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Autore

Daniela Iodice

in archivio dal 19 gen 2012

04 maggio 1991, Napoli - Italia

mi descrivo così:
​Siamo attori di noi stessi e ci perdiamo tra i riflessi di una falsa ambizione costruita sulla notte.

[​Arthur Rimbaud]

21 marzo 2016 alle ore 20:34

Pauline

Il racconto

“Forse, se ti avessi accanto, tutto quello che ho fatto non farei,
se decidessi di tornare ad essere un uno invece che un io o tu,
il mondo sarebbe terribilmente più onesto ma non sarebbe realtà;
se per grazia divina degl’astri dovessero spingerci nuovamente uno nel cuore dell’altro,
saprebbe di amaro il resto che ci circonda;
se il mio dito fosse legato al tuo in eterno,
non vi sarebbero più vite da mettere al mondo;
se tornassi ad amarti come quando, increduli e curiosi di tanta bellezza eravamo stati un tempo,
io non sarei io e tu non saresti tu.
Saremmo un essere perfetto, quasi vicino al divino e insieme saremmo disposti ad annullarci come il bianco nel bianco e il nero nel nero.
Potrebbero le mie mani desiderarti ancora,
come le labbra che bruciano se rimembrano il fuoco della saetta della tua lingua,
e s’annoda il grembo e s’inonda il petto per quel così delizioso peccato da cui nasce il nostro amore;
amore, amore mio.
Forse, se ti avessi accanto non sarebbe più tutto questo
ma semplici granelli di un intera sabbia desertica in cui non v’è più acqua né vita.”
 
Così mi lasciò Pauline; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.
Credere nel non più esistente darebbe un senso più profondo al perché certe cose finiscono e io l’avevo capita quando, guardandola negl’occhi vitrei di un mare in piena, aveva smesso di amarmi.
Ricordo perfettamente con quanta delicatezza le coloravo con la pittura i capezzoli duri, posti all’angolo della stanza nelle lunghe sere d’estate.
Dopotutto, nessuno ci aveva mai visto insieme, nessuno ci aveva sentito chiamarci amorevolmente nelle vie della strada o ai tavolini di un bar; nessuno aveva visto il nostro amore.
Arrivai ad un punto che, forse, nemmeno io l’avevo veramente visto; come fosse stato tutto frutto di un immaginazione furtiva che amava prendersi beffe del mio cervello in pezzi.
Pauline aveva amato qualcosa che non ero io ed io avevo amato Pauline perché era Pauline; senza domande, ne risposte, ne desideri di sapere ne senza il senno di capire.
I nostri incontri erano solo tra quattro mura bianche e spoglie, come quelle lenzuola o come le mie tele ancora da imbrattare; ed il suo corpo bruno era una meraviglia quando veniva percorso dal colore del mio pennello.
A disegno finito, le scattavo delle foto; giusto per conservare quei pochi quadri che riuscivo a fare ed era meraviglioso poter ammirare le mie opere più grandi su d’uno sfondo tanto bianco quanto l’essenza del colore stesso inciso su Pauline.
Era la mia tela e come ogni opera andava accantonata, come ogni tela v’è il momento che essa abbandoni il suo pittore riposta, poi, in chissà quale stanza bianca aspettando il prossimo che poteva ammirarla.
Avevo perso la mia opera migliore senza farmi troppe domande; ma se avevo creato potevo anche distruggere e nel momento in cui decisi di farlo, Pauline mi lasciò così; una lettera, tot righe, in cui diceva di amarmi non amandomi più.

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