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Racconti di Cristina Bove

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  • 19 giugno 2008
    Senza rimpianti

    Come comincia:

    Scendo con cautela dallo sgabello-scala su cui sono salita per riporre gli abiti invernali nello scompartimento in alto del guardaroba.
    Ho la vista leggermente offuscata. Con lentezza raggiungo la poltroncina e mi ci lascio affondare.
    Guizzi nerastri mi passano negli occhi alternandosi ad altri luminosi.
    Il cuore è impazzito. Non c’è battito, solo una serie di fremiti che fanno vibrare il petto.
    Mi concentro su una tecnica yoga, almeno cerco di farlo. In effetti sono perfettamente consapevole che se è giunto il momento non c’è nulla da fare.. Non avrei nemmeno il tempo di avvertire qualcuno.
    Una parte di me si oppone, decide di riuscire a controllare il respiro, uno – due – tre – quattro… uno – due – tre – quattro…ancora, e poi ancora.
    Nel frattempo il pensiero diventa rappresentazione scenica: mi vedo in una camera dalle pareti damascate, il colore predominante è l’azzurro, c’è una grande libreria che occupa una intera parete e gira ad angolo su quella adiacente, la luce è soffusa e proviene da una lampada sorretta da uno stelo dorato posta su di un’ampia scrivania ingombra di libri. C’è anche un computer con un monitor piuttosto grande.
    Un ricco tendaggio di velluto blu chiude quella che presumibilmente è una grande finestra.
    Di fronte alla scrivania c’è un immenso divano  dai fiorami in varie tonalità di azzurro, davanti un tavolo basso dal piano di cristallo su cui spiccano alcuni oggetti d’argento.
    Da una porta che intanto si è aperta sul fondo, sta entrando un uomo, è di statura piuttosto alta, ha capelli ondulati che il chiarore della lampada fa risaltare come un alone intorno alla testa. Avanza verso di me, ne distinguo il viso dai lineamenti regolari, forse il naso leggermente marcato, ma nell’insieme proprio un bell’uomo di una quarantina d’anni.
    Mentre mi si avvicina sorride, e questo gli dona un’espressione tenera e divertita.
    Ora è davanti a me, apre le braccia e mi avvolge in una stretta calorosa e decisa.
    Non mi sottraggo, lascio che mi tenga abbracciata mentre quasi mi trasporta verso il divano.
    Siamo ancora allacciati quando lui mi guarda negli occhi con uno sguardo pieno d’amore e desiderio.
    Osservo me stessa offrirmi al suo bacio, sono molto giovane e graziosa.
    Lui mi accarezza il viso, e poi le sue mani scendono sulla gola, mentre le sue labbra incollate alle mie approfondiscono un lungo bacio appassionato.
    Ora le sue mani si attardano sui miei seni, con delicatezza, per scendere lungo i fianchi.
    Le mie mani intanto scorrono le sue spalle e il suo petto, indugiano ai lati del collo,  seguono i contorni dei muscoli lungo il torace e poi giù sul ventre piatto, quasi incavato.
    Lui adesso mi stringe a sé esplorando il mio corpo con carezze sapienti, si attarda  cogliendone ogni sussulto.
    Il piacere è così grande che mi pare di svenire.
    Non c’è altra cosa cui pensare se non un abbraccio sempre più intenso.
    Lui ha movimenti lenti, ritmici, sempre più accelerati in questa specie di danza all’unisono. Mi prende il viso fra le mani e mi guarda, ed io lo guardo e  i nostri occhi sono due mari languidi che si incontrano.
    Al culmine del piacere, una parte di me si distacca ed osserva dall’alto la scena: vedo me stessa abbandonata sul divano, il respiro affannoso, il corpo ancora palpitante, mentre l’uomo si alza e si dirige verso la finestra.
    Apre i tendaggi,  e nella stanza si riversa la luce del sole al tramonto, torna verso me, si siede accanto, poi, guardandomi fisso negli occhi mi fa: "Bella scopata,  eh?"
    La scena si dissolve, e mentre il cuore ormai quasi non ha più battito, e il respiro mi si fa sempre più impercettibile, penso: posso lasciarmi andare, non ho nulla da perdere.

