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Racconti di Daniela Iodice

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  • 11 giugno 2015 alle ore 15:44
    Deseo

    Come comincia: La guardai negl’occhi; tempesta nera di fragile illusione in quelle nere pupille indemoniate. Quella bocca a mò di ghigno prelibato; seccamente eccitante.
    Sguardi fugaci, tenera luce di folti pensieri misti alla chioma mora che portava intorno al viso; bellissimo, a parer mio.
    Giocava al gatto col topo (il topo, in quel caso, ero io).
    Sapeva come mettermi il desiderio e negarmelo freddamente come acqua gelida su d’un fuocherello vispo; e allora no, non ci stavo.
    La presi per un braccio con tutta la forza che avevo nel bicipite destro; l’ho portata a me, guardato il suo viso contrariato e, allo stesso tempo, tremendamente eccitato (le prese di posizione non sempre sono inutili).
    Le misi una mano sotto, iniziai a toccarla tenendola ferma; e lei mi guardava, occhi negl’occhi (avrei potuto mangiarmela tutta con solo i miei di occhi).
    Sempre più veloce, insistentemente si faceva la mia mano spazio tra le sue nudi cosce umide di troppo piacere.
    Hai voluto giocare per il semplice piacere di essere posseduta, cara fanciulla (ingenua puttana).
    Non facevi altro che desiderare ti penetrassi le carni senza non aver prima lottato per averti; una cacciatrice dal gioco inversamente perverso.
    Ma nonostante ci siamo fottuti entrambi, io quegl’occhi li guardo ancora e in quelle pupille nere come il veleno che ti inghiotte, avrei voluto possederti ancora, e ancora.

  • 09 giugno 2015 alle ore 18:31
    Borderline

    Come comincia: Stavo lì, seduto, chino sul mio stato depressivo mosso da troppi pensieri contrastanti; fuori luce, dentro il buio. Leggo. Rileggo. La musica non aiuta. Prendo la testa tra le mani ormai in perda al mio delirio mentale. Fermo in me stesso, inizio a vedere il mondo (la stanza) in un oblò grigio opaco che piano si allontana (o sono io dentro che mi allontano troppo dalla percezione reale che, oggettivamente, dovevo vedere). Intorno all’oblò grigio opaco inizio ad intravedere le mie palpebre interiori, ciglia e tutto intorno sempre più nero, come fossi risucchiato nei miei stessi occhi.

    Cazzo, che sta accadendo? Inerme tra la veglia ed il sonno cerco di muovere un arto, quello destro, ma intorno ai polsi corde nere che stringono, tirano forte; allora mi giro a guardare l’altro, stessa situazione (impotenza fisica). Continuo a guardare fuori di me mentre, contemporaneamente, dall’altro l’alto del mio cervello qualcos’altro sta accadendo; inizia un altro sogno.

    Gente, persone, amici; un cane tenta di mordermi il collo ma i miei movimento sono troppo lenti (non mi sono mai spostato di un millimetro) eppure dentro di me ho girato il capo a guardare la belva che mi assaliva. Un cane bianco senza occhi.

    Mi salvi! (ho pensato)!

    Dal sogno alla reale visione che avevo del luogo in cui mi trovavo, ansia, angoscia, paura, terrore, oddio mi uccidono! Volevo liberarmi da quell’orrore ma non era nel mio potere, il corpo non rispondeva di certo a me, ma al sogno in cui ero intrappolato.
    D’un tratto, le corde nere mollano la presa “Ah, sono salvo!”
    Riprendo fiato, mi giro intorno; le mie mani libere e i miei occhi assetati!
    Nel mio silenzio mi dico “Quanta macabra visione v’è stata in 60 minuti di perdizione?”
    La disperazione aveva invaso le vene della lucidità e perforato gl’occhi dell’immaginazione, inglobato in me stesso e lasciato in balia del mio attimo di borderline.

  • 08 giugno 2015 alle ore 12:28
    Questa è la storia di Billie

    Come comincia: Conosco una storia: Billie entra in un bar, si accomoda al bancone e tracanna un paio di bicchieri di Jack. Guarda l’orologio, poi si guarda intorno, uno sbuffo e due colpetti sul legno del bancone.
    “Un altro Jack!” ordina al barista.
    Musica jazz accompagna il deglutire del Jack liscio nella gola; Anya canta sul suo palchetto senza ritegno, come una soave regina del jazz interrotta, ogni quindici minuti esatti, da calorosi applausi.

    Anya; bella cantante nera dalla voce doppia e seducente.

    Altri due colpetti sul legno del bancone.
    “Un altro Jack!”
    Viene subito servito.

    Billie è un ex sognatore, lui che aveva tanto cercato di vivere libero e spensierato cercando di tenersi lontano da ansie, paure, problemi, solfe colossali e pippe mentali.
    Ma la sua voglia di vita è finita per rinchiuderlo in se stesso peggio di prima e affoga i suoi dispiaceri ubriacandosi ogni sera.
     
    L’orologio scocca la mezzanotte, Billie, ormai saturo di Jack, paga il tutto; si alza, guarda Anya che lo saluta con un sorriso, dopodichè prende la giubba ed esce dal bar.
    La notte è buia ed è nero anche nella mente di Billie; “colpa dei troppi Jack” si dice per svanire, poi, tra i quartieri a luci rosse della zona.
     
    Questa è la storia di Billie che a fatica affronta se stesso tuffandosi nel suo stesso peso interiore.

    Caro Billie, nelle difficoltà della vita non bisogna mai andare contro corrente; affogare l’intenzione in due dita di Jack e andando a puttane, di certo non ti libererà dalla depressione del vivere che ti compone.
    Per il resto, se proprio ci tieni, c’è il suicidio. 
     

  • 08 giugno 2015 alle ore 12:04
    Psicosi I

    Come comincia: Esistono delle realtà intimidatorie che nemmeno noi conosciamo.
    L’inconscio che conosce più del conscio e l’anima che sente più di quanto l’uomo possa udire.
    Ci sono cose che emergono in stati confusionari ed altre in stati di pura quiete; se né durante l’uno e né durante l’altro il conscio\inconscio non fa emergere nessun tipo di realtà (maligna o benigna) ci si trova in uno stato possibilmente definibile come “vegetativo interno – esterno”.
    Vivendo realtà effettive, non sempre si può parlare di stato vegetativo totale; se il corpo reagisce a stimoli non sempre la mente è spinta ad interagire in egual modo.
    Può essere inteso come quello stato che precede il meccanismo “della morte dell’anima”? Supposizioni, teorie, deliri.
    Credo di essere maniaco – depressivo.
    Preoccupazione? Spavento?
     
    Aspettiamo George, non inneschiamo la bomba prima di capire dove porla.

  • 06 maggio 2015 alle ore 12:56
    Caso Clinico I Paziente X

    Come comincia: L’uomo non può vivere senza amore.

    Tutto ruota intorno a questo.

    Nel suo egoismo vive un incessante e costante bisogno d’amore perché più che ogni altra cosa, sa che non può amare se stesso. Sarebbe un processo innaturale e, a causa di quest’atto mancato, esige dall’altro quella percentuale d’amore di cui l’anima ha un bisogno disperato.

    E’ da questo che nasce l’egoismo, il male, vuole e deve sentirsi amato perché sa che l’amore che porta dentro non può completarlo e dargli la pace. Non possiamo innamorarci di noi stessi, nel suo tumultuoso processo di crescita (che può avvenire in anni se posizioniamo il fattore tempo in un punto generico come ad esempio la crescita fisica e quindi l’invecchiamento ma, nel particolare, essa avviene in secondi se paragonato in processi organici e molecolari).
    Il corpo si muove 24 ore su 24 per tutta la vita fino a che non subentra la morte, e con lui anche le percezioni, le sensazioni, i pensieri, le parole. Come se il movimento quotidiano del corpo muovesse anche la parte immateriale, quale che sia il nome che vogliamo darle; anima, pensiero, emozione.

    Detto ciò la domanda potrebbe essere “L’incessante ricerca d’amore da cosa nasce? Cos’è che spinge un muscolo come il cuore fisico e reale a rendere l’uomo così cieco, che sia un semplice amore corporeo verso una donna o un uomo o, in casi molto più rari ma realmente esistenti, verso oggetti o animali.
    La parte più scettica suggerisce senz’altro una risposta del tipo “Non lo potremo mai sapere” ma, dall’altro lato, potremmo pensare “forse possiamo creare un processo di ricerca che possa spiegare al 30, 40% le possibilità esistenti che possono dare ipotetiche risposte e dati più o meno certi sul punto in questione. Sarebbe comunque un 60% di incertezza ed erronea visione psicoanalitica che potrà anche non essere ritenuta scientificamente o dal punto di vista medico esistente ma pur sempre possibile.
     
    Firenze, gennaio 2015.

