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Racconti di Daniela Iodice

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  • 09 dicembre 2014 alle ore 15:22
    Inconcludente

    Come comincia: Guardarsi allo specchio e vedere in un’unica figura racchiuso tutto il suo senso fino a quel giorno.

    Cosa siamo? Cosa potremmo essere e cosa siamo stati?

    Florence era un cumulo di pensieri e parole che non riusciva a mandar giù, eppure era tutto lì, in quella esile figura di donna che a volte detestava ed amava con tutta se stessa.

    Ermès era un punto debole che andava domato e benchè sapesse quanto tumultuoso potesse essere il suo animo di fronte a lui, riusciva poco nel suo ingenuo intento.

    Ermès era geloso ma poco lo dava a vedere e quando Florence dava alito ai suoi piaceri verso altri senza il benchè minimo accenno di negazione da parte del suo essere, Ermès impazziva.

    Sapevano entrambi che una qualsiasi tipo di relazione amorosa era al quanto improbabile e impossibile per i due caratteri troppo simili e diversi al tempo stesso, ma nonostante tutto, le menti delineavano sentimenti ed emozioni così fine a se stessi che cadevano, poi, nel ridicolo.

    Poteva mai Ermès porre fine alla sua vita passata e gettarsi a capofitto senza pensieri alcuni tra le braccia di Florence?

    E Florence poteva mai fare altrettanto nei confronti del suo dolce ed irrequieto amante?

    Non credo, non adesso almeno; ma non avverrà mai.

    Troppe donne e troppi uomini avevano goduto dei loro corpi ed entrambi avevano assistito a gran parte di tale effusioni.

    Si erano tenuti presenti per entrambi nei loro corrispettivi piaceri per dormire, poi, l'uno accanto all'altro assaporando infinite sere di godimenti reciproco, soli, rinchiusi fra quattro mura.

    Ermès racchiudeva in se parole come “Poteva ma non si può” “Vorrei ma a cosa servirebbe” mentre Florence camminava con “Se si potesse ma non vorrei” “Sarebbe carino ma meglio di no”.

  • 22 aprile 2014 alle ore 1:11
    Il Sogno Di Annètt

    Come comincia: Annètt era all'uscio di mattoni e davanti a sè distese di verdi rugiade notturne.
    Fumava, lei, con il suo scialle nero arancio che le copriva a stento il petto; i suoi capelli raccolti erano troppo pesanti per l'esile collo.
    Guarda la penombra sui cipressi cullati ed ogni movimento lento era un pensiero che nasceva e si compieva nella nascita di un altro.
    E suoi occhi neri semichiusi per abbandonarsi alla tranquillità del luogo.

    La bella Annètt sola nel suo mondo inguantato dall'illusione di una qualche possibilità di riuscita.
    Quanto fragile può essere una goccia di rugiada nei pensieri eterei dell'anima illusoria di un uomo?

    Annètt inala l'ultimo respiro di quiete, poi si volta e varca la soglia; piccoli passi su marmo, la leggera mano posta sulla nera ed esile ringhiera.
    Nella sua stanza la gatta bianca che dorme sicura nei suoi vestiti e stanca del troppo sognare, china si posa su morbidi pensieri, assopendo se stessa in concessione a Morfeo.

  • 20 aprile 2014 alle ore 21:12
    La Primavera Di Balòn

    Come comincia: Balòn credeva ai sogni, amava i fiori e desiderava il sole.
    Passeggiava spensierata per le strade della città con la musica nei passi e la speranza nel cuore.
    Diffidava della gente e l'amava al tempo stesso; tre ore di solitudine e mille di compagnia.
    Questa era Balòn; una ragazzina persa in se stessa troppo furba per il divertimento, troppo ingenua per scelte importanti.

    Una sera Balòn incontrò per caso un uomo durante il suo lavoro; persona socievole dal simpatico approccio straniero: Mallè.
    Mallè coltivò il cuore di Balòn con regali e divertimenti, semplice compagnia, svago, pena e ingenuità straniera.
    Ma Balòn cercò di porre limiti ad ogni altra forma di pensiero se non semplice predisposizione all'essere socievoli.
    Il suo era un periodo così strano che decise di prendere tutto ciò che le veniva dato senza però essere troppo disponibile; per quell'essere straniero spuntato all'improvviso in una sera dove beffardo fu un alcolico sorriso, nulla diede se non amico caro.
    La purezza delle donne è troppo casta per la mano esperta di chi, per sopravviver in terra straniera, molto gli fu insegnato.

    Nei primi dì di primavera, Balòn fu portata da Mallè nel paradiso terrestre della stagione; fiori, piante, prati, alberi e buon sole.
    Risi, vapori magici, alto in cielo il sole del meriggio, assorta nell'inebrio del rilasso paradisiaco, la mano bramosa colse il collo di Balòn.
    Nel suo pugno stracci e morsi, silenzi vegetali e la macchia rossa del peccato spruzzata sulle candide e bianche margherite in sboccio. 
    In attimi quieti, cruda violenza tolsero vergini pensieri.

    Balòn, tramortita, pensò che anche in paradiso v'è la crudeltà dell'uomo che innaffia, con premeditato intento, le argute voglie del dissenso.

  • 15 febbraio 2014 alle ore 17:28
    Terre Lontane

    Come comincia: La vita continua.
    Seduto sui gradini del mio giardino, mi ritornavano alla mente molti episodi della mia vita passata.

    Ermès aveva ragione quando diceva “che la vita è vita quando i colori, le immagini, le persone e le parole ti rimbalzano negl'occhi quando meno te lo aspetti” e guardando infinite distese di verdi terre non potevo che dagli ragione.
    Il sole era l'unica cosa che poteva riscaldare il mio cuore e benchè spesso assente, quando appariva era una calda mano sul viso.

    Ermès era il mio sole sempre lì a portata di mano e quando mi accorgevo di questo, cercavo di chiudere tutte le finestre al fine che non potesse mai andare oltre quella soglia.
    Pablo mi scuciva avidamente ed Ermès riempiva.
    Non ho mai capito se ne fosse al corrente o meno, Ermès non parlava facilmente; i suoi pensieri erano a me celati nel mistero e forse, alle volte, era meglio così.
    Sapeva dare ogni singolo “tutto” con parsimonioso segreto.
    Pablo avrebbe anche avuto il mio cuore ed il mio passato ma Ermès aveva la mia anima, custodita in un piccolo angolo di se stesso in attesa della sua fuoriuscita.
    Aveva nelle mani il mio “vero me stesso” e, per quanto fosse difficile (alle volte) sopportarlo, lui teneva stretto tutto come in una morsa sanguinosa.
    Non potevo possederlo interamente; l'errore porta con se insegnamento ed esperienza e porre il medesimo errore nel mio presente, sarebbe stato sintomo di stupidità.

    Ermès era un uomo libero ed un uomo libero non imprigiona se stesso in un dubbio mistico e disonesto.

    Ermès poteva amarmi come voleva; ed io?
    Potevo amare Ermès come volevo?

  • 14 febbraio 2014 alle ore 0:47
    Erotismo

    Come comincia: Ho desiderato il tuo corpo; ho desiderato mi toccassi così, dolcemente, come toccassi una preda pregiata senza che essa venga rotta, tagliata, deturpata da un tuo violento gesto di possedimento.

    Ho desiderato mi sfiorassi le labbra con le dita, a piccoli tocchi, per testare la morbidezza della pelle candida che non tocchi da tempo e poi, sempre più giù;
    ho implorato che desiderassi i miei seni collinosi, che testassi quanto i miei capezzoli fossero duri al sol pensiero che tu, bestia, stai toccando con la punta del tuo desiderio più acuto.

    La tua mano callosa sul ventre morbido e sinuoso scivola;
    ho desiderato mi penetrassi così e ho immaginato il tuo sesso dentro di me, prima piano e poi forte, sempre più forte, così forte da farmi vacillare, da farmi desiderare si sdoppiasse per penetrare anche la mia cavità orale che tu, da bestia, penetri con le dita che s'intrecciano con la mia lingua bramosa mentre stacchi la tua mano dal mio basso ventre e lecchi il sapore della tua vittoria erogando nella bocca il sidro del piacere più e più volte, tenendomi stretta a te con le tue braccia possenti e ardenti di me su di te.

