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Racconti di Bianca Fasano

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  • 30 gennaio 2012 alle ore 9:28
    Non è un racconto

    Come comincia: Violenza contro le donne Quando si parla di violenza sulle donne, la prima immagine che compare alla coscienza è quella della violenza sessuale ossia Il reato di violenza sessuale, che per anni è stato definito come “congiunzione carnale violenta”. Parlando per convenzioni si definisce violenza sessuale l’atto per cui una persona è costretta a compiere o subire atti sessuali mediante violenza, minacce o abuso d’autorità, oppure approfittando del suo stato d’inferiorità fisica o psichica, o ancora quando il colpevole inganna la vittima della violenza sostituendosi ad un’altra persona. Ma, sotto il profilo morale e legale il concetto di “Violenza sessuale” assume tutta una serie di sfumature che vanno dal fare battute e prese in giro a sfondo sessuale, fare telefonate oscene, costringere ad atti o rapporti sessuali non voluti,anche se a livello di happening, obbligare qualcuno a prendere parte alla costruzione di o a vedere del materiale pornografico, stuprare, rendersi responsabili d’incesto; costringere a comportamenti sessuali umilianti o dolorosi, imporre gravidanze, costringere a prostituirsi. Prima del 1996 tutte le donne che hanno subito violenza non sono state in grado di difendersi legalmente com’è possibile invece oggi, laddove la nuova normativa ha introdotto un’importantissima modifica: la violenza sessuale non è più classificata difatti tra i reati contro la moralità pubblica, ma contro quelli che colpiscono la libertà personale. Parrebbe logico, ma sono stati invece necessari anni ed anni di lotte, anche da parte delle associazioni costituite per la difesa dei diritti delle donne, per cui in molti casi è ammessa anche la possibilità di costituirsi parte civile nei processi per stupro. Occorre sottolineare che la denuncia dell’avvenuta violenza rappresenta già di per sé, da parte della donna, un atto di coraggio, perché in molti casi la vittima in prima persona, o la famiglia per lei, preferisce far passare l’episodio sotto silenzio, allo scopo di evitare i molti problemi che nasceranno dal fatto di condurre in pasto al pubblico un’esperienza che la donna percepisce come dequalificante ed altamente offensiva per la propria personalità. Tra i paesi più colpiti dal fenomeno, per quanto possa apparire strano, abbiamo la Svezia, che nel 1979 presentava un tasso di 11,1 per centomila abitanti, mentre l’Italia, nel 1977 se la cavava con una percentuale di 1,8 per centomila abitanti. Tra le ragioni che potrebbero spiegare la presenza di devianze sessuali in territori ricchi dal punto di vista economico e culturale, anche se, per gli Stati Uniti, estremamente variegato dal punto di vista della tipologia degli abitanti, pare sia importante il tipo di religione professata. In pratica, laddove esiste una religione più liberale, ossia di tipo protestante, troverebbero maggiori possibilità d’espressione le devianze sessuali, mentre l’Italia, invece, massivamente Cattolica, risentirebbe in positivo di religioni con tradizioni di tipo moralistico a tutto vantaggio di un sistema di vita sessuale più civile. Gli studiosi affermano che nella mentalità maschile, la violenza carnale è associata più all’idea di piacere sessuale che a quella d’aggressione. Lo stupro sarebbe dunque percepito non come un crimine, ma nella maggior parte dei casi, come un atto benigno (!), la cui gravità, per altro, è invariabilmente contestata dal colpevole. Si potrebbe anche supporre, però, tenuto conto del particolare momento psicologico vissuto oggi dall’uomo, nei confronti di una società di donne evolute, che sembrano a volte voler prendere il sopravvento morale, se non quello materiale, sulla parte maschile della società, che il maschio possa, inconsciamente, provare soddisfazione nell’imporre alla donna, con un atto sessuale il cui godimento non è condiviso, la sua inalterata capacità di dominio fisico, che, ovviamente, si traduce con la violenza stessa, in una forma di sottomissione psicologica. Ben diversa appare invece la percezione psicologica dell’atto, nella mente della donna che la subisce: la donna, la fanciulla, la bambina, innanzi tutto sente violentata la propria integrità morale e fisica ed il personale dominio del proprio corpo. La violenza assume insomma tutte le caratteristiche di un attentato alla personalità individuale e lascia l’impronta grave di uno stato di sottomissione imposto, che rende difficile per la vittima il recupero della propria fisionomia mentale d’essere civile sessualmente libero delle sue scelte. Se aggiungiamo poi che, nella maggioranza dei casi, la donna tende a far coincidere il concetto di amore con quello di sesso (non operando quel distinguo tipico del maschio), ne viene fuori la conclusione che la violenza sessuale non possa in alcun modo assumere per la vittima una qualche parvenza di positività, né quindi si può presumere sia pure un barlume di consenso, accettazione o, al limite, piacere, nel corso dell’istaurarsi di un rapporto sessuale, subito, appunto, come violenza fisica e psichica. La donna violentata percepisce nella violenta imposizione del maschio un’aperta violazione ai suoi diritti di autonomia psicologica e morale, che, nel corso dei decenni, la parte femminile della società sta tentando di raggiungere con ogni mezzo, spesso anche con l’ausilio della parte maschile evoluta e sana di detta società. A causa della percezione soggettiva dell’atto sessuale, che per il maschio è fonte di piacere e come tale viene inteso evidentemente anche per la donna che vi partecipa, si può desumere che, effettivamente, lo stupratore il quale abbia “soltanto” imposto con la forza e senza percosse, la consumazione di un atto sessuale ad una donna reticente o non pienamente coinvolta, non percepisca su di se alcuna colpa, ma, al contrario, la rigetti sull’elemento femminile che, prima turba le coscienze ed i sensi e poi si trincera su inammissibili posizioni di rifiuto. Sul piano psicologico il violentatore non ha un volto tipico esclusivo. Da un lato si hanno individui equilibrati maniaci o perversi, molto portati alla recidiva –quasi sempre su minorenne- il cui comportamento criminale, particolarmente pericoloso e spesso tale da portare a spargimento di sangue, dall’altra si ha la folla di uomini qualsiasi che non hanno alcun tratto in comune coi bruti e che, esteriormente, nulla permette di distinguere dagli altri: buoni mariti, buoni padri, buoni cittadini”. In una ricerca condotta da G.B. Traverso e F. Carrer appare tra l’altro un dato eclatante: le tavole mostrano la distribuzione percentuale dei soggetti prosciolti sul totale dei giudicati in Italia per reati sessuali tra il 1968 ed il 1973, che passano da un minimo di 63,0% di prosciolti per il 1971 ad un massimo dell’80,4% per il 1973. La formula principale di tale proscioglimento è: “Perché il fatto non sussiste”- e “Per non aver commesso il fatto”. Affermano gli autori dello studio: - “Tali risultati sono in accordo con molte altre ricerche le quali mettono in evidenza che, sebbene le violenze carnali siano spesso premeditate e comportino un elevato grado di violenza nei confronti delle vittime, pochissime persone risultano, in effetti, formalmente imputate e giudicate per tale reato ed un numero di gran lunga inferiore viene condannato e sconta in carcere una pena adeguata”, inoltre la letteratura scientifica italiana si distingue per la spiccata carenza di studi criminologi statistici sulla violenza carnale”. Ma, se in passato l’argomento rischiava di essere sottovalutato, tanto non è oggi permesso dalla presenza delle associazioni femministe, nate per sovvertire la situazione di inferiorità in cui è stata tenuta la donna in seno alla società civile. Il protagonista per eccellenza della violenza sessuale resta comunque, in quanto artefice, il maschio ed in quanto vittima, la donna. Si tratta