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Autore

Annamaria Vezio

in archivio dal 22 mag 2012

03 marzo 1955, Firenze - Italia

segni particolari:
"Attento a ciò che desideri perché lo avrai" (detto berbero)...e che sia buono il tuo pensiero perché egli sarà la tua Manifestazione (detto mio).

mi descrivo così:
Operatrice culturale: Critica letteraria. Responsabile editoriale. Organizzatrice eventi culturari. Formazione Studi Umanistici (ampliati nei rami specifici della Psicologia, dell’Arteterapia, del Benessere Psico/fisico e delle arti Figurative). Promuove " l'Arte per Gioia, Arte per Tutti" .

05 luglio alle ore 21:02

Lascio una lettera per te

Il racconto

Freccia Rossa 9440
Caro Luca,
sono sul treno che mi porta nella la tua città, non ti cercherò, penso a te e lascio all’inchiostro sul foglio la gioia di raggiungerti. Avrei voluto vederti e parlarti, non hai voluto. Mentre ti scrivo fingo di essere seduta sul tuo divano: io, me stessa e te. Vedi, ora non soffoco più, ricordi? Ti dicevo spesso soffoco ed avevo difficoltà fisiche a respirare. Ti parlo di me che non conosci e che nessuno ha visto oltre la mia immagine di donna importante, non so se vorrai leggere, poi penso al tuo viso quando mi incoraggiavi a parlare ed io non ne ero capace e mi rilasso; alla fine, se non vuoi, non mi leggi. Non riuscivo a parlare, dentro me le emozioni erano confuse: persone che dipendevano da me e non lo sapevo, ero io a dipendere da loro ché pur di ricevere un sorriso e un po’ di tenerezza mi facevo ora tappeto, ora coperta e quando il tessuto si è disfatto sotto il loro peso, non mi hanno buttata come un oggetto vecchio ma amato, no, mi hanno sfilacciata e buttata nel camino. Ho smesso di lottare mio amato, e sono crollata, l’ultimo lampo di vita mi ha portata su un treno e sono partita, sola, senza un saluto. Quando si ama troppo, si perde ogni diritto d’amore e non è lecito soffrire e aspettarsi un abbraccio. Per un tempo ho vissuto nel silenzio, in un sopore cullato dall’aria mesta del mare che mi ha coccolata curando le ferite. Ora dopo ora fra le nebbie dell’anima si è sviluppata la luce fino a intravedere la trama della mia vita intessuta di dolore. Sono tornata bambina, alla prima violenza per ripercorrere me stessa e il bisogno d’amore che sempre più donavo nell’infantile speranza di riceverne in parte come scambio, che mi ha invece portata a trascinare l’esistenza in un labirinto di angherie che credevo di dover meritare. Mi sono rivoltata non come un guanto, troppo gentile come metafora, rivoltata e lavata come la trippa, hai presente? L’hai mai vista preparare? Mi sono giudicata, accusata, rimproverata di essere così finta: fuori forte e dentro cubo di burro. Mi sono persa: allora cosa e chi sono? Mi sono ritrovata: ero io, quella che sono; tenuta in vita dall’amore che proteggeva come guscio d’uovo, la mia parte sana. Avevo perso di vista me stessa perché dovevo lottare per chi esigeva tutte le mie energie. Ho dovuto restare assopita per non farmi ingurgitare. La mia realtà di sposa è stata aberrante, sopravvivere alla falce della violenza fisica e psichica è stato sfibrante e mi sono ritrovata covone di iuta abbandonato in un campo arido.Tu mi hai incontrata lì, credendo fossi un fiore mi hai raccolto aspirandone il profumo, io ti ho fatto credere di essere un fiore vivo, colorato, profumato.Con te mi sentivo davvero fiore, ma ero un sacco di iuta. Vuoto. Il verde della poltroncina della freccia rossa mi ha ricordato una lezione di psicologia studiata da ragazza, cito: “due rane vengono