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in archivio dal 19 gen 2012

Daniela Iodice

04 maggio 1991, Napoli - Italia
Mi descrivo così: ​Siamo attori di noi stessi e ci perdiamo tra i riflessi di una falsa ambizione costruita sulla notte.

[​Arthur Rimbaud]
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  • 1 ora fa e 19 minuti fa
    Clarisse

    Clarisse,
    qui seduto al sole, mi pare di scorgere la tua bionda chioma.
    Morbida, calda, un manto d'orato di baci e carezze.
    Poi succhiudo gl'occhi; leggero è l'affanno che sento, scende lungo la schiena e mi prende per mano.
    Accompagna il pensiero l'udire un canto da lontano; un usignolo, forse, un canto soave che alto s'innalza al mio sentire.
    Apro gl'occhi e con devota passione, tra gli specchi infranti che ho nel cuore, scorgo i tuoi occhi gelidi, Clarisse.
    Occhi che si spezzano tra i confini della realtà cruda, cercano e scoprono dove vi è la via di fuga. Ma non la trovano.
    E così, perso nel vuoto, mi pare di toccarle quelle labbra, accarezzarne le rughe, di sentirne l'umido piacere con un sol dito incantato.
    Clarisse, mi desto per Dio, anche solo immaginarti, mi da brusìo.

     
  • lunedì alle ore 17:15
    Decadenza

    Ditemi cosa sono,
    mentre affondo le mani nella terra e sprofondo.
    Vedo distese di sabbia incandescenti che costringono il mio corpo a cadere, sempre più giù e ancora, ancora; senza respiro. 

    Ditemi cosa ero; un tempo lontano che quasi a stento ho un ricordo,
    mentre camminavo deciso sul ponte del non ritorno, lì, sempre più oscuro. 
    Le orme dell'ignoto tendono a farti vacillare nella sua finta sicurezza.

    E allora, ditemi cosa potrò diventare se, guardando le mie mani, vedo nulla o polvere, gioia e dolore,
    mentre la mia anima fluttua infinita sui castelli invisibili della regione. 

    La dolce bugia dell'inganno innamora chi ne assuefatto; 
    leggero è il suo miele che scivola per la gola del destino.
    Chi sarò una volta affogato in quel mare impetuoso dell'amore?
    Se di esso ci si può chetare, se ci si può sfamare.

    Sentirsi morire per una mano che recide,
    ridendo, forse,
    o piangendo,
    con il guanto del pentimento mio,
    mentre mi cibo del corpo tuo.

     
  • domenica alle ore 17:17
    Lettera a Miguel

    Miguel, caro amico.
    In questo lungo tempo di solitudine non faccio altro che pensare.
    A cosa, mi dirai; beh, sai, quando hai tanto tempo per te stesso, pare che non ci sia nulla da chiedersi o, quanto meno, qualcosa di cui parlare.
    E invece ti sbagli, Miguel, ce ne sono ben troppi di quesiti che chiedono risposte come non mai.
    Ora sembra che il mondo ti mette contro un’infinità di muri dalle diverse forme, colori,diversa natura.
    Sai cosa mi viene alla mente, Miguel?
    Quando si correva per quei prati verdi con tanta spensierata voglia di scoprire, di conoscere, di sentire.
    Poi ripenso a quando presi quel treno e partii alla ricerca dell’ignoto vivere, lontano da tutti gli affanni e gli affetti, lontano dalla casa che mi aveva cullato per anni in cerca di case che mi avrebbero accolto pieno delle mie tristezze e delle mie gioie, ma sopratutto delle mie bugie.
    Quando guardo indietro, mi chiedo sempre se ho fatto le scelte giuste o, quanto meno, cosa sarei diventato se non fossi mai partito o cosa sono ora, una volta andato.
    Credo che questa lunga solitudine sia una sorta di attesa interiore, quella linea sottile che c’è tra il “ho fatto” e “cosa farò”, non credi Miguel?

    Tu come stai? Come te la passi in quel nulla che io non so?
    Vorrei tanto riabbracciarti, bere del buon vino ad un tavolo in osteria in centro, due risate, racconti, novità tue e di altri.
    Discutere su quale musica sia la migliore in serate del genere, brindare all’anno nuovo che sarà, a sognare, a morire dentro ogni parola di quel che eravamo.
    Eh, si, Miguel… questa solitudine sembra sia un cappio, pronta a stringere il collo, si trasformata in un giudice, una ripresa di controllo.

    Cercavo un pò di pace e invece vedo tutto questo come un castigo!
    Ah, che deplorevole che sono; dovrei abbracciare questo tempo come un dono di Dio, sicuramente.
    Alla fine, il tempo si prende gioco di noi; crediamo ti tenerlo per la cinghia ed invece è lui che tiene al guinzaglio noi; ci deride, ci schernisce, crea giochi per farci impazzire e difficili soluzioni alle quali arrivare.
    L'attimo prima siamo pronti a tutto pur di sfuggire alla routine, al conosciuto, al solito ombreggiare o illuminare, e l'attimo dopo, quando ti viene tolto tutto, lo rimpiangi, lo ridesideri. 
    Quando hai tutto, dovresti vedere quanto non si ha niente; quando non hai niente è più facile sognare di voler avere tutto.
    Ciò che vuol dire, amico? Siamo realmente padroni della nostre vite? delle nostre cose? della nostra libertà? possiamo averne sempre il controllo? 
    Il possedere ciò che abbiamo sarà davvero sempre nostro? 
    Quante domande, impazzisco se iniziassi a scrivertele tutte; poi perderesti il filo, poi ti annoieresti, poi mi eviteresti. Sicuro.

    Miguel, spero questa lunga solitudine possa chetare il mio animo e che possa, un giorno, portarmi da te più fiorito e meno tumultuoso.
    Chissà se potrò rispecchiarmi di nuovo nei tuoi occhi e se tu, per qualche gioco del destino, ti riunissi al mio, amico caro. 

     
  • 26 marzo alle ore 12:43
    Heartless

    Gelide le mani,
    Ed il viso,
    Ed il cuore.

    Caldi i tuoi occhi,
    I tuoi baci,
    I tuoi umori.

    Questa primavera di nulla,
    Di vuoto e di affanni;
    Questo corpo di niente,
    Di spente luci ed inganni.

    Pieno il grembo 
    Colmo il senno,
    Cala il tempo,
    Muore il vento.

    Brucia il silenzio,
    Amico d' ingegno;
    Alza lo sguardo 
    Io sono dentro.

     
  • 18 marzo alle ore 15:40
    Blue Whale

    Un tessuto blu all'orizzonte,
    trame intrecciate in un suono di onde,
    l'amore incastrato tra luci e penombre.

    Una danza libidica nel mare del meriggio,
    tende la rete al sogno e al giudizio;
    il braccio marittimo del predatore mortale,
    cattura la di là lontana sirena perduta nel mare
    che medita di silenzio e di pena,
    di coda e di schiena.
    Ma ecco la balena blu del pensiero,
    solca le acque del più profondo sentiero.
    Becca l'impavido condottiero,
    recide il braccio ed il suo armamento fiero.

    La sirena fuggì via con l'amo saldo alla sua coda;
    credendo che forse salva era la sola,
    con fisso nel cuore
    il naufragio del suo predatore.

     
  • 03 marzo alle ore 19:45
    Vele

    In turbolenza la nave oscilla,
    spiana le vele e doma il vento;
    il marinaro fissa la rotta,
    il suono della chitarrina del mozzo dilaga in poppa,
    guarda il mare.
    È lì che navigherai.
    È lì che ti perderai. 
     

     
  • 03 marzo alle ore 19:42
    Nocturno

    "Le sue labbra scarlatte, coloravono il mio cuore
    e nella sua corvina essenza, era la più fiorita.
    Pareva un campo, il più cupo che ho veduto;
    eppur mi sarei tinto di lei se avessi avuto, in almeno un occasione,
    una tela nella quale disegnare il suo volto schiarito.
    E non sarebbe bastato così poco tessuto ad impremerla;
    avrei potuto fare dei miei occhi uno spettatore così illuso da creare la linea del suo volto con il sangue ed una goccia d inchiostro;
    e di lei, il nulla più vi sarebbe stato, se non il mio perire nero, di uomo perduto. "

     
  • 29 ottobre 2019 alle ore 16:29
    Marcel

    Marcel,
    ricordi, quando, spensierati si correva nel giardino fatato della nostra infanzia perduta?
    di quando sognavi d’amore ed io di torpore;
    quando insieme imbattibili eravamo,
    di quando nei nostri sogni c’era solo speranza a profusione.

    Marcel,
    i tempi sono andati; quelle speranze si fanno responsabilità,
    fatiche infinite per raccattare qualcosa,
    mille cuori infranti tra cui il mio,
    mille sorrisi spenti tra cui il tuo.

    Le gioie infinite di bambini leggiadri,
    sono andate via cogl’anni;
    eppure, quell’amaro e dolce ricordo ancora mi pervade,
    come il ieri fosse oggi, tramutato in serietà.

    Ogni tanto mi consolo,
    altre volte, mi ammalo.

    Fosse tutto così facile come al tempo,
    quel tempo che nulla ha tolto se non l’essenza di qualcosa che andò storto.
    Odo rumori lontani che mi appaiano sordi,
    ma quando ti ricordo,
    qualcosa mi abbraccia teneramente,
    come ombre di cose mai dette.

    Ah, la cognizione del tempo la perdo spesso;
    meno male ci sei tu a far ammenda di me stesso.

     
  • 15 ottobre 2019 alle ore 19:51
    Clandestini

    "Cosa siamo?
    Prigionieri della notte o amanti del buio?
    I nostri sogni di cristallo si toccano,
    ma non troppo,
    si sfiorano,
    ma si separano,
    eppur quando siamo noi non esiste il giorno, neppure la notte,
    siamo come anime che dopo aver concluso il proprio giorno si trovano e si uniscono,
    per poi lasciarsi prima che tutto possa rischiararsi violentemente.
    Torniamo nel limbo dell'abitudine perchè questo siamo...
    clandestini dell'abitudine per immergerci nella novità,
    nella voglia parsimoniosa di noi."