  • Come comincia: Al pontile Ovest disteso sotto un cipresso, un uomo dormiente ubriaco marcio che teneva sotto al braccio una brocca vuota.
    “John, svegli quell’uomo!” Ordina Jona.
    “Subito signore!” a scossoni riesce a svegliarlo e tra urla di sgomento e il pallido intento di alzarsi Jona da inizio al suo interrogatorio.
    “Buon uomo, si alzi! Ho bisogno di porle alcune domande”
    “Sono cinque monete d’oro, bel signore! Lei chiede io rispondo!” schiamazzi d’alcool.
    “Facciamo che le porgo una moneta d’oro ed il permesso di restare ancora in queste terre, signore. Forse non si rende conto che sta parlando con il detective della zona” dice mostrando un tesserino cartaceo che dimostra il suo dire.
    “Oh, signore, mi scusi! Chieda, chieda pure” si alza in un lampo togliendosi il berretto e scusandosi in un inchino.
    “Mi hanno detto che ultimamente sono stato ritrovati cadaveri da queste parti. Sa darmi qualche spiegazione, mio caro?”
    “Non so niente, signore! Due lune piene fa sono stati ritrovate cinque carcasse umane sparse lungo la sponda Est del fiume. Tutte senza testa, un vero obbrobrio!”
    “Uomini, donne o bambini?”
    “Uomini, mio signore! Tutti uomini! Ma le carni restanti erano tutte rosicate.”
    “Come a nascondere il delitto.”
    “Esatto, mio signore. Senza testa e con le membra rosicate. Sono stati gli unici ad essere stati ritrovati in quella maniera. Per quelli di prima solo ossa o maciullamenti vomitati. Un vero scempio, un vero disgusto.”
     “Capisco. C’è una solo una belva che può fare questo, lo sa John?”
    “No, mio signore. Non credo di sapere.”
    “Maiali.” Aldamacco spunta dalle siepi nella notte fonda.
    “Esatto, amico mio. Maiali”
    “Maiali?”
    “I maiali sono gli unici animali che vivono nella quotidianità che sono in grado di mangiare veramente tutto quello che trovano sotto mano. Nei paesi dell’Ovest vengono usati spesso per far sparire tracce, prove, cadaveri o quel che sia. Sono veri e propri mangiatori di tutto. Ma come fa un uomo di qui a conoscere questa cosa?” chiede Aldamacco.
    “Me lo stavo giusto appunto chiedendo. Ma questo potrà essere sicuramente una prova!”
    “Una prova? Per indicare cosa?” chiede Aldamacco.
    “Che il colpevole è un uomo dell’Ovest. Per conoscere questo particolare dei maiali deve avere sicuramente origini del genere; quindi o è un emigrato o un uomo di qui vissuto in quelle terre per chissà quale tempo. O, arrivando ad un ipotesi molto più improbabile…” dice Jona guardando l’amico.
    “Cosa?”
    “Un uomo dalle conoscenze ineguagliabili sulla fauna tanto da conoscerne ogni particolare; tipo uno sfascia carni!”
    “Stai insinuando sia stato io?”
    “Non penso saresti capace ma, in tutti i casi, non è un ipotesi da scartare. Direi che ai miei occhi, mio caro amico, tu sia un sospettato più che valido.”
    “Tu sei pazzo!”
    “O magari potrebbe essere, lei signor ubriacone!”
    “Io? E di cosa sarei sospettato?”
    “Gli omicidi commessi sono avvenuti sempre con la luna piena, nei posti più bui sempre accanto a carceri nascosti. Questo lato della sponda del fiume è famoso per le grotte sotterranee adibite a carceri comuni, non lo sapeva? Anni addietro queste lande venivano usate per far pascolare i maiali perché il terreno fangoso è talmente ricco di proteine che fu stabilito il luogo più idoneo a far pascolare i maiali. Con le carceri vicine, spesso i contadini s’imbattevano in carcasse morte per via delle frequenti colluttazioni che avvenivano tra galeotti e non tutti avevano la meglio; così, chi moriva veniva gettato nel fango e mangiato per sbaglio dalle bestie ma questo non tutti lo sapevano. Sulla sua mano destra ha un tatuaggio non indifferente il che significa due cose: o lei è un ex galeotto scampato a qualche guerriglia carceriera o, nell’ipotesi più fantasiosa, rilasciato per la fine della sua pena di questo luogo o di altri, o ha lavorato in un macello dove insieme alle bestie anche i lavoratori venivano tatuati in segno di riconoscimento. Qui ci sono solo due macelli; uno a Glasville e uno a Poluare e da questo punto esatto sono abbastanza lontane da raggiungere a piedi e non penso che un lavoratore di macello faccia tanta strada per venire ad ubriacarsi su un pontile dimenticato da Dio. Poi se vogliamo aggiungerci la storia degli omicidi che avvengono nei paraggi posso solo pensare che lei sia amante del macabro o che si trovasse di passaggio sul punto esatto dove la luna piena scorsa è stato trovato un cadavere vomitato. O sbaglio, signor… ?”
    “Billie.”
    “Billie Jakins, ex galeotto di Poluare accusato dell’omicidio di Vera Tholk e Cristopher Tyu nella tenuta di famiglia nelle terre di Nuova Scow. Mi corregga se può.”
    Sgomento. Bravo il detective pensa John.
    “Voleva continuare a fingere di essere un ubriaco ai piedi di un cipresso o potevo sperare in un suo auto smascheramento?”
    “Lei è?”
    “Jonathan Walker, detective di Nuova Scow in vacanza a casa mia.” Sorriso.
    “Ho sentito parlare di lei.”
    “Lo so molto bene signor Jakins. Io e il capo della sicurezza Pief eravamo addetti al suo caso a quel tempo; ho avuto modo di studiarla anche se lei non lo sa.”
    “Ha fatto bene i compiti signor Walker.”
    “La cosa che ancora non mi spiego è: Come mai è qui a Manville sotto il travestimento di un ubriaco?”
    Gioco di sguardi tra i due signori.
    “Chi la manda?”
    “Il capo Pief. Sono stato condannato a dieci anni di reclusione di cinque di lavoro forzato e due al servizio dello stato. Ma saprà meglio di me che non tutte le accuse riescono a mantenere le condanne. Al mio terzo anno di reclusione, il capo Pief venne a farmi visita nella prigione di Nuova Scow per dei particolari sul caso Green.”
    “Il caso Green? Ma quel caso è stato archiviato tempo prima. Io stesso insieme al capo Pief lo chiudemmo; il colpevole arrestato e condannato a morte e spero che l’Iddio non abbia avuto pietà della sua anima per nessuna ragione al mondo. Mostro abominevole.”
    “Oh, certo! Condannato, morto e sepolto. Il commissariato di Nuova Scow non le ha fatto recapitare recenti notizie in merito?”
    “Notizie? Sul caso Green? Che volete ci siano notizie s’ un morto? A meno che di un morto si stia parlando.”
    “Lei ha l’occhio lungo. Mi permetta di accompagnarla presso la mia dimora; magari davanti a del buon vino ci si può raccapigliare qualcosa di più, non crede signor Walker?”
    Silenzio. Jona fa cenno a John di seguirlo per capirne di più; Aldamacco sale in groppa al destriero del giovane e tutti insieme si dirigono in una casupola nascosta dai cipressi poco distante dal pontile.
    E’ notte fonda ed in lontananza si odono civette e ululati con la brezza fredda che copre di rugiada i cipressi in dormiveglia.
     
    “Arriviamo al dunque signor Jakins. In primo luogo ci sono una serie di domande che, come mia solita prassi, devo porle.”
    “Mi dica signor Walker.”
    “Chi le ha dato questo alloggio? Cosa ci fa qui e cosa c’entra il capo Pief in questa storia; soprattutto, perché il caso Green sembra essere stato riaperto?”
    “Senza che lei me le ponesse ero già qui pronto a darle informazioni anche perché Pief mi aveva accennato che avrei potuto imbattermi in lei e il suo sagace naso. Le spiegherò brevemente:
    Come ho già detto prima al mio terzo anno di reclusione, il capo Pief venne a farmi visita nella prigione di Nuova Scow per dei particolari sul caso Green e fu lì che il caso venne riaperto. Quando i coniugi Tyu furono uccisi, facevo parte di un gruppo di malavitosi che bazzicavano per le lande in cerca di fortuna e nel mio gruppo faceva spesso capolino un uomo con il viso sfregiato e l’aria tetra che ci dava soffiate in merito a case da depredare o bottini da trafugare e fu in quell’occasione che venimmo a conoscenza della casa dei Tyu e, quindi, a decidere di far fuori i signori e rubare l’impossibile. Ci disse il piano, ce lo illustrò su carta compreso di pianta dell’immobile e fu interessante notare con quanta cura ci desse particolare e di quanta discrezione usasse invece nel non volersi immischiare in ruberie come se volesse farci un piacere senza trarne vantaggi. La sera prima del giorno del colpaccio, si presentò con una bambina incappucciata, la figlia probabilmente.”
    “Lisette…”
    “Probabile. Occhi verdi e capelli biondi? S’è così, si, era lei. Le chiese di bussare alla porta dei Tyu e regalare loro un cofanetto laccato in oro accertandosi che il regalo finiva nelle loro mani e poi doveva allontanarsi canticchiando come una normale bambina felice del dono fatto. Fui l’unico a scorgere tutta la scena, non so dire se per fortuna o sfortuna. La cosa andò in quel mondo. Non diedi molta importanza; era uno svitato, uno strano davvero e quella sua faccia sfregiata era al quanto raccapricciante. La sera del colpo, per nostro stupore, trovammo la casa blindata con una serie d simboli dipinti sulle facciate della casa; ce ne fregammo e irrompemmo brutalmente. Trovammo i coniugi chiusi in una stanza a pregare per la buona sorte ma ce ne infischiammo; prendemmo lui e lo trucidammo, poi passammo a lei. I miei compagni la violentarono poi le legarono i polsi e la gettarono nel fiume e come ben sa il corpo fu ritrovato solo pochi giorni dopo nel lago dove sfociava, morta affogata. Mentre prendevamo il bottino qualcosa attirò la mia attenzione; su di un mobile agghindato un cofanetto d’oro laccato come quello che avevo veduto nelle mani di Lisette. Incuriosito lo aprii e dentro c’erano due occhi verdi ancora con brandelli di carne penzoloni. Schifato lo gettai a terra e sembrava come se mi stessero guardando dritto nelle palle dei miei occhi. Rabbrividii e mi paralizzai; fu per questo che sono stato arrestato. Qualcuno aveva chiamato la sicurezza del posto e mi presero sul tempo.”
    “Un uomo ci urlò dalla porta del commissariato ciò che stava avvenendo per questo ci precipitammo; l’abitazione dei Tyu non era lontana, in un istante eravamo lì.”
    “Qualcosa mi disse che quegl’occhi mi avevano stregato. Quando fui incarcerato feci una serie di ricerche tra i galeotti presenti; i Tyu avevano una figlia anni addietro, Giselle. Bionda, occhi verdi, bella da mozzare il fiato. Morì tragicamente in un incidente in carrozza mentre lasciava Glasville per raggiungere Nuova Scow. Non si è mai saputo molto sul conto dell’incidente e chi ne sa qualcosa in più, non ne parla facilmente. Dovevo corrompere un bel po’ di gentaglia per capirci qualcosa. Tempo dopo venni a sapere dell’arresto di Green e dei suoi misfatti. Prima di venir decapitato, passò due settimane nel nostro carcere sotto stretta sorveglianza. Nessuno lo aveva mai visto; sapevamo della sua presenza ma vederlo, beh, un’impresa per coraggiosi. Ma io dovevo vederlo, dovevo togliermi un po’ di dubbi così, il giorno della decapitazione, sgattaiolai per dei condotti sotterranei spuntando sotto una botola che dava sul campo mortuario. Quando alzai la testa lo vidi; l’uomo sfregiato chino sulla pietra maestra che attendeva il suo boia, carnefice del carnefice di se stesso. La cosa raccapricciante è che alzò lo sguardo e mi fissò, dritto negl’occhi. Quegl’occhi da pazzo che esplosero in una risata schizofrenica. Una risata durata pochi istanti tramortita dall’ascia del boia che gli ha fatto rotolare la testa davanti alla botola dov’ero nascosto. Non so come, ma quella testa era ancora viva; con la lingua zuppa del suo stesso sangue mi scrisse un simbolo. Sconcertato chiusi subito la botola e ritornai alla stanza del carcere. Mi ero cagato sotto nel vero senso della parola.”
    “Che storia è mai questa! Per Dio!”
    “Mandai a chiamare Pief, gli raccontai l’accaduto. Mi disse che non c’era da preoccuparsi; lui era morto, la figlia mandata all’ospedale per bambine abbandonate e che il tutto andava archiviato. Da allora sono passati tre anni. Dopodichè Pief venne a farmi visita e mi chiese di raccontargli di nuovo la storia; completa di particolari mi disse che quel simbolo che mi aveva scritto sul terreno era apparso sulle case di tutte le sue vittime compresa quella dei Tyu e che Lisette era scomparsa. Essendo l’unico a conoscere fatti reali e quelli sconosciuti, mi disse che in tutta questa storia c’erano troppi collegamenti scollegati che avevano bisogno di ricomporsi ed il caso è stato riaperto con priorità la figlia Lisette. In seguito abbiamo scoperto che l’uomo condannato non era effettivamente l’uomo giusto, il Green decapitato non era il Green assassino, ma il fratello gemello che lui stesso ha sfregiato per punizione quando tentò di violentargli la figlia la prima volta. Se l’avessi aiutato nel caso avrei ottenuto la riduzione della pena da dieci a cinque anni con solo obbligo di servizio verso lo stato. Se questo caso viene risolto, io sarei un uomo libero dedito al suo paese.”
    “Mi sento così tradito dal mio partito; vorrei sapere il perché non sono stato messo al corrente dell’evento, signor Jakins.”
    “Semplice, Walker; il piano era di non destar sospetti ed attirarla nella tana del lupo. Mi perdoni.” Ispettore Philipe, braccio destro del capo Pief.
    “Il Capo Pief non voleva alzare polveroni inutili. Quanto meno si sa, meglio è per tutti. I tempi sono stati calcolati a dovere e poi, lei era stato congedato per un riposo più che doveroso, mi ha invitato l’ispettore capo a riferirle.”
    “Oh, cielo! Philipe! Anche lei qui?”
    “Le devo le mie scuse signore, era da un po’ che la stavo spiando; capirà il mio ruolo, non posso che rispettare gl’ordini.”
    “Si, si! So come vanno le cose. Che sciocco sono stato. Con tutta questa storia mi duole il capo.”
    “C’è un collegamento con la storia di questo Green ai morti che si stanno susseguendo a Manville?” chiede Aldamacco che per tutto il tempo è stato in silenzio ad ascoltare.
    Philipe e Jakins si guardano; Jona interviene.
    “Tranquilli, tranquilli! Di lui ci si può fidare.”
    Philipe e Jakins ritornando a guardarsi, poi fanno un leggero accenno col capo verso Jona.
    “Crediamo ci sia un collegamento.” Risponde Philipe.
    “E da cosa lo deduce?” Chiede Aldamacco.
    “Dalle decapitazioni e dall’uso del maiale per nascondere i corpi!” Risponde Jonathan.
    “Come? E da cosa lo si dovrebbe dedurre?”
    “In primo luogo, ragioniamo: se il capo Pief crede ci siano collegamenti uno di questi è senz’altro la decapitazione del finto Green e le decapitazioni attuali. A Nuova Scow, accanto al carcere, sorgevano fattorie di contadini emigranti. Le tecniche di allevamento sono su per giù le stesse se poi ci apporti modifiche lo fai solo se hai in te due consapevolezze differenti e quindi sei in grado di unirle. Quando Green fu decapitato ci fu la questione del cadavere; sotterrarlo e darlo in pasto ai vermi o… in pasto? Ma si! Diamolo in pasto ai maiali!”
    “Oh, si, certo! Ricordo la questione.” Dice Philipe guardando estasiato Jona.
    “Ma agl’uomini di religione sembrò troppo inopportuno far sparire un corpo in questo modo, quindi si decise per sotterrare il corpo in una campagna desolata a poche miglia da Nuova Scow. Il dottor Merendille si occupò delle pratiche mortuarie. La testa di Green, anche se ora mi sovviene da dire, il falso Green, fu riattaccata al corpo con grande maestria. Il dottore sa il fatto suo quando si tratta di curare i morti il che è un po’ strano dato che dovrebbe curare i vivi. Una volta sotterrato, fu emesso un emendamento per tutta la città; il divieto ad allevare maiali a fine di lucro o tutto ciò che non era concerne alla semplice attività di allevamento per la tavola ed al palato. Per questo nel corso degl’anni si è persa questa conoscenza in proposito. Quindi, analizzando un po’ la questione, i due indizi sono collegabili al caso Green.”
    “Lei è brillante, signor Walker!” Gl’occhi di Philipe luccicano per il suo beniamino.
    “Quindi, se diamo per esatte tali teorie…” Irrompe Aldamacco.
    “Il vero Green è ancora vivo.” Risponde il signor Jakins.
    “Bene. Dunque, miei cari, mi giunge al cervello un solo pensiero; nel momento in cui il caso Green è stato riaperto, non ci resta che metterci al lavoro per concluderlo del tutto. Non crede John?”
    “Oh, si signore! Non si dimentichi, però, il pranzo con il signorino Maxime l’indomani.” Dice ponendo il soprabito sulle spalle di Walker.
    “Giusto, John, giusto. Come farei senza di lei.”
    Si congedano e fanno ritorno alle loro case. 

