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Autore

Daniela Iodice

in archivio dal 19 gen 2012

04 maggio 1991, Napoli - Italia

mi descrivo così:
​Siamo attori di noi stessi e ci perdiamo tra i riflessi di una falsa ambizione costruita sulla notte.

[​Arthur Rimbaud]

21 marzo alle ore 17:38

Quarantine: Me stesso

Il racconto

“Quando ero ragazzo, non ero molto socievole. Mi guardavo intorno e non potevo far altro che chiudermi. Il mondo non mi piaceva, ma per niente.
Frenesia, eresia, follia.
Mi chiedevo ogni giorno se fossi riuscito a scappare, prima o poi, dal quel buco nero.
Venivo molestato spesso, deriso, corrotto, gettato in pasto alla belva dell’uomo.
Ero così, così stanco di tutto quello.
La mia famiglia era povera e numerosa; ero terzo di cinque figli.
Credo non andassi d’accordo con nessuno di loro, se non con il nostro cane rachitico.
Quando lo guardavo, rivedevo il me stesso rinchiuso; aveva degl’occhi vitrei ed aurei, come i miei.
Sbavava molto; pareva sarebbe morto ad ogni passo che faceva, si teneva su per la grazia di Dio.
Ero l’unico che badava a lui e, questa cosa, mi teneva vivo.
Vivevo per lui e lui per me; fino a quando non morì per davvero in un giorno di primavera.
Lo trovai stramazzato nel campo preso a picconate da chissà chi.
Era un bravo cane e non so come sia stato possibile che l’abbiano ucciso.

“Vedi William? prima o poi anche tu farai la sua stessa fine.”

Mi disse una volta mio padre mentre gli scavava una fossa con un piccone.
La lezione l’avevo avuta. Mi mossi a cercare un lavoro per fuggire.
Fortuna ci riuscii in fretta ed abbandonai per sempre quella casa.
Non rividi mai più nemmeno uno di loro; tempo dopo seppi che la casa s’incendiò e morirono tutti.
Forse la morte del mio cane era stato un segno che mi ha salvato la vita.
Lo porterò sempre nel cuore, fino alla fine.
Da lì capii; salvato da un cane per diventare un cane io stesso e, devo dire, non mi dispiacque finire, poi, a fare da balia canina ad una ragazzina egoista e arrabbiata; era come se avessi avuto una seconda possibilità di redimere me stesso, cercando di addestrare un cane più piccolo.
Fu così che Blues divenne tutto ciò che avevo e l’avrei protetto a denti stretti, come l’amore di un cane verso il proprio padrone.
Del resto, non aveva scelto la sua vita per cui non aveva colpe e, come me, avrebbe voluto solo fuggire da tutto quello.
La capivo, per questo decisi di starle accanto senza mai contestarla o aggredirla. Avevo annusato quanto il suo fragile cuore cercasse compagnia in quella solitudine chiamata vita.
E per quanto mi schernisse o si prendesse gioco di me, sapevo che quello era l’unico modo che aveva per amare.
Sentire di possedere qualcuno, ci fa sentire meno soli alle volte; e benché non fosse un comportamento adeguato, sano non lo ero nemmeno io. Abbracciai quella creatura con tutto il mio sentimento e nessuno me l’avrebbe portata via se avessi obbedito ai suoi giochi.
Ma si sa, alle volte, il gioco stanca e quando ciò accadde, qualcosa in me si tramutò per sempre.

“Un giorno troverai una brava ragazza, ne sono sicura.”

Mi disse una volta mia madre mentre mi pettinava i capelli.
Non credetti molto alle sue parole e, di certo, brava Blues non era; ma nelle nostre imperfezioni, eravamo perfetti.
Dovevo solo arrivarci e lei capirlo.”

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