  • 06 agosto 2007
    La poltrona

    Come comincia: La poltrona era in un angolo in fondo al salone, il serico tessuto rosso del rivestimento spiccava contro la tappezzeria color senape.
    La giovane donna la rimirava compiaciuta, era stato il regalo più gradito per le prossime nozze.
    E si adattava magnificamente allo stile con cui lei e il fidanzato stavano arredando la bella villa appena acquistata.
    Si allontanò di qualche passo per osservarla meglio.
    Ispezionò tutta la casa per annotare cosa mancasse ancora.
    Pulì sul pomello della porta dello studio invisibili impronte lasciate dai facchini.
    Si accertò che le imposte della camera da letto fossero ben serrate.
    Quindi tornò nel soggiorno chiudendosi alle spalle i battenti della splendida vetrata del giardino d’inverno.
    Il crepuscolo tingeva di toni rosati tutto l’ambiente.
    Diede un’occhiata all’orologio, ancora una decina di minuti e suo padre sarebbe passato a prenderla.
    Felice, leggermente affaticata, si appressò alla poltrona.
    L’ammirò ancora una volta prima di sedersi. Si sentì accolta dal morbido tessuto, nel rosso che s’incupiva un poco verso il fondo e nell’incavo dei braccioli.
    Sprofondò dolcemente, quasi abbracciata dalla poltrona, calda e cedevole.
    Stava per alzarsi, al suono del clacson di suo padre, quando venne risucchiata all’indietro.
    Annaspò con  le braccia, tentò di fare leva sulle mani… e scivolò nel buio che si era aperto sotto di lei…
    Due enormi labbra rosse si chiusero soddisfatte e turgide sul suo corpo. Si schiusero e richiusero come a gustare la preda. Poi si tesero ondeggiando in ogni direzione fino a sparire nel liscio tessuto rosso.
    La poltrona aspettava nell’angolo in fondo al salone.

  • 10 luglio 2007
    L' appuntamento

    Come comincia: Trascorreva le ore davanti al PC, scrivendo poesie e inviandole ai vari siti che ne consentivano la pubblicazione… Aveva anche fatto stampare un libricino a sue spese, tanto per avere qualcosa di concreto da mostrare, a sua moglie, ai figli, agli amici.

     


    Soprattutto a sua moglie, che, conoscendolo bene, sapeva di non potersi fidare ciecamente della sua fedeltà. D’ altra parte già in passato aveva corso qualche rischio di essere scoperto… perché le donne gli piacevano, tanto, tutte… era il femminino che amava in loro, quelle qualità quasi divine di intuito, quella loro capacità di sublimare la passione, perfino quella travolgente e un po’ eccessiva della sua stessa pulsione carnale.


    Aveva imparato a giocare con loro, a concedere spazi in cui potessero esporre qualche lembo della loro psiche, ma sempre in agguato alla ricerca di una possibile, agognata,  denudazione concreta.


    Pensava di esorcizzare la vecchiaia nell’unico modo che lo faceva ancora sentire  valido, cercando e soddisfacendo il desiderio sessuale.


    Bazzicava anche siti porno, sempre con la massima attenzione a non lasciarne traccia nella memoria del PC che, suo malgrado, talvolta se ne infettava e ne riversava qualcosa  attraverso le mail da lui inviate.


    Talvolta doveva interrompere un intervento in chat, oppure rinunciare a rispondere ad una mail, se la moglie o i figli si avvicinavano troppo alla scrivania.


    Ma il fascino che esercitavano su di lui le menti femminili argute, colte, poetiche, seppure  ne stuzzicassero le innegabili doti d’intelletto,  immancabilmente lo rimandavano, poi, ad un impulso più robusto, che un po’ dannunzianamente in poesia, in maniera più diretta per posta, si faceva presente per esigere un riscontro.


    Eppure alcune sue poesie erano rivelatrici di un fermento, di una malinconia latente, di una struggente rassegnazione alla vita e di una disperata negazione della morte.


    Poi nella sua vita apparve una creatura diafana, senza spessore né luogo che non fosse quello schermo luminoso in cui le sue parole prendevano vita e le davano realtà…


    Le aveva attribuito la bellezza lunare dei ritratti di Watteau, l’intelligenza di una Simone de Beauvoir, le conoscenza scientifiche di una Margherita Hack…ma anche la possanza misteriosa di un felino.


    Sognava di lei, spesso i suoi scritti avevano dei riferimenti che solo lei poteva interpretare. Si stava innamorando di una immagine e, nello stesso tempo, desiderava intensamente che prendesse corpo.


    Era diventata irrinunciabile, una sorta di gioco a nascondino, la caccia a quell’entità fatta di pixel la cui amabilità era stemperata spesso da una sottile ironia.