    Ho desiderato tutto questo in un istante toccando me stessa come se tu stesso lo facessi.
    Ho inserito le mie dita dentro di me e con la forza della gloriosa fantasia che ho di te ho immaginato il pene che mi penetrava ovunque fosse possibile entrare, come se avessi avuto un palo di ferro tra le cosce pronto a donarmi piacere eterno.

    Oh si, cos'ho desiderato! e i tuoi occhi che mi guardano dimenare il corpo in un vortice di spregevole passione erotica che non riuscivo a spegnere nemmeno assopendomi tra il calore delle lenzuola che non sapevano di te ma io si;
    emanavo il tuo sapore da ogni singolo poro del mio tessuto epidermico che urlava il tuo calore dentro, sempre più affondo.

    Mi sono sfinita da sola pur di sentire, in un'attimo di assenza, il tuo possedimento corporeo.

  • 25 settembre 2013 alle ore 18:23
    25/09/2013

    Come comincia: Campane; leggero rintocco di esili campane, una strada semi deserta e i cancelli della chiesa che vengo aperti.
    Il chierico custode tira a se i cancelli che oscillano con un leggero rumore metallico di chiavi contro il ferro; apre un'anta e poi l'altra.
    Porta occhiali da vista, i capelli brizzolati più nel bianco candido delle nuvole che nel suo originario colore giovanile.
    Ed eccoli lì, i praticanti devoti che entrano man mano, varcando la grande porta grigia e tetra di una brutta e semplice chiesa di strada.
    Passo accanto alla scena come un fantasma.
    Al chè, d'improvviso, gl'occhi s'incontrano col chierico, uno sguardo di assenza combacia attraverso sottili lenti di occhiali; poi il proseguo del cammino verso il luogo dove mi stavo dirigendo.
    Il chierico custode mi conosce; nel mio passare spesso accanto alla chiesa ho incontrato più volte quella scena.

    "Ora questa chiesa ha anche un custode? Da quando?" mi chiedo.
    Eppure si, ora c'è, non so perchè, le cose cambiano da un giorno all'altro o forse da tempo ormai, ma non me ne sono mai accorta e oggi si, l'ho fatto.
    Adesso non è più il vecchio parroco ad aprire i cancelli ai fedeli; ma un uomo comune, uno di quartiere (chissà perchè) lo fa.
    Non lo so perchè, di certo sarà il mal di testa, ma questo scontro di pensieri mi ha leggermente toccato.
    Sarà che andavo dal dottore (per l'ennesima volta) e che, come sempre, prima di ogni partenza, c'è sempre qualcosa che non va e, a malincuore, è sempre la stessa cosa che non va; la sfortuna.
    Si; a volte ci credo in queste cose perchè se no non si spiega come mai ogni volta faccia una scelta importante e c'è sempre qualcosa (la stessa) che sbuca quasi per magia.
    Arrivato ad un certo punto posso solo pensare che non è tanto quella a colpirmi, ma chi usa quella per colpire se stesso.
    Sapendo quanto sia essenziale, in tutti i modi (sempre lo stesso) sa come colpirmi dritto all'anima.
    Ma mi dispiace cara persona sfortunata, non mi lascio ingannare di nuovo; la morte  giunge per tutti e dato che di morte non si parla, nei tuoi bei ottant'anni, io ti lascio senza ripensamenti.

    Ho mal di testa, quindi basta.

  • 27 maggio 2013 alle ore 18:07
    Sotto le note di un Sax Blue

    Come comincia: “Mi suoni qualcosa, Pedro? La mia vena malinconica vuole una melodia di sottofondo, amico mio”-! Riuscii a dire sotto gli occhi incuriositi di Pedro.
    “Va bene, come desidera il nostro principino”-! Disse prendendo in mano il suo sax.
    Iniziò a suonarlo con cura, in modo delicato e passionale, come se quel suo piccolo strumento musicale fosse la donna che tanto aveva bramatoe fu così che, quando smise di suonare, gli domandai:
    “Hai mai amato qualcuno come ami e ti è a cuore quello strumento, Pedro”-? Chiesi fissando il vuoto mentre la melodia del suo sax era ancora viva in me e scorreva inesorabile anche se terminata.
    “Eheh.. ma che ti prende? Nessuno può competere con Blue, il mio incredibile sax”-! Disse pulendolo con un fazzoletto ricamato mentre sorrideva.
    “E’ il suo nome,vero? Blue, il nome di quella donna, eh Pedro”-? Dissi con un sorriso beffardo mentre lui, stupito, si fermò e si voltò a guardami mentre io, che m’ero alzato, lasciai la sala.

    Non lo disse mai, Pedro, ma il suo sax glie lo aveva regalato qualcuno di speciale. Mai avrei pensato che il suo nome corrispondesse a quello della persona a cui avesse tenuto tanto in passato; credo che il vedere le donne come oggetti del sesso e portatrici d’ignoranza, fosse dovuto al fatto che dopo quella persona, mai nessuno più vi sarebbe entrato in quel suo gelido cuore.
    Cercai di capire più che chiedere ma non tutto mi fu chiaro; quello che sapevo, era che la sua donna fosse morta in un qualche incidente nel suo paese natio e quel che mi spaventò di più, fu lo scoprire che lei fosse sua sorella adottiva. Vedere con quale cura egli desse al suo sax, mi fece riflettere su che tipo di persona potesse mai essere la sua donna.
    Scorgere l’amore, l’affetto e la comprensione di quell’uomo gelido verso un oggetto come una persona, mi portò a pensare che dovesse far parte della famiglia, e un po’ c’azzeccai.
    Domandai a Lilly qualche informazione sul nome del sax chiedendogli che nome fosse mai Blue e lui mi rispose dicendo che non tutti i nomi sono veri e che ci sono alcuni che richiamano un certo ricordo ,o che si riferiscono alle iniziali di qualche luogo o semplicemente al cielo blu che stava ad indicare il paradiso delle anime perdute.
    La cosa che mi colpì profondamente nel corso degli anni, era che lui non stette con nessuna donna in modo fisso e serio; la sua vita fu inondata di avventure e morì col ricordo fisso del suo tormentato amor perduto.

  • 04 aprile 2013 alle ore 12:28
    Preambolo

    Come comincia: Cari signori, signore, tante storie si son udite nel corso del tempo e cosa possiam mai dire se le storie sono belle, se il sogno incantatore distrutto scioglie i cuori? 
    Allora andiamo avanti; l'amore di Gora per il suo amato Graziano che in terre lontane dimentica la sua amata compagna, innamorandosi del mondo meno che di lei stessa.
    Il caro Graziano che lacrime di gioia versò nella sua felicità di amare Gora e nel tedio dell'amore, come ben sappiamo tutti noi, il suo svanisce tra cenere e rammarichi verso chi, unica e sola, l'aveva completato. 

    Baciando sprovvedutamente Aphrodite, dea dell'amore, portiamo le mani al petto e va in scena l'affezione. 

