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Poesie di Bianca Fasano

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  • 20 luglio 2016 alle ore 14:48
    Momenti di quiete

    Apprezzare
    i momenti di quiete,
    non è semplice:
    sembrano pallidi
    ed impalpabili
    come la brina al mattino
    che si frantuma
    al solo tocco delle dita.
    La vita offre colori forti,
    nel dolore nero,
    il non colore
    che assorbe gli altri
    e non li rende,
    nel bianco,
    che li raccoglie,
    nel rosso delle passioni
    ardenti
    e fuggitive,
    nel giallo delle ginestre
    gelose,
    nel verde dai vari toni,
    della fragile speranza
    ed altri colori
    che s'affaccendano
    intorno,
    passandosi la mano
    tanto in fretta, a volte,
    da non vederli davvero.
    Il pallido momento di quiete
    non s'apprezza
    e pure, si dovrebbe,
    invece,
    utilizzarlo per la riflessione
    per la propriocezione dei sentimenti,
    dei vuoti e dei pieni
    dell'animo,
    per compiere il passo successivo
    che ci salvi dall'errore.
    Potendo.

  • 11 settembre 2014 alle ore 22:45
    Dedicata a Jane Austen

    Mia Cara Jane,
    lontana dal mio tempo,
    ma non dal sentimento e l’emozione,
    non penso
    la tua vita ti abbia dato
    ciò che cercavi con il fiato e la ragione.
    Non penso:
    le eroine dei tuoi film
    fatti con l’intuizione e l’ironia,
    hanno alla fine vinto le battaglie,
    placato l’animo coi desideri vinti
    ma ciò non fu per te, amica mia.
    Film:
    non d’immagini di celluloide,
    ma fatti di fantasia ed inchiostro,
    scritti e poi da qualcuno realizzati.
    Storie di donne che non eri tu
    a cui l’amore, invece, fu negato.
    Non tu, cui il tuo Thomas rinunciò
    in quanto preda di un altro destino,
    tu, le cui notti non rallegrò l’amore
    ed il calore di un altro respiro.
    La tua gioia, cara Jane, l’hai cercata
    e l’hai trovata,
    nei tuoi personaggi.
    L’hai regalata a noi,
    ricca di vita,
    di quella che a te stessa fu proibita.
    Non posso che abbracciarti, col pensiero
    come  la perla di una immensa collana
    fatta di donne tutte come noi,
    che han combattuto
    i propri e gli altrui errori,
    immerse in tanti tempi differenti
    con un unico grande filo a unirle:
    il tentativo di essere se stesse
    e vive l’amore e la ragione,
    cui intorno il mondo tenta di fermare
    l’arte, l’ardore, la forza e la visione.
     

  • 27 maggio 2014 alle ore 11:11
    Dedicata a mia nipote Gelsomina Fasano

    I luoghi dell’anima
     
    Permangono,
    mi dice mia nipote Gelsomina,
    ti restano nell’anima quei luoghi
    che hai vissuto da bambina
    e tornano, nei sogni,
    a ricordarti
    che tu non sei più tu
    e loro più non sono ciò che erano per te.
    Ma restano,
    presenti
    e ti richiamano a momenti assenti
    dalla vita che vivi
    giorno per giorno
    in altri nuovi luoghi della mente.
    Sì,
    un giorno il mio fantasma potrà correre
    trasparente, impalpabile
    errante,
    tra i campi del Cilento
    che non ci sono più.
    Tra le immense vallate,
    sotto i monti,
    non ancora serrati da recinti.
    I miei piedi percorreranno Droro,
    quello che più non è.
    Senza la roccaforte costruita dall’uomo
    che, silenziosa sovrasta,
    vuota di sogni e di ricordi belli.
    Soltanto ulivi, verdi
    e grigio-argenteo nelle foglie
    picchiettate del bruno delle olive,
    del verde screziato,
    dalle reti rosse
    e bianche,
    stese in terra
    e fermate da chiodi di ricordi,
    tenute assieme dal passato.
     
