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Racconti di Daniela Iodice

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  • 13 febbraio 2015 alle ore 15:30
    Manifestazione Onirica Del Demone

    Come comincia: E’ come se avessi un demone dentro, un demone dalle mille personalità con un solo volto che ha, nel pugno, la mia anima.
    Gli piace giocarci senza mai fermarsi ed io sono in balia di quel suo gioco, senza potergli opporre resistenza; come se la sua mano confortasse più di mille mani reali.

    Nei miei incubi notturni sogno sempre di sfuggirgli o di farlo mio; persuaderlo a lasciarmi andare o lasciarsi andare a me, ma senza ottenere nulla. Due sono le cose che tento di fare: o lo amo o lo odio ed entrambi sono portati all’estremo essere.
    Questi incubi mi folgorano le membra del cervello; cerco di svincolarmi strappandomi al sonno ma invano, la sua perfidia sa sempre come ammaliare il mio tormento mettendomi a tacere, costringendomi a guardare ciò che accade, inerme, spaventato, con quel poco di coraggio che ancora ho dentro.

    Come una Sindrome di Stoccolma amando il mio carnefice allo sfinimento ma tutto attorniato dalla speranza che, un giorno, tutto questo possa finire.
    Nei suoi vari travestimenti, porta un solo volto; ed io conosco bene quel volto.
    Mi rendo partecipe di quella perversa denudazione, come se mi preparassi e agghindassi per il momento in cui mi potrà torcere il collo, sprofondandomi i pollici negl’occhi scabrosamente.

    Mi annoda il ventre ed i polsi, come carne posta sul fuoco ardente; semina dolore e desiderio senza muovere un passo, come se fossi spaventato dalla sua sola ombra offrendo me stesso all’inferno impetuoso e potrei implorarlo dall'oggi al domani; non credo otterrei molto. Alla fine è tutto qui, nella mia testa e fin quando io vorrò che esista, lui non sparirà ma continuerà a farsi spazio disintegrando tutto ciò che di bello resta.
    Com’è possibile che tanta ombrosità sia nata e radicata dal petto alle viscere? Quando è avvenuta la sua nascita, la sua crescita e la mia agonia?

    La sensazione più irreale e veritiera è: seduto nel vuoto una mano trafora il mio metto, abbraccia il mio cuore e quando gli va di giocare, lo stringe avidamente facendolo sanguinare ma costringendolo a restare in vita. Due ferri agl’occhi per tenermeli sbarrati ad assistere alle immagini che mi proietta nel cervello puntellato da un sottile ago infetto che entra ed esce dal mio cranio bagnando le budella che fuoriescono dal mio ventre spappolato.
    Non so se ho reso l’idea.
     

  • 11 febbraio 2015 alle ore 15:40
    Sessantatré Ore

    Come comincia: Sessantatré ore.
    Sessantatré ore senza mettere un piede fuori.
    Odio il tempo; così linearmente detestabile.
    In dodici ore si possono fare molte cose; in ventiquattro il doppio, ma in sessantatré, beh, il triplo.

    Si potrebbe dire “aprile, dolce dormire” ma cavolo siamo in inverno ed è possibile che in sessantatré ore, non si riesce a fare niente?
    Avevo perso la bussola e non ero molto in me. Steve mi ripeteva che non dovevo demordere, che le cose sarebbe cambiate; piangersi addosso era inutile e che dovevo prendere il mio tempo, organizzarlo, fare, dire, uscire, ecce cc. Che caro amico era quello Steve; anche a distanza sapeva come farmi rinsavire.

    Non vedevo nessuno, non sentivo nessuno, l’unica cosa con la quale parlavo sempre erano quelle maledette sigarette che, però, nel loro far male mi tenevano compagnia. Tra le quattro mura della mia stanza informe, pensavo alle vite che conducevano le persone al di fuori di essa; il panettiere, la signora di sotto, gli uccelli, i ragazzi di ritorno da scuola.

    Scuola. Che bella parola. Quando ero ragazzo mi piaceva molto andarci. Stare con la gente era la cosa che mi faceva sentire bene, una sensazione di sazietà, interezza, benessere fisico e mentale. Ma forse non ero mai riuscito nell’intento di unire utile e dilettevole; o mi dedicavo all’utile passando il tempo libero nell’inutile o mi dedicavo al dilettevole scadendo, poi, anch’esso nell’inutile.

    Eppure c’era qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che era lì, tra le dita delle mie mani irrequiete. Pensieri, parole, immagini, sensazioni e l’unica cosa a cui la mia mente mi riportava era il passato, passato, passato.
    Abbastanza estenuante, direi. Eppure il sole era alto nel cielo, avrei potuto fare qualsiasi cosa. Si, ma cosa?

    Non era la mia aspirazione restare chiuso tra quattro mura e non uscire per sessantatré ore, ma anche se avessi rotto quello scorrere del tempo, non sarei comunque giunto a qualche soluzione. Eppure sapevo che le risposte erano tra le mie mani, tra un dito ed una sigaretta.

    Il caffè, che gran benedizione. Il mattino era troppo bello per passarlo a non viverlo, ma ero troppo rinchiuso in me stesso per far sì che il sole portasse qualcosa di buono. Ero fatto per la notte, per il divertimento, per le illusioni e per l’amore che da un bel po’ non mi faceva visita.

    Del resto, ho sempre fatto così. Nei momenti di inadeguatezza, l’unica cose che mettevo a proprio agio, era il mio corpo e non di certo la mia anima.
    Sessantatré ore; eppure questa parola mi intrappolava e il ticchettio dell’orologio che scandiva ogni secondo, Dio cristiano, era l’apoteosi filmica che faceva vacillare la mia mente.
    Siamo giunti quasi a sessantaquattro.

    Che Dio mi perdoni per tutto questo tempo sprecato a sprecarlo ma se solo mi volesse un po’ più di bene, se realmente vedesse me come uno dei suoi legittimi figli, allora mi darebbe una mano. Una qualsiasi. Magari potrebbe iniziare col darmi l’ispirazione giusta per affrontare diversamente ogni mattino quando, per il troppo sonno, i miei occhi si aprono con un solo pensiero nella mente “sessantatrè ore”; se magari mi facesse svegliare con un pensiero diverso, sarebbe già un inizio. E forse se già mi svegliassi con la frase “sono vivo anche oggi”, forse non sprecherei tutto il tempo a pensare a quante ore sono rinchiuso in casa circondato dalla mia solitudine.

    Oh, Steve! Non sai quanto piacere mi hanno fatto le tue parole; del resto tra amici ci si comprende e ci si rafforza. Spero tu abbia tutte le fortune, più di quelle che hai già e non mi dispiace pensare che, a differenza tua, io sia dannato nell’inferno senza nessuna fortuna alcuna. I disgraziati muoiono soli, non te l’hanno mai detto?
    Se mai verrai a farmi visita, ricordami di non sporcarti troppo con il fluido fetido della mia pazza filosofia.
     
    Sessantatrè ore e mezzo dì appena passato.

