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Racconti di Daniela Iodice

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  • 21 marzo 2013 alle ore 14:26
    La Notte Dei Fuochi D’Artificio

    Come comincia: “E’ così stressante starti dietro. Non capisco proprio come sia potuto succedere. Forse era meglio che me ne stavo al mio paese”-! Dissi sospirando;
    “Tanto ormai, mio bel principe, una volta partita non vi rivedrò più e staremo tutti meglio, non credete”-? Dissi voltandomi verso di lui con aria rassegnata. Scorsi nell suo viso un'espressione triste, malinconica  e dolorante
    “Perché tenti sempre di rovinare tutto? Perché supponi sempre che non ti ami”-? Mi disse guardando la mia immagine riflessa nell’acqua.
    “Perché per quanto io mi sforzi di amarti sempre meno, alla fine t’amo sempre più. Fin quando la cosa resterà così, sempre tali saranno i miei pensieri”-!
    Baciai dolcemente le labbra, dopodiché mi congedai e mentre salivo le scale per tornare nella sala della festa, lui s’alzò dirigendosi verso l’uscita. Quando si voltò a guardarmi sorrise dolcemente, poi abbandonò la villa e, di conseguenza al suo andarsene, meravigliosi fuochi d'artificio esplosero nel cielo nero.
    Tornai alla festa che abbandonai poco dopo e, una volta arrivati alla tenuta, dormii come non lo avevo mai fatto; serena, senza presentimenti ne pensieri distorti."

  • 11 febbraio 2013 alle ore 18:42
    Dannato

    Come comincia: Un giorno il demonio andò a far visita all'angelo in Paradiso lamentandosi di aver bisogno di anime pure per dare maggiore movimento all'Inferno. L'angelo, rattristato per le richieste ricevute dal demonio, spiega che le anime pure non possono passare per l'Inferno e le anime dannate non possono passare per il Paradiso, affinchè l'equilibrio divino possa essere mantenuto sempre ben saldo.

    Il ciuffo corvino come il carbone del demonio, cadde sui suoi occhi rossi... pensieroso e raccapricciato, voltò le spalle al giovane angelo.

    L'angelo, con i suoi bei ricci d'oro, guardava afflitto le spalle del demonio pendenti al lato sinistro, che strascicava la gamba destra con il capo rivolto in avanti analizzando ciò che  gli aveva appena riferito.

    L'aspetto malandato del demonio, seppur abbastanza giovane per la sua età, aveva colpito l'animo puro dell'angelo che, per quell'anima, s'era dannato.

    Il viso scarlatto del demonio era in contrasto col pallore evanescente dell'angelo, mentre le mani biancastre come latte arricciavano un capello d'oro;
    mani sporche di fuliggine, con unghie incarnite e ricurve, grattavano il viso deturpato dal dolore e dall'inquietudine incessante.

    A quella vista, gli occhi marini dell'angelo versarono una calda lacrima estiva, la sua bocca imbronciata come in una smorfia di tristezza; appoggiò la mano delicata sulla spalla di quell'essere tanto inguardabile quanto detestabile.

    Il volto imbrunito per l'ardore del fuoco venne solcato da gelide lacrime invernali, poi voltò le spalle per una seconda volta e andò via.

  • 07 febbraio 2013 alle ore 18:03
    Sotto La Pioggia

    Come comincia: Camminava in quel campo di grano con la sua postura disinvolta tenendo stretta, nella mano destra, a sua spada nuova di zecca, regalatagli da un povero contadino delle ricche regioni del Nord. Un tempo gli disse che avrebbe potuto essere molto ricco, comprarsi una splendida residenza sul fiume che scorreva ai lati della collina maggiore, avere il miglior cibo possibile, dal maiale arrosto al pesce fatto sul fuoco ardente che sua moglie gli avrebbe preparato. Avrebbe potuto essere un ricco signore e vivere nel lusso; sarebbe diventato ricco se solo avesse voluto. Aveva avuto l'occasione per accrescere la sua fortuna, ma il buon senso lo fermò a strattoni. Sarebbe divenuto come quei spadaccini ricchi, che toglievano il cibo ai poveri, che maltrattavano i buoi e uccidevano le pernici, sempre insoddisfatti come quei signori che detestano la propria moglie e i figli e che passano del tempo fra le sottane di altre donne poco di buono, invece di dedicarsi alle mogli, ai giochi coi propri figli, passeggiare tra i campi di grano e veder buoi e pernici parlare fra loro.
    Era un uomo saggio quel vecchio contadino, che si stremò le spalle e le mani fino alla fine per non tradire quei principi che suo padre tanto desiderava avesse; per non smettere di adorare la sua famiglia come fece fin dal primo incontro con sua moglie.
    “Ricco io? perchè essere troppo ricco per poi andar a finire con la faccia nello sterco?” era solito dire.

    Camminava ancora senza meta in quel campo di grano. Vagava in cerca di qualcosa che aveva perduto molto tempo prima e che teneva a ritrovare. Aveva il volto sciupato, come quello di un povero disgraziato che non toccava cibo da mesi. I lineamenti erano smussati, doppi, inondato di cicatrici che terminavano sulla pianta dei piedi. Forse quell'uomo aveva combattuto molte guerre, era passato per conflitti tra spade taglienti e pugnali danzanti che lo avevano trafitto in ogni singola parte del suo corpo. Forse si era fatto scudo di battaglie che non erano sue, di omicidi di gente che non conosceva, di suicidi iniziati con qualche scontro.
    Anche se indebolito per il freddo autunnale, sembrava esser attivo ed energico. Frugava con le grosse mani, cicatrizzate ed addolcite dal sole del meriggio, tra il frumento ed il grano sparso e scrutava nei chicchi uno ad uno.

    In lontananza vi erano grosse vallate, ricche di erbe e grano. Distese immense di prati verdeggianti con uno sgargiante rosso scarlatto che ne dipingeva le punte qua e là di papaveri del Tibet. Il tutto aveva un profumo così dolce unito all'odore del gelsomino e quello del limone estivo.
    Le nubi all'orizzonte erano rossastre con qualche venatura di blu tra il sole e la prima nuvola.
    Sembrava si preparasse a piovere ma quell'uomo era sempre lì che camminava fluente con quell'andatura disinvolta, col volto olivastro per il troppo sole, con ancora la sua amica spada stretta nella mano destra, mentre nell'altra teneva stretto nel palmo qualcos'altro.

    Egli teneva nella mano sinistra un fazzoletto.
    Era il fazzoletto di sua moglie; bianco con ricami rossastri di una decorazione floreale dove qua e là vi erano ricamati piccoli papaveri rossi del Tibet insieme a piccoli limoni e gelsomini. Dall'altro lato vi erano ricamati due piccoli campi di grano con una vallata alle loro spalle.
    Forse era lei che cercava, che frugava e toccava tra il grano morbido di una stagione ormai passata.
    Attese per ore fino all'imbrunire e di lei nessun' ombra, ma solo il ricordo in lui del suo dolce sorriso, le labbra scarlatte e i lunghi capelli nero carbone che contornavano gli occhi verdi, unici in quella terra, che gli sorridevano felici.

    Il sole calò, lui ancora lì... d'improvviso si avvertì l'afoso profumo della pioggia che incominciò a cadere.
    Sul fazzoletto che teneva stretto vi era un solo nome, ricamato con un color blu del cielo che sfumava nel rosso dei fiori.
    Un nome che corrispondeva a quello di sua moglie...
    Rain.

  • 24 gennaio 2013 alle ore 1:12
    Lettera di un Samurai morto in battaglia

    Come comincia: La guardai sorridere d’amore, di felicità..

    I suoi sorrisi erano gocce di rugiada sul cuore mio...
    I suoi capricci di dolce bimba mi facevano sorridere...
    I suoi lunghi capelli color della terra, morbidi, seta...
    I suoi occhi d’acquamarina mi facevano nuotare altrove, dove nessuno avrebbe mai potuto dirmi più cosa fare o dove andare, nessuno più mi avrebbe tenuto chiuso in un luogo oscuro, un luogo privo di luce, di acqua, di fuoco, di lei..
    Di lei che unica era la fonte del mio bene, del mio voler vivere, del mio voler amare...
    Il tempo che avevo vissuto da solo nelle tenebre, sembrava svanire di fronte a tanta luce cristallina...
    Non avevo mai amato prima di all’ora,
    non avevo mai sognato,
    ne desiderato.

    Il mio cuore chiuso al mondo,
    s’aprì a quella dolce creatura che non aveva poco più di quindici anni al massimo...
    Io, guerriero solitario, che ha combattuto così tante battaglie da non ricordarne che una, io dalle mani sporche di sangue e dall’odore fetido di piscio, sangue raggrumato,  essiccato, pieno di infezioni e carni penzolanti,
    avevo toccato la candida bianca mano di quel tenero angelo che, unica, s’era salvata dalla morte...

    Bambina mia, ovunque tu sia, dammi ancora quella luce...
    Quegli occhi fatti d’acqua per dissetarmi,
    quei capelli per cullarmi,
    quelle labbra per sopravvivere.
    Non voglio dimenticarmi di te.
    Queste catene, queste spade poste vicine alla mia gola mi costringono.
    Non voglio dimenticarti,
    non voglio perdere il ricordo che ho di te,
    voglio solo poterti amare un’altra volta... ed un’altra... ed un'altra ancora.

    Il bagliore che emanò quella sera la tua candida mano gelida e la luminosità dei miei occhi rossi e piangenti nell’esser rischiarati dai tuoi.
    L’amore che mettesti nel fasciarmi un arto rotto senza alcun sussulto di sottile ripugnanza verso quel mio corpo putrefatto e quasi morente.

    Che vuoi che ti dica, piccola Maho..
    Eri tutto.
    Ed ora che ti hanno portato via, non ho più via di vita.
    Mi hanno trafitto il petto come tu mi trapassasti il cuore,
    mi hanno concesso dall’alba al tramonto per scrivere a qualcuno a me caro.
    E qui, accanto a me di caro, ci sei soltanto tu.