     
     
     
     
     
     

  • 23 maggio 2014 alle ore 13:47
    Possesso di tutto

    C’è un filosofo intelligente
    che divide la gente
    d’avere e di essere.
    Chi è non è posseduto da nulla
    è un uomo di libertà,
     chi molto possiede,
    assai spesso non possiede il “sé”.
    Una casa, le mura, il calore,
    vogliono dire per chi vive di essere
    rientrare nel caldo tepore di un nido d’amore.
    Le rondini lo costruiscono spesso
    assai fragile, ma forte già tanto
    d’attenderle ancora
    la successiva primavera.
    Una casa dove vi sia lo spazio per ascoltare
    chi rientra a sera
    ed abbracciare con lui
    le nostre e le sue delusioni,
    la dolcezza o l’amaro del giorno passato.
    Condividere aria,
    un odore che è proprio
    soltanto quello di casa.
    Una casa non è lo splendore
    da mostrare alla gente.
    La ricchezza, magari non vera,
    da fare invidiare.
    Da invidiare per quello che penso
    è soltanto l’amore che si sa donare a chi esce
    dalla porta di casa
    e vi torna.
    Uno sguardo,
    un sorriso,
    un invito a lasciare fuori di casa,
    con la polvere dello stuoino
    ogni amaro ricordo
    e trovare, fra le mura d’intorno
    sollievo e fiducia.

     

  • 27 aprile 2014 alle ore 22:01
    Chi ti ha perduto

    Chi ti ha perduto,
    ancora non si stanca,
    di cercarti.
    Non sei nel vuoto
    spazio del nulla,
    ma in altri spazi,
    senza sapere di chi ti ama.
    Passano gli anni
    e nello sguardo tuo
    Cosa mai c’è?
    Possiamo immaginare
    di altre te,
    senza codini
    e pupazzetti allegri,
    ma felice di altri sorrisi
    ed altri luoghi,
    che non siano quelli dell’infanzia.
    Quale vuoto di ricordi
    sfugge alla memoria
    e non ti fa tornare da chi ami?
    Possiamo immaginare
    nebbia di non ricordi
    che ti aiutino ad amare
    chi oggi ti ama.
    Tra tante strade nere
    che tu possa percorrere oggi,
    altri amori che ti tengano stretta,
    fatti di sguardi,
    tenerezza, parole e fatti
    è certamente
    il meglio che possiamo immaginare.
    BiEffe
     
     
     
     
     

  • 22 aprile 2014 alle ore 12:16
    Fotografie.

    Si succedono i sorrisi,
    nelle foto.
    Foto antiche,
    più recenti,
    alcune nuove.
    La linea dei ricordi
    si fa breve: “pare ieri”,
    ti vien detto di pensare.
    Pare ieri:
    e quell’amore non c’è più.
    Quanti baci e giorni assieme,
    fatti, parole, respiri.
    Pare, sì, proprio fosse successo ieri
    che ci si disse addio
    e abbiamo rinnegato il perchè.
    Volti perduti al mondo,
    con gli occhi allegri
    o tristi,
    che parlano di un tempo
    proprio finito.
    Di vite che sono forse andate ad abitare
    In luoghi sconosciuti di energia
    e ai nostri sguardi non ci sono più.
    Le foto ti trasportano
    con foga,
    non sempre sembra giusto
    rivederle.
    Fuori c’è un giorno nuovo,
    altri sorrisi, e voci
    amori nuovi per un bimbo nuovo.
    Amori antichi, da dimenticare.
    Nuove foto,
    di sorrisi e sguardi,
    da osservare.
    BiEffe
     
     

  • 20 marzo 2014 alle ore 21:10
    Concedimi una lacrima.

    Concedimi una lacrima,
    di commozione.
    Mia figlia,
    la più piccola,
    mi dice spesso che sono diventata facile all’emozione,
    ma è vero che lo sono sempre stata.
    Concedimi, mio Dio,
    che pur da qualche parte sei,
    se non in cielo,
    forse nelle speranze di una vita,
    concedimi un sorriso nel tenere tra le braccia,
    sospeso tra cielo e terra
    quel bambino nuovo
    un poco mio
    e molto del mondo che verrà.
    Concedimi di essere felice,
    che stia bene,
    che sia proprio così:
    un esserino pieno di risorse.
    Concedimi,
    però,
    anche una lacrima,
    che non ho versato,
    per quelle voci di un filmato:
    voci di chi al mondo
    proprio proprio “perfetto” non è nato,
    ossia come una mamma può avere desiderato,
    ma che,
    malgrado ciò
    è stato amato, forse più di altri più pefetti bambini
    appena nati o nati mai.
    Uccisi,
    violentati,
    segregati,
    usati, calpestati.
    Se tu davvero vedi,
    guardi al mondo con immensa pazienza,
    amico Dio,
    credimi, più di quanta ne abbia io,
    nel vedere quanto male sappia fare
    l’uomo di terra,
    che hai creato.

