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Autore

Bianca Fasano

in archivio dal 04 dic 2011

01 agosto 1949, Napoli - Italia

segni particolari:
Profondamente innamorata dell'arte in ogni sua espressione, fortunatamente abile in alcune delle sue possibilità: pittura, poesia, scrittura sotto forma giornalistica, romanzata ed altro. Un passato remoto di danzatrice classica. Ceramista. Ho creato tre splendidi esemplari di esseri umani.

mi descrivo così:
Concretamente piantata a terra come un ulivo secolare del Cilento, ma capace di lanciare i rami verso il cielo, con le foglie da un lato di un bel verde tenebroso e dall'altro argentee.

14 agosto 2016 alle ore 12:09

"Sleevata."

Intro: Penso che sia importante conoscere, anche se non ci riguarda personalmente, la problematica e la soluzione di questioni che possono rendere la vita difficile ad altri e diffondere le soluzioni, anche se sotto forma di racconto.

Il racconto

“Sleevata”.
-"Che bella bambina!". Mi dicevano. La mamma sorrideva. Riccioli biondi, grandi occhi azzurri, la boccuccia a cuore. Soltanto: un poco cicciottella.
In estate, sulla spiaggia, la mamma m'inseguiva con il cibo. A me piacevano i gelati e a ora di pranzo, tutti sul lido, o in pizzeria.
Tutti, cioè il papà, un metro e ottanta per circa 160 chili, la mamma, un metro e sessanta per 95 e il fratello più grande, alto e pesante quasi come il papà. Una famiglia allegra e mangiona, dove il cibo era un argomento da "ricerca del posto dove si mangia meglio".
Poi l'incidente.
Fui l’unica ad uscirne viva, per cui la sorella di mio padre mi prese con lei. A dodici anni mi ritrovai ad essere la cuginetta cicciottella in una famiglia di magri. Anche in quella casa il cibo non mancava, ma i miei due cugini mangiavano "per mangiare", mio zio Lucio era un chiodo alto un metro e ottanta e la zia Olga, un chiodo e basta.
Tuttavia io non persi le mie "buone" abitudini: colazione abbondante (facevo fuori marmellata, yogurt, miele, biscotti e quant'altro), assieme al latte. Mentre i cugini prendevano il tè con tre fette biscottate e mi osservavano, muti.
Gli zii si lanciavano sguardi tra di loro e zia Olga sottolineava:
-"Mio fratello e la moglie erano di buon appetito"- Come per scusarmi.
Io sentivo la mancanza delle risate a tavola, della mamma che mi comprava il gelato, del fratellone che mi sollevava di peso come fossi una piuma. Non c'erano più.
Nessuno mi diceva: -"Che bella bambina"- Bambina non lo ero più: dodici anni, poi tredici, poi quattordici. Dalle medie al liceo classico. Pochi amici, molto studio e tanta musica nelle orecchie. Ricevuto in regalo un iPod, collegato al computer per copiarci sopra alcuni brani musicali da Internet, camminavo con la cuffia sui ricci biondi e lo sguardo azzurro fisso in avanti.
Ottimi voti, scarsa in palestra, sempre più alta (come papà), più affamata (come in famiglia), più sola. A questo punto zia Olga decise di intervenire e cominciarono le visite mediche, i controlli, le sgridate condite di sentimento e logica, nel vedermi immersa con la testa nel frigo. Cominciarono anche i pranzi dietetici, i cibi scomparsi da casa (niente più merendine o biscotti), le "pesate" settimanali e gli sguardi corrucciati dei cugini: io mangiavo, mi allungavo e pesavo sempre di più. Togliermi la paghetta? Inutile: insegnavo greco e latino, ma anche matematica ed italiano, a domicilio.
Guadagnavo e mangiavo fuori. Avevo più amici (cene offerte, pizziate, gelati per tutti), ma ero sempre più alta, grassa e sola. Bella? Non so: un metro e settantacinque per circa cento chili di peso, capelli ricci a boccoli biondi, lunghi, grandi occhi azzurri e, sì: una boccuccia a cuore sotto un bel nasino.
Mi diplomai, m'iscrissi a legge, mi laureai con il massimo e la lode. Superato l'esame di stato, lasciai Napoli e trovai lavoro in uno studio a Benevento.
Avevo una scrivania, un angolo di balcone e con il tempo anche molto lavoro. Nulla di impegnativo, però diventavo ogni giorno più indispensabile allo Studio Legale G. Di Luna e M. Di Luna. Laddove la G. era il padre, Giuseppe e la M. Massimiliano, il figlio. Più o meno della mia età.