  • 11 febbraio 2015 alle ore 3:12
    Occhi Nel Buio

    Come comincia: “Attenta! Non lasciarti ingannare dal triste paesaggio. Ridici su! Non sono che una massa di imbecilli che attendono queste feste per dar sfogo al loro ego! Non farti male”-!
    Non capii le parole di Mia ma la musica distolse la mia attenzione ed a malapena riuscii ad accorgermi che qualcuno mi stava fissando. Per un malore improvviso, fui costretta a dirigermi verso l’immenso terrazzo lungo tutta una facciata del palazzo che collegava la sala principale alle altre venti sale per gli ospiti presso le quali molti gruppi di persone si stavano dilettando con personali giochi erotici e sfrenate orge. L’aria fredda della notte non mi fu mai così piacevole come quella sera. Mi sentii libera e più tranquilla e mi adagiai accanto alla forte ringhiera ammirando la luna che non guardavo da tanto tempo. Dopo un po’, preoccupata per Mia, rientrai nella mischia fetida. Iniziai a insediarmi tra la gente che ballava e rideva; vagavo, toccavo, sentivo, non riuscivo a respirare né a carpire un minimo di dove fosse finita Mia. Ricevetti spintoni, schiamazzi in faccia, chi mi palpava, chi mi invitava a ballare tra un vomito e l’altro e, l’unica cosa che mi ripetevo, era quella di trovare Mia al più presto e scappare via da quel posto, il più lontano possibile. D’improvviso, scorsi una nera maschera dalle sfumature blu acceso con due occhi vitrei dai riflessi aurei incrociare il mio sguardo. Mi fermai e, per un istante, rabbrividii; mi voltai intorno per vedere se mai la vecchia Contessa fosse nei paraggi ma non la scorsi e il mio sguardo si riposò sulla figura nera di quell’uomo inutilmente. Sparito.
    “E’ sparito? Dov’è”-? Mi chiesi mentre lo cercavo con lo sguardo. Ripresi la mia ricerca ma non più di Mia ma di quell’uomo che aveva attirato la mia attenzione. Non lo trovavo da nessuna parte e finii per impazzire quando, ormai stanca del troppo girovagare, del bere e del calore, mi fermai d’improvviso e mi lasciai travolgere dalla massa senza più lottare. Dal nulla sbucò la sua mano che afferrò il mio braccio facendomi rinsavire. Aprii d’improvviso gli occhi e incrociai i suoi.
    “Alzati”-! Mi disse con aria severa.
    “Chi sei… tu”-? Gli chiesi sfinita.
    “Chi sono io, non ha importanza. Alzati e va fuori”-! Mi ordinò.
    Non so perché ma di soppiatto mi alzai e raggiunsi la terrazza con le poche forze che mi rimanevano seguita dall’uomo indiscretamente.
    “Chi siete”-? Chiesi spaventata voltandomi verso di lui.
    “Come vi sentite”-? Chiese impassibile.
    “Meglio, la ringrazio”-! Dissi abbassando lo sguardo quando d’improvviso mi prese il braccio, mi girò il volto col mento e mi guardò negli occhi profondamente. Conoscevo quegli occhi; non li avevo mai dimenticati. Non proferì parola alcuna né si preoccupò del dolore che iniziai ad avvertire al braccio ed al mento. Senza che potessi dire o fare niente, mi baciò perdutamente, avvinghiandosi prepotentemente alla mia vita. Non m’infastidì il suo gesto e non osai chiedere nulla nemmeno quando mi portò nelle mie stanze come se sapesse dove pernottavo. Con violenza mi strappò i vestiti, si tolse i suoi, con passione mi sfilò la biancheria senza mai distogliere ne lo sguardo né la bocca dalla mia. Mi entrò dentro senza batter ciglio, senza chiedermi il permesso, senza togliersi la maschera magari in segno di rispetto e non osò togliersela per tutto il tempo. Mi toccava bramoso, mi stringeva a se, mi palpava come se fossi stata la prima e l’ultima; mi accarezzò il collo, i seni, mi baciava violento penetrando molte e molte volte. Non m’importava di nulla, anch’io con lui mi sentivo persa in quella bramosia dannata; cercavo il suo sesso come una forsennata, accarezzavo i suoi pettorali, lo baciavo sulla bocca e sulla maschera che non volevo si togliesse; i minuti che passavano inesorabili tra le dita delle mani e dei piedi, tra le lingue che si toccavano, incastravano e mordevano, mi avevo fatto capire chi era quell’uomo.
    Piansi ed il mio corpo con me. Consumammo tutta la notte come due animali impauriti lontani dal ballo, lontano da quella vergognosa miscela, lontani dal mondo stesso.
    Al mattino, al mio risveglio, fui sola, lui… non c’era più.

  • 10 febbraio 2015 alle ore 14:33
    [S]fortuna

    Come comincia: La fortuna arriva una volta; poi se la ritenti, scordatelo pure.
    Ma poi davvero si parla di fortuna? Sembra quasi un paradosso. Non è che forse si ha fortuna solo quando i pianeti, le stelle, le persone, la mente e l’anima si allineano? Potrebbe trattarsi di un fatto astrofisico quello della fortuna e potrebbe essere un ipotesi molto romantica del tema in questione ma, se proprio devo dirlo, sembra un po’ tutta una presa per il culo. Quando sembra che la vita prende una piega diversa e positiva, quel periodo dura ben poco e quando dici alle persone che incontri “No vabbè ma io sono felice, sto bene”, cazzo (penso) non dovevo dirlo. Ecco che ti svanisce tutto magicamente e, a volte, anche drasticamente.
    Che strana cosa questa della fortuna; non so mai se crederci fino in fondo o no, se fermarmi a pensare all’essenza vera del concetto di fortuna o meno, vivermela così come va come tutte le cose. Però, quando mi fermo, penso “Che gran rottura di palle”, ed è quello che dico tutt’ora.
    Non ci sono molte domande che uno si può porre per avere altrettante risposte in merito e quindi arrivare ad un punto in cui il filo e la logica si uniscono all’unisono; non ci sono dati certi ne studi abbastanza veritieri che ci portano a capire perché, su questa terra, molte cose vanno così e basta. Ma almeno una cosa risaputa da anni ce l’abbiamo e, come disse un vecchio saggio una volta “La felicità è un attimo”; se fosse realmente così, allora, non posso che pensare “Il mio attimo è arrivato e già passato, aspetteremo il prossimo”. Si, ma se deve essere in eterno, Dio mi aiuti se nel corso delle cose posso rischiare di perdermi.
    Adelaide era stata un punto saliente per la mia andata fortuna, nonostante fosse una persona innamorata della sua malattia (un caso clinico per eccellenza, mi verrebbe da dire). Eppure era stata decisiva ed importante al fine che la mia fortuna si compiesse (magia che ha, poi, abilmente storpiato e rotto data la sua mente malata). Dal bene del pensiero era passata a quello cattivo che si è maturato nel corso del tempo nell’altro emisfero della mia anima.
    Perché le persone devono sempre ingannarci con la “finta falsità” del cuore senza veli ne accortezza? Dio, che rabbia! E non tanto per le cose che ho vissuto in quanto, per l’amor del cielo, era anche normale che andasse tutto male data la brevità del tempo felice, ma proprio dall’inguaribile romantico che sono nel dedicare così tanto tempo, pazienza ecce cc a qualcuno che, inconsciamente, già so che ferirò o che mi ferirà senza pensarci due volte.
    Ho pietà di me stesso ma, almeno, non mi biasimo né mi giudico.
    Se scontrandomi con realtà cattive posso fare cinque passi in più dentro me stesso, allora accetto tutto e vado avanti; almeno posso vivere il restante dei miei giorni con consapevolezze in più su come la gente vive nel mondo.

    Sono incantato. 