    20/03/14

  • Il tuo sorriso, aperto,
    il tuo sguardo indagatore,
    ma preoccupato,
    attento.
    Non conoscevo,
    non ho conosciuto,
    ma tu sei morto invano,
    se, almeno oggi,
    non parlo di te
    Peppe Diana,
    sacerdote di Dio,
    di un Dio fattosi umano,
    che morì sulla croce,
    per me, per te, per noi.
    Se non ricordo,
    in questo giorno qualsiasi,
    eppure da memoria,
    il tuo sorriso, certamente umano,
    alle cui spalle non poteva
    non esserci il timore
    di chi ti avrebbe un giorno
    fatto tacere.
    Per te, per me, per noi,
    per mio nipote che ha solo tre mesi
    e che sorride spesso
    e guarda al mondo,
    pregherò Don Peppe,
    sacerdote di Dio.
    Che tu non sia
    Dimenticato mai.
    Pace per noi.
    BiEffe
     

  • 11 marzo 2014 alle ore 11:12
    LA MOSCA

    Mi diceva la mamma
    che una mosca,
    caduta in una ciotola di acqua,
    nuota e si affanna per venirne fuori
    con tutte le sue forze,
    ma, salvata che sia,
    a bordo piatto,
    muore.
    Noi umani ci affanniamo,
    ogni giorno,
    nel nostro piatto d’acqua,
    per nuotare
    portando a compimento le giornate.
    Un nuoto, a volte,
    persino divertente:
    riuscire in un intento
    quale sia:
    l’esame di patente,
    l’esame di una laurea,
    gli esami della vita.
    Il sentimento ci fa battere
    veloci,
    le ali dell’amore
    e finché le battiamo,
    anche se stanchi,
    non contano le ore.
    Guardiamo ad una riva,
    quale sia,
    di volta in volta
    la vediamo giungere,
    sembra che sia la sponda,
    ma poi: via, verso un altro traguardo,
    un’altra meta.
    A pensarla così si può decidere
    che non valga la pena di tentare
    una salvezza,
    un porto da cercare.
    Ma se una mano ci portasse in salvo,
    in un posto di quiete
    ad asciugare dalle nostre ali l’affanno,
    chissà che proprio allora,
    senza mete da vincere e raggiungere,
    non si possa, come la mosca,
    arrendersi e morire…
    dunque?
    Meglio nuotare…
     
     

  • 04 marzo 2014 alle ore 11:12
    Chiazze d’azzurro.

    Vi sono, nella vita, chiazze d’azzurro,
    laddove, all’improvviso,
    nell’anima che cresce
    si apre una breccia di felicità,
    quasi impensata, inaspettata, lieve.
    Nella mia vita,
    a cui concedo la gioia
    quando mi piove addosso repentina,
    vi sono anche tranquilli laghi di tristezza.
    Convivono con me, ma non ci annego:
    li navigo, quando li trovo sul percorso.
    Pozze di nero ed intimo dolore
    ho, chiuse, in me.
    Le ho recintate, per tema d’annegarvi,
    ma le conosco.
    Nessuno, penso, sia esente dal dolore,
    fa parte della vita, ci appartiene.
    Quel dolore ci rende umani e vivi
    e più capaci di apprezzare il bene.
    A volte,
    ho rischiato di annegare,
    in quelle pozze dense, buie, melmose,
    ma mi sono salvata con l’amore.
    Per me, per altri,
    per tutte le cose.
    Godo le chiazze del mio azzurro breve
    e porto dentro l’animo, serrato,
    anche la sofferenza ed il dolore.

  • 26 febbraio 2014 alle ore 15:59
    Zio Enzo.

    Dall’alba della mia infanzia
    giungono a me
    i tuoi occhi profondi
    e azzurri,
    pieni di ombre
    nello sguardo fermo.
    Porta bianca, chiusa,
    antica,
    grande,
    e le nostre due immagini,
    la mia di bimba,
    proiettata nel futuro,
    la tua di uomo giovane,
    già destinato alla sofferenza
    e le tue grandi,
    lunghe,
    gentili mani
    a ritagliare ballerine
    nei fogli a righe
    di un quaderno di scuola.
    Ballerine legate per la mano,
    ritagliavi, zio Enzo.
    A che valse nella tua vita,
    l’intelligenza,
    la genetica pervasa di futuro,
    la cultura,
    l’amore,
    se non poterono salvarti
    dal tuo dimani?
    Ritorni ame
    Quest’oggi,
    da una foto,
    ma più profondamente
    t’avevo impresso
    e mai dimenticato
    per il gentile amore
    che mi hai dato.
    Biancolina.

