerà cristalli del Tempo
    c’ogni cosa contiene
    E sarà colore del cuore
    l’infinita poesia.

     
  • 09 luglio alle ore 23:27
    Non venire stasera

    Non venire stasera
    avrei da offrirti
    una valanga di dolori contenuti
    camuffati d'ilari risa
    Non venire stasera
    Oltre le luci sulle mie labbra
    vedresti l'intreccio di annali errori
    Delle impronte
    ch'anno solcato e radicato
    gl'infausti semi del mio oggi
    Non venire stasera
    ti tradirei di sorrisi e luci fra gl'occhi
    prostituendo le iridi con falsi messaggi
    Non venire stasera
    Non venire
    Non ho la forza che tu conosci
    per dirti che tutto va bene
    che sono felice come mi vedi
    Non venire stasera
    non ho forza di indossare la maschera
    che di me per te voglio portare.

     
  • 06 giugno alle ore 19:16
    Maternità

    Sono stata bambina
    io
    Bimba di bimbo
    a cui fanciulla
    unii la gioventù
    ...
    E fui maternità.

     
  • 12 maggio alle ore 19:01
    Umani per caso

    Memoria illumina
    offusca trascina strappa vissuti
    Vite rinnovate create
    - dal nulla
    dalla cenere di sé -
    contro tutti e contro tutto
    Vite tante
    in unico ciclo in egual cielo
    egual passaggio
    Qual sorte è vivere tante volte
    in unica esistenza
    qual miracolo è ricordare
    tutte le vissute vite

    Ma come è difficile conciliare
    brevità di fuggevole vita
    in luogo di tante esistenze!

     

     
  • 18 marzo alle ore 15:48
    Il dito dell'anima

    Poso il dito dell'anima
    sull'ora
    che volge alla nuova

    Sull'attimo che scompone
    ogn'altro passato

    - vellutato silenzio carezza
    e rinnova -

    Pulviscoli d'anima indorano quell'infinitesimo palpito
    che di tempo pregno
    a nuovo vuoto fa il momento

    Sul dito dell'anima
    polpastrelli spandono
    dorati pulviscoli evanescenti

    Preme il dito dell'anima sull'ora:
    - l'ora nuova s’amplia -

    L'attimo che era
    ora è.

     
  • 28 febbraio alle ore 11:03
    Punteggiatura

    E perdo la virgola del tempo

    in nuova piega sul collo

    nel mentre poetizzo

    su vergine ruga in su la fronte

    proprio sopra le ciglia

    - recinto di sguardo antico e d'oggi -

    S'incastra

    il dito sulla nuova piega sul collo

    Improvvisa lucida visione:

    il tempo inclemente traccia geroglifici

    E perdo la virgola del tempo

    che avrebbe messo pace

    fra me e l'immagine di me

    - E lentamente passa

    la punteggiatura della vita -

    Che scorre

    inesorabilmente corre

    su virgole e punti

    disperdendone la punteggiatura

    E incastrato sul dito

    - sullo scorrere nuove pieghe -

    resta il mio tempo

    fra rughe e pieghe inciso.

     

     
  • 19 febbraio alle ore 18:51
    Avrei

    Avrei corrotto il passo
    e sveltito nell’istante
    dandogli velocità
    di frecce d’Achille
    per poi sciogliermi
    sul collo tuo
    con un bacio ed un abbraccio
    E invece mi son fermata
    - il tempo giusto per capire
    che il momento più non era
    di circondarti e amarti -
    E t’avrei amato
    mostrandomi senza pudore
    se non fosse stato
    per lo schiocco della freccia
    che nel momento giusto
    mi riporta
    e ignaro e un po’ beffardo
    mi ricorda
    che più, non son più tua
    e tu
    non sei più mio.
     

     
  • 19 febbraio alle ore 18:50
    Voglio guardarmi

    Voglio guardarmi
    vedermi
    con gli occhi dell'altre genti
    ma mi sfugge la sembianza
    - non mi vedo -
    Guardo verso loro e tento
    di penetrarne i sensi
    Mi vien da sorridere
    nel legger le loro menti
    Mi vedono essi:
    - icona di questo o di quell'altro ambiente -
    Eh no non son io quel che vedete
    mi dispiace!
    Non son nulla
    Sono un niente
    - son quell'attimo di Tempo -
    dal Signor suo sfuggito
    e non mi trovo
    non mi sento
    in quel che voi ardite.

     
  • 03 febbraio alle ore 18:45
    Nel cerchio eterno

    Nel cerchio dell’attimo eterno
    in tondo giro
    io - animale legato -
    Rosicchio catene ch’ho amato
    ancor sento il gusto d’amore saggiato
    Ne sento fra i denti l’ardore
    Sui pori il sudore
    Nell’aria le urla
    che forti troppo forti
    dell’attimo eterno
    strattonano il cerchio
    E rosicchio catene ch’ho amato
    d'intorno girando
    nel cerchio dell’attimo eterno legata.

    ©2015DissolvenzeAmVezio

     
  • 22 gennaio alle ore 19:30
    Quel che il Tempo

    Quel che il Tempo
    nel suo vagar astruso
    ancor non ha disperso
    è nell’alito di foglia
    al suo ramo abbarbicata
    È nel tremulo fil d’erba
    forte e radicato
    - Sull’ombra del bosco
    in ombra cola nube iridata -
    Il suo pianto s’intreccia
    al respiro del solco
    Evapora il fango l’odore
    del passo tuo andato
    Dal mio pianto confuso:
    lacrime di nube iridata.
     

     
  • 20 gennaio alle ore 18:00
    Danza

    Danza l'orma del piede

    Nell'ombra sfumata
    ella danza

    Solleva la punta
    e all'universo traccia
    ghirigori di note

    Le lega le slega e sfilaccia

    Al coro le unisce

    Origàmi di stelle
    appuntano passi
    -trapunte di cielo
    a note ancorate-

    Danza l'orma del piede

    Nell'ombra sfumata
    cieli ascende
    e distende.

     
  • 21 dicembre 2020 alle ore 18:56
    Nel riflesso di un ricordo

    Scoprii d'esser bella quell'attimo
    al Tempo appeso
    Troppo distratta
    per annuire allo specchio
    quando ormai fu tardi
    per dir sì al mio tempo
    Scoprii di esser viva quell'attimo in cui
    beffarda mi sorrise la Morte
    Ebbi forza ancora
    per rinnovare
    il mio Sì alla Vita
    Scoprii di esser me stessa
    l'attimo giusto
    che mi regalò
    me stessa allo specchio:
    ora e qui
    in eterna bellezza
    al di là dello specchio
    Al di là della morte del corpo.
     

     
  • 13 dicembre 2020 alle ore 19:13
    E il silenzio si fa notte

    Poi
    il silenzio si fa notte
    la cacofonia del giorno
    si fa canto armonico
    ammorbidito dal momento

    La solitudine
    si fa tenera compagnia
    Il manto celeste è bruno abbraccio
    Il silenzio è tenerezza

    Spalle forti
    è il ciel ch'avvolge
    e coccola
    Materno utero è la notte ch’accoglie

    Nel silenzio della notte
    ogni vibrazione di lancetta tintante
    è armonia di tempi dilatati dentr'al Tempo
    E il silenzio si fa notte.

     
  • 11 dicembre 2020 alle ore 18:16
    Voglio sedermi

    Voglio sedermi
    su quel ricciolo sfasato
    all'angolo del sorriso
    di madame Luna

    Dondolare nel suo pensiero condiscendente
    e seguirne l'onde

    Dondola dondola
    dondola
    madame Luna

    Mi culla madame Luna

    Giù da basso
    il mondo dondola
    fra l'ombre e luci

    -di suo sorriso figli-

    E io
    seduta nel ricciolo sfasato
    sorrido

    Guardo il mondo
    da beata posizione
    e sorrido

    Felice fu il momento
    che il ricciolo sfasato
    accolse il mio desio

    Nell'angolo del sorriso
    il mio sogno sorride.

     

     
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  • 06 aprile alle ore 17:27
    I sette anni nuovi (la donna nuda)

    Come comincia: Capitolo IV

    Rapita

    Cecina 2003

    Sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino di Firenze.

    E mi lascio rapire.

    Quella luce mi rapì, inondò il mio essere e allargò le braccia stringendolo ad essa per adagiarlo sulla sabbia di Cecina fresca di mattino, che solo un istante fa, di una vita fa, celava il suo spazio sotto i miei passi nelle vie di Firenze.

    Guerra cieca

    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.

    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.

    E andai verso la mia vita al mare.

    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.

    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.

    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.

    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.

    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.

    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.

    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.

    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.

    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da...

    ...continua

     
  • 26 dicembre 2020 alle ore 16:48
    Il Natale "diverso"

    Come comincia: (C'è sempre la possibilità di vedere ogni faccia del diamante che è la Vita)

    Nelle strade quasi solitarie, sparute figure di coppiette e famigliole illuminate dal riverbero delle luminarie: gocce di luce appese a delicati fili stesi fra un palazzo e l'altro. L'ombra sugli asfalti a disegnare magiche teorie che tanto richiamano un antico percorso di millenni di passi e di occhi, tutti protesi a Camminare di più, a Vedere di più.

    I miei, di passi, risuonano il ritmo del piede calzato in comode scarpe rosse, ne miro il colore cangiante nell’ondeggio di punta tacco punta tacco. l’animo è sempre bambino, l’incanto è il suo vademecum.

    Punta tacco punta tacco la strada semivuota resta alle mie spalle, dinnanzi altre luminarie, altre figure oscillanti fra luci e riflessi.

    Una vettura della Polizia nella stretta stradina del centro rasenta il mio cappotto, all’interno due militari dallo sguardo stanco e dal viso coperto dalla mascherina chirurgica, pure vedo rivolto a me, il sorriso unito al segno di saluto sparso con la mano; un sorriso negli occhi e nel palmo della mano e fra la mascherina che dischiude le sue piegoline.

    Da una finestra illuminata fugge il riso di qualcuno, è argentino, pieno, è gioia. Altre luci continuano ad allagare la piazza; sono davanti al Duomo. Tre giovani militari chiacchierano davanti al portone laterale, quello per “solo entrata”, si scostano per farmi passare. Non ho pensiero alcuno o forse un rsquo;impercettibile senso di controllo, o forse no, forse mi sento rassicurata dalla loro presenza. Penso piuttosto: così giovani, così teneri, fra loro la collega minuta e dai capelli raccolti in una gioiosa coda che spunta dal berretto. Penso ai miei nipoti, avranno la stessa età…

    Sono distratta da codeste considerazioni mentre mi avvicino all’uscio, quasi pronta a tendere il braccio per aprirlo, e… “Buon Natale signora!” Buon Natale signora, echeggiano gli altri due dopo il primo… “Buon Natale ragazzi” rispondo nel mentre il sorriso mi apre il cuore e incontra il loro viso dagli occhi seri e teneri. Torna il sorriso di occhi, mani e mascherina dei poliziotti di pattuglia, e s’incontra con il mio che gorgheggia nel cuore. È un Natale diverso, sì, è diverso. Ho incontrato umanità differente dagli scorsi anni, non ho rivisto occhi sgranati di stanchezza e stress natalizio, e nemmeno ne ho visti sgranati di paura; di seria preoccupazione sì, la seria preoccupazione l’ho vista in tutti, in me e perfino nelle cose inanimate. È un Natale diverso, mostra un volto tutto nuovo, mostra i doni con cui siamo nati e rimasti nascosti per secoli nei vortici del dna: quelle capacità di acconsentire a situazioni negative di sviluppare l’attenzione a quanto di meglio, da esse, si può trarre. Senza soccombere, senza annaspare. Senza affogarci dentro.