    Shinosuke Kajikasu
    Capo dei Samurai Di Kyoshin 

  • 21 gennaio 2013 alle ore 23:21
    La belva ha sempre sete

    Come comincia: Artemide, era il suo nome, dalla pelle bruna e dagli occhi verde smeraldo come mai si erano veduti prima di allora; aveva poco più di vent’anni, ma il suo corpo focoso, che tanto illuse i suoi uomini, ne dimostrava ben di più seppur pochi ne avesse. Sola, senza una famiglia ne parenti, unica amica la sua bambola di seta, unica balia la padrona del suo corpo; Majide. Majide la trovò ai piedi del colle che sorgeva alle spalle della città, abbandonata dal mondo e dalla sua stessa esistenza e fu così che l’accolse e la educò come fosse figlia sua seppur, costretta dalla fame,  fu messa sul mercato fruttando una grossa fortuna. La sua maestosa bellezza permise loro di vivere nel lusso e nelle comodità più esilaranti suscitando, fin da subito, un interesse maggiore rispetto a quello che Majide si aspettava e, seppur cosciente di ciò che fece, accantonò le colpe e proseguì per la sua strada. Nulla le impedì di proseguire nonostante vedesse crescere nella bambina tanta di quella bellezza e vanità che portò, quest’ultima, ne a vergognarsene ne a tener nascosto tutto il suo ardore di donna, in quanto nessuno mai le aveva insegnato che tanto giusto, poi, non era. Non aveva sogni, non aveva desideri, ne pensieri, ne parole proprie; era divenuta un contenitore vuoto ed il suo unico vessillo era la bellezza. D’intelligenza ne aveva da vendere, di furbizia fin troppa ed il suo corpo teneva testa qualsiasi donna o uomo che osasse sfidarla. Ben presto divenne l’amante dei più grandi simboli maschili della città, richiesta anche dalle loro stesse consorti sia per una candida compagnia estiva, sia come ornamento della casa per ospiti importanti che per giochi erotici singoli o di gruppo. Di uomini innamoratosi perdutamente di lei mai si poterono contare sulle dita di quattro mani, ma di uomini che le carpirono il cuore, ce ne fu uno solo: Hàmid Van Viettens Certain, Capo dello Stato di Whahelia. Hàmid, forte e temerario guerriero della terra desertica, celibe e di bello aspetto, governava lo Stato con fermezza, coraggio e intelligenza e, nell’arte della spada, non era secondo a nessuno. Il loro ennesimo incontro avvenne per un caso fortuito, colpa del destino, o forse erano stati i loro stessi cuori a desiderarsi in modo incessante e disperato. Artemide era stanca di essere desiderata per il sol suo corpo che ormai tutti sapevano, compresa lei, che piaceva, che era perfetto e che nessuno le poteva resistere, e iniziò per la prima volta a desiderare qualcosa di diverso, qualcosa che avrebbe potuto insegnarle cose nuove, sensazioni, riflessioni, passioni mai provate; Hàmid, invece, era stanco della sua solita vita da Capo, di soldato, di guerriero, di assassino e cercava un po’ di quella pace di cui, tutti i suoi sottintendenti, tanto descrivevano e smaniavano di riavere. Un giorno predestinato da Giove, all’argo della città ai confini del deserto Hanuji, sorgeva una fontana in marmo pregiato dove v’era apposto il simbolo della città stessa; una grossa spada in ferro e vetro forgiata dal centenario forgiatore di spade più famoso del tempo,Tributo Kijinastu. Lì, Artemide, vi corse per trovar rifugio da un’ennesima sberla di Majide, infuriatasi per un appuntamento mancato presso la dimora del vecchio Al Kitabute. Era suo solito rifugiarsi lì ogni qualvolta che la matrigna s’infuriava e inveiva contro di lei minacciandola di deturparle il viso, ed era lì che, sola, nella quiete più assoluta, con l’unico spettatore delle sue moine, il deserto, dava sfogo al suo più intimo e silenzioso dolore. Giocava con la sabbia ardente del deserto, creava castelli di sabbia dando vita a storie d’amore, d’avventura, progettava cavalli alati e animali più strambi con la sola sabbia mista all’acqua.  Amava rotolarsi e tuffarsi nella sua amica sabbia che unica riusciva a darle sensazioni tattili diverse e la sua folta e corvina chioma riccia s’impregnava dei granelli, divenendo un tutt’uno col mondo circostante. La fontana le permetteva di lavarsi tranquillamente, lontana sia da occhi indiscreti che dalla stessa Majide che andava alla sua ricerca.
    “Soave creature, chi tu sei? Come puoi permettere ai tuoi sporchi capelli ribelli di tingersi nelle acque sacre di questo simbolo”? Chiese una voce che irruppe il nulla e il silenzio tombale.
    “La tua impudenza non ha limiti,donna”! proferì portandole alla gola la sua tagliente spada. Era Hàmid! Appena rientrato da una gloriosa battaglia svoltasi vicino ai confini del deserto Hanuji .  “I miei capelli saranno sporchi, ma definite sporco il terreno sul quale voi stesso governate? Considerate impudente il mio gesto di purificazione? Allora anche la vostra spada ha commesso un gesto impudente, ed è quello di sfiorare con la sua punta ardente la mia pelle di suddito devoto alla sua terra”! Proferì Artemide, con sguardo minaccioso e di sfida, rivolto al suo signore.
    “Le tue parole sono taglienti come il tuo sguardo, Artemide! Distingui chi tra le persone che ti sfidano, merita il tuo silenzio! Inchinati… è il tuo signore che te lo chiede”!
    “Mai potrei inchinarmi se non al cospetto di colei che mi ha messo al mondo e che mai ho potuto conoscere ne vedere! Voi siete il mio signore, colui che detiene la mia vita, ma non posso inchinarmi a voi che non rispettate le vostre stesse regole”!
    Hàmid aveva avuto a che fare con lei spesse volte, in quanto la sua intelligenza era ciò che a lui premeva avere più del suo stesso corpo di donna. Per questo fu considerato fautore della fine della sua stessa dinastia, in quanto mai nessuna donna osò entrare nel suo letto e nessuna riuscì a portar in grembo un figlio suo.
    “Il mio regno non cadrà, almeno per ora! Mio fratello tiene duro e vuole a tutti i costi distruggermi. Tu questo lo sai, vero”? Disse mentre lavava la sua bella spada nelle acque della fontana.
    “Il signor Jikajin è furbo, ma ciò non basta ad abbattervi! Il suo difetto è la superbia e la voglia sfrenata di possedere sempre più terre… Da lontano riesce a tenervi testa, ma lui è la vostra ombra... vi teme perché voi siete più potente e non parlo del vostro esercito o della vostra capacità combattiva, ma la vostra forza d’animo! Voi non avete bisogno di nessuno per portare a termine gli obbiettivi che vi ponete... lui invece ha bisogno di tutti”.
    Hàmid alzò il capo, lo rivolse verso la donna, poggiò la spada e poi proferì;
    “Tu lo conosci bene, vero? Il suo letto è da te molto frequentato... e non chiedermi come faccia a saperlo... ti ammazzerei solo per questo, sei una traditrice”!
    “Non tradirei mai il mio signore. Ciò che rendo al Signor Jikajin non è altro che il mio corpo...  non vendo informazioni e lo sapete meglio di me! Non sopravvalutate una misera donna di popolo”!
    L’uomo la guardò con disprezzo misto alla voglia di possederla per far da torto al fratello tanto odiato ma tanto amato.
    “Avrei dovuto reciderti quelle labbra impertinenti quando ne ho avuto occasione, Artemide”! “Allora avreste dovuto farlo tutte le volte che mi avete avuta sul vostro cammino, ma mai l’avete fatto... che siate stupido fino a questo punto”?
    “Artemide, la vostra intelligenza mi offende! Ora mi servi e non ho alcun motivo di toglierti di mezzo! E poi non farei mai un torto alla cara Majide che tanto desidera darmi in sposa la sua piccola protetta, ma chi vuole una donna come te? Mi disonorerei con le mie stesse mani. Ora andate via… mi avete innervosito già abbastanza”!
    Artemide socchiuse gli occhi, s’inchinò, voltò le spalle e si diresse verso la sua dimora. Hàmid restò per altre due ore circa accanto alla fontana, seduto, immobile, a riflettere sulla prossima mossa da fare quando d’improvviso, da una roccia sbucò Majide.
    “Eppur sapete quant’è preziosa la mia Artemide! Vi ho uditi prima dopodiché, tornata a farle una bella ramanzina per la discussione di prima, sono ritornata da voi. E’ l’unica che potete prendere in sposa! Metterebbe al mondo figli sani, forti, belli e intelligenti! Colpa mia fu che la misi in questo campo, ma, ahimè! Che potevo mai fare? Morivo di fame e a stento riuscii a farla campare fino all’età di quindici anni! Sapete meglio di me come vanno queste cose”! “Majide! Con che coraggio mi date in sposa una donna non più celibe, che di mestiere fa la puttana, una donna che non riesce a tenere a freno la sua lingua tagliente, una donna di mondo, una donna che tutti conoscono! Io sono una persona che cerca rispetto, un uomo che s’è costruito tutto ciò che ha con solo la forza dei suoi muscoli, col nome di suo padre, Re di Whahelia, nato da madre rispettabile, celibe, illibata, casta e pura? La sua intelligenza mi fa gola, questo è vero, il suo corpo lo bramo, ma il suo cuore… quello già m'appartiene... ma non può essere la mia sposa”!
    Disse portandosi la testa tra le mani ferite e sporche “Mi capirai... Majide... se potessi tornare indietro... ti avrei ammazzata come la tua protetta”! ma mai lo fece, il principe Hàmid. Parole dure furono le sue ma nulla di tutto quello pensava; era un uomo d’onore, godeva del rispetto di tutti, questo si! Ma nessuno poteva fargliene una colpa se non metteva al mondo un figlio, perché una donna l’amava, ma non poteva sposarla… Artemide era figlia di popolo, misera, senza famiglia ne onori e portava con se il marchio del suo peccato: l’essere stata abbandonata. I giorni passarono, le notti anche e Artemide, sempre più sola e chiusa in se stessa, conduceva la sua solita vita entrando e uscendo tra i vari letti con la speranza che qualcuno si accorgesse del suo cuore, dei suoi sentimenti, ma tutto ciò le fu negato. Una notte dal cielo stellato e dall’aria calda, Artemide sgattaiolò giù dal proprio letto, aprì la porta e si fermò sull’uscio a guardare il cielo;
    ”Oggi ci saranno le stelle cadenti... mi manderanno un segno” disse tra sé, dopodiché prese un mantello, lo attaccò intorno all’esile collo ed iniziò a correre verso la solita fontana ai confini del deserto Hanuji. Arrivata alla meta si gettò di sasso tra la sabbia; le sue scure mani sprofondarono in essa come se fosse stata parte di se, la portava al viso come fosse stata acqua, guardava con occhi lucidi il cielo stellato il quale si rifletteva, a sua volta, negli occhi verde smeraldo.
    “Voglio qualcosa di diverso, Giove! Voglio una vita migliore, qualcuno che mi ami! Voglio andar via da qui” gridò in alto spargendo il suo corpo di sabbia con sempre gli occhi rivolti al suo Dio. “Credere negli Dei fa male, Artemide! Puttana ma pure blasfema”! disse il principe Hàmid irrompendo nei sogni della donna.
    “Almeno io ho qualcosa in cui credere, Hàmid! Tu non hai nemmeno quello”! Hàmid, innervositosi della mancanza di rispetto verso il suo nome, le si avvicinò con passo svelto e veloce come una pantera, le strattonò il braccio, la drizzò sulle gambe, la prese per i capelli e portò i suoi occhi verde smeraldo vicino ai propri “Insolente! Perché non riesco a punirti come meriti? Artemide, il tuo nome stesso è blasfemia! Il nome di una Dea... maledetta Majide!”. Artemide tentò più volte di liberarsi dalla sua presa con calci, sberle e parole forti. L’unica e sola sberla che lo colpì, fece scattare la sua ira. La prese e la gettò nella sabbia come un cane morto, le si accovacciò sopra, con una mano le strappò l’abito e il mantello mentre con l’altra le manteneva le braccia nonostante la donna si dimenasse così tanto che si stancò poco dopo. Rimasero lì, in mezzo alla sabbia, fermi, immobili a fissarsi sotto le stelle. Il loro silenzio valse più di mille parole e durò per circa venti minuti;
    “Io ti desidero… desidero te Artemide, in ogni tua forma! Non ho mai osato punirti per le tue parole perché sagge sono! Vali più di quanto sappiano tutti quelli che ti sei portata a letto... vali più di Majide che ha saputo ben carpire in te tale potenzialità per poi arricchirsi, vali più del mio popolo che obbedisce senza dire un cazzo di niente… vali più di me che governo questo stato… diventa mia, Artemide, solo mia!”.
    Gli occhi della donna rimasero a fissare quelli del principe confusi, scalpitanti e nervosi.
    “Non hai sempre detto che le uniche parole che so ben dire, vengono proferite col mio corpo? Non mi hai sempre giudicata per ciò che faccio e per il mio essere stata abbandonata? Hàmid… a quali parole devo dare ascolto? A quelle di sempre o quelle proferite da un povero uomo ubriaco venuto fin qui per guardare le stelle? Il mio Dio mi ha dato un segno… e se ora ho incontrato qui te… vuol dire che sei tu quello che aspettavo”.
    Hàmid, arrabbiatosi nuovamente per le sue taglienti parole, l’ammutolì baciandola in modo violento e ripetuto, dopodiché scoprì i suoi seni ed il suo sesso violentandola. Non si sa se fu violenza o voluto da entrambi, ma quella sera segnò Artemide come nessun uomo l’avesse mai segnata; eppure c’era abituata, era stata con così tanti uomini e donne che ormai non provava nemmeno più il piacere della carne, ma quella notte fu come la prima di tanti anni addietro, se non per dire, la prima volta in assoluto, rubata dallo stesso uomo che in quel momento le aveva rubato il cuore. 
    “Cosa devo fare, amor mio? Se ti sposo mi odieranno tutti… se ti lascio, posso perir io”!
    “Un uomo non deve mai aver paura di ciò che può succedere. Scegliere quello che è meglio per se stessi aiuta a vivere meglio… ma per un principe non v’è scelta che dipenda da se stessi, ma solo dalle esigenze del proprio popolo. Chi nasce di sangue reale non ha nessun diritto su di sè se non il popolo stesso”.
    “La tua indifferenza mi spaventa! Sono stato solo tutto questo tempo, ho bisogno di un aiuto! Non posso decidere sempre da solo… ora ci sei tu con me”!
    “Voi siete un guerriero, mio signore! Ed ogni guerriero porta una parte oscura dentro di se... la vostra belva ha sempre sete, e lo sapete meglio di me! Non v’è pace per voi, io lo so! E nemmeno io posso darvela. Con voi mi sento appagata ma voi non potete sentirvi appagato in me perché nonostante vi sentiate così, arriverà quel momento in cui dovrete correre a dar sfogo alla vostra belva interiore”!
    Hàmid guardò la sua donna con occhi gonfi di lacrime e tristezza, ma al tempo stesso era commosso dalle sue parole; nessuno lo capiva meglio di lei.
    Fù così che si lasciarono... tra parole e pensieri, tra rabbia e rassegnazione.
    Tempo dopo, Hàmid proggettò una strategia per sconfiggere suo fratello nell'ultima e sanguinosa battaglia che restava da fare.
    All'alba di un giorno, le truppe di Hàmid varcarono il confine, distrusse l'eservcito del fratello, uccise uomini e si bagnò del loro sangue. L'invincibile Hàmid, lo cantavano, colui che con un pugno di uomini, distrusse il nemioco in un soffio di vento. 
    Arrivato alla soglia delle stanze del principe Jikajin, vi entrò con una tale calma e serenità, quasi umana in tale situazione.
    Jikajin era seduto al suo trono con accanto lei, Artemide.
    "Mai i miei occhi avrebbero creduto di vederti qui, ora, adesso, al fianco del mio nemico mortale." proferì Hàmid tra rabbia e dolore. 
    Nulla fu per caso; Jikajin aveva voluto lì Artemide, sicuro della sua sconfitta, per uccidere moralmente il fratello odiato.
    "Magari tu adesso mi ucciderai, ma almeno posso dire che anche se vivrai, lo farai morendo, giorno per giorno."
    Jikajin fu barbaramente ucciso da Hàmid; la sua carne fu spappolata, le sue interiore strazziate, la sua testa fatta a pezzi. 
    Completamente ricoperto di sangue, Hàmid s'inginocchiò ai piedi di Artemide, con lo sguardo rivolto verso il basso.
    "Le parole di mio fratello sono vere... Mi hai amato tradendomi ogni giorno. E io ti amavo ammazzando continuamente."
    "Il destino di una schiava non muta, lo sai meglio di me. Sei riuscito nel tuo obbiettivo e senza nessuno, amore mio. Non sarò qui a chiedere clemenza. Ora tu mi ucciderai, e io potrò essere libera."
    Lo scocco di un bacio. La lama di una spada perfora la pelle candida, dritta nella gola.
    A penzoloni, la testa di Artemide oscillava delicatamente sul capo di Hàmid.
    Agl'occhi di tutti, la stirpe dei Certain si sarebbe spenta definitavemente con la morte di Hàmid tempo dopo; si lasciò logare nel profondo, si consumò, si sviscerò di dolore e dsperazione.
    Ma chi poteva sapere, se non Majide, che la stirpe reale non era morta del tutto? 
    Prima di morire, Artemide partorì nel buio silenzioso l'unico erede di Hàmid; Cain Van Viettens Certain.