     

  • 04 gennaio 2014 alle ore 21:17
    Daisen (esserci)

    Esserci, da poco qui
    piccolo mio, piovuto nel mondo,
    con il ricordo inconscio dei tuoi suoni ovattati
    e l’acqua che ti rendeva più pesce che uomo.
    Poi sei piovuto qui
    nel nuovo mondo
    di cui assapori più incertezza che chiarezza.
    Di buono c’è il seno della mamma,
    che ti promette cibo e amore.
    Ma anche quello lo devi guadagnare,
    ed è un lavoro nuovo,
    da esplorare.
    Ci sono voci,
    che non riconosci,
    intorno a te…
    che noi sappiamo voci,
    ma tu non discerni che rumore,
    incertezza anche quella
    che non assicura, ancora, amore.
    Poi lo saprai,
    che il suono delle voci
    è quello di chi ti aspettava al mondo
    voci di chi amava ancora prima che tu nascessi,
    voci di chi ti ama oggi e ti amerà domani.
    Ma tu, piccolo mio, piovuto al mondo,
    lanciato in mezzo a noi,
    con il ricordo inconscio di una quiete
    che hai perduto,
    adesso ancora lotti, ogni minuto,
    coi tuoi sussulti,
    le manine aperte,
    i tuoi sospiri
    e i tuoi pugnetti stretti nella quiete.
    Noi, già piovuti in tempi differenti,
    in questo mondo,
    che conosciamo appena un poco più di te,
    staremo attenti
    a darti sicurezza
    amore, certezza e consuetudini felici.
    Staremo attenti a farti un po’ da nido
    e un po’ da allenamento al volo,
    per fare sì, che tu,
    cresciuto, un giorno,
    ne voli, con ali forti e nuove,
    sempre più fuori.

    In tedesco, Dasein è sinonimo di esistenza. Il  filosofo Heidegger parlava di "esserci" e l'essere umano viene "lanciato" nel mondo. Ho pensato al mio nipotino, lanciato nel mondo, proveniente dal suo mondo e mi sono immedesimata nella sua naturale difficoltà di adattamento e comprensione. "Esserci", vuole dire vivere il tempo e lo spazio della nostra vita ed interagire con gli altri... un po' semplificato, ma è il senso che ho dato al titolo.

  • 03 gennaio 2014 alle ore 20:08
    "UNO"

    Mi ferisce gli occhi Il sole di questa mattina.
    E’ l’uno di un anno che viene per noi, non per tutti.
    Ma uguale al tempo di Cicerone è l’uomo.
    Non vale il pensiero che muti, da un giorno all’altro,
    che impari le piccole gioie della vita
    e si lasci alle spalle con l’anno che muore,
    le angosce senza ragione gli odi,
    i rancori, le false certezze…
    ferisce,
    ferisce il sole dalle tapparelle appena rialzate
    sul nuovo giorno che nasce,
    ferisce il sapere che dall’ieri all’oggi,
    nello spumante stappato, nel panettone,
    non si è annegata la noia,
    la rabbia,
    la voglia di fare del male dell’uomo di terra.
    Non vale chiamare quest’anno che viene
    con un nome nuovo
    se non ci imponiamo a cambiare
    quel tanto di noi,
    quel tanto del mondo che ancora
    ferisce e fa male.

  • 03 gennaio 2014 alle ore 20:06
    Schumi

    Dove ti attende l’amica dell’ultima ora?
    Il condottiero di Samarcanda l’aveva veduta
    fuggendo sul veloce destriero
    con tanta destrezza da coglierla al volo.
    Dove l’attende
    nel sonno del coma
    alla svolta imbevuta di neve
    di ghiaccio,
    di brina o nella sua mente non sa
    ed è perduto in una impossibile gara con il destino?
    Cosa gli fa compagnia
    nel marasma sconvolto
    di un ieri mai chiuso del tutto?
    Mentre turbinii di bianchi mantelli
    lo avvolgono
    e senza un volante
    lo fanno girare su sé e non tornare a chi l’ama.
    Schumi vaga.
    Noi vagheremo un giorno vicino o lontano,
    senza avere percorso le piste più assurde del mondo,
    volando a quattro anni alla guida di un kart,
    per poi serpeggiare tra i senza ritorno,
    in una nuvola rossa
    sotto gli occhi di chi in quel momento temeva
    . Non oggi.
    Non oggi, dovevi cadere,
    punito da un sasso
    e giacere senza corona d’alloro.
    Non oggi, non ora.