di donne di età variabile tra i dieci ed in quarantanove anni, il che ci fa comprendere quale tragedia l’atto di violenza possa avere rappresentato per la fascia compresa tra quei dieci anni e, poniamo, i diciotto. L’età media degli aggressori si pone tra i 13 ed i 26 anni, mentre quella delle vittime tra i 14 ed i 22 anni. Il decremento annotato oggi nel numero delle violenze sessuali può essere spiegato positivamente con la maggiore libertà sessuale, la crescita culturale, l’importanza che la stampa ha dato all’argomento e l’interesse suscitato per la problematica dalle organizzazioni femministe. Ma l’ultima nota è ambigua in quanto la pubblicità data ai casi di violenza potrebbe spingere le vittime ad evitare la denuncia per non essere coinvolte in casi clamorosi di cui quasi mai una donna può desiderare di essere la protagonista. La violenza, e non parliamo soltanto di quella sessuale, è, più spesso di quanto piacerebbe credere, di tipo “domestico”, ossia si verifica in famiglia da parenti o da amici intimi e conducono la vittima a conseguenze che vanno molto al di là del danno fisico. Gli effetti più frequenti della violenza sono la perdita di autostima, l'ansia e la paura per la propria situazione e per quella dei propri figli, l'autocolpevolizzazione, un profondo senso di impotenza, la depressione. Tutti fattori che si accomunano a traumi dagli esiti reversibili cui spesso fanno seguito problemi psico-somatici, disturbi del sonno, danni permanenti alle articolazioni, cicatrici, perdita parziale dell'udito e/o della vista, etc.; La violenza sulle donne è spesso racchiusa tra le mura di casa e sopportata come un dovere, se proviene dal coniuge, dal genitore, da un fratello. Ma può condurre anche alla perdita del lavoro, della casa e di eventuali altre proprietà oltre a quella del proprio tenore di vita; spinge inoltre all'isolamento, all'assenza di comunicazione e di relazioni con l'esterno, alla perdita di relazioni amicali. Una moglie picchiata è in molti casi mamma, per cui occorre ricordare che la violenza produce effetti e conseguenze gravissime non solo sulla donna, ma anche sui figli. E difatti comprovato che i bambini e le bambine cui tocca in sorte di assistere a scene di violenza domestica o che ne sono stati/e vittime in prima persona, mostrano problemi di salute e di comportamento, tra cui disturbi di peso, d’alimentazione o del sonno. Inoltre possono avere difficoltà a scuola e non riuscire a sviluppare relazioni intime corrette. Possono cercare di fuggire da casa o anche mostrare tendenze suicide. Per quanto certi dati possano disturbare la nostra tranquilla innocenza nei confronti di problemi che sembrano non sfiorarci neanche, occorre in ogni modo precisare che la violenza risulta essere la prima causa di morte e d’invalidità per le donne tra i 15 e i 44 anni. Si muore dunque più di violenza, nel mondo femminile, che di cancro, d’incidenti stradali e persino, se coinvolti, di guerra.

  • 10 gennaio 2012 alle ore 23:54
    Suicidi stoici

    Come comincia: SUICIDI STOICI: SUICIDI POLITICI DA VENTIMILA EURO E SUICIDI FISICI DA MANCANZA DI CENTINAIA DI EURO.
    Viviamo una profonda era dell’indifferenza, ma anche di un divario sostanziale tra la qualità della vita del “fortunato” e quella di chi per nascita e/o capacità individuali, non lo è.
    Profonda differenza tra la sorte di una coppia che si suicida per disperazione e  la fine di Carlo Malinconico, dimessosi da sottosegretario “per la credibilità del governo” a causa di una storia (se vogliamo lontana negli anni), avvenuta nel 2008, laddove è stato pagato per lui un conto da oltre 19 mila euro all’hotel Pellicano di Porto Ercole nell’Argentario, da qualcuno che lo riteneva logico e necessario. Super conto? Questioni di punti di vista. Quanto saranno costati gli ultimi giorni di vacanza della coppia che si è suicidata a Bari? Un migliaio di euro? 400? Ma, hanno poi saldato il conto con l’albergatore, prima di darsi la morte, o qualcuno ha saldato il conto per loro, mentre loro decidevano di saldare quello con la vita?
    Ogni giorno, per strada, ci scontriamo con una quantità di persone che “chiedono”. Dall’uomo di colore col berretto, che si porta la mano alla bocca facendo capire così di avere fame, al distinto signore col cappello, che chiede l’elemosina, alla donna, probabilmente “zingara”, col bambino perennemente addormentato in braccio, che neanche chiede, tanto non c'è bisogno; si capisce che vuole qualcosa da noi: soldi.
    Non c’è molto da fare, occorre, pur volendo donare qualcosa di tanto in tanto, “passare diritto”, altrimenti non si vive, non si dorme, non si è sereni, di fronte a questo diffuso “bisogno”.
    Facciamo una sorta di “scorza” nei confronti delle notizie che ci colpiscono, quali quella del doppio suicidio programmato, di Bari. Salvatore De Salvo, 64 anni e Antonia Azzolini, si sono uccisi perché “senza lavoro, soli e senza una prospettiva”. Gli stoici, a proposito del suicidio, sostenevano che non vada visto, in particolari ottiche, come una forzatura del corso degli eventi, quanto piuttosto il contrario: se l'uscita dalla vita non viene vissuta come una fuga, ma come un'uscita intelligente (éulogos exogè), essa non può che esser valutata come il completamento di quel cammino di ogni uomo verso l’approfondimento e la completa realizzazione del sé. Sono, in ultima analisi, spiegate le morti autoinflittesi per essere d'esempio a qualcuno o per la salvezza della patria. Il suicidio stoico è valutato come un atto di massima emancipazione dell’individuo specifico. Tipico di un uomo che è pervenuto a un livello tale di conoscenza e d'imperturbabilità da fare sì che egli si possa concedere il diritto di un suicidio "ben ponderato". Dobbiamo considerare come tale il suicidio avvenuto a Bari? La coppia aveva ottenuto un alloggio in un centro per anziani autosufficienti, ma può bastare questo? Evidentemente no, visto che i coniugi hanno deciso di trascorrere assieme un’ultima “vacanza” presso l’hotel “Sette mari” (dove hanno realmente passato i giorni dal 3 al 7 gennaio) e quindi di scendere dalla giostra dell’esistenza. Ma hanno deciso di farlo separati, forse per non vedere, ciascuno la morte dell’altro, difatti Salvatore è uscito dall’albergo e il suo corpo è stato ritrovato all’alba dell’8 gennaio, mentre gli addetti dell’hotel hanno ritrovato nella sua stanza Antonia, morta credibilmente per l’assunzione di barbiturici.
    Da Roma, Carlo Malinconico si sottrae dalla giostra delle calunnie (gratuite o meno), e sostiene di non avere “mai fatto favori ai personaggi coinvolti”, pur se, con una sorta, se vogliamo, di “suicidio politico”, decide di dare le dimissioni dal suo incarico “allo scopo di salvaguardare la credibilità e l’efficacia dell’azione del Governo”. "La moglie di Cesare dev'essere al di sopra di ogni sospetto". (Plutarco, Cesare, 10;). L’Italia politica sembra sorprenderci con un barlume di recuperata dignità.
    Angelo Balducci, ex braccio destro di Guido Bertolaso alla Protezione civile e l’imprenditore Piscicelli, pare si fossero preoccupati di provvedere al soggiorno di Malinconico all’hotel “Pellicano” nel 2008. 19.876 euro. Una cifra che, divisa per dodici (un anno di lavoro, poniamo), da uno stipendio di circa 1600 euro, pari a quello di un insegnante, ossia uno di quelli che non ha ricevuto e non riceverà scatti stipendiali perché l’economia italiana lo esige e l’uomo medio deve sacrificarsi. Difatti, per gli insegnanti della scuola, lo stop degli scatti di anzianità fino a tutto il 2012 (previsto dalla manovra finanziaria), comporterà un mancato incremento stipendiale medio di 2mila euro lordi. Stiamo parlando di circa 200mila docenti che avrebbero dovuto usufruire del cosiddetto passaggio di “gradone”e invece restano ai piedi delle scale. Ma, che saranno poi? Tremila euro lordi a testa in meno in un anno? Quattro soldi se si  pensa che una bella vacanza “regalata” vale ventimila euro. In quindici, venti giorni.
    Divario. Divario. Divario.