messe a bollire in due pentole, una contiene acqua fredda, l’altra è già in bollore; la rana messa nell’acqua fredda rimane nella pentola e quando questa arriva all’ebollizione, la bestiolina è già morta senza essersene accorta; la rana messa nella pentola dell’acqua bollente, si scotta e salta. Mi sono perdonata, ero la rana nella pentola dell’acqua fredda. Non rimpiango di aver amato tanto, ma solo ora so che posso essere amata senza pagare. So che non ero io a suscitare attenzioni malate a cinque anni, ma una bambina che non è stata protetta e difesa dalle brutture della vita quando era impreparata a vivere e, bambina di quindici anni sono andata nella pentola dell’acqua fredda…mi sono sposata. Non so perché ti sto aprendo l’anima così, forse è perché non ti vedrò più o forse perché so di dovere a me stessa la sincerità. Questo aprirmi avrebbe voluto essere aprirsi, questo essere letta avrebbe voluto essere ascoltarsi come persone, come un uomo e una donna che si sono amati. Avrei voluto vederti per salutare il mio tratto di vita vissuta sul tuo cammino, confrontarmi con chi ho amato, vederti senza veli. Non me lo hai concesso. Hai voluto lasciarmi nella sospensione, anzi no, sei tu che ti sei messo lì, sospeso nel mio cielo e non ti posso guardare posizionato in nessun luogo. In me, ognuno e ogni cosa ha preso il suo posto, tutto si è raffigurato come in un dipinto, tu hai rubato una goccia di colore e voli autonomamente sulla tela. Il quadro della mia vita è nei miei occhi, negandoti hai lasciato che non ne veda una parte. Non posso né voglio fingere che tu non sia esistito, che il “chi è passato nella mia vita” non esista. Non voglio credere che ci sia un luogo dove gli “incontri” non significano nulla. Non c’è regno, terreno o celeste che viva il congiungersi senza motivo, senza emozione. La vita è un incontrarsi di linee che producono altre linee. Noi ci siamo incontrati.
Il treno ha attraversato la Toscana e raggiunto l’Emilia senza che mi accorgessi del buio delle gallerie o del sole che balenava fra l’una e l’altra: ho te nella luce del cuore, ti sto vedendo, illuminato di sole e di sorriso e d’amore mentre voliamo in un abbraccio e mi prendi in giro perché il mio corpo accanto al tuo fa di noi l’aquila e il passerotto. Mi prendi il viso fra le tue larghe mani a coppa e gli occhi tuoi blu si fondono e sciolgono nei miei. Ci sciogliamo cielo nel cielo. Sensi e sentimenti si liquefanno e ci lasciamo scivolare l’uno nell’altro. Ricordi? Dicevamo di produrre una luce così potente che avremmo potuto illuminare una metropoli, far viaggiare centinaia di treni. Quanto dolore mi sono data questa volta.
A remissione di tutti i miei peccati. E quanto ne ho dato a te! Ora i nostri peccati tutti, sono rimessi. Non so come salutarti, ti dico: ti abbraccio forte, fortissimo come ci dicevamo pieni d’amore? Potrebbe venirci nostalgia feroce per quell’amore che impreparati abbiamo strapazzato e ucciso, che io più di te ho ucciso. Oppure chiudo dicendoti: “so che non ti sentirò più, ma che me ne importa”?
No, sarò sincera. Mi manchi, mi manca l’amore che avrei potuto ancora ricevere da te, mi manca l’amico e l’amante che non ho saputo amare, ho capito tardi ciò che è passato nella mia vita senza averlo saputo vivere. Ora, per un attimo, lasciami respirare un volo libero nel tuo abbraccio come ogni volta che mi hai tenuta stretta.
È così che ti saluto. E sii felice, che la vita ti regali gioia e serenità.
Sempre.
Stazione di Milano, lascio una lettera per te.

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