    Questo Natale mostra la paura e la via per alchimizzarla, e rendere Vita Nuova a tutto quanto non è nel proprio potere combattere. Le strade sono state mostrate, tocca all’Umano scegliere se fermarsi o camminare…

    Io cammino, non posso fermarmi, non mi sono mai fermata davanti ai mostri della vita; come ora, li ho guardati, mi sono misurata riconoscendo la mia impotenza, ho alchimizzato la paura in un’altra potenza: consapevolezza. Morire in attesa di morire? O vivere senza attendere?

    Quel domani, che non è in mio potere dirigere, verrà forse o forse no. Intanto oggi vivo e m’inonda il sorriso di quei militari che, come me, sono impotenti davanti al domani. Vivo e mi lascio penetrare dall’attimo che mostra luminarie e figure stagliate e moventi fra luci e riflessi, ascolto il suono dei passi miei e di altri, m’incanto nel gioco del vento fra le stelle filanti, m’illumino nell’udire una risata dietro una finestra: là oltre i vetri c’è una famiglia riunita o forse una famiglia dimezzata dalle misure sanitarie, o forse solo una coppia di sposi, non importa chi c’è là dietro; forse qualcuno come me consapevole che morire in attesa di morire non è degno di definirsi Vita. Comunque sia. Comunque sia è vita e va vissuta prima di morire.

     
  • 27 novembre 2020 alle ore 11:15
    Ti guardo

    Come comincia: Voglio camminare, delegare alle gambe il fluire tempestoso dei pensieri affinché rotolino sotto i miei passi e restino indietro, e si allineino trovando essi stessi un proprio ordine, come biglie in fila. E poi fermarmi e voltarmi a guardarli, riconoscerli uno ad uno, vederli in sequenza. Fermarmi, dopo il fragore assordante delle loro voci tutte assieme, dopo i tonfi di ognuno nel precipitare dalla mente.
    Fermarmi e guardarli, riconoscerli, andare avanti; lasciarli: biglie cadute fra foglie secche.
    Mi fermo, guardo, voglio riconoscere. Ti guardo.
    Sei caduto anche tu, mio amico-avverso d'infanzia, nel regno di Plutone e non provo pena ma neanche la gioia della rivalsa; eppure vorrei sentire il morso di un'emozione qualsiasi, di un sentimento potente che dilaghi sul fluire tempestoso dei miei pensieri e li anneghi, li trascini come inetti mostri morti giù per la valle verso l’Ade, e li dissolva in particole infinitesimali, e poi sparire per sempre; quei mostri che mi hai chiesto di custodire al mio settimo compleanno, ricordi? il giocattolo segreto, proibita la condivisione al di fuori delle sbarre di quella stanza in penombra esposta a nord, al freddo, sulla mia pelle bambina e dentro la mia mente tempestata di pensiero-non pensiero convulso.

    Nelle lingue d’ombre, sorgenti dai pulviscoli dell’aria fra le fessure degli scuri accostati, sagome scure e lunghe le tue dita e il profilo del tuo naso aquilino e della lingua, ad accendere riflessi fra i riflessi delle mie tenere e bianche carni. E i tuoi sussulti e mugugni, e la mia figura di cera bianca stagliata nel centro di una sala oscura. Poi, silenzi ovattati e buio ovattato. Non ricordo che silenzio e buio e freddo ovattati, e una piccola figura di cera bianca stagliata nel centro. Fra le sbarre di quella stanza, ogni volta un’incisione nuova sulla membrana dell’anima; lì è stata inchiodata e crocifissa la mia innocenza, la mia luce, il mio riso garrulo, e i giorni che non ho più potuto vivere. Io sono la stanza sbarrata e la trascino nella mia vita tatuata di mostri, invisibili ma percettibili a chi carezza la mia pelle di donna, invisibili al mio silenzio di bimba strappata alla vita; invisibili alla mia mente che nell’ingurgitarli li ha rivoltati dissimulandone le sembianze, divenendo fragore assordante di voci tutte assieme.
    È impresso il colore annacquato dei tuoi occhi cerulei sulla mia retina, attraverso quel tremolio paludoso ho visto la vita passarmi accanto e sparire, e ti guardo, ora. Colore non ve n’è più nei tuoi occhi scomparsi oltre la pelle livida delle palpebre, ti guardo. Ho camminato tanto per arrivare fino a te, mi sono fermata e voltata indietro e ti guardo. C’è la tua anziana moglie accanto al tuo corpo imbellettato per l’ultima funzione, velo grigio sul capo a sfiorarle lo sguardo, mi par di sentire rancore frammisto a una sorta di gioia fluire e vibrare nella traiettoria che dal suo velo spazia verso te, ne sento la scia attraversarmi la pelle, nel semicerchio disegnato dal cenno che mi rivolge. Lei sapeva. Mi fissa, muta parla alla mia mente. Ascolto.
    Ci puoi vedere? Lo senti quante malevoli ombre tentano di sfuggire alle catene del tuo corpo? Ti arrivano i lampi delle emozioni frastagliate nei nostri animi confusi?
    È l’ora dell’addio per sempre, un tonfo e l’opercolo ti toglie alla nostra vista.
    Un tonfo nei miei pensieri tempestosi: li sento rotolare. Il nugolo di foglie secche si solleva in una danza circolare, si scompagina, si deposita lievemente ai nostri piedi, si placa il trambusto dei pensieri, e come biglie in fila trovano il loro ordine. Pensieri come biglie in ordine in attenta attesa fra quelle foglie secche.
    Si disintegrano le sbarre, cadono i muri, s’aprono gli scuri e la luce del sole disperde il pulviscolo, uccide le ombre, come cera liquida si liquefa la figura al centro della stanza. S’asciuga la saliva e si fermano i mugugni. Si sgretola ogni ombra.
    Mi perdono: lascio liberi i mostri tenuti stretti al seno che mi hai chiesto di nutrire, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

    Mi perdono: ero una bambina, non sapevo che il mostro eri tu, non lo sapevo, mi fidavo di te che amavi la mia famiglia.
    Mi perdono: eri tu che dovevi proteggermi dai mostri, non sapevo che il mostro eri tu.
    Mi perdono, mi libero.
    Non so se ho perdonato te, non riesco a sentire nessun sentimento, nessuna liberazione o catena e nemmeno so se mi dispiaccia per te, non lo so. So che sono quella bambina innocente che non conosce malizia, ma so che il mostro eri tu.

     

     
  • 23 luglio 2020 alle ore 23:16
    Della potenza

    Come comincia: Se avessi dei poteri, ma di quelli veri, quelli puri, spogliati da croste cerebrali ed emozionali, istituirei un manifesto e lo affiggerei nella tenue sfera che da cuore a mente e a cuore e sterno staziona. Scriverei a caratteri cubitali e indelebili: - VIVI - E se fossi potente, ma potente per davvero, veglierei con attenzione acche' tal manifesto fosse perpetuamente rispettato e onorato. VIVI. Non transigerei, se pur amorevolmente. La vita sfugge stridendo fra binari di concetti e preconcetti, di regole, doveri e presunti doveri, mentre urla la sua Essenza deturpata dai graffi del pensiero costruito. La Vita la mettiamo a sedere accanto a noi chiedendole di sostare finché non abbiamo risolto le "nostre cose". Ma non abbiamo "cose" da risolvere, non c'è una seggiola che fa da seduta alla Vita: con noi, mentre, dietro e dopo, c'è solo l'esistenza che viviamo: siamo imprescindibili, indivisibili. Noi e la nostra vita siamo stessa Cosa. Se fossi potente, ma potente per davvero, toglierei tutte le seggiole sulla cui seduta poggiamo la Vita... e la farei Vivere.

     
  • 17 luglio 2020 alle ore 0:58
    La via

    Come comincia: C'è sempre un modo per riconciliare quel quid che ci separa dalla pace. Quel momento che ci ha separati da qualcuno che non ci ha saputo amare, che noi non abbiamo saputo amare. Che sia nel nostro presente o rimasto incastrato nella labile tela di ragno del passato. C'è sempre un modo per riconciliare, per riconciliarsi, per fare pace, per essere pace, per se stessi, per ogni Altro. C'è una strada, stretta, buia, fragile, delicata eppur potente. È la strada dell'incontro di Sé con quell'altro Sé in questo momento, nel momento che nulla ha più delle vesti di "passato", che è ora e qui, nudi d'ogni zavorra della mente, liberi da fardelli e costruzioni emozionali. C'è una strada così facile da percorrere, così uguale alla via del cuore nudo... Così noi, nudi... È codesta la via per la riconciliazione, per la pace: nudità. Nudità è riconciliazione con chi è ancora qui e con chi è già altrove, ché anima/cuore nude: è libertà.

     
  • 30 maggio 2020 alle ore 0:04
    Volevo avere la mascella volitiva

    Come comincia: Volevo la mascella volitiva Volevo la mascella volitiva, e gli zigomi alti Volevo essere alta e bionda e gli occhi - gli occhi m''andavano bene anche i miei - ma la mascella e gli zigomi e l'altezza no, le volevo diverse. Volevo essere giunonica, una valkiria: frecce nella feretra, dardi pronti a incollare a un albero su per la colletta ogni ignominio, a bloccare ogni ingiustizia. Ogni ingiusto. Volevo la mascella volitiva, e lo sguardo sprezzante e altero di chi ha già vissuto ogni esistenza e codesta la reputa meschina e bassa (come invero è). -Volevo chissà che quando ancora non ero.- Poi mi son scoperta: esil di figura e con il viso circoscritto nell'ovale. Niente zigomi pronunciati e nemmeno mascelle volitive. E neppure amazzone o valkiria o giunonica creatura. Pure mi son scoperta, nell'esile figura di feretra e dardi fornita, e di potenza inaudita nel mio metro e cinquanta. Ho visto che a nulla serve l'estensione fisica per esser presente largamente nella propria esistenza. E che un sorriso, un semplice sorriso (da cuore a labbra) sa raggiungere coscienze e, senza incollarle per il colletto a un albero, le risveglia. Non m'importa più d'avere del corpo l'immagine di quel che realmente sono. La potenza non è certo in ciò che si rappresenta. L'essenza è ben più potente d'ogni visibile fattezza. E io sono quel che tu sei: l'orma che lasci pur se delicata è la tua fattezza. L'armatura non occorre a chi ha presente l'impermanenza della vita, a chi ben sa che l'oggi non sempre si ripresenta. La fallace presunzione di essere l'immagine di sé sognato, è il muro del reale a cui o ci si china (e ci si perde) o lo si scavalca per riunirsi e comprendersi. Ché vivere in ogni visione di sé ed esserne consapevoli, è viversi oltre ogni limitata rappresentazione di sé.

     
  • Come comincia: L'epidemia fa paura, potremmo essere fra le persone infettate e non riuscire a farcela; l'economia si ferma, molti settori non possono essere operativi; le famiglie separate dalla distanza non possono incontrarsi, bambini e anziani degenti negli ospedali non possono ricevere visite, così come gli ammalati in casa. Le città si sono fermate, tutte le città si fermeranno, il mondo si ferma. Siamo bloccati da un esserino appena appena visibile al microscopio: un virus e che virus, ha la Corona!
    Il Mondo del XI secolo, quello del'ACCELERAZIONE è costretto a FERMARSI, lo ha deciso questo esserino microscopico nato da chissà dove e al momento non importa a dire il vero, a che serve spremere le meningi per conoscere la sua origine quando ora bisogna attivarle per combatterlo?
    E così si attiva l'Intelligenza, l'Abnegazione, la Compassione, la Riflessione. Medici e infermieri e personale sanitario finora dimenticati e sempre sotto assedio, fisico, mediatico e burocratico, sono ora in prima linea a salvare più persone possibili, anche quelle che fino a un mese fa lanciavano pietre e invettive su loro. Loro chinano il capo e salvano... non ascoltano le idiozie, salvano e rassicurano, anche chi sanno non ce la farà. Da qui parte la riflessione sull'operato del minuscolo virus coronato, su come sta stravolgendo il Mondo. Uomini e donne in unica attitudine: fare il Bene proprio e dell'altro, in unione, sottovalutando ogni divergenza per il bene comune, che se finisce il mondo, finisce per tutti...
    Siamo tutti uniti da stessa identica preoccupazione: Vivere. Finalmente ce ne ricordiamo che dobbiamo vivere e non ucciderci l'un l'altro in parole, offese, discriminazioni, truffe, omicidi! Grazie a quel microscopico esserino stiamo spostando la visuale di noi nel mondo, non più noi unico centro ma "nel - con - per", siamo tutti sulla stessa barca in un oceano a forza 10 tutti e tutti pensiamo a come approdare da qualche parte. Siamo obbligati a rimanere a casa, quanti di noi non ne conoscevano più i suoni gli odori gli spazi, della propria casa? e quanti non vivevano più i momenti dei propri figli, dei propri familiari, quante vite vissute ognuno per conto suo, oggi sono costrette a rapportarsi, a ri-conoscersi, a riabituarsi al concetto di "famiglia", a dividere e condividere pensieri e tempo e attitudini e spazi, a riscoprire l'attenzione e l'accettazione. A me sembra un forte incentivo a "vivere" e non più "sopravvivere" in famiglia. Con tutti i pro e i contro che senza lotta non c'è vittoria.
    La situazione di "resta a casa" impone il raffrontarsi, il conoscere quanto le abitudini acquisite nell'ultimo secolo hanno cancellato il "vivere - insieme".
    I soli, i senza famiglia di ogni età possono scegliere se passare il tempo al chiuso in compagnia di una tv gracchiante o di una radio o magari di un bel libro che oltre che fare compagnia aiuta la mente a sconfinare oltre gli aridi orizzonti; oppure riprendere in mano quell'hobby per troppo tempo abbandonato a causa delle troppe cose da fare perché trascinati dalla centrifuga dei giorni "normali", oppure mettere mano finalmente a quel piacevole lavoro lasciato indietro: scrivere, dipingere, suonare e anche danzare, perché no.
    Noi tutti, i soli e le famiglie siamo portati a riflettere, ne siamo obbligati, come si fa a non farlo davanti alle nostre abitudini sconvolte? e se pur con sofferenza, ritroviamo il senso delle Cose che abbiamo perso durante l'Accelerazione".
    Non è un male.
    Il Mondo, anzi gli Umani nel mondo, volere o volare devono mettere la loro boria a riposo, soprattutto i "grandi" della Terra, non è tempo per giocare alla guerra quando non possono mandare militari al fronte per via del contagio; né ci sarà denaro per fabbricare armi, bisogna pensare al virus, all'antidoto, a pagare medici e medicine e strumenti sanitari e così via...
    Non c'è tempo per fare propagande elettorali e sermoni né per correre verso traguardi di potere, non è tempo, non ce n'è, bisogna salvarsi, tutti. Questo, quell'esserino coronato sta imponendo a una Umanità divenuta impietosa.
    Siamo obbligati a capire che uno strumento come Internet può e deve essere usato per il nostro agio e non disagio, come facciamo solitamente con il dileggiare tutto e tutti sul web; può essere il tramite del nostro Lavoro, della sana diffusione di notizie, di intelligente scambio, di amorosa compagnia...
    Io penso al messaggio del coronato e lo ascolto: "State a casa e usate quel che avete finora prodotto per il bene vostro e del resto del mondo, per una nuova sana vita..."

     
  • 14 dicembre 2019 alle ore 16:33
    Non am(av)o recitare poesie

    Come comincia: Non am(av)o recitare poesie. Tale esercizio mnemonico mi distrugge, mi provoca l’angheria dell’emozione che si contorce nello spazio ristretto dell’organizzazione parola -neurone, colore -verso, melodia – strofa.

    Ma questo lo so adesso.

    Ora di lettere, terzo anno Magistrali.

    La prof Braganò mi chiamò alla cattedra, argomento del giorno: Manzoni.

    Sono preparata, mi piace il Manzoni e le sue articolate scene pittoresche di personalità e luoghi, non come mi piacciono gli scrittori e poeti del ‘200 e del ‘900, ma è da studiare anche l’800 e così sia, sono preparata.

    “Signorina Vezio, mi faccia sentire il Cinque maggio.”

    “Il Cinque maggio è un’ode scritta nel 1821 dal Manzoni in occasione della morte di Napoleone Bonaparte in esilio sull'isola di Sant'Elena… ”

    “Grazie Vezio, ma mi reciti la poesia...”

    “...il ritmo incalzante, in sei settenari… la sineddoche...”

    “Grazie Vezio, ora reciti la poesia...”

    Attimo di silenzio rumoroso, la memoria cozza a fil di lama con l’aura mistica del poeta e del Bonaparte in esilio. Lo sguardo interiore ripercorre tutta la storia e la triste fine dell’imperatore dei francesi e re d’Italia, si posa sulle spalle curve del Manzoni mentre intinge il pennino e munge il repertorio poetico per creare l’ode; mi sembra di vedergli un alone fumoso sul capo, mi sembra di perdermi nel suo pensiero mentre cerca i lemmi adatti a un ‘sì grande condottiero per non offenderne memoria, per esaltarne i pregi di genio militare e di doti umane, la sofferenza dell’esilio, dell’umiliazione…

    “Vezio, sto aspettando...”

    “Prof...”

    “Vezio, la poesia...”

    Piange ogni poro la delusione dell’ode che deve stazionare e stagionare nel gelido della mente. Odio congelare i sentimenti, miei e altrui, in cellette cerebrali.

    “Vezio…!”

    Decido di recitare, mordono i denti dello stomaco, sento già le ulcere fiorire e sanguinare

    “Ei fu…

    Ei fu. Siccome immobile,
    dato il mortal sospiro,
    stette la spoglia immemore
    orba di tanto spiro…”

    No, non posso farcela. NON POSSO FARCELA!

    Urlò la mia mente.

    “Prof, mi rifiuto di recitare la poesia, mi perdoni, ma non ce la posso fare.”

    Oltre gli occhiali, cerchiato di gommose saette lo sguardo della prof Braganò, poi lo scoppio:

    “Vezio, ti ordino di recitare la poesia!!! te lo ordino!”

    Silenzio assoluto, mai vista una classe così taciturna in tutto l’Istituto Magistrale e in tutta la mia carriera di studentessa. Mai sentito tanto legno nello stomaco e mente e gambe. Mi bloccai. Mi bloccai come fa un mulo quando resta sordo anche alle legnate del padrone e anzi, più legnate riceve, più si impunta.

    E io mi impuntai, non volevo recitare la poesia, non amavo recitare. Non volevo, proprio non volevo. E non lo feci.

    “No prof, non voglio recitare la poesia.”

    “Osi rivolgerti a me con questo tono??? osi mettere in dubbio la mia autorità? Recita o finirai dal signor Preside!”

    Non so che mi successe, la lotta era ormai innescata, mi sentii in ragione di restare nella mia fermezza; le compagne di scuola attentissime, ora mi guardavano con ammirazione o più verosimilmente terrore, per me, per loro che avrei e avrebbero subito chissà quale aspra vendetta della prof di Lettere.

    Arrivò il signor bidello che mi accompagnò dal signor preside. Nel corridoio presi la prima ramanzina da parte del signor bidello: “Ma che ti salta in mente di fronteggiare la prof Braganò, lo sai che potrebbe farti perdere l’anno, lo sai che dimentica tutti i tuoi voti e li azzera per un gesto così?”

    “Non lo so signor Luigi, non so che mi è successo, ma la poesia non la voglio recitare.”

    “Non la conosci a memoria, non l’hai studiata?”

    “Sì che l’ho studiata, si che la so a memoria!”

    “E allora?”

    A capo chino e con tutta la sincerità di cui ero capace risposi “Non lo so”. E non lo sapevo davvero.

    Il signor preside mi guardò fra il serio e il faceto: “Beh signorina Vezio, cos’è questa storia del Cinque maggio, vogliamo raccontarcela?”

    E mi si liberò la lingua.

    “Ei fu. Siccome immobile,
    dato il mortal sospiro,
    stette la spoglia immemore
    orba di tanto spiro,
    così percossa, attonita
    la terra al nunzio sta,
    muta pensando all'ultima

    ora dell'uom fatale;
    né sa quando una simile
    orma di pie' mortale
    la sua cruenta polvere
    a calpestar verrà.
    Lui folgorante in solio
    vide il mio genio e tacque;
    quando, con vece assidua,
    cadde, risorse e giacque,
    di mille voci al sònito
    mista la sua non ha:
    vergin di servo encomio
    e di codardo oltraggio,
    sorge or commosso al sùbito
    sparir di tanto raggio;
    e scioglie all'urna un cantico
    che forse non morrà.
    Dall'Alpi alle Piramidi,
    dal Manzanarre al Reno,
    di quel securo il fulmine
    tenea dietro al baleno;
    scoppiò da Scilla al Tanai,
    dall'uno all'altro mar.
    Fu vera gloria? Ai posteri
    l'ardua sentenza: nui
    chiniam la fronte al Massimo
    Fattor, che volle in lui
    del creator suo spirito
    più vasta orma stampar.
    La procellosa e trepida
    gioia d'un gran disegno,
    l'ansia d'un cor che indocile
    serve, pensando al regno;
    e il giunge, e tiene un premio

    ch'era follia sperar;
    tutto ei provò: la gloria
    maggior dopo il periglio,
    la fuga e la vittoria,
    la reggia e il tristo esiglio;
    due volte nella polvere,
    due volte sull'altar.
    Ei si nomò: due secoli,
    l'un contro l'altro armato,
    sommessi a lui si volsero,
    come aspettando il fato;
    ei fe' silenzio, ed arbitro
    s'assise in mezzo a lor.
    E sparve, e i dì nell'ozio
    chiuse in sì breve sponda,
    segno d'immensa invidia
    e di pietà profonda,
    d'inestinguibil odio
    e d'indomato amor.
    Come sul capo al naufrago
    l'onda s'avvolve e pesa,
    l'onda su cui del misero,
    alta pur dianzi e tesa,
    scorrea la vista a scernere
    prode remote invan;
    tal su quell'alma il cumulo
    delle memorie scese.
    Oh quante volte ai posteri
    narrar se stesso imprese,
    e sull'eterne pagine
    cadde la stanca man!
    Oh quante volte, al tacito
    morir d'un giorno inerte,

    chinati i rai fulminei,
    le braccia al sen conserte,
    stette, e dei dì che furono
    l'assalse il sovvenir!
    E ripensò le mobili
    tende, e i percossi valli,
    e il lampo de' manipoli,
    e l'onda dei cavalli,
    e il concitato imperio
    e il celere ubbidir.
    Ahi! forse a tanto strazio
    cadde lo spirto anelo,
    e disperò; ma valida
    venne una man dal cielo,
    e in più spirabil aere
    pietosa il trasportò;
    e l'avviò, pei floridi
    sentier della speranza,
    ai campi eterni, al premio
    che i desideri avanza,
    dov'è silenzio e tenebre
    la gloria che passò.
    Bella Immortal! benefica
    Fede ai trionfi avvezza!
    Scrivi ancor questo, allegrati;
    ché più superba altezza
    al disonor del Gòlgota
    giammai non si chinò.
    Tu dalle stanche ceneri
    sperdi ogni ria parola:
    il Dio che atterra e suscita,
    che affanna e che consola,

    sulla deserta coltrice
    accanto a lui posò.”

    Il silenzio nella sala di presidenza si fece più fitto dell’ovatta. La mano a uncino sul mento, nascondendo in parte le labbra, il Preside mi guardava. Ero certa stesse sorridendo, ma ora la preoccupazione prendeva il sopravvento, cosa mai avrei detto a papà, come avrei potuto giustificare la mia ritrosia a recitare la poesia in classe durante l’interrogazione!

    Il Preside mi guardava e rimaneva zitto. Si rivolse al signor Luigi: “Luigi, accompagni la signorina a casa e riporti il libretto con la nota firmata da uno dei due genitori, la signorina è sospesa per cinque giorni, cinque, proprio come il titolo della poesia. Vezio, mi sa dire perché si è opposta alla professoressa di lettere?”