  • 08 febbraio 2015 alle ore 16:08
    Fragilità

    Come comincia: Ferma nel campo di granoturco, aveva un soprabito blu e delle scarpine da signorina bianche con piccoli girasoli. Camminava leggera toccando le spighe una ad una aspirandone il profumo secco. Si ricordò del suo sogno; era davvero quello il momento di andarsene? ... si. Rosa era sicura che avrebbe abbandonato per sempre quel posto e tentò di catturare con lo sguardo, con l’olfatto, con le mani e con l’udito tutto ciò che apparteneva a quella terra che avrebbe amato per l’eternità. Dopo di che andò via. Partì distaccandosi da quel mondo che amava più di se stessa, portando via con se solo il ricordo di un infanzia felice. Isidoro non seppe, se non al pomeriggio inoltrato, che Rosa era partita. S’era allontanata dal suo cuore e dalla sua bramosia. L’aveva abbandonato come fece sua madre molto tempo prima. Scomparve così la figura di Rosa tra quel grano, tra le stanze del casolare, tra la stradina tortuosa accanto alla sua casa, la sua risata cristallina che la si udiva al di là del campo. Non avrebbe più sentito le sue dolci ed esili mani sui suoi vestiti, le sue dita affusolate slacciargli le scarpe, il solletico provocato dai suoi capelli sul suo petto nudo, le sue labbra scarlatte col sapore di ciliegia; non avrebbe mai più incontrato i suoi occhi dal graffio felino, non l’avrebbe sentita più parlare, sbraitare irritata contro gl’insetti, non avrebbe più fatto l’amore con lei, ne litigarci, ne parlarci spensierato del lavoro, dei progetti insieme, delle sue erezioni ad un solo sguardo malizioso. I suoi giochi infantili insieme a Rosa erano finiti in un soffio di vento, in un giorno indescrivibile e mai immaginato. Si sentì lacerare le viscere, una tristezza ammorbante e dolorosa pervase il suo corpo. Si sentì mancare delle sue forze, delle sue lacrime, del suo stesso dolore. Rimase immobile in piedi a guardare la lettera che Rosa aveva lasciato. Incurvò i sopraccigli scrutando la busta che conteneva la lettera, come se fosse trasparente e vi si poteva scorgere le parole come “perdonami” oppure “dovevo farlo”. Ma nella lettera c’erano tutt’altre parole che non corrispondevano a quelle che lui pensava avesse scritto. Voleva abbracciarla ancora, respirare l’odore dei suoi capelli strambi, sentire la sua corporatura esile vicino alla sua, vedere le sue labbra tinte di rosso ed il sapore di crema e di finto, voleva passeggiare ancora tra il grano e sentirla dire per un ennesima volta che l’amava. Tutto svanì disperatamente. Il sogno infantile in cui s’era rifugiato con lei s’era spezzato e lui s’era destato nella vita cruda ed amara che l’attendeva da molto. Ma il tempo gli aveva insegnato che piangere era inutile e soprattutto stupido. Era il cuore che stava piangendo e si feriva con le sue stesse mani. Guardò dappertutto, in ogni angolo, spigolo, punto della casa. Notò un tavolino basso messo da parte e sedie altrettanto basse con una lettera posta sopra che attendeva d’esser letta. Alla vista del tavolino s’intristì. Si ricordò di quando le chiese di comprare un tavolo con delle sedie e che lei si era rifiutata perché quella casa troppo bella già in quel modo. Sorrise tristemente, come se avesse sorriso a lei. Prese l’altra, quella datagli dal padre, ed iniziò a leggerla. La fluidità delle parole scritte prese corpo ed il discorso fu così incalzante che sembrava fosse stata lì a parlargli di persona. Cerano scritte frasi tipo che “Il tempo passato insieme è un tempo che non finirà mai. L’amore che mi lega a te è immenso. Odiami, maledicimi quanto vuoi, io non posso biasimarti. L’età infantile che s’è bruciata in un soffio di vento, non terminerà mai, Isidoro. Il tempo c’ha insegnato ad accettare le cose, c’ha forgiato, c’ha accolto. Adesso dobbiamo andare ognuno per la propria strada, quella strada che ci siamo creati entrambi nel nostro piccolo.” E poi “Io sono cresciuta lontano da tutto e da tutti. Sei stata una presenza nuova e confortevole, sei stato un maestro di vita per me, un amante, un amico, un fratello. Ho imparato molte cose standoti accanto, adesso è tempo che impari altre cose andando via perché questa è la mia strada. Tu... troverai la tua” -. Isidoro tacque; rileggeva sempre le solite parole per vedere se mai qualcuna gli dava speranza nel credere che sarebbe, un giorno, ritornata. Ma nessuna lo incitava ad amarla ancora, tutte stroncavano l’età dell’amore ormai passato. Poi s’alzò, girò la pagina; c’era scritta solo una frase. Breve ma molto significativa;   “Aspetto un figlio.”   Non dimenticò mai Rosa e non accantonò mai il suo amore per lei. Si perse nei ricordi, come suo padre. Continuò la sua vita ribelle, ad avere i periodi “si” e quelli “no”, aveva sempre i capelli ribelli schiariti per il sole e arruffati, continuò a dirigere il suo bar nel centro della città, si occupò del casolare, del padre e della casupola.   Rosa sembrava fosse svanita; come una bolla in mezzo al vento, trasportata chissà dove in un giorno di primavera.

  • 15 gennaio 2015 alle ore 20:58
    Emotività

    Come comincia: L’emotività non può essere spiegata a parole; l’emozione è soggettività dell’anima.
    Per quanto mi riguarda, so di essere una persona abbastanza emotiva e, contemporaneamente, anche molto vuota (quando non voglio, ovviamente). Il nostro emozionarci cambia da cosa in cosa, o persona e persona e sono anche certe scelte a renderti più o meno emotivo verso il mondo.

    Come la famiglia; non possiamo scegliere in che famiglia nascere o che parenti avere a seconda di come siamo e come viviamo le giornate. In questo caso, c’è sempre chi sceglie per noi nell’infinito evolversi delle cose.
    Non ho mai scelto la mia famiglia e, se si potesse fare, avrei preferito un’altra. I contrasti familiari se sei troppo emotivo, ti possono cambiare e plasmare a loro piacimento arrivando ad essere una persona che possono amare od odiare ma questo, poi, non dipende nemmeno tanto da noi stessi perché è abbastanza accertato che, per quanti insegnamenti giusti possono darci, una volta entrati nell’età del pensiero proprio, dell’andare contro corrente da adolescenti, nulla può essere tenuto sotto controllo. Alla fine, alleviamo noi stessi in base a quello che c’è fuori, a come essere o diventare, cosa pensare in situazioni spiacevoli e non, a quali logiche ricorrere nel caso qualcuno cerchi di contrastarci. E’ tutto un fatto di logica, se rifletto.

    Amo molto ciò ch’è stato ma, col tempo, non tutto è andato come speravamo. Quando il caso coglie il tuo stelo falciandolo senza indugio, non ti resta che un fiore morto che non puoi più piantare. Le domande soccombono e l’unica cosa certa che hai è che quello che avevi due secondi prima, non ce l’hai più e sai che sarà così sempre. Lì subentra il cambiamento. Le tue logiche iniziano ad attivarsi, il cervello produce una rete di informazioni reali e irreali, il cuore le racchiude e il pensiero le classifica; il tuo essere si plasma. Se l’uomo fosse un calcolo matematico, possiamo dire che in sé potrebbe racchiudere una serie di algoritmi infiniti, un rebus, informazioni su informazioni portando i numeri ad impazzire. Ed è per questo che i pazzi impazziscono; perdono il controllo dei loro numeri e iniziano a darli!

    Che metafora divertente. 

  • 14 gennaio 2015 alle ore 19:26
    Pregh(era)

    Come comincia: Alla fine, le sorprese, non mi sono mai piaciute; un po’ perché ormai son anni (se non da quando ero bambino) che non ne vedo.
    Le sorprese migliori sono quelle che facciamo a noi stessi quando perdiamo, per un attimo, la connessione col mondo e le cose accadono perché le decidi tu, o lui o magari quell'altro e l’ottanta percento dei casi non è mai una sorpresa; se ti muovi per logiche ci arrivi senza stupirti troppo. Sono diventato cinico anche in questo, Pech.
    Mi sento pesante da solo e vorrei non stare qui a pensare o parlare troppo; ma come si fa? Alla fine la vita non è altro che attimi che vivi ponendoti domande e cercando risposte. Sono così sfiduciato che tenterei il suicidio se servisse a liberarmi di tutto questo vivendo comunque lo stesso.
    Tu credi davvero che ciò possa accadere?
    Non faccio altro che pensare al passato, il vecchio, l’andato… anima mia, povera anima mia! Così giovane ma già privo di tutto.
    C’è stata sofferenza, nemmeno troppa (non voglio dire molta o poca, alla fine ogni uomo ha le sue anche peggiori delle mie se pensi all’Africa nera malandata e gettata nella fame); voglio solo uscire da questo vortice lugubre di pensieri! Si! Perché sono i pensieri che mi incatenano al brutto passato e non avendo un roseo futuro (o meglio, un sereno presente) non posso che raccontare di quello che ho di ieri che porto oggi.
    La serenità non so nemmeno più cosa sia; ho sprazzi di rimembranza qua e là, così, per caso. E quando penso “se il mondo venisse capovolto, come una clessidra, forse tutto inizierebbe a scorrere nuovamente con la stessa linfa iniziale”, non riesco a capovolgere quella clessidra (sarà sicuramente perché non voglio, e quindi stupido quale sono, resto fermo in catene dove il boia son io stesso e questo è al quanto grave).
    Pech, io devo andare; devo partire. Questa terra non soddisfa più il mio animo, non voglio pene addosso ma, purtroppo, ne porto.
    L’unica cosa che chiedo all’Iddio è cancellare la mia attuale esistenza, donandomene un’altra.
    Pregherò per questo.
    Pregherò per me.
    Pregherò.

