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Autore

Bianca Fasano

in archivio dal 04 dic 2011

01 agosto 1949, Napoli - Italia

segni particolari:
profondamente innamorata dell'arte in ogni sua espressione, fortunatamente abile in alcune delle sue possibilità: pittura, poesia, scrittura sotto forma giornalistica, romanzata ed altro. Un passato remoto di danzatrice classica. Ceramista. Ho creato tre splendidi esemplari di esseri umani.

mi descrivo così:
Concretamente piantata a terra come un ulivo secolare del Cilento, ma capace di lanciare i rami verso il cielo, con le foglie da un lato di un bel verde tenebroso e dall'altro argentee.

30 gennaio 2012 alle ore 9:28

Non è un racconto

Intro: Sì, non è un racconto. Vorrei risvegliare nelle donne la necessità di porre attenzione a se stesse: non possiamo cambiare l'essere umano maschile, quando è perverso, ma possiamo guardarci da lui, non mettendoci IN CONDIZIONE DI SUBIRLO:

Il racconto

Violenza contro le donne Quando si parla di violenza sulle donne, la prima immagine che compare alla coscienza è quella della violenza sessuale ossia Il reato di violenza sessuale, che per anni è stato definito come “congiunzione carnale violenta”. Parlando per convenzioni si definisce violenza sessuale l’atto per cui una persona è costretta a compiere o subire atti sessuali mediante violenza, minacce o abuso d’autorità, oppure approfittando del suo stato d’inferiorità fisica o psichica, o ancora quando il colpevole inganna la vittima della violenza sostituendosi ad un’altra persona. Ma, sotto il profilo morale e legale il concetto di “Violenza sessuale” assume tutta una serie di sfumature che vanno dal fare battute e prese in giro a sfondo sessuale, fare telefonate oscene, costringere ad atti o rapporti sessuali non voluti,anche se a livello di happening, obbligare qualcuno a prendere parte alla costruzione di o a vedere del materiale pornografico, stuprare, rendersi responsabili d’incesto; costringere a comportamenti sessuali umilianti o dolorosi, imporre gravidanze, costringere a prostituirsi. Prima del 1996 tutte le donne che hanno subito violenza non sono state in grado di difendersi legalmente com’è possibile invece oggi, laddove la nuova normativa ha introdotto un’importantissima modifica: la violenza sessuale non è più classificata difatti tra i reati contro la moralità pubblica, ma contro quelli che colpiscono la libertà personale. Parrebbe logico, ma sono stati invece necessari anni ed anni di lotte, anche da parte delle associazioni costituite per la difesa dei diritti delle donne, per cui in molti casi è ammessa anche la possibilità di costituirsi parte civile nei processi per stupro. Occorre sottolineare che la denuncia dell’avvenuta violenza rappresenta già di per sé, da parte della donna, un atto di coraggio, perché in molti casi la vittima in prima persona, o la famiglia per lei, preferisce far passare l’episodio sotto silenzio, allo scopo di evitare i molti problemi che nasceranno dal fatto di condurre in pasto al pubblico un’esperienza che la donna percepisce come dequalificante ed altamente offensiva per la propria personalità. Tra i paesi più colpiti dal fenomeno, per quanto possa apparire strano, abbiamo la Svezia, che nel 1979 presentava un tasso di 11,1 per centomila abitanti, mentre l’Italia, nel 1977 se la cavava con una percentuale di 1,8 per centomila abitanti. Tra le ragioni che potrebbero spiegare la presenza di devianze sessuali in territori ricchi dal punto di vista economico e culturale, anche se, per gli Stati Uniti, estremamente variegato dal punto di vista della tipologia degli abitanti, pare sia importante il tipo di religione professata. In pratica, laddove esiste una religione più liberale, ossia di tipo protestante, troverebbero maggiori possibilità d’espressione le devianze sessuali, mentre l’Italia, invece, massivamente Cattolica, risentirebbe in positivo di religioni con