  • 21 gennaio 2013 alle ore 22:32
    Cain Van Viettens Certain

    Come comincia: ”Pregai l‘infinito di donarmi qualcosa che potesse allietare le pesanti pene di cui tanto m’ero macchiato, di cui il peso mi stramazzava al suolo premendo contro il petto la catena del mio destino di guerriero... la morte. La trascino insieme a me come un cane che viene portato a spasso pronto ad azzannarti ad una minima distrazione; la stringo forte per evitare che il mio bastardino fugga via avvinghiandosi alla gamba di qualche innocente; la strattono per far placare la sua sete facendolo cibare di carni putrefatte, morte, essiccate. Si ciba della mia rabbia, dei miei peccati, dei dolori, delle ferite fisiche e del sangue che verso ad ogni battaglia. Ed ora voi, una donna che mai osai desiderare più della stessa guerra, mi chiedete di trovar pace? No… tale parola per me non esiste, ne ora ne mai… Il mio nome è già macchiato di sangue come le mie e le vostre mani, donna... Credetemi se vi dico che voi siete stata la mia unica consolazione… Ed ora, all’alba di ciò, chiedetemi se ho paura.. perché è questa la mia guerra..”

                                                                                                                               Cain Van Viettens Certain

  • 18 gennaio 2013 alle ore 2:03
    Spazio Bianco

    Come comincia: Bianca, una pagina con il mio nome.
    Una pagina bianca dove col pensiero tingo le parole nell'inchiostro della mente... e scrivo. 
    Parole che scorrono dolci sul bianco, colori, emozioni, realtà. Cosa cercano gl'occhi quando si fondono con l'acqua del crtistallino bacino del mondo? Chiudo gl'occhi per scrivere. Punti. Rlessioni. Intrepido come un bacio, dolce il sapore, cerco, poi sfuggo, e col pensiero la mia anima è legata. Un fugace sfioro di labbra e via insieme al vento. L'anima baciata e catturata, come un'aquila vorace che verso il cielo spinge. Le labra rosse si concedono tale visione incorporea e si congedano con il dolce dell'amaro.
    La mia pagina è ancora bianca, e l'inchiostro è finito. 

  • 11 gennaio 2013 alle ore 18:01
    Il nonno di Clara

    Come comincia: In un tranquillo pomeriggio di vento, Clara disegnava.
    Seduta tra i suoi balocchi, poi distesa sul pavimento di legno, colorava canticchiando. Nella sua più totale quiete di dolce bambina, d'improvviso qualcosa successe; il nonno di Clara era in giardino, tra attrezzi e sacchi di terriccio, un urlo si elevò alto nel cielo.
    “Clara! Clara! Corri nipote mia!”
    Clara si alzò di scatto dal pavimento, si pulì le mani sporche di colore sul piccolo grembiule posto al bacino e corse verso il giardino.
    “Nonno! Nonno!” urlò spaventata. Non fu molto di conforto la visione che attendeva lo sguardo della piccola bambina.
    Il nonno di Clara aveva due funi nelle mani e tirava un po' a destra e un po' a sinistra, volteggiando su se stesso. In uno scatto felino l'uomo impiantò ben saldo nella terra un piede e con l'altro si spingeva all'indietro, facendo leva su un tronco tagliato.
    Per il forte vento, la tenda che il nonno stava montando in giardino iniziò ad ondeggiare così nervosamente che, in uno scatto, iniziò a mirare verso l'alto, come a voler fuggire dal suo cacciatore. Mentre l'uomo tentava di tenere a bada la sua creatura, Clara guardava la scena col viso sconvolto e la sensazione di impotenza infantile, le bloccò di colpo le gambe.
    “Clara! Guarda qui! Altro che vascelli di pirati e vele spianate, altro che piovre assassine nei mari più sconosciuti, qui abbiamo a che fare con qualcosa di grosso!” diceva ridendo.
    “Nonno! Nonno! Ma è una tenda!” urlava Clara.
    “Una tenda un corno! Guarda come tira! È come un enorme pesce che tenta di sfuggire all'arpione! Prendi una fune, anzi, due funi! Legale agl'alberi che ho reciso, fa presto!”
    Clara si diede due schiaffi su entrambe le gambe in segno di muoversi, quattro passi poi cadde nel fango. Si rialzò con impavido coraggio e corse verso le due funi più calme, le prese e le legò ai due tronchi.
    “Guarda nonno! Non ci sfuggirà! Gli ho legato i piedi, gli ho legato i piedi!” ma una fune ribelle le prese la caviglia, lo sguardo di Clara si posò sul nonno e infossò di botto la testa nel terriccio.
    L'impavido nonnetto riuscì a domare le ribelli funi, le legò alla ringhiera di ferro e la quiete piombò d'improvviso.
    “Bambina, come stai? Alza la testa e parla!” chiese il nonno accovacciandosi accanto alla bambina.
    “Ho mangiato la terra dalla paura! Adesso cosa facciamo?” disse la bimba pulendosi le labbra col grembiule.
    “Adesso torna in casa, lavati e vestiti, che andiamo a salvare il mondo!”
    Clara, con la gioia sul viso, corse in casa.
    Il nonno sorrire, poi morì; nella foga del vento un atrezzo gli si era conficcato nel petto.