     
  • 18 giugno 2016 alle ore 17:11
    Le Mie Vite

    Quanto oltraggioso può essere il dolore che ti abbraccia col manto torbido di fango e silicio?
    Il silenzio del cuore fuggiasco che trascina con suprema perdizione.
    Ettore, amor mio, per quanto si poteva presupporre che niente più qualcosa v’era che legasse le anime dei caduti, mi sbagliavo ingenuamente; nei passi notturni qualcosa pulsa silenzioso e tu, magnifico barlume che accende le follie diurne, bruci l’essenza dei perché.
    Cosa pensavi accadesse quando, con tanta decisione, prendesti il mio collo e lo tagliasti con una lama ben più che affilata e la cromatica visione di ciò che fu, riflessa nell’arma che tu stesso impugnasti? e quanto amore sprigionasti quando, con tormento, cercasti di ricucire quel legame che spezzato ormai era e che niente più tornò ad essere tutto uguale?
    Ceco, ceco ero e ceco sono rimasto; la bellezza inebria più la mente che il cuore e che di cuore ormai più ne abbia se non gabbia, gettato in pasto a quale mare ero finito pur di fuggir da ciò che ciò non era?
    Cosa cercava quello sguardo che con le mani brandiva il vento che portava desiderio, speranze, innocenze; speranze che alimentano speranze e il mondo si muove con esse.
    Frammenti di vite e di parole, amore mio, non v’è nesso ne concessione; se v’è qualcosa tra lucidità e follia penso l’abbia perso tempo prima.
    Ignaro anche di ciò che sto pronunciando, perso in quale mondo sono?
    Non lo so ma, suppongo, sia alla deriva del tormento per la millesima volta.
    Le solitudini accecanti rendono l’uomo un delitto per mano di se stesso, e in quanti occhi e mani e piedi e nasi ci siam persi per continuare a perderci ancora, e ancora?
    Porto felice tristezza da anni, per quanto mi riguarda; sono sopravvissuto così al mondo cattivo, sguazzando nella cattiveria con la mia bontà; ma forse illuso sono quando spero e quindi, dunque, non spero e l’ira prevale, comanda, tiene alta la testa!
    Si vive di intuito, si ostenta la vita calpestandola e immergendoci in fluidi mistici di niente e di tutto perdendo il capo consapevolmente. 

     
  • 10 marzo 2016 alle ore 0:06
    Vocazione

    e quindi cosa v'era di sbagliato?
    Oh, somma notte;
    tu che doni ai sognatori le stelle del pensiero
    che fugace il sole tenta di strappare con i raggi dell'austera ragione!

    Oh, notte, eccellenza partorita dal pensiero degli omerici greci!
    Raccontami, questa notte,
    di che mani ancora si bagneranno gl'occhi innocenti dell'intelletto
    che fugaci scorrono nelle vie della non vedenza?
    E ceca sia la visione di ora,
    muta agll'orecchi sordi del campanaro che ad ogni dì
    suona alla messa del prossimo peccatore,
    come il battito delle stelle nel battito del mio cuore;
    all'unisono bisbigliano furtive
    tra trutte queste foglie. 

     
  • 21 febbraio 2016 alle ore 16:08
    Povero Hellowin!

    L’anima pesante di un viandante con la voglia pazza di volar via, via da ogni luogo; sparire, cambiarsi i connotati, non essere raggiungibile e contattabile da nessuno; Hellowin.
    L’amara consapevolezza dell’unirsi al nulla e fare del nulla la propria aria; quanto tedioso inganno aleggia negl’occhi di chi, per troppo, s’è perso e invaso si ritrova costretto, poi, a fuggir oltre mari infiniti di gente per cercar il sé stesso perduto.
    L’increspare del mare in torbido tumulto è ceco nel muoversi per il sol sentire e impetuoso è il silenzio di schiamazzi marini che fingono di annegar al largo orizzonte paonazzo di rossore!
    Hellowin, scappa! Fuggi! Navighi in un mare che non è il tuo, finirai per divenir matto!
    Allora imbarcati in altre strade sterrate da nuovi tramonti, in cerca di valli e monti!
    Dove il mare risiede nel petto e non nelle mani intrise di dispetto.
    Non fermar le onde dei germogli spenti, prolifera l’ardore del cuore fino alla morte del tuo redentore!
    Non costringer l’anima in pena a posarsi su granelli di cera dove forse, nel passato fervore, probabilmente si spense una candela.
    Grida alto il tuo tormento sul viso di questo impavido sgomento; troppe ne hai vedute e troppe ne hai toccate ed ora basta a tutto questo vento che per nulla tace!
    Il tuo mostro scuote la testa, scalpita nel fuoco pronto a brandir la spada della pazzia più tenace!
    Azzittisci il vento, domane il suono; bacia le nuvole e vola di nuovo!

     
  • 18 gennaio 2016 alle ore 14:35
    Il Pazzo

    E il pazzo credette di affogar se,
    per un istante, la sua follia non poteva esternar;
    lungo il buio fiume del centro città,
    dava sfogo a quello che per lui di goliardico era da far.
     
    Nell’ingenuo pensiero di far del male,
    un piccolo fuoco andava spegnendosi al mare;
    e la poesia da lui sfuggì rompendo
     l’illusione ottica di un bel convento.
     
    Il pazzo credette di morir se,
    per un istante, la pazzia fermata vedeva nell’angolo zittir,
    nascosta da cunicoli di malumore e lieve prefazione
    dell’intarsio sbagliato e del pensiero celato.
     
    Or dunque nulla più aggiunse al personaggio
    se non del puro malcontento;
    l’ombra vedeva inghiottir la luce candida dell’accompagnatore stanco del troppo inverno,
    e nella solitudine del pensiero se ne andò ridendo,
    con spine d’argento e coriandoli di vento.

     
  • 29 dicembre 2015 alle ore 0:52
    Scelta

    Allora legatemi le mani, castrate il mio cervello e alitatemi all’orecchio.
    Abolire il pensiero e lasciare che i l vorace uomo che vive in noi esprima se stesso; il mio, il vostro, quello di tutti.
    La libertà non esiste; essa risiede nella morte fisica che svincola lo spirito che si unisce al resto senza leggi ne legami, ne tedi ne gioie; esso è.
    Cosa siamo senza il pensiero? Uomo duro e crudo mosso dall’istinto e dall’ardore.
    Cosa siamo con l’istinto? Uomo emozione di causa e azione, effetti turgidi e incantevoli nell’errore ma senza il pensiero a dettar legge sul chi siamo e cosa saremo.
    Il vincolo, il bivio volendo; forma e pensiero.
    Quale strada scegliere nelle occasioni vissute, vivibili, che verranno?
    Cosa siamo realmente, noi?
    Animali timorosi della fame o uomini timorati di Dio?

     
  • 17 dicembre 2015 alle ore 2:20
    Amare Un Illusione

    Ma quanta amarezza c'era ogni qualvolta aprissi gl'occhi nel vedere quanto tutto finto era stato fino a quel momento?
    Ero stato più preoccupato a sapere cosa pensasse che a badare a me stesso, sapendo che stavo varcando la soglia di un illusione.

    Ma dopo tutto, le illusioni, non sono allettanti per questo?

    Sapere che non v'è che una fine amara a tutto quello, ma sentire il sapore dolce del mentre scenderti nelle vene fragili dell'amore.

     
  • 16 dicembre 2015 alle ore 2:25
    Io, fratello Dio.

    Che vile inganno questa notte che porta occhi lucidi di commiato.
    Il cuore scalpita ad ogni nebulosa illusione che nell'atmosfera eterea arde e muore come una stella!
    le stelle nel cielo paragonabili a lucciole nel buio tra frasche di tiepide erbe selvatiche che quasi al tatto si ingentiliscono.
    Ho sul viso gocce fredde di rugiada come fossi stata tutta la notte ad attender nel bosco di udir le allodole cantare per il mio dolce sentire;
    dissipare il nero triste dell'anima inquieta che lì, nascosta, attende gentil l'arrivo del giorno.
    Potessero le mie guance essere di rosea matrice positivista mentre guardo andar via ciò che niente mi appartiene.
    Ma per vil inganno all'occhio nudo della sera, da giovin fanciullo qual'io forse in virtù fui,
    chiudo a roccia quel mio cuore arido di bene per abbandonarlo all'oscuro vigore della forza bruta di Achille!
    Non v'è Ofelia a carpirmi il grembo, non v'è affanno per Desdemona ch'io non sappia;
    al velar del giorno io concedo un pugnale di fiori essiccati ed il guanto torbido del boia nella mano destra del Dio padre. Io sono Dio, come lo sono gl'altri uomini in egual modo;
    Dio, dunque, toglie e concede come gl'uomini donano ed estirpano il bene ed il male.
    E se Dio fra tanti vestiti avesse per caso la tunica dell'amore in qualche angolo risposto,
    allora io, da fratello di Dio, lo estirperei nel fuoco crudele in virtù della vita.
    Amare è un peccato troppo grande per chi non sa comprenderlo o temerlo o gestirlo; il vento invoca tempesta e l'uomo pietà.

     
  • 15 dicembre 2015 alle ore 18:45
    Orme

    Nullo è il tempo, colmo è il cielo.
    Anima sfuggente tu menti e corteggi;
    e l'infinita ombra che getti sul sole di un giorno
    equivale a mille stelle
    che illuminano un sogno.

     
  • 08 dicembre 2015 alle ore 15:43
    Sherleay

    Ho cercato di capire cosa v'era di così sbagliato in me e quanto più ci pensavo, tanto più l'idea di dover pensare che avessi qualcosa che non va, non m'andava proprio giù.
    Ero sicuro che varcare soglie di cui mi piaceva l'uscio, era troppo difficile; non a caso, le uniche cose che mi restavano varcare, erano i pensieri e le illusioni che portavo ogni giorno sul capo come avessi perennemente un cappello da giullare.
    Forse essere troppo onesti con se stessi significa porre su quella faccia inebetita mille maschere sognanti per mandar giù la pillola del rammarico.
    Ma non potevo veder realizzato anch'io almeno uno dei tanti desideri che potevo avere?
    Torbidi pensieri, Sherleay;
    sognare è un male troppo grande,
    desiderare è un peccato indissolubile
    e maledire è la soluzione che più mi aggrada.
    Mi restano due occhi e tutto ciò che non voglio.