    “Signor Preside, mi si è bloccata la mente, avevo un pugno nello stomaco, pensavo al Manzoni e al Bonaparte, li vedevo, mi capisce? Mi perdoni, non glielo so spiegare...”

    Dissi mesta, e a capo chino guardai il pavimento.

    Presi la nota e la sospensione, mio padre non proferì parola, in quei cinque giorni mi portò in negozio con lui, fra un cliente che provava un abito e una mamma che comprava il corredo alla sua figliola, recitavo il “Cinque maggio” ad alta voce. Divenne il mantra di quel 1972.

    Non seppi mai cosa si dissero il preside e mio padre, ma so che di questo avvenimento ne parlarono molto durante i loro incontri di ex alunni del Liceo, forse loro avevano capito prima di me perché non am(av)o recitare poesie?

     
  • 16 ottobre 2019 alle ore 18:55
    Lettera d'amore

    Come comincia: Nascemmo noi, uno poco più in là dell'altro. Giusto il tempo di imparare a fare la pipì nel vasino, tu, e sono arrivata io a controllare, avvinghiata a mammina, che centrassi quel coso di plastica azzurro, anziché il pavimento del bagno. Ecco, ci siamo conosciuti così io e te, anche se a dire il vero ti spiavo quando ti abbuffavi attaccato a quel coso, quel tubo, come lo chiamano, ah sì, cordone ombelicale. Ero un puntino e ti guardavo curiosa, volevo capire, imparare... Caro mio, ero già pronta a rimpiazzare il tuo vuoto nella calda piscina sai? E così mentre tu posizioni il tuo pisellino e ti eserciti a non sbagliare mira, io mi cullo nell'acqua tiepida con l'idromassaggio. Oh oh! qualcuno ha tolto il tappo e mi sento roteare. Mi gira la testa, ho la nausea... Oddio, mi risucchia il budello, non c'è nemmeno luce qui. Che fracasso lì attorno, sento voci che cercano di superarsi, di sovrastarsi e tutte sono agitate, ma perché poi si agitano tanto, sono io che avrei di che agitarmi. Altroché! Ho la testa troppo grossa, lo sapevo io che non dovevo lasciar crescere i capelli, lo immaginavo che i riccioli avrebbero creato qualche complicazione. Ma ce l'ho fatta, sì posso ritenermi soddisfatta. Ho imparato davvero bene guardando quello che facevi tu, ho seguito la tua traccia e pure io sono riuscita a... a venire alla luce, si dice così quando fai tutta quella fatica per passare in quell'altro tubo che, mamma mia quanto è stretto mi sento ancora soffocare! Capisco tutte le smorfie che hai fatto, avevi proprio ragione caro mio, un gran bel da fare per venire a guardarti mentre fai la pipi in quel coso di plastica azzurro. E va bene dai, è valsa la pena fare tutto questo per venire a conoscerti. E quanto mi faceva ridere vederti con quella faccia così sconvolta quando mi hai vista la prima volta, quasi quasi rinascerei solo per il gusto di guardare i tuoi occhi spalancati e la O sulla tua bocca che sembrava voler prendere tutto lo spazio del viso. Sì sì, lo rifarei. E così da quel momento che la mia testa riccioluta è spuntata nella tua vita, mi hai insegnato come si fa la pipi nel vasino prendendo la mira senza schizzare attorno. Però sai, mi è stato un po' difficile imparare nella mia condizione di femminuccia, ma devi dire che nonostante tutto ce l'ho fatta... E a giocare a pallone e ad arrampicarmi su ogni cosa verticale, e a fare il tuffo a pesce morto in mare, poi...! che risate, e che sgridate...

    Mi hai insegnato che i ragazzi vanno tenuti a bada, e mi ricordo perfettamente quella volta che sei arrivato a "occhio gelido" a ghiacciare il tuo amico che mi stringeva un po' troppo in quella trappoletta del "ballo del mattone"... hai fatto bene sai? mi hai aiutata a restare bambina sorridente per ancora un po'... Fratello mio, fratello quasi gemello, una vita insieme da quel giorno che venni, curiosa di te, in questo mondo. Quante scene impresse sulla retina di me e di te, quante avventure e bizzarrie e gioie e dispiaceri e dolori, quanti momenti di noi. E ti guardo con gli occhi del cuore mentre con l'anima accarezzo ogni tuo pensiero e sorrido quando mi dici "va tutto bene, è tutto a posto" col movimento delle labbra nella ricerca di quella voce che non hai più. Ti sorrido mentre stai dicendo la bugia, mentre il tuo corpo urla contro Dio e contro il cancro che più non vuol lasciarti. Sorrido, tristemente sorrido e ti stringo a questo mio cuoricino...

    Tua principessa

     

     
  • 25 giugno 2019 alle ore 23:55
    I contenitori delle parole

    Come comincia: Le parole hanno due contenitori: la mente e il cuore. 
    Nella mente le idee vengono elaborate, allineate, costruite, organizzano il pensiero e lo espongono. Plasmano l'ascoltatore e lo allineano al piano del pensiero. 
    Nel cuore le intuizioni si modellano in suoni colori e luci e si esprimono in parole da essi amalgamati. Avvolgono i suoni, colori e luci dell'ascoltatore.
    Ascoltare discorsi della mente con la mente, e discernere. 
    Ascoltare le parole del cuore, e comprenderle: 
    -prenderle e poggiarle sul cuore-.
    Se ascolti parole della mente e ti confondono, richiudi la porta, non ascoltare. 
    Se le parole del cuore ti confondono l'anima, ascolta l'anima: sa difendersi e discernere da sé, ti spingerà ad allontanare i suoni, i colori e le luci che non sono benigni.
    Discerni: ciò che ti fa sentire bene è buona cosa; ciò che ti confonde è il prezzo del dolore... a cui tu stesso dai il valore.
    Le parole della mente possono tradire, quelle del cuore mai; in bene o in male, il cuore parla il vero. 
    Ricorda: discernimento, sempre. 

    25/6/17 h 1,06

     
  • 18 febbraio 2019 alle ore 19:14
    Ti racconto san Valentino

    Come comincia: Ciao cara, passati bene i quasi tre quarti di giornata? Spero di sì, anzi sono certa che chi ha desiderato un momento bello lo ha avuto, è pur sempre san Valentino!...
    Ti racconto come me lo sono ricucito addosso il mio giorno dell'Amore, posso? ma sì, posso.
    Ho rubato mezz'ora al mio "guardiano" (il tempo) e alla chetichella mi sono portata per antiche strade silenziose, dopo aver percorso, sorda al traffico e ai semafori e alla gente con fiori in mano, le strade caotiche principali.
    Le strade antiche... in realtà è una traversa chiusa al traffico, oggi un manto soleggiato, il sole tiepido avvolgente le mie spalle a rendere più alato il mio andare, negli occhi il colore del cielo e nella mente il suono delle voci di bambini cantilenanti il mio nome, il loro coro: "Annamaria la più bella che ci sia"... e sorrido spostando il passo a ritmo della cantilena...
    Mi fermo al terzo cancello e suono al citofono, si apre, salgo i sette gradini e giro la maniglia, mi presento e chiedo di suor Chiara; "arriva" mi viene risposto, "le dia qualche minuto, cammina con le stampelle".
    Mi guardo attorno, la luce illumina di caldo la stanza attraversando le foglie di kenzia, accarezza il tavolo di ciliegio e le sedie rivestite di velluto accanto e attorno alle pareti. Respiro profumi antichi, calore sulle mani e fra i capelli, attutite voci lontane, giovani, acute, ridenti.
    "Chi mi vuole?" sento la sua voce al di là della porta, non aspetto che entri, le vado incontro. E' lei, è sempre lei, uguale. Occhi celesti accesi, il volto di luna e la bocca a quarto di luna sdraiata: sorridente. Come sempre. Non fa molta fatica a riconoscermi, le è sufficiente sentirmi parlare e guardarmi. Siamo nello stesso momento di una vita fa. In questo tempo eppure nell'allora.
    Ci abbracciamo, ricordiamo momenti e ci riabbracciamo, poi ci accomodiamo su quelle sedie rivestite di velluto, la mia mano nella sua e l'altra mia sull'altra sua, un gesto di continuum, di unione.
    La campanella è suonata, le voci argentine superano le pareti che ne attutivano la frequenza, la loro gioia prevarica sulla robustezza dei muri, suor Chiara, luna ridente annuisce guardandomi: ricordi?
    Sì ricordo, feci lì il tirocinio, feci lì il mio primo insegnamento da titolare, divenni lì la "maestra Annamaria la più bella che ci sia". Ricordiamo io e suor Chiara, ricordiamo. Siamo due stelle luminose, due giovani stelle. Per le stelle, cosa vuoi che siano quarant'anni? Ecco, oggi giorno della festa dell'Amore, mi sono regalata un pieno d'amore, fra le braccia di suor Chiara profumate di lavanda, fra le braccia di quella stanza profumata di calore, fra le braccia di quelle voci argentine profumate di Vita, a stracciare qualsiasi velo potesse sostare tra me e il cielo.
    Credimi cara, nessun dolore ci può vietare di essere felici, anche se per un momento terreno, facciamo che diventi momento senza tempo.
    Grazie per la pazienza, se mi leggerai.
    Tua

     
  • Come comincia: Usiamo le nostre energie riparatrici per sanare la membrana dell'anima (e della mente) dalle vibrazioni scorticanti che arrivano dall'esterno: input di malessere, malanimo, allagante dis-conoscenza del senso della vita, ecc.;
    usiamo le stesse energie anche per sanare quelle vibrazioni che scuotono e graffiano a seguito delle evoluzioni interiori, dei tagli dei cordoni eterici, dello sforzo per il discernimento, dello sforzo per la ricomposizione dell'equilibrio anima/mente/emozione/corpo.
    Le nostre energie riparatrici sono in continua attività, l'utilizzo consapevole produce recupero di salute interiore e fisica: come un vortice in perenne movimento centripeto raccoglie tutte le -vibrazioni spazzatura- le secerne e le lava.
    Questo lavorio costante di riparazione esaurisce le energie della loro potenzialità;
    nel momento in cui le membrane dell'anima e della mente sono scoperte dall'opera restauratrice delle energie riparatrici, occorre: chiudere il sipario agli input predatori della serenità, raccogliersi nel silenzio meditativo, allontanarsi dai terreni prolificanti spazzatura e purificare l'aria.
    Quei momenti sono comunemente identificati con il bisogno di medicarsi, di riprendere forza, di recuperarsi. Dopo la completa riabilitazione delle "energie riparatrici", è raccomandato mantenere la membrana dell'anima e della mente lontana dalle vibrazioni "scorticanti" esterne, e utilizzarle al fine dell'esistenza continuando a tagliare i cordoni eterici, a ricostruire l'equilibrio anima/mente/emozione/corpo per essere in salute e di conseguenza essere salute per gli altri.