  • 10 gennaio 2013 alle ore 15:31
    Benerice e l' Interrotto Intelletto Sconvolto

    Come comincia: Una bella casetta in collina con intorno campi enormi, lunghi e distesi, un gatto dormiglione vicino al camino immerso nel suo dolce sonno da ghiro e la voglia di uscire un po', gironzolare per le strade, vedere le bellissime terre fiorite in un pomeriggio poco soleggiato, giusto per scaldare i piedi e il cuore. Sognando una città diversa, Benerice era seduta sulla sua seggiolina immersa nei suoi pensieri candidi, cristallini e se toccati, facilmente frantumabili in un battito di ciglia.
    Benerice è una ragazza dagl'occhi gonfi di sogni, il cuore colmo di desideri e piaceri, di avventure e di amori, luce fioca al mattino nella consapevolezza di una sorta di fragile esistenza sospesa tra la realtà e la fantasia. La sua piccola bocca sempre serrata, poco diceva; non c'era niente che per lei non fosse poetica visione, la paura dell'amore e la carezza gratuita felina.
    Non c'è molto da raccontare su Benerice, bella e sognatrice maledetta senza troppi inganni se non l'illusione di se stessa.
    “Cosa posso fare? Si può amare il non fare senza muover un dito nel poter rimediare? Se c'è una cosa che odio è sicuramente il vedere le cose semplici diventare difficili. E tale consapevolezza mi rende isterica e semplicemente inutile; si potrebbe fare invece di pensare che non si sta facendo niente, e la mia mente mi impedisce di fare non facendo! È matematicamente stupido!”.
    “L'unica cosa che potresti fare per interrompere questo idillio è senz'altro suicidarti. Una risposta semplice al tuo interrotto intelletto sconvolto” replica il gatto dormiglione intento a leccarsi il pelo.
    Benerice accende un lumino, scavicchia in cerca di qualcosa di dolce da poter addentare continuando a perdersi nel suo tumultuoso ragionamento illogico.
    Dopo aver assaporato con ardente desiderio il dolce trovato, siede alla sua seggiolina e ritorna a pensare; una bella casetta in collina con intorno campi enormi, lunghi e distesi, un gatto dormiglione vicino al camino immerso nel suo dolce sonno da ghiro e la voglia di uscire un po', gironzolare per le strade, vedere le bellissime terre fiorite in un pomeriggio poco soleggiato, giusto per scaldare i piedi e il cuore. Sognando una città diversa, Benerice era seduta sulla sua seggiolina immersa nei suoi pensieri candidi, cristallini e se toccati, facilmente frantumabili in un battito di ciglia.

  • 11 ottobre 2012 alle ore 2:45
    Open..e trovarti.

    Come comincia: E' un pò come trovarsi in un supermerkato semplicissimo di qualche strada statale nei pressi del Cansas o del Canada magari...leggere la scritta "open" dopo esser usciti dalla macchina stanchi e demoralizzati sul quel vetro fioco e caldo di un supermerkato notturno dall'aria tranquilla. Entrare e trovarti.  Fermi a guardare il caso, l'occhio malinconico, ritrovarsi così per un ristoro dolce e quieto lontana dalla tempesta della notte che poco scalda e trovarti. La visione incantevole del'amore sotto tutte le forme dal banale desiderio di palarti adesso,qui, per dirti questo; trovarti. Il ristoro eterno di un sognatore...il candido abbraccio del cuore malato. Adesso chiudi gl'occhi e sognami angelo della notte e sussurra alle fibre esistenziali che ti compongono la parola "trovato".

  • 24 settembre 2012 alle ore 20:29
    L'Arcade Sconfitto

    Come comincia: "Deponi le armi, barbaro! Non sono qui a tagliarti la gola, ne uccidere i tuoi cari o rubare la tua terra. Sono qui a porti la mia mano."
    "Arcade hai elmo, scudo e spada spezzati. Non hai altre armi, non hai altri scudi e hai sul collo una sola testa. Vorresti pormi la mano solo perchè, ormai distrutto, non hai altro per difenderti se non con la tua stessa nudità?"
    "Ho perso il mio splendore, ho combattuto battaglie senza mai fermarmi davanti agl'occhi di nessuno, ho ucciso e sono stato ucciso una, due, mille volte ma adesso, vestito di solo me stesso mi sono fermato davanti a tuoi di occhi e con la pace del cuore, se uno ne possiedo ancora, ti porgo la mia mano come mai ho posto a nessuno. Se non vuoi accettarla, uccidimi, non avrò rimpianti ne opposizioni ma almeno pensaci, pensaci e poi uccidimi."
    "Perchè dovrei stringere la tua mano per poi ucciderti?"
    "Se prendi la mia mano vuol dire che ci hai pensato e se ci hai pensato, vuol dire che eri indeciso, e se eri indeciso vuol dire che non eri intenzionato e se non si è intenzionati io per te, in questo momento, non ero che niente."

  • 02 agosto 2012 alle ore 21:11
    Eroe, Ti Canto Cadendo

    Come comincia: Conoscevo un supereroe, una volta. Lo conoscevo bene, forse fin troppo e come tutti i supereroi, a volte c'è bisogno di una loro drastica scomparsa per essere giudicati poi tali.
    Conoscevo un supereroe una volta, non lo sembrava e pareva solo una persona dalla grande pazienza terrena e dal grande spirito di ostinazione contro le cose brutte e del tenero amore umano caldo e gentile.
    Sembrava tutto che un eroe. Ma poi, quando viene a mancare, ecco lì la leggenda dell'eroe nascere da una perdita.
    Ho cercato di assomigliare a quel supereroe, ma forse non lo sarò mai.
    Volevo esser per te la forza quando prima ancora di desiderarlo ero già sconfitta da me stessa. Ti prenderei le mani e le bacerei con le mie lacrime se potessi, ho fallito dove tu eri riuscita e chissà se un giorno riuscirò ad essere come te.
    Ma, benchè i rammarichi, credo possa essere contenta di essere me a differenza del giudizio del mondo.. piccola come una bambina ma in grado di poter sperare ancora in una grandezza quanto la tua.
    Eroe al quale ambisco, hai dato il mantello alla persona meno opportuna, credo. 
    Forse le tue gesta spettano a qualcun'altro che non sia io."

  • 24 luglio 2012 alle ore 21:08
    La Lettera Di Grimilde

    Come comincia: Follie mie signore, follie! Odo il mondo come odo voi qui, adesso, ora! Il mondo m'appartiene come voi m'appartenete e potrete respinger il mio cuore ma non la mia mente! Voi mentite, mentite continuamente e non a me che di amarvi è il mio più sentito istante. Mentite a voi e al vostro cuore e voi non l'ascoltate o lo ascoltate troppo poco! Se io son donna, amore, compagna io tedierò il petto e la mia mente ogni secondo! Ma se nulla sarò per voi, voi che più amo nel mio creato, allora lasciate al mio cuore ossa da devastare fino a divorare me stessa ed il mio tenero amore! Ma se un misero brandello d'amore è ancor più presente che dell'immensità del mondo, allora correte, prendete! La mia mano e la mia bocca, la mia nudità e la mia anima saranno vostre! E nell'incarnato amore che proverete, io sarò più viva e vera del mondo in cui ho vissuto perchè avrò voi accanto e non più il vuoto che divora insistenetemente la piccola gabbia toracica che ritrovo come corpo. Amatemi e lasciate che vi ami, perchè il dolore brucia, brucia più del fuoco, più di una ferita aperta, più di un cuore spaccato, più di ogni dolore corporeo vissuto! E se dovesse restarmi poco da vedere ancor su queste spoglie, allor voglio passarlo ad amarvi fino a che l'ultimo respiro non mi verrà tolto, strappato, come punizione divina per avervi amato troppo."

  • 27 giugno 2012 alle ore 22:08
    Monologo Interiore II

    Come comincia: Ho una voragine nel petto. Stretto alla cinghia che preme sul bacino l'arsenico veleno dell'amore. Chiuderei il relitto del mio cuore in fondo alla voragine che risucchia l'avido rimorso esistenziale della passione. Ho fatto dell'ardore passionale il peccato da portare ma perchè continuo a dimenare il già esistente inferno che predomina le mie carni con altri demoni immortali della perdizione? Vittima o carnefice? Strapperei invidioso l'affetto dell'altro pur di farlo mio ma l'invidia è il rigetto di se stessi per qualcosa di meglio e di meglio credo di averne a tal punto da preferir il dolore che la sua comprensione. Fittizio sei adesso e benchè io ricerchi brandelli di carezze, non sei che ossa da rosicchiare.
    Il genio della gelosia.
    Alla fine di questo viaggio, cosa troverai? I fiori appassiranno e il vento li richiamerà a sè ma questo è troppo lontano, non si vede, non si vede. O forse son io che ceco resto a tale fatto? Il tempo da ragione di credere che a me resta l'impero degl'inferi. 

  • 27 giugno 2012 alle ore 10:56
    Monologo Interiore I

    Come comincia: "Devi sapere che siamo spettatori di un mondo in continua evoluzione e che tutte le cose che lo compongono ci entrano negl'occhi e si fermano nel cuore.Ma la cosa che forse non sai è che il mondo,entrando nei miei occhi,non si ferma nel mio cuore ma bensì passa nei tuoi occhi fermandosi in te.E' questo quello che chiamo amore.Il mondo che ci passa dentro preso,fatto mio e poi condiviso come un giro infinito che muore con te.
    Le stelle,il cielo,la luna e il sole,il mare e la terra non sono che quelle immense bellezze che mi riconducono al tuo essere perchè...devi sapere che tu sei per me il riassunto della bellezza del mondo e riesci così maledettamente a tenere tutto in te che questo è terribilmente immenso.E nel tuo infinito io mi bagno,mi assopisco,mi sconvolgo.
    Quindi...non spaventarti di ciò che hai dentro perchè non è altro che il letto in cui il fiume della vita sfocia e si ferma dolcemente e insieme al resto lì ci sono io,se lo vorrai.Ma anche se non lo vuoi non puoi farci niente.Se in te c'è l'amore del mondo allora ci sarà anche il mio."

  • 24 giugno 2012 alle ore 3:32
    Illusioni:Svendita

    Come comincia: "Le illusioni sono il prezzo che paghiamo noi stessi per vivere sperando e quando s'infrangono,pur sapendolo,non facciamo altro che crearne altre.Come un gratta e vinci squallido;compriamo il più costoso pur di avere una speranza di vincita e poi quando gratti e scopri che non hai vinto niente,le scelte sono due o ritenti con quella speranza illusoria che qualcosa possa uscire o rinunci a prescindere.Non so quanto possa valere un illusione anche quella col prezzo più alto ma se fossi un gioco di soli,allora le scelte sono le più ovvie ma quando è ben altro,anche se stupidi sentimenti umani,sai che perdendo perdendo o perdi la tua anima o trovi i soldi per curarla."

  • 12 giugno 2012 alle ore 9:23
    Fugace Visione Sulla Ricerca Del Senso

    Come comincia: A volte crediamo che fuggire possa aiutare. Crediamo che partire e abbandonare tutto possa servire a far si che mente e cuore trovino un equilibrio,perchè può capitare che le cose nuove,luoghi sconosciuti,persone,suoni,profumi scoperti possono dare un senso nuovo a se stessi o magari illuderci che sia così. Quando si parte si sa da cosa si fugge ma non quello che possiamo trovare e in questo pensiero tingiamo tutto il nostro lato positivo quando,poi,bastava tingerlo in quello che si aveva già. Sono del parere che a volte una fuga nei ricordi possa servire e dare,o almeno appagare,le domande che ci poniamo continuamente che da essere umani quali siamo,non facciamo altro che basare la nostra vita sulla continua ricerca del giusto e del non giusto o sul semplice senso della vita e quando ci sentiamo soffocare,scappiamo via lontano. A volte credo che più scappiamo da qualcosa,più in realtà scappiamo da noi stessi. Siamo destinati a scappare e a ritrovarci nell'altro, indifferentemente da cosa stiamo cercando.

  • 12 giugno 2012 alle ore 9:22
    Notti D'Attesa

    Come comincia: In una stanza,bianca e rosa,due letti altrettanto bianchi,una luce fioca al di là di un muro,due persone dormono;una appartiene a me.Il tempo sembra non passare mai,persone dai visi strambi in camice verde scuro,camminano per un corridoio non troppo lungo,non troppo corto.Un libro per compagnia di cui non dico il titolo.La preoccupazione sul volto quando vedo entrare i camici verde scuro,vedere e infilzare aghi nella carne,il sangue portato via come niente,parole spese bene,a mio parere,sembra preoccupazione e sincerità,sembra che vada.Fortuna che il loro covo è al di là del muro,le conversazioni telefoniche sono facilmente udibili;chiamano altri camici,bianchi st'avolta,per altro sangue,forse destinato alla persona che sto sorvegliando angelicamente.Chiamano.Uno chiama l'altro nella quiete della sera,rimbomba la voce,rimbalza sui muri ed io,nel silenzio,scrivere.Ogni tanto si guarda l'ora.Il tempo.Che maledizione.
    Tempo,tempo,tempo.Tempo che va e viene sui passi ritmati delle persone.Un tempo destinato ad esistere,chissà perchè,poi.Un poi.Ci sarà mai un poi?Per queste ore interminabili,chissà ancora per quanto,poi.E non si fa altro che pensare,dieci,mille,diecimila cose,tutte insieme!Che orrore pensare,pensare il troppo,pensare a tutto per poi finire nel pensare a niente.E' difficile poter sapere i passi degl'altri,si sta fermi a immaginare,ma non si potrà mai sapere la verità.Sarebbe tutto più facile con un telefono alla mano poter sentire la verità.Ma la verità che conosco è il vuoto dell'assenza e che nella semplicità di un gesto,c'è tutto un discorso difficile da dover affrontare,così difficile,così difficile,da poter affrontare.Le parole che rimbombano in piccoli centimetri di cervello pensante,sono abbastanza queste.Perchè le cose semplici sono,alla fin fine,le più difficili?Forse perchè c'è tutto un mondo a sé tra le cose,come,esempio,nello spazio tra le dita di una mano.Ecco.Prendiamo una mano,destra o sinistra qual si voglia,la si guardi intensamente a palmo aperto.E' facile.Tra un dito e un altro c'è spazio a sufficienza,giusto?Le dita si spostano avanti e indietro,lo spazio si apre e si chiude.Ora elimina il resto e fossilizziamoci sullo spazio;in quello spazio,quello è la distanza tra un dito ed un altro e a seconda del movimento da compiere,esso si dilata o si restringe.E magari potrà essere anche un facile movimento,ma a seconda di questo l'azione cambia ed è un'azione pensata e,a volte,anche difficile da compiere.In quello spazio c'è tutto un mondo,un mondo di parole e silenzi,di azioni e consegenze,di emozioni e dissenzi.Un camice verde scuro irrompe nel mio poetico silenzio ed il cuore rasserenato da una gioia improvvisa,e tu sai qual'è,ritorna nella tristezza;c'è bisogno di sangue.La trasfusione.Erano ancora le dieci.E tutto,magicamente,taceva.
    In trentasette minuti il mondo ha ripreso a muoversi nel modo più triste.Il primo atto di una notte molto lunga s'è appena compiuto.