Sull'altezza ce la giocavamo (era uno e ottanta), ma sul peso decisamente no: palestrato, abbronzato, occhi neri e capelli in ordine, mi dedicava sorrisi di circostanza, dialogava con me sui casi più problematici e spesso facevamo lo spacco del pranzo, assieme.
Lui mangiava con gusto, ma in quantità moderate. Io cominciai a mangiare di meno, per non sembrare troppo affamata. Persi qualche chilo e m'innamorai.
Aspettavo il suo passo il mattino. Lo seguivo con lo sguardo. Lo seguivo su Face book (chiesi l'amicizia sotto falso nome). Non avevo speranze.
Poi seppi che la sua fidanzata l'aveva lasciato per un avvocato "di grido", più grande di lui e pieno di soldi. Capii che soffriva, tentai di aiutarlo e cominciammo ad uscire qualche volta assieme di sera. Passeggiate in auto, cinema, cene, ma mai con gli amici di lui.
Una sera mi portò a casa sua per un bicchiere di vino e vi restai fino il mattino.
Forse a causa della sofferenza subita, mi trovò attraente, o almeno, passabile, malgrado fossi decisamente cicciottella. Avevo comunque forme femminili e la pelle bianca come il latte. Bei seni e viso piacevole. La fidanzata, intanto, si era sposata.
Fatto sta che, dopo alcuni mesi in cui ci frequentammo piuttosto assiduamente, senza fare pubblicità alla cosa, lei si fece sentire di nuovo. Da sposata, le andava bene avere un amante giovane, lui, da uomo innamorato qual era, mi fece capire a chiare lettere che intendeva riprendere la relazione con la sua Federica.
Insomma: dovevo lasciare libera la piazza.
Non feci una piega: che dire? Niente promesse, niente amore. Mi doveva bastare la bella esperienza e così mi feci da parte.
Bene: da quel momento la mia fame divenne compulsiva: piangevo e mangiavo di tutto, sfogavo la mia depressione nelle pizze, nei dolci, nei gelati. Il frigo sempre pieno, la "birretta" ad ogni ora. Vino bianco, vino rosso, varie tipologie di liquori dolci. Partendo dalla mia non certo magra situazione, in breve mi ritrovai decisamente obesa. Inoltre: piangevo sempre.
Sul posto di lavoro sembravano non farci neanche più caso. Massimiliano mi guardava, di tanto in tanto, ma era troppo preso dalla sua storia sentimentale per curarsi di me.
Un giorno, però, mi chiamò nel suo studio, il padre. Sembrava a disagio. Andò diritto allo scopo:
-"Avvocato De Martino, così non si può andare avanti."-
Tacqui.
-"Lei si accorge che gli abiti le vanno sempre più stretti? Mi sembra che la sua poltrona non la sorregga più. I clienti l'osservano a disagio. In tribunale, ho saputo, che i giudici la chiamano con un termine che vorrei evitare, ma mi tocca dirlo: "Cicciolona". Lei è chiamata "La cicciolona dello studio legale Di luna. Mi perdoni, ma le ridono dietro, anche quando difende una causa e non la prendono sul serio. Noi abbiamo, invece, bisogno di essere presi sul serio. A mio parere lei ha bisogno di cure."-
-"Cure?"-
-"Sì: mediche, psicologiche, non so dirle. Deve cominciare una cura dimagrante e farsi sostenere da qualcuno che la incoraggi e le dia ausilio. Personale qualificato."-
Restai senza parole, ma lui continuò:
-"Le darò un mese di stipendio e un mese di ferie. D'altra parte se le merita: non le ha mai prese. Mi auguro che in questo mese, lei riesca a risolvere le problematiche estetiche e di salute di cui le ho parlato. Auguri."-
La mia tragica figura imponente si stagliava di fronte, nello specchio. Sembravo un elefante senza proboscide. Presi l'assegno che l'avvocato mi passava, raccolsi poche cose e mi diressi a casa.
Come prima reazione mi rivolsi al frigorifero che non mancava mai di nulla. Mangiai fino alla nausea e bevvi. Mi addormentai sul divano, con la televisione accesa e mi risvegliai su di un canale americano che, chissà per quale combinazione della sorte, dedicava la sua attenzione agli obesi.
Fu come un lampo, un'illuminazione, come San Paolo sulla strada di Damasco, fui folgorata dall'idea di dover dimagrire ad ogni costo.
Come? Non credevo nelle diete e neanche nella ginnastica o nella palestra. Occorreva una cura drastica.
Mi ritrovai a scrivere il termine "obeso" sulla pagina del computer che mi rimandò ad un Forum: "Eravamo obesi. Sleeve Gastrectomy, Plicatura e Gastroplastica verticale." Fui sommersa da un mare di notizie. Sensazioni simili alle mie, vissute da tanti: non ero più sola. Cominciai con il crearmi uno "spazio utente", misi come immagine l'elefantino rosa con le ali e presi ad interrogare sulle loro esperienze i "nuovi amici".