  • Come comincia: Manville, paesino che sorge ai piedi delle montagne del Tenkaai dove la notte è più lunga delle ore giornaliere; si presenta come una vera e propria roccaforte. Le case sono costruite in grotte scavate ai piedi della montagna spuntando qua e là come fuocherelli nella roccia. Accanto il porto, la zona più lugubre e buia del paese dove spesso mercanti e trafficanti si deliziano in rubaglia e omicidi tra furfanti. Poco più distante Glasville la parte più nuova di Manville, dove le case sorgono su piattaforme in legno e paglia nella zona più calda dei piedi della montagna dove il sole regna rispetto alla notte. In quel periodo Manville era soggetta a forti venti del nord dove tegole, alberi, barche e via discorrendo, venivano depredate, sradicate e date in pasto al mare o alle pareti della montagna; il bestiame veniva spazzato via, le terre coltivate perdevano radici e il freddo ammutoliva ogni cosa. In un giorno di fioca luce e di vento incalzante, approda giù al porto Jonathan Walker; giovane uomo sulla trentina, aspirante detective e pupillo dei dottori Merendille e Pief (rispettivamente medico e capo della sicurezza da Manville a Poluare città emergente nella formazione di giovani detective). Città natale Glasville a cui fa ritorno dopo anni di dottorato all’estero per riabbracciare la famiglia lasciata anni prima per dedicarsi agli studi oltreoceano.
    “Signor Walker!” Walker scende dalla nave attraccata da pochi minuti e a riceverlo l’amico di famiglia John.
    “Oh, John! Che piacere rivederla vecchio mio, come sta?” Chiese Jonathan con un caloroso sorriso.
    “Oh, è sempre un piacere rivederla, signore! Io sto bene. A parte il vento, un po’ di amarezza per il bestiame e i campi, signore!”
    “Noto, noto, John! Ma dopo tutto abbiamo sempre saputo che Manville è una città ventosa, passerà passerà! Ma la prego mi porti a casa, sono così stanco!”
    “Oh, signore, sentiti auguri per la sua promozione! Venga, venga, la porto subito a Glasville!”  
    Saltati in carrozza, John porta il giovane Walker a destinazione. Fermi alla tenuta dei Walker, John aiuta Jonathan con le valige aprendogli la porta e annunciandolo alla famiglia.
    “Signori Walker, il signorino è tornato!” urla di gioia nell’atrio della casa e subito a precipitarsi dalle scale delle stanze superiori madre e padre Walker, la figlioletta appena maritata, Diletta e il più piccolo della famiglia, Maxime con otto anni appena compiuti.
    “Calorosi abbracci per il mio primogenito, orsù!” gridò di gioia l’anziano Walker dando pacche sulla spalla al figlio stordito per le feste della famiglia.
    “Oh, Padre! Che gioia infinita! Madre fatevi abbracciare! Diletta, per l’amor di Dio, sempre più bella e tu Maxime, cresci a vista d’occhio anche se il mio è stato lontano!” Feste, calorosità d’animo e la grande cena per deliziare il ritorno dell’amato prediletto del casato Walker. Seduti alla tavola imbandita, Jonathan fu messo al corrente delle novità successe negl’anni; il padre aveva acquistato una raffineria di zucchero nelle lande collinari che gli aveva portato un ingente fortuna, la madre aveva preso a carico la formazione di alcune fanciulle figlie di nobili di Manville; la sorella Diletta aveva trovato un ricco marito venditore di tabacco a Poluare e il piccolo Maxime era diventato muto in seguito ad uno spiacevole incidente al porto dove aveva assistito alla tragica morte dell’amico Joulien per mano di ignoti.
    "Oh Maxime, sono così rattristato della notizia!” disse Jonathan al fratellino abbracciandolo forte e regalandogli, l’indomani, un cagnolino a pelo corto agile e scattante come guardia del corpo.
    Nelle ore di sole, Jonathan accompagnato da John, fa un giro al porto entrando alla bettola ove tempo addietro si sedeva con amici a bere nelle notti insonni.
    “Jonathan!” Urlarono gli amici “Con quale dei venti sei arrivato?”
    “Amici, amici! Con quello dell’Ovest, credo sia stato. I miei studi sono terminati e posso finalmente dedicarmi un po’ a quello che ho lasciato.”
    “Male affare! I detective non sono più ben accetti in queste terre!” proferì Aldamacco.
    “Aldamacco, ma cosa dici? Tu che da piccolo non facevi che parlar di giustizia, proprio tu vieni a dirmi queste cose?”
    “I tempi son cambiati, Jona. Lì fuori fa così spavento che anche la sicurezza notturna è diminuita per la troppa paura.”
    “Le strade di Manville son diventate così oscure, dunque?”
    “Il porto ulula di tormento. Qualcosa si aggira spaventoso nei viottoli e lungo i canali che collegano Manville a Glasville. La notte non è più sicura, qualcosa si nasconde tra le foreste sopra la montagna che di notte scende fin qui a spargere paura e terrore.” “Catastrofico come sempre!” s’intromette Marianne, la bella figlia dell’oste, vecchia amica di Jona e Aldamacco (amante di entrambi, fidanzata di nessuno).
    “Marianne. Il tempo ti rende giustizia, mai più bella di ora!” prendendole la mano, Jona la bacia appassionatamente.
    Gl’occhi azzurri di Marianne si posano sulle mani ben curate del giovane amico, lancia un occhiata ad Aldamacco, poi si morde il labbro e lascia cadere il fazzoletto che aveva nella mano.
    “Oh, mia bella. Hai perso il fazzoletto” lo prende Turin il servetto.
    “Quanto tempo speri di restare?” chiese Marianne all’amico rientrato.
    “Quanto basta per capir se di restare sia il diletto o se desiderato io sia altrove”.
    “Vedo che la mente poetica non ti ha abbandonato”
    “Oh, no, no! Durante i miei studi ho potuto godere anche di buona scrittura e scrittori, romanzieri e narratori. E poi, i tuoi occhi, Marianne, sono turbini di zaffiri che rintoccano il cuore con il suono dell’amore” disse guardando la sua bella congedandosi, poi, arrivando ai colli accanto con l’amico Aldamacco ai piedi della montagna.
    “L’orrore scende da quelle foreste?” chiese all’amico guardando in alto la montagna. “Si, Jona. La polizia di città non è che buona a nulla. In due settimane non so quanti morti abbiamo pescato dal mare, trovato nei campi e scorto appesi ai rami degl’alberi più vicini. C’è qualcosa che non va”.
    “Stanotte starò lungo il fiume, sul pontile a ovest. Ho sentito che lì ci sono più probabilità di pescare un morto dal fiume che un pesce vivo. Starò con John e se vuoi unirti, sei il benvenuto.”
    “Verrò a notte fonda. La sera aiuto Phil e James alla taverna. Sgozzo maiali, lo sapevi?” “Il colmo di un uomo che non mangia carne è di ucciderne. Che testa.” “Signore, si ricordi della cena di stasera! Il marito di sua sorella Diletta è in viaggio per porgerle i suoi saluti, signore!” S’intromette John.
    “Ah! Per Dio, me n’ero scordato. Grazie John! A più tardi Aldamacco porgi i miei saluti a Marianne.”  
    In sella ai cavalli, Aldamacco fa ritorno alla locanda; Jonathan e John fanno ritorno alla tenuta Walker dove tutti sono intenti nei preparativi della cena.  