     
  • 09 agosto 2018 alle ore 19:22
    La mia vacanza speciale

    Come comincia: Sento il fruscio di foglie smosse dal vento, o forse sono le ondine laggiù che solleticano i ciottoli a riva, no forse no, è il merletto che rifila l'ombrellone declinato ad essere lambito dal soffio tenero del pomeriggio; la brezza mi accarezza e rende il mio oblio un dolce sonno rem. Il suono lontano di una campana segna le ore, le conto, voglio svegliarmi, andare a riva, lasciare la pelle alle carezze del mare, al tocco della sabbia rovente, al velluto di questo cielo che mi copre di melodie. Voglio destarmi senza dissipare la beatitudine di questo momento, sfiorare con lo sguardo il benessere che mi sta cullando, le palpebre sollevano il mondo astante, scivolano sulle percezioni e si richiudono. La bolla si ricompone e torno nella beatitudine... per un istante, uno solo, il tempo che la mente sovrasti la sopramente e stracci ogni percezione, strusciandola nel senso dell'udito. Come uno scampanio urgente e molesto, saturo di suoni violenti, le fauci della realtà azzannano la mia beatitudine. Apro gli occhi.
    Il fruscio delicato del ventilatore si spalma nell'eco della stanza, le luci del giorno si affievoliscono. Di là dalla finestra i suoni attutiti della città di agosto: sonnolenta e vuota. E' quasi sera, attorno a me la mia casa e le mie cose, boccette e compresse in pila sul tavolo in attesa delle prossime dosi; il dolore lancinante è in fase di remissione, si risveglierà pigramente fra qualche ora, poi si stenderà, aprirà la diga e percuoterà pelli di tamburi assordanti fino al mio sfinimento. Mi collasserà di nuovo, di nuovo scivolerò nell'oblio e forse, sentirò ancora il fruscio di vento e di onde, beatificare questa mia vacanza speciale.

     
  • 20 luglio 2018 alle ore 12:06
    Storia breve dell'infermiera di paese

    Come comincia: Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam?
    Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari.
    Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
    Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi ed io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni. 
    Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza, però me le davano, con amore e malizia le due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme ad un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui per non poggiarsi sulla pelle in un elettrico frammento di istante, un istante lambito dal calore della mano d’uomo sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina. Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi. 
    Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate sorseggerò il caffè. 
    I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ieri.
    Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.

     

     
  • 05 luglio 2018 alle ore 21:02
    Lascio una lettera per te

    Come comincia: Freccia Rossa 9440
    Caro Luca,
    sono sul treno che mi porta nella la tua città, non ti cercherò, penso a te e lascio all’inchiostro sul foglio la gioia di raggiungerti. Avrei voluto vederti e parlarti, non hai voluto. Mentre ti scrivo fingo di essere seduta sul tuo divano: io, me stessa e te. Vedi, ora non soffoco più, ricordi? Ti dicevo spesso soffoco ed avevo difficoltà fisiche a respirare. Ti parlo di me che non conosci e che nessuno ha visto oltre la mia immagine di donna importante, non so se vorrai leggere, poi penso al tuo viso quando mi incoraggiavi a parlare ed io non ne ero capace e mi rilasso; alla fine, se non vuoi, non mi leggi. Non riuscivo a parlare, dentro me le emozioni erano confuse: persone che dipendevano da me e non lo sapevo, ero io a dipendere da loro ché pur di ricevere un sorriso e un po’ di tenerezza mi facevo ora tappeto, ora coperta e quando il tessuto si è disfatto sotto il loro peso, non mi hanno buttata come un oggetto vecchio ma amato, no, mi hanno sfilacciata e buttata nel camino. Ho smesso di lottare mio amato, e sono crollata, l’ultimo lampo di vita mi ha portata su un treno e sono partita, sola, senza un saluto. Quando si ama troppo, si perde ogni diritto d’amore e non è lecito soffrire e aspettarsi un abbraccio. Per un tempo ho vissuto nel silenzio, in un sopore cullato dall’aria mesta del mare che mi ha coccolata curando le ferite. Ora dopo ora fra le nebbie dell’anima si è sviluppata la luce fino a intravedere la trama della mia vita intessuta di dolore. Sono tornata bambina, alla prima violenza per ripercorrere me stessa e il bisogno d’amore che sempre più donavo nell’infantile speranza di riceverne in parte come scambio, che mi ha invece portata a trascinare l’esistenza in un labirinto di angherie che credevo di dover meritare. Mi sono rivoltata non come un guanto, troppo gentile come metafora, rivoltata e lavata come la trippa, hai presente? L’hai mai vista preparare? Mi sono giudicata, accusata, rimproverata di essere così finta: fuori forte e dentro cubo di burro. Mi sono persa: allora cosa e chi sono? Mi sono ritrovata: ero io, quella che sono; tenuta in vita dall’amore che proteggeva come guscio d’uovo, la mia parte sana. Avevo perso di vista me stessa perché dovevo lottare per chi esigeva tutte le mie energie. Ho dovuto restare assopita per non farmi ingurgitare. La mia realtà di sposa è stata aberrante, sopravvivere alla falce della violenza fisica e psichica è stato sfibrante e mi sono ritrovata covone di iuta abbandonato in un campo arido.Tu mi hai incontrata lì, credendo fossi un fiore mi hai raccolto aspirandone il profumo, io ti ho fatto credere di essere un fiore vivo, colorato, profumato.Con te mi sentivo davvero fiore, ma ero un sacco di iuta. Vuoto. Il verde della poltroncina della freccia rossa mi ha ricordato una lezione di psicologia studiata da ragazza, cito: “due rane vengono messe a bollire in due pentole, una contiene acqua fredda, l’altra è già in bollore; la rana messa nell’acqua fredda rimane nella pentola e quando questa arriva all’ebollizione, la bestiolina è già morta senza essersene accorta; la rana messa nella pentola dell’acqua bollente, si scotta e salta. Mi sono perdonata, ero la rana nella pentola dell’acqua fredda. Non rimpiango di aver amato tanto, ma solo ora so che posso essere amata senza pagare. So che non ero io a suscitare attenzioni malate a cinque anni, ma una bambina che non è stata protetta e difesa dalle brutture della vita quando era impreparata a vivere e, bambina di quindici anni sono andata nella pentola dell’acqua fredda…mi sono sposata. Non so perché ti sto aprendo l’anima così, forse è perché non ti vedrò più o forse perché so di dovere a me stessa la sincerità. Questo aprirmi avrebbe voluto essere aprirsi, questo essere letta avrebbe voluto essere ascoltarsi come persone, come un uomo e una donna che si sono amati. Avrei voluto vederti per salutare il mio tratto di vita vissuta sul tuo cammino, confrontarmi con chi ho amato, vederti senza veli. Non me lo hai concesso. Hai voluto lasciarmi nella sospensione, anzi no, sei tu che ti sei messo lì, sospeso nel mio cielo e non ti posso guardare posizionato in nessun luogo. In me, ognuno e ogni cosa ha preso il suo posto, tutto si è raffigurato come in un dipinto, tu hai rubato una goccia di colore e voli autonomamente sulla tela. Il quadro della mia vita è nei miei occhi, negandoti hai lasciato che non ne veda una parte. Non posso né voglio fingere che tu non sia esistito, che il “chi è passato nella mia vita” non esista. Non voglio credere che ci sia un luogo dove gli “incontri” non significano nulla. Non c’è regno, terreno o celeste che viva il congiungersi senza motivo, senza emozione. La vita è un incontrarsi di linee che producono altre linee. Noi ci siamo incontrati.
    Il treno ha attraversato la Toscana e raggiunto l’Emilia senza che mi accorgessi del buio delle gallerie o del sole che balenava fra l’una e l’altra: ho te nella luce del cuore, ti sto vedendo, illuminato di sole e di sorriso e d’amore mentre voliamo in un abbraccio e mi prendi in giro perché il mio corpo accanto al tuo fa di noi l’aquila e il passerotto. Mi prendi il viso fra le tue larghe mani a coppa e gli occhi tuoi blu si fondono e sciolgono nei miei. Ci sciogliamo cielo nel cielo. Sensi e sentimenti si liquefanno e ci lasciamo scivolare l’uno nell’altro. Ricordi? Dicevamo di produrre una luce così potente che avremmo potuto illuminare una metropoli, far viaggiare centinaia di treni. Quanto dolore mi sono data questa volta.
    A remissione di tutti i miei peccati. E quanto ne ho dato a te! Ora i nostri peccati tutti, sono rimessi. Non so come salutarti, ti dico: ti abbraccio forte, fortissimo come ci dicevamo pieni d’amore? Potrebbe venirci nostalgia feroce per quell’amore che impreparati abbiamo strapazzato e ucciso, che io più di te ho ucciso. Oppure chiudo dicendoti: “so che non ti sentirò più, ma che me ne importa”?
    No, sarò sincera. Mi manchi, mi manca l’amore che avrei potuto ancora ricevere da te, mi manca l’amico e l’amante che non ho saputo amare, ho capito tardi ciò che è passato nella mia vita senza averlo saputo vivere. Ora, per un attimo, lasciami respirare un volo libero nel tuo abbraccio come ogni volta che mi hai tenuta stretta.
    È così che ti saluto. E sii felice, che la vita ti regali gioia e serenità.
    Sempre.
    Stazione di Milano, lascio una lettera per te.

     
  • 04 giugno 2018 alle ore 1:46
    Lettera di una mamma in prestito

    Come comincia: Ti ho protetto come ho saputo fare, era l'unico modo di amarti che conoscevo, se altro non ho potuto dare è perché non lo avevo. Perdonami bambino per quanto non ho, amami bambino per quanto ti amo. Dei suoni del Tutto ho cibato il mio nulla nel mentre dal mio ventre nutrivo il tuo, del  mio battito pulsavo il tuo, dal mio respiro ti portavo, onda, nel cielo. Ti ho amato come amore sa fare, bambino che hai abitato il mio ventre. Ti amo della potenza del tempo che concede l'incontro di anime in prestito, bambino mio sconosciuto, amore unico e vero di mia esistenza. Forse un giorno, un sorriso degli occhi schiaffeggera' il momento che sfiorando lo spazio di due anime, si riconosceranno, e illuminando il presente, avvolgeranno di luce quegli attimi di ventre traslocatore di vita. Mi riconoscerai, ti riconoscero'. Ci scambieremo l'eterna promessa di ritrovarci nella stessa vita, laddove già ci conosciamo.

     
  • 11 maggio 2018 alle ore 18:21
    Umani per caso

    Come comincia: Succede senza preavviso.

    L'organza dei giorni, su cui sono poggiati gli attimi, d'un tratto slarga le maglie e senza rumore alcuno, lascia precipitare i giorni confusamente, l'uno sull'altro. In turbinio frastornante cadono senza toccare terra, restano impigliati nell’aria, fra denti digrignati, fra frammenti di pensieri scomposti.

    È polvere in granuli graffianti quanto rotea nell’intercapedine del corpo eterico: vuoto colmo.

    Mesti i momenti si mostrano sfuggendosi l’un l’altro, ora lampi luminosi e visi imbrattati d’amore…

     
  • 27 aprile 2018 alle ore 22:25
    Umani per caso

    Come comincia: Vorrei dirti: "forse non capiresti mai", per delicatezza, ma io so che non puoi capire la mia vita. È un ginepraio ridente il mio momento, un ballo sciamanico di forze e fragilità, un cuneo di vibrazioni di tamburo in spazi di un violino tormentato, un respiro in membri tremolanti di fisarmonica struggente. Un canto amaro di viole profumate e calpestate. Un pianto di corbezzoli appassiti. Non puoi capire i miei giorni appesi al vento, e i nembi torturati da un sol nascente. Non puoi, non puoi capire i lapilli incandescenti che friggono la mia pelle. Non puoi sentire l'humus impregnare le mie vene. Non puoi vedere licheni e muschi e brattee di piante finte morte, e nemmeno stremate ragnatele di ragni, pasti d'una lucertola. Non puoi vedere i miei giorni stesi ad asciugare al sole della misericordia, al vento del giudizio, al sale del mio pianto asciutto. Non puoi. Nessuno può essere verme e serpe e farfalla che ha cambiato la sua pelle, se non è boia e condonatore di se stesso come io fui.

     
  • 03 aprile 2018 alle ore 16:29
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra, vi resto seduto su, allungo le gambe e sorrido.

