username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Daniela Iodice

in archivio dal 19 gen 2012

04 maggio 1991, Napoli - Italia

mi descrivo così:
​Siamo attori di noi stessi e ci perdiamo tra i riflessi di una falsa ambizione costruita sulla notte.

[​Arthur Rimbaud]

23 febbraio 2015 alle ore 10:23

Cantastorie

Il racconto

Ernèst era figlio del mondo; aveva sui trenta e passa anni e aveva viaggiato molto con in spalla la sua chitarra per mari, monti, campagne, montagne, e oceani burrascosi.
Figlio dell’arte, si era trovato per caso nei luoghi più svariati delle Americhe e dell’Europa, cantando e suonando senza sosta. Si era insidiato in tribù, accampamenti, tra persone conosciute e sconosciute che gli avevano regalato emozioni, sensazioni e molte storie da raccontare.
Nel corso del suo viaggio, Ernèst aveva potuto ben vedere quanto bello e sporco fosse il mondo cantandone le lodi e tessendo i suoi ricordi.
Era un tipo chiacchierone, amava le cose belle e le donne; nelle sue mani era passato di tutto (tra droghe e puttanelle, era diventato quasi un Dio in terre lontane).
Quando il viaggio lungo vent’anni lo aveva portato a rincasare nelle terre natie, aveva avuto come il bisogno di narrare quelle storie vissute quasi a non dimenticarle mai.
Chiunque incrociava la sua strada, s’imbatteva in quei racconti fantastici e mistici rimanendo quasi incantato.
La storia dell’uomo dalla gamba di legno in Messico, il vissuto nelle terre arabe nei campi di coltivazione della marijuana, i teatri in Colorado, il mare della California, le band di musicisti neri a San Francisco, le strade di Granada, le bevute a Berlino, gli amici di Porto, il deserto in Kenya, le oasi di Tenerife, i problemi con la legge negli USA, le passioni in Perù, il caos di Londra, i funghi allucinogeni in Olanda e via discorrendo.  
Lui parlava, raccontava e pendeva di bocca in bocca fino ad incrociare la mia.
Un cantastorie vomitato dal mondo, un perenne amante della vita che gli aveva dato tanto più di quanto immaginava e, fermandomi a pensare, posso dire che era stato abbastanza fortunato e coraggioso ad abbracciare così pienamente tutto ciò che la vita gli aveva dato fino a quel momento.
Impavido e pieno di se, credeva che poteva arrivare molto oltre quel limite ed è così ch’è divenuto piccolo cantastorie della città. L’esperienza ti fa bello sicuramente ma se non sai dosare quel bello che ti è stato regalato, puoi quasi cadere, poi, nel ridicolo a parer mio.
Ti si crea un personaggio e poi difficilmente puoi abbatterlo od eliminarlo; ed Ernèst era un po’ così. Dal canto mio, di personaggi, ne ho veduti (non tantissimi ma, per la mia classificazione, abbastanza da non volerne vedere o, magari, frequentare altri).
La sua età avanzata (e che avanza) come per ogni uomo, lo porta a voler ora sicurezza, un cantuccio bello e confortevole dove poter mettere radici e finire la sua vita, si, ma non di certo per me.
Con lo spirito giovane che si trovava, sapeva che in realtà lo poteva abbandonare in qualsiasi momento e così Ernèst aveva deciso, inconsapevolmente, di attorniarsi di tutto ciò che era bello e giovane e quale meglio di fanciulle delicate e piene di vita a cui poter raccontare storie così affascinanti tanto da indurle a pensare “Oh, sì, bel cantastorie (anche se di bello estetico aveva ben poco) fammi tua e dedicami canzoni d’amore!”?
Ma non tutti stanno al suo gioco, o almeno, non io sicuramente; poteva anche affascinare Ernèst ma non era di certo ciò che io volevo o cercavo o addirittura che mi servisse in quel momento.
Il piccolo cantastorie era un ottimo passatempo, dolce e carino per i suoi modi da burlone e cantautore, ma, come si dice, a me non fregava una vera sega! Poteva fare, dire tutto quello che voleva, non ero di certo caduta tra le sue mani come un fagiano o, meglio ancora, come un pesce di mari esotici al suo gentil amo.
Allora avevo capito che da quell’elemento bisognava prendere il “bello”, farlo mio, e trascrivere il tutto senza mai espormi o dare modo di fargli continuare il giochetto delle storie per farmi abboccare.
Ovviamente Ernèst n’era totalmente inconsapevole del perché lui facesse e dicesse, racconta e ama, ride e suona; sembra quasi che a volte passi da persona a persona solo per il bello di elogiare le sue gesta.
Allora posso ben raccontare io una storia, a questo punto; la storia è che un figlio del mondo viaggia, viaggia e viaggia poi ritorna e tra tante persone, imbrocca me.
Si vive passione, dolcezza e persuasione e la storia finisce che lui muore schiacciato da se stesso con solo i ricordi di quel viaggio nelle mani sue vuote.

Bel finale direi.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento