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Poesie di Daniela Iodice

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  • 22 aprile alle ore 17:06
    Conquiste

    Mi affaccio al mio avvenire,
    di tanto in tanto vedo il mare.
    Lunghe distese tempestose,
    come quando si è rinchiusi
    e scalpitanti con le nostre menti bramose.

    Guardo a quelle terre,
    lontane o vicine, 
    infinitamente eterne.
    Quando scorgo il mio pensiero,
    mi pare di accarezzare la pioggia che cade;
    goccia dopo goccia, sembra quasi di poter possedere il mare,
    profondo e senza fine che non si riesce a contenere
    se non nel mio umile vedere.

    Un barbaro salpa le onde,
    scalpitante nuota verso quelle terre profonde.
    Approda alla riva,
    con indosso la divisa;
    impavido cammina, 
    si fa largo tra i rovi e la brina. 

    Ha posto la sua nave alle mie sponde,
    gridando alto il suo onore grande;
    guarda alla sua vittoria,
    bacia la notte con la sua gloria.

  • 22 aprile alle ore 16:33
    Al tavolo di un Bar

    Ero seduto a quel tavolo in un bar.
    Avevo ordinato un calice di vino rosso
    mentre guardavo la cameriera muoversi per la sala nera.

    La musica di un sax teneva compagnia il mio animo silenzioso,
    e pensavo tra un sorso di quel calice rosso come il sangue ed un altro.
    Guardavo le luci soffuse splendere nei miei occhi 
    ballando con la mia triste solitudine.

    Il sax urlava alle mie orecchie 
    ed accarezzava la mia mano inducendo la mia gola a bere.
    Altro vino! chiesi alla cameriera che, da sublime cavalla ammaliatrice, 
    mi portò in poco tempo.

    Uno, due o tre furono i miei calici.
    Benedicevo il mio corpo con quel rosso discreto 
    di voglia ammaliante e assetato pezzente.
    Il sax accompagnava il mio sguardo preciso,
    la seguivo per la sala come fosse stata la mia preda;
    la guardavo come fosse stata il mio vino,
    li, pronta a berla in un sorso.

    Al quarto lo scolai in pochi secondi,
    mi alzai e pagai,
    diedi l'ultimo sguardo alla cavalla ammaliatrice; 
    Rispose al mio occhio con un cenno di mano 
    strofinandosi il mento e mandandomi un bacio.
    Avevo del vino sotto le labbra,
    che balordo le sarò sembrato!
    Mi congedai brillo di voglie ed ebbro di rosso,
    col suo viso che rideva a passo di sax 
    in una sala nera al tavolo di un bar.

  • 02 aprile alle ore 16:57
    Clarisse

    Clarisse,
    qui seduto al sole, mi pare di scorgere la tua bionda chioma.
    Morbida, calda, un manto d'orato di baci e carezze.
    Poi succhiudo gl'occhi; leggero è l'affanno che sento, scende lungo la schiena e mi prende per mano.
    Accompagna il pensiero l'udire un canto da lontano; un usignolo, forse, un canto soave che alto s'innalza al mio sentire.
    Apro gl'occhi e con devota passione, tra gli specchi infranti che ho nel cuore, scorgo i tuoi occhi gelidi, Clarisse.
    Occhi che si spezzano tra i confini della realtà cruda, cercano e scoprono dove vi è la via di fuga. Ma non la trovano.
    E così, perso nel vuoto, mi pare di toccarle quelle labbra, accarezzarne le rughe, di sentirne l'umido piacere con un sol dito incantato.
    Clarisse, mi desto per Dio, anche solo immaginarti, mi da brusìo.

  • 30 marzo alle ore 17:15
    Decadenza

    Ditemi cosa sono,
    mentre affondo le mani nella terra e sprofondo.
    Vedo distese di sabbia incandescenti che costringono il mio corpo a cadere, sempre più giù e ancora, ancora; senza respiro. 

    Ditemi cosa ero; un tempo lontano che quasi a stento ho un ricordo,
    mentre camminavo deciso sul ponte del non ritorno, lì, sempre più oscuro. 
    Le orme dell'ignoto tendono a farti vacillare nella sua finta sicurezza.

    E allora, ditemi cosa potrò diventare se, guardando le mie mani, vedo nulla o polvere, gioia e dolore,
    mentre la mia anima fluttua infinita sui castelli invisibili della regione. 