    Dicevo: non siamo più capaci di dare un peso, una valenza, a questa sofferenza tangibile e diffusa che ci circonda. Al numero di immigrati che, di continuo, affoga in mare o riesce a sbarcare a Lampedusa (e quindi viene in qualche modo assorbito dalla nostra società, in gran parte dalla malavita organizzata), al (ristretto) numero di quanti hanno sperato in una vincita alla lotteria Nazionale in cui, già dall'anno scorso c’è stato un crollo delle vendite e che, ovviamente, sono restati delusi. Pochi biglietti acquistati, sì, colpa della crisi economica che non concede più agli italiani, il sogno della fortuna facile? Vorremmo crederlo: italiani più realisti. Se non fosse che tanti soldi vengono spesi per i “gratta e vinci” ed il lotto, dove impera quel “numero ritardatario” così sponsorizzato alla faccia della matematica e del calcolo delle probabilità che, chiarisce, sempre 1/90 sia la possibilità che esca un numero. Tanto per far crescere l’ignoranza della gente comune. Troppi contrasti economici, fatti di una Italia di gente che fa la fila per i saldi di fine stagione, nel Quadrilatero della moda milanese e nel Tridente romano, ma davanti ai negozi di lusso e alle grandi marche (che offrono per la prima volta sconti consistenti, tagliando i prezzi anche del 40%), laddove, se le cose peggiorano, ci sarà chi farà la fila davanti al negozio del pane.  Esagero? E’ una esasperazione del divario? Non sembra: chi si dimette per i ventimila euro di una vacanza all’hotel Pellicano di Porto Ercole nell’Argentario e chi si dimette dalla vita dopo una vacanza presso l’hotel “Sette mari” durata dal 3 al 7 gennaio e terminata con un solitario addio ad una esistenza che non offre speranze. Triste che i due abbiano, inoltre, deciso di suicidarsi da soli, neanche la mano nella mano.

  • 03 gennaio 2012 alle ore 10:44
    posso darti un bacio?

    Come comincia: -“Voglio raccontarti una storia”-
    Dissi una sera a mia nipote Leila. Mi guardò sorpresa, tralasciando per un momento di sospirare sul suo amore infranto. Leila non ha ancora quindici anni; il giovanotto di cui si era innamorata con la forza e l’ingenuità del primo amore, è partito per l’estero con la famiglia, promettendole di non dimenticarla.
    -”Che storia? Un fatto vero o uno dei tuoi racconti?”- Mi chiede, cercando di mostrare un interesse che in realtà non prova.
    -” Un fatto vero. E’ accaduto a me circa venti anni fa. E’ una storia d’amore. “-
    -”Triste?”-
    -”Dipende dai punti di vista. Per me oggi non lo è più. Sono felice comunque di averla vissuta... ”-.
    -”Sentiamola dunque... ”- Accetta con un sospiro. In realtà anche lei sa che ha bisogno di distrarre il suo pensiero dall’esperienza che sta vivendo. Comincio:-
    Avevo sedici anni. A quel tempo i miei genitori mi avevano condotto con loro in un piccolo ma piacevole paesino d’Italia.  Ricordo come mi sentivo: ero euforica perché per me ogni novità era accettata con gioia. Sapevo che il paesaggio sarebbe stato l’ideale per dipingere ed avevo portato con me colori a olio, pennelli di tutte le misure e tele di varie dimensioni, oltre alla mia solita voglia di vivere. Ero una ragazza snella, con lunghi capelli biondi. Sapevo di essere molto carina. L’albergo dove ci fermammo non si trovava al centro della cittadina, ma ai suoi piedi, in prossimità di una stazione ferroviaria, su di una strada di grande traffico e quindi per raggiungere il centro abitato si doveva usufruire dei mezzi pubblici. Durante la mia prima passeggiata in paese mi accorsi di essere al centro dell’attenzione: ero evidentemente straniera, indossavo secondo il mio solito pantaloni chiari, attillati e magliette a coste che ponevano in luce il mio fisico snello. Quel giorno, in piazza, feci conoscenza con Angelo. Era un ragazzo di diciassette anni, bruno di capelli, con grandi occhi espressivi ed una gentilezza vecchio stampo.
    -”Come mai sei qui?”- Mi chiese .
    -”Sono venuta con i miei genitori per una breve vacanza. Mio padre segue le cure termali. Resteremo soltanto sette giorni, ammesso che niente richiami all’improvviso il genitore in città. Ecco perché ho fretta di dipingere qualcosa di questi luoghi, per ricordarli meglio quando ripartirò.”-.
    -”Conosco un posto bellissimo che farebbe proprio al caso tuo!”- Disse lui sorridendo.- “se vuoi, possiamo incontrarci al circolo del tennis, che si trova vicino al tuo albergo. Verrò a prenderti con la motocicletta di mio fratello e ti porterò a dipingere. Ti piacerebbe?”-
    -”Certo! A me piace moltissimo andare in moto!”- Il giorno dopo, allegra per la passeggiata che stavo per fare, andai ad attendere Angelo al circolo. Vidi tanti ragazzi e ragazze nei loro completi bianchi giocare allegramente, giunsero e ripartirono molte motociclette, ma all’ora dell’appuntamento lui non venne. Attesi pazientemente per un po', poi cominciai a sentirmi ridicola ed infine irritata. In quelle situazioni sono solita seguire l’istinto, che spesso mi ha procurato non pochi problemi, specialmente nel passato. Da rossa quale ero decisi di prendere il primo autobus, raggiungere il paese e trovare Angelo. Cosa avrei fatto dopo? Non lo sapevo con chiarezza.
    -”E lo trovasti?”- Domanda Leila.
    -”Aspetta a sentire il resto!”- Replicai, innervosita per essere stata interrotta. -”Dunque. Presi la mia tela e la cassetta dei colori e procedetti come deciso. salita sull’autobus, pur se in uno stato d’animo che non era proprio lieto, non potei non ammirare lo scenario che si stendeva intorno: un verde brillante abbracciava la terra sino all’infinito ed il cielo cadeva terso ed azzurro sull’orizzonte. Provavo inoltre la sensazione di essere un’eroina e la tristezza che sentivo in me, da artista portata un po' a drammatizzare, mi piaceva. O almeno così mi appare nel ricordo. Al paese giunsi verso le 11 del mattino. Percorrendo i giardinetti della villa comunale m’imbattei nell’oggetto delle mie ricerche.
    -”Alessandra!”- Chiamò lui emozionato.
    -”Ciao, che piacere vederti!” Dissi io con una punta di sarcasmo nella voce.
    -” Non sono potuto scendere. Devi scusarmi. Mio padre mi ha chiesto un piacere e le richieste di mio padre sono ordini... non potevo dirgli che... ”-.
    -”Che un’insulsa ragazzina ti aspettava”- Completai io.
    -”Ma no! Il fatto che qui c’è mia cugina... ”-
    -”Con cui sei fidanzato.”- Completai io di nuovo.
    -”Non proprio fidanzato...”-
    -”Insomma sei impegnato con lei ed avevi paura che ti vedesse con me. Paura di cosa poi, visto che tra noi non c’è nulla! Comunque se tu vuoi così, tanto di guadagnato!”- Terminai e mi avviai velocemente come per lasciarlo alle spalle. Lui invece, ben deciso a non mollarmi, benché io corressi quasi, mi si affiancò rosso in volto. Prendemmo una strada in discesa e, sempre senza parlare, giungemmo a un muretto. Da quel punto si poteva scorgere tutta la pianura e, in primo piano, un grosso arco di pietra di epoca romana.
    -”Proprio qui volevo portarti.”- Osò dire Angelo.
    -”Adesso ci siamo, tanto vale che dipinga!”- Risposi io. Detto fatto mi misi al lavoro. Quando dipingo, non penso ad altro. Per circa un’ora lavorai di lena. Mia piaceva tutto di quel posto ed i colori sembravano accoppiarsi da soli sulla tavolozza. L’arco assunse sulla tela una tonalità violacea, in contrasto con il verde delle piante che vi si arrampicavano. Angelo mi passava i pennelli in silenzio, osservandomi dipingere e metteva al loro posto i tubetti dei colori, man mano che non mi servivano più. A un certo punto mi fermai; ero stanca e dovevo riposarmi un poco. Mi girai a guardare solo allora il mio “cavalier servente”. Non dimenticherò più quel momento: un sole caldo, quasi estivo, ci riscaldava. Lui era disteso su di una roccia e fissava gli occhi nei miei con grande dolcezza. Le sue spalle giovani, messe in evidenza dal maglione, lo facevano assomigliare ad una statua greca del Museo di Capodimonte. MI sentivo un po' stordita.