    “Caro fratello, dove siete stato?” Diletta accoglie l’amato familiare proponendogli una passeggiata nei viottoli di Glasville.
    “Mia cara, cosa dovrò aspettarmi questa sera da tuo marito? Parlami di lui” chiede camminando al suo fianco tenendola col braccio sotto al suo.
    “Oh, mi fai arrossire! Geremia è così gentile! L’ho veduto un giorno al porto appena sceso dalla nave! Era tornato da Megdhir la città più ricca della sponda opposta a Manville. Così composto, bello, i raggi del sole lo rendevano d’oro!”
    “Immagino! L’amore pone sempre un velo d’oro sulle palpebre di chi s’imbatti in esso.” “Ti parlerà sicuramente dell’industria di tabacco che ha in quella città (è un uomo d’affari, lui) ed anche molto considerato nel campo dell’imprenditoria. Cercherà di accattivare le tue grazie come lo è il miele per le api! Dio mi aiuti se dico il contrario! Ci siamo sposati la primavera scorsa e quanto c’è dispiaciuto che tu non sia potuto venire.”
    “Lo so, mia cara. Ma ero nel pieno degli studi e non potevo distrarmi dal mio percorso. Ma vederti felice rende contento anche me!” Risate e schiamazzi.
    Durante la conversazione Marianne spunta nella piazzola principale del porto e scorge i due fratelli conversare felicemente uno negl’occhi dell’altro; alle sue spalle il padre oste la scopre a seguire i due con lo sguardo.
    “Marianne.” Irrompe.
    “Padre. Mi chiedevo dove poter andare a prendere le erbe che mancano alla scorta in magazzino.”
    “Cercavi risposta guardando il giovane Walker tornato da oltreoceano?”
    “Suvvia! Dopo cinque anni vederlo passeggiare qui sembra quasi una visione.” Sorride lei.
    “Mi sono sempre chiesto se quel giovane arguto aspirante detective non fosse mai partito, quale dei due avresti scelto per maritare. Il pezzente sfascia maiali o l’ingente signore della giustizia?”
    “Alla fine ho scelto il rozzo oste e la sua saccente osteria di borgo. No?”
    “La tua lingua è aguzza più delle mille forchette che ho in cucina, straccerebbero le carni di qualsiasi buon partito. Che l’Iddio ti ha fatto bella ma anche maledettamente testarda figlia mia.”
    “Dopo tutto mia madre non era migliore di me, mi pare.”
    “Misera fine, poveretta. Su, torna a lavoro! Dal suo ritorno non so se ne potremmo giovare fortuna o impavido sgomento.”    

    La cena della sera si compie angelicamente tra buon cibo, calici di vino e racconti di lavoro in terre lontane.
    “Ma ci racconti qualcosa di lei, giovane Walker. Avrà sicuramente qualche aneddoto da raccontare durante i suoi studi per diventare detective” chiese Geremia a fine pasto, con tutti i commensali ancora seduti che approvavano la scelta della prossima conversazione.
    “Oh, beh, Geremia, sicuramente. Non credo, però, siano conversazioni adatte alla tavola, per Dio.”
    “Suvvia, fratello, raccontaci; son curiosa anch’io di sapere qualcosa! Da quando sei tornato non ne hai mai fatto parola” la sorella accompagnata dagl’altri.
    “Va bene, va bene. Potrei raccontarvi dei giorni di prova che si sono tenuti alla Nuova Scow.”
    “Siete stato alla Nuova Scow?” chiede Geremia “E’ la città più buia con il maggior tasso di criminalità! Da brivido, mi hanno raccontato ma bisogna sempre vedere con occhi quello che la gente dice, non trova?” Gl’occhi celesti di Jonathan perdono di consistenza; lo sguardo si svuota e facilmente si nota quanto i suoi ricordi stavano facendo a cazzotti con la ragione per i momenti vissuti in quei sobborghi luridi e abietti. “Le dicerie non sono tutte false. Nuova Scow viene chiamata anche la città che non dorme mai; posta a confine tra due terre desolate, spesso accoglie persone scampate a chissà quali storie o angherie e, mosse dalla paura, sono disposte a commettere atti così impuri che vengono giustificati dalla sopravvivenza.”
    L’aria della casa si fa silenziosa e pesante; alcuni commensali rabbrividiscono al tono melodrammatico di Jona.
    “Eravamo in tre insieme al dottor Merendille e l’ispettore capo Pief. Ci avevano detto che in uno dei sobborghi della città si nascondeva un criminale dai gusti… insoliti. Andava in giro di notte a rapire giovani bambine tutte dai capelli biondi e dagl’occhi verdi; le portava nelle grotte imbavagliandole e stuprandole violentemente. Ad atto compiuto, le cavava via gl’occhi e le bruciava appese agl’alberi. Dopo notti di studi e pedinamenti, arrivammo al colpevole; ma solo dopo sette vittime. E non fu nemmeno per la nostra bravura. Fu stesso lui a commettere un errore che ci condusse a braccia aperte all’interessato.”
    “Quale fu l’errore?” chiese Geremia.
    “Nell’ultimo omicidio si ustionò una mano. Fu il medico che lo medicò a darci la soffiata beccandolo in flagrante mentre stava abusando della figlioletta. Ricordo ancora gl’occhi della figlia Lisette; aveva uno sguardo così perso e vuoto, le lacrime uscivano per inerzia come se fosse abituata a tutto quel dolore.”
    “Che n’è stata di lei?” chiese Diletta. “La portai in un’ospedale vicino la città che si occupava delle bambine abbandonate. Quando me ne stavo per andare mi prese la mano, mi avvicinai al suo visino e mi disse – Il mio papà era buono – come si fa a dire una cosa del genere?”
    Silenzio in sala.
    Dopodichè l’anziana Walker prese la parola, esordì con battute fuori dal discorso, riprese un po’ l’attenzione di tutti e riuscì a portare i commensali nel giardino e la tranquillità ripiombò in casa mentre Jona era ancora seduto a tavola guardando il vuoto e fumando un sigaro.

    A sigaro terminato John pone il soprabito sulle spalle del giovane Walker portandolo ai cavalli; destinazione pontile ad Ovest.

  • 25 febbraio 2015 alle ore 20:22
    Il Teatro Degli Amori

    Come comincia: In un paese della Valle della Loira ci vivevan due mucchietti di gentil persone che si cibavano di lavoro e d’illusione.
    Nell’occhio del ciclone, Teseo e Giunone, giovani fanciulli dal nobile cuore che sfociano, nel buio, in una clandestina relazione. Sulle bocche inviperite dei popolani,  tiravan su di essi lingue aguzze e peggior infamie.
    In un castello che sorgeva sul pio fiume, le loro voci si udivan squittire e le leggiadri carni ardenti schiudersi in secreti amanti.
    Nel loro viver di beatitudini e magie, il filo della felicità si spezza in un vortice di bugie portando Giunone a decidere di attraversare infinite lande desolate per allontanarsi da quel suo gentil amore.
    Un giorno un coraggioso condottiero giunto nelle terre lì vicine, scorge la bellezza di Giunone che vien rapita dall'impavido marpione mentre, il povero Teseo pieno di tristezza, cede all’inganno del malsano amore.
    Lucilla, figlia del panettiere, rinchiude il cuore dell’amato Teseo che, con la scomparsa di Giunone, tende la mano a quel cattivo affare.
    Ma quando Giunone, scappata dalle grinfie dell’ignoto vigore, viaggia fino a Teseo, sente affine il tradimento dell’amato e con il rammarico sulle guance, scappa verso le nuove france.
    Bella e vispa la Lucilla che, battendo a ridosso sul chiodo ben saldo, accattiva il suo miglior pupillo. Non fu poi tanto brava in quanto, con la ferita ancora aperto nel petto, Teseo donò parole di conforto all’amata fuggita; colpita da così tanto prospetto, la disperata Giunone, abbracciò quel segno come se l’invito fosse aperto.
    Ma quando, innamorata concezione, decide di raccogliere le parole dal vento, il suo Teseo respinse le grazie per dispetto.
    Morta di dolore, derise il suo angelico cuore accontentandosi dei gentil sussurri di quei teneri amanti che nel lungo viaggio le tennero la mano.
    La storia muore con il povero Teseo che diviene vittima di Lucilla, l’infida lucciola di libidine spiglia e della bella Giunone che dà in pasto ai cani il suo cuore, vendendo il corpo in cambio di calore.
    Così Teseo perduto nella scelta presa, domina con insensato sgomento il mostro che si è scelto e Giunone, perduta nel suo amore, accetta con inesorabile rassegnazione un giovinotto di buona intenzione.

  • 24 febbraio 2015 alle ore 14:00
    Isabella, Tempo e Follia

    Come comincia: Avevo intenzione di scrivere parole, di dare sfogo al cuore nel suo momento più delicato, la notte.
    Ma non tutto mi uscì o, se proprio vogliamo, dovevo tenere conto che quello che frenava non era di certo la mente ma la mano stessa.
    Dovevo aspettarmi di pensare che andando contromano qualcosa mi poteva ferire.
    Mi sono fatto prendere dalla frenesia del cuore (oh, menzognero cuore!) e dalla follia e dal tempo:
    Oh, no, dannata follia! Tu che accechi le nostre anime dandole in pasto alla reale virtù del tempo; tu che con la tua cotanta bellezza risplendi nera e furtiva nelle menti di noi giovani mortali, tu!
    Oh, sì, tu, follia! Tu che hai mosso le brutalità e l'ingegno di cui la terra si macchia giorno per giorno, oh, sì, ti prego! Risparmiaci il tedioso momento in cui tu, sublime, esplodi nella mente e pervadi le membra arrivando alla mia mano che commette inganni, prosa e dolore per chi, a quel tempo, di follia mi cibava.
    Tempo, maledetto tempo. Tu che togli piaceri e malori, oh, tempo!
    Se t'ingannassero, tu, troveresti comunque il tempo di capirlo! E fingere che non esisti è come ripudiare che il mio stesso corpo abbia fine! E se pure credessi che tu fossi nullo, ci sarebbe comunque qualcosa che di preciso a te ci ricondurrebbe.
    Oh tempo, maledetto tempo! Vittima e carnefice di te siamo e se ci fosse una terra senza tempo, uguale, noi lo inventeremmo! Perchè senza di te, amico tempo, tutto può sembrare più bello ma noi sappiamo quanto brutto può essere il non averti accanto e se le lunghe distese di erbe e di fiori, e il vivere e morire sarebbe nullo e nullo fosse tutto questo, allora noi non esisteremo.
    Oh tempo, maledetto tempo, con l'aprire e il chiuder delle ciglia è come se rintoccassimo il primo e l'ultimo tocco di te stesso, in balia delle onde nere che contro l’anima si scagliano punendo la parte più pura per sino nel cuore dell’oceano!

    Isabella, di certo non son qui a chiedere perdono; né a te ne ad altri, ma solo a me stesso. La volontà è infida e la realtà ancor di più; e tu sottratta al canto mio giovane, non m’appari che più bella e maestosa ti mostri con mera finzione.
    E in alto si eleva il canto, il grido sordo del disperato chiarore del cielo, che con la mano dico addio a quei sogni di agonie e di puro impero.
     