    La dolce bugia dell'inganno innamora chi ne assuefatto; 
    leggero è il suo miele che scivola per la gola del destino.
    Chi sarò una volta affogato in quel mare impetuoso dell'amore?
    Se di esso ci si può chetare, se ci si può sfamare.

    Sentirsi morire per una mano che recide,
    ridendo, forse,
    o piangendo,
    con il guanto del pentimento mio,
    mentre mi cibo del corpo tuo.

  • 29 marzo alle ore 17:17
    Lettera a Miguel

    Miguel, caro amico.
    In questo lungo tempo di solitudine non faccio altro che pensare.
    A cosa, mi dirai; beh, sai, quando hai tanto tempo per te stesso, pare che non ci sia nulla da chiedersi o, quanto meno, qualcosa di cui parlare.
    E invece ti sbagli, Miguel, ce ne sono ben troppi di quesiti che chiedono risposte come non mai.
    Ora sembra che il mondo ti mette contro un’infinità di muri dalle diverse forme, colori,diversa natura.
    Sai cosa mi viene alla mente, Miguel?
    Quando si correva per quei prati verdi con tanta spensierata voglia di scoprire, di conoscere, di sentire.
    Poi ripenso a quando presi quel treno e partii alla ricerca dell’ignoto vivere, lontano da tutti gli affanni e gli affetti, lontano dalla casa che mi aveva cullato per anni in cerca di case che mi avrebbero accolto pieno delle mie tristezze e delle mie gioie, ma sopratutto delle mie bugie.
    Quando guardo indietro, mi chiedo sempre se ho fatto le scelte giuste o, quanto meno, cosa sarei diventato se non fossi mai partito o cosa sono ora, una volta andato.
    Credo che questa lunga solitudine sia una sorta di attesa interiore, quella linea sottile che c’è tra il “ho fatto” e “cosa farò”, non credi Miguel?

    Tu come stai? Come te la passi in quel nulla che io non so?
    Vorrei tanto riabbracciarti, bere del buon vino ad un tavolo in osteria in centro, due risate, racconti, novità tue e di altri.
    Discutere su quale musica sia la migliore in serate del genere, brindare all’anno nuovo che sarà, a sognare, a morire dentro ogni parola di quel che eravamo.
    Eh, si, Miguel… questa solitudine sembra sia un cappio, pronta a stringere il collo, si trasformata in un giudice, una ripresa di controllo.

    Cercavo un pò di pace e invece vedo tutto questo come un castigo!
    Ah, che deplorevole che sono; dovrei abbracciare questo tempo come un dono di Dio, sicuramente.
    Alla fine, il tempo si prende gioco di noi; crediamo ti tenerlo per la cinghia ed invece è lui che tiene al guinzaglio noi; ci deride, ci schernisce, crea giochi per farci impazzire e difficili soluzioni alle quali arrivare.
    L'attimo prima siamo pronti a tutto pur di sfuggire alla routine, al conosciuto, al solito ombreggiare o illuminare, e l'attimo dopo, quando ti viene tolto tutto, lo rimpiangi, lo ridesideri. 
    Quando hai tutto, dovresti vedere quanto non si ha niente; quando non hai niente è più facile sognare di voler avere tutto.
    Ciò che vuol dire, amico? Siamo realmente padroni della nostre vite? delle nostre cose? della nostra libertà? possiamo averne sempre il controllo? 
    Il possedere ciò che abbiamo sarà davvero sempre nostro? 
    Quante domande, impazzisco se iniziassi a scrivertele tutte; poi perderesti il filo, poi ti annoieresti, poi mi eviteresti. Sicuro.

    Miguel, spero questa lunga solitudine possa chetare il mio animo e che possa, un giorno, portarmi da te più fiorito e meno tumultuoso.
    Chissà se potrò rispecchiarmi di nuovo nei tuoi occhi e se tu, per qualche gioco del destino, ti riunissi al mio, amico caro. 

  • 26 marzo alle ore 12:43
    Heartless

    Gelide le mani,
    Ed il viso,
    Ed il cuore.

    Caldi i tuoi occhi,
    I tuoi baci,
    I tuoi umori.

    Questa primavera di nulla,
    Di vuoto e di affanni;
    Questo corpo di niente,
    Di spente luci ed inganni.