    -” Posso darti un bacio?”_ Mi chiese lui con dolcezza.
    -”Perché?”_ Risposi io. Ma poi rinunciai ad ogni discussione, avvicinando il mio viso al suo. Fu un momento delizioso, fragile, innocente...
    -”E come finì, poi?”- M’interruppe di nuovo Leila, visibilmente affascinata dallo svolgimento del racconto. -”Adesso lo saprai, non avere fretta. Ti ho detto, dunque, che sarei dovuto ripartire. Quel giorno fu difatti uno degli ultimi che trascorsi al paese. Angelo mi riaccompagnò alla corriera tenendomi la mano in pieno pubblico. Ma né a lui né a me interessava più di quello che avrebbero potuto pensare gli altri. Tra noi, in effetti, il più coraggioso era lui, che sarebbe restato e non certamente io, che sapevo di dovere andare via. Quando salii sull’autobus, mi diede un rapido bacio su di una guancia ed una stretta di mano. Lo salutai dal finestrino. Il giorno dopo ci rivedemmo e andammo di nuovo alle vecchie rovine, poiché dovevo terminare il quadro. Passarono assieme sulla strada a un’anziana donna, un uomo ed un asino.
    -”Che bellu quadro, signurì!”_ Disse l’uomo, fermatosi a guardare.
    -”Lassala sta, Vicienzo. Se o fidanzato se scoccia te pote menà!”- Aggiunse la donna ridendo. Poi se ne andarono.
    -”Ci hanno creduti fidanzati!”- Dissi ad Angelo, felice, prendendogli una mano.
    -”Già, ma cosa conta se non è vero?”_ Rispose lui tristemente. Ci baciammo di nuovo con amore. Forse proprio perché sapevamo di doverci lasciare, ogni momento vissuto assieme aveva più sapore: era perfetto.
    Terminato che fu il quadro e contro la volontà del mio ragazzo che mi pregava di lasciarlo a lui, m’incaponii di voler portare il mio capolavoro alla casa di quel vecchio che ci aveva creduto fidanzati.
    -”Ti prego, Alessandra, lascialo a me!”- Diceva Angelo con passione.
    -”No, a te lascio il ricordo dei giorni passati assieme... ”- Rispondevo io e come volli, si dovette fare: il dipinto fu regalato al vecchiarello il mattino successivo. Appena rientrai in albergo dopo quell’ultima mattinata trascorsa assieme mio padre mi comunicò che una telefonata della Banca che lui dirigeva lo aveva richiamato in città. A pranzo non mangiai nulla. La sera, ottenuto il permesso dopo molte discussioni, ottenni di salire al paese. Erano le diciannove, ma per strada non c’era più nessuno ed il cielo andava scurendosi. Dopo molte indecisioni andai  sotto la casa di Angelo ed aspettai mezz’ora inutilmente, poi finalmente passò un uomo e gli chiesi se conoscesse Angelo. -”E’ mio figlio, signorina...”-
    -”Oh! Sono stata fortunata! Per favore, può dirgli che devo parlargli? Lo so che è ora di cena, ma domattina devo ripartire e non posso rimandare... ”- Più che le mie parole dovettero convincerlo i miei occhi tristi. Inoltre si vedeva che ero in pena e... spaesata come un marziano. Salì in casa promettendomi che lo avrebbe fatto scendere. Forse fu soltanto la mia immaginazione a farmi sentire delle grida di donne o forse davvero la madre di Angelo fece storie. Attesi ancora dieci minuti. Era scesa la sera ed un mucchio di stelle brillava intensamente nel cielo quando finalmente lo vidi scendere.
    -”Davvero parti domani?”_ Mi chiese subito.
    -”Sì, domani alle sette del mattino”-
    -”Allora non ci rivedremo?”-
    -”Non credo... la nostra è una storia senza possibilità”- Appena ebbi detto questo, mi afferrò per mano e ci avviammo verso i giardini. Sovrastavano tutta la vallata. Un cielo blu cupo, pieno di stelle lucentissime ci copriva. Angelo si appoggiò contro il parapetto che ci divideva dal precipizio ed io contro di lui, con la testa sulla sua spalla. Continuammo a parlare.
    -”Come faccio se ti perdo?”_ Mi chiese d’un tratto.
    -”Non possiamo fare diversamente. Neanche a mio padre andresti a genio ed in quanto ai tuoi mi devono credere una... ”-
    -”Non dire sciocchezze!”- Esclamò lui.
    -”Bisogna rassegnarci.”- Terminai. Non volli dirgli che nella mia città mi attendeva un fidanzato ufficiale, figlio di un amico di mio padre, ricco e potente. Invece lo baciai teneramente sulle labbra e lui mi restituì il bacio come se fosse la cosa più importante del mondo e per noi, in quel momento lo era. Ripensandoci adesso mi rendo conto che si trattava di baci casti e dolci come solo i ragazzi possono scambiarsi, ma che in noi c’era un’intensità di sentimenti tanto forte da farli divenire unici. Quando mi scostai da lui, vidi molte lacrime luccicare nei suoi occhi innamorati.- “Scrivimi! Ti darò almeno io l’indirizzo, anche se non vuoi darmi il tuo!”- Mi disse quasi implorando.
    -”Ma è inutile! Non faremo altro che prolungare questa agonia!”- Esclamai io.
    Chissà quante volte quell’ultima sera dovette chiedermi di scrivergli. Ma fui irremovibile. Poi lo pregai di accompagnarmi all’albergo con la moto. Abbracciata a lui, sul sellino di dietro, sognavo di scontri mortali e di suicidi. Sentivo la sua vita tra le braccia con cui mi tenevo e lui guidava lentamente, come per prolungare quegli ultimi momenti. Arrivammo comunque all’albergo. Il cuore mi batteva in petto per la paura di essere sgridata da mio padre: erano le ventuno passate da un pezzo ed io, per quanto fossi di città, non potevo affatto decidere di testa mia. Mi sentivo molto forte della mia decisione di lasciare Angelo senza “troppe storie”. Sapevo quando fosse inutile illudermi ed illuderlo ancora su di un futuro che non c’era consentito e preferivo un taglio netto, doloroso ma efficace. Prima di andare via lo baciai di nuovo con dolcezza, ad occhi chiusi. Il nostro era stato un amore breve e pulito. Oggi non sono più di moda, oggi ci sono gli happening, ma invece tra me ed Angelo era tutta tenerezza. Forse per questo i nostri baci non posso dimenticarli. Girai le spalle ai giorni felici vissuti con lui di scatto e, senza più voltarmi, altrimenti mi sarebbe mancato il coraggio di andare via, corsi nella sala da pranzo dell’albergo. I miei genitori cenavano già, ma, al contrario di quanto mi aspettassi, non fui sgridata per il ritardo. Mio padre mi lanciò uno dei suoi sguardi sornioni e comprensivi e m’invitò a decidere su cosa ordinare. -”Hai poi salutato il paese?”- Mi chiese con dolcezza.