Si mostrarono disponibilissimi. Capivano ogni mio stato d'animo, ogni problema fisico e tutti m'incitarono a provare con la chirurgia: "La sleeve gastrectomy laparoscopica." Nomi di medici, di cliniche vicine o più lontane e spiegazioni:
-" La Sleeve Gastrectomy Laparoscopica (SGL) è un intervento di tipo restrittivo in cui lo stomaco è tubulizzato.
La SGL è stata originariamente sviluppata in Inghilterra e in seguito adottata negli Stati Uniti, Germania e Belgio.
L’ intervento è realizzabile con pratica laparoscopica e presume l’asportazione di una gran parte dello stomaco mediante una resezione, conseguita con l’ausilio di suturatrici meccaniche. La parte di stomaco residuo ha un aspetto tubulariforme di volume ridotto in modo drastico, con una capacità di circa 100/150 ml. Questo procedimento non è reversibile perché una parte dello stomaco è eliminata. I nervi dello stomaco ed il piloro, la "valvola di uscita", restano intatti conservando la funzione gastrica a dispetto del volume diminuito. Durante l’alimentazione il cibo entra nello stomaco tubulizzato e lo riempie per impilamento essendo arginato dal piloro . Il riempimento del tubulo gastrico stabilisce un’importante limite meccanico all’assunzione di altro cibo, associato ad un senso di sazietà."- 
Quello che più mi colpì fu il fatto che avrei provato un "senso di sazietà" e che ci sarebbe stato qualcosa a limitare la quantità d'ingestione del cibo. Qualcosa di meccanico, che non mi avrebbe più permesso di mangiare di tutto ed in quantità industriali.
Approfittai del forum per porre interrogativi, per dialogare, comprendere quale fosse la strada che stavo imboccando, cosa mi aspettava ad un mese, ad un anno e nel futuro.
Mi convinsi. Così fu che, sempre tramite internet, trovai quello che mi sembrava (a Roma), il centro più vicino e sicuro per mettere in atto il mio piano.
Fu questione di poco. Il denaro non mi mancava (non ne avevo praticamente speso che piccole somme, dal momento in cui avevo cominciato a lavorare ed avevo, anche, una bella cifra ereditata alla morte dei miei). Partii per Roma, permisi che mi studiassero in tutti i modi, firmai tutte le carte che dovevo e, infine, mi operai. Mi attendevo, nel tempo, una riduzione del 50-60% dell'eccesso di peso, ma mi aspettavo, sopratutto, il mantenimento del peso nel tempo. Non avevo famiglia e non volevo rivolgermi agli zii, per cui tutto il percorso, difficile, che avrei vissuto, avrei dovuto superarlo da sola, ma avevo soldi a sufficienza per farmi aiutare da qualcuno. Così, dopo essermi procurata un grazioso villino fuori Roma, avevo prenotato una specie di badante che mi aiutasse all'uscita della clinica. Si chiamava Barbara, era simpatica, grassottella e automunita: mi aveva accompagnata ad ogni visita prima dell'operazione e mi attendeva all'uscita della sala operatoria. Una sorella a pagamento, insomma. Pur essendo scettica, sapevo che gli studi dimostravano come il senso di fame sarebbe diminuito perché la porzione di stomaco che mi era stata asportata, produceva la Grelina, ossia uno degli ormoni responsabili del senso della fame.
Dopo quattro giorni di degenza, dimessa, ebbi un decorso post operatorio sereno, senza difficoltà, anche se con qualche sofferenza. Non avrei mai immaginato, dopo la "rampogna" del mio capo, che l'operazione mi avrebbe rivoluzionato la vita.
Certo, non da un momento all'altro: dovetti riabituare il mio nuovo stomaco al cibo, per cui la mia "badante", si trasformò in una baby setter, facendomi subire uno svezzamento durato un paio di mesi. Dalla data dell'operazione fui costretta ad ascoltare cosa voleva il mio corpo e a comprendere quello che non mi faceva bene e quando dovevo fermarmi per non stare male.
Dovetti chiedere ausilio ad una nutrizionista, che mi aiutò a scegliere la qualità di quello che avrei mangiato e raggiunsi un accordo tra la fame vera e quella di testa. Il mio frigorifero si svuotò di molti alimenti, per riempirsi di quelli che mi erano consentiti. I miei gusti erano cambiati, dimagrivo e dimenticavo il modo di vivere l’approccio con cui gestiva l’alimentazione la mia perduta famiglia. Mi sembrò di tradirli, ma il cibo, usato come una gruccia per le difficoltà, divenne inutilizzabile.