    Pieno il grembo 
    Colmo il senno,
    Cala il tempo,
    Muore il vento.

    Brucia il silenzio,
    Amico d' ingegno;
    Alza lo sguardo 
    Io sono dentro.

  • 18 marzo alle ore 15:40
    Blue Whale

    Un tessuto blu all'orizzonte,
    trame intrecciate in un suono di onde,
    l'amore incastrato tra luci e penombre.

    Una danza libidica nel mare del meriggio,
    tende la rete al sogno e al giudizio;
    il braccio marittimo del predatore mortale,
    cattura la di là lontana sirena perduta nel mare
    che medita di silenzio e di pena,
    di coda e di schiena.
    Ma ecco la balena blu del pensiero,
    solca le acque del più profondo sentiero.
    Becca l'impavido condottiero,
    recide il braccio ed il suo armamento fiero.

    La sirena fuggì via con l'amo saldo alla sua coda;
    credendo che forse salva era la sola,
    con fisso nel cuore
    il naufragio del suo predatore.

  • 03 marzo alle ore 19:45
    Vele

    In turbolenza la nave oscilla,
    spiana le vele e doma il vento;
    il marinaro fissa la rotta,
    il suono della chitarrina del mozzo dilaga in poppa,
    guarda il mare.
    È lì che navigherai.
    È lì che ti perderai. 
     

  • 03 marzo alle ore 19:42
    Nocturno

    "Le sue labbra scarlatte, coloravono il mio cuore
    e nella sua corvina essenza, era la più fiorita.
    Pareva un campo, il più cupo che ho veduto;
    eppur mi sarei tinto di lei se avessi avuto, in almeno un occasione,
    una tela nella quale disegnare il suo volto schiarito.
    E non sarebbe bastato così poco tessuto ad impremerla;
    avrei potuto fare dei miei occhi uno spettatore così illuso da creare la linea del suo volto con il sangue ed una goccia d inchiostro;
    e di lei, il nulla più vi sarebbe stato, se non il mio perire nero, di uomo perduto. "

  • 29 ottobre 2019 alle ore 16:29
    Marcel

    Marcel,
    ricordi, quando, spensierati si correva nel giardino fatato della nostra infanzia perduta?
    di quando sognavi d’amore ed io di torpore;
    quando insieme imbattibili eravamo,
    di quando nei nostri sogni c’era solo speranza a profusione.

    Marcel,
    i tempi sono andati; quelle speranze si fanno responsabilità,
    fatiche infinite per raccattare qualcosa,
    mille cuori infranti tra cui il mio,
    mille sorrisi spenti tra cui il tuo.

    Le gioie infinite di bambini leggiadri,
    sono andate via cogl’anni;
    eppure, quell’amaro e dolce ricordo ancora mi pervade,
    come il ieri fosse oggi, tramutato in serietà.

    Ogni tanto mi consolo,
    altre volte, mi ammalo.

    Fosse tutto così facile come al tempo,
    quel tempo che nulla ha tolto se non l’essenza di qualcosa che andò storto.
    Odo rumori lontani che mi appaiano sordi,
    ma quando ti ricordo,
    qualcosa mi abbraccia teneramente,
    come ombre di cose mai dette.

    Ah, la cognizione del tempo la perdo spesso;
    meno male ci sei tu a far ammenda di me stesso.

  • 15 ottobre 2019 alle ore 19:51
    Clandestini

    "Cosa siamo?
    Prigionieri della notte o amanti del buio?
    I nostri sogni di cristallo si toccano,
    ma non troppo,
    si sfiorano,
    ma si separano,
    eppur quando siamo noi non esiste il giorno, neppure la notte,
    siamo come anime che dopo aver concluso il proprio giorno si trovano e si uniscono,
    per poi lasciarsi prima che tutto possa rischiararsi violentemente.
    Torniamo nel limbo dell'abitudine perchè questo siamo...
    clandestini dell'abitudine per immergerci nella novità,
    nella voglia parsimoniosa di noi."