    -”Sì, l’ho salutato”-
    -”Sei triste?”-
    -”Un poco”- Risposi laconicamente per evitare che l’emozione che provavo divenisse troppo evidente. Quella notte nella mia stanza non riuscii a dormire. Pensavo e ripensavo a tutti i momenti passati con Angelo e avevo una gran voglia di piangere, ma la mia camera era posta a fianco di quella dei miei e temevo di essere sentita. Allora uscii sul balcone a guardare le stelle, alle porte dell’alba. Piansi, con i pugni stretti ed a singhiozzi per non so quanto e soltanto alle sei del mattino rientrai per mettermi a letto. Non mi riuscì comunque di prendere sonno e feci le valigie ritrovando via via la calma interiore necessaria a partire senza perdere la mia dignità. Verso le sette anche i miei genitori furono pronti. Un discreto bussare all’uscio mi avvertì che ero attesa. Scendemmo dunque al bar dell’albergo per fare colazione, poi ci avviammo alla macchina. Quale fu la mia sorpresa nel trovare Angelo ad attendermi? Non so dirlo. Mantenni la calma così faticosamente conquistata. -”Papà, mamma, questo è Angelo”- Dissi con fermezza. Mamma e papà gli sorrisero e gli strinsero la mano, poi si allontanarono con discrezione fingendo di essere molto occupati con le valigie.
    -”Perché sei venuto?”- Gli chiesi.
    -”Volevo darti questo”- Rispose lui, mettendomi tra le mani un foglietto con poche righe che ancora ricordo col pensiero come potessi leggerlo:-” Angelo Bellizzi, via... ”-
    -”Hai fatto bene!”- Dissi con convinzione. Così ci salutammo con la sensazione di non esserci del tutto perduti. Nel lungo viaggio di ritorno dormii come un ghiro. Ero spossata dalla tristezza e dalla notte insonne. Tornata nella mia città ripresi la solita vita dicendomi sempre:-” Se non ce la faccio più gli scrivo oppure lo raggiungo”- Ma lo facevo per darmi coraggio. In realtà gli mandai soltanto una cartolina con l’immagine della mia città ed una breve frase:- ”Fate amicizia!”- Firmai con A e nient’altro.
    -”E lo hai più rivisto?”- Mi domanda mia nipote con gli occhi lucidi per la commozione- ”No.”- Mentisco io. In realtà lo rividi un anno dopo ed era terribilmente irritato con me, tanto che mi stava passando innanzi senza salutare. Lo fermai io, per strada, per sentirmi accusare di non avergli mai scritto. Gli risposi che non era vero, che gli avevo spedita una cartolina. Ricordo ancora la sua faccia perplessa:- “davvero?”-, mi chiese. Forse il padre gliel’aveva tenuta nascosta… chissà. Ma quell’incontro, ormai, non aveva più valore…
    -”E’ molto triste, zia!”-
    -”Perché triste, Leila? E’ un ricordo dolcissimo! Lo tengo in serbo per i momenti amari. Mi aiuta a vivere.”-
    -“Non ti sei mai pentita di averlo lasciato?”-
    -”No. Mai. Eravamo troppo diversi ed io non avrei saputo vivere un rapporto da lontano. Inoltre gli amori di quell’età, salvo rari casi, sono destinati a finire. Meglio dunque se una separazione pone fine a tutto, lasciando il ricordo di qualcosa di romantico, altrimenti rischiano di finire molto stupidamente.”-
    -”Perché devono comunque finire? Non potrebbero portare ad un matrimonio?”-
    -”Anche con il matrimonio finiscono. Il grande amore è quello impossibile.”- Dichiaro io convinta.
    -”Allora è inutile? E’ tutto inutile?”-
    Niente è inutile se ti lascia la voglia di guardare una notte stellata con tanta passione nell’animo e tanta dolcezza... ” Dico io e in quel momento passo a mia nipote una poesia scritta qualche mese prima sussurrandole:- ”Leggi... ”-.

    “In ricordo.
    In ricordo di un attimo,
    fuggevole rimpianto del passato,
    un fiore di parole un po' appassito
    davanti ad una foto
    che non scattammo mai.
    L’azzurro si perdeva nel calore
    la sera discendeva lentamente
    sul verde delle zolle,
    sui volti della gente.
    Passare e ripassare nella via
    di sconosciuti
    in un paese amico,
    e un volto di ragazzo
    dagli occhi innamorati che,
    pieni di tristezza,
    cercavano un amore senza tempo,
    sul mio volto.
    Una favola dal sapore di pianto
    nell’anima è restata,
    favola stupenda
    che non fu mai vissuta
    e che per questo resterà stupenda
    nei suoi occhi innocenti
    che resteranno tali
    soltanto dentro me.
    Le stelle mute e bianche
    erano in cielo
    quando gli dissi addio
    ed ai suoi occhi apparivo già
    come rimpianto,
    come sogno svanito
    prima di essere sognato.”-

    -”Lo pensi ancora zia?”-
    -”Sì, a volte mi chiedo se avrei potuto agire diversamente... mi chiedo se non ho lasciato in quel pezzo di cielo una vita da vivere in due con qualcuno che mi amasse davvero... ma sono soltanto domande, senza risposta.”-
    -”E’ proprio una bella sera questa, vero zia?”- Dice Leila, indicandomi il cielo pino di luci al di fuori dei vetri del balcone. Usciamo a goderci le stelle del firmamento e penso con dolcezza che sono le stesse di allora. -”Sì, è proprio una bella sera Leila. Una di quelle sere che paiono nate per ricordare”- Termino. E sospirando alziamo assieme lo sguardo verso il nero illuminato dagli astri.

  • 03 gennaio 2012 alle ore 10:36
    il bottone della camicia

    Come comincia: L’uomo era fermo nella cornice formata dalla porta della cucina. La fissava irritato. In quei pochi attimi a Viviana riuscì di notare numerosi particolari: era un giovane di circa trent’anni, piuttosto di bell’aspetto. Sulla spalla destra, lasciata scoperta dalla canottiera immacolata che lo sconosciuto indossava, appariva una cicatrice sottile e pallida. L’uomo stringeva tra le mani una camicia e nell’entrare, indicando proprio quell’indumento, aveva urlato:-” Manca un bottone! Proprio alla migliore delle mie camicie manca un bottone! Tutta colpa del disordine che regna sovrano in questa casa!”- Ma adesso, finalmente, taceva.
    Viviana lo osservava perplessa, chiedendosi chi fosse e cosa desiderasse da lei. Chissà perché le tornò alla mente il ritornello di una vecchia canzone:-”Sei Rodolfo? Sei Marcello? Dopo tutto ciò che fu... com’è fatto mio marito io non lo ricordo più.”-
    -”Viviana, ma ti sei rincretinita? Che hai da guardarmi con quell’aria da babbea?”-.
    Disse l’uomo con rabbia distogliendola dai suoi pensieri. Ma cosa aveva da gridare tanto? Dopo tutto non le era neanche simpatico: la gentilezza non doveva essere il suo forte!
    -”Viviana, vuoi smetterla di fissarmi così?”-
    Aggiunse lo sconosciuto con voce più moderata. Cosa doveva rispondergli? Lei effettivamente si chiamava Viviana... ma non ricordava affatto chi fosse lui.
    -”Non mi ricordo di voi!”- Rispose allora con freddezza. Poi aggiunse, in un tentativo di cortesia:-” Scusatemi, ho un forte male al capo e mi sento un po' stordita... forse se mi dite il vostro cognome, riuscirò a ricordarmi chi siete... ”-.
    Le sembrava di essere stata gentile, ma evidentemente l’uomo non era d’accordo.
    _”Se è uno scherzo, guarda che è durato anche troppo! E alla mia camicia migliore manca sempre un bottone!”- Gridò.
    -”Vi prego di non urlare. Ho mal di testa, come vi ho già detto! Inoltre la gente che grida mi ha sempre provocato la nausea... ”- Puntualizzò la donna.
    L’uomo sembrò finalmente comprendere che i suoi modi sgarbati non erano simpatici. Infilò la camicia senza chiudere l’ultimo bottone, (che effettivamente mancava) e uscì dalla cucina mormorando un rauco:-”Oh Signore!”-.
    Viviana decise di tornare alle sue faccende, ma ad un tratto si rese conto con una punta di panico di non ricordare affatto cosa stesse facendo un momento prima. Anzi, fatto ancora più grave, non le riusciva di ricordare perché si trovasse in quella cucina. La sensazione di smarrimento che la colse la lasciò per un momento come paralizzata, ma dopo alcuni secondi le riuscì a riprendere il controllo dei propri nervi.-”Si tratta senza dubbio di un’amnesia momentanea, passerà... ”- Disse a se stessa con poca convinzione sedendosi poi sulla sedia più vicina perché le mancavano le forze per l’emozione. Proprio in quel momento già così difficile per lei, lo sconosciuto decise di ritornare in cucina. Aveva indossato una giacca e la fissava indeciso. -”Viviana, ti senti bene?”_ Le chiese a bassa voce.