     
  • 05 dicembre 2015 alle ore 23:14
    Au revoir Lousien!

    Lousien passeggia lungo il ponte del paese; accanto a loro un lungo fiume addobbato di lucciole festose che ondeggiano lungo il percorso del rivo. 
    L’amour, le France, a dream, nostalgie!
    Caro Luosien, perir d’amor non è mai convenuto a nessuno, tanto meno ai cuori fragili e sognatori come i nostri.
    La poetry is heart, ma se non c’è anche nella mente, poco possiam fare, friend caro.
    Or dunque, goodbye, bonnenuit, ce se vede!

    Se non c'è tempo per un istante, non ci sarà tempo per niente.
    Quindi, triste ed affranto, Lousien, continua a passeggiare; prima o poi una luce splenderà in questo rivo desolato di lucciole affamate.

    Quindi, good luck, au revoir! Ti mando una stella, un bacio, quel che si voglia (tanto, ormai, già sai che più di questo, manco a pagà)!
     

     
  • 04 dicembre 2015 alle ore 18:50
    Con che colore guardi il tuo mondo?

    Ho peccato; ho cercato negl’occhi di un altro l’oggetto perduto, ma in quegl’occhi innocenti intrisi di diversità terrena, vorrò ancora perdermi.
    Che siano smeraldo, oceano o foglie d’autunno;
    che siano pece, cristallo o tenebra verde, potrei scorgevi in tutti essi la stessa luce;
    la diversità dell’animo che portano che non uguale all’unico che unico, ora, non è più.

    Baciando la mia voglia, stringo le singole mani lasciando che l’anima mia venga trasportata con esse fin dove ella può.

    Fermerò il mio cammino sprovveduto per cercar radici in chissà quale colore.
    E tu, amabile lettore, con che colore guardi il tuo mondo?

     
  • 08 novembre 2015 alle ore 23:34
    Lupo

    "Al calar della notte, chiunque sarebbe potuto andar bene purchè allietasse l'infimo vuoto che tempo addietro in te fu inabissato. E all'ora già sapevo e tu già ostentavi; e le parole e le distanze, ed i sogni rinchiusi nelle stanze come vuoti a rendere l' insulsa pazienza. 
    Menestrello animale, dove la pelliccia nera del cane bastardo ha nascosto l'amaro sapore di ciò che, sotto alle carni intrise di veleno, già scorreva per la via del rinnego.
    Chiedevo pietà per la furia che il mio fato aveva e, or dunque, tu scendesti nelle vene come fardello oscuro e dirompente.

    Al sorger del mattino, chiunque sarebbe potuto andar bene purchè non fossi io o lei, o loro; per poi mandare baci crudi e così poco dispiacere (tacito sussulto, buffone, severo e colpevole). 
    Dal canto femmina che portavo nel raccontar pur le minuziose illusioni gentili che la notte scaturiva nel cuore, quando l'anima al tocco velenoso d'amore s'abbandonava al pensiero.

    Credesti, in virtù dei tempi, o mentisti per gentil affanno?
    Se avessi monete te ne spedirei cento; cinquanta per il furto e l'altre per il recato disturbo. 
    E quanto futil fù il mio accorato sentimento nella perdita della valida persona qual'eri all'occhio nudo che portavo?

    Oh, illusione malefica! Se stupida fui, ora soltanto posso vederlo.
    E al morir del sole che partorisce la luna dalle sua acque chete, porti via anche quel sentimento macchiato che con ardore bestiale, tu, riducesti a brandelli come cani randagi che si nascondono nel buio delle grotte aspettando che vi entri un'altra anima pia.

    Qual'è il tuo nome? Che ruolo hai giocato? Che parte m'era stata affidata ch'io non sapevo? 
    Il sospetto divenuto certezza, catapulta la realtà strappando l'illusione eterea dell'affetto che ora, misero, cedo ad altri.

    Divora la tua realtà; forse decisione più giusta non presi e se sol ripenso a quanta indecisione portavo solo per tenermi stretto a te, punisco me stesso per tale pensiero ma non una, due ma ben tre volte; alla terza i cani imparano.

     
  • 28 giugno 2015 alle ore 20:25
    Hasse

    Non porto buone parole per te, angelo nero; mi son cibata della mia speranza troppo a lungo benché, misero stolto qual sono, ho potuto rivederla ancora sul fondo di un’anima che sembrava morta da tempo.
    Sei venuto con la pace in un palmo ed una freccia nell’altro; pronto a tender benevolenza e poi, nel silenzio atroce degl’occhi che non vedono, alle mie spalle piantasti una freccia; l’ennesima.
    Il sobbalzo del mio cuore in una triste verità che tutt’ora celo a chi attenta con misericordia e passione ciò che di me resta e aleggia in questo petto depredato e straziato di ogni buon sentimento che possa solo infinitamente avvicinarsi a quel qualcosa che si chiama amore; l’inganno asettico dell’essere spregevole che mostri.
    Spinto dal tuo malsano dolore per chi con m’è non ha legame alcuno se non le tue maledette labbra addietro abbandonate, venir svelto svelto e quatto tra le mie più intime segrete con dolci parole un ennesima volta ancora.
    Quanto odio dovrò continuare a provare ogni qualvolta che attenti al mio cuore per poi ritirarti senza ritegno o pudore verso costui che dicesti di amare e poi che uccidi con tutto te stesso?
    Nel tuo vil inganno i miei occhi non mentivano; se solo potessi dar ascolto un secondo soltanto a quello che porto ormai da troppo tempo, dovrei ucciderti senza esitare nemmeno per un secondo.
    Allora prendo gli unici brandelli di quel che fui accanto a te e stavolta li getterò in pasto a Cerbero, che ne divorerà pezzo per pezzo fino a sparire.
    E se mai tenterai ancora di varcare la soglia del mio cielo, scalfirò nei tuoi palmi il buio più nero e puro veleno.
    Vi sarà l’aberrazione dal principio roseo dell’amore alla morte indiscussa del tuo nome.

    E piango adirato sulle mie stesse parole; mordendomi la lingua, non voglio altro dolore.

     
  • 26 giugno 2015 alle ore 19:21
    Momento

    Chissà, ho pensato di dire al signore
    che forse ho peccato,
    che in giro per il mondo un sogno ho trovato,
    che scriver le onde del mare salato
    è uguale all'odor del mosto bagnato;
    che il vento del nord spinge i galeoni
    verso mete del tutto sontuose e minori;
    che i bimbi perduti son figli di tutti
    e che il mio cuor, deluso, non si tocchi.

    Credevo che l'amore fosse il signore,
    ma nel mio petto nemmeno un muscol si muove.
    Col miglio su un dito ed il momento appassito,
    per le via di casa, mi butto, stordito.

    A chi ascolta la mia filastrocca,
    ho gl'occhi chiusi, ossi di seppia;
    il mercante venuto dal mare,
    inventa nodi da amare;
    e la stella più alta del cielo,
    scende giù in terra,
    triste davvero.

     
  • 08 giugno 2015 alle ore 14:32
    Le Ali Del Purgatorio

    Me ne vado sulla via del non ritorno,
    sporco mondo;
    che solo illusione puoi dare a chi, di te, si abbevera cordiale.
     
    Se potessi, ucciderei il bello e ne farei un bel brutto,
    artista del macabro confine tra la prigionia ed il volo.
     
    Siedi accanto a me mano sinistra del destino,
    spogliami di tutto ciò che di buono esiste
    e rendimi il tuo miglior peccato. 

     
  • 16 marzo 2015 alle ore 13:40
    Il Saluto Di Marìe A Ernèst

    Ernèst, ovunque tu sia, ora, in questo momento o domani, nei giorni a venire, che possano le mie parole giungere alla tua chitarra come vento primaverile; dove fiori sbocciano tra le corde del ricordo in cui tu, con la musica nel cuore, hai colto un pugno di niente.

    Non si è che miseri parentesi lasciate al caso o al destino e se un giorno, lontano o vicino, dovessero per chissà quale motivo incrociarsi i nostri sguardi, sarà senz'altro più leggero questo perdersi infinito.

    Possa la tua musica deliziare il cuore di qualche altra bella fanciulla che con l'affetto alla vita abbracci la tua perchè di certo, non è nessuna intenzione mia e preferisco volar nel cosmo dei pianeti più tosto che unir la mia prosa alla tua. 

    Amico Ernèst, ti ho lasciato nel brutto di un ricordo sul ciglio di una strada senza poter donare un meraviglioso saluto; ma se tu ceco resti alle mie parole e così sazio di te stesso perdendo la consapevolezza che, in fondo, non mi hai mai ascoltata, allora che triste saluto sia lasciandosi in chissà quali tue convinzioni, varcando la porta senza mai voler più varcarla ancora.

    Oggi il cielo è triste e forse anch'io con lui; con il rammarico nel cuore di essermi donata in modo sicuramente amaro ma, pur sempre, con il cuore.

    Arrivederci, Marie.