  • 08 gennaio 2015 alle ore 21:44
    Reminescenze

    Come comincia: L’uomo diviene straniero quando s’imbatte in qualcosa per lui sconosciuto e, nel capire quel mistero, danneggia. Come l’amore per Lorenil che, divenuto incontenibile, dal puro si passa allo sporco senza accorgersene e quale peggior inganno del bello che si trasforma in brutto per nostra mano?
    Perché l’amore è vile! Semplice inganno nato per soddisfare l’anima! E tutti devono sapere quanto sia già macchiata in origine (per quanto vogliono farci credere di Adamo ed Eva e il peccato originale). Non sono altro che fandonie per giustificare l’essenza più effimera dell’anima umana, del perché si faccia il bene e il male, della costruzione di famiglie, società, intere nazioni! Iddio ci ha puniti con l’intelligenza! Prenda un animale a caso, ecco, una formica ad esempio; avrà sicuramente il suo ruolo sulla terra nel suo ecosistema animale ecc ecc, avrà le sue colonie, sudditi, re e regine e tutto un sistema regolatore. Ma si è mai sentito di una formica che governa la Terra? O che noi poveri esseri umani sottostiamo alle loro leggi? Ce ne infischiamo altamente! Razziamo terre, sfruttiamo il bestiame, ce ne cibiamo o alleviamo per cibarcene. Abbiamo creato soldi, fama, potere, onore, disperazione verso nostri stessi simili! Come lo spiega tutto questo, Pech?
    Non può farlo per il semplice fatto che non si può.
    Ed è qui che gioca l’amore! Non v’è inganno più dolce di quello, persino di un bignè (il più squisito). Siamo come api bisognosi del nostro nettare e ci fiondiamo ad assaggiarne il gusto con l’avidità dell’uomo (e non col senso del dovere dell’ape verso il proprio frutto).

  • 12 dicembre 2014 alle ore 18:55
    Seduta Numero Quattro: Scelta

    Come comincia: Alle volte bisogna scegliere, Mr Pech.
    Non si può restare per troppo tempo in bilico senza cercare di capire o allearsi con una delle due parti che separa il nostro corpo.
    Ben sappiamo quanto la mente ed il cuore possono essere alleati e nemici struggenti sia in bene che in male.
    Ma l'attimo della scelta è essa stessa difficile da comprendere o da accettare e quindi viviamo in balia di stati d'indecisione così stupidamente pesanti.

    Questo accade perchè le verità spaventano così profondamente che, trovandoci ai ferri corti, una scelta può fare la differenza; ma come? e, sopratutto, quale?
    Se fossimo stati indovini sarebbe stato tutto più facile ma, per l'appunto, non lo siamo e se speriamo che qualcuno ci indichi la via nei casi più bonari o che qualcuno la prendesse al nostro posto a discapito della verità stessa presente o negata, è meglio che ci uccidiamo.
    Siamo nati come esseri pensanti e non dovremmo pretendere o lasciare che altri decidano per noi; sbagliata o giusta che sia, una decisione va presa e quindi, come ogni causa ha una sua conseguenza, prenderci quello che ne viene senza la presunzione di poter dire "se non avessi fatto nulla era meglio".
    Dobbiamo comunque essere preparati all'ignoto, qualsiasi radice abbia.
    Giusto, Mr Pech? 

  • 10 dicembre 2014 alle ore 17:53
    Seduta Numero Tre: Accettazione

    Come comincia: L'uomo è un essere fondato sull'egoismo, Mr Pech.
    A modo nostro, lo siamo tutti e lei lo sa meglio di me per il mestiere che pratica (se mestiere si possa poi definire, senza offesa ovviamente).
    Non capisco, allora, per quale ragione ci ostiniamo di continuo a dare colpe lì dove l'egoismo prevale; che sia in un rapporto amichevole, che sia la famiglia, che sia occuparsi di un animale, di una donna.
    E come se, cresciuti con dei certi e improbabili "sani principi", le persone, poi, perdessero di vista proprio il senso dell'esistenza stessa.

    Ricordo l'egoismo dei bambini, quello dei giovani adolescenti e ho potuto ben sentire su pelle, le crude e reali parole egoistiche degli anziani.
    Non crede, Mr Pech, che a modo nostro siamo tutti egoisti?
    Allora perchè continuare ad incolparci di atti, fatti, resoconti e scontri?
    Ah, caro amico, se nella vita tutto ciò non esistesse, in molti non avrebbero mestieri e se il lavoro diventa precario, di cosa si ciberà la gente? Quali sogni rincorreranno? 
    Mr Pech, posso ben dirle, si! Di egoismo ne ho veduto parecchio e lì dove ho peccato anch'io, guarda caso, il dito puntato è stato posto sempre e solo contro di me.
    Non può esserci tranquillità in una vita che non è fatta che di egoismo o dove vige semplicemente, come diceva Darwin, la legge del più forte, o sbaglio?
    Lei crede realmente ad un ipotetico stato sociale in cui esistono buoni e cattivi? Non prendiamoci in giro, dottore; siamo tutti buoni e siamo tutti cattivi e quando una delle due prevale, è lì che esce poi fuori la scelta della parte in cui vogliamo stare.

    Le anime pie sono rare.
    Chi è totalmente pia è martire e vittima di se stesso;
    chi accoglie dentro di se solo malesseri e violenza è il cosiddetto carnefice, se proprio vogliamo ben dire.
    Ma a noi umani piace scambiarci di ruolo quando subentrano altre cose dentro a muovere i nostri passi.
    Siamo così volubili e incoerenti che l'esistenza stessa di Dio fa quasi ridere se la paragoniamo alla nostra.
    Dico bene, Mr Pech?
    A volte anche facendo il fin troppo bene è comunque dannoso e non esistono modi o metodi da mettere in atto per vivere meglio; c'è solo misera e caritatevole esistenza dell'accettazione.
    Frivola e cruda accettazione della vita che, parliamoci chiaro, non è altro che questa.

  • 10 dicembre 2014 alle ore 16:15
    Seduta Numero Due: Omissione

    Come comincia: Nella notte mi capita spesso di alzare lo sguardo al cielo e mi piace pensare che, in quel nero infinito, ci possa essere una stella da qualche parte che brilli, che bruci e pulsi per me, Mr Pech.
    Non desiderebbe anche lei una lucina in alto, raccolta in un cantuccio di cielo, che la rassicuri dalle anime nere che annebbiano il suo cuore? 
    Penso; poi ripenso su quello che ho pensato giusto due attimi prima. Mi pongo troppi perché con poche (se non nessuna) risposte.

    Sa cosa le dico dopo tutto questo farfugliare di parole, opere o missione, Mr Pech?
    Che passiamo troppo tempo a morire dentro che godere del privilegio di vivere.

    E così mi immergo nuovamente nell'omissione del pensiero stesso, fingendo per istanti dopo, che nulla è stato se non una fugace alzata di capo da quella sottile linea d'orizzonte che separa acqua dall'aria.
    Ho ben spiegato? Spero.

  • 10 dicembre 2014 alle ore 16:14
    Seduta Numero Uno: Cinismo

    Come comincia: Mr Pech, ha mai provato la sensazione di stare fermo in un posto con il mondo fuori che gira, rigira, senza mai sentire dentro quel movimento? 
    Avere gl'occhi aperti, vivere respirando senza però avere un idea di quello che stai guardando?