  • 21 marzo 2013 alle ore 14:50
    La Partenza

    Come comincia: Non riuscivo più a tenere a bada quei miei sentimenti contrastanti; in quel momento il mio corpo voleva avvinghiarsi al suo, immergersi in una passione senza fine ne tempo arrivando a sentirlo dentro di me con una chiara luce e fu così che lo baciai, ripetutamente, sulla bocca sua stupita quanto il mio cuore. Sentivo il trepidare delle sue mani che tentavano, in vano, di separarmi da lui, il palpitare del suo cuore sfrenato ed insicuro, la sua lingua avvinghiata alla mia incosciente di ciò che stava accadendo, ma decisa a non fermarsi, a rimanere dentro di me ed esplorare ancora un po’ l’interno della mia bocca, il mio palato, la mia saliva che s’univa alla sua. La passione, quella sera, ci avvolse di una luce fioca e biancastra che emanava una tenera e piccola lanterna ad olio poco distante da noi, come se, di lì a poco, si sarebbe spenta lasciandoci nella dolce brezza della notte senza disturbare ne essere testimone di quei desideri erotici e perversi. Sentivo di non amare Han fin nel profondo e che l’unico sentimento che m’univa a lui era amicizia, stima, dedizione ed affetto ma, per qualche strano motivo, lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo; forse perché volevo provare l’ardore del proibito, scoprire l’orgasmo vero, o forse perché sapevo che Han mi voleva bene quanto glie ne volessi io e che avevamo fatto si che la passione prendesse il sopravvento sui nostri sentimenti confusi. Non ci spingemmo oltre quella sera; smettemmo di baciarci d’improvviso, contemporaneamente, l’uno spinse l’altro  lontano da se stessi come fosse un gesto di autodifesa o di razionalità, avevamo preso coscienza dell’atto compiuto ed eravamo pentiti.
    “Non so perché, ma per qualche strana ragione, avrei voluto fare l’amore con te. Ma momenti così non si ripeteranno più, Maya! Mio fratello Williams ha posato il suo interesse su di te e non voglio essere legato a qualcuno che si legherà ad un altro”-! Disse con la mano tremante, con ancora il desiderio di avermi in corpo. Io mi limitai ad udirlo, a guardarlo ed a scoprirlo con gli occhi arrossati per il pianto, dopodichè gli feci un cenno per dirgli che aveva ragione ma che, fino a quel momento, non ero legata a nessuno e nessuno era legato a me se non quell’uomo che avevo davanti. Così, tra uno sguardo e l’altro, si congedò amorevolmente come niente fosse accaduto, mi baciò la mano, fece un breve inchino ed andò nelle sue stanze mentre io, ancora incredula di quel che avevo fatto, me ne restai impalata su una sedia sotto al gazebo verde, fissando i fiori che aveva calpestato Han nell’andare via; subito mi chinai a riprenderli ma gesto inutile fu il mio, perché quei fiori non erano stati calpestati da noi ma da una figura nera che mi apparve d'improvviso. Mi spaventai e prima che potessi proferire uno strido che avrebbe svegliato tutti, mi tappo la bocca con la sua mano inguantata; riconobbi il suo profumo e quei suoi lunghi capelli.
    “Che ci fai tu qui”-? Mi disse d’impatto con l’aria annoiata ed infastidita mentre lo fissavo con occhi increduli, con ancora la sua mano sulla mia bocca.
    “Mi lasci”-! Dissi nella mia lingua, presa dalla paura.
    “Conosco la tua lingua, signorina Maya! Sono stato sette anni in Italia e l’ho ben appresa”-! Mi disse sorridendo.
    “Non m’importa se conoscete la mia lingua e adesso lasciatemi passare”-! Dissi completamente rossa di rabbia e vergogna, quando d’improvviso mi prese il braccio con violenza facendomi voltare verso di lui.
    Mi guardò intensamente negli occhi e mi sussurrò all’orecchio parole di sfrenato egoismo e sfacciataggine;
    “Per quanto tu possa voler bene ad Han, lui non può appartenerti. E' in cerca di una musa che non si trova in te. Se parte è perché vuole allontanarsi dalle cose che detesta e, a parte noi, anche da te”-! Mi disse con un leggero sorriso diabolico, stroncato da una mia sberla; mi voltai e mi diressi verso la porta che dava nella prima entrata del palazzo, mente lui continuava a parlami.
    Corsi come una forsennata per il corridoio che portava alle mie stanze, aprii la porta e la chiusi di scatto dietro di me, poi mi tuffai nel lettone scoppiando, poco dopo, in altre lacrime che mi consumarono gli occhi.
    Il giorno dopo mi destai con occhi rossi, fiammanti e gonfi che, il sol guardarli di sfuggita, mi spaventai; non ebbi il coraggio di scendere e mi segregai per un’intera settimana fino a quando Han partì.  Prima di andare al porto, salutò tutti con baci e carezze e solo con Williams ci fu una semplice stretta di mano, come se ci fosse qualcosa sotto che aveva spezzato il filo della loro complicità fraterna, quando poi chiese di me ed una cameriera gli disse che era una settimana che non uscivo dalla mia stanza, corse dentro e bussò alla mia porta leggermente, come se volesse rispettare il mio silenzio senza irromperlo con violenza o rabbia.
    “Maya”-? Disse con voce bassa senza il minimo rumore od altro ed io, con l’orecchio teso vicino alla porta a sentir il suo sospiro colpevole, ero pronta a farlo entrare ad una sol parola d’amore.
    “Maya, io parto! Ma tornerò presto, lo farò per te. Non avere fretta, non prendere da altri ciò che non t’ho dato, pensaci bene e sii davvero certa delle tue scelte”-! Disse baciando la porta come se quel bacio fosse rivolto a me che giacevo dall’altra parte.
    Tentai di aprire ma non ci riuscivo, tremavo, guardavo il vuoto, sentivo come se una parte del mio corpo venisse venduta, come se i miei organi deturpati venissero bruciati e lacerati ma forse, in quel momento, enfatizzai il tutto perché, dopotutto, Han partiva per un breve tempo ed io non ero nessuno per dirgli cosa fare, così mi feci forza e girai la maniglia con velocità spalancando la porta con una sola mano. Davanti a me non c’era Han, lui era andato via per il timore di rincontrare il mio sguardo triste, lì davanti c’era lui, Williams, che mi fissava.
    “Han è partito! Perché non l’hai salutato”-? Mi disse all’in piedi con aria distinta, mentre io avevo gli occhi spalancati dai quali sgorgavano grosse lacrime che mai sembravano volessero cessare. S’abbassò e tese un braccio per farmi alzare; gli dissi, tra le lacrime, di aspettare solo un attimo, un solo minuto per terminare quelle inutili lacrime infantili che tanto cercavo di asciugare.
    “Solo un  minuti, ti prego! Adesso smetto, te lo giuro! Solo un attimo poi mi alzerò e tornerò ad essere quella di prima, per questo ti chiedo solo un altro minuto”-! Dissi coccolata fra le sue braccia.
    “Piangi pure, sfogati, disperati tutto il tempo che vuoi, ma sappi che domani dovrai rialzarti e tornare te stessa”-! Disse accarezzandomi il viso.

  • 21 marzo 2013 alle ore 14:26
    La Notte Dei Fuochi D’Artificio

    Come comincia: “E’ così stressante starti dietro. Non capisco proprio come sia potuto succedere. Forse era meglio che me ne stavo al mio paese”-! Dissi sospirando;
    “Tanto ormai, mio bel principe, una volta partita non vi rivedrò più e staremo tutti meglio, non credete”-? Dissi voltandomi verso di lui con aria rassegnata. Scorsi nell suo viso un'espressione triste, malinconica  e dolorante
    “Perché tenti sempre di rovinare tutto? Perché supponi sempre che non ti ami”-? Mi disse guardando la mia immagine riflessa nell’acqua.
    “Perché per quanto io mi sforzi di amarti sempre meno, alla fine t’amo sempre più. Fin quando la cosa resterà così, sempre tali saranno i miei pensieri”-!
    Baciai dolcemente le labbra, dopodiché mi congedai e mentre salivo le scale per tornare nella sala della festa, lui s’alzò dirigendosi verso l’uscita. Quando si voltò a guardarmi sorrise dolcemente, poi abbandonò la villa e, di conseguenza al suo andarsene, meravigliosi fuochi d'artificio esplosero nel cielo nero.
    Tornai alla festa che abbandonai poco dopo e, una volta arrivati alla tenuta, dormii come non lo avevo mai fatto; serena, senza presentimenti ne pensieri distorti."

  • 11 febbraio 2013 alle ore 18:42
    Dannato

    Come comincia: Un giorno il demonio andò a far visita all'angelo in Paradiso lamentandosi di aver bisogno di anime pure per dare maggiore movimento all'Inferno. L'angelo, rattristato per le richieste ricevute dal demonio, spiega che le anime pure non possono passare per l'Inferno e le anime dannate non possono passare per il Paradiso, affinchè l'equilibrio divino possa essere mantenuto sempre ben saldo.

    Il ciuffo corvino come il carbone del demonio, cadde sui suoi occhi rossi... pensieroso e raccapricciato, voltò le spalle al giovane angelo.

    L'angelo, con i suoi bei ricci d'oro, guardava afflitto le spalle del demonio pendenti al lato sinistro, che strascicava la gamba destra con il capo rivolto in avanti analizzando ciò che  gli aveva appena riferito.

    L'aspetto malandato del demonio, seppur abbastanza giovane per la sua età, aveva colpito l'animo puro dell'angelo che, per quell'anima, s'era dannato.