     
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  • domenica alle ore 19:33
    Ebbrezze

    Come comincia: Sono ubriaco, Steve.
    Ah, il mio alcolismo, maldetto assuefattore; ti prende l’anima e te la brucia così silenziosamente ma in modo sublime, eh! Sia chiaro.
    Le mie giornate sono così vuote, o forse no, ogni tanto… credo, quando sono sobrio per lo più, per cui solo quando sono a lavoro sicuramente.
    Ah, follie, che follie Steve! Chi l’avrebbe mai detto che avrei concluso la mia vita così, con un bicchiere di vino ed una bottiglia di Vodka.
    Quando morirò, voglio che mi seppellisci in un mare di bottiglie, almeno me le porto all’inferno quelle troie; renderanno sicuramente la mia permanenza più dolce di quanto credevo.
    Ah, tu dici che non posso portarmele? Mi fermeranno alla dogana del purgatorio?
    “Hey, lei, dove sta andando con quelle bottiglie! Qui niente vetro, niente liquidi infiammabili ne armi di alcun tipo!”
    Ma cazzo, Steve, è l’inferno! Se non ci si può finire di ammazzare la, dove cazzo dovrò andare per bermi un bicchierino?
    Al massimo potrò dire “Hey dai, almeno uno, prima di entrare, giusto per tenermi meglio, no? Non farà mica male, che regole sto infrangendo?”
    Ma poi scusa Steve, ci sono regole pure all’inferno?
    Cazzo però, uno non può stare tranquillo nemmeno da morto! Ma poi, non chiedo mica il paradiso? Un bicchiere all’inferno chiedo, che sarà mai? Racconterò ch'è un regalo di un vecchio amico, butto giù due stronzate sull'amicizia, no, come si fa tra noi. 
    Qualcosa me la invento sennò a raccontare troppe cose, mi bevo tutto in fila.
    Come ai colloqui, no? Ma lei è specializzato nel campo? Quanta cattiveria ha usato in vita? Ma si drogava? Ma poi perchè dovremmo farla entrare? Si descriva in tre parole!
    Ma cazzo vogliono? T'immagini? Tre parole poi, non saprei nemmeno quali potrebbero essere. Ma butterò giù qualcosa anche la, come si faceva sempre tra noi.
    Sarebbe un ottimo colloquio. Rido già da ora! 

    L’hai capita la battuta?
    Dai su, Steve, passami la Vodka.

     
  • 21 marzo alle ore 17:38
    Quarantine: Me stesso

    Come comincia: “Quando ero ragazzo, non ero molto socievole. Mi guardavo intorno e non potevo far altro che chiudermi. Il mondo non mi piaceva, ma per niente.
    Frenesia, eresia, follia.
    Mi chiedevo ogni giorno se fossi riuscito a scappare, prima o poi, dal quel buco nero.
    Venivo molestato spesso, deriso, corrotto, gettato in pasto alla belva dell’uomo.
    Ero così, così stanco di tutto quello.
    La mia famiglia era povera e numerosa; ero terzo di cinque figli.
    Credo non andassi d’accordo con nessuno di loro, se non con il nostro cane rachitico.
    Quando lo guardavo, rivedevo il me stesso rinchiuso; aveva degl’occhi vitrei ed aurei, come i miei.
    Sbavava molto; pareva sarebbe morto ad ogni passo che faceva, si teneva su per la grazia di Dio.
    Ero l’unico che badava a lui e, questa cosa, mi teneva vivo.
    Vivevo per lui e lui per me; fino a quando non morì per davvero in un giorno di primavera.
    Lo trovai stramazzato nel campo preso a picconate da chissà chi.
    Era un bravo cane e non so come sia stato possibile che l’abbiano ucciso.

    “Vedi William? prima o poi anche tu farai la sua stessa fine.”

    Mi disse una volta mio padre mentre gli scavava una fossa con un piccone.
    La lezione l’avevo avuta. Mi mossi a cercare un lavoro per fuggire.
    Fortuna ci riuscii in fretta ed abbandonai per sempre quella casa.
    Non rividi mai più nemmeno uno di loro; tempo dopo seppi che la casa s’incendiò e morirono tutti.
    Forse la morte del mio cane era stato un segno che mi ha salvato la vita.
    Lo porterò sempre nel cuore, fino alla fine.
    Da lì capii; salvato da un cane per diventare un cane io stesso e, devo dire, non mi dispiacque finire, poi, a fare da balia canina ad una ragazzina egoista e arrabbiata; era come se avessi avuto una seconda possibilità di redimere me stesso, cercando di addestrare un cane più piccolo.
    Fu così che Blues divenne tutto ciò che avevo e l’avrei protetto a denti stretti, come l’amore di un cane verso il proprio padrone.
    Del resto, non aveva scelto la sua vita per cui non aveva colpe e, come me, avrebbe voluto solo fuggire da tutto quello.
    La capivo, per questo decisi di starle accanto senza mai contestarla o aggredirla. Avevo annusato quanto il suo fragile cuore cercasse compagnia in quella solitudine chiamata vita.
    E per quanto mi schernisse o si prendesse gioco di me, sapevo che quello era l’unico modo che aveva per amare.
    Sentire di possedere qualcuno, ci fa sentire meno soli alle volte; e benché non fosse un comportamento adeguato, sano non lo ero nemmeno io. Abbracciai quella creatura con tutto il mio sentimento e nessuno me l’avrebbe portata via se avessi obbedito ai suoi giochi.
    Ma si sa, alle volte, il gioco stanca e quando ciò accadde, qualcosa in me si tramutò per sempre.

    “Un giorno troverai una brava ragazza, ne sono sicura.”

    Mi disse una volta mia madre mentre mi pettinava i capelli.
    Non credetti molto alle sue parole e, di certo, brava Blues non era; ma nelle nostre imperfezioni, eravamo perfetti.
    Dovevo solo arrivarci e lei capirlo.”

     
  • 21 marzo alle ore 17:07
    Quarantine: Sussulto

    Come comincia: “Non ho potuto non notare quel taglio sotto il mento, Clap. Chi ha osato ferirti senza la mia autorizzazione?”
    “Mh? Ho bisogno delle autorizzazioni se, nel caso, qualcuno volesse farlo?”
    “Ovviamente, Clap! Che discorsi. Non hai capito, allora, che da quando i miei genitori ti hanno portato qui, con il compito di farmi da servitore, in realtà hanno firmato la tua condanna? Che schiocchino!”
    “Ah, mh, no, non l’avevo capito.”
    “Non mi hai risposto. Sto attendendo una spiegazione.”
    “Credo sia stato molto tempo fa, non ricordo come e quando sia accaduto.”
    “Sei un bugiardo, Clap! Com’è possibile che non ricordi chi, come e quando? Mi nascondi qualcosa?”
    “Sono rammaricato, penso… realmente di non ricordare.”
    “Bagianate! Ti prendi gioco di me, ora? Da quando sei tu, adesso, quello che prende in giro me?”

    Si alza Blues, prende uno spillo e lo punta alla gola di Clap.

    “Signorina!”

    Esclama il povero Clap, indietreggiando lentamente.

    “Il tuo viso è troppo leggiadro. Con una sola cicatrice è troppo pulito, ma sono sempre in tempo per fartene un’altra. Ma stavolta infilzandoti un occhio se non ti muovi a parlare.”

    Ride lei.
    Il volto di Clap diventa serio d’improvviso; fa un respiro profondo e, con lenti movimenti, prende la mano di Blues.

    “Probabilmente, se lei mi dovesse infilzare, farebbe meno male.
    Probabilmente, se lei dovesse ferirmi, sarebbe più dolce.”

    Arrossisce lei. I loro occhi si fissano per pochi attimi, minuti, secondi.
    Dopodiché, con scatto selvaggio, la ragazza ritira la sua mano lanciando lo spillo in terra.

    “Ti prego, vattene ora. Verrai punito severamente per questo comportamento poco ordinario. Avrei dovuto tagliarti la lingua, almeno i miei cani sanno di cosa cibarsi.”

    Esce dalla stanza sbraitando qualcosa sotto lo sguardo attento di Clap.
    Una volta solo, si porta una mano alla testa e sospira guardando fuori dalla finestra; vi scorge la cuoca al cancello con uno sconosciuto.

    “Chi sarà mai a bussare alla nostra porta, di questi tempi?”

    Si chiede.

     

     
  • 20 marzo alle ore 13:53
    Quarantine: Radici

    Come comincia: "Ho ricevuto una lettere dai suoi genitori. Dicono che sono rinchiusi in un paese a un paio di miglia dalla tenuta, ma non possono allontanarsi, per cui saranno costretti a fermarsi lì per un tempo da definire."

    "Mmmmh. Lo sapevamo questo, mi pare. Se non fanno allontanare nessuno, non vedo perché avrebbero dovuto farli muovere. Tanto ci sono abituata a questa cosa."
    "A cosa? Signorina Blues?"
    "Alla loro assenza, mi pare chiaro. Secondo te perché ti hanno messo qui a sopportarmi? Loro sono troppo impegnati a girare invece di badare alla loro unica figlia. Del resto, come biasimarli? Anche io sarei fuggita se avessi avuto una figlia come me."
    "Perché pensa questo?"
    "Perché di certo, questa, non era la vita che sognavano. Sono nata perché dovevano avere qualcuno a cui affidare il loro lavoro un domani, costretti dalle proprie famiglie a tenere alto il loro nome e non perché mi desideravano. Allora, a questo punto, mi chiedo quale senso abbia tutto questo? Quale sarà il mio destino? Vivrò per il loro nome o morirò per l'epidemia? 
    I miei quadri non li compra più nessuno, Clap. È anche inutile che io continui a dipingere se non ho compratori. Inutile anche che io respiri se non posso fare ciò che voglio fare. 
    Portami un coltello."

    "Cosa ci vuole fare?"

    Silenzio.

    "Per passare il tempo ho deciso di tagliarti le orecchie, così non mi ascolterai più quando farò discorsi così tedianti. Ma se proprio le vuoi tenere, taglierò i tuoi capelli!"
    "Ma, signorina, le mie orecchie, i miei capelli!"

    Ride lei.

    "Tanto se muori a chi importerebbe dei tuoi capelli lunghi?!"
    "Mmmh... Magari, una volta sotto terra, potrebbe crescere un albero che userà i miei capelli come radici!"
    "Oh, che cosa poetica Clap! Questa volta ti farò un applauso di sostegno! Sai dove le devi affondare le tue radici? Avrei un idea! Mmm, potresti iniziare da dietro al campo accanto lo sterco di vacca! Tu cresci e lei ti concima!"

    Urla soddisfatta del suo pensiero.
    Il volto di Clap mostra interdizione ma, fortunatamente, dopo ha sorriso. Si starà abituando?
    Intanto, al di là della porta in salotto, la cuoca alza gl'occhi al soffitto come in segno di preghiera quando, da lontano, si odono passi. 
    Qualcuno urla qualcosa tanto da far precipitare la donna all'ingresso.