    Sa cosa penso, Mr Pech?
    Che il vero non è più vero, che alba può essere tramonto senza che te ne accorga nemmeno; che la pioggia non cade più dal cielo, ma spruzzo di pozzanghere profonde; che non si parla più per emozione ma per induzionee che iddio mi sia testimone se il 'portafede' non sia il diavolo.
    Ho goduto di vili inganni, ahimè! Per il tempo troppo fù e, nonostante cieco, la felicità zampillava sfarzosa sulle guance. 
    Ma ora Cinismo è il mio Dio e forse, a mio malgrado, meglio crudel inganno che misera accettazione.

  • 09 dicembre 2014 alle ore 15:25
    Sogno D'Inverno

    Come comincia: Si era presa un bacio come se le mie labbra in quel momento fossero state labbra qualsiasi, di poco conto, solo per il gusto di baciare o provocare.

    Rubare un bacio è raro per una prostituta; loro hanno delle regole rigide, un sistema chiuso e comune a tutte e sentire le sue labbra sulle mie mi provocò al quanto sgomento.

    Le sue folte e lunghe ciglia sembravano ali di pellicano che le contornavano gl'occhi in modo candido ed austero.

    La conoscevo bene; forse solo quello che lei voleva mostrare, eppure, tra tante amiche a girarle intorno senza tregua (come scalmanate in cerca di qualcosa da fare) mi strappò un bacio colto alla sprovvista.

    Eh si, sapevo che fosse stata legata a qualcuno che conoscevo in passato, ma lei sembrava non dar peso ai ricordi tanto meno a chi fossi io; e così nel suo bacio, la mia lingua sgattaiolò furtivamente senza ritegno nella sua, prendendola per i suoi lunghi e scuri capelli, chiudendo gl'occhi e poi allontanandola da me in un lampo.

    Oh, bella prostituta nell'animo, cosa ti avrei fatto se il mio stupido intelletto non mi avesse fermato; seppur vissi tutto questo tra le membra di un sogno (coccolato dalle mie lenzuola calde e sporche di liquidi precedentemente espulsi da colui che fu suo compagno) ho avuto la lucidità di gettarti via e tu, benchè bella ma senza ritegno, mi hai parlato come nulla fosse accaduto, come se quella tua lieve memoria che porti non ti avesse toccata nemmeno per un secondo.

    L'angelo corvino dei sogni mattutini mi spezza in due il cuore; guardo chi con lei osò progettare una vita gettata, poi, per un suo capriccio di donna. Ma come fare a dimenticare quel bacio strappato, nonostante sia avvenuto nei sogni miei di arrapato cialtrone?

    Oh, si, beh! Son sogni ed ora son desto, fumo sigari e prendo caffè.

    Lasciamo ai sogni quello che videro; il resto lo tengo per me.

  • 09 dicembre 2014 alle ore 15:22
    Inconcludente

    Come comincia: Guardarsi allo specchio e vedere in un’unica figura racchiuso tutto il suo senso fino a quel giorno.

    Cosa siamo? Cosa potremmo essere e cosa siamo stati?

    Florence era un cumulo di pensieri e parole che non riusciva a mandar giù, eppure era tutto lì, in quella esile figura di donna che a volte detestava ed amava con tutta se stessa.

    Ermès era un punto debole che andava domato e benchè sapesse quanto tumultuoso potesse essere il suo animo di fronte a lui, riusciva poco nel suo ingenuo intento.

    Ermès era geloso ma poco lo dava a vedere e quando Florence dava alito ai suoi piaceri verso altri senza il benchè minimo accenno di negazione da parte del suo essere, Ermès impazziva.

    Sapevano entrambi che una qualsiasi tipo di relazione amorosa era al quanto improbabile e impossibile per i due caratteri troppo simili e diversi al tempo stesso, ma nonostante tutto, le menti delineavano sentimenti ed emozioni così fine a se stessi che cadevano, poi, nel ridicolo.

    Poteva mai Ermès porre fine alla sua vita passata e gettarsi a capofitto senza pensieri alcuni tra le braccia di Florence?

    E Florence poteva mai fare altrettanto nei confronti del suo dolce ed irrequieto amante?

    Non credo, non adesso almeno; ma non avverrà mai.

    Troppe donne e troppi uomini avevano goduto dei loro corpi ed entrambi avevano assistito a gran parte di tale effusioni.

    Si erano tenuti presenti per entrambi nei loro corrispettivi piaceri per dormire, poi, l'uno accanto all'altro assaporando infinite sere di godimenti reciproco, soli, rinchiusi fra quattro mura.

    Ermès racchiudeva in se parole come “Poteva ma non si può” “Vorrei ma a cosa servirebbe” mentre Florence camminava con “Se si potesse ma non vorrei” “Sarebbe carino ma meglio di no”.

  • 22 aprile 2014 alle ore 1:11
    Il Sogno Di Annètt

    Come comincia: Annètt era all'uscio di mattoni e davanti a sè distese di verdi rugiade notturne.
    Fumava, lei, con il suo scialle nero arancio che le copriva a stento il petto; i suoi capelli raccolti erano troppo pesanti per l'esile collo.
    Guarda la penombra sui cipressi cullati ed ogni movimento lento era un pensiero che nasceva e si compieva nella nascita di un altro.
    E suoi occhi neri semichiusi per abbandonarsi alla tranquillità del luogo.

    La bella Annètt sola nel suo mondo inguantato dall'illusione di una qualche possibilità di riuscita.
    Quanto fragile può essere una goccia di rugiada nei pensieri eterei dell'anima illusoria di un uomo?

    Annètt inala l'ultimo respiro di quiete, poi si volta e varca la soglia; piccoli passi su marmo, la leggera mano posta sulla nera ed esile ringhiera.
    Nella sua stanza la gatta bianca che dorme sicura nei suoi vestiti e stanca del troppo sognare, china si posa su morbidi pensieri, assopendo se stessa in concessione a Morfeo.

  • 20 aprile 2014 alle ore 21:12
    La Primavera Di Balòn

    Come comincia: Balòn credeva ai sogni, amava i fiori e desiderava il sole.
    Passeggiava spensierata per le strade della città con la musica nei passi e la speranza nel cuore.
    Diffidava della gente e l'amava al tempo stesso; tre ore di solitudine e mille di compagnia.
    Questa era Balòn; una ragazzina persa in se stessa troppo furba per il divertimento, troppo ingenua per scelte importanti.

    Una sera Balòn incontrò per caso un uomo durante il suo lavoro; persona socievole dal simpatico approccio straniero: Mallè.
    Mallè coltivò il cuore di Balòn con regali e divertimenti, semplice compagnia, svago, pena e ingenuità straniera.
    Ma Balòn cercò di porre limiti ad ogni altra forma di pensiero se non semplice predisposizione all'essere socievoli.
    Il suo era un periodo così strano che decise di prendere tutto ciò che le veniva dato senza però essere troppo disponibile; per quell'essere straniero spuntato all'improvviso in una sera dove beffardo fu un alcolico sorriso, nulla diede se non amico caro.
    La purezza delle donne è troppo casta per la mano esperta di chi, per sopravviver in terra straniera, molto gli fu insegnato.

    Nei primi dì di primavera, Balòn fu portata da Mallè nel paradiso terrestre della stagione; fiori, piante, prati, alberi e buon sole.
    Risi, vapori magici, alto in cielo il sole del meriggio, assorta nell'inebrio del rilasso paradisiaco, la mano bramosa colse il collo di Balòn.
    Nel suo pugno stracci e morsi, silenzi vegetali e la macchia rossa del peccato spruzzata sulle candide e bianche margherite in sboccio. 
    In attimi quieti, cruda violenza tolsero vergini pensieri.

    Balòn, tramortita, pensò che anche in paradiso v'è la crudeltà dell'uomo che innaffia, con premeditato intento, le argute voglie del dissenso.

  • 15 febbraio 2014 alle ore 17:28
    Terre Lontane

    Come comincia: La vita continua.
    Seduto sui gradini del mio giardino, mi ritornavano alla mente molti episodi della mia vita passata.