    Il viso scarlatto del demonio era in contrasto col pallore evanescente dell'angelo, mentre le mani biancastre come latte arricciavano un capello d'oro;
    mani sporche di fuliggine, con unghie incarnite e ricurve, grattavano il viso deturpato dal dolore e dall'inquietudine incessante.

    A quella vista, gli occhi marini dell'angelo versarono una calda lacrima estiva, la sua bocca imbronciata come in una smorfia di tristezza; appoggiò la mano delicata sulla spalla di quell'essere tanto inguardabile quanto detestabile.

    Il volto imbrunito per l'ardore del fuoco venne solcato da gelide lacrime invernali, poi voltò le spalle per una seconda volta e andò via.

  • 07 febbraio 2013 alle ore 18:03
    Sotto La Pioggia

    Come comincia: Camminava in quel campo di grano con la sua postura disinvolta tenendo stretta, nella mano destra, a sua spada nuova di zecca, regalatagli da un povero contadino delle ricche regioni del Nord. Un tempo gli disse che avrebbe potuto essere molto ricco, comprarsi una splendida residenza sul fiume che scorreva ai lati della collina maggiore, avere il miglior cibo possibile, dal maiale arrosto al pesce fatto sul fuoco ardente che sua moglie gli avrebbe preparato. Avrebbe potuto essere un ricco signore e vivere nel lusso; sarebbe diventato ricco se solo avesse voluto. Aveva avuto l'occasione per accrescere la sua fortuna, ma il buon senso lo fermò a strattoni. Sarebbe divenuto come quei spadaccini ricchi, che toglievano il cibo ai poveri, che maltrattavano i buoi e uccidevano le pernici, sempre insoddisfatti come quei signori che detestano la propria moglie e i figli e che passano del tempo fra le sottane di altre donne poco di buono, invece di dedicarsi alle mogli, ai giochi coi propri figli, passeggiare tra i campi di grano e veder buoi e pernici parlare fra loro.
    Era un uomo saggio quel vecchio contadino, che si stremò le spalle e le mani fino alla fine per non tradire quei principi che suo padre tanto desiderava avesse; per non smettere di adorare la sua famiglia come fece fin dal primo incontro con sua moglie.
    “Ricco io? perchè essere troppo ricco per poi andar a finire con la faccia nello sterco?” era solito dire.

    Camminava ancora senza meta in quel campo di grano. Vagava in cerca di qualcosa che aveva perduto molto tempo prima e che teneva a ritrovare. Aveva il volto sciupato, come quello di un povero disgraziato che non toccava cibo da mesi. I lineamenti erano smussati, doppi, inondato di cicatrici che terminavano sulla pianta dei piedi. Forse quell'uomo aveva combattuto molte guerre, era passato per conflitti tra spade taglienti e pugnali danzanti che lo avevano trafitto in ogni singola parte del suo corpo. Forse si era fatto scudo di battaglie che non erano sue, di omicidi di gente che non conosceva, di suicidi iniziati con qualche scontro.
    Anche se indebolito per il freddo autunnale, sembrava esser attivo ed energico. Frugava con le grosse mani, cicatrizzate ed addolcite dal sole del meriggio, tra il frumento ed il grano sparso e scrutava nei chicchi uno ad uno.

    In lontananza vi erano grosse vallate, ricche di erbe e grano. Distese immense di prati verdeggianti con uno sgargiante rosso scarlatto che ne dipingeva le punte qua e là di papaveri del Tibet. Il tutto aveva un profumo così dolce unito all'odore del gelsomino e quello del limone estivo.
    Le nubi all'orizzonte erano rossastre con qualche venatura di blu tra il sole e la prima nuvola.
    Sembrava si preparasse a piovere ma quell'uomo era sempre lì che camminava fluente con quell'andatura disinvolta, col volto olivastro per il troppo sole, con ancora la sua amica spada stretta nella mano destra, mentre nell'altra teneva stretto nel palmo qualcos'altro.

    Egli teneva nella mano sinistra un fazzoletto.
    Era il fazzoletto di sua moglie; bianco con ricami rossastri di una decorazione floreale dove qua e là vi erano ricamati piccoli papaveri rossi del Tibet insieme a piccoli limoni e gelsomini. Dall'altro lato vi erano ricamati due piccoli campi di grano con una vallata alle loro spalle.
    Forse era lei che cercava, che frugava e toccava tra il grano morbido di una stagione ormai passata.
    Attese per ore fino all'imbrunire e di lei nessun' ombra, ma solo il ricordo in lui del suo dolce sorriso, le labbra scarlatte e i lunghi capelli nero carbone che contornavano gli occhi verdi, unici in quella terra, che gli sorridevano felici.

    Il sole calò, lui ancora lì... d'improvviso si avvertì l'afoso profumo della pioggia che incominciò a cadere.
    Sul fazzoletto che teneva stretto vi era un solo nome, ricamato con un color blu del cielo che sfumava nel rosso dei fiori.
    Un nome che corrispondeva a quello di sua moglie...
    Rain.

  • 24 gennaio 2013 alle ore 1:12
    Lettera di un Samurai morto in battaglia

    Come comincia: La guardai sorridere d’amore, di felicità..

    I suoi sorrisi erano gocce di rugiada sul cuore mio...
    I suoi capricci di dolce bimba mi facevano sorridere...
    I suoi lunghi capelli color della terra, morbidi, seta...
    I suoi occhi d’acquamarina mi facevano nuotare altrove, dove nessuno avrebbe mai potuto dirmi più cosa fare o dove andare, nessuno più mi avrebbe tenuto chiuso in un luogo oscuro, un luogo privo di luce, di acqua, di fuoco, di lei..
    Di lei che unica era la fonte del mio bene, del mio voler vivere, del mio voler amare...
    Il tempo che avevo vissuto da solo nelle tenebre, sembrava svanire di fronte a tanta luce cristallina...
    Non avevo mai amato prima di all’ora,
    non avevo mai sognato,
    ne desiderato.

    Il mio cuore chiuso al mondo,
    s’aprì a quella dolce creatura che non aveva poco più di quindici anni al massimo...
    Io, guerriero solitario, che ha combattuto così tante battaglie da non ricordarne che una, io dalle mani sporche di sangue e dall’odore fetido di piscio, sangue raggrumato,  essiccato, pieno di infezioni e carni penzolanti,
    avevo toccato la candida bianca mano di quel tenero angelo che, unica, s’era salvata dalla morte...

    Bambina mia, ovunque tu sia, dammi ancora quella luce...
    Quegli occhi fatti d’acqua per dissetarmi,
    quei capelli per cullarmi,
    quelle labbra per sopravvivere.
    Non voglio dimenticarmi di te.
    Queste catene, queste spade poste vicine alla mia gola mi costringono.
    Non voglio dimenticarti,
    non voglio perdere il ricordo che ho di te,
    voglio solo poterti amare un’altra volta... ed un’altra... ed un'altra ancora.

    Il bagliore che emanò quella sera la tua candida mano gelida e la luminosità dei miei occhi rossi e piangenti nell’esser rischiarati dai tuoi.
    L’amore che mettesti nel fasciarmi un arto rotto senza alcun sussulto di sottile ripugnanza verso quel mio corpo putrefatto e quasi morente.

    Che vuoi che ti dica, piccola Maho..
    Eri tutto.
    Ed ora che ti hanno portato via, non ho più via di vita.
    Mi hanno trafitto il petto come tu mi trapassasti il cuore,
    mi hanno concesso dall’alba al tramonto per scrivere a qualcuno a me caro.
    E qui, accanto a me di caro, ci sei soltanto tu.