  • 16 settembre 2013 alle ore 21:13
    Benché tu sia così bianca...

    Benché tu sia così bianca,
    questa sera,
    alla luce dei fari che ti illuminano
    con violenza,
    benché tu sia così bianca,
    nave dei sogni,
    pure c’è un solco di fango che ti segna la fiancata,
    laddove fosti ghermita dallo scoglio,
    laddove venisti giù,
    lenta,
    senza pietà verso chi ti viveva indosso.
    Senza pietà fu lo scoglio,
    senza pietà e coscienza
    fu l’essere umano,
    dimentico del suo dovere di capitano.
    Senza pietà fu l’errore,
    che ti precipitò ad affogare,
    a metà,
    in quell’acqua nemica.
    Ma questa sera,
    mentre uomini e funi ti traggon via
    da quella melma verde che ha coperto
    il tuo fianco immacolato,
    torni per qualche istante
    al tuo candore perso,
    a ricordare quanti ti videro solcare,
    forte e sicura
    il mare.
    Ma non avesti colpa,
    coi tuoi oblò,
    coi tappeti e le scale,
    le piccole cabine
    e le lucenti sale
    piene di specchi.
    Non avesti colpa,
    nel privare, quasi d’un tratto,
    in momenti frenetici di panico,
    della gioia, della vita, degli amori
    chi si era immersa in te,
    nel ventre tuo
    destinato a restare sopra il mare
    non dentro il fango, invece,
    ad annegare.
    Ma questa notte sei tornata bianca,
    sotto i fari,
    mentre lacci, argani ed umani,
    ti traggon fuori
    dalla melma nera,
    sei destinata, domani, alla tua fine.
    Questa sera ti guardo
    per un’ultima volta,
    come se fossi quella
    che più non sei
    e il mio pensiero vola
    a quei dispersi,
    che non renderai.
     

  • 01 gennaio 2013 alle ore 12:50
    A Rita Levi Montalcini

    Cara Rita,

    scienziata donna,

    che hai creduto, nella tua lunga vita,

    alla scienza, alla curiosità, alle donne,

    all'NGF (Nerve growth factor)

    che ti donato il Nobel.

    Sei andata via,

    silenziosamente,

    perché il tuo corpo umano ha detto “basta”

    e ci hai lasciato,

    indenne,

    il tuo sorriso,

    che non era allegria,

    ma convinzione di una vita da vivere

    con il cervello “vivo”,

    senza ironia.

    Il tuo laboratorio

    nel sottoscala,

    nascosta al mondo

    del nazismo nero,

    ti ha poi condotta alla scienza,

    alla gloria.

    Chissà se dentro l’anima

    ricca, di studiosa,

    credevi in Dio.

    Chissà se la tua crisalide umana,

    ti ha regalato,

    le ali di una farfalla di energia.

  • 08 luglio 2012 alle ore 11:18
    Abbandono di un figlio.

    Lei ti amava, piccolo uomo.
    Ti ha portato dentro di sé
    nove mesi.
    Ed eri un problema: l’addome cresceva
    l’osservavano tutti nel suo mondo difficile.
    Anche il lavoro, per mesi, si è fatto più duro,
    arduo anche da farsi, qualsiasi esso fosse:
    non si amano le donne in attesa,
    sono un problema
    se non sono protette da un uomo, da una famiglia
    dalla società.
    Vedi dunque quanto ti ha amato:
    ti ha tenuto nel grembo,
    malgrado qualcuno avrà suggerito che è un nulla
    un aborto.
    Questione di pochi minuti
    e al risveglio sei sola.
    Ma lei ti ha amato, piccolo uomo,
    ti ha messo al mondo, soffrendo
    e nessuno le ha portato fiori
    o a sorriso, o le ha offerto un asilo con te.
    Ma sei nato, piccolo uomo,
    sei stato allattato,
    sei stato vestito,
    sei stato portato al sicuro e sei vivo.
    Non scordare piccolo uomo
    nel tempo a venire che tua madre ti amava.