  • 23 febbraio 2015 alle ore 10:23
    Cantastorie

    Come comincia: Ernèst era figlio del mondo; aveva sui trenta e passa anni e aveva viaggiato molto con in spalla la sua chitarra per mari, monti, campagne, montagne, e oceani burrascosi.
    Figlio dell’arte, si era trovato per caso nei luoghi più svariati delle Americhe e dell’Europa, cantando e suonando senza sosta. Si era insidiato in tribù, accampamenti, tra persone conosciute e sconosciute che gli avevano regalato emozioni, sensazioni e molte storie da raccontare.
    Nel corso del suo viaggio, Ernèst aveva potuto ben vedere quanto bello e sporco fosse il mondo cantandone le lodi e tessendo i suoi ricordi.
    Era un tipo chiacchierone, amava le cose belle e le donne; nelle sue mani era passato di tutto (tra droghe e puttanelle, era diventato quasi un Dio in terre lontane).
    Quando il viaggio lungo vent’anni lo aveva portato a rincasare nelle terre natie, aveva avuto come il bisogno di narrare quelle storie vissute quasi a non dimenticarle mai.
    Chiunque incrociava la sua strada, s’imbatteva in quei racconti fantastici e mistici rimanendo quasi incantato.
    La storia dell’uomo dalla gamba di legno in Messico, il vissuto nelle terre arabe nei campi di coltivazione della marijuana, i teatri in Colorado, il mare della California, le band di musicisti neri a San Francisco, le strade di Granada, le bevute a Berlino, gli amici di Porto, il deserto in Kenya, le oasi di Tenerife, i problemi con la legge negli USA, le passioni in Perù, il caos di Londra, i funghi allucinogeni in Olanda e via discorrendo.  
    Lui parlava, raccontava e pendeva di bocca in bocca fino ad incrociare la mia.
    Un cantastorie vomitato dal mondo, un perenne amante della vita che gli aveva dato tanto più di quanto immaginava e, fermandomi a pensare, posso dire che era stato abbastanza fortunato e coraggioso ad abbracciare così pienamente tutto ciò che la vita gli aveva dato fino a quel momento.
    Impavido e pieno di se, credeva che poteva arrivare molto oltre quel limite ed è così ch’è divenuto piccolo cantastorie della città. L’esperienza ti fa bello sicuramente ma se non sai dosare quel bello che ti è stato regalato, puoi quasi cadere, poi, nel ridicolo a parer mio.
    Ti si crea un personaggio e poi difficilmente puoi abbatterlo od eliminarlo; ed Ernèst era un po’ così. Dal canto mio, di personaggi, ne ho veduti (non tantissimi ma, per la mia classificazione, abbastanza da non volerne vedere o, magari, frequentare altri).
    La sua età avanzata (e che avanza) come per ogni uomo, lo porta a voler ora sicurezza, un cantuccio bello e confortevole dove poter mettere radici e finire la sua vita, si, ma non di certo per me.
    Con lo spirito giovane che si trovava, sapeva che in realtà lo poteva abbandonare in qualsiasi momento e così Ernèst aveva deciso, inconsapevolmente, di attorniarsi di tutto ciò che era bello e giovane e quale meglio di fanciulle delicate e piene di vita a cui poter raccontare storie così affascinanti tanto da indurle a pensare “Oh, sì, bel cantastorie (anche se di bello estetico aveva ben poco) fammi tua e dedicami canzoni d’amore!”?
    Ma non tutti stanno al suo gioco, o almeno, non io sicuramente; poteva anche affascinare Ernèst ma non era di certo ciò che io volevo o cercavo o addirittura che mi servisse in quel momento.
    Il piccolo cantastorie era un ottimo passatempo, dolce e carino per i suoi modi da burlone e cantautore, ma, come si dice, a me non fregava una vera sega! Poteva fare, dire tutto quello che voleva, non ero di certo caduta tra le sue mani come un fagiano o, meglio ancora, come un pesce di mari esotici al suo gentil amo.
    Allora avevo capito che da quell’elemento bisognava prendere il “bello”, farlo mio, e trascrivere il tutto senza mai espormi o dare modo di fargli continuare il giochetto delle storie per farmi abboccare.
    Ovviamente Ernèst n’era totalmente inconsapevole del perché lui facesse e dicesse, racconta e ama, ride e suona; sembra quasi che a volte passi da persona a persona solo per il bello di elogiare le sue gesta.
    Allora posso ben raccontare io una storia, a questo punto; la storia è che un figlio del mondo viaggia, viaggia e viaggia poi ritorna e tra tante persone, imbrocca me.
    Si vive passione, dolcezza e persuasione e la storia finisce che lui muore schiacciato da se stesso con solo i ricordi di quel viaggio nelle mani sue vuote.

    Bel finale direi.

  • 20 febbraio 2015 alle ore 15:48
    Carcere Rosso

    Come comincia: Ad un certo punto le cose accadono e s’incastrano.
    Come tante celle costruite a modo collegate tra loro da un invisibile filo del destino che tesse ogni singola emozione o situazione; una vedova nera che intrappola le sue vittime in tranelli abietti e poco costruttivi che hanno un lieve senso.
    La situazione mi appariva come un carcere rosso; ed io ero l’imputato, il giudice e l’aguzzino. Che triste realtà contorta.
    Nel mio cervello c’erano troppe informazioni sulle quali affacciarmi ed affrettarmi a risolvere e poi quelle che nulla c’entrano ma che, per via della vedova nera, s’intrecciano alle cose reali nemmeno chiedere il permesso.
    Viktoria e Buba erano i miei compagni di cella (quelli a cui non badavo ne ascoltavo ma, in quanto uniche persone reali con cui condividevo quel buco, dovevo rendere almeno qualcosa che fosse stato un gesto, una parola, una compagnia o semplice falsità quotidiana).
    Poi c’era Melissa, l’unica amica che ho sempre avuto e che desideravo ardentemente rimanesse con me fino al calar della vita; quella mano dolce e confortevole di bella leonessa amante della vita dedita a sol se stessa ed al suo irrequieto cane bianco e nero; e poi c’era lui.
    Ernèst. Ernèst era quel tassello più improbabile che alla mia vita non serviva minimamente eppure era entrato nella mia linea; anche lui aveva un posto nel carcere rosso che mi ero creato nella mente ma aveva un posto riservato, quasi nascosto al mondo. Non che me ne vergognassi, ma essendo lui l’improbabile, mi piaceva fosse quella carta nascosta da scoprire in reale caso di bisogno.
    Artista fin nel midollo, Ernèst cantava e suonava di amore, passione, la vita ed il mondo, di viaggi e di donne, di carne e di fronde.
    L’amico fragile dell’improbabile caso umano qual’ero, messo in un angolo a rimuginare su vita, morte e miracoli passati presenti e futuri senza capirci un emerito cazzo. Sapevo che dovevo campare e cercavo di farlo nel modo più normale possibile (anche se, a dire il vero, sono un tipo abbastanza plateale). Fuggire nuovamente era quello che volevo, ma per farlo dovevo organizzare bene i miei passi e non potevano esserci margini di errori; assolutamente no.
    Jenny sarebbe stata la persona perfetta; ragazza semplice e carina, giovane e innocentemente maledetta (sono sicuro sia così).
    Ma no, no! L’improbabilità non deve aleggiare perpetua nella mia mente; sto mischiando fantasie e realtà, che confusione! Avevo impostato la vita reale in un carcere e quella irreale nel mondo attuale.
    Ernèst era un uomo o una donna ai miei occhi? E Jenny? Era la barista del bar dove andavo di solito a sbronzarmi, o era l’amante uomo del momento?
    E io? Chi sono ora a parlare? Il me prigioniero? La vedova nera? L’amante delusa da Pablo o il dannato Mr X che deve risolvere dei problemi?

    Mi sento un po’ confuso.

  • 16 febbraio 2015 alle ore 14:33
    Bello Ma Sporco

    Come comincia: “Ti smarrirai nelle orbite oculari dell'angelo caduto e, gridando sotto voce, dire al vento del sud che l’amore è amore se, a darlo, sei tu.”
    Bella la poesia. Riesce sempre a dare quel tocco magico e confortevole di chi, sfrenato sognatore, crede che le cose siano ancora belle; che il mare sia profondo e i gabbiani al meriggio siano l’apice del romanticismo.
    E poi t’imbatti in cose del tipo “Si, come un angelo scopava divinamente, oh sì, se scopava da Dio (o con Dio), non lo so, ma in tutti i casi sapeva fin troppo bene il fatto suo.”
    La poesia può tradursi nelle realtà rude, come un atto sessuale che raggiunge anch’esso l’apice del paradiso sfiorando il “bello ma sporco”, come prendere l’assassinio di una fanciulla lasciata agonizzate sul marciapiede.
    Continuare dicendo “Come se fosse stata la regina delle puttane e meritava molti soldi, oh sì, se li meritava. Una scopata con quella donna e avresti dimenticato ogni cosa, qualsiasi essa sia fosse.
    La sua bocca carnosa così affine ai miei genitali, era l’apoteosi del sesso; il sublime stato di assuefazione frenetica psicofisica dell’uomo! Un solo dito in quella bocca e sarei stato capace di venire dall’unghia se fosse stato anch’esso un organo genitale.
    Aveva lo sguardo di chi sembra farti un piacere, più per te che per lei stessa. Quella sua vagina candida e calda sembrava il morso della morte (e se morte fosse stata, mi sarei lasciato prendere senza pensarci troppo).
    Sapeva metterti il desiderio e sapeva anche come togliertelo. A due passi dal paradiso che si costruiva, era capace di togliertelo come se fosse stata lei ad ingravidare me e non il contrario.
    Oh, mia bella! Scoparti equivale a tutto l’oro del mondo; a tutti gl’occhi che ho potuto vedere in passato e tutte le bocche che avrei baciato in futuro.”
    Non è anch’esso altrettanta bella poesia corporea? Se magari a parlarne fossero le membra stesse potremmo leggere dei suoni che emette ad ogni singolo sussulto per accostarlo a fatti irreali tipo “perché candida giacevi sul cumulo di stracci avidi di piacere, dove dita frenetiche penetravano dolci sulle fosse del viso morente d’ardore”.
    Mostruosamente sublime!

  • 13 febbraio 2015 alle ore 15:30
    Manifestazione Onirica Del Demone

    Come comincia: E’ come se avessi un demone dentro, un demone dalle mille personalità con un solo volto che ha, nel pugno, la mia anima.
    Gli piace giocarci senza mai fermarsi ed io sono in balia di quel suo gioco, senza potergli opporre resistenza; come se la sua mano confortasse più di mille mani reali.

    Nei miei incubi notturni sogno sempre di sfuggirgli o di farlo mio; persuaderlo a lasciarmi andare o lasciarsi andare a me, ma senza ottenere nulla. Due sono le cose che tento di fare: o lo amo o lo odio ed entrambi sono portati all’estremo essere.
    Questi incubi mi folgorano le membra del cervello; cerco di svincolarmi strappandomi al sonno ma invano, la sua perfidia sa sempre come ammaliare il mio tormento mettendomi a tacere, costringendomi a guardare ciò che accade, inerme, spaventato, con quel poco di coraggio che ancora ho dentro.