  • 11 giugno 2012 alle ore 13:43
    Uno Spruzzo Di Consapevolezza

    Come comincia: L'ingenuità è uno stato psicologico che solo in giovane età abbiamo;quando siamo troppo piccoli per conoscere le cose sconosciute,quelle che ti portano a definirti "adulto",raggiungere una maturità tale da poter comprendere,affrontare e decidere per tutte quelle cose che la vita ti offre,anche quelle più tristi.Ci sono persone che riescono,quasi per mano divina,a mantenere quell'ingenuità infantile della pre-adolescenza e sono quelle persone che nella propria ingenuità riescono ad affrontare qualsiasi cosa,non mutando mai.Credo di aver perso quella mia dolce ingenuità già da molto tempo o forse,l'ho perduta adesso,un pò qua un pò là.Ogni tempo che passa ci si sente sempre più stanchi,cerchi di raccogliere i cocci di te stesso,te li rimonti con colla e volontà e poi aspetti di romperti di nuovo per poi ricomporti nuovamente.E quando ti scontri con chi di ingenuità ne ha da vendere,è dolce poter osservare quanto siano innocenti tali persone,che con un sorriso riescono ad essere sempre uguali,immutevoli nel tempo e nei trascorsi.Allora nel mio piccolo,penso "Quanta stanchezza emano?Quanta voglia di vivere ho dentro se mi piego anche nel vedere l'ingenuità di una persona?".Non sono in grado di ricompormi ogni volta,penso solo che se lo faccio è perchè si è troppo stanchi,troppo stanchi per sino di raccogliere i cocci di se stessi e quando incontri l'ingenuità,ti chiedi:"Quanto vivere ancora ti resta se sulla soglia dei vent'anni ti senti già a pezzi?".E' una triste consapevolezza di chi troppo ha visto e il mondo che ti rimbalza negl'occhi non è che lo specchio dei tuoi desideri,ritornare ad essere ingenui,ritornare ad essere bambino,quando una carezza di una madre o un padre,era tutto l'oro del mondo."

  • 06 giugno 2012 alle ore 17:49
    Pensieri,Parole

    Come comincia: Leggera,leggera cata che sfiora e che annega,fragile per la sua consistenza,forte per l'essenza che porta.L'immagine semplice del mondo che da valore all'effimera consistenza sulla cui è posta.immagina un foglio su cui tingere i colori del mondo,le immagini dell'immenso che ti entrano dentro,fa pulizia di te rilasciando la bellezza dei luoghi,dei profumi,dell'emozioni di momenti precisi,di attimi che toccano l'anima impressi in uno scatto,uno scatto associabile all'attimo in cui la vita ti annida in un cerchio di purezza e grandezza.Avvolto dal torpore inebriante del momento,si fa presto a poter imprimere in uno scatto fugace ciò che si cerca di catturare e quel qualcosa,inchiodato alla pellicola,viene marchiato a fuoco,non più elaborabile o maneggevole.L'attimo della vita che ti piomba nel petto senza preavviso,senza una preparazione corporea e mentale:come una macchina fotografica,l'immagine rimbalza negl'occhi di chi la guarda,la elabora emozionalmente e la conclude nel cuore dell'ascoltatore protagonista di se stesso e della preda catturata.La fotografia dell'anima diviene oggetto di se stessa e non è più definita arte mondiale,benchè esistenziale e personale,come la pittura o la musica,non altro che lo specchio di noi stessi,non sono altro che il mezzo col quale il protagonista di ogni storia trasmette il trasmettibile senza veli,ne giri di parole:la propria realtà dei fatti e dei sentimenti messa a nudo al mondo per far si che l'altro possa non interpretare l'anima dell'artista,ma benchè l'essenza stessa del soggetto artistico che diviene anima dell'autore.Le foto sono la conseguenza dello stesso,la bravura di prendere al volo ciò che gl'occhi colgono nella reale visione delle cose mandandola in post-produzione nel cervello,arrivando al cuore e non solo al proprio,ma a quello di tutti.
    Bisogna solo essere bravi nel capire dove trovare l'associazione immagine-parola ed esprimerlo così come esso si rivela.

  • 05 giugno 2012 alle ore 20:45
    Un Sipario Nero Pece

    Come comincia: Cala bruscamente un sipario nero pece quanto la morte.Non si può continuare e vedere un bianco,un bianco che non c'è,coperto dal telo nero,coperto da dubbi,dissapori e amare consolazioni.Piano scivola,scivola su di noi,un sipario grande quanto il mare perchè l'uomo conosce solo quello che vede e l'infinito spaventa più di quel che teme.E allora piano va via,un senso di speranza e di futuro,i progetti si sgretolano come un muro invecchiato di cent'anni.I sentimenti vengono nascoti,l'emozioni diventano sempre più rare e in questo spettacolo del mondo mandato in scena un pò per caso,gli attori lasciano il posto a semplici marionette di legno,privi della parola e dell'humor.L'amore,l'amicizia,l'essere e il sapere,svaniscono oltre l'orizzonte per chi non ne vuol più sapere e quindi diverrò aria,chi mi chiama correrò danzando,senza aver bisogno d'altro se non di se stessi.Nel silenzio dei pensieri le idee nascono e crescono,uno si fa una ragione per tutto anche dell'assenza,che sia un'amore o un'amicizia.C'è sempre del silenzio nelle cose che sentiamo,quel silenzio che piano scivola sulla pelle ibrida di chi cerca di cambiarla per indossarne una nuova.I bisogni primari sono tre,quelli fondamentali per l'essere in modo da vivere e gl'altri bisogni,quando si è soli,diventano anche superflui;il vedere un qualcosa che piace,parlare con qualcuno che ti ascolti,guardare qualcuno negl'occhi.Credo che nel mio silenzio non ci sia bisogno di tutto questo,un silenzio che a volte sembra la morte eppure così mi sento,abbandonata al mondo ogni giorno,attorniata dalla falsa preoccupazione o dalle finte chiamate "gentili" di chi ti lascia morire,affogare nelle tue preoccupazioni,nelle tue delusioni.Per questo,forse,a volte essere soli può salvare perchè quando l'anima è fragile c'è bisogno solo di verità e purezza attorno ad essa,le cose cattive la distruggono e quindi si nasconde.Ci si rassegna per certe cose anche se dentro vorresti lottare,lottare,lottare,spargere sangue e urlare le tue ragioni,le tue emozioni,il tuo amore per quel qualcosa che va via,via dalle mani,via da tutto.Ma poi,che senso ha lottare a senso unico?Allora mi dico che se voglio lottare contro un qualcosa deve essere perchè c'è una speranza,la speranza del bianco dentro al nero,la speranza di far scivolare il sipario nero pece lontano dal cuore,gli attori ritornano in scena,le maschere cadono,i canti si elevano in alto e l'amore compie il suo atto.Allora se non c'è bianco rimango nel nero,nel nero della vita."

  • 03 giugno 2012 alle ore 3:58
    Serenata Per Se Stessi

    Come comincia: ‎"Eppure quelle notti in cui,sola,camminavo per la strada buia,mi hanno riempito gl'occhi.Camminare a passo con le note della notte cullavano il mio cuore indolenzito,tenevano compagnia ad un punto morto qual'ero.Ne sento già la mancanza di quel qualcosa di triste che dava conforto,rassicurava i pensieri e tutte quelle parole che tenevo fra me,note tra le note.Le domande,il caos del dolore,la stanchezza della disperazione,il logoramento dell'anima sola.Mille discorsi turbati del mondo racchiusi in più di cento passi verso casa.La riflessione dello sfinimento esistenziale,l'eclissi di luna del mio scrivere,l'amore che manca,la quiete del buio.Quante sono le cose che mi sono rimbalzate negl'occhi,quante emozioni tristi e malinconiche in quei frangenti,le tenui speranze dell'apparire,i sospiri taciuti,i pianti caduti,le voglie incomprese,l'amore che tace.Trovare conforto nello sconforto,questo.Forse,quei romanzi filosofici tra me e la luna,hanno mutato l'essere.Adesso,riaffiora qualcosa.So che ripercorrerò quella sensazione di dolore,so che t'incontrerò di nuovo,luna pallida e con te,ogni notte,parlerò di me perchè la natura sa ascoltare più di una persona,o forse perchè parlare con una persona non completa quanto parlare col mondo.Le più piccole cose,i tuoi piccoli occhi.Non lo so..però almeno dei tanti interrogativi notturni,qualcosa in più adesso la so..adesso lo so che ogni cosa è illuminata dal riflesso di te nel mio cuore.E potrai esserne confuso,eppure io,nonostante lo sia stata,non lo sono più.."