  • 18 giugno 2016 alle ore 17:11
    Le Mie Vite

    Quanto oltraggioso può essere il dolore che ti abbraccia col manto torbido di fango e silicio?
    Il silenzio del cuore fuggiasco che trascina con suprema perdizione.
    Ettore, amor mio, per quanto si poteva presupporre che niente più qualcosa v’era che legasse le anime dei caduti, mi sbagliavo ingenuamente; nei passi notturni qualcosa pulsa silenzioso e tu, magnifico barlume che accende le follie diurne, bruci l’essenza dei perché.
    Cosa pensavi accadesse quando, con tanta decisione, prendesti il mio collo e lo tagliasti con una lama ben più che affilata e la cromatica visione di ciò che fu, riflessa nell’arma che tu stesso impugnasti? e quanto amore sprigionasti quando, con tormento, cercasti di ricucire quel legame che spezzato ormai era e che niente più tornò ad essere tutto uguale?
    Ceco, ceco ero e ceco sono rimasto; la bellezza inebria più la mente che il cuore e che di cuore ormai più ne abbia se non gabbia, gettato in pasto a quale mare ero finito pur di fuggir da ciò che ciò non era?
    Cosa cercava quello sguardo che con le mani brandiva il vento che portava desiderio, speranze, innocenze; speranze che alimentano speranze e il mondo si muove con esse.
    Frammenti di vite e di parole, amore mio, non v’è nesso ne concessione; se v’è qualcosa tra lucidità e follia penso l’abbia perso tempo prima.
    Ignaro anche di ciò che sto pronunciando, perso in quale mondo sono?
    Non lo so ma, suppongo, sia alla deriva del tormento per la millesima volta.
    Le solitudini accecanti rendono l’uomo un delitto per mano di se stesso, e in quanti occhi e mani e piedi e nasi ci siam persi per continuare a perderci ancora, e ancora?
    Porto felice tristezza da anni, per quanto mi riguarda; sono sopravvissuto così al mondo cattivo, sguazzando nella cattiveria con la mia bontà; ma forse illuso sono quando spero e quindi, dunque, non spero e l’ira prevale, comanda, tiene alta la testa!
    Si vive di intuito, si ostenta la vita calpestandola e immergendoci in fluidi mistici di niente e di tutto perdendo il capo consapevolmente. 

  • 10 marzo 2016 alle ore 0:06
    Vocazione

    e quindi cosa v'era di sbagliato?
    Oh, somma notte;
    tu che doni ai sognatori le stelle del pensiero
    che fugace il sole tenta di strappare con i raggi dell'austera ragione!

    Oh, notte, eccellenza partorita dal pensiero degli omerici greci!
    Raccontami, questa notte,
    di che mani ancora si bagneranno gl'occhi innocenti dell'intelletto
    che fugaci scorrono nelle vie della non vedenza?
    E ceca sia la visione di ora,
    muta agll'orecchi sordi del campanaro che ad ogni dì
    suona alla messa del prossimo peccatore,
    come il battito delle stelle nel battito del mio cuore;
    all'unisono bisbigliano furtive
    tra trutte queste foglie. 

  • 21 febbraio 2016 alle ore 16:08
    Povero Hellowin!

    L’anima pesante di un viandante con la voglia pazza di volar via, via da ogni luogo; sparire, cambiarsi i connotati, non essere raggiungibile e contattabile da nessuno; Hellowin.
    L’amara consapevolezza dell’unirsi al nulla e fare del nulla la propria aria; quanto tedioso inganno aleggia negl’occhi di chi, per troppo, s’è perso e invaso si ritrova costretto, poi, a fuggir oltre mari infiniti di gente per cercar il sé stesso perduto.
    L’increspare del mare in torbido tumulto è ceco nel muoversi per il sol sentire e impetuoso è il silenzio di schiamazzi marini che fingono di annegar al largo orizzonte paonazzo di rossore!
    Hellowin, scappa! Fuggi! Navighi in un mare che non è il tuo, finirai per divenir matto!
    Allora imbarcati in altre strade sterrate da nuovi tramonti, in cerca di valli e monti!
    Dove il mare risiede nel petto e non nelle mani intrise di dispetto.
    Non fermar le onde dei germogli spenti, prolifera l’ardore del cuore fino alla morte del tuo redentore!
    Non costringer l’anima in pena a posarsi su granelli di cera dove forse, nel passato fervore, probabilmente si spense una candela.
    Grida alto il tuo tormento sul viso di questo impavido sgomento; troppe ne hai vedute e troppe ne hai toccate ed ora basta a tutto questo vento che per nulla tace!
    Il tuo mostro scuote la testa, scalpita nel fuoco pronto a brandir la spada della pazzia più tenace!
    Azzittisci il vento, domane il suono; bacia le nuvole e vola di nuovo!