    Shinosuke Kajikasu
    Capo dei Samurai Di Kyoshin 

  • 21 gennaio 2013 alle ore 23:21
    La belva ha sempre sete

    Come comincia: Artemide, era il suo nome, dalla pelle bruna e dagli occhi verde smeraldo come mai si erano veduti prima di allora; aveva poco più di vent’anni, ma il suo corpo focoso, che tanto illuse i suoi uomini, ne dimostrava ben di più seppur pochi ne avesse. Sola, senza una famiglia ne parenti, unica amica la sua bambola di seta, unica balia la padrona del suo corpo; Majide. Majide la trovò ai piedi del colle che sorgeva alle spalle della città, abbandonata dal mondo e dalla sua stessa esistenza e fu così che l’accolse e la educò come fosse figlia sua seppur, costretta dalla fame,  fu messa sul mercato fruttando una grossa fortuna. La sua maestosa bellezza permise loro di vivere nel lusso e nelle comodità più esilaranti suscitando, fin da subito, un interesse maggiore rispetto a quello che Majide si aspettava e, seppur cosciente di ciò che fece, accantonò le colpe e proseguì per la sua strada. Nulla le impedì di proseguire nonostante vedesse crescere nella bambina tanta di quella bellezza e vanità che portò, quest’ultima, ne a vergognarsene ne a tener nascosto tutto il suo ardore di donna, in quanto nessuno mai le aveva insegnato che tanto giusto, poi, non era. Non aveva sogni, non aveva desideri, ne pensieri, ne parole proprie; era divenuta un contenitore vuoto ed il suo unico vessillo era la bellezza. D’intelligenza ne aveva da vendere, di furbizia fin troppa ed il suo corpo teneva testa qualsiasi donna o uomo che osasse sfidarla. Ben presto divenne l’amante dei più grandi simboli maschili della città, richiesta anche dalle loro stesse consorti sia per una candida compagnia estiva, sia come ornamento della casa per ospiti importanti che per giochi erotici singoli o di gruppo. Di uomini innamoratosi perdutamente di lei mai si poterono contare sulle dita di quattro mani, ma di uomini che le carpirono il cuore, ce ne fu uno solo: Hàmid Van Viettens Certain, Capo dello Stato di Whahelia. Hàmid, forte e temerario guerriero della terra desertica, celibe e di bello aspetto, governava lo Stato con fermezza, coraggio e intelligenza e, nell’arte della spada, non era secondo a nessuno. Il loro ennesimo incontro avvenne per un caso fortuito, colpa del destino, o forse erano stati i loro stessi cuori a desiderarsi in modo incessante e disperato. Artemide era stanca di essere desiderata per il sol suo corpo che ormai tutti sapevano, compresa lei, che piaceva, che era perfetto e che nessuno le poteva resistere, e iniziò per la prima volta a desiderare qualcosa di diverso, qualcosa che avrebbe potuto insegnarle cose nuove, sensazioni, riflessioni, passioni mai provate; Hàmid, invece, era stanco della sua solita vita da Capo, di soldato, di guerriero, di assassino e cercava un po’ di quella pace di cui, tutti i suoi sottintendenti, tanto descrivevano e smaniavano di riavere. Un giorno predestinato da Giove, all’argo della città ai confini del deserto Hanuji, sorgeva una fontana in marmo pregiato dove v’era apposto il simbolo della città stessa; una grossa spada in ferro e vetro forgiata dal centenario forgiatore di spade più famoso del tempo,Tributo Kijinastu. Lì, Artemide, vi corse per trovar rifugio da un’ennesima sberla di Majide, infuriatasi per un appuntamento mancato presso la dimora del vecchio Al Kitabute. Era suo solito rifugiarsi lì ogni qualvolta che la matrigna s’infuriava e inveiva contro di lei minacciandola di deturparle il viso, ed era lì che, sola, nella quiete più assoluta, con l’unico spettatore delle sue moine, il deserto, dava sfogo al suo più intimo e silenzioso dolore. Giocava con la sabbia ardente del deserto, creava castelli di sabbia dando vita a storie d’amore, d’avventura, progettava cavalli alati e animali più strambi con la sola sabbia mista all’acqua.  Amava rotolarsi e tuffarsi nella sua amica sabbia che unica riusciva a darle sensazioni tattili diverse e la sua folta e corvina chioma riccia s’impregnava dei granelli, divenendo un tutt’uno col mondo circostante. La fontana le permetteva di lavarsi tranquillamente, lontana sia da occhi indiscreti che dalla stessa Majide che andava alla sua ricerca.
    “Soave creature, chi tu sei? Come puoi permettere ai tuoi sporchi capelli ribelli di tingersi nelle acque sacre di questo simbolo”? Chiese una voce che irruppe il nulla e il silenzio tombale.
    “La tua impudenza non ha limiti,donna”! proferì portandole alla gola la sua tagliente spada. Era Hàmid! Appena rientrato da una gloriosa battaglia svoltasi vicino ai confini del deserto Hanuji .  “I miei capelli saranno sporchi, ma definite sporco il terreno sul quale voi stesso governate? Considerate impudente il mio gesto di purificazione? Allora anche la vostra spada ha commesso un gesto impudente, ed è quello di sfiorare con la sua punta ardente la mia pelle di suddito devoto alla sua terra”! Proferì Artemide, con sguardo minaccioso e di sfida, rivolto al suo signore.
    “Le tue parole sono taglienti come il tuo sguardo, Artemide! Distingui chi tra le persone che ti sfidano, merita il tuo silenzio! Inchinati… è il tuo signore che te lo chiede”!
    “Mai potrei inchinarmi se non al cospetto di colei che mi ha messo al mondo e che mai ho potuto conoscere ne vedere! Voi siete il mio signore, colui che detiene la mia vita, ma non posso inchinarmi a voi che non rispettate le vostre stesse regole”!
    Hàmid aveva avuto a che fare con lei spesse volte, in quanto la sua intelligenza era ciò che a lui premeva avere più del suo stesso corpo di donna. Per questo fu considerato fautore della fine della sua stessa dinastia, in quanto mai nessuna donna osò entrare nel suo letto e nessuna riuscì a portar in grembo un figlio suo.
    “Il mio regno non cadrà, almeno per ora! Mio fratello tiene duro e vuole a tutti i costi distruggermi. Tu questo lo sai, vero”? Disse mentre lavava la sua bella spada nelle acque della fontana.
    “Il signor Jikajin è furbo, ma ciò non basta ad abbattervi! Il suo difetto è la superbia e la voglia sfrenata di possedere sempre più terre… Da lontano riesce a tenervi testa, ma lui è la vostra ombra... vi teme perché voi siete più potente e non parlo del vostro esercito o della vostra capacità combattiva, ma la vostra forza d’animo! Voi non avete bisogno di nessuno per portare a termine gli obbiettivi che vi ponete... lui invece ha bisogno di tutti”.
    Hàmid alzò il capo, lo rivolse verso la donna, poggiò la spada e poi proferì;
    “Tu lo conosci bene, vero? Il suo letto è da te molto frequentato... e non chiedermi come faccia a saperlo... ti ammazzerei solo per questo, sei una traditrice”!
    “Non tradirei mai il mio signore. Ciò che rendo al Signor Jikajin non è altro che il mio corpo...  non vendo informazioni e lo sapete meglio di me! Non sopravvalutate una misera donna di popolo”!
    L’uomo la guardò con disprezzo misto alla voglia di possederla per far da torto al fratello tanto odiato ma tanto amato.
    “Avrei dovuto reciderti quelle labbra impertinenti quando ne ho avuto occasione, Artemide”! “Allora avreste dovuto farlo tutte le volte che mi avete avuta sul vostro cammino, ma mai l’avete fatto... che siate stupido fino a questo punto”?
    “Artemide, la vostra intelligenza mi offende! Ora mi servi e non ho alcun motivo di toglierti di mezzo! E poi non farei mai un torto alla cara Majide che tanto desidera darmi in sposa la sua piccola protetta, ma chi vuole una donna come te? Mi disonorerei con le mie stesse mani. Ora andate via… mi avete innervosito già abbastanza”!
    Artemide socchiuse gli occhi, s’inchinò, voltò le spalle e si diresse verso la sua dimora. Hàmid restò per altre due ore circa accanto alla fontana, seduto, immobile, a riflettere sulla prossima mossa da fare quando d’improvviso, da una roccia sbucò Majide.