    Come una Sindrome di Stoccolma amando il mio carnefice allo sfinimento ma tutto attorniato dalla speranza che, un giorno, tutto questo possa finire.
    Nei suoi vari travestimenti, porta un solo volto; ed io conosco bene quel volto.
    Mi rendo partecipe di quella perversa denudazione, come se mi preparassi e agghindassi per il momento in cui mi potrà torcere il collo, sprofondandomi i pollici negl’occhi scabrosamente.

    Mi annoda il ventre ed i polsi, come carne posta sul fuoco ardente; semina dolore e desiderio senza muovere un passo, come se fossi spaventato dalla sua sola ombra offrendo me stesso all’inferno impetuoso e potrei implorarlo dall'oggi al domani; non credo otterrei molto. Alla fine è tutto qui, nella mia testa e fin quando io vorrò che esista, lui non sparirà ma continuerà a farsi spazio disintegrando tutto ciò che di bello resta.
    Com’è possibile che tanta ombrosità sia nata e radicata dal petto alle viscere? Quando è avvenuta la sua nascita, la sua crescita e la mia agonia?

    La sensazione più irreale e veritiera è: seduto nel vuoto una mano trafora il mio metto, abbraccia il mio cuore e quando gli va di giocare, lo stringe avidamente facendolo sanguinare ma costringendolo a restare in vita. Due ferri agl’occhi per tenermeli sbarrati ad assistere alle immagini che mi proietta nel cervello puntellato da un sottile ago infetto che entra ed esce dal mio cranio bagnando le budella che fuoriescono dal mio ventre spappolato.
    Non so se ho reso l’idea.
     

  • 11 febbraio 2015 alle ore 15:40
    Sessantatré Ore

    Come comincia: Sessantatré ore.
    Sessantatré ore senza mettere un piede fuori.
    Odio il tempo; così linearmente detestabile.
    In dodici ore si possono fare molte cose; in ventiquattro il doppio, ma in sessantatré, beh, il triplo.

    Si potrebbe dire “aprile, dolce dormire” ma cavolo siamo in inverno ed è possibile che in sessantatré ore, non si riesce a fare niente?
    Avevo perso la bussola e non ero molto in me. Steve mi ripeteva che non dovevo demordere, che le cose sarebbe cambiate; piangersi addosso era inutile e che dovevo prendere il mio tempo, organizzarlo, fare, dire, uscire, ecce cc. Che caro amico era quello Steve; anche a distanza sapeva come farmi rinsavire.

    Non vedevo nessuno, non sentivo nessuno, l’unica cosa con la quale parlavo sempre erano quelle maledette sigarette che, però, nel loro far male mi tenevano compagnia. Tra le quattro mura della mia stanza informe, pensavo alle vite che conducevano le persone al di fuori di essa; il panettiere, la signora di sotto, gli uccelli, i ragazzi di ritorno da scuola.

    Scuola. Che bella parola. Quando ero ragazzo mi piaceva molto andarci. Stare con la gente era la cosa che mi faceva sentire bene, una sensazione di sazietà, interezza, benessere fisico e mentale. Ma forse non ero mai riuscito nell’intento di unire utile e dilettevole; o mi dedicavo all’utile passando il tempo libero nell’inutile o mi dedicavo al dilettevole scadendo, poi, anch’esso nell’inutile.

    Eppure c’era qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che era lì, tra le dita delle mie mani irrequiete. Pensieri, parole, immagini, sensazioni e l’unica cosa a cui la mia mente mi riportava era il passato, passato, passato.
    Abbastanza estenuante, direi. Eppure il sole era alto nel cielo, avrei potuto fare qualsiasi cosa. Si, ma cosa?

    Non era la mia aspirazione restare chiuso tra quattro mura e non uscire per sessantatré ore, ma anche se avessi rotto quello scorrere del tempo, non sarei comunque giunto a qualche soluzione. Eppure sapevo che le risposte erano tra le mie mani, tra un dito ed una sigaretta.

    Il caffè, che gran benedizione. Il mattino era troppo bello per passarlo a non viverlo, ma ero troppo rinchiuso in me stesso per far sì che il sole portasse qualcosa di buono. Ero fatto per la notte, per il divertimento, per le illusioni e per l’amore che da un bel po’ non mi faceva visita.

    Del resto, ho sempre fatto così. Nei momenti di inadeguatezza, l’unica cose che mettevo a proprio agio, era il mio corpo e non di certo la mia anima.
    Sessantatré ore; eppure questa parola mi intrappolava e il ticchettio dell’orologio che scandiva ogni secondo, Dio cristiano, era l’apoteosi filmica che faceva vacillare la mia mente.
    Siamo giunti quasi a sessantaquattro.

    Che Dio mi perdoni per tutto questo tempo sprecato a sprecarlo ma se solo mi volesse un po’ più di bene, se realmente vedesse me come uno dei suoi legittimi figli, allora mi darebbe una mano. Una qualsiasi. Magari potrebbe iniziare col darmi l’ispirazione giusta per affrontare diversamente ogni mattino quando, per il troppo sonno, i miei occhi si aprono con un solo pensiero nella mente “sessantatrè ore”; se magari mi facesse svegliare con un pensiero diverso, sarebbe già un inizio. E forse se già mi svegliassi con la frase “sono vivo anche oggi”, forse non sprecherei tutto il tempo a pensare a quante ore sono rinchiuso in casa circondato dalla mia solitudine.

    Oh, Steve! Non sai quanto piacere mi hanno fatto le tue parole; del resto tra amici ci si comprende e ci si rafforza. Spero tu abbia tutte le fortune, più di quelle che hai già e non mi dispiace pensare che, a differenza tua, io sia dannato nell’inferno senza nessuna fortuna alcuna. I disgraziati muoiono soli, non te l’hanno mai detto?
    Se mai verrai a farmi visita, ricordami di non sporcarti troppo con il fluido fetido della mia pazza filosofia.
     
    Sessantatrè ore e mezzo dì appena passato.

  • 11 febbraio 2015 alle ore 3:12
    Occhi Nel Buio

    Come comincia: “Attenta! Non lasciarti ingannare dal triste paesaggio. Ridici su! Non sono che una massa di imbecilli che attendono queste feste per dar sfogo al loro ego! Non farti male”-!
    Non capii le parole di Mia ma la musica distolse la mia attenzione ed a malapena riuscii ad accorgermi che qualcuno mi stava fissando. Per un malore improvviso, fui costretta a dirigermi verso l’immenso terrazzo lungo tutta una facciata del palazzo che collegava la sala principale alle altre venti sale per gli ospiti presso le quali molti gruppi di persone si stavano dilettando con personali giochi erotici e sfrenate orge. L’aria fredda della notte non mi fu mai così piacevole come quella sera. Mi sentii libera e più tranquilla e mi adagiai accanto alla forte ringhiera ammirando la luna che non guardavo da tanto tempo. Dopo un po’, preoccupata per Mia, rientrai nella mischia fetida. Iniziai a insediarmi tra la gente che ballava e rideva; vagavo, toccavo, sentivo, non riuscivo a respirare né a carpire un minimo di dove fosse finita Mia. Ricevetti spintoni, schiamazzi in faccia, chi mi palpava, chi mi invitava a ballare tra un vomito e l’altro e, l’unica cosa che mi ripetevo, era quella di trovare Mia al più presto e scappare via da quel posto, il più lontano possibile. D’improvviso, scorsi una nera maschera dalle sfumature blu acceso con due occhi vitrei dai riflessi aurei incrociare il mio sguardo. Mi fermai e, per un istante, rabbrividii; mi voltai intorno per vedere se mai la vecchia Contessa fosse nei paraggi ma non la scorsi e il mio sguardo si riposò sulla figura nera di quell’uomo inutilmente. Sparito.
    “E’ sparito? Dov’è”-? Mi chiesi mentre lo cercavo con lo sguardo. Ripresi la mia ricerca ma non più di Mia ma di quell’uomo che aveva attirato la mia attenzione. Non lo trovavo da nessuna parte e finii per impazzire quando, ormai stanca del troppo girovagare, del bere e del calore, mi fermai d’improvviso e mi lasciai travolgere dalla massa senza più lottare. Dal nulla sbucò la sua mano che afferrò il mio braccio facendomi rinsavire. Aprii d’improvviso gli occhi e incrociai i suoi.
    “Alzati”-! Mi disse con aria severa.
    “Chi sei… tu”-? Gli chiesi sfinita.
    “Chi sono io, non ha importanza. Alzati e va fuori”-! Mi ordinò.
    Non so perché ma di soppiatto mi alzai e raggiunsi la terrazza con le poche forze che mi rimanevano seguita dall’uomo indiscretamente.
    “Chi siete”-? Chiesi spaventata voltandomi verso di lui.
    “Come vi sentite”-? Chiese impassibile.
    “Meglio, la ringrazio”-! Dissi abbassando lo sguardo quando d’improvviso mi prese il braccio, mi girò il volto col mento e mi guardò negli occhi profondamente. Conoscevo quegli occhi; non li avevo mai dimenticati. Non proferì parola alcuna né si preoccupò del dolore che iniziai ad avvertire al braccio ed al mento. Senza che potessi dire o fare niente, mi baciò perdutamente, avvinghiandosi prepotentemente alla mia vita. Non m’infastidì il suo gesto e non osai chiedere nulla nemmeno quando mi portò nelle mie stanze come se sapesse dove pernottavo. Con violenza mi strappò i vestiti, si tolse i suoi, con passione mi sfilò la biancheria senza mai distogliere ne lo sguardo né la bocca dalla mia. Mi entrò dentro senza batter ciglio, senza chiedermi il permesso, senza togliersi la maschera magari in segno di rispetto e non osò togliersela per tutto il tempo. Mi toccava bramoso, mi stringeva a se, mi palpava come se fossi stata la prima e l’ultima; mi accarezzò il collo, i seni, mi baciava violento penetrando molte e molte volte. Non m’importava di nulla, anch’io con lui mi sentivo persa in quella bramosia dannata; cercavo il suo sesso come una forsennata, accarezzavo i suoi pettorali, lo baciavo sulla bocca e sulla maschera che non volevo si togliesse; i minuti che passavano inesorabili tra le dita delle mani e dei piedi, tra le lingue che si toccavano, incastravano e mordevano, mi avevo fatto capire chi era quell’uomo.
    Piansi ed il mio corpo con me. Consumammo tutta la notte come due animali impauriti lontani dal ballo, lontano da quella vergognosa miscela, lontani dal mondo stesso.
    Al mattino, al mio risveglio, fui sola, lui… non c’era più.

  • 10 febbraio 2015 alle ore 14:33
    [S]fortuna

    Come comincia: La fortuna arriva una volta; poi se la ritenti, scordatelo pure.
    Ma poi davvero si parla di fortuna? Sembra quasi un paradosso. Non è che forse si ha fortuna solo quando i pianeti, le stelle, le persone, la mente e l’anima si allineano? Potrebbe trattarsi di un fatto astrofisico quello della fortuna e potrebbe essere un ipotesi molto romantica del tema in questione ma, se proprio devo dirlo, sembra un po’ tutta una presa per il culo. Quando sembra che la vita prende una piega diversa e positiva, quel periodo dura ben poco e quando dici alle persone che incontri “No vabbè ma io sono felice, sto bene”, cazzo (penso) non dovevo dirlo. Ecco che ti svanisce tutto magicamente e, a volte, anche drasticamente.
    Che strana cosa questa della fortuna; non so mai se crederci fino in fondo o no, se fermarmi a pensare all’essenza vera del concetto di fortuna o meno, vivermela così come va come tutte le cose. Però, quando mi fermo, penso “Che gran rottura di palle”, ed è quello che dico tutt’ora.
    Non ci sono molte domande che uno si può porre per avere altrettante risposte in merito e quindi arrivare ad un punto in cui il filo e la logica si uniscono all’unisono; non ci sono dati certi ne studi abbastanza veritieri che ci portano a capire perché, su questa terra, molte cose vanno così e basta. Ma almeno una cosa risaputa da anni ce l’abbiamo e, come disse un vecchio saggio una volta “La felicità è un attimo”; se fosse realmente così, allora, non posso che pensare “Il mio attimo è arrivato e già passato, aspetteremo il prossimo”. Si, ma se deve essere in eterno, Dio mi aiuti se nel corso delle cose posso rischiare di perdermi.
    Adelaide era stata un punto saliente per la mia andata fortuna, nonostante fosse una persona innamorata della sua malattia (un caso clinico per eccellenza, mi verrebbe da dire). Eppure era stata decisiva ed importante al fine che la mia fortuna si compiesse (magia che ha, poi, abilmente storpiato e rotto data la sua mente malata). Dal bene del pensiero era passata a quello cattivo che si è maturato nel corso del tempo nell’altro emisfero della mia anima.
    Perché le persone devono sempre ingannarci con la “finta falsità” del cuore senza veli ne accortezza? Dio, che rabbia! E non tanto per le cose che ho vissuto in quanto, per l’amor del cielo, era anche normale che andasse tutto male data la brevità del tempo felice, ma proprio dall’inguaribile romantico che sono nel dedicare così tanto tempo, pazienza ecce cc a qualcuno che, inconsciamente, già so che ferirò o che mi ferirà senza pensarci due volte.
    Ho pietà di me stesso ma, almeno, non mi biasimo né mi giudico.
    Se scontrandomi con realtà cattive posso fare cinque passi in più dentro me stesso, allora accetto tutto e vado avanti; almeno posso vivere il restante dei miei giorni con consapevolezze in più su come la gente vive nel mondo.

    Sono incantato. 

  • 08 febbraio 2015 alle ore 16:08
    Fragilità

    Come comincia: Ferma nel campo di granoturco, aveva un soprabito blu e delle scarpine da signorina bianche con piccoli girasoli. Camminava leggera toccando le spighe una ad una aspirandone il profumo secco. Si ricordò del suo sogno; era davvero quello il momento di andarsene? ... si. Rosa era sicura che avrebbe abbandonato per sempre quel posto e tentò di catturare con lo sguardo, con l’olfatto, con le mani e con l’udito tutto ciò che apparteneva a quella terra che avrebbe amato per l’eternità. Dopo di che andò via. Partì distaccandosi da quel mondo che amava più di se stessa, portando via con se solo il ricordo di un infanzia felice. Isidoro non seppe, se non al pomeriggio inoltrato, che Rosa era partita. S’era allontanata dal suo cuore e dalla sua bramosia. L’aveva abbandonato come fece sua madre molto tempo prima. Scomparve così la figura di Rosa tra quel grano, tra le stanze del casolare, tra la stradina tortuosa accanto alla sua casa, la sua risata cristallina che la si udiva al di là del campo. Non avrebbe più sentito le sue dolci ed esili mani sui suoi vestiti, le sue dita affusolate slacciargli le scarpe, il solletico provocato dai suoi capelli sul suo petto nudo, le sue labbra scarlatte col sapore di ciliegia; non avrebbe mai più incontrato i suoi occhi dal graffio felino, non l’avrebbe sentita più parlare, sbraitare irritata contro gl’insetti, non avrebbe più fatto l’amore con lei, ne litigarci, ne parlarci spensierato del lavoro, dei progetti insieme, delle sue erezioni ad un solo sguardo malizioso. I suoi giochi infantili insieme a Rosa erano finiti in un soffio di vento, in un giorno indescrivibile e mai immaginato. Si sentì lacerare le viscere, una tristezza ammorbante e dolorosa pervase il suo corpo. Si sentì mancare delle sue forze, delle sue lacrime, del suo stesso dolore. Rimase immobile in piedi a guardare la lettera che Rosa aveva lasciato. Incurvò i sopraccigli scrutando la busta che conteneva la lettera, come se fosse trasparente e vi si poteva scorgere le parole come “perdonami” oppure “dovevo farlo”. Ma nella lettera c’erano tutt’altre parole che non corrispondevano a quelle che lui pensava avesse scritto. Voleva abbracciarla ancora, respirare l’odore dei suoi capelli strambi, sentire la sua corporatura esile vicino alla sua, vedere le sue labbra tinte di rosso ed il sapore di crema e di finto, voleva passeggiare ancora tra il grano e sentirla dire per un ennesima volta che l’amava. Tutto svanì disperatamente. Il sogno infantile in cui s’era rifugiato con lei s’era spezzato e lui s’era destato nella vita cruda ed amara che l’attendeva da molto. Ma il tempo gli aveva insegnato che piangere era inutile e soprattutto stupido. Era il cuore che stava piangendo e si feriva con le sue stesse mani. Guardò dappertutto, in ogni angolo, spigolo, punto della casa. Notò un tavolino basso messo da parte e sedie altrettanto basse con una lettera posta sopra che attendeva d’esser letta. Alla vista del tavolino s’intristì. Si ricordò di quando le chiese di comprare un tavolo con delle sedie e che lei si era rifiutata perché quella casa troppo bella già in quel modo. Sorrise tristemente, come se avesse sorriso a lei. Prese l’altra, quella datagli dal padre, ed iniziò a leggerla. La fluidità delle parole scritte prese corpo ed il discorso fu così incalzante che sembrava fosse stata lì a parlargli di persona. Cerano scritte frasi tipo che “Il tempo passato insieme è un tempo che non finirà mai. L’amore che mi lega a te è immenso. Odiami, maledicimi quanto vuoi, io non posso biasimarti. L’età infantile che s’è bruciata in un soffio di vento, non terminerà mai, Isidoro. Il tempo c’ha insegnato ad accettare le cose, c’ha forgiato, c’ha accolto. Adesso dobbiamo andare ognuno per la propria strada, quella strada che ci siamo creati entrambi nel nostro piccolo.” E poi “Io sono cresciuta lontano da tutto e da tutti. Sei stata una presenza nuova e confortevole, sei stato un maestro di vita per me, un amante, un amico, un fratello. Ho imparato molte cose standoti accanto, adesso è tempo che impari altre cose andando via perché questa è la mia strada. Tu... troverai la tua” -. Isidoro tacque; rileggeva sempre le solite parole per vedere se mai qualcuna gli dava speranza nel credere che sarebbe, un giorno, ritornata. Ma nessuna lo incitava ad amarla ancora, tutte stroncavano l’età dell’amore ormai passato. Poi s’alzò, girò la pagina; c’era scritta solo una frase. Breve ma molto significativa;   “Aspetto un figlio.”   Non dimenticò mai Rosa e non accantonò mai il suo amore per lei. Si perse nei ricordi, come suo padre. Continuò la sua vita ribelle, ad avere i periodi “si” e quelli “no”, aveva sempre i capelli ribelli schiariti per il sole e arruffati, continuò a dirigere il suo bar nel centro della città, si occupò del casolare, del padre e della casupola.   Rosa sembrava fosse svanita; come una bolla in mezzo al vento, trasportata chissà dove in un giorno di primavera.

  • 15 gennaio 2015 alle ore 20:58
    Emotività

    Come comincia: L’emotività non può essere spiegata a parole; l’emozione è soggettività dell’anima.
    Per quanto mi riguarda, so di essere una persona abbastanza emotiva e, contemporaneamente, anche molto vuota (quando non voglio, ovviamente). Il nostro emozionarci cambia da cosa in cosa, o persona e persona e sono anche certe scelte a renderti più o meno emotivo verso il mondo.

    Come la famiglia; non possiamo scegliere in che famiglia nascere o che parenti avere a seconda di come siamo e come viviamo le giornate. In questo caso, c’è sempre chi sceglie per noi nell’infinito evolversi delle cose.
    Non ho mai scelto la mia famiglia e, se si potesse fare, avrei preferito un’altra. I contrasti familiari se sei troppo emotivo, ti possono cambiare e plasmare a loro piacimento arrivando ad essere una persona che possono amare od odiare ma questo, poi, non dipende nemmeno tanto da noi stessi perché è abbastanza accertato che, per quanti insegnamenti giusti possono darci, una volta entrati nell’età del pensiero proprio, dell’andare contro corrente da adolescenti, nulla può essere tenuto sotto controllo. Alla fine, alleviamo noi stessi in base a quello che c’è fuori, a come essere o diventare, cosa pensare in situazioni spiacevoli e non, a quali logiche ricorrere nel caso qualcuno cerchi di contrastarci. E’ tutto un fatto di logica, se rifletto.

    Amo molto ciò ch’è stato ma, col tempo, non tutto è andato come speravamo. Quando il caso coglie il tuo stelo falciandolo senza indugio, non ti resta che un fiore morto che non puoi più piantare. Le domande soccombono e l’unica cosa certa che hai è che quello che avevi due secondi prima, non ce l’hai più e sai che sarà così sempre. Lì subentra il cambiamento. Le tue logiche iniziano ad attivarsi, il cervello produce una rete di informazioni reali e irreali, il cuore le racchiude e il pensiero le classifica; il tuo essere si plasma. Se l’uomo fosse un calcolo matematico, possiamo dire che in sé potrebbe racchiudere una serie di algoritmi infiniti, un rebus, informazioni su informazioni portando i numeri ad impazzire. Ed è per questo che i pazzi impazziscono; perdono il controllo dei loro numeri e iniziano a darli!

    Che metafora divertente. 

  • 14 gennaio 2015 alle ore 19:26
    Pregh(era)

    Come comincia: Alla fine, le sorprese, non mi sono mai piaciute; un po’ perché ormai son anni (se non da quando ero bambino) che non ne vedo.
    Le sorprese migliori sono quelle che facciamo a noi stessi quando perdiamo, per un attimo, la connessione col mondo e le cose accadono perché le decidi tu, o lui o magari quell'altro e l’ottanta percento dei casi non è mai una sorpresa; se ti muovi per logiche ci arrivi senza stupirti troppo. Sono diventato cinico anche in questo, Pech.
    Mi sento pesante da solo e vorrei non stare qui a pensare o parlare troppo; ma come si fa? Alla fine la vita non è altro che attimi che vivi ponendoti domande e cercando risposte. Sono così sfiduciato che tenterei il suicidio se servisse a liberarmi di tutto questo vivendo comunque lo stesso.
    Tu credi davvero che ciò possa accadere?
    Non faccio altro che pensare al passato, il vecchio, l’andato… anima mia, povera anima mia! Così giovane ma già privo di tutto.
    C’è stata sofferenza, nemmeno troppa (non voglio dire molta o poca, alla fine ogni uomo ha le sue anche peggiori delle mie se pensi all’Africa nera malandata e gettata nella fame); voglio solo uscire da questo vortice lugubre di pensieri! Si! Perché sono i pensieri che mi incatenano al brutto passato e non avendo un roseo futuro (o meglio, un sereno presente) non posso che raccontare di quello che ho di ieri che porto oggi.
    La serenità non so nemmeno più cosa sia; ho sprazzi di rimembranza qua e là, così, per caso. E quando penso “se il mondo venisse capovolto, come una clessidra, forse tutto inizierebbe a scorrere nuovamente con la stessa linfa iniziale”, non riesco a capovolgere quella clessidra (sarà sicuramente perché non voglio, e quindi stupido quale sono, resto fermo in catene dove il boia son io stesso e questo è al quanto grave).
    Pech, io devo andare; devo partire. Questa terra non soddisfa più il mio animo, non voglio pene addosso ma, purtroppo, ne porto.
    L’unica cosa che chiedo all’Iddio è cancellare la mia attuale esistenza, donandomene un’altra.
    Pregherò per questo.
    Pregherò per me.
    Pregherò.

  • 08 gennaio 2015 alle ore 21:44
    Reminescenze

    Come comincia: L’uomo diviene straniero quando s’imbatte in qualcosa per lui sconosciuto e, nel capire quel mistero, danneggia. Come l’amore per Lorenil che, divenuto incontenibile, dal puro si passa allo sporco senza accorgersene e quale peggior inganno del bello che si trasforma in brutto per nostra mano?
    Perché l’amore è vile! Semplice inganno nato per soddisfare l’anima! E tutti devono sapere quanto sia già macchiata in origine (per quanto vogliono farci credere di Adamo ed Eva e il peccato originale). Non sono altro che fandonie per giustificare l’essenza più effimera dell’anima umana, del perché si faccia il bene e il male, della costruzione di famiglie, società, intere nazioni! Iddio ci ha puniti con l’intelligenza! Prenda un animale a caso, ecco, una formica ad esempio; avrà sicuramente il suo ruolo sulla terra nel suo ecosistema animale ecc ecc, avrà le sue colonie, sudditi, re e regine e tutto un sistema regolatore. Ma si è mai sentito di una formica che governa la Terra? O che noi poveri esseri umani sottostiamo alle loro leggi? Ce ne infischiamo altamente! Razziamo terre, sfruttiamo il bestiame, ce ne cibiamo o alleviamo per cibarcene. Abbiamo creato soldi, fama, potere, onore, disperazione verso nostri stessi simili! Come lo spiega tutto questo, Pech?
    Non può farlo per il semplice fatto che non si può.
    Ed è qui che gioca l’amore! Non v’è inganno più dolce di quello, persino di un bignè (il più squisito). Siamo come api bisognosi del nostro nettare e ci fiondiamo ad assaggiarne il gusto con l’avidità dell’uomo (e non col senso del dovere dell’ape verso il proprio frutto).

  • 12 dicembre 2014 alle ore 18:55
    Seduta Numero Quattro: Scelta

    Come comincia: Alle volte bisogna scegliere, Mr Pech.
    Non si può restare per troppo tempo in bilico senza cercare di capire o allearsi con una delle due parti che separa il nostro corpo.
    Ben sappiamo quanto la mente ed il cuore possono essere alleati e nemici struggenti sia in bene che in male.
    Ma l'attimo della scelta è essa stessa difficile da comprendere o da accettare e quindi viviamo in balia di stati d'indecisione così stupidamente pesanti.

    Questo accade perchè le verità spaventano così profondamente che, trovandoci ai ferri corti, una scelta può fare la differenza; ma come? e, sopratutto, quale?
    Se fossimo stati indovini sarebbe stato tutto più facile ma, per l'appunto, non lo siamo e se speriamo che qualcuno ci indichi la via nei casi più bonari o che qualcuno la prendesse al nostro posto a discapito della verità stessa presente o negata, è meglio che ci uccidiamo.
    Siamo nati come esseri pensanti e non dovremmo pretendere o lasciare che altri decidano per noi; sbagliata o giusta che sia, una decisione va presa e quindi, come ogni causa ha una sua conseguenza, prenderci quello che ne viene senza la presunzione di poter dire "se non avessi fatto nulla era meglio".
    Dobbiamo comunque essere preparati all'ignoto, qualsiasi radice abbia.
    Giusto, Mr Pech? 

  • 10 dicembre 2014 alle ore 17:53
    Seduta Numero Tre: Accettazione

    Come comincia: L'uomo è un essere fondato sull'egoismo, Mr Pech.
    A modo nostro, lo siamo tutti e lei lo sa meglio di me per il mestiere che pratica (se mestiere si possa poi definire, senza offesa ovviamente).
    Non capisco, allora, per quale ragione ci ostiniamo di continuo a dare colpe lì dove l'egoismo prevale; che sia in un rapporto amichevole, che sia la famiglia, che sia occuparsi di un animale, di una donna.
    E come se, cresciuti con dei certi e improbabili "sani principi", le persone, poi, perdessero di vista proprio il senso dell'esistenza stessa.

    Ricordo l'egoismo dei bambini, quello dei giovani adolescenti e ho potuto ben sentire su pelle, le crude e reali parole egoistiche degli anziani.
    Non crede, Mr Pech, che a modo nostro siamo tutti egoisti?
    Allora perchè continuare ad incolparci di atti, fatti, resoconti e scontri?
    Ah, caro amico, se nella vita tutto ciò non esistesse, in molti non avrebbero mestieri e se il lavoro diventa precario, di cosa si ciberà la gente? Quali sogni rincorreranno? 
    Mr Pech, posso ben dirle, si! Di egoismo ne ho veduto parecchio e lì dove ho peccato anch'io, guarda caso, il dito puntato è stato posto sempre e solo contro di me.
    Non può esserci tranquillità in una vita che non è fatta che di egoismo o dove vige semplicemente, come diceva Darwin, la legge del più forte, o sbaglio?
    Lei crede realmente ad un ipotetico stato sociale in cui esistono buoni e cattivi? Non prendiamoci in giro, dottore; siamo tutti buoni e siamo tutti cattivi e quando una delle due prevale, è lì che esce poi fuori la scelta della parte in cui vogliamo stare.

    Le anime pie sono rare.
    Chi è totalmente pia è martire e vittima di se stesso;
    chi accoglie dentro di se solo malesseri e violenza è il cosiddetto carnefice, se proprio vogliamo ben dire.
    Ma a noi umani piace scambiarci di ruolo quando subentrano altre cose dentro a muovere i nostri passi.
    Siamo così volubili e incoerenti che l'esistenza stessa di Dio fa quasi ridere se la paragoniamo alla nostra.
    Dico bene, Mr Pech?
    A volte anche facendo il fin troppo bene è comunque dannoso e non esistono modi o metodi da mettere in atto per vivere meglio; c'è solo misera e caritatevole esistenza dell'accettazione.
    Frivola e cruda accettazione della vita che, parliamoci chiaro, non è altro che questa.

  • 10 dicembre 2014 alle ore 16:15
    Seduta Numero Due: Omissione

    Come comincia: Nella notte mi capita spesso di alzare lo sguardo al cielo e mi piace pensare che, in quel nero infinito, ci possa essere una stella da qualche parte che brilli, che bruci e pulsi per me, Mr Pech.
    Non desiderebbe anche lei una lucina in alto, raccolta in un cantuccio di cielo, che la rassicuri dalle anime nere che annebbiano il suo cuore? 
    Penso; poi ripenso su quello che ho pensato giusto due attimi prima. Mi pongo troppi perché con poche (se non nessuna) risposte.

    Sa cosa le dico dopo tutto questo farfugliare di parole, opere o missione, Mr Pech?
    Che passiamo troppo tempo a morire dentro che godere del privilegio di vivere.

    E così mi immergo nuovamente nell'omissione del pensiero stesso, fingendo per istanti dopo, che nulla è stato se non una fugace alzata di capo da quella sottile linea d'orizzonte che separa acqua dall'aria.
    Ho ben spiegato? Spero.

  • 10 dicembre 2014 alle ore 16:14
    Seduta Numero Uno: Cinismo

    Come comincia: Mr Pech, ha mai provato la sensazione di stare fermo in un posto con il mondo fuori che gira, rigira, senza mai sentire dentro quel movimento? 
    Avere gl'occhi aperti, vivere respirando senza però avere un idea di quello che stai guardando?

    Sa cosa penso, Mr Pech?
    Che il vero non è più vero, che alba può essere tramonto senza che te ne accorga nemmeno; che la pioggia non cade più dal cielo, ma spruzzo di pozzanghere profonde; che non si parla più per emozione ma per induzionee che iddio mi sia testimone se il 'portafede' non sia il diavolo.
    Ho goduto di vili inganni, ahimè! Per il tempo troppo fù e, nonostante cieco, la felicità zampillava sfarzosa sulle guance. 
    Ma ora Cinismo è il mio Dio e forse, a mio malgrado, meglio crudel inganno che misera accettazione.

  • 09 dicembre 2014 alle ore 15:25
    Sogno D'Inverno

    Come comincia: Si era presa un bacio come se le mie labbra in quel momento fossero state labbra qualsiasi, di poco conto, solo per il gusto di baciare o provocare.

    Rubare un bacio è raro per una prostituta; loro hanno delle regole rigide, un sistema chiuso e comune a tutte e sentire le sue labbra sulle mie mi provocò al quanto sgomento.

    Le sue folte e lunghe ciglia sembravano ali di pellicano che le contornavano gl'occhi in modo candido ed austero.

    La conoscevo bene; forse solo quello che lei voleva mostrare, eppure, tra tante amiche a girarle intorno senza tregua (come scalmanate in cerca di qualcosa da fare) mi strappò un bacio colto alla sprovvista.

    Eh si, sapevo che fosse stata legata a qualcuno che conoscevo in passato, ma lei sembrava non dar peso ai ricordi tanto meno a chi fossi io; e così nel suo bacio, la mia lingua sgattaiolò furtivamente senza ritegno nella sua, prendendola per i suoi lunghi e scuri capelli, chiudendo gl'occhi e poi allontanandola da me in un lampo.

    Oh, bella prostituta nell'animo, cosa ti avrei fatto se il mio stupido intelletto non mi avesse fermato; seppur vissi tutto questo tra le membra di un sogno (coccolato dalle mie lenzuola calde e sporche di liquidi precedentemente espulsi da colui che fu suo compagno) ho avuto la lucidità di gettarti via e tu, benchè bella ma senza ritegno, mi hai parlato come nulla fosse accaduto, come se quella tua lieve memoria che porti non ti avesse toccata nemmeno per un secondo.

    L'angelo corvino dei sogni mattutini mi spezza in due il cuore; guardo chi con lei osò progettare una vita gettata, poi, per un suo capriccio di donna. Ma come fare a dimenticare quel bacio strappato, nonostante sia avvenuto nei sogni miei di arrapato cialtrone?

    Oh, si, beh! Son sogni ed ora son desto, fumo sigari e prendo caffè.

    Lasciamo ai sogni quello che videro; il resto lo tengo per me.