    -”Non molto per la verità, ma deve essere colpa del male alla testa... come mai siete ancora qui? Preferirei davvero che tornaste un altro giorno, in questo momento ho tante cose da fare e... ”-Lasciò la frase a metà in quanto si rese conto in modo evidente che non sapeva affatto quali cose dovesse fare, e quello sconosciuto dall’aria stupida che continuava a fissarla! -”Smettetela di guardarmi come fossi un fenomeno da baraccone!”- Gli urlò in viso. Per qualche minuto nessuno dei due parlò, poi l’uomo le si avvicinò con cautela, quasi temesse di spaventarla. -”Ti ricordi di me?”- Le chiese, fissandola negli occhi e tenendola ferma con la stretta delle mani sulle spalle.
    -”No, mi dispiace, ve l’ho già detto! Ho una gran confusione in testa... e poi voi, con tutte quelle urla! Vi giuro che davvero non mi aiutate a ricordare. Entrate nella stanza sventolando una camicia quasi che si trattasse di una bandiera, vi mettete ad urlare qualcosa sui bottini, sul solito disordine... tutto quel gridare mi rende stordita, se tacete è meglio, credete.”- Concluse. E lui tacque. Ma con quale espressione sul viso! Era pallido, le faceva persino pena. Ma per quale ragione pretendeva che lei dovesse sapere per forza chi era? Non si possono ricordare tutti gli uomini che s’incontrano!
    -”Vestiti, che usciamo.”- Viviana, nel sentirlo di nuovo parlare ritornò bruscamente alla realtà. Cosa voleva quell’uomo? Voleva che si cambiasse d’abito ed uscisse con lui? -”Perché dovrei uscire con voi?”- Chiese ad alta voce. A questa semplice domanda lui sembrò traballare come sotto una forte botta sul capo. Impallidì ancora di più, (ammesso che fosse possibile...) e poi si diresse verso il fornello. Era di spalle ma Viviana intuì che stava versando del caffè dalla macchinetta nella tazzina. Poi intuì che lo bevve: amaro. -”Che gusti!”- Pensò tra se con un sorrisino interiore. Ma ecco che all’improvviso quel sorriso le sbocciò sulle labbra e divenne in pochi secondi una vera e propria risata. Irrefrenabile. le sembrava tutto così buffo! E che faccia aveva ora quell’uomo! Come la guardava! Ma che ridere! E rideva difatti, con molta energia.
    Splaff!
    Lo schiaffo la raggiunse in pieno viso, scaraventandola un metro più in là. Si resse in piedi a stento.  Così, all’improvviso, le parve che niente più fosse capace di farla ridere. Non aveva proprio più voglia di ridere. L’uomo le si avvicinò lentamente e l’abbracciò con grande tenerezza. Che strano tipo! Prima la prendeva a schiaffi e poi...
    all’improvviso le prese una gran voglia di piangere. Non l’aveva neanche pensato che già lo stava facendo. Piangeva. A singhiozzi, a lacrimoni, come quando era piccola e si chiudeva in bagno per piangere abbracciata all’asciugamano. Piangere così le aveva sempre fatto bene, perché poi si guardava allo specchio e vedendosi tutta rossa e gonfia per le lacrime si scuoteva. Era diventata brutta! Il dolore la rendeva brutta e allora non valeva la pena di soffrire. -”Dov’è uno specchio?”- Chiese all’improvviso all’uomo che ancora le carezzava il capo. -”Lo specchio?”- Chiese lui di rimando, sorpreso. -”Si, si! Uno specchio! Devo guardarmi!”- Aggiunse lei . L’uomo la prese per mano e la condusse davanti alla specchiera della camera da letto. Lei si osservò per qualche lungo minuto con interesse quasi professionale. Non era poi tanto brutta! In quel momento, nel guardare la superficie dello specchio notò l’immagine dell’uomo alle sue spalle, che ancora le teneva una mano con sguardo affettuoso. Era tanto triste in volto, povero Marco! -”Marco?”- Disse ad alta voce, fissandolo come ipnotizzata. -”Si tesoro, sono io.”- Rispose lui sorridendo. -”Ma a questa camicia manca un bottone!”- Disse allora Viviana fissando l’orrendo filo bianco cui non era attaccato nulla. -”Che vuoi che sia un bottone?”- Chiese lui continuando a fissarla in uno strano modo. -”Non ti arrabbiare! Lo metto subito... ho avuto tante cose da fare... ”- Continuò lei. -”Non fa nulla ti dico”- Insistette lui, stringendola fra le braccia.- “Non fa niente?”- Disse lei, tirando un po' su col naso come faceva da bambina. -”No, tesoro, niente niente niente... e adesso vestiti che ti porto fuori”- “Per andare dove? Non vai a lavorare, oggi?”- “Oggi no.”- Le rispose lui sempre con quell’aria smarrita. - “Come ti senti?”- Le chiese poi, fissandola negli occhi. -”Bene!”- Rispose lei. Poi si allontanò per andare a vestirsi.

  • 24 dicembre 2011 alle ore 10:54
    Scrivere con le visceri e con la testa

    Come comincia: Molti, molti anni fa, giornalista corrispondente del “Mattino”, con “alle spalle” un solo libro pubblicato ed un romanzo dal titolo “Terra al sole” che mi preparavo a stampare, in una calda estate cercavo materiale per un “pezzo” di interesse culturale per il mio giornale, quando appresi che era “ospite” di Ascea, (cittadina del Cilento che conserva il patrimonio Greco-Romano della Elea di Parmenide), lo scrittore Giorgio Bassani, giunto a presiedere un concorso internazionale di letteratura. Chiesi telefonicamente un appuntamento per intervistarlo e lui me lo concesse, a patto che scrivessi ciò che registravo e registrassi ciò che mi concedeva di stampare.  Provavo per questo scrittore il rispetto che un giovane scrittore può sentire per un “mostro sacro”. Raggiunsi l’Autore ad un tavolino dell’albergo, posto sotto gli alberi di ulivo ed egli si alzò in piedi venendomi incontro, smettendo per questo di accarezzare un felino asceota che tuttavia continuò a strofinarsi contro le sue gambe. Bassani era un uomo sulla sessantina, dai capelli bianchissimi e gli occhi di un azzurro incredibile, ma mi parve anche molto umano, coi pantaloncini corti e la sua età non più giovane. Parlava con tono perentorio ed al di sotto di ogni gesto si intuiva in lui una grande forza di volontà. Il primo approccio fu un tantino duro, visto che egli mi impose categoricamente dove sedermi e precisò una volta in più che avrebbe voluto rileggere l’intervista, ma poi firmammo un definitivo armistizio ed io lo valutai per un uomo solo, che doveva avere molto sofferto e molto vissuto. Prima d’ogni altra cosa gli chiesi, per mio interesse personale, quale fosse per lui il suggerimento essenziale da offrire a qualcuno che intendesse divenire scrittore. Mi osservò in silenzio pochi secondi e quindi rispose coi gesti e con le parole:-” Occorre scrivere prima con le visceri e poi con la testa...”- E nel dir questo si premette le mani sull’addome e poi le passò alla fronte.  Tacque e riprese poi spiegandomi più dettagliatamente che un vero artista deve parlare di cose che ha vissuto e sofferto sulla propria pelle, per cui nei suoi scritti si dovrà sentire una realtà visceralmente sentita, ma poi deve anche essere capace di rivisitarla razionalmente, di equilibrarla, limarla, renderla comprensibile agli altri e quindi di usare per questo il cervello. Parlando dei suoi scritti mi precisò che lui non scriveva “romanzi”, ma che l’intera opera letteraria doveva essere considerata come una sola da chiamarsi appunto “il romanzo di Ferrara”. Al momento non l’intesi chiaramente, ma mesi dopo, in viaggio, acquistai di Bassani “Gli occhiali d’oro” e “L’Airone” e li lessi nelle soste in albergo, durante uno dei miei viaggi, collegandoli anche a quel già letto “Giardino dei Finzi-Contini” e mi parve davvero di comprenderlo di più.  Tornando al giorno dell’intervista, affascinata e nel contempo sottilmente mantenuta a distanza da quell’uomo che non voleva dire o dare troppo di se, mi sembra giusto riportarla almeno in parte, fermo restando l’esattezza delle domande e delle risposte così come egli la firmò, poiché ha lasciato un segno indelebile nei miei ricordi:-
      D)- “ A suo parere che possibilità di inserimento nell’ambito letterario, e più specificatamente in quello editoriale, possono sperare di ottenere le “nuove leve” della letteratura? Parlo naturalmente di coloro che non vantano amici o parenti “illustri”...