  • 18 gennaio 2016 alle ore 14:35
    Il Pazzo

    E il pazzo credette di affogar se,
    per un istante, la sua follia non poteva esternar;
    lungo il buio fiume del centro città,
    dava sfogo a quello che per lui di goliardico era da far.
     
    Nell’ingenuo pensiero di far del male,
    un piccolo fuoco andava spegnendosi al mare;
    e la poesia da lui sfuggì rompendo
     l’illusione ottica di un bel convento.
     
    Il pazzo credette di morir se,
    per un istante, la pazzia fermata vedeva nell’angolo zittir,
    nascosta da cunicoli di malumore e lieve prefazione
    dell’intarsio sbagliato e del pensiero celato.
     
    Or dunque nulla più aggiunse al personaggio
    se non del puro malcontento;
    l’ombra vedeva inghiottir la luce candida dell’accompagnatore stanco del troppo inverno,
    e nella solitudine del pensiero se ne andò ridendo,
    con spine d’argento e coriandoli di vento.

  • 29 dicembre 2015 alle ore 0:52
    Scelta

    Allora legatemi le mani, castrate il mio cervello e alitatemi all’orecchio.
    Abolire il pensiero e lasciare che i l vorace uomo che vive in noi esprima se stesso; il mio, il vostro, quello di tutti.
    La libertà non esiste; essa risiede nella morte fisica che svincola lo spirito che si unisce al resto senza leggi ne legami, ne tedi ne gioie; esso è.
    Cosa siamo senza il pensiero? Uomo duro e crudo mosso dall’istinto e dall’ardore.
    Cosa siamo con l’istinto? Uomo emozione di causa e azione, effetti turgidi e incantevoli nell’errore ma senza il pensiero a dettar legge sul chi siamo e cosa saremo.
    Il vincolo, il bivio volendo; forma e pensiero.
    Quale strada scegliere nelle occasioni vissute, vivibili, che verranno?
    Cosa siamo realmente, noi?
    Animali timorosi della fame o uomini timorati di Dio?

  • 17 dicembre 2015 alle ore 2:20
    Amare Un Illusione

    Ma quanta amarezza c'era ogni qualvolta aprissi gl'occhi nel vedere quanto tutto finto era stato fino a quel momento?
    Ero stato più preoccupato a sapere cosa pensasse che a badare a me stesso, sapendo che stavo varcando la soglia di un illusione.

    Ma dopo tutto, le illusioni, non sono allettanti per questo?

    Sapere che non v'è che una fine amara a tutto quello, ma sentire il sapore dolce del mentre scenderti nelle vene fragili dell'amore.

  • 16 dicembre 2015 alle ore 2:25
    Io, fratello Dio.

    Che vile inganno questa notte che porta occhi lucidi di commiato.
    Il cuore scalpita ad ogni nebulosa illusione che nell'atmosfera eterea arde e muore come una stella!
    le stelle nel cielo paragonabili a lucciole nel buio tra frasche di tiepide erbe selvatiche che quasi al tatto si ingentiliscono.
    Ho sul viso gocce fredde di rugiada come fossi stata tutta la notte ad attender nel bosco di udir le allodole cantare per il mio dolce sentire;
    dissipare il nero triste dell'anima inquieta che lì, nascosta, attende gentil l'arrivo del giorno.
    Potessero le mie guance essere di rosea matrice positivista mentre guardo andar via ciò che niente mi appartiene.
    Ma per vil inganno all'occhio nudo della sera, da giovin fanciullo qual'io forse in virtù fui,
    chiudo a roccia quel mio cuore arido di bene per abbandonarlo all'oscuro vigore della forza bruta di Achille!
    Non v'è Ofelia a carpirmi il grembo, non v'è affanno per Desdemona ch'io non sappia;
    al velar del giorno io concedo un pugnale di fiori essiccati ed il guanto torbido del boia nella mano destra del Dio padre. Io sono Dio, come lo sono gl'altri uomini in egual modo;
    Dio, dunque, toglie e concede come gl'uomini donano ed estirpano il bene ed il male.
    E se Dio fra tanti vestiti avesse per caso la tunica dell'amore in qualche angolo risposto,
    allora io, da fratello di Dio, lo estirperei nel fuoco crudele in virtù della vita.
    Amare è un peccato troppo grande per chi non sa comprenderlo o temerlo o gestirlo; il vento invoca tempesta e l'uomo pietà.