    “Eppur sapete quant’è preziosa la mia Artemide! Vi ho uditi prima dopodiché, tornata a farle una bella ramanzina per la discussione di prima, sono ritornata da voi. E’ l’unica che potete prendere in sposa! Metterebbe al mondo figli sani, forti, belli e intelligenti! Colpa mia fu che la misi in questo campo, ma, ahimè! Che potevo mai fare? Morivo di fame e a stento riuscii a farla campare fino all’età di quindici anni! Sapete meglio di me come vanno queste cose”! “Majide! Con che coraggio mi date in sposa una donna non più celibe, che di mestiere fa la puttana, una donna che non riesce a tenere a freno la sua lingua tagliente, una donna di mondo, una donna che tutti conoscono! Io sono una persona che cerca rispetto, un uomo che s’è costruito tutto ciò che ha con solo la forza dei suoi muscoli, col nome di suo padre, Re di Whahelia, nato da madre rispettabile, celibe, illibata, casta e pura? La sua intelligenza mi fa gola, questo è vero, il suo corpo lo bramo, ma il suo cuore… quello già m'appartiene... ma non può essere la mia sposa”!
    Disse portandosi la testa tra le mani ferite e sporche “Mi capirai... Majide... se potessi tornare indietro... ti avrei ammazzata come la tua protetta”! ma mai lo fece, il principe Hàmid. Parole dure furono le sue ma nulla di tutto quello pensava; era un uomo d’onore, godeva del rispetto di tutti, questo si! Ma nessuno poteva fargliene una colpa se non metteva al mondo un figlio, perché una donna l’amava, ma non poteva sposarla… Artemide era figlia di popolo, misera, senza famiglia ne onori e portava con se il marchio del suo peccato: l’essere stata abbandonata. I giorni passarono, le notti anche e Artemide, sempre più sola e chiusa in se stessa, conduceva la sua solita vita entrando e uscendo tra i vari letti con la speranza che qualcuno si accorgesse del suo cuore, dei suoi sentimenti, ma tutto ciò le fu negato. Una notte dal cielo stellato e dall’aria calda, Artemide sgattaiolò giù dal proprio letto, aprì la porta e si fermò sull’uscio a guardare il cielo;
    ”Oggi ci saranno le stelle cadenti... mi manderanno un segno” disse tra sé, dopodiché prese un mantello, lo attaccò intorno all’esile collo ed iniziò a correre verso la solita fontana ai confini del deserto Hanuji. Arrivata alla meta si gettò di sasso tra la sabbia; le sue scure mani sprofondarono in essa come se fosse stata parte di se, la portava al viso come fosse stata acqua, guardava con occhi lucidi il cielo stellato il quale si rifletteva, a sua volta, negli occhi verde smeraldo.
    “Voglio qualcosa di diverso, Giove! Voglio una vita migliore, qualcuno che mi ami! Voglio andar via da qui” gridò in alto spargendo il suo corpo di sabbia con sempre gli occhi rivolti al suo Dio. “Credere negli Dei fa male, Artemide! Puttana ma pure blasfema”! disse il principe Hàmid irrompendo nei sogni della donna.
    “Almeno io ho qualcosa in cui credere, Hàmid! Tu non hai nemmeno quello”! Hàmid, innervositosi della mancanza di rispetto verso il suo nome, le si avvicinò con passo svelto e veloce come una pantera, le strattonò il braccio, la drizzò sulle gambe, la prese per i capelli e portò i suoi occhi verde smeraldo vicino ai propri “Insolente! Perché non riesco a punirti come meriti? Artemide, il tuo nome stesso è blasfemia! Il nome di una Dea... maledetta Majide!”. Artemide tentò più volte di liberarsi dalla sua presa con calci, sberle e parole forti. L’unica e sola sberla che lo colpì, fece scattare la sua ira. La prese e la gettò nella sabbia come un cane morto, le si accovacciò sopra, con una mano le strappò l’abito e il mantello mentre con l’altra le manteneva le braccia nonostante la donna si dimenasse così tanto che si stancò poco dopo. Rimasero lì, in mezzo alla sabbia, fermi, immobili a fissarsi sotto le stelle. Il loro silenzio valse più di mille parole e durò per circa venti minuti;
    “Io ti desidero… desidero te Artemide, in ogni tua forma! Non ho mai osato punirti per le tue parole perché sagge sono! Vali più di quanto sappiano tutti quelli che ti sei portata a letto... vali più di Majide che ha saputo ben carpire in te tale potenzialità per poi arricchirsi, vali più del mio popolo che obbedisce senza dire un cazzo di niente… vali più di me che governo questo stato… diventa mia, Artemide, solo mia!”.
    Gli occhi della donna rimasero a fissare quelli del principe confusi, scalpitanti e nervosi.
    “Non hai sempre detto che le uniche parole che so ben dire, vengono proferite col mio corpo? Non mi hai sempre giudicata per ciò che faccio e per il mio essere stata abbandonata? Hàmid… a quali parole devo dare ascolto? A quelle di sempre o quelle proferite da un povero uomo ubriaco venuto fin qui per guardare le stelle? Il mio Dio mi ha dato un segno… e se ora ho incontrato qui te… vuol dire che sei tu quello che aspettavo”.
    Hàmid, arrabbiatosi nuovamente per le sue taglienti parole, l’ammutolì baciandola in modo violento e ripetuto, dopodiché scoprì i suoi seni ed il suo sesso violentandola. Non si sa se fu violenza o voluto da entrambi, ma quella sera segnò Artemide come nessun uomo l’avesse mai segnata; eppure c’era abituata, era stata con così tanti uomini e donne che ormai non provava nemmeno più il piacere della carne, ma quella notte fu come la prima di tanti anni addietro, se non per dire, la prima volta in assoluto, rubata dallo stesso uomo che in quel momento le aveva rubato il cuore. 
    “Cosa devo fare, amor mio? Se ti sposo mi odieranno tutti… se ti lascio, posso perir io”!
    “Un uomo non deve mai aver paura di ciò che può succedere. Scegliere quello che è meglio per se stessi aiuta a vivere meglio… ma per un principe non v’è scelta che dipenda da se stessi, ma solo dalle esigenze del proprio popolo. Chi nasce di sangue reale non ha nessun diritto su di sè se non il popolo stesso”.
    “La tua indifferenza mi spaventa! Sono stato solo tutto questo tempo, ho bisogno di un aiuto! Non posso decidere sempre da solo… ora ci sei tu con me”!
    “Voi siete un guerriero, mio signore! Ed ogni guerriero porta una parte oscura dentro di se... la vostra belva ha sempre sete, e lo sapete meglio di me! Non v’è pace per voi, io lo so! E nemmeno io posso darvela. Con voi mi sento appagata ma voi non potete sentirvi appagato in me perché nonostante vi sentiate così, arriverà quel momento in cui dovrete correre a dar sfogo alla vostra belva interiore”!
    Hàmid guardò la sua donna con occhi gonfi di lacrime e tristezza, ma al tempo stesso era commosso dalle sue parole; nessuno lo capiva meglio di lei.
    Fù così che si lasciarono... tra parole e pensieri, tra rabbia e rassegnazione.
    Tempo dopo, Hàmid proggettò una strategia per sconfiggere suo fratello nell'ultima e sanguinosa battaglia che restava da fare.
    All'alba di un giorno, le truppe di Hàmid varcarono il confine, distrusse l'eservcito del fratello, uccise uomini e si bagnò del loro sangue. L'invincibile Hàmid, lo cantavano, colui che con un pugno di uomini, distrusse il nemioco in un soffio di vento. 
    Arrivato alla soglia delle stanze del principe Jikajin, vi entrò con una tale calma e serenità, quasi umana in tale situazione.
    Jikajin era seduto al suo trono con accanto lei, Artemide.
    "Mai i miei occhi avrebbero creduto di vederti qui, ora, adesso, al fianco del mio nemico mortale." proferì Hàmid tra rabbia e dolore. 
    Nulla fu per caso; Jikajin aveva voluto lì Artemide, sicuro della sua sconfitta, per uccidere moralmente il fratello odiato.
    "Magari tu adesso mi ucciderai, ma almeno posso dire che anche se vivrai, lo farai morendo, giorno per giorno."
    Jikajin fu barbaramente ucciso da Hàmid; la sua carne fu spappolata, le sue interiore strazziate, la sua testa fatta a pezzi. 
    Completamente ricoperto di sangue, Hàmid s'inginocchiò ai piedi di Artemide, con lo sguardo rivolto verso il basso.
    "Le parole di mio fratello sono vere... Mi hai amato tradendomi ogni giorno. E io ti amavo ammazzando continuamente."
    "Il destino di una schiava non muta, lo sai meglio di me. Sei riuscito nel tuo obbiettivo e senza nessuno, amore mio. Non sarò qui a chiedere clemenza. Ora tu mi ucciderai, e io potrò essere libera."
    Lo scocco di un bacio. La lama di una spada perfora la pelle candida, dritta nella gola.
    A penzoloni, la testa di Artemide oscillava delicatamente sul capo di Hàmid.
    Agl'occhi di tutti, la stirpe dei Certain si sarebbe spenta definitavemente con la morte di Hàmid tempo dopo; si lasciò logare nel profondo, si consumò, si sviscerò di dolore e dsperazione.
    Ma chi poteva sapere, se non Majide, che la stirpe reale non era morta del tutto? 
    Prima di morire, Artemide partorì nel buio silenzioso l'unico erede di Hàmid; Cain Van Viettens Certain.