    R):-” Ho sempre considerato la letteratura un fatto spirituale e non a carattere industriale, di conseguenza i libri di qualità saranno sempre pochi. Ciononostante sono convinto che un buon scrittore, un poeta vero, troverà sempre la sua strada. Il mondo letterario non è direttamente collegato a quello della editoria che si deve considerare come una industria, ma benché l’editoria, in quanto industria, sia spinta verso la produzione in serie, i veri artisti troveranno sempre un mezzo per venire alla luce e trovare pubblicazione. L’editoria qual è adesso va considerata come una risposta volenterosa alla civiltà industriale ed è conseguente il rischio che ciò che essa produce sia legato alla “moda” del momento”-
    D):-” Sostiene quindi che un vero scrittore-artista troverà un suo spazio vitale come è accaduto per Tommasi di Lampedusa, il cui romanzo “Il Gattopardo” ha trovato in lei un valido paladino?”-
    R):- “All’epoca feci stampare “Il Gattopardo” contro la volontà di tutti ed ebbe successo. Accadrà anche per altri validi artisti, in ogni epoca, poiché parliamo di fatti spirituali e io credo nella realtà dello spirito. La civiltà industriale invece non ci crede o ci crede poco, ma è logico che sia così. La si deve considerare come “un male necessario” perché ha riscattato tanta povera gente che viveva al margine della società ed oggi è considerata uguale agli altri. L’eguaglianza è importante purché si salvi anche la libertà. Lo sforzo che deve compiere la civiltà industriale e con essa noi che ci viviamo dentro è quello di creare una società di uguali e di liberi. Sono convinto che la civiltà industriale debba crearsi una “religione”, facendo qualcosa che contrasti con la legge matematica del puro profitto.”- D):-” E’ da questi presupposti che è nata “Italia nostra”?”-
    R):-”Direi di si. Mi occupo di “Italia Nostra” da oltre 40 anni, per più di 15 ne sono stato il Presidente Nazionale e adesso occupo la carica di Presidente Nazionale Onorario”-
    D):-” Dal suo modo di vivere e di scrivere appare chiaro il suo amore per l’intelligenza e la cultura e di conseguenza per la “personalità” che nasce da questo binomio. Lei non pensa che una tale personalità possa uscire sconfitta dalle necessità contingenti dell’editoria?”-
    R):-” Amo gli artisti veri. Sono necessario io, che sostengo il diritto di un Tommasi di Lampedusa a pubblicare, ed è necessaria quella società industriale che consente a lui e ad altri come lui di vedere l’opera letteraria stampata e diffusa tra le cosiddette “masse”.”-
    D);-” Come spiega il fatto che la società attraversi (oggi lentamente non è cambiato molto da allora N.d.A.) un “minimo storico”, per quanto riguarda la lettura di opere illustri, in contrasto con una editoria che offre testi svariati e vesti editoriali esteticamente inappuntabili?”-
    R):-” Nel passato si leggeva poco, forse meno di oggi. Quando io ero un ragazzo leggevano soltanto le persone colte, appartenenti alla “buona borghesia” ed alla aristocrazia. I “bei libri” di quell’epoca “tiravano” 1000, 2000 copie...”-
      Ricordo che l’intervista proseguì valutando le “mutazioni” a cui andavano soggetti i romanzi per divenire sceneggiature di film, ed in particolare proprio in relazione a quel suo “Il giardino dei Finzi-Contini”, che anni prima era divenuto film di successo. Bassani sostenne che, per raggiungere appunto il successo di pubblico, un romanzo doveva necessariamente subire dei grossi mutamenti, in base alle capacità del regista che lo faceva “suo”. Partito che fu, gli scrissi più volte, ma non rispose, con mio disappunto. Lo rividi però anni dopo, a seguito sempre di un appuntamento, a Roma, nella sede di Italia Nostra e mi ricevette più calorosamente,  lasciandomi perfino con un bacio sulle guance.  Non l’ho più rivisto, ma neanche dimenticato e continuo ad adorarlo come scrittore, benché neanche in seguito a quell’incontro ritenne mai di rispondere alle mie lettere. Conservo di lui la registrazione dell’intervista  che mi rilasciò e quella di una sua poesia  dedicata alla “Porta Rosa” di Elea - Velia. Nella lirica egli descrive sensazioni ed emozioni provate durante una passeggiata effettuata a Velia assieme all’archeologo Mario Napoli, (a cui si deve appunto la scoperta della porta, prezioso tassello collegato alla poetica di Parmenide), ed inoltre alla ammirata e intelligente descrizione fisica della turista straniera alta, bionda e possente, così diversa dallo stereotipo di greco- eleate che il suo animo di artista gli permetteva di immaginare  presente sulla irta strada che conduce ancora oggi alla “Porta arcaica”, che lo aveva appunto accompagnato  nella passeggiata sulla strada di Parmenide e Zenone; ascolto di tanto in tanto la voce di Bassani che risuona, nitida, vibrante di toni e semitoni nella declamazione lenta e cosciente della sua creazione ed ancora mi regala emozioni...

  • 05 dicembre 2011 alle ore 15:16
    Adda passà a nuttata.

    Come comincia: C’è un allievo nuovo in quinta “X”. Dovrei dire “ci sarà”, visto che in questi giorni pre natalizi i nostri allievi stanno facendo tutto tranne che studiare (almeno la massa di loro), noi professori delle più svariate materie, così come ha scritto il nostro preside in una “circolare”, siamo presenti e a disposizione per quanti volessero fare lezione. Facciamo l’appello al mattino, se c’è assemblea di istituto, seguiamo qualcuno di loro, a richiesta, per un parere ed un consiglio, ma il mondo ci appare oggi, 5 dicembre 2011, con le ultime novità date dal Governo tecnico, più complesso del solito, incomprensibile, almeno in parte. Un po’ come la tastiera per il computer, che il nostro gentile assistente tecnico ha sostituito alla precedente (non segnava gli spazi), che mi ha lasciata perplessa quando “ad orecchio”, cercavo la V e ci ho messo qualche momento di smarrimento per rendermi conto che, semplicemente, assurdamente, “non c’era”. Non c’è, perché, evidente mente per necessità, l’assistente tecnico ha sostituito un tasto rotto o mancante, (quello della V, appunto), con un tasto “M”.
    Così, “ad orecchio”, ho cominciato a considerare la M di sinistra come V ed ho continuato a scrivere.
    E’ appunto questa la situazione attuale: trovare situazioni, fatti, persone, al posto sbagliato e continuare ad “usarle”, giacché, semplicemente, non c’è alternativa.
    Il collega di matematica, intanto, alle mie spalle, parla, discute…
    Ha ragione: è un ottimo insegnante, si sgola nelle ore di lezione, recupera allievi in difficoltà, rispiega, "trispiega", finanche. Ma non riesce a sopportare l’idea che le sue già insufficienti ore di lezione, gli siano proibite a causa di agitazioni studentesche “senza ragione”.
    Guardando verso l’uscita notiamo che, a gruppetti (sono le 12,25), alcuni nostri allievi si avviano fuori. Hanno con loro chitarre ed altri strumenti musicali che, evidentemente, sono occorse come sottofondo musicale alle loro discussioni filosofiche sui cinque, quattro o tre ritardi permessi dall’istituzione scolastica, o sulle tapparelle rotte o su qualche insegnante che non sembra troppo o abbastanza (per loro), disponibile al dialogo.