I cambiamenti si fecero vedere nei mesi e ne occorsero nove per dimagrire oltre quaranta chili, ma ero soprattutto mutata dentro.
Mi guardavo allo specchio: sotto il grasso, ricercavo quella nuova donna che mi avrebbe permesso di fare l'avvocato senza sentirmi chiamare con nomi divertenti e offensivi. Non m'interessava più di piacere a tutti, di essere accettata, apprezzata, aiutata. Non volevo essere amata da Massimiliano, anzi, usata da lui, per dimenticare la donna che l'aveva tradito. La Evelina conciliante e debole che aveva bisogno del cibo per sentirsi meno sola, non c'era più. L'Evelina attuale era più riflessiva e meno istintiva e mi resi conto, che avrei avuto bisogno di uno psicoterapeuta, perché mi aiutasse a trovare un giusto equilibrio tra il mio nuovo essere interiore e il mio nuovo organismo esteriore. Per apprendere ad avere una percezione reale del mio corpo. A vedere così com’era la persona che si rifletteva nello specchio, non identificavo le vere dimensioni, così differenti da un anno prima e trovavo difficile riconoscere la donna di oggi; ma dovevo anche tenere conto che, per tornare completamente alla mia vita normale, utilizzando il dimagramento, avrei avuto anche bisogno di un'addominoplastica. Difatti; lentamente, nel tempo, ero dimagrita, ma il mio addome era divenuto flaccido e pendulo. Un poco come le mie braccia e le gambe. Insomma: nessuno mi aveva preparato al fatto che perlomeno un intero anno della mia vita avrebbe dovuto essere dedicato alla mia bellezza, se volevo utilizzare il dimagramento. Altro che il mese previsto dall'avvocato del mio studio! Subii, sempre accompagnata da Barbara, l'asportazione chirurgica dell’adiposità localizzata e dell’eccesso cutaneo addominale e alla fine ebbi un addome piatto e rassodato, che, assieme ad alcuni "ritocchi" alle braccia e alle gambe, completarono il mio nuovo aspetto. Anche quegli interventi dovettero essere seguiti da un percorso post operatorio.
Oggi, finalmente, ho cominciato a sentirmi fortunata, comprendendo di avere avuto una nuova opportunità e di essere stata capace di coglierla.
L'alimentazione era proprio cambiata: una pizza intera? Impensabile:
ne riuscivo a mangiare 1/4. Pasta? Una media di 50-60 grammi con condimento di verdure. Finite le laute cene: mangiando carne, riuscivo a mandare giù pochissimo contorno (un paio di forchettate di insalata o verdura o peperoni o una due fette di melanzane). La fame ritornava a breve, perché digerivo subito, mangiavo frutta, o un pacchetto di cracker.
Il ricordo dei miei genitori e del fratellone robusto, nel tempo, si è come appiattito, ma sono diventata più forte e capace di riprendermi la mia vita e affrontare le giornate di lavoro e un uomo, se mai verrà, che si innamori di me e non mi debba usare come il momentaneo sostituto di un amore perduto.
Mi guardo allo specchio: le cicatrici stanno sbiadendo e ho anche imparato a nasconderle con una crema colorante e ad indossare abiti che mostrino il meglio di me, nascondendo i difetti.
Lavoro presso uno studio legale dove c'é sempre un via vai di giovani, donne ed uomini. Ho un'amica che mi accompagna a fare spese, cui non ho raccontato molto di me,
La sera esco, vado anche a ballare e non faccio mai tappezzeria. Quando lavoro in tribunale, i giudici uomini mi sorridono e i colleghi, ho saputo, mi chiamano "la gatta", per via dei miei grandi occhi azzurri che risaltano nel viso magro.
La cosa più bella che mi sia capitata è l'incontrare di nuovo Massimiliano, in udienza. Io e il mio collega l'abbiamo spuntata sullo studio Di Luna e lui, senza riconoscermi, è venuto signorilmente a stringermi la mano per complimentarsi. Evidentemente interessato, l'ho visto perplesso per il mio cognome, che gli ricordava qualcuno.
Ha mormorato: "Parente di un avvocato De Martino?" -
"Soltanto lontanamente." Gli ho risposto. E ho ricusato l'invito a bere qualcosa al bar.
 
 

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