    "Chi, in periodo di epidemia, osa bussare alle nostre porte?" 

     
  • 19 marzo alle ore 15:51
    Quarantine: Inutilità

    Come comincia: Questa quarantena inizia a diventare una tortura, Clap. Perché ci tengono ancora qui?"
    "C'é un'epidemia in corso, signorina Blues. Per ora la situazione è molto complicata e per la sua sicurezza, é bene che rimanga qui. Purtroppo non ho ancora notizie della sua famiglia ma vedrete che prima o poi ci scriveranno."
    "Non sei molto di conforto Clap. Reclusi in casa insieme a te e la vecchia cuoca, sento vacillare la mia fanciullezza. Sono sicura che se, crescerò vecchia dentro, sarà sicuramente per colpa vostra."

    Silenzio.

    "Vuole un succo al mirtillo?"
    "Mmm... Naah. Voglio un bacio, Clap. Fammi schioccare un po' le labbra."

    Sussulta Clap. 
    "Mi perdoni ma, non credo ne sia capace." 
    "Eh? Non hai mai baciato una donna?"

    Chiede perplessa Blues.

    "A mio malgrado, temo di no. Mai accaduto."
    "Ahhhh Clap! Sei proprio un idiota, puro nel suo termine. Ma come sia possibile? Un uomo di trent'anni che non ha mai provato l'ardore di una donna!"

    Ride lei.

    "Sono mortificato." 

    Arrossisce Clap, tutto intimidito. I suoi due anni di servizio, non lo avevano ancora formato ed affrontare i discorsi impertinenti di Blues, lo destabilizzavono. Ragazzina di diciotto anni viziata e sfrontata, cresciuta in una grande casa spoglia di affetti, senza arte né parte, ma solo enormemente ricca.

    "Almeno il servitore che c'era prima di te, sapeva come tenermi compagnia. Quanto sei inutile."
    "Sono costernato."
    "Vai a costernarti altrove. La tua vista inizia ad annoiarmi terribilmente."

    Silenzio. Clap lascia la stanza con una lieve demoralizzazione sul volto.

    "Non darle ascolto, Will. È molto sola e la sua famiglia è sempre in giro, lo sai. Non sa con chi prendersela."
    "Mmm, Marì. Non è un problema."

    Esce Clap, congedandosi dalla cuoca.

     
  • 19 marzo alle ore 13:54
    Quarantine: Stelle

    Come comincia: "C è un po' di ghiaccio stasera o sbaglio?".
    "Sente freddo..?"

    "Ma no che dici! C'è il ghiaccio e sento caldo! Me le farai consumare queste mani prima o poi Clap!"
    "'Mmm...."  

    Con espressione al quanto infastidita, Clap prende la sua giacca e la posa sulla ragazza.

    "Può andar meglio così, signorina Blues?"
    "Ah! Allora t'era arrivata l'informazione al cervello. Come sei caro, Clap. Grazie. 
    Guarda su, guarda su! Magari questa notte si potranno vedere le stelle! 
    Hai mai visto una stella cadente?"
    "Credo che l'unica cosa di cadente che abbia visto nella mia vita, é il mio umorismo."

    Silenzio. La ragazza si gira verso Clap.

    "Ah. Era una sorta di battuta? No perché, tra che passa una stella cadente e le tue battute, penso possa andare anche a dormire." 
    "Cercavo di essere... Di spirito? Mi perdoni."
    "Qua l'unica cosa di spirito che abbiamo, è l'alcol che ti getterò per darti fuoco. Così invece delle stelle cadenti, faremo un bel falò per riscaldarci."

    Clap sorride.

    "Vado a prendere dei fiammiferi?"
    "Sei serio, Clap?"
    "Mi perdoni. Mi ero fatto prendere la mano."
    "La mano usala per andare a prendere del cibo. A stomaco vuoto potrei assalirti; almeno così ho del peso che mi trattiene."
    "E le stelle?"
    "Bruciate."

     
  • 19 marzo alle ore 12:41
    Quarantine: Occhi

    Come comincia: "A volte quando ti guardo, Clap, vedo un firmamento di pensieri e parole che navigano vorticosamente e che non dici mai. Vorrei tuffarmici dentro e nuotare alla scoperta di te stesso. Poterli toccare con mano e stupirmene gioiosamente. Sarebbe meraviglioso!
    Almeno così potrei non pensare che tu sia vuoto."

    Ride.

    "Credo che non ci sia molto da scoprire, signorina Blues. Si bagnerebbe per poco."

    "Ah, Clap. Ogni volta che apri bocca, dai sempre conferma ai miei pensieri.
    Mi farai bagnare di noia, un giorno o l'altro."

     
  • 19 marzo alle ore 12:40
    Quarantine: Il fiume

    Come comincia: "Quando guardi questo fiume, a cosa pensi?"

    "Mh? Mah.. Non credo mi sia fermato molto a pensare a questa cosa. Credo.. che sia un fiume che scorre."

    "Come sei vuoto Clap. Non ti suscita niente guardare un fiume che scorre in tutta la sua naturalezza? Che so, ti potrebbe trascinare in un ricordo, magari nel viso di qualcuno o che ti faccia sentire in qualche modo. Mmm, tipo dirti "oddio mi sento così malinconico a vedere che gli anni scorrono via così ed io nn ho fatto niente di concreto! La mia vita vuota! Cosa posso fare per migliorare il mio stato sociale? No?"

    "Mmmm... Credo che il mio nome non sia esatto, signorina Blues."

    "Eh?.... Sarà per questo che quando ti ho sentito parlare per la prima volta, ti ho chiamato Clap; il suono delle mie mani che implode quando dici qualcosa di questo genere. Sei così inutile, Clap."
     

     
  • 20 novembre 2019 alle ore 15:53
    Pensieri Sulla Follia

    Come comincia: Si può impazzire all’improvviso?
    Cosa scaturisce nella testa quando ciò avviene?
    Non capisco o non mi è dato sapere.

    La mente è così infinitamente vasta che quasi spaventa l’idea di dover o voler afferrare qualcosa che va oltre ogni comprensione.
    Un dolore, una gioia, un sentimento puro, uno buio, un altro a caso, l’altro pure;
    tutto ciò come può portare un uomo ad impazzire?
    Non parliamo di follia goliardica o triste, ma di quella follia che scatta e che acceca il corpo; come se il cervello iniziasse ad emanare una luce così forte e devastante, che ogni cosa diventa nulla. Si aprono le porte dell’intelletto come in un esplosione nucleare; e fuori tutto.

    La fragilità dell’uomo che implode di fronte a troppo provare, a troppo sentire; quell’attimo in cui si spezza tutto ciò ch’è connessione ed unione, BAM! Quell’attimo in cui ci si perde quasi per sempre, come se si superasse quella soglia dell’aldilà inconsistente della mente che dilaga come un immenso fiume di lava enorme che ingloba tutto.

    Cosa avviene nella testa quando s’impazzisce all’improvviso?
    Mi domando quale delle miliardi ipotesi posso credere per capire quando avviene quell’attimo.
    E mi chiedo come si fa a tornare indietro dopo che si è varcata quella soglia dell’infinito perdersi in quel chiarore turbolento di pensieri ed emozioni.
    Come si fa?

    Avevo un amico caro al quale erano accaduti episodi del genere; e lì, in quel caso, sapevo cosa poteva essere stato.
    Ma quando accade più di una volta e si ritorna in sè, siamo mai veramente noi a tornare? o in quel frangente perdiamo, rinunciamo a qualcosa che non sappiamo?
    E' veramente tornato indietro? o finge a se stesso? 

    Si dice che "gl'occhi sono lo specchio dell'anima"; penso si dica ancora.
    E quando guardavo quei suoi occhi innocenti, ho sempre creduto fosse tornato in lui; ma quando la fragilità emotiva si fa spazio tra i propri mostri, chissà se davvero torniamo in noi.

    Caro amico, spero tu possa tornare da quel mondo perduto chiamato follia. 
     

     
  • 28 ottobre 2019 alle ore 15:09
    Tenebra

    Come comincia: Mi sento più sicuro quando cala il sole.
    Sembra che di notte, ci si sente più giustificati a dare alito a sentimenti o atti che, con la luce, sembrerebbero peccati.

    Non so se sia più una questione che la luce rischiara troppo le ombre che si portano dentro o se col buio vengono protette intimamente senza che nessuno le scorga o trova.

    Anche se, ammetto, spesso vorrei viverle quelle cose al mattino; ma poi mi rendo conto che è proprio nel momento del mattino che il mio cuore si chiude nelle tenebre.
    Quando ciò avviene, l'unico pensiero che mi balena nella mente, è che probabilmente in me c'è qualcosa che non va.
    Sembra che la tenebra sia lo scettro del mio lato oscuro e la luce, la gabbia sadica della ragione che mi tiene a bada. 
    A quale dei due dare più agio di uscire?
    O, quanto meno, dovrei cercare di far si che nel momento in cui esce uno, l'altro sia lì accanto a controllare; potrei perdermi in entrambi i casi se non ci fosse un guardiano al loro fianco. 
    Sto ancora cercando di capire cosa farmene di entrambi.
     

     
  • 24 ottobre 2019 alle ore 16:14
    Let Us toast to your Shed Blood

    Come comincia: Qualcuno cantò di un amore spezzato,
    qualcuno osò spezzarsi per esso.
    Il grande demone celeste rese illusori i suoi sogni,
    ma qualcuno osò accarezzarli e romperli.

    Quando guardavo quel sogno allontanarsi,
    solo i tuoi occhi si permisero di avere pietà.
    Ululando alla luna come un fottuto cane,
    cercai di afferrare le zanne di quel dolore 
    per renderlo più vero.

    Brindiamo al tuo sangue versato,
    amore,
    brindiamo alla vanità che incendia il macabro desiderio di vendetta.