  • 30 maggio 2012 alle ore 3:42
    Il Sole e La Luna

    Come comincia: "Riavvolgere tutto come un nastro,un nastro video perso tra scartoffie e scatole vecchie,impolverate,dimenticate.Prenderei un televisore,qualsiasi esso sia contando la generazione di oggi per inserire il nastro video,sedermi su una poltrona,accendere il televisore,con la muta nel cuore,tacere e guardare;guardare questo tempo passato,le cose vissute,quelle distrutte,quelle scoperte.Nel silenzio del ricordo mi soffermo sui particolari che non ho mai scorto,quelli che vivendoli non noti ma che rivisti restano dentro.Fermerei a un momento preciso,quello quando ti vedo e,bloccando la scena,mi fondo al video.Riparto per continuare a rivedere ciò ch'è passato per soffermarmi,poi,all'oggi.L'amaro oggi che mi porta lontano da te.Ho rivisto una scena,i particolari di cui ho citato prima,ho rivisto il momento in cui ci siamo amati.Perchè l'abbiamo fatto,vero?L'oggi mi porta a rifilmare tutto,quello che faccio,quello che penso per rimettermi poi seduta davanti ad un televisore,qualsiasi esso sarà,contando il futuro che si evolve troppo velocemente e soffermarmi s'un particolare;il momento in cui ci s'incontra di nuovo,cuore nel cuore.Notare quanto il primo video si fondi al secondo,quanto io e te ci siamo fusi e rincorsi per stare insieme e poi spegnere tutto,il televisore,il cuore,la mente e riderci su perchè,nella mia visione futura,accanto alla mia poltrona a ripercorrere il ricordo presente divenuto passato,ci sei tu.Ma non posso prevederlo per questo,le mie,sono solo ripercussioni di futili speranze odierne che pulsano più di qualsiasi battito cardiaco.Ripercorro ogni notte i piccoli dettagli del tempo,ma se questo non è un gioco,cosa siamo,allora io e te?Siamo il giorno e la notte adesso,strano ma vero.Siamo sole e luna.Manco a farlo a caso,essi non s'incontrano mai se non per dare spazio all'altro in tempi determinati del giorno.Quindi,credo che la risposta sia semplice se ci si basa su tale teoria.Io e te siamo due.E quindi,abbiamo raggiunto la perfetta sincronia spazio temporale del mondo terreno.Il sole e la luna che danno equilibrio al giorno,un amore eterno destinato a non incontrarsi mai.Ma se andiamo un pò più affondo,potremo notare di certo un particolare che sfugge,giusto per riprendere il discorso strutturato in alto;c'è un momento particolare del giorno che fa si che essi combacino perfettamente,è quando il sole si accinge a calare al meriggio e la luna intenta a salire al cielo ed è lì il punto più alto.L'incontro fatale del sole e della luna,incontrarsi per istanti,per ritornare ai loro posti.E se fosse così?Se fossimo veramente così,tu ci pensi a rendere immortale quel momento?A rendere eterno quell'attimo d'incontro per unirsi ed amarsi.Se come una fotografia rendessimo sempre vivo quell'istante allora anche il sole e la luna potrebbero vivere insieme perchè sapranno che in quel determinato momento le loro labbra si uniscono e ogni giorno sarà un bellissimo istante vissuto.Credi che noi potremmo rendere immortale quell'attimo?Come il sole e la luna,anche noi abbiamo a disposizione un solo attimo e se lo perdiamo sembrerà che non sia mai esistito e continuerà a sembrare che il sole e luna non s'incontrino mai.Ed io non voglio pensare che non ci sia un legame tra loro ma credo che sia un legame molto più poetico ed intenso,forse,rispetto a quello dell'uomo."

  • 27 maggio 2012 alle ore 20:36
    I Giorni Di Alice

    Come comincia: "Alice viveva lontano,in una casetta in legno accanto al fiume.La notte si sentiva il rivo sgorgare ed era l'unica melodia che si udiva tra quattro mura piccole e legnose.Cantava silenziosa,quasi sussurrando,parole inventate,note soffuse e amava scrivere del sole e della luna,del cielo e del mare,di tutte le cose che una stonava e che due assemblava un concetto;come l'amore.Non c'era senso cantarne di una,aveva più poesia scrivendone di due e lei così viveva,spaccandosi la schiena e scrivendo alla sera.Alice sognava qualcosa,o spettava qualcosa che mancava,qualcosa non provato o provato ma che s'è venuto a finire.Aveva lasciato tutto lei,per evadere da una realtà non più reale ma finta,aveva abbandonato la città per trasferirsene in un altra che aveva un senso,una che avrebbe potuto dargliene molti oppure uno solo.In fondo Alice non è mai partita,in fondo lei è sempre lì a vivere,ma immagina di poter partire per quella città in cui desiderava specchiarsi,almeno una volta,in una città dove tutto che sentiva e vedeva aveva l'odore di una sola cosa;quel qualcosa che manca.Alice dorme poco la notte perchè lavora fino a tardi,le poche ore che ha le dedica alla scrittura e quando si assopisce sogna una vita nuova.Al mattino rassetta casa,si dedica alla famiglia,al pomeriggio seduta al bar aspetta l'ora del lavoro,va a farsi deridere e sfruttare e poi torna a casa,stanca e sfatta,con la notte nel cuore con un velo di tristezza ma Alice ha due gambe,e va oltre.Chiede a se stessa se qualcuno possa gioire delle cose che crea,chiede alla madre se ha ancora fiato per parlarle e poi torna alla casa,dona carezze all'amico felino,si chiude in se stessa e inizia a cantare;canta scrivendo di parole d'amore,ride piangendo del proprio cuore.Alice vive una storia ch'è solo sua,una storia in cui uno è triste e due sono le ore.Canta e non si ferma nemmeno se abbattuta per la stanchezza,lei canta perchè ama e chi ama o vive felice o muore di dolore.E così lei fa,sogna giorno e notte una pelle nuova,di piume e di gioia senza vergogna.Potersi specchiare in due occhi verdi,potersi tuffare nel cuore che ha perso e non può fare altro che cantare scrivendo con la speranza che certe note gli piombino addosso,le accarezzano la testa come una mano materna,le asciuga gl'occhi,le rimbomba nelle membra."

  • 25 maggio 2012 alle ore 2:24
    Un Istante Sereno

    Come comincia: Seduti al tavolo di un bar a riflettere;domande sulla vita,risposte nel mondo,persone che vanno,persone che vengono e tu,rimani qui.La brezza di un sorriso sul viso quando ti sento vicino,questo ho adesso.Sentirti dentro nonostante gli affanni del giorno e i dolori della notte.Nonostante tutto,tu sei qui.La forza di un amore ti sprona ad andare avanti e,come disse un poeta,"L'unico rimedio all'amore è amare più forte."Ogni pensiero è dolce se infuso in te,ogni amaro vissuto diviene miele se associato al pensiero di te.Chissà cosa penserai,cosa starai provando,adesso.Ora che siamo lontani senza poterci guardare,senza poterci evitare e cercare,senza poter vedere luoghi comuni imbevuti nel ricordo di chi siamo stati,mano nella mano,per le vie della città.La penna sul foglio và da sola,và lontano ed in ogni posto ci sei tu,amore.Manchi a queste mani che possono solo scrivere di te,manchi a questo cuore che può solo amare tutto di te.Una tazza di caffè per il sapore della riflessione,una sigaretta per chiuderlo e la speranza di sentirti presto accompagna il desiderio di ricongiungermi al tuo cuore.
    Un saluto caloroso,un arrivederci quasi dolce tinto nell'amaro,un bacio,una stretta di mano,scendere a patti con la sagoma di te seduta dall'altro lato del tavolo che mi sorride,quasi magicamente ed unico spettacolo.Un dito sul cuore,un abbraccio d'amore.