    Ermès aveva ragione quando diceva “che la vita è vita quando i colori, le immagini, le persone e le parole ti rimbalzano negl'occhi quando meno te lo aspetti” e guardando infinite distese di verdi terre non potevo che dagli ragione.
    Il sole era l'unica cosa che poteva riscaldare il mio cuore e benchè spesso assente, quando appariva era una calda mano sul viso.

    Ermès era il mio sole sempre lì a portata di mano e quando mi accorgevo di questo, cercavo di chiudere tutte le finestre al fine che non potesse mai andare oltre quella soglia.
    Pablo mi scuciva avidamente ed Ermès riempiva.
    Non ho mai capito se ne fosse al corrente o meno, Ermès non parlava facilmente; i suoi pensieri erano a me celati nel mistero e forse, alle volte, era meglio così.
    Sapeva dare ogni singolo “tutto” con parsimonioso segreto.
    Pablo avrebbe anche avuto il mio cuore ed il mio passato ma Ermès aveva la mia anima, custodita in un piccolo angolo di se stesso in attesa della sua fuoriuscita.
    Aveva nelle mani il mio “vero me stesso” e, per quanto fosse difficile (alle volte) sopportarlo, lui teneva stretto tutto come in una morsa sanguinosa.
    Non potevo possederlo interamente; l'errore porta con se insegnamento ed esperienza e porre il medesimo errore nel mio presente, sarebbe stato sintomo di stupidità.

    Ermès era un uomo libero ed un uomo libero non imprigiona se stesso in un dubbio mistico e disonesto.

    Ermès poteva amarmi come voleva; ed io?
    Potevo amare Ermès come volevo?

  • 14 febbraio 2014 alle ore 0:47
    Erotismo

    Come comincia: Ho desiderato il tuo corpo; ho desiderato mi toccassi così, dolcemente, come toccassi una preda pregiata senza che essa venga rotta, tagliata, deturpata da un tuo violento gesto di possedimento.

    Ho desiderato mi sfiorassi le labbra con le dita, a piccoli tocchi, per testare la morbidezza della pelle candida che non tocchi da tempo e poi, sempre più giù;
    ho implorato che desiderassi i miei seni collinosi, che testassi quanto i miei capezzoli fossero duri al sol pensiero che tu, bestia, stai toccando con la punta del tuo desiderio più acuto.

    La tua mano callosa sul ventre morbido e sinuoso scivola;
    ho desiderato mi penetrassi così e ho immaginato il tuo sesso dentro di me, prima piano e poi forte, sempre più forte, così forte da farmi vacillare, da farmi desiderare si sdoppiasse per penetrare anche la mia cavità orale che tu, da bestia, penetri con le dita che s'intrecciano con la mia lingua bramosa mentre stacchi la tua mano dal mio basso ventre e lecchi il sapore della tua vittoria erogando nella bocca il sidro del piacere più e più volte, tenendomi stretta a te con le tue braccia possenti e ardenti di me su di te.

    Ho desiderato tutto questo in un istante toccando me stessa come se tu stesso lo facessi.
    Ho inserito le mie dita dentro di me e con la forza della gloriosa fantasia che ho di te ho immaginato il pene che mi penetrava ovunque fosse possibile entrare, come se avessi avuto un palo di ferro tra le cosce pronto a donarmi piacere eterno.

    Oh si, cos'ho desiderato! e i tuoi occhi che mi guardano dimenare il corpo in un vortice di spregevole passione erotica che non riuscivo a spegnere nemmeno assopendomi tra il calore delle lenzuola che non sapevano di te ma io si;
    emanavo il tuo sapore da ogni singolo poro del mio tessuto epidermico che urlava il tuo calore dentro, sempre più affondo.

    Mi sono sfinita da sola pur di sentire, in un'attimo di assenza, il tuo possedimento corporeo.

  • 25 settembre 2013 alle ore 18:23
    25/09/2013

    Come comincia: Campane; leggero rintocco di esili campane, una strada semi deserta e i cancelli della chiesa che vengo aperti.
    Il chierico custode tira a se i cancelli che oscillano con un leggero rumore metallico di chiavi contro il ferro; apre un'anta e poi l'altra.
    Porta occhiali da vista, i capelli brizzolati più nel bianco candido delle nuvole che nel suo originario colore giovanile.
    Ed eccoli lì, i praticanti devoti che entrano man mano, varcando la grande porta grigia e tetra di una brutta e semplice chiesa di strada.
    Passo accanto alla scena come un fantasma.
    Al chè, d'improvviso, gl'occhi s'incontrano col chierico, uno sguardo di assenza combacia attraverso sottili lenti di occhiali; poi il proseguo del cammino verso il luogo dove mi stavo dirigendo.
    Il chierico custode mi conosce; nel mio passare spesso accanto alla chiesa ho incontrato più volte quella scena.

    "Ora questa chiesa ha anche un custode? Da quando?" mi chiedo.
    Eppure si, ora c'è, non so perchè, le cose cambiano da un giorno all'altro o forse da tempo ormai, ma non me ne sono mai accorta e oggi si, l'ho fatto.
    Adesso non è più il vecchio parroco ad aprire i cancelli ai fedeli; ma un uomo comune, uno di quartiere (chissà perchè) lo fa.
    Non lo so perchè, di certo sarà il mal di testa, ma questo scontro di pensieri mi ha leggermente toccato.
    Sarà che andavo dal dottore (per l'ennesima volta) e che, come sempre, prima di ogni partenza, c'è sempre qualcosa che non va e, a malincuore, è sempre la stessa cosa che non va; la sfortuna.
    Si; a volte ci credo in queste cose perchè se no non si spiega come mai ogni volta faccia una scelta importante e c'è sempre qualcosa (la stessa) che sbuca quasi per magia.
    Arrivato ad un certo punto posso solo pensare che non è tanto quella a colpirmi, ma chi usa quella per colpire se stesso.
    Sapendo quanto sia essenziale, in tutti i modi (sempre lo stesso) sa come colpirmi dritto all'anima.
    Ma mi dispiace cara persona sfortunata, non mi lascio ingannare di nuovo; la morte  giunge per tutti e dato che di morte non si parla, nei tuoi bei ottant'anni, io ti lascio senza ripensamenti.

    Ho mal di testa, quindi basta.

  • 27 maggio 2013 alle ore 18:07
    Sotto le note di un Sax Blue

    Come comincia: “Mi suoni qualcosa, Pedro? La mia vena malinconica vuole una melodia di sottofondo, amico mio”-! Riuscii a dire sotto gli occhi incuriositi di Pedro.
    “Va bene, come desidera il nostro principino”-! Disse prendendo in mano il suo sax.
    Iniziò a suonarlo con cura, in modo delicato e passionale, come se quel suo piccolo strumento musicale fosse la donna che tanto aveva bramatoe fu così che, quando smise di suonare, gli domandai:
    “Hai mai amato qualcuno come ami e ti è a cuore quello strumento, Pedro”-? Chiesi fissando il vuoto mentre la melodia del suo sax era ancora viva in me e scorreva inesorabile anche se terminata.
    “Eheh.. ma che ti prende? Nessuno può competere con Blue, il mio incredibile sax”-! Disse pulendolo con un fazzoletto ricamato mentre sorrideva.
    “E’ il suo nome,vero? Blue, il nome di quella donna, eh Pedro”-? Dissi con un sorriso beffardo mentre lui, stupito, si fermò e si voltò a guardami mentre io, che m’ero alzato, lasciai la sala.

    Non lo disse mai, Pedro, ma il suo sax glie lo aveva regalato qualcuno di speciale. Mai avrei pensato che il suo nome corrispondesse a quello della persona a cui avesse tenuto tanto in passato; credo che il vedere le donne come oggetti del sesso e portatrici d’ignoranza, fosse dovuto al fatto che dopo quella persona, mai nessuno più vi sarebbe entrato in quel suo gelido cuore.
    Cercai di capire più che chiedere ma non tutto mi fu chiaro; quello che sapevo, era che la sua donna fosse morta in un qualche incidente nel suo paese natio e quel che mi spaventò di più, fu lo scoprire che lei fosse sua sorella adottiva. Vedere con quale cura egli desse al suo sax, mi fece riflettere su che tipo di persona potesse mai essere la sua donna.
    Scorgere l’amore, l’affetto e la comprensione di quell’uomo gelido verso un oggetto come una persona, mi portò a pensare che dovesse far parte della famiglia, e un po’ c’azzeccai.
    Domandai a Lilly qualche informazione sul nome del sax chiedendogli che nome fosse mai Blue e lui mi rispose dicendo che non tutti i nomi sono veri e che ci sono alcuni che richiamano un certo ricordo ,o che si riferiscono alle iniziali di qualche luogo o semplicemente al cielo blu che stava ad indicare il paradiso delle anime perdute.
    La cosa che mi colpì profondamente nel corso degli anni, era che lui non stette con nessuna donna in modo fisso e serio; la sua vita fu inondata di avventure e morì col ricordo fisso del suo tormentato amor perduto.

  • 04 aprile 2013 alle ore 12:28
    Preambolo

    Come comincia: Cari signori, signore, tante storie si son udite nel corso del tempo e cosa possiam mai dire se le storie sono belle, se il sogno incantatore distrutto scioglie i cuori? 
    Allora andiamo avanti; l'amore di Gora per il suo amato Graziano che in terre lontane dimentica la sua amata compagna, innamorandosi del mondo meno che di lei stessa.
    Il caro Graziano che lacrime di gioia versò nella sua felicità di amare Gora e nel tedio dell'amore, come ben sappiamo tutti noi, il suo svanisce tra cenere e rammarichi verso chi, unica e sola, l'aveva completato. 

    Baciando sprovvedutamente Aphrodite, dea dell'amore, portiamo le mani al petto e va in scena l'affezione. 

  • 21 marzo 2013 alle ore 14:50
    La Partenza

    Come comincia: Non riuscivo più a tenere a bada quei miei sentimenti contrastanti; in quel momento il mio corpo voleva avvinghiarsi al suo, immergersi in una passione senza fine ne tempo arrivando a sentirlo dentro di me con una chiara luce e fu così che lo baciai, ripetutamente, sulla bocca sua stupita quanto il mio cuore. Sentivo il trepidare delle sue mani che tentavano, in vano, di separarmi da lui, il palpitare del suo cuore sfrenato ed insicuro, la sua lingua avvinghiata alla mia incosciente di ciò che stava accadendo, ma decisa a non fermarsi, a rimanere dentro di me ed esplorare ancora un po’ l’interno della mia bocca, il mio palato, la mia saliva che s’univa alla sua. La passione, quella sera, ci avvolse di una luce fioca e biancastra che emanava una tenera e piccola lanterna ad olio poco distante da noi, come se, di lì a poco, si sarebbe spenta lasciandoci nella dolce brezza della notte senza disturbare ne essere testimone di quei desideri erotici e perversi. Sentivo di non amare Han fin nel profondo e che l’unico sentimento che m’univa a lui era amicizia, stima, dedizione ed affetto ma, per qualche strano motivo, lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo; forse perché volevo provare l’ardore del proibito, scoprire l’orgasmo vero, o forse perché sapevo che Han mi voleva bene quanto glie ne volessi io e che avevamo fatto si che la passione prendesse il sopravvento sui nostri sentimenti confusi. Non ci spingemmo oltre quella sera; smettemmo di baciarci d’improvviso, contemporaneamente, l’uno spinse l’altro  lontano da se stessi come fosse un gesto di autodifesa o di razionalità, avevamo preso coscienza dell’atto compiuto ed eravamo pentiti.
    “Non so perché, ma per qualche strana ragione, avrei voluto fare l’amore con te. Ma momenti così non si ripeteranno più, Maya! Mio fratello Williams ha posato il suo interesse su di te e non voglio essere legato a qualcuno che si legherà ad un altro”-! Disse con la mano tremante, con ancora il desiderio di avermi in corpo. Io mi limitai ad udirlo, a guardarlo ed a scoprirlo con gli occhi arrossati per il pianto, dopodichè gli feci un cenno per dirgli che aveva ragione ma che, fino a quel momento, non ero legata a nessuno e nessuno era legato a me se non quell’uomo che avevo davanti. Così, tra uno sguardo e l’altro, si congedò amorevolmente come niente fosse accaduto, mi baciò la mano, fece un breve inchino ed andò nelle sue stanze mentre io, ancora incredula di quel che avevo fatto, me ne restai impalata su una sedia sotto al gazebo verde, fissando i fiori che aveva calpestato Han nell’andare via; subito mi chinai a riprenderli ma gesto inutile fu il mio, perché quei fiori non erano stati calpestati da noi ma da una figura nera che mi apparve d'improvviso. Mi spaventai e prima che potessi proferire uno strido che avrebbe svegliato tutti, mi tappo la bocca con la sua mano inguantata; riconobbi il suo profumo e quei suoi lunghi capelli.
    “Che ci fai tu qui”-? Mi disse d’impatto con l’aria annoiata ed infastidita mentre lo fissavo con occhi increduli, con ancora la sua mano sulla mia bocca.
    “Mi lasci”-! Dissi nella mia lingua, presa dalla paura.
    “Conosco la tua lingua, signorina Maya! Sono stato sette anni in Italia e l’ho ben appresa”-! Mi disse sorridendo.
    “Non m’importa se conoscete la mia lingua e adesso lasciatemi passare”-! Dissi completamente rossa di rabbia e vergogna, quando d’improvviso mi prese il braccio con violenza facendomi voltare verso di lui.
    Mi guardò intensamente negli occhi e mi sussurrò all’orecchio parole di sfrenato egoismo e sfacciataggine;
    “Per quanto tu possa voler bene ad Han, lui non può appartenerti. E' in cerca di una musa che non si trova in te. Se parte è perché vuole allontanarsi dalle cose che detesta e, a parte noi, anche da te”-! Mi disse con un leggero sorriso diabolico, stroncato da una mia sberla; mi voltai e mi diressi verso la porta che dava nella prima entrata del palazzo, mente lui continuava a parlami.
    Corsi come una forsennata per il corridoio che portava alle mie stanze, aprii la porta e la chiusi di scatto dietro di me, poi mi tuffai nel lettone scoppiando, poco dopo, in altre lacrime che mi consumarono gli occhi.
    Il giorno dopo mi destai con occhi rossi, fiammanti e gonfi che, il sol guardarli di sfuggita, mi spaventai; non ebbi il coraggio di scendere e mi segregai per un’intera settimana fino a quando Han partì.  Prima di andare al porto, salutò tutti con baci e carezze e solo con Williams ci fu una semplice stretta di mano, come se ci fosse qualcosa sotto che aveva spezzato il filo della loro complicità fraterna, quando poi chiese di me ed una cameriera gli disse che era una settimana che non uscivo dalla mia stanza, corse dentro e bussò alla mia porta leggermente, come se volesse rispettare il mio silenzio senza irromperlo con violenza o rabbia.
    “Maya”-? Disse con voce bassa senza il minimo rumore od altro ed io, con l’orecchio teso vicino alla porta a sentir il suo sospiro colpevole, ero pronta a farlo entrare ad una sol parola d’amore.
    “Maya, io parto! Ma tornerò presto, lo farò per te. Non avere fretta, non prendere da altri ciò che non t’ho dato, pensaci bene e sii davvero certa delle tue scelte”-! Disse baciando la porta come se quel bacio fosse rivolto a me che giacevo dall’altra parte.
    Tentai di aprire ma non ci riuscivo, tremavo, guardavo il vuoto, sentivo come se una parte del mio corpo venisse venduta, come se i miei organi deturpati venissero bruciati e lacerati ma forse, in quel momento, enfatizzai il tutto perché, dopotutto, Han partiva per un breve tempo ed io non ero nessuno per dirgli cosa fare, così mi feci forza e girai la maniglia con velocità spalancando la porta con una sola mano. Davanti a me non c’era Han, lui era andato via per il timore di rincontrare il mio sguardo triste, lì davanti c’era lui, Williams, che mi fissava.
    “Han è partito! Perché non l’hai salutato”-? Mi disse all’in piedi con aria distinta, mentre io avevo gli occhi spalancati dai quali sgorgavano grosse lacrime che mai sembravano volessero cessare. S’abbassò e tese un braccio per farmi alzare; gli dissi, tra le lacrime, di aspettare solo un attimo, un solo minuto per terminare quelle inutili lacrime infantili che tanto cercavo di asciugare.
    “Solo un  minuti, ti prego! Adesso smetto, te lo giuro! Solo un attimo poi mi alzerò e tornerò ad essere quella di prima, per questo ti chiedo solo un altro minuto”-! Dissi coccolata fra le sue braccia.
    “Piangi pure, sfogati, disperati tutto il tempo che vuoi, ma sappi che domani dovrai rialzarti e tornare te stessa”-! Disse accarezzandomi il viso.