tradizioni di tipo moralistico a tutto vantaggio di un sistema di vita sessuale più civile. Gli studiosi affermano che nella mentalità maschile, la violenza carnale è associata più all’idea di piacere sessuale che a quella d’aggressione. Lo stupro sarebbe dunque percepito non come un crimine, ma nella maggior parte dei casi, come un atto benigno (!), la cui gravità, per altro, è invariabilmente contestata dal colpevole. Si potrebbe anche supporre, però, tenuto conto del particolare momento psicologico vissuto oggi dall’uomo, nei confronti di una società di donne evolute, che sembrano a volte voler prendere il sopravvento morale, se non quello materiale, sulla parte maschile della società, che il maschio possa, inconsciamente, provare soddisfazione nell’imporre alla donna, con un atto sessuale il cui godimento non è condiviso, la sua inalterata capacità di dominio fisico, che, ovviamente, si traduce con la violenza stessa, in una forma di sottomissione psicologica. Ben diversa appare invece la percezione psicologica dell’atto, nella mente della donna che la subisce: la donna, la fanciulla, la bambina, innanzi tutto sente violentata la propria integrità morale e fisica ed il personale dominio del proprio corpo. La violenza assume insomma tutte le caratteristiche di un attentato alla personalità individuale e lascia l’impronta grave di uno stato di sottomissione imposto, che rende difficile per la vittima il recupero della propria fisionomia mentale d’essere civile sessualmente libero delle sue scelte. Se aggiungiamo poi che, nella maggioranza dei casi, la donna tende a far coincidere il concetto di amore con quello di sesso (non operando quel distinguo tipico del maschio), ne viene fuori la conclusione che la violenza sessuale non possa in alcun modo assumere per la vittima una qualche parvenza di positività, né quindi si può presumere sia pure un barlume di consenso, accettazione o, al limite, piacere, nel corso dell’istaurarsi di un rapporto sessuale, subito, appunto, come violenza fisica e psichica. La donna violentata percepisce nella violenta imposizione del maschio un’aperta violazione ai suoi diritti di autonomia psicologica e morale, che, nel corso dei decenni, la parte femminile della società sta tentando di raggiungere con ogni mezzo, spesso anche con l’ausilio della parte maschile evoluta e sana di detta società. A causa della percezione soggettiva dell’atto sessuale, che per il maschio è fonte di piacere e come tale viene inteso evidentemente anche per la donna che vi partecipa, si può desumere che, effettivamente, lo stupratore il quale abbia “soltanto” imposto con la forza e senza percosse, la consumazione di un atto sessuale ad una donna reticente o non pienamente coinvolta, non percepisca su di se alcuna colpa, ma, al contrario, la rigetti sull’elemento femminile che, prima turba le coscienze ed i sensi e poi si trincera su inammissibili posizioni di rifiuto. Sul piano psicologico il violentatore non ha un volto tipico esclusivo. Da un lato si hanno individui equilibrati maniaci o perversi, molto portati alla recidiva –quasi sempre su minorenne- il cui comportamento criminale, particolarmente pericoloso e spesso tale da portare a spargimento di sangue, dall’altra si ha la folla di uomini qualsiasi che non hanno alcun tratto in comune coi bruti e che, esteriormente, nulla permette di distinguere dagli altri: buoni mariti, buoni padri, buoni cittadini”. In una ricerca condotta da G.B. Traverso e F. Carrer appare tra l’altro un dato eclatante: le tavole mostrano la distribuzione percentuale dei soggetti prosciolti sul totale dei giudicati in Italia per reati sessuali tra il 1968 ed il 1973, che passano da un minimo di 63,0% di prosciolti per il 1971 ad un massimo dell’80,4% per il 1973. La formula principale di tale proscioglimento è: “Perché il fatto non sussiste”- e “Per non aver commesso il fatto”. Affermano gli autori dello studio: - “Tali