    I piedi nudi sul tappeto mi regalano sempre una sensazione di piacere, io e te su questo divano color delle foglie in autunno, i nostri occhi calati fra le pagine di un libro, i tuoi occhiali che sistematicamente scivolano sul naso, dovrò stringere le viti delle aste un giorno o l'altro, te ne lamenti sempre. Mi sfuggono quotidianamente i particolari che rendono conciliabile la convivenza, piccolissimi particolari, come le piccolissime viti nelle aste degli occhiali che, nella microscopica potenza della loro misura, hanno pur aperto un varco, hanno trasformato in canale incontenibile la traccia nella quale erano state inserite. Una vite di pochi millimetri balla nell'asta che scivola sotto il peso delle lenti, lima pian piano la conformazione e ne indebolisce la struttura, e gli occhiali cascano inesorabilmente a ogni istante sulla punta del naso, e tu li tiri su ormai per inerzia, non ti innervosisci più, è diventato un gesto abituale, rassegnato. Aspettavi che fossi io a ricordarmi di un tuo bisogno, lo pretendevi: - è dovere dell'anima sapersi prendere cura l'uno dell'altro quando si è in coppia, deve essere l'altro a saper anticipare il bisogno dell'uno, deve essere la voce interiore ad avere la supremazia, quando si è in coppia - .

    Non ti capivo, Marta, non ti capivo proprio quando mi dicevi queste cose, quant'è più semplice che tu mi chieda esplicitamente quel che ti bisogna. Non puoi dirmi: - la vite degli occhiali è da stringere ? - No?

    No, vuoi che sia io ad accorgermi che gli occhiali non ti stanno più sul naso, che le aste sono slargate e che tu non puoi usare il cacciavite e stringere quella benedetta vite perché senza occhiali non ci vedi.

    Ti rigiri sul divano, cambi continuamente posizione, ti guardo di sottecchi mentre arricci il naso o mordi il labbro superiore. La lettura ti avvince, è lampante che sei trama nel tessuto del libro che stai leggendo. Sei in uno di quei momenti in cui il racconto è coinvolgente movimento, se continuassi a studiarti, sono certo che indovinerei le scene in cui sei immersa. Mi piace studiarti e far finta di essere completamente avulso dalla realtà del momento. Sei qui ma non ci sei, il tuo mondo è sprofondato nelle pagine che ti avvolgono e rapiscono, ti proteggono da me, il tuo compagno che di compagnia ne fa poca; il tuo compagno che non sa anticipare le tue esigenze perché non sa guardare e recepire, dalla variazione di luce e di intensità dei tuoi occhi, quel che dicono senza parlare. O forse è proprio perché ho letto troppo in quel tuo sguardo che ho innalzato tra me ed esso un invisibile e potente schermo.

    Quando ho iniziato a non voler più ascoltare le parole senza suono? Forse avevi ragione tu, non volevo anticipare i tuoi bisogni, non sapevo e non potevo soddisfarli. Ti ho persa per strada mentre camminavo percorsi miei, geloso del mio tempo. Non ti ho fatta entrare volutamente. Mi bastava la certezza di ritrovarti a ogni incrocio. Inseguivo la mia crescita rifiutando il ruolo di figlio, proiettandomi tenacemente nella sfera di uomo, di adulto, e non mi son accorto che volevo dimostrare a te quel che un bambino dimostra alla propria madre. Ma tu non eri mia madre, quante volte me lo hai detto e spiegato e poi urlato; e come per gli occhiali alla fine ti sei rassegnata.

    Ti guardo, sei in fondo al libro dalla copertina azzurra, ogni tot numero di pagine spunta una strisciolina di carta, mi fanno sorridere i tuoi segnalibri, stralci di biglietti di treno di un viaggio di chissà quanto tempo fa, pezzetti di un tovagliolo di carta, l'involucro trasparente delle sigarette e perfino foglie, rametti. Quando smetterai di trasformare un libro in un campo archeologico!?! È bellissimo il tuo fare, in ogni cosa. In ogni cosa rifletti quel mondo incantato che è dentro te, sei qui ma non sei qui, da sempre, è questo che mi ha fatto innamorare: quel tuo essere corpo eppure impalpabile, se ti stringo a me sento la tua carne sotto le mani, ma ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale si ammirano monti valli fiumi e mari sottostanti. E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia. Ascoltare qualsiasi cosa tu dica è entrare nel vortice di una girandola di luce e di colori, perfino una disavventura che pure è motivo di tensione la fai divenire ameno racconto. Tutto diventa favola con te, ma chi sei? Sei una favola da cui son uscito per paura di me bambino, per paura di essere un infante da accudire, e non capivo che solo un uomo cresciuto e consapevole di sé, sa essere bambino.

    ...Dammi gli occhiali, voglio stringere le viti.

    Oh Marta, sono lacrime il sale essiccato sotto le tue palpebre chiuse nel sonno? Vieni, vieni accanto a me, lasciati avvolgere dalla mia essenza, concedile di penetrare in ogni spazio tempo che ho spezzato. Lasciami carezzare tutti gli anni che ho tinto di grigio, vedi? è bastato un gesto, ogni silenzio si è colorato.
    Ti stringo a me, sento la tua carne sotto le mani, ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale ammiro monti valli fiumi e mari sottostanti.
    E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia.
    La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra; vi resto seduto su, ti guardo e sorrido. Quassù è pace.
    Lavi dal viso le lacrime essiccate, seguo allo specchio i tuoi lineamenti, ne carezzo col dito ogni curva; in ogni ruga semino un sorriso, sul solco degli occhiali appoggio un bacio. Sento il vento scuotermi dentro, lo senti anche tu e mi cerchi nel riflesso dello specchio. Non mi vedi, Marta. Non puoi, ma mi senti. Mi sorridi, sai che sono io il fremito. Non più distanze ora che so abbracciarti l’anima.
     

     
  • Come comincia: Ho visto povertà e umiliazione, bimbi giocare sui tralicci, ridere accanto a fili di corrente scoperti, saltare nell'acqua di pozzi neri mai cotruiti, mamme incinte e stanche trascinare figli stanchi. Ho visto "ospedali" che sono vecchie case fatiscenti, e "dottori" maneggiare strumenti disinfettati in carta riciclata in fornetti a carbone. Ho visto acquistare di nascosto un pezzo di carne per gli "ospiti turisti", e tavole imbandite nel proprio desco: riso e platano e fagioli, il pasto ricco. E bimbi crescere con questo cibo. E bimbi seminudi e scalzi per le strade a imparare la legge del più forte. Ho visto cubani tornare a Cuba inanellati e tirati a nuovo in stretti jeans comprati nei negozi dei cinesi europei, con le tasche piene di pochi euro, comprare la sudditanza di chi è rimasto a mendicare qualche pesos correndo a piedi scalzi con in groppa un risciò. Ho visto strade con buche profonde mai riparate, e vecchi caderci e rialzarsi e continuare a piedi verso le proprie case costruite con materiali di riciclato riciclaggio. Ho visto mezzi di trasporto inventati con carcasse di chissà quale decrepito ricordo. Ho visto risciò ibridi di sedie a rotelle e bici e camion e pezzi stramazzati di poltrona. Ho visto la povertà, quella vera, quella che non ha il problema di arrivare a fine mese, perché non ha nemmeno le ore. E ho visto donne dagli occhi luminosi di kajal e bimbi ridere a crepapelle, e uomini "machi" esigere il "rispetto" dopo sbronze e violenze. E il silenzio nelle loro case. Cosa non hanno visto questi miei occhi stanchi.
    Quanta desolazione c'è, fuori dal nostro orticello, e quanta dignità, nonostante tutto...

     
  • 02 novembre 2017 alle ore 19:36
    Annadelmare del sì

    Come comincia: "...Da partenze diverse, avevamo percorso tutti la stessa strada accidentata; cadendo e ferendoci, tutti abbiamo sentito dolore e tanti ne sono rimasti accecati; io sono stata fortunata, il dolore è stato pietoso con me e mi ha lasciato solo le ferite che se pure non guariranno, lasceranno cicatrici a testimonio del vissuto.
    Il male ricevuto, altro non era che l’evoluzione del Maestro d’Amore; non lo seppi subito, dovetti camminare ad occhi spalancati nell’inferno senza mai poterli chiudere, costretta a sentire l’humus spalmato sulla pelle e il viscido strisciare dei vermi sul mio corpo. Girovagai per anni nel ventre della terra, come vecchia quercia, mi nutrii del putrido lasciando cadere ad una ad una le foglie che ornavano le mie fronde. 
    Quanto dolore per ogni foglia che si staccò, quanto amore precipitava e cadeva in un sordo tonfo, come costruzione di cemento a cui si bombardano le fondamenta; erano foglie ma non volteggiavano mestamente per raggiungere il terreno, si fracassavano sull’anima. Io, quercia, mi spezzavo sotto il peso dei miei stessi rami e nel tentativo di fermare il sangue che stillava impavido dal moncherino lasciato da ogni foglia, squarciavo il tronco.
    Imparai la compassione di me.
    Il Maestro d’Amore, paziente, mi guardava apprendere con fatica. 
    Rimase seduto ad ascoltare i miei ruggiti di animale ferito, accanto a me, nella mia tana buia che pur facendomi paura mi riparò dal cataclisma tutt’attorno. 
    Mai mi lasciò chiudere gli occhi per non vedere, non fu pietoso; restava compagno silenzioso, sentivo il suo respiro soffiare sulle ombre gelide dei mostri che coprivano il mio cielo da quando avevo aperto il vaso di Pandora, e vagavano dispersi sul mio suolo. 
    Fu il mio unico amico, l’unica essenza che mi rimase accanto, quando sparii dalla società. Chi mai avrebbe potuto capire la mia anima spezzata, se avevo ripetutamente dimostrato di essere un’araba fenice? Quante volte ero rinata dalle mie ceneri… Ero una colonna portante, ero marmo che nulla poteva scalfire e tutti ebbero facoltà di sbertucciarmi. 
    Tutti quelli che avevano bevuto alla mia fonte non accettarono che non ci fosse acqua per loro e distrussero la sorgente coprendola di massi.
    Il marito, gli affetti, il lavoro, la città, mi lasciarono ai piedi della fonte, Maestro d’Amore spostò i massi e mi tirò fuori circondando con le sue braccia le mie spalle insanguinate, mi strapazzò quando vide che volevo raggiungere la dimensione dove tutto è pace e mi portò al mare, in un silenzioso paesino toscano, e nelle acque fredde di quell’inverno, lavò le mie ferite. L’anima pianse e strepitò quando la salsedine bruciava sulle piaghe aperte e senza pietà lasciava colare il mio malessere nelle onde increspate. 
    La musica tempestosa del libeccio portò verso terra voci di angeli che non riuscii a distinguere finché non guarirono le mie orecchie, sfidai il mare grosso per riscoprire la forza, figlia della paura, e raccolsi ortiche per nutrirmi, volli rimanere cucciolo di animale esposto e solo, per imparare a vivere; conobbi Dio affondando i piedi nella montagna di alghe che ricoprì la riva quel ventoso e gelido inverno, io, che avevo sempre affidato a Lui ogni mio giorno nuovo, mi accorsi di aver condiviso e mai affidato veramente la vita che avevo vissuta, soltanto in quei momenti lo avevo fatto pienamente. 
    Ero nelle sue mani, Lui sapeva se quel giorno avrei trovato da sostentarmi e se mi fossi svegliata ancora e se avrei camminato con le mie gambe. 
    C’era Lui e si prese cura di me, fu il mio cardiologo e il mio pneumologo, fu il medico che tenne costanti i parametri del sangue e del calcio nelle ossa, stabilì le mie capacità fisiche finché rimasi sola, mi diede da bere e da mangiare tutti i giorni. 
    Volle lasciarmi in vita per non tagliare il nastro del traguardo prima che io arrivassi, pronta. Mi regalò Maestro d’Amore e quadrifogli, e farfalle e uccelli svolazzanti nella mia aria, e anime belle e nuove che hanno profumato di pulito il mio andare.
    Sotto la lava che tutto aveva coperto, rimasero vivi affetti creduti dispersi che tornarono a sfilare nel mio sangue per appoggiarsi dolcemente sul mio cuore troppo malato per reggere colori pesanti, malato e vivo di forza nuova quanto basta per concedergli di pompare e far danzare nei suoi riflussi l’amore..."