    Questa mattina, facendo l’appello in classe alla mia quinta, prima che sciamasse giù per l’assemblea, ho fatto come quei sacerdoti che in chiesa, appena possono, riempiono i loro fedeli di raccomandazioni e indicazioni, ottenendo il solo scopo di annoiarli. Ho detto loro le solite cose che dico sempre, con l’aggiunta di una punta di panico dovuta al momento difficile che sta attraversando l’Italia (l’Europa? Il mondo?). Che il loro futuro è, appunto, il loro, che non debbono studiare per accontentare i genitori e gli insegnanti, ma per loro stessi…
    Il preside ha una convocazione presso un Istituto di Napoli per le 15 per discutere, assieme ad altri colleghi, sulle agitazioni studentesche di questi giorni.
    Intanto la collaboratrice scolastica, instancabile, gira per raccogliere le firme per presa visione di una circolare.
    Noi, qui in sala professori, perché siamo in orario scolastico, attendiamo che i ragazzi decidano per il futuro e vadano via tutti ed intanto parliamo tra noi degli allievi,  delle tasse, delle pensioni, dell’ICI sulla prima casa.
    “…loro sono convinti che alle 8.10 sia l’ora per entrare nella scuola”.
    Dice il prof di matematica. Ha ragione: l’ingresso è sì, alle 8, ma è concesso un ritardo di dieci minuti, che poi diviene un quarto d’ora per cui la prima ora è punteggiata di arrivi in ritardo. Ed ogni volta si riprende daccapo.
    In realtà ci sembra assurdo che, in una situazione così difficile che ingloba nella disoccupazione studenti efficientissimi, non si renano conto che…
    Ma forse è proprio così: si rendono conto.
    Se, studiando, laureandoci, addottorandoci, specializzandoci, facciamo la fame, tanto vale non studiare.
    Dico loro: “ragazzi, la scuola non è soltanto un dovere, è un diritto, a cui siamo giunti con decenni di crescita sociale. C’è stato un tempo, neanche molto lontano, in cui il concetto di infanzia neanche esisteva. In cui i bambini lavoravano in fabbrica coi genitori per 12/14 ore al giorno. Nelle miniere, anche.
    Oggi, ancora, in tante parti del mondo i bambini soffrono la fame, la sete, la violenza. Lavorano o, addirittura, vivono nelle discariche alla ricerca di qualcosa con cui cibarsi e vestirsi. Voi siete fortunati!” Mi osservano perplessi, poi “Maria” dice: -ma vi sembra giusto che le tapparelle non funzion(i)ano?-
    Già. Non funzionano. Che importa il resto quando c’è una validissima ragione per fare un sacrosanto “casino”?
    E, intanto, attendiamo. “l’idea che questo sfascio si aggiusti con la riforma delle pensioni…”
    “Il lavoro dove sta?”. Parliamo. Parlano.
    “La questione è che dagli anni ’90 l’Italia ha iniziato un processo di deindustrializzazione…”
    “manca il tessuto produttivo. Noi non possiamo permetterci le pensioni perché non abbiamo più un’Italia che lavora…” (e’ il collega che “comprende” di economia, a parlare).
    Già. “a Napoli non fatica più nessuno”… “in nero, la camorra…” “la ceramica di Capodimonte”… “non ne parliamo del turismo… una città turistica piena di spazzatura…”.
    Un collega viene a chiedermi se l’auto lasciata fuori senza antifurto è al sicuro. Gli dico di no. Mi guarda stranito, ma, in verità, l’unica volta che ho lasciato “fuori” l’auto l’ho ritrovata sì, però con uno sfregio lungo la fiancata che significava: “questo posto non è per te”.
    Che fanno i ragazzi? Pare siano saliti ai piani superiori perché non riuscivano a “sentirsi” bene nel luogo dove tenevano l’assemblea. Pare che qualcuno di loro abbia detto:”Non possiamo farla finita così, altrimenti abbiamo perso inutilmente due settimane”.
    Che significa? Che debbono perderne tre?
    Sono le 12.45. In verità è, in assoluto, la prima volta che un’assemblea dura tanto, anche se, a restare in assemblea, sono soltanto i rappresentanti di classe e di istituto. Gli altri hanno già tagliato la corda.
    “Si deve rendere lo Stato più snello, più controllabile… ”.
    Ho trovato su internet la proiezione ortogonale della sezione conica che debbo spiegare alle quarte, quando me lo permetteranno. L’ho stampata:stranamente la stampante funziona, ci sono i fogli e non manca il toner.
    Ho girato tante scuole. Da quattro anni ad oggi, se dovessi disegnare un grafico della negatività rispetto alla scuola, sarebbe crescente. “Mettere in campo un’idea della riforma fiscale…”. “…con le banche dati”… “Io ho fatto una pratica statale…”.
    Noi, insegnanti, attendiamo le decisioni dei ragazzi. Di quelli che sono restati a decidere per tutti, insomma, proprio come i nostri politici a cui, senza neanche averli votato, abbiamo messo tra le mani la nostra vita e quella dei nostri figli e nipoti. Senza averli votato.
    Mi viene fatto di pensare ad una persona che conosco, un operaio, diciamo così. Rosso in viso mi ha confessato che la figlia, diciassettenne, ha un bimbo di sei mesi. L’ha chiamato come lui. Mi ha detto che “il ragazzo non ne ha voluto sapere”. Poi, quasi come per scusarsi: “Che potevo fare, io? Cacciarla di casa?”. Certamente no. Quindi adesso cresce anche il nipotino. “Pensavo di stare un po’ meglio, che, coi figli grandi, avrei avuto respiro… ma, invece”.
    Già. Invece tutto accapo. Brava persona.
    Adesso intorno c’è agitazione. Forse si sta pensando a dove conservare i registri di classe per l’ipotesi di una forma di cogestione o di autogestione. Su Facebook si legge, testualmente: “Ci vogliono ignoranti, ma ci avranno ribbelli”. Con due b, dal che si desume che li avremo sia ribelli che ignoranti.
    Dal Web apprendiamo: “Finestre rotte, muri imbrattati, estintori ovunque. E' stato ridotto così dai vandali l'edificio centrale della scuola "Madre Claudia Russo" a Napoli. Eppure solo 48 ore fa qui si festeggiava la nascita della prima classe 2.0 nel capoluogo campano, vincitrice del bando ministeriale per portare la tecnologia nelle scuole. Le apparecchiature tecnologiche erano custodite e sono salve, ma per il resto i danni sono gravi e l'istituto è stato costretto a chiudere. Dobbiamo andare avanti, ha commentato il dirigente scolastico Rosa Seccia. Nella scuola per ora non può rimanere neanche il personale per sistemare lo scempio, a causa delle polveri di estintore spruzzate ovunque che, pur non essendo tossiche, creano difficoltà respiratorie.”
    L’ho scritto anche nel mio blog e lo confermo: “Confesso: Non sono facile all'emozione: non piango neanche di fronte a questioni personali. Ma mi viene da piangere quando vedo vandalismo che vorrei chiamare "inutile", ma inutile non è: ha il chiaro senso di non permettere crescita culturale e morale a Napoli. Non è inutile per chi lo effettua e per chi lo programma. E' indirizzato.”
    "Allo Striani hanno distrutto tutto". Sospira una collega.
    Già: la cultura è potere, l’ignorante è più gestibile. E’ per questo che, specialmente a Napoli, è più difficile fare cultura.
    Noi insegnanti, alle 13.05, siamo ancora qui, in attesa. Alcuni di noi, per le 15, hanno da fare i Consigli di classe e non si muoveranno affatto.
    Noi tutti, noi italiani, un po’ tutti, tranne quelli che difendono, e possono farlo, i loro diritti economici. Attendiamo,
    Da professori, le decisioni dei nostri allievi, da lavoratori, le decisioni “dei grandi” che ci hanno tra le mani, e non li abbiamo neanche votato.
    “Adda passà a nuttata”, direbbe De Filippo.