    Doveva conoscerla, assolutamente, avesse dovuto attraversare l’oceano, recarsi al polo nord, sulla luna…


    Ormai incaponito in questa brama, mise in atto tutte le sue armi di seduzione, le fece ogni sorta di promessa, ne infranse ogni possibile dubbio… Infine riuscì a farsi dare le notizie più precise, riguardo alla sua vita, alla sua quotidianità, al suo luogo di residenza.


    La città era lontana, avrebbe dovuto viaggiare quasi un’intera giornata per raggiungerla… Riuscì ad inventare la scusa più credibile di tutta la sua vita e a farla digerire alla famiglia, Ora aveva due giorni per conoscere, finalmente, quella donna affascinante che lo aveva ammaliato dallo schermo.


    Il treno giunse in orario, non ebbe alcuna difficoltà a trovare un taxi, l’autista si mostrò cortese alle sue spiegazioni,  indirizzo, indicazioni, tutto scorreva liscio.


    La strada era in salita, il numero civico che gli era stato indicato doveva trovarsi quasi sulla sommità della via, l’ appuntamento era proprio davanti alla casa, una villetta stile anni ’70, così gli era stato spiegato.


    Fremeva, già le sue mani sentivano al tatto quella pelle che aveva tante volte immaginato, serica, morbida, e le labbra che avrebbe di lì a poco potuto sfiorare… baciare…


    - Ecco , ci siamo.  -


    La voce del tassista lo riscosse dalle sue elucubrazioni, prese il portafoglio  per pagare e intanto diede una sbirciata alla casa.


    La luce del tardo pomeriggio tagliava già molte ombre sulla facciata, il cancello era semiaperto e lui si incamminò su un vialetto di ghiaia frammista a ciuffi d’erba che conduceva  fino ad un portoncino scuro,  vi spiccava  una piccola targa metallica con il cognome, di lato  un pulsante su cui premette il dito, per un secondo… il battente si aprì e lui restò perplesso sulla soglia.

    - Permesso? - chiese,  restando ad aspettare… e non ricevendo risposta, avanzò di qualche passo.


    Si trovava in una sala piuttosto ampia, nella semioscurità intravide un ‘immensa scrivania su cui campeggiava lo schermo di un computer acceso, alla cui luce potè scorgere anche varie scaffalature alle pareti, zeppe di oggetti metallici che non aveva mai visto prima.


    La porta intanto si era chiusa silenziosamente alle sue spalle e lui, con un certo imbarazzo, pronunciò ad alta voce quel nome che per così lungo tempo aveva solo pensato… un movimento impercettibile, da un tendaggio sul fondo, catturò la sua attenzione, si immobilizzò… mentre una donna bellissima avanzava verso di lui… Si fermò quasi al centro della stanza.  Ne potè distinguere i capelli ramati che in morbide ciocche le incorniciavano il viso ricadendo sulle spalle, il seno che prorompeva sodo e bianco dalla scollatura abbondante di un splendido vestito dai toni azzurri, quasi fluorescenti… il viso era di una bellezza botticelliana, e pure nella scarsa luce i suoi occhi avevano uno sguardo dolce e conturbante nello stesso tempo… le sue braccia bianche e tornite si protesero, invitanti…


    Stupefatto, eccitato, con la passione che gli montava dentro, le andò incontro, aprì le braccia per stringerla a sé… e le sue mani attraversarono i colori di una figura impalpabile, un insieme di puntini luminosi che formavano lo splendido ologramma…


    Si ritrasse intimorito, sorpreso, deluso… in un contrasto di emozioni che non riusciva a razionalizzare…


    Un suono proveniva ora dalla semioscurità del tendaggio, come di pianto sommesso, un singhiozzare soffocato… quasi automaticamente attraversò la stanza e scostò la pesante stoffa scura… dietro, in piedi, le braccia lungo i fianchi in  posa sconsolata, un uomo dal viso rigato di lacrime lo guardava con aria implorante…


    Aveva dei tratti marcati, l’attaccatura dei capelli bruni bassa sulla fronte e le sopracciglia quasi unite,  di corporatura tarchiata, poco più basso di lui,  poteva avere una quarantina d’anni. L’uomo, con la voce arrochita dal pianto farfugliò qualcosa… Lui sentì chiare solo alcune parole: "… Non avevo altro modo… farmi amare … le mail… volevo dire… ma non… coraggio…".


    Lui ricordò qualcuna delle espressioni che più l’avevano colpito, riandò con la mente alle sensazioni provate nell’ attesa di ricevere posta, e poi nel leggerla e rileggerla… la grazia e l’intelligenza che lo avevano così appassionatamente incantato, e allora… lo strinse a sé in un abbraccio.