     
  • 19 ottobre 2017 alle ore 19:16
    Padre

    Come comincia: Eccolo lì un nodo, uno di quei puntini nascosti in un groviglio che sembrano una chiara matassa della vita e invece se ci metti il dito, nel tentativo di toccarlo e scioglierlo, te lo ritrovi impiccato e stretto nella morsa; sì, eccolo lì un nodo, uno dei tanti, sparato nel mirino che inquadra un letto, un letto di morte. E sono lì, ora, dopo tre anni della vita vecchia, proiettata nel quarto anno della vita nuova, col corpo e la coscienza seduti accanto a un letto e con il filo che li lega all’anima, ed è lungo, lungo, lungo, fino ad uno dei nodi.E sei morto, quattro giorni dopo, nei miei occhi è rimasto il tuo corpo magro e il viso emaciato e maestoso incorniciato dalle pareti della tua stanza. La laurea in giurisprudenza datata 1947 con le didascalie in latino “Senarum Universitade” e l’onorificenza del Presidente della Repubblica che in pompa magna ti fregia di “Cavaliere” e poi più in là la foto con Papa Wojtila, tu e lui, le mani unite e il sorriso e lo sguardo dell’uno nell’altro.

    E questo filo lungo e annodato che vedo solo ora, guardando te, l’ho visto materializzarsi mentre col cuore colmo d’amore ti sussurravo parole gentili che potessero penetrare e blandire il tuo animo dolorante (il corpo no, era sazio di morfina e nulla più sentiva) quando la mia mano accompagnava un cucchiaio di minestra verso le tue labbra pronte dicendoti: - “sono pronta!”- e tu socchiudevi la bocca e ringraziando mi dicevi: “- anch’io”-.

    Il nodo, il nodo, uno dei nodi.

    Accanto a te ad aspettare la morte, perché da mio padre sono arrivata in ritardo, di quattro ore e te invece, ti ho accompagnato fino all’attimo prima. Eppure non mi hai cercata, son capitata da te per caso, mi dicevi. - “a domani cara”- e domani, io c’ero. Mio padre invece, mi cercava, mi voleva vicino ed è morto senza potermi vedere. Quanto mi ha cercata mio padre? Quanto teneva di me nel cuore, in quel momento e nei momenti in cui la mia vita non prevedeva la sua?

    Quanta è la colpa di un padre che pensa a sé e non si cura di altri se non del proprio presente e passato e quanta è la colpa di un figlio che concede al padre il contentino di un sorriso e di un abbraccio e forse anche con trasporto?

    C’ero, ci sono stata accanto a te, mio padre, nel tuo letto d’ospedale e mi son chiesta e mi chiedo se lì dov’eri, è stato per reale bisogno o per bisogno di essere amato, eppure dopo due mesi sei morto davvero; era il tuo ultimo tentativo di avermi accanto quando ormai le tue difese del passato erano crollate? Di sentire il mio amore o di darmelo un po’ d’amore?

    Di amore lasciato indietro negli anni, amore barattato per il tuo comodo e per il mio.

    Amore confuso, cancellato e imbrogliato col sorriso di cerimonia che il tuo e il mio ruolo esigevano. Pensa che davvero ti amavo e t’amo, nel mio andare e tornare nella tua vita; di te, m’accorgo ho un tessuto forte, i miei principi, i miei modi di dire e di fare, quanto sono ancorati ai tuoi!

    Ma non c’ero, quando hai lasciato la vita io ero in viaggio verso te, non ero accanto a te a sussurrarti i miei “credo”, ad accarezzarti l’anima come so fare con tutti; a te, il mio amore e la mia compassione, non sono toccati.

    So accompagnare, sai papà? So accompagnare con dolcezza e tenerezza, mi viene spontaneo, so sussurrare parole dell’anima che toccano le corde mie e del fratello morente e all’unisono si accordano alle note dell’aldilà. Ma con te non mi è stato concesso cantare quella musica, né a te è stato concesso udire la mia musica. Perché? Perché il mio treno è arrivato quella manciata d’ore più tardi. Tardi per tenere una tua mano fra le mie, per lasciare la voce del mio cuore nel tuo. Quel più tardi che era la musica nel tunnel, nel tuo e nel mio. Sei venuto però, a salutarmi. Nell’ora esatta che il tuo respiro si è fermato, nella mia cuccetta in quel vagone, mi hai svegliata e bagnandomi con l’acqua che non c’era, mi hai costretta ad alzarmi e senza più sonno, guardare l’orologio, cosicché dopo avrei potuto avere un riscontro. Il tuo ultimo saluto. Io non arrivavo e tu non potevi più aspettarmi. Ecco papà, oggi ti sono stata accanto, ti ho imboccato, accarezzato, sorriso e sussurrato parole amorose, ti ho dato un bacio ogni giorno nei tuoi ultimi giorni. Ti ho raccontato delle mie conquiste, ti ho letto l’ultima recensione che hanno fatto su di me. Ti ho fatto partecipe dei miei momenti di gloria e tu mi hai sorriso, sorriso ed annuito orgoglioso di questa figlia.

    Ogni giorno per giorni accanto a un uomo che moriva, come te, come mio padre. Non eri tu, non sei stato tu a morire con la gioia di tua figlia accanto, è stato un altro uomo che ha avuto me, figlia tua.

    La morte mi ha dato un nodo pronto da sciogliere, ha liberato il dito rimasto incastrato nel filo in questa stanza di Firenze e quel dito ha lacerato il tempo e le distanze, e ha toccato te, mio padre. Io ci sono accanto a te, adesso, con due anni di ritardo, ma tu sei lì dove il tempo non ha la stessa connotazione ferma del mondo, ha una pulsione eterna. C’ero, ci sono stata, a dirti addio, attraverso un altro padre io ti ho accompagnato nel passaggio e ti ho amato, ti ho avvolto d’amore in un abbraccio tenero mentre andavi nell’abbraccio eterno.
    Ecco papà, ora so che questa opportunità mi è stata regalata per farti arrivare quel momento che ho mancato, per farci incontrare in quel nodo che altrimenti sarebbe rimasto legato per sempre. Ora è sciolto, ora abbiamo vissuto quell’ultimo incontro che ci è mancato, a cui ho e abbiamo mancato.

     
  • 20 luglio 2017 alle ore 1:21
    Storia breve dell' infermiera di paese

    Come comincia: Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam? Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari. 
    Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
    Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi, e io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni. 
    Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza, però me le davano, con amore e malizia mi hanno dato due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme ad un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui per non poggiarsi sulla pelle in un elettrico frammento di istante, un istante lambito dal calore della mano d’uomo sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina. Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi. 
    Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate, sorseggerò il caffè. 
    I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ ieri.
    Ecco, che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto, oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.

     
  • 04 luglio 2017 alle ore 20:08
    I sette anni nuovi- la donna nuda

    Come comincia: L’albero dei cento uccelli

    La luce del mattino successivo mi diede il buongiorno con un freddo e azzurro cielo, insieme al cinguettio degli uccelli annidati a centinaia sulla grande quercia, “l’albero dei cento uccelli”, così l’avevo battezzato al mio arrivo in quell’ameno paese marino. Oasi di ogni mio rientro a casa, convolvolo dove riparava il mio animo taciturno.
    L’albero dei cento uccelli mi veniva incontro, sulla strada del ritorno al mio rifugio alla sera, e mentre lentamente scendeva il silenzio fra i rami, arrivava forte il profumo dei ceppi nel camino che si insinuava nelle narici evocando immagini di famiglie riunite, di paioli sul fuoco, di tavole imbandite. Scoppiavano i profumi della mia famiglia, del mio focolare, della mia vita, nella mente scoppiavano i giorni andati e si dibattevano in una immane lotta per fermare il tempo perduto. Scoppiavano lacrime pesanti che come petardi cadevano incandescenti sul mio cuore e bruciavano le viscere, il sangue era lava che nel passaggio ardeva la pelle.
    La mano dei miei bambini, dei mie figli o dei miei nipotini, di chi? Di chi era la mano che solleticava leggera la mia? Sulla pelle violacea e gelida per il freddo, mi sembrò di sentire la mitezza di quelle dita e fra i suoni delle fronde al vento, le loro risa squillanti e le loro corse di corpi leggeri, danzanti nella giocosa scorribanda.
    Non c’erano bimbi sulla strada buia, tanto meno i miei, c’era il vento impietoso che sferzava il mio corpo indifeso; e lontano, grida di gabbiani spruzzate di onde.
    Eppure sotto la grande quercia li sentivo, sentivo le loro mani cercarsi sfiorando la mia gonna nel rincorrersi, sentivo le manine stringersi ai miei vestiti e tirarmi nel loro gioco, e nei gorgoglii delle vocine il mio nome: “mamma! Mamma, nonna, mamma, cercami, sono qui, lui è lì, non ci vedi? Siamo più furbi di te, ma mamma… nonna! Mamma, nonna, hai perso!…”
    Ho perso.
    Ho inciampato e sono caduta, nel passato.
    Volti e immagini di istanti si sovrappongono, emozioni identiche si abbarbicano a tempi diversi, a bimbi diversi. I miei figli? I miei nipoti? Di chi sono queste voci e questi teneri corpicini, questi amori, di chi sono.
    Il cuore si arrotola su se stesso, confonde il suo compito e non pompa nei suoi ritmi, si arrotola e conforma ogni orizzonte.
    Muta e ferma e rinchiusa nel debole involucro di me stessa, mi vedo centrifugare nel vortice di un dolore che non sa mostrarmi vie di scampo. Animale ibrido, feto indeciso in un utero sconosciuto; scalcio nel tempo liquido che non mi riconosce, e non mi riconosco nel mio tempo, annaspo in acque che non so se sono le mie, follia di un'anima in cerca del suo corpo. Del suo tempo.
    Il mio tempo di mamma dov'è, quando finisce il tempo di una mamma.
    Lontana dai miei figli sento ingrandirsi sempre più il vuoto del mio ruolo sospeso in un argine di mondo che oggi mi ospita, che tenta di riconciliarmi, di mostrarmi quali siano i ruoli di ognuno, quali siano i dispiaceri che abbiano diritto di alloggiare momentaneamente in un essere umano. I miei figli, bimbi ormai adulti, ma figli. I figli di mio figlio, bimbi.
    Rivolta ai pochi bagliori rimastele, l'anima mia sussurra parole e in cunicolo del cielo, a loro le invia:
    Ti ho lasciato
    Ti ho lasciato, figlio mio
    andare via in un sussurro
    mentre un urlo avrei voluto
    lanciare dallo sterno
    Ti amo, ti amo mio bambino
    uomo d’oggi ormai adulto
    eppure ‘si piccino
    e d’amore bisognoso
    di mamma e braccia larghe
    che avvolgendoti cancelli
    tutto il male e le tristezze
    che il destino ci ha donato
    per condividere il bisogno
    d’esistenze rinnovate
    Ci vuol forza bimbo mio,
    uomo ormai adulto,
    per percorrere la vita
    che ignari abbiamo scelto
    quando nell’ombra di un’aurora
    il nostro sì alla vita è stato detto
    Ti amo, figlio mio
    e se una piuma mai vedrai
    sulla tua spalla abbandonata
    accarezzala e sorridi
    che mamma tua è lì appoggiata.

    E sotto l'albero dei cento uccelli, carezzata da una piuma scivolata dal vento, lascio la mia anima appoggiata sulla spalla dei miei figli.
    Non sono strilli di bimbi, né figli né nipoti che accarezzano la mia aria, e il tepore che mi sembra di assaporare sulle mani non è il tocco di manine di bimbi, né miei né di altri, è il sangue che ancora come lava arde, e vuole irrorare queste mie mani gelide e violacee dal freddo che mi pervade, dentro e fuori. Cado sulle ginocchia su quest'asfalto che pure sembra abbracciarmi e consolarmi. Sono caduta, ho inciampato nel passato e sono caduta.
    Sono caduta nel passato, in un giorno del giorno di ieri.