risultati sono in accordo con molte altre ricerche le quali mettono in evidenza che, sebbene le violenze carnali siano spesso premeditate e comportino un elevato grado di violenza nei confronti delle vittime, pochissime persone risultano, in effetti, formalmente imputate e giudicate per tale reato ed un numero di gran lunga inferiore viene condannato e sconta in carcere una pena adeguata”, inoltre la letteratura scientifica italiana si distingue per la spiccata carenza di studi criminologi statistici sulla violenza carnale”. Ma, se in passato l’argomento rischiava di essere sottovalutato, tanto non è oggi permesso dalla presenza delle associazioni femministe, nate per sovvertire la situazione di inferiorità in cui è stata tenuta la donna in seno alla società civile. Il protagonista per eccellenza della violenza sessuale resta comunque, in quanto artefice, il maschio ed in quanto vittima, la donna. Si tratta di donne di età variabile tra i dieci ed in quarantanove anni, il che ci fa comprendere quale tragedia l’atto di violenza possa avere rappresentato per la fascia compresa tra quei dieci anni e, poniamo, i diciotto. L’età media degli aggressori si pone tra i 13 ed i 26 anni, mentre quella delle vittime tra i 14 ed i 22 anni. Il decremento annotato oggi nel numero delle violenze sessuali può essere spiegato positivamente con la maggiore libertà sessuale, la crescita culturale, l’importanza che la stampa ha dato all’argomento e l’interesse suscitato per la problematica dalle organizzazioni femministe. Ma l’ultima nota è ambigua in quanto la pubblicità data ai casi di violenza potrebbe spingere le vittime ad evitare la denuncia per non essere coinvolte in casi clamorosi di cui quasi mai una donna può desiderare di essere la protagonista. La violenza, e non parliamo soltanto di quella sessuale, è, più spesso di quanto piacerebbe credere, di tipo “domestico”, ossia si verifica in famiglia da parenti o da amici intimi e conducono la vittima a conseguenze che vanno molto al di là del danno fisico. Gli effetti più frequenti della violenza sono la perdita di autostima, l'ansia e la paura per la propria situazione e per quella dei propri figli, l'autocolpevolizzazione, un profondo senso di impotenza, la depressione. Tutti fattori che si accomunano a traumi dagli esiti reversibili cui spesso fanno seguito problemi psico-somatici, disturbi del sonno, danni permanenti alle articolazioni, cicatrici, perdita parziale dell'udito e/o della vista, etc.; La violenza sulle donne è spesso racchiusa tra le mura di casa e sopportata come un dovere, se proviene dal coniuge, dal genitore, da un fratello. Ma può condurre anche alla perdita del lavoro, della casa e di eventuali altre proprietà oltre a quella del proprio tenore di vita; spinge inoltre all'isolamento, all'assenza di comunicazione e di relazioni con l'esterno, alla perdita di relazioni amicali. Una moglie picchiata è in molti casi mamma, per cui occorre ricordare che la violenza produce effetti e conseguenze gravissime non solo sulla donna, ma anche sui figli. E difatti comprovato che i bambini e le bambine cui tocca in sorte di assistere a scene di violenza domestica o che ne sono stati/e vittime in prima persona, mostrano problemi di salute e di comportamento, tra cui disturbi di peso, d’alimentazione o del sonno. Inoltre possono avere difficoltà a scuola e non riuscire a sviluppare relazioni intime corrette. Possono cercare di fuggire da casa o anche mostrare tendenze suicide. Per quanto certi dati possano disturbare la nostra tranquilla innocenza nei confronti di problemi che sembrano non sfiorarci neanche, occorre in ogni modo precisare che la violenza risulta essere la prima causa di morte e d’invalidità per le donne tra i 15 e i 44 anni. Si muore dunque più di violenza, nel mondo femminile, che di cancro, d’incidenti stradali e persino, se coinvolti, di guerra.

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