    Qualcuno cantò di un amore spezzato,
    qualcuno osò spezzarsi per esso.
    Il grande demone celeste rese illusori i suoi sogni,
    ma qualcuno osò accarezzarli e romperli.

    Alzai la mano al cielo,
    indicando dio per i miei peccati.
    Urlai contro il vino
    quando ubriaco ti cercavo nel mio letto.
    Maledii me stesso per averti voluto tanto
    ma amore,
    muori lentamente in questa valle di noi.

    Brindiamo al tuo sangue versato,
    amore,
    brindiamo alla vanità che incendia il macabro desiderio di vendetta.

    Urlai il tuo nome,
    ammazzami amore...

    ammazzami amore...

     
  • 24 ottobre 2019 alle ore 15:45
    Meteoropatia

    Come comincia: Fuori era grigio e pioveva senza sosta.
    Una pioggia sottile come lame che cadevano al suolo disfacendosi magicamente.
    Come se non avessero avuto né peso né spazio né tempo.
    Una sottile pioggia che pareva amara vista da un vetro a pochi metri.
    Una stanza piccola con una grande finestra illuminata dalla quale, però, vi si scorgeva acqua che scendeva.

    “Che giornata!” si diceva Lein.
    “Potrei fare tante cose oggi, ma non ne farò nessuna!”
    Le giornate di pioggia rendevano Lein molto triste; malinconico, quasi nostalgico.
    Era un limite non tanto fuori casa, ma dentro se stesso.
    Avrebbe potuto fare tante cose ma non avrebbe fatta nessuna per via del suo stato emotivo.
    “Del resto cosa ci posso fare, sono affetto da meteoropatia!”

    Un pò vero; Lein era splendente nelle giornate limpide e un pò meno quando era grigio e piovoso.
    Era del parere che giornate cupe alimentavano il malessere esistenziale che portava dentro.
    Dopotutto, non era mai stato una cima di solarità; benché la gente lo reputasse socievole e caloroso, molte volte, dopo giorni di ilarità, si susseguivano momenti di acuta depressione.
    Bastava un niente a renderlo vulnerabile di fronte al mondo e verso se stesso.

    “In tutto ciò non ho nemmeno un ombrello.
    Dovrei uscire a comprarne uno, quando smetterà.”
    Una telefonata irrompe il silenzio acuto.
    “Lein? sei a casa? Dai che s’esce, almeno ti faccio fare qualcosa!”
    L’amico Maki irrompe la malinconia di Lein.
    “Ma piove!”
    “Non hai scuse, passo io!”
    Non troppo convinta era la sua espressione.

    Sospira Lein, poi fuma una sigaretta continuando a guardare la pioggia che viene giù.
    “Farà freddo?”
    S’era in autunno inoltrato; armadio aperto e capotto sull’attaccapanni.

    “Alle 17 allora”.

    S’è convinto.

     
  • 06 settembre 2016 alle ore 15:07
    Trittico Morale

    Come comincia: C'era una volta un Dio celeste che un giorno si scocciò dell'uomo e decise di estirparne la razza; voleva che la sua gloria macchiata dal sangue per mostrare la propria magnificenza.

    Tutti morirono felici e contenti.

    Fine

    -

    La volpe si sentiva troppo furba e, per questo, un giorno non riuscì a scansare una trappola e ne morì sgozzata.

    Morale: mai essere troppo sicuri di se.

    Fine.

    -

    L'usignolo su di un ramo improvvisò una melodia per la sua compagna non notando, però, che l'aquila affamata sorvolava la chioma dell'albero. 
    Attirata dal canto, l'aquila si avventò sull'usignolo mangiandone il corpo.
    La compagna, divenuta vedova, si trovò, nel tempo, un altro usignolo.

    Morale: se troppo vuoi parere, riguardati da chi è contrario. 

    Fine.

     
  • 21 marzo 2016 alle ore 20:34
    Pauline

    Come comincia: “Forse, se ti avessi accanto, tutto quello che ho fatto non farei,
    se decidessi di tornare ad essere un uno invece che un io o tu,
    il mondo sarebbe terribilmente più onesto ma non sarebbe realtà;
    se per grazia divina degl’astri dovessero spingerci nuovamente uno nel cuore dell’altro,
    saprebbe di amaro il resto che ci circonda;
    se il mio dito fosse legato al tuo in eterno,
    non vi sarebbero più vite da mettere al mondo;
    se tornassi ad amarti come quando, increduli e curiosi di tanta bellezza eravamo stati un tempo,
    io non sarei io e tu non saresti tu.
    Saremmo un essere perfetto, quasi vicino al divino e insieme saremmo disposti ad annullarci come il bianco nel bianco e il nero nel nero.
    Potrebbero le mie mani desiderarti ancora,
    come le labbra che bruciano se rimembrano il fuoco della saetta della tua lingua,
    e s’annoda il grembo e s’inonda il petto per quel così delizioso peccato da cui nasce il nostro amore;
    amore, amore mio.
    Forse, se ti avessi accanto non sarebbe più tutto questo
    ma semplici granelli di un intera sabbia desertica in cui non v’è più acqua né vita.”
     
    Così mi lasciò Pauline; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.
    Credere nel non più esistente darebbe un senso più profondo al perché certe cose finiscono e io l’avevo capita quando, guardandola negl’occhi vitrei di un mare in piena, aveva smesso di amarmi.
    Ricordo perfettamente con quanta delicatezza le coloravo con la pittura i capezzoli duri, posti all’angolo della stanza nelle lunghe sere d’estate.
    Dopotutto, nessuno ci aveva mai visto insieme, nessuno ci aveva sentito chiamarci amorevolmente nelle vie della strada o ai tavolini di un bar; nessuno aveva visto il nostro amore.
    Arrivai ad un punto che, forse, nemmeno io l’avevo veramente visto; come fosse stato tutto frutto di un immaginazione furtiva che amava prendersi beffe del mio cervello in pezzi.
    Pauline aveva amato qualcosa che non ero io ed io avevo amato Pauline perché era Pauline; senza domande, ne risposte, ne desideri di sapere ne senza il senno di capire.
    I nostri incontri erano solo tra quattro mura bianche e spoglie, come quelle lenzuola o come le mie tele ancora da imbrattare; ed il suo corpo bruno era una meraviglia quando veniva percorso dal colore del mio pennello.
    A disegno finito, le scattavo delle foto; giusto per conservare quei pochi quadri che riuscivo a fare ed era meraviglioso poter ammirare le mie opere più grandi su d’uno sfondo tanto bianco quanto l’essenza del colore stesso inciso su Pauline.
    Era la mia tela e come ogni opera andava accantonata, come ogni tela v’è il momento che essa abbandoni il suo pittore riposta, poi, in chissà quale stanza bianca aspettando il prossimo che poteva ammirarla.
    Avevo perso la mia opera migliore senza farmi troppe domande; ma se avevo creato potevo anche distruggere e nel momento in cui decisi di farlo, Pauline mi lasciò così; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.

     
  • Come comincia: Una volta, mi ricordo che stavo passeggiando lungo la costa di non so che posto avvolto nei miei pensieri e scrutando il mare tumultuoso che con le sue alte onde si scagliava contro la scogliera fredda e grigia.
    Mi sedetti su d’una panchina più riparata e avevo un piccolo isolotto proprio di fronte alla mia postazione fermo, immobile e silenzioso.
    Ero lì intento ad assimilare il tutto quando caccio dalla mia tasca il mio pacchetto di Marlboro rosse tutto stropicciato; prendo una sigaretta, la porto alla bocca e le do fuoco.
    Al secondo tiro di sospiro misto al fumo, mi si siede accanto un vecchio di paese dall’aria trasandata e cupa; mi chiede una sigaretta, io glie lo porgo e pone il suo sguardo verso l’isolotto posto di fronte a noi.
    Tra il fumo e l’odore del mare, il vecchio mi inizia a parlare esordendo col dire:
    “Lo sai, una volta di tanto tempo fa, quando ero giovane quanto te, venni qui a schiarirmi un po’ le idee. Lo sappiamo entrambi che quando un uomo ha bisogno di capirci qualcosa, si rifugia in paesaggi come questi. Mi sedetti qui, presi le mie sigarette dalla giacca a quadri ed iniziai a guardare il mare in burrasca, proprio come oggi. In quel momento non mi accorsi che accanto a me c’era seduto un uomo, vecchio quanto me ora, che ad un certo punto mi racconta una storia bellissima.
    La sua storia parlava di una gabbianella e di un mare in tempesta; mi disse più o meno così:
    C’era un mare perennemente impetuoso che non acquietava mai le sue acque; in paese era famoso per questo suo tumultuoso agire. Creava molti danni con questo suo caratterino e piano piano corrodeva le pareti delle scogliere consumando il paese. Tra gli scogli più nascosti di una delle conche che aveva creato, un giorno approdò una gabbianella piccolina che si era avventurata per sfuggire ad una brutta tempesta. Due giorni e due notti stette a riparo nella conca per riprendersi dal lungo viaggio ma il mare burrascoso non le permetteva alcun riposo. Allora, presa dalla disperazione parlò al mare invitandolo a tacere, ad acquietarsi ma il mare non diede ascolto alle sue parole; era arrabbiato perché gl’uomini del paese l’avevano sporcato di petrolio e tutti gli abitanti marini che conteneva erano stati invasi dal male nero e a poco a poco stavano morendo. La gabbianella, allora, s’innamorò del mare per quel gesto d’amore verso i suoi sudditi morenti e decise di restare lì per sempre. Ma il mare non smise mai quel vortice tempestoso e le acque sue infette non potevano sfamare la gabbianella che, tempo dopo, iniziò a soffrire la fame. Allora il mare la invitò ad andare ma lei voleva restare e il mare s’innamorò della gabbianella. Ma un giorno di giorni dopo, la gabbianella morì di fame ed il mare ne fu profondamente addolorato tanto da inondare metà paese. Al chè gl’uomini capirono il suo dolore e ripulirono il petrolio dalle sue viscere. Così tornò pulito ed i suoi abitanti furono salvati, ma la gabbianella era già morta e non poté mai abbracciare le sue acque.
    I due si erano amati per tanto tempo senza mai toccarsi e il mare non trovò motivo di smettere di arrabbiarsi ma la bontà della gabbianella l’aveva reso triste e smise di abbattere le pareti dell’isola con le sue onde. L’unica parte in tempesta di tutta l’isola è la conca che ha ospitato la gabbianella e ogni volta che qualcuno v’imbatte in quella conca si può ben udire il dolore del mare che riecheggia in tutto luogo.”
     