  • 21 marzo 2013 alle ore 14:26
    La Notte Dei Fuochi D’Artificio

    Come comincia: “E’ così stressante starti dietro. Non capisco proprio come sia potuto succedere. Forse era meglio che me ne stavo al mio paese”-! Dissi sospirando;
    “Tanto ormai, mio bel principe, una volta partita non vi rivedrò più e staremo tutti meglio, non credete”-? Dissi voltandomi verso di lui con aria rassegnata. Scorsi nell suo viso un'espressione triste, malinconica  e dolorante
    “Perché tenti sempre di rovinare tutto? Perché supponi sempre che non ti ami”-? Mi disse guardando la mia immagine riflessa nell’acqua.
    “Perché per quanto io mi sforzi di amarti sempre meno, alla fine t’amo sempre più. Fin quando la cosa resterà così, sempre tali saranno i miei pensieri”-!
    Baciai dolcemente le labbra, dopodiché mi congedai e mentre salivo le scale per tornare nella sala della festa, lui s’alzò dirigendosi verso l’uscita. Quando si voltò a guardarmi sorrise dolcemente, poi abbandonò la villa e, di conseguenza al suo andarsene, meravigliosi fuochi d'artificio esplosero nel cielo nero.
    Tornai alla festa che abbandonai poco dopo e, una volta arrivati alla tenuta, dormii come non lo avevo mai fatto; serena, senza presentimenti ne pensieri distorti."

  • 11 febbraio 2013 alle ore 18:42
    Dannato

    Come comincia: Un giorno il demonio andò a far visita all'angelo in Paradiso lamentandosi di aver bisogno di anime pure per dare maggiore movimento all'Inferno. L'angelo, rattristato per le richieste ricevute dal demonio, spiega che le anime pure non possono passare per l'Inferno e le anime dannate non possono passare per il Paradiso, affinchè l'equilibrio divino possa essere mantenuto sempre ben saldo.

    Il ciuffo corvino come il carbone del demonio, cadde sui suoi occhi rossi... pensieroso e raccapricciato, voltò le spalle al giovane angelo.

    L'angelo, con i suoi bei ricci d'oro, guardava afflitto le spalle del demonio pendenti al lato sinistro, che strascicava la gamba destra con il capo rivolto in avanti analizzando ciò che  gli aveva appena riferito.

    L'aspetto malandato del demonio, seppur abbastanza giovane per la sua età, aveva colpito l'animo puro dell'angelo che, per quell'anima, s'era dannato.

    Il viso scarlatto del demonio era in contrasto col pallore evanescente dell'angelo, mentre le mani biancastre come latte arricciavano un capello d'oro;
    mani sporche di fuliggine, con unghie incarnite e ricurve, grattavano il viso deturpato dal dolore e dall'inquietudine incessante.

    A quella vista, gli occhi marini dell'angelo versarono una calda lacrima estiva, la sua bocca imbronciata come in una smorfia di tristezza; appoggiò la mano delicata sulla spalla di quell'essere tanto inguardabile quanto detestabile.

    Il volto imbrunito per l'ardore del fuoco venne solcato da gelide lacrime invernali, poi voltò le spalle per una seconda volta e andò via.

  • 07 febbraio 2013 alle ore 18:03
    Sotto La Pioggia

    Come comincia: Camminava in quel campo di grano con la sua postura disinvolta tenendo stretta, nella mano destra, a sua spada nuova di zecca, regalatagli da un povero contadino delle ricche regioni del Nord. Un tempo gli disse che avrebbe potuto essere molto ricco, comprarsi una splendida residenza sul fiume che scorreva ai lati della collina maggiore, avere il miglior cibo possibile, dal maiale arrosto al pesce fatto sul fuoco ardente che sua moglie gli avrebbe preparato. Avrebbe potuto essere un ricco signore e vivere nel lusso; sarebbe diventato ricco se solo avesse voluto. Aveva avuto l'occasione per accrescere la sua fortuna, ma il buon senso lo fermò a strattoni. Sarebbe divenuto come quei spadaccini ricchi, che toglievano il cibo ai poveri, che maltrattavano i buoi e uccidevano le pernici, sempre insoddisfatti come quei signori che detestano la propria moglie e i figli e che passano del tempo fra le sottane di altre donne poco di buono, invece di dedicarsi alle mogli, ai giochi coi propri figli, passeggiare tra i campi di grano e veder buoi e pernici parlare fra loro.
    Era un uomo saggio quel vecchio contadino, che si stremò le spalle e le mani fino alla fine per non tradire quei principi che suo padre tanto desiderava avesse; per non smettere di adorare la sua famiglia come fece fin dal primo incontro con sua moglie.
    “Ricco io? perchè essere troppo ricco per poi andar a finire con la faccia nello sterco?” era solito dire.

    Camminava ancora senza meta in quel campo di grano. Vagava in cerca di qualcosa che aveva perduto molto tempo prima e che teneva a ritrovare. Aveva il volto sciupato, come quello di un povero disgraziato che non toccava cibo da mesi. I lineamenti erano smussati, doppi, inondato di cicatrici che terminavano sulla pianta dei piedi. Forse quell'uomo aveva combattuto molte guerre, era passato per conflitti tra spade taglienti e pugnali danzanti che lo avevano trafitto in ogni singola parte del suo corpo. Forse si era fatto scudo di battaglie che non erano sue, di omicidi di gente che non conosceva, di suicidi iniziati con qualche scontro.
    Anche se indebolito per il freddo autunnale, sembrava esser attivo ed energico. Frugava con le grosse mani, cicatrizzate ed addolcite dal sole del meriggio, tra il frumento ed il grano sparso e scrutava nei chicchi uno ad uno.

    In lontananza vi erano grosse vallate, ricche di erbe e grano. Distese immense di prati verdeggianti con uno sgargiante rosso scarlatto che ne dipingeva le punte qua e là di papaveri del Tibet. Il tutto aveva un profumo così dolce unito all'odore del gelsomino e quello del limone estivo.
    Le nubi all'orizzonte erano rossastre con qualche venatura di blu tra il sole e la prima nuvola.
    Sembrava si preparasse a piovere ma quell'uomo era sempre lì che camminava fluente con quell'andatura disinvolta, col volto olivastro per il troppo sole, con ancora la sua amica spada stretta nella mano destra, mentre nell'altra teneva stretto nel palmo qualcos'altro.

    Egli teneva nella mano sinistra un fazzoletto.
    Era il fazzoletto di sua moglie; bianco con ricami rossastri di una decorazione floreale dove qua e là vi erano ricamati piccoli papaveri rossi del Tibet insieme a piccoli limoni e gelsomini. Dall'altro lato vi erano ricamati due piccoli campi di grano con una vallata alle loro spalle.
    Forse era lei che cercava, che frugava e toccava tra il grano morbido di una stagione ormai passata.
    Attese per ore fino all'imbrunire e di lei nessun' ombra, ma solo il ricordo in lui del suo dolce sorriso, le labbra scarlatte e i lunghi capelli nero carbone che contornavano gli occhi verdi, unici in quella terra, che gli sorridevano felici.

    Il sole calò, lui ancora lì... d'improvviso si avvertì l'afoso profumo della pioggia che incominciò a cadere.
    Sul fazzoletto che teneva stretto vi era un solo nome, ricamato con un color blu del cielo che sfumava nel rosso dei fiori.
    Un nome che corrispondeva a quello di sua moglie...
    Rain.