  • 21 gennaio 2013 alle ore 22:32
    Cain Van Viettens Certain

    Come comincia: ”Pregai l‘infinito di donarmi qualcosa che potesse allietare le pesanti pene di cui tanto m’ero macchiato, di cui il peso mi stramazzava al suolo premendo contro il petto la catena del mio destino di guerriero... la morte. La trascino insieme a me come un cane che viene portato a spasso pronto ad azzannarti ad una minima distrazione; la stringo forte per evitare che il mio bastardino fugga via avvinghiandosi alla gamba di qualche innocente; la strattono per far placare la sua sete facendolo cibare di carni putrefatte, morte, essiccate. Si ciba della mia rabbia, dei miei peccati, dei dolori, delle ferite fisiche e del sangue che verso ad ogni battaglia. Ed ora voi, una donna che mai osai desiderare più della stessa guerra, mi chiedete di trovar pace? No… tale parola per me non esiste, ne ora ne mai… Il mio nome è già macchiato di sangue come le mie e le vostre mani, donna... Credetemi se vi dico che voi siete stata la mia unica consolazione… Ed ora, all’alba di ciò, chiedetemi se ho paura.. perché è questa la mia guerra..”

                                                                                                                               Cain Van Viettens Certain

  • 18 gennaio 2013 alle ore 2:03
    Spazio Bianco

    Come comincia: Bianca, una pagina con il mio nome.
    Una pagina bianca dove col pensiero tingo le parole nell'inchiostro della mente... e scrivo. 
    Parole che scorrono dolci sul bianco, colori, emozioni, realtà. Cosa cercano gl'occhi quando si fondono con l'acqua del crtistallino bacino del mondo? Chiudo gl'occhi per scrivere. Punti. Rlessioni. Intrepido come un bacio, dolce il sapore, cerco, poi sfuggo, e col pensiero la mia anima è legata. Un fugace sfioro di labbra e via insieme al vento. L'anima baciata e catturata, come un'aquila vorace che verso il cielo spinge. Le labra rosse si concedono tale visione incorporea e si congedano con il dolce dell'amaro.
    La mia pagina è ancora bianca, e l'inchiostro è finito. 

  • 11 gennaio 2013 alle ore 18:01
    Il nonno di Clara

    Come comincia: In un tranquillo pomeriggio di vento, Clara disegnava.
    Seduta tra i suoi balocchi, poi distesa sul pavimento di legno, colorava canticchiando. Nella sua più totale quiete di dolce bambina, d'improvviso qualcosa successe; il nonno di Clara era in giardino, tra attrezzi e sacchi di terriccio, un urlo si elevò alto nel cielo.
    “Clara! Clara! Corri nipote mia!”
    Clara si alzò di scatto dal pavimento, si pulì le mani sporche di colore sul piccolo grembiule posto al bacino e corse verso il giardino.
    “Nonno! Nonno!” urlò spaventata. Non fu molto di conforto la visione che attendeva lo sguardo della piccola bambina.
    Il nonno di Clara aveva due funi nelle mani e tirava un po' a destra e un po' a sinistra, volteggiando su se stesso. In uno scatto felino l'uomo impiantò ben saldo nella terra un piede e con l'altro si spingeva all'indietro, facendo leva su un tronco tagliato.
    Per il forte vento, la tenda che il nonno stava montando in giardino iniziò ad ondeggiare così nervosamente che, in uno scatto, iniziò a mirare verso l'alto, come a voler fuggire dal suo cacciatore. Mentre l'uomo tentava di tenere a bada la sua creatura, Clara guardava la scena col viso sconvolto e la sensazione di impotenza infantile, le bloccò di colpo le gambe.
    “Clara! Guarda qui! Altro che vascelli di pirati e vele spianate, altro che piovre assassine nei mari più sconosciuti, qui abbiamo a che fare con qualcosa di grosso!” diceva ridendo.
    “Nonno! Nonno! Ma è una tenda!” urlava Clara.
    “Una tenda un corno! Guarda come tira! È come un enorme pesce che tenta di sfuggire all'arpione! Prendi una fune, anzi, due funi! Legale agl'alberi che ho reciso, fa presto!”
    Clara si diede due schiaffi su entrambe le gambe in segno di muoversi, quattro passi poi cadde nel fango. Si rialzò con impavido coraggio e corse verso le due funi più calme, le prese e le legò ai due tronchi.
    “Guarda nonno! Non ci sfuggirà! Gli ho legato i piedi, gli ho legato i piedi!” ma una fune ribelle le prese la caviglia, lo sguardo di Clara si posò sul nonno e infossò di botto la testa nel terriccio.
    L'impavido nonnetto riuscì a domare le ribelli funi, le legò alla ringhiera di ferro e la quiete piombò d'improvviso.
    “Bambina, come stai? Alza la testa e parla!” chiese il nonno accovacciandosi accanto alla bambina.
    “Ho mangiato la terra dalla paura! Adesso cosa facciamo?” disse la bimba pulendosi le labbra col grembiule.
    “Adesso torna in casa, lavati e vestiti, che andiamo a salvare il mondo!”
    Clara, con la gioia sul viso, corse in casa.
    Il nonno sorrire, poi morì; nella foga del vento un atrezzo gli si era conficcato nel petto.

  • 10 gennaio 2013 alle ore 15:31
    Benerice e l' Interrotto Intelletto Sconvolto

    Come comincia: Una bella casetta in collina con intorno campi enormi, lunghi e distesi, un gatto dormiglione vicino al camino immerso nel suo dolce sonno da ghiro e la voglia di uscire un po', gironzolare per le strade, vedere le bellissime terre fiorite in un pomeriggio poco soleggiato, giusto per scaldare i piedi e il cuore. Sognando una città diversa, Benerice era seduta sulla sua seggiolina immersa nei suoi pensieri candidi, cristallini e se toccati, facilmente frantumabili in un battito di ciglia.
    Benerice è una ragazza dagl'occhi gonfi di sogni, il cuore colmo di desideri e piaceri, di avventure e di amori, luce fioca al mattino nella consapevolezza di una sorta di fragile esistenza sospesa tra la realtà e la fantasia. La sua piccola bocca sempre serrata, poco diceva; non c'era niente che per lei non fosse poetica visione, la paura dell'amore e la carezza gratuita felina.
    Non c'è molto da raccontare su Benerice, bella e sognatrice maledetta senza troppi inganni se non l'illusione di se stessa.
    “Cosa posso fare? Si può amare il non fare senza muover un dito nel poter rimediare? Se c'è una cosa che odio è sicuramente il vedere le cose semplici diventare difficili. E tale consapevolezza mi rende isterica e semplicemente inutile; si potrebbe fare invece di pensare che non si sta facendo niente, e la mia mente mi impedisce di fare non facendo! È matematicamente stupido!”.
    “L'unica cosa che potresti fare per interrompere questo idillio è senz'altro suicidarti. Una risposta semplice al tuo interrotto intelletto sconvolto” replica il gatto dormiglione intento a leccarsi il pelo.
    Benerice accende un lumino, scavicchia in cerca di qualcosa di dolce da poter addentare continuando a perdersi nel suo tumultuoso ragionamento illogico.
    Dopo aver assaporato con ardente desiderio il dolce trovato, siede alla sua seggiolina e ritorna a pensare; una bella casetta in collina con intorno campi enormi, lunghi e distesi, un gatto dormiglione vicino al camino immerso nel suo dolce sonno da ghiro e la voglia di uscire un po', gironzolare per le strade, vedere le bellissime terre fiorite in un pomeriggio poco soleggiato, giusto per scaldare i piedi e il cuore. Sognando una città diversa, Benerice era seduta sulla sua seggiolina immersa nei suoi pensieri candidi, cristallini e se toccati, facilmente frantumabili in un battito di ciglia.

  • 11 ottobre 2012 alle ore 2:45
    Open..e trovarti.