     

     
  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:08
    Io, il mare e i sette anni nuovi

    Come comincia: Come si inizia: Si arriva fino alla cima dopo dolorose e faticose scalate. Dopo esser caduti e feriti, dopo aver calmato il sangue che sgorga dalle ferite, e della benda insanguinata se n’è fatto il proprio vessillo, ti fermi a guardare la bellezza dal piccolo spazio sulla cima, e vivi la meraviglia. Inizi l’istante che si dilata e che contiene ogni pensiero fermo, immagini senza suono sfilano, e abbracciato dal senso di pace, guardi il silenzio nel silenzio.

    Ogni momento di vita è davanti ai tuoi occhi e si lascia guardare, scrutare, capire.

    E tu, buon osservatore guardi, guardi te stesso nella luce della cima e ti capisci. Capisci te e la tua vita. Ma dove inizia il tremore del luogo dove sei poggiata?

    Capitolo I

    Io, il mare e i sette anni nuovi

    A. D. 2007

    Cancellavo con i passi l’asfalto che correva dietro me. Turista, mi ero persa, nella periferia della città dell’Arte, nel silenzio di un mezzogiorno di domenica. Palazzi chiari di sole, strade larghe come uno stretto abbraccio; mi fermai stupita del mio stupore e mi sentii leggera, aria dell’aria che respiravo e che mi avvolse. Guardai quel paradiso di quotidiano nascosto alla memoria. Si aprì ai miei occhi curiosi il frontespizio di una chiesa in tutto il suo splendore, lontana dall’eleganza rinascimentale, liscia e chiara, semplice, dai muri color paglia che sembravano pennellate di luce. Entrai.
    Sentii il bisogno di far parte del silenzio sacro di quel luogo, di quelle fiammelle di candele che come mani di un pittore giocoso disegnavano sagome ballerine nella morbida penombra così piacevole e contrastante con la strada accecata dal sole dietro la grande porta. Mi sentii fusa nei colori bruni della chiesa e nel profumo di incenso appena percepibile, mentre da lontano mi raggiungeva un canto che pareva innalzarsi fino a superare il cielo.

    Io, mi sentii in quel canto e come se volassi negli stessi cieli, mi vidi scendere e posarmi sugli scuri pavimenti di San Miniato. L’istante era lo stesso.
    Gradini
    Avevo salito tutti quei gradini arrivando col fiatone al portone, il sole accecante lambiva la scalinata facendola sembrare una gialla collina sbiadita dalla luce, e assonnata scivolava sulla città, l’interno per contro era fresco e piacevolmente ombroso, lo stesso profumo di incenso, lo stesso canto lontano, la stessa luce tremula e fioca di candele votive. La stessa aria disegnata dai giochi di luce. Era Firenze, era il mio viaggio alla ricerca del bello attraverso cui poi, poter vedere me stessa.
    Con un sorriso mesto pensai all’Ara Coeli, ai suoi tantissimi gradini a picco che avevano fatto urlare i muscoli delle mie gambe per poi ripagarmi con l’incanto che fa vivere ogni meraviglia che ci concede di farne parte. Tanti gradini antichi da salire, a Firenze come a Roma, come nella vita.
    Salire i propri gradini antichi e poi dall’alto, guardare.
    Mi abbandonai al presente. Circondata dal bello creato nel tempo grazie alla capricciosa intuizione di grandi artisti in luoghi diversi, mi spinsi nel mercato di San Lorenzo lasciando rotolare il mio corpo sballottato da altri corpi distratti, ubriacata da voci dai suoni ridenti e ondulate in lingue sconosciute.
    Che strano, cercarsi tra la folla, nelle grandi città dove a ogni sguardo, un’opera d’arte si impone altera fra gente che frettolosa zampetta urtandosi. Suoni di clacson rabbiosi, visi deformati dalla tensione, bocche in continuo movimento, spalancate, tristi, ridenti. Voci, voci concitate, voci e rumori di città. Cercarsi tra la folla… forse che i rumori sono tanto forti da non concedere alla mente di formulare un qualsiasi pensiero, forse che il caos esterno ghiacci il proprio e restringendosi conceda spazio all’anima. È così che il vagare per la città tra frotte di turisti, sentendosi un giapponese fra giapponesi col naso all’insù a rimirare e fotografare ogni angolo partorito dall’Arte, può essere illuminante: il frastuono resta sospeso attorno al capo mentre tutto l’essere viene inondato dalla bellezza, il bello dilaga, come acqua pura, come restare immersi in un lago di montagna, come lasciarsi abbracciare dalle colline toscane. E abbracciarle. E si annulla ogni moto dell’anima confusa.
    Ritorno nel rifugio della chiesa e guardo il silenzio che cade sulla città insonnolita della domenica mattina, in silenzio; e mi guardo dentro, nel mio silenzio, poi mi segue sulla strada allagata di sole e mi rende l’eco ovattata dei miei passi solitari in una delicata sinfonia.

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elementi per pagina
  • Singolare, femminile: undici colori di un misteriosofico ventaglio, undici episodi di esistenza profondamente scandagliati, spogliati fino al nucleo dei personaggi ad accompagnare l’elemento umano alla natura della più intima essenza, finanche alla extrema ratio per alcuni.
    L’autrice è fine conoscitrice del mondo interiore, attenta e oculata tessitrice tesse l’anima d’ogni personaggio scrupolosamente, senza mai cadere in noiosi luoghi comuni, piuttosto vivificando la già pulsante trama. Ella osserva, fotografa, disegna policromie di vite, non solo costituenti una storia, ma anima, cuore e natura dell’opera stessa; con dedita partecipazione simbiotica, empatica, rapisce e accompagna, inoltra in luoghi e attimi che si fanno tutt’uno con il lettore trasportato nelle vene del protagonista. Undici avvincenti momenti di vita. Intensa e profonda l’analisi psicologica in Audrey, nella fragilità delle decisioni, nei friabili propositi, nei rimorsi che annichiliscono l’anima. La Montomoli con la raffinatezza di chi, compassionevole se pur obbiettivo, osserva e carezza i moti ammutinanti che imprigionano un’anima, un’esistenza, un corpo. In Risveglio l’accurata indagine illumina la coscienza, in ogni riga s’aprono scenari importanti di consapevolezza. È Time out all’infinito spaccato di vita, argomento spinoso che l’Autrice dipinge di colori tenui e soffusi di cum passione. Delicata denuncia sociale. In Rebecca Fox l’esposizione in prima persona ci riflette nelle circostanze: viviamo i suoi pensieri, vorremmo intervenire, salvarla, ma Rebecca si salva da sé: come? è inimmaginabile come ella segna la sua vittoria. In La scelta, nitide e nette traiettorie su trama tanto breve quanto esaustiva i moti emozionali, di noi tutti. È singolare Regionale veloce, una storia come tante, un non mai confessato che diviene interessante morbida esistenza. È tutto singolare in Singolare, femminile. Nondimeno sottile e stupefacente è Bambola di porcellana; le vie che percorrono il riconoscimento di scelte non volute o di pregiudizi, sono cosparse di avvenimenti non prevedibili e spesso tragici. È Luca, un uomo a portarci quasi alla fine della lettura del libro. Un uomo narrato nella sua più misterica essenza attraverso il suo normale vivere. Tutto appare normale in Compravendesi, anche il sogghigno del ratto davanti al cespuglio dei roseti: ventuno. La sorpresa è l’eleganza dell’Autrice che avvince e rapisce; mai avrei supposto un finale così... Dolci colline coinvolge e trasporta. Incanto pervaso di stupore, minuziosa descrizione, disamina di luoghi; e il dialogo della protagonista: prezioso sguardo sull’esistenza palpitante d’espressioni di alta liricità. Nel finale della Raccolta un ultimo saggio sulla natura umana, sulle fragilità e morbosità, difese e offese. Amina rappresenta il nostro periodo storico di violenza e pregiudizi, di doni rinnegati. L’Autrice descrive un coinvolgente panorama culturale straniero, pure non lontano dal modus operandi dell’uomo occidentale. In questo ventaglio di racconti dagli undici colori diversi, una sfumatura è persistente: la libertà dalle angherie, auto-inflitte o propinate; e il senso di giustizia umana e ancestrale, di armonia del Cosmo e del Microcosmo. È Singolare, femminile un’opera òrfica, altamente lirica. Il prodigioso valore dei segni nei lemmi, ne fa materializzazione di encomiabile ispirazione; in scrittura lineare, la Montomoli tocca corde vive del pensiero/emozione.

     

    [... continua]

  • Parlo di Beatrice Bausi Busi, la BBB, donna-elemento, e per farlo devo immergermi negli sciami di vita che è sintesi del respiro stesso. E’ ella monade dei 4+1 Elementi, in essi e con essi Beatrice esiste, vive nutrendo il quotidiano e lo respira, divenendo portavoce per chi non ha l’udito e la vista così sottili da poter interpretare le parole delle immagini che la Natura utilizza insieme ai suoni (o vibrazioni?) con cui a noi si rivolge. E sono vibrazione, onde magnetiche colorate di messaggi, le odi che in "La stessa cosa fluente" avvolgono il lettore. In ogni  componimento dell’artista vi è lo specchio del Mondo Reale di cui noi, umanità corrotta dallo stress della Civiltà, non sappiamo coglierne il riflesso, anzi spesso ci acceca e volgiamo lo sguardo altrove, per timore forse, di non essere sufficientemente realistici. Ma non solo attraverso gli occhi della BBB riusciamo a vedere ciò che altrimenti non potremmo, ma addirittura ci scopriamo testimoni del suo attraversare memorie ataviche, così come possiamo constatare, valicando la moltitudine di sue liriche chiaramente rappresentative: “… come mai ho sempre amato il suono della bùccina…” e seguendo, a pag 18 o a pag 32 e 36 in particolare, e in tutte le liriche raccolte in questa opera, vi è un rappresentare con tanta perfezione di partecipazione intima, molte situazioni in realtà mai vissute, ma se seguiamo la scia dei fotogrammi che qui sono parole-emozioni, stiamo camminando il percorso che conduce alle memorie ataviche: il grande spazio che ospita la poetessa, e sicuramente anche noi anime inconsapevoli; assolutamente estrapolate da tale fonte sono tutte le liriche di La stessa cosa fluente, e tutte scandite da un ritmo unico, “…appassionati e pacati…” ne è la massima rappresentazione (pag 62), già in questa poesia (ma lo è in ognuna) ci troviamo davanti ad una donna che non ha più fisicità, il suo interiore è definitivamente fuso in quella fonte e non è più scritto quel che leggiamo, ma voce che s’innalza dal libro, suono che arriva da dimensioni eteree, pure, reali come ogni cosa che ci circonda, ogni cosa alla quale sappiamo dare la vera definizione nella giostra dell’esistenza, alla quale abbiamo saputo togliere il superfluo: la fisicità fine a se stessa. Come sensitiva, la BBB accosta delicatamente l’anima al suo sentire, in quello spazio “non suo” eppure proprio. Signora di quel grande spazio delle memorie ataviche, l’autrice, con il suo fluido scrivere ella ci accompagna a scoprire questo luogo, premurosamente si fa “mano” con la quale appoggia il nostro essere nell’arcano e ce lo fa assaporare con tutti i sensi, inducendoci ad adoperare il sesto, ora, in questa lettura, e dopo e sempre. Grande insegnamento e nutrimento del nostro interiore, si palesa in ogni componimento che diventa per queste peculiarità, vademecum dell’anima
    Beatrice Bausi Busi, questa anima che posiziona la sua Essenza senza contorcersi, ma poggiandosi come ultimo passo di una danza che si è consumata in volute di suoni, si posiziona, dicevo, ad occhieggiare boccioli poggiati su questi spazi, boccioli che custodiscono nella stretta dei petali, il fiore di vite di altri o di noi stessi (già vissute?).

    [... continua]