  • 15 dicembre 2015 alle ore 18:45
    Orme

    Nullo è il tempo, colmo è il cielo.
    Anima sfuggente tu menti e corteggi;
    e l'infinita ombra che getti sul sole di un giorno
    equivale a mille stelle
    che illuminano un sogno.

  • 08 dicembre 2015 alle ore 15:43
    Sherleay

    Ho cercato di capire cosa v'era di così sbagliato in me e quanto più ci pensavo, tanto più l'idea di dover pensare che avessi qualcosa che non va, non m'andava proprio giù.
    Ero sicuro che varcare soglie di cui mi piaceva l'uscio, era troppo difficile; non a caso, le uniche cose che mi restavano varcare, erano i pensieri e le illusioni che portavo ogni giorno sul capo come avessi perennemente un cappello da giullare.
    Forse essere troppo onesti con se stessi significa porre su quella faccia inebetita mille maschere sognanti per mandar giù la pillola del rammarico.
    Ma non potevo veder realizzato anch'io almeno uno dei tanti desideri che potevo avere?
    Torbidi pensieri, Sherleay;
    sognare è un male troppo grande,
    desiderare è un peccato indissolubile
    e maledire è la soluzione che più mi aggrada.
    Mi restano due occhi e tutto ciò che non voglio.

  • 05 dicembre 2015 alle ore 23:14
    Au revoir Lousien!

    Lousien passeggia lungo il ponte del paese; accanto a loro un lungo fiume addobbato di lucciole festose che ondeggiano lungo il percorso del rivo. 
    L’amour, le France, a dream, nostalgie!
    Caro Luosien, perir d’amor non è mai convenuto a nessuno, tanto meno ai cuori fragili e sognatori come i nostri.
    La poetry is heart, ma se non c’è anche nella mente, poco possiam fare, friend caro.
    Or dunque, goodbye, bonnenuit, ce se vede!

    Se non c'è tempo per un istante, non ci sarà tempo per niente.
    Quindi, triste ed affranto, Lousien, continua a passeggiare; prima o poi una luce splenderà in questo rivo desolato di lucciole affamate.

    Quindi, good luck, au revoir! Ti mando una stella, un bacio, quel che si voglia (tanto, ormai, già sai che più di questo, manco a pagà)!
     

  • 04 dicembre 2015 alle ore 18:50
    Con che colore guardi il tuo mondo?

    Ho peccato; ho cercato negl’occhi di un altro l’oggetto perduto, ma in quegl’occhi innocenti intrisi di diversità terrena, vorrò ancora perdermi.
    Che siano smeraldo, oceano o foglie d’autunno;
    che siano pece, cristallo o tenebra verde, potrei scorgevi in tutti essi la stessa luce;
    la diversità dell’animo che portano che non uguale all’unico che unico, ora, non è più.

    Baciando la mia voglia, stringo le singole mani lasciando che l’anima mia venga trasportata con esse fin dove ella può.

    Fermerò il mio cammino sprovveduto per cercar radici in chissà quale colore.
    E tu, amabile lettore, con che colore guardi il tuo mondo?

  • 08 novembre 2015 alle ore 23:34
    Lupo

    "Al calar della notte, chiunque sarebbe potuto andar bene purchè allietasse l'infimo vuoto che tempo addietro in te fu inabissato. E all'ora già sapevo e tu già ostentavi; e le parole e le distanze, ed i sogni rinchiusi nelle stanze come vuoti a rendere l' insulsa pazienza. 
    Menestrello animale, dove la pelliccia nera del cane bastardo ha nascosto l'amaro sapore di ciò che, sotto alle carni intrise di veleno, già scorreva per la via del rinnego.
    Chiedevo pietà per la furia che il mio fato aveva e, or dunque, tu scendesti nelle vene come fardello oscuro e dirompente.