    Come comincia: E' un pò come trovarsi in un supermerkato semplicissimo di qualche strada statale nei pressi del Cansas o del Canada magari...leggere la scritta "open" dopo esser usciti dalla macchina stanchi e demoralizzati sul quel vetro fioco e caldo di un supermerkato notturno dall'aria tranquilla. Entrare e trovarti.  Fermi a guardare il caso, l'occhio malinconico, ritrovarsi così per un ristoro dolce e quieto lontana dalla tempesta della notte che poco scalda e trovarti. La visione incantevole del'amore sotto tutte le forme dal banale desiderio di palarti adesso,qui, per dirti questo; trovarti. Il ristoro eterno di un sognatore...il candido abbraccio del cuore malato. Adesso chiudi gl'occhi e sognami angelo della notte e sussurra alle fibre esistenziali che ti compongono la parola "trovato".

  • 24 settembre 2012 alle ore 20:29
    L'Arcade Sconfitto

    Come comincia: "Deponi le armi, barbaro! Non sono qui a tagliarti la gola, ne uccidere i tuoi cari o rubare la tua terra. Sono qui a porti la mia mano."
    "Arcade hai elmo, scudo e spada spezzati. Non hai altre armi, non hai altri scudi e hai sul collo una sola testa. Vorresti pormi la mano solo perchè, ormai distrutto, non hai altro per difenderti se non con la tua stessa nudità?"
    "Ho perso il mio splendore, ho combattuto battaglie senza mai fermarmi davanti agl'occhi di nessuno, ho ucciso e sono stato ucciso una, due, mille volte ma adesso, vestito di solo me stesso mi sono fermato davanti a tuoi di occhi e con la pace del cuore, se uno ne possiedo ancora, ti porgo la mia mano come mai ho posto a nessuno. Se non vuoi accettarla, uccidimi, non avrò rimpianti ne opposizioni ma almeno pensaci, pensaci e poi uccidimi."
    "Perchè dovrei stringere la tua mano per poi ucciderti?"
    "Se prendi la mia mano vuol dire che ci hai pensato e se ci hai pensato, vuol dire che eri indeciso, e se eri indeciso vuol dire che non eri intenzionato e se non si è intenzionati io per te, in questo momento, non ero che niente."

  • 02 agosto 2012 alle ore 21:11
    Eroe, Ti Canto Cadendo

    Come comincia: Conoscevo un supereroe, una volta. Lo conoscevo bene, forse fin troppo e come tutti i supereroi, a volte c'è bisogno di una loro drastica scomparsa per essere giudicati poi tali.
    Conoscevo un supereroe una volta, non lo sembrava e pareva solo una persona dalla grande pazienza terrena e dal grande spirito di ostinazione contro le cose brutte e del tenero amore umano caldo e gentile.
    Sembrava tutto che un eroe. Ma poi, quando viene a mancare, ecco lì la leggenda dell'eroe nascere da una perdita.
    Ho cercato di assomigliare a quel supereroe, ma forse non lo sarò mai.
    Volevo esser per te la forza quando prima ancora di desiderarlo ero già sconfitta da me stessa. Ti prenderei le mani e le bacerei con le mie lacrime se potessi, ho fallito dove tu eri riuscita e chissà se un giorno riuscirò ad essere come te.
    Ma, benchè i rammarichi, credo possa essere contenta di essere me a differenza del giudizio del mondo.. piccola come una bambina ma in grado di poter sperare ancora in una grandezza quanto la tua.
    Eroe al quale ambisco, hai dato il mantello alla persona meno opportuna, credo. 
    Forse le tue gesta spettano a qualcun'altro che non sia io."

  • 24 luglio 2012 alle ore 21:08
    La Lettera Di Grimilde

    Come comincia: Follie mie signore, follie! Odo il mondo come odo voi qui, adesso, ora! Il mondo m'appartiene come voi m'appartenete e potrete respinger il mio cuore ma non la mia mente! Voi mentite, mentite continuamente e non a me che di amarvi è il mio più sentito istante. Mentite a voi e al vostro cuore e voi non l'ascoltate o lo ascoltate troppo poco! Se io son donna, amore, compagna io tedierò il petto e la mia mente ogni secondo! Ma se nulla sarò per voi, voi che più amo nel mio creato, allora lasciate al mio cuore ossa da devastare fino a divorare me stessa ed il mio tenero amore! Ma se un misero brandello d'amore è ancor più presente che dell'immensità del mondo, allora correte, prendete! La mia mano e la mia bocca, la mia nudità e la mia anima saranno vostre! E nell'incarnato amore che proverete, io sarò più viva e vera del mondo in cui ho vissuto perchè avrò voi accanto e non più il vuoto che divora insistenetemente la piccola gabbia toracica che ritrovo come corpo. Amatemi e lasciate che vi ami, perchè il dolore brucia, brucia più del fuoco, più di una ferita aperta, più di un cuore spaccato, più di ogni dolore corporeo vissuto! E se dovesse restarmi poco da vedere ancor su queste spoglie, allor voglio passarlo ad amarvi fino a che l'ultimo respiro non mi verrà tolto, strappato, come punizione divina per avervi amato troppo."

  • 27 giugno 2012 alle ore 22:08
    Monologo Interiore II

    Come comincia: Ho una voragine nel petto. Stretto alla cinghia che preme sul bacino l'arsenico veleno dell'amore. Chiuderei il relitto del mio cuore in fondo alla voragine che risucchia l'avido rimorso esistenziale della passione. Ho fatto dell'ardore passionale il peccato da portare ma perchè continuo a dimenare il già esistente inferno che predomina le mie carni con altri demoni immortali della perdizione? Vittima o carnefice? Strapperei invidioso l'affetto dell'altro pur di farlo mio ma l'invidia è il rigetto di se stessi per qualcosa di meglio e di meglio credo di averne a tal punto da preferir il dolore che la sua comprensione. Fittizio sei adesso e benchè io ricerchi brandelli di carezze, non sei che ossa da rosicchiare.
    Il genio della gelosia.
    Alla fine di questo viaggio, cosa troverai? I fiori appassiranno e il vento li richiamerà a sè ma questo è troppo lontano, non si vede, non si vede. O forse son io che ceco resto a tale fatto? Il tempo da ragione di credere che a me resta l'impero degl'inferi. 

  • 27 giugno 2012 alle ore 10:56
    Monologo Interiore I

    Come comincia: "Devi sapere che siamo spettatori di un mondo in continua evoluzione e che tutte le cose che lo compongono ci entrano negl'occhi e si fermano nel cuore.Ma la cosa che forse non sai è che il mondo,entrando nei miei occhi,non si ferma nel mio cuore ma bensì passa nei tuoi occhi fermandosi in te.E' questo quello che chiamo amore.Il mondo che ci passa dentro preso,fatto mio e poi condiviso come un giro infinito che muore con te.
    Le stelle,il cielo,la luna e il sole,il mare e la terra non sono che quelle immense bellezze che mi riconducono al tuo essere perchè...devi sapere che tu sei per me il riassunto della bellezza del mondo e riesci così maledettamente a tenere tutto in te che questo è terribilmente immenso.E nel tuo infinito io mi bagno,mi assopisco,mi sconvolgo.
    Quindi...non spaventarti di ciò che hai dentro perchè non è altro che il letto in cui il fiume della vita sfocia e si ferma dolcemente e insieme al resto lì ci sono io,se lo vorrai.Ma anche se non lo vuoi non puoi farci niente.Se in te c'è l'amore del mondo allora ci sarà anche il mio."

  • 24 giugno 2012 alle ore 3:32
    Illusioni:Svendita

    Come comincia: "Le illusioni sono il prezzo che paghiamo noi stessi per vivere sperando e quando s'infrangono,pur sapendolo,non facciamo altro che crearne altre.Come un gratta e vinci squallido;compriamo il più costoso pur di avere una speranza di vincita e poi quando gratti e scopri che non hai vinto niente,le scelte sono due o ritenti con quella speranza illusoria che qualcosa possa uscire o rinunci a prescindere.Non so quanto possa valere un illusione anche quella col prezzo più alto ma se fossi un gioco di soli,allora le scelte sono le più ovvie ma quando è ben altro,anche se stupidi sentimenti umani,sai che perdendo perdendo o perdi la tua anima o trovi i soldi per curarla."