  • 25 giugno 2012 alle ore 19:21
    Perderci

    Perderci.
    Quante volte ci siamo perduti?
    Negli occhi di un uomo,
    un fantasma, per via.
    Lui, lontano, è passato oltre.
    Noi siamo restati seduti nel bus della nostra esistenza,
    guardando le strade scorrere
    e intanto, aspettando la nostra fermata.
    Ci siamo perduti in un mondo che non era nostro,
    illusi di entrare,
    ma non ci era concesso che di guardare
    dal buco della serratura di una porta chiusa.
    Ci siamo perduti in un sogno
    da non realizzare,
    nebulosa illusione
    che ci ha lasciati svegli, all’improvviso.
    Ci siamo perduti in un desiderio
    buco dell’anima,
    tormentato, irrinunciabile, impossibile.
    A  cui abbiamo dovuto dire addio,
    e, per ogni rinuncia qualcosa di noi
    ci ha lasciati,
    per ogni sguardo sfuggito al vibrare delle nostre ciglia
    un piccolo universo è scomparso.
    Viaggiatori in un tempo breve
    siamo ancora qui, con la valigia piena
    che nessun letto d’albergo ad ore
    potrà mai ospitare.

    scritta ora.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 9:37
    Donna

    Donna dalle mani morbide,
    inanellate,
    dalle unghie rosso sangue
    e il volto liscio come porcellana,
    donna che costruisce,
    che spezza le unghie chiare
    e mescola colori coi pennelli;
    donna che porta un velo nero in testa
    e alla sinistra un anello,
    ma non dorme con l’uomo della sua vita,
    donna dalla variante infinita,
    intrisa di passione e pace,
    nata da donna,
    destinata a fiorire
    e pungersi con spine non sue.
    Donna che volge lo sguardo al passato
    e non sa costruire l’avvenire,
    donna libera di tentare altre vie,
    dagli occhi vivi nell’ovale pallido e fremente;
    donna che usa la mente
    e produce pensieri eterni,
    che cercheranno nel tempo orecchi ed occh
    i di ogni sesso ed età,
    donna che non conosce la viltà della rinuncia,
    donna che pronuncia la parola “amore”
    come fosse un verso sacro della bibbia;
    donna dalle carni scure e le labbra rosse,
    donne percosse, battute, violentate,
    donne dimenticate nelle stanze buie
    a ricamare pensieri irrealizzati.
    Donna dell’otto marzo,
    gialla di gelosia, che ha il coraggio di fuggire via
    dalle proprie viltà ,
    donna che andrà lontano,
    sia da sola che stringendo di un uomo la mano.
    Donne tutte,
    dall’immensa capacità di amare,
    a cui il destino ha offerto il dono del creare,
    nel grembo porterete con voi la specie
    e la speranza della continuità di un mondo nuovo,
    che avanza.

  • 04 dicembre 2011 alle ore 18:27
    Papà non torna

    Papà non torna questa sera.
    Non come il padre di un Pascoli
    ucciso sulla strada
    e immortalato in un poesia.
     
    Papà non torna a stringere le braccia
    Intorno al tuo respiro di bambino.
    Non lo portava la cavallina storna,
    ma lavorava, ed era il suo destino.
     
    Lavorava per pochi euro al giorno,
    e li portava a casa a fine mese
    e non rientrava con le bambole in dono,
    ma col sorriso stanco e le sue mani tese.
     
    Le tendeva a me, mamma,
    e in quel sorriso,
    tirato, lungo, certo non felice
    c’era nascosta a volte la speranza
    di un domani sicuro, senza grosse pretese.
     
    No. Non torna papà.
    Uno dei tanti.
    Per qualche tempo, poco,
    che la notizia scade,
    per qualche tempo ne sentirai parlare.
    Ma, grazie alla tua età non capirai.
     
    Ne sentirò parlare,
    e sarà scopo di parole forti,
    di dotti, saggi e politici corrotti.
     
    Corrotti. Tutti,
    che, sopra i soppalchi,
    sotto le grotte,
    appesi ai cornicioni
    a fare equilibrismi senza rete,
    non ci son loro
    che vanno a tentoni
    parlando di un’Italia
    che s’è rotta per tanti
    ma per loro è ancora sana.
     
    Ed altri, come il tuo papà,
    bambino mio
    muoiono tutti i giorni,
    senza sogni,
    senza una sicurezza nel domani,
    da porre,
    anche se  morti,
    nelle tue piccole, innocenti  mani.

    *A tutti i bimbi che non rivedranno più il loro papà, morto sul lavoro.