    Al sorger del mattino, chiunque sarebbe potuto andar bene purchè non fossi io o lei, o loro; per poi mandare baci crudi e così poco dispiacere (tacito sussulto, buffone, severo e colpevole). 
    Dal canto femmina che portavo nel raccontar pur le minuziose illusioni gentili che la notte scaturiva nel cuore, quando l'anima al tocco velenoso d'amore s'abbandonava al pensiero.

    Credesti, in virtù dei tempi, o mentisti per gentil affanno?
    Se avessi monete te ne spedirei cento; cinquanta per il furto e l'altre per il recato disturbo. 
    E quanto futil fù il mio accorato sentimento nella perdita della valida persona qual'eri all'occhio nudo che portavo?

    Oh, illusione malefica! Se stupida fui, ora soltanto posso vederlo.
    E al morir del sole che partorisce la luna dalle sua acque chete, porti via anche quel sentimento macchiato che con ardore bestiale, tu, riducesti a brandelli come cani randagi che si nascondono nel buio delle grotte aspettando che vi entri un'altra anima pia.

    Qual'è il tuo nome? Che ruolo hai giocato? Che parte m'era stata affidata ch'io non sapevo? 
    Il sospetto divenuto certezza, catapulta la realtà strappando l'illusione eterea dell'affetto che ora, misero, cedo ad altri.

    Divora la tua realtà; forse decisione più giusta non presi e se sol ripenso a quanta indecisione portavo solo per tenermi stretto a te, punisco me stesso per tale pensiero ma non una, due ma ben tre volte; alla terza i cani imparano.

  • 28 giugno 2015 alle ore 20:25
    Hasse

    Non porto buone parole per te, angelo nero; mi son cibata della mia speranza troppo a lungo benché, misero stolto qual sono, ho potuto rivederla ancora sul fondo di un’anima che sembrava morta da tempo.
    Sei venuto con la pace in un palmo ed una freccia nell’altro; pronto a tender benevolenza e poi, nel silenzio atroce degl’occhi che non vedono, alle mie spalle piantasti una freccia; l’ennesima.
    Il sobbalzo del mio cuore in una triste verità che tutt’ora celo a chi attenta con misericordia e passione ciò che di me resta e aleggia in questo petto depredato e straziato di ogni buon sentimento che possa solo infinitamente avvicinarsi a quel qualcosa che si chiama amore; l’inganno asettico dell’essere spregevole che mostri.
    Spinto dal tuo malsano dolore per chi con m’è non ha legame alcuno se non le tue maledette labbra addietro abbandonate, venir svelto svelto e quatto tra le mie più intime segrete con dolci parole un ennesima volta ancora.
    Quanto odio dovrò continuare a provare ogni qualvolta che attenti al mio cuore per poi ritirarti senza ritegno o pudore verso costui che dicesti di amare e poi che uccidi con tutto te stesso?
    Nel tuo vil inganno i miei occhi non mentivano; se solo potessi dar ascolto un secondo soltanto a quello che porto ormai da troppo tempo, dovrei ucciderti senza esitare nemmeno per un secondo.
    Allora prendo gli unici brandelli di quel che fui accanto a te e stavolta li getterò in pasto a Cerbero, che ne divorerà pezzo per pezzo fino a sparire.
    E se mai tenterai ancora di varcare la soglia del mio cielo, scalfirò nei tuoi palmi il buio più nero e puro veleno.
    Vi sarà l’aberrazione dal principio roseo dell’amore alla morte indiscussa del tuo nome.

    E piango adirato sulle mie stesse parole; mordendomi la lingua, non voglio altro dolore.

  • 26 giugno 2015 alle ore 19:21
    Momento

    Chissà, ho pensato di dire al signore
    che forse ho peccato,
    che in giro per il mondo un sogno ho trovato,
    che scriver le onde del mare salato
    è uguale all'odor del mosto bagnato;
    che il vento del nord spinge i galeoni
    verso mete del tutto sontuose e minori;
    che i bimbi perduti son figli di tutti
    e che il mio cuor, deluso, non si tocchi.

    Credevo che l'amore fosse il signore,
    ma nel mio petto nemmeno un muscol si muove.
    Col miglio su un dito ed il momento appassito,
    per le via di casa, mi butto, stordito.

    A chi ascolta la mia filastrocca,
    ho gl'occhi chiusi, ossi di seppia;
    il mercante venuto dal mare,
    inventa nodi da amare;
    e la stella più alta del cielo,
    scende giù in terra,
    triste davvero.