    Bella storia. Rimasi assai stupefatto dal modo con il quale me l’aveva raccontata.
    Terminato il racconto, il vecchietto spegne la sigaretta e si congeda; d’un tratto sull’isola di fronte alla mia postazione v’era il sole ed il mare s’era acquietato e, come mi aveva ben detto, da un angolo spigoloso di una conca, il mare ardeva disperato riecheggiando in tutto il suo splendore.  
     

     
  • 30 gennaio 2016 alle ore 16:24
    Will ed Io

    Come comincia: E nulla; fu così che m’isolai.
    Ero partito con tanti buoni propositi e, per quanto avessi vissuto anni difficili, alla fine male non stavo.
    Ma poi un giorno, così, dopo tante attese e illusioni mistiche, quello che avevo cercato mi era stato tolto (come sempre, potrei aggiungere). Alla fine, poi, di colpe ne avevo anch’io se la vogliamo mettere su questo piano anche se, a dirla tutta, erano colpe più che lecite se si mettono in conto tantissime cose.
    Non mi va di stare qui ad elencarle o a farne un dramma; in tanti anni sono stato come una fenice e di certo non mi butto giù per così poco (per dei pezzi di merda, se posso permettermi).
    Allora ad un certo punto ero lì nel mio totale isolamento e poi boh, qualcosa piomba nella mia frastornante solitudine; non c’è molto da spiegare nemmeno in questo.
    E’ come quando sei in strada e cammini, cammini poi uno ti tocca per sbaglio, ti chiede scusa, tu annuisci e vai via. Si, peccato che non sono andato via! Ci sono rimasto con quel qualcuno che ti ha toccato per sbaglio. Ci parli un po’, ti fai un sorriso, metti a fuoco e poi, senza accorgertene, t’è entrato pure nel cuore.
    E vabbè, ragazzi allora, che si fa? Uno non può stare tranquillo nel proprio casino che dietro l’angolo ci si tuffa nel mezzo anche quello.
    Sono anni che vivo da solo col me stesso nella valigia, con l’altro me nella tasca e l’anima nel portafoglio; non a caso ho sempre rifiutato ogni qualsiasi forma di contatto per non sporcarmi al resto soprattutto quando non v’è nessun interesse.
    Poi boh, sarà la stupida solitudine che ti tira il braccio o ti mette lo sgambetto a farti ricordare che, poi, dopo tutto, brutto non sei, soli non si può stare e bam! T’innamori del mondo.
    Perché capita sicuro quando passi troppo tempo da solo e là le opzioni son due; o fai il pezzo di merda rude e freddo o perdi il capo ad ogni angolo che svolti.
    Ed i segnali del corpo, a volte, sono molto chiari ma il dilemma sta in quello: che fare? Dare ascolto o tacere? Spingere o sfuggire? Illudersi o amare?
    Alle volte mi viene sempre in mente un grande mare sul quale mi affaccio a luci spente; mi viene alla mente una città lontana lasciata al caso del passato, le note di canzoni smielate che percorrono la brezza fino alle orecchie sorde di una persona che non è più quella persona e allora mi dico “Per quanto quel mare lo conosca bene, le particelle d’acqua che la compongono sono diverse sia quelle vicine che quelle lontane. E se mi sono perso in quelle vicine, chissà cosa potrei trovare in quelle lontane.”
    E quindi poi spunta un faro che illumina l’orizzonte perso dei miei pensieri; poi m’illudo che il faro sono io e invece è solo quello che faccio che lo illumina all’improvviso.
    Così tento di afferrarlo per diventarne padrone e lo chiamo anche Will! Ma più cerco di afferrarlo più mi allontano io.
    Allora non v’è soluzione che sedermici accanto, Will ed'io, con la speranza che, mano nella mano, possa giungere all’origine di quel mare senza vederne il passato od il futuro, stare serenamente lì a guardare quello che ne sarà chiudendo gl’occhi per sentirne il profumo. 

     
  • 05 dicembre 2015 alle ore 15:57
    Trattato Sociale Cognitivo

    Come comincia: Il cambiamento avviene grazie ad una quantità di nozioni che una persona riesce ad immagazzinare in un determinato arco di tempo, breve o lungo che sia.
    L’effetto che ha la società circostante, gli usi, i costumi, linguaggi e tecniche di sopravvivenza che spingono un singolo a mutare se stesso sia in forma psicologica che fisica, sono una serie di fattori dominanti.
    Altri fattori che interagiscono, seppur messi in secondo piano, sono: il vissuto precedente allo stato di mutazione e le conseguenze sullo stesso.
    In sociologia, si cerca di dare più importanza al fattore sociale come impulso principale del mutamento ma, in campo psicoanalitico, gli stessi fattore hanno eguale importanza.
    L’individuo viene scelto e posto in un determinato ambiente. Nell’evoluzione umana, egli inizierà ad adattarsi alla realtà in cui nasce e vive per un fattore di tempo indeterminato.
    Dopo l’assimilazione della psicologia locale, se provassimo a spostare l’individuo (fisicamente e non, consenziente o meno) in un altro luogo, noteremo quanto egli si troverà spaesato e confuso trovandosi in una realtà che non è la “sua”.
    In verità, dire che non gli appartiene quella realtà nuova, non è del tutto vero.
    Come per gli animali che, a seconda delle esigenze fisiche e morali, mutano il proprio corpo in base alle proprie funzioni, anche l’uomo, sradicato dall’unica realtà che conosce, muta se stesso in base alle esigenze prodotte dall’ambiente circostante.
    Ed è qui che avviene il cambiamento.
    La mutazione interiore ed esteriore dell’uomo, dunque, varia; il suo spaesamento, lo porta in uno stato di confusione fisica e mentale dai quali scaturiscono una serie di informazioni e input cerebrali a cui egli non riesce a dare risposte o, quanto meno, non riesce ad avere ben chiara la situazione circostante.
    Sa che dovrà accantonare tutto ciò che conosce della sua realtà precedente per iniziare ad accettare ed interagire in quella proposta.
    Si può parlare di mutazione dell’essere solo quando, dopo una serie di analisi e stati d’animo altalenanti tra dolore e piacere, coscienza e incoscienza, egli arriva ad accettare in modo abbastanza ferreo e concreto quello che vede. Dall’accettazione, egli attiva le sue cellule neurali allo scopo di dover sopravvivere in una terra sconosciuta.
    In che modo?
    Mettendo alla prova se stesso basandosi sugli impulsi che arrivano al cervello che sono, per i primi periodi, dettati dai bisogni primari; mangiare, bere, dormire (come nell’età primitiva).
    Muovendosi sul territorio con solo la preoccupazione di mantenere alte le percentuali di riuscita in ogni singolo bisogno, a livello psicologico egli è costretto ad un sovraddosaggio di stress mentale che conduce, lo stesso ,ad elaborare ideologie, teorie e ragionamenti diversi da quelli a cui era sottoposto nel luogo natio.
    E’ appurato che vi è un’alta percentuale di cambiamento mentale negli individui che sono predisposti a spostarsi spesso da un luogo ad un altro.
    Flessibilità mentale e motoria; soggetti predisposti al movimento sia fisico che interiore dal quale egli estraggono i punti salienti delle loro più intime ricerche sul fattore interiore della vita stessa.
    Dal punto di vista psicologico e filosofico, egli maturano e metabolizzano quante più nozioni possibili per avere una visione più ampia dello stato psicosociale contemporaneo; sta poi al singolo modo di essere come classificare, assimilare e maturare tali nozioni.

     
  • 31 ottobre 2015 alle ore 0:07
    La Gatta

    Come comincia: C'era sempre dell'astio quando guardavo i suoi occhi; ad un certo punto, mi veniva sempre in mente la storia del gatto nero (il mio con precisione), quel gatto che avevo tanto amato e che se n'era andato così, il due di ottobre, mandandomi segnali nei sogni per poi stendermi il morale completamente. 
    Tutt'ora, se sono in compagnia di gatti, ripenso sempre a quegl'occhi e così mi ritorna alla mente quella storia che tanto cerco di dimenticare.

    Il fatto è che mi capita sempre quando guardo i miei di occhi, e penso spesso che i miei ed i suoi sono stati così vicini ed uguali che, un pezzo della storia, l'abbiamo vista insieme; lei la mia e io la sua.
    Poi faccio finta di nulla, il sipario cala e cambio pensiero. E' un pò così che va la vita, no?
     

     
  • 10 ottobre 2015 alle ore 22:32
    Ad Un amico

    Come comincia: I momenti andati, sono andati; lo dice la parola stessa.
    A volte, li si pensa sorridendo come per incanto, quando basta un attimo per ricordarsi delle difficoltà del momento dell'epoca e di tutto il resto. Poi, ora, il tutto il resto è già passato; ora hai un altra concezione del tutto il resto che quasi ti spaventa sapendo che sei già dentro.
    Il tutto e il resto è l'aria che si fonde al mio corpo ogni istante, come fossi sempre un ombra in corsa. 
    Il tutto e resto è quello che scorre, giorno per giorno, ieri come oggi è già domani. Poi ti fermi e in quell'attimo rifletti su tutto questo una sera nel calore dell'ebbrezza notturna scrivendo ad un amico sperando che stia bene e tutto il resto.

     
  • 10 settembre 2015 alle ore 23:36
    Run

    Come comincia: Una canzone triste, rotta, invade il mio spirito stasera.
    Tutto quello che tenta invano di toccare con delicatezza va, pressappoco, in frantumi dissolvendosi nel vento.
    Mio caro, le mie mani cercano ininterrottamente di afferrare le ali nere del tuo essere che, sfuggente, vola tra granelli di marmo su treni in corsa quasi impazziti al sol pensiero di venir sfiorati.
    Schivo, sfuggente, ma gl’ occhi non mentono mai, giovane guerriero nero.
    E se vero è quello sguardo che porti per i miei scuri tasselli di granito, allora prendimi; fa si che le tue nere ali ardano con le mie bianche piume che per la strada perdo mentre canto una canzone malinconica per la tua andata.
    Non so se mai più i tuoi occhi si congiungeranno ai miei occhi o se le nostre ali potranno sfiorarsi ancora; ma un mio pensiero per te vola e mai mi lascerà, per ora.
     

     
  • 24 luglio 2015 alle ore 18:27
    Fiore Rosso

    Come comincia: Concatenazioni di spazio e di tempo, mio dolce fiore rosso.
    Non so cosa farmene di parole che regalo gratuitamente a persone di tutto il mondo, per il mestiere che porto. Guardare la luna e dedicartene un pezzo, scorgere una lucciola nel buio ed avvicinarla alla tua ombra, prendere tra le mani la sabbia e vederti specchiata in ogni singolo granello puro e cristallino.

    Oh sì, dolce fiore rosso; potei darti tutte le parole che vuoi sentirti dire, nessuna esclusa. Ma siamo sicuri che la tua ricerca possa perdersi in tali frivolezze terrene da oscurarti da sola i passi e il cuore, non scorgendo la persona che ti ama?
    Dolce fringuello di candide ali da libellula, tu illumini il cielo di questa piccola e immensa terra, abbracciando il sole e sposando la luna inerme lì nel nero limpido di chi ci governa. Sei negl’occhi di chi guarda; ed io, potrò stare nei tuoi di occhi?  

    Fantasie; ingenui fantasie di un docile amatore che per anni ha dovuto trovar mille modi per dir sempre lo stesso; ma le mie emozioni necessitano di più forme per essere espresse, per non essere dimenticate, tanto meno per essere capite.
    E il tempo punisce simil cose scagliando schegge aguzze di stalattiti nel centro dell’africa più nera!
    Pueril inganno, potrei dire; non so se ho più predisposizione all’inganno o che sia oggetto dell’inganno stesso.
    Fatto sta che ogni giorno, splendido ed oscuro che sia, c’è sempre qualcuno o qualcosa che m’inganna gl’occhi o son io che, con tali occhi, inganno il mondo?  

    Chi può dirlo.

     
  • 22 luglio 2015 alle ore 15:12
    Portostelle

    Come comincia: L’ombra del momento che si scontra con il nero della notte, vige sul mare quieto di una zona che dorme. Ho guardato attorno a me; quiete, mare, la luna che manca, parole, luci, fumo. Tutto il tormento interiore che si muove, contamina gl’altri organi, il giusto o non giusto; ma chi se ne frega! Bella amico mio! Un buon colpo, ti sei meritato il posto del mese tra gl’invitati alla mia pazzia! Una bella sensazione, Johnny; meritevole sicuramente. Quante stelle volavano sulle nostre teste intenti a rompercele. Mi vien da ridere ancora se solo ci penso. Alla fine a noi basta il mare, la luna e la buona compagnia. Belli fatti.

     
  • 22 luglio 2015 alle ore 14:44
    My Dear Elliòtt

    Come comincia: Elliòtt, ho poco tempo. Forse dire poco tempo è relativo, sarà un fatto di giorni quindi un tempo finito, volendo. E’ strano come avvengono le cose; più le si ricerca, meno risultati positivi hai; perché? Ho passato gli ultimi tempo a spostarmi senza sosta, senza mai stancarmi; ma poi la stanchezza viene, piano piano, ti assale e ti irrigidisce. Quando trai conclusioni e decidi, poi, di fermarti su quella tale conclusione subito di fianco ti si apre un varco con altre possibilità; perché? La vita beffarda ci rompe un po’ il cazzo e tu, nella tua magnifica bellezza, per un attimo mi hai fatto credere che un motivo ci potesse essere per abbracciare la conclusione iniziale; ma poi i bisogni primari si fanno sentire, non posso non dare loro ascolto. Baby, ho poco tempo ma, all’alba di ciò, se in tale momento il tuo bisogno è misto al mio sarebbe uno schiaffo bello forte a chi non credeva non fosse il momento. Alla fine i momenti siamo noi a crearli; è quello che faccio sempre perché per chi non ha tempo adesso non può passarlo a pensare quanto lo stia sprecando. E’ sempre stata una lotta continua, la mia. Presto, corri, il tempo scorre, tic tac, vai lì, fai così, su, giù, non ora, più in la blablabla fottute parole! Odio e temo il tempo; la paura di venir punito per le colpe di adesso negl’anni che verranno. Già provata come cosa; un po’ cruda ma realmente vera. Elliòtt, cara fanciulla; potrà il tuo sguardo misto alle mani preservar se stesse? Tu, bella seduta nel tuo mondo, attendi che esso possa smettere di far del male ma, ahimè, sbagli! Signorina dalla domanda sempre pronta e dal sospetto che vige dietro l’angolo; meritevole scoperta, desiderata scopata.   Ti bacio, dolce Elliòtt; spero di vederti al fianco mio stasera. In un tempo piccolo ma meravigliosamente grande.

     
  • 23 giugno 2015 alle ore 14:13
    A Night In Rome

    Come comincia: Blondie passeggiava per le vie di Roma in compagnia di Marì; ebbre d’alcool e voglia di far festa, le loro risate riecheggiano tra i viottoli ed il Tevere col suo scorrere quiete e silenzioso.
    Si fermano in un bar del posto (né troppo vicino né troppo lontano); si accomodano, cinguettano tra loro e miagolano di calore alla ricerca di prede da spolpare in una notte stellata dal titolo “Divertimento”. Accanto a loro, due tre tavolini più in là, Martine con quattro amici a birrecchiare.
    Tra una chiacchiera di Blondie, un occhiatina del bello Martine, gli sguardi si scontrano ed ecco l’approccio. Lui si alza va da lei, lei sorride e si presenta; vino, schiamazzi e mezze parole alimentano una passione che inizia a nascere. Dopo qualche oretta di pura conversazione, Martine invita Blondie a passar per una serata in un locale della zona.
    Pensieri, indecisioni, Martine lascia il proprio nome alla ragazza con annesso l’indirizzo del locale presso il quale recarsi nel caso, nel pensier di lei, volesse, poi, raggiunger lui.
    Occhiate, sorrisi maliziosi e imbarazzo sul viso, i due si salutano con la promessa di ribeccarsi l’ora dopo.
    Martine svanisce nel buio della notte con al seguito gli amici da tavolo; Blondie convince Marì ad accompagnarla alla serata proposta dal giovane amico.
    Partono alla ricerca del posto; camminano, sghignazzano, battute a luci rosse volano tra gl’alberi della strada arrivando al locale e scoprire, poco dopo, che di serate non v’è n’erano e che aveva anche chiuso da poco.
    Con sgomento per la sorpresa, le ragazze decidono di avviarsi verso casa e, alla fermata dell’autobus (che sembra non passare già da ore), chiedono informazioni ad un ragazzo lì accanto.
    Nel chiedere delucidazioni in merito a quale strada percorrere per arrivare all’abitazione, Blondie scopre che la zona in cui erano sbarcate era il covo di gigolò per bene; lungo i marciapiedi quattro o cinque giovani ragazzi gironzolavano lungo e in largo alla ricerca di prede. Con la tristezza sul viso di entrambe le ragazze nell’aver scoperto che la zona deserta in cui erano finite ospitava solo giovani ragazzi che davano piacere per soldi, tracciano una linea di pensiero nella mente riguardante il giovane Martine conosciuto al bar ore prima; la domanda posta era la seguente “Probabile che Martine fosse anche lui un giovane gigolò alla ricerca di compratori del suo sesso?”
    Probabilmente nel loro divertimento in cui l’obiettivo era carne fresca per una sera, il gioco aveva invertito i ruoli; da cacciatrici eran diventate prede.
    Che beffarda la vita.

     
  • 18 giugno 2015 alle ore 13:10
    Confession

    Come comincia: Era il massimo; il massimo che ci si potesse aspettare dal vuoto e dall’orrore di quella cosa che si chiama speranza (maledetta mietitrice di illusioni e ipotetici stati benefici).
    Iniziavo ad odiare tutto, qualsiasi cosa.
    Com’è possibile arrivare a sfiorare livelli di follia così frequenti?
    In qualsiasi luogo andassi, era uguale; sempre tutto maledettamente uguale.
    Le paranoie, le ansie, l’umore ballerino, gli istinti suicidi, le belle parole buttate nel cesso di un epoca che fa cagare amaramente.
    Quante cose siamo costretti ad inventare per un bene comune? Quante fandonie, bugie, strategie effimere e beffarde saremo ancora costretti ad edificare, indurire, produrre, per non essere giudicati, mal visti, non considerati, maledetti od oggetto di inquisizioni?
    Il mostro che aleggia dentro di noi, ormai, è a portata di mano; in pugno, sempre pronto agguerrito a insorgere, evadere, aggredire o aggredirsi da solo.
    Culturalmente parlando, potrei fare del mio vissuto interiore un lavoro a tutti gli effetti; ma non si campa di questo, non ti pagano per professare il giusto o non giusto, quello che è stato e non sarà.
     
    Inizio ad odiare tutto, quello che di bene o male possa esistere.
    Possono l’odio ed il rancore spingere una persona ai limiti della sopportazione esistenziale propria e quella del resto? Certamente.
    C’è qualcosa nella testa che non funziona più, che non ha mai funzionato o mai esistito.
    La quiete manca da parecchio, amico mio, troppo tempo!
    E ogni volta è sempre tutto uguale a ieri, come oggi, sarà anche domani.
    Meritocrazia per il bene fatto? Nessuna.
    Non esistono né Dio, né la bontà, misericordia, fede, speranza.
    Invenzioni dell’uomo per illudere se stesso che qualcosa di superiore c’è; si, sicuramente, noi stessi.