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in archivio dal 03 apr 2012

Danila Oppio

10 settembre 1949, Fonzaso (BL) - Italia
Mi descrivo così: Sono una donna che ama la scrittura, la poesia, e la vita.
Mi trovi anche su:

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  • 17 settembre 2012 alle ore 10:42
    Metamorphosis

    Di giorno
    Dentro un’irreale nebbia
    Nascondo
    Ogni doloroso tormento
    Svicolo regole mi ribello
    Affilo le unghie
    le affondo
    Nel grigiore del mondo

    Ma di notte,
    Quando le infinite stelle
    Ci piovono addosso
    E cadono nel paradosso
    Di un mondo splendente
    Trasformo, confondo,
    Divento un’anima imbelle
    E precipito nel… niente

    Danila Oppio
    Inedita
    16 settembre 2012

     
  • 17 settembre 2012 alle ore 10:41
    Licantropia

    Ululando
    Contro il drappo nero
    Della notte
    Che cela un poetico
    Pensiero
    Oscurandolo

     
  • 16 giugno 2012 alle ore 19:10
    Come un vaso rotto

    Quando il cuore è vuoto
    Si va cercando
    Qualcosa per riempirlo

    Come un vaso crepato
    Perde il liquido
    Contenuto, tanto
    Da non essere
    Mai colmo
    Anelando una sazietà
    Impossibile

    Così io.

     
  • 11 maggio 2012 alle ore 13:30
    Il tempo

    Oggi
    Ho voglia di carezze
    Non ricordo da quando
    Non ne ricevo più
    Il tempo si muove
    Come un lenzuolo steso
    Al sole e al vento
    Oscilla, ondeggia
    Ne perdo la cognizione
    Da quando stiamo insieme?
    Un’eternità forse…
    O forse solo da ieri.
    Da quando
    Non mi accarezzi?

     
  • 08 maggio 2012 alle ore 9:32
    Madre Natura

    Olio purissimo
    Dentro una giara
    Vino invecchiato
    In una botte di rovere
    Pane fragrante
    Appena sfornato

    Profumo di zagare
    E di erba falciata
    Di terra rimossa
    Dal vomere

    Frizzante brezza
    lavata
    Da pioggia d’aprile
    Fresca acqua di fonte
    Sorgiva. Bagnata
    Nutrita, aromatizzata
    Da Madre Natura
    Sorgente d’Amore

     
  • 20 aprile 2012 alle ore 13:02
    Come i vent'anni

    Come i vent’anni
    Consumati tra illusioni
    Desideri inappagati
    Pazzie e passioni

    Corse lungo percorsi
    Di brevi alienazioni
    Dimenticate e sepolte
    Dalle pietre degli anni

    E poi….sepolcri incustoditi
    Violati da rapaci mani
    Che recuperano giorni
    Da tempo sotterrati

    Incoscientemente
    Dissotterrati
    Sotto la calante luna

     
  • 13 aprile 2012 alle ore 16:53
    Con volo d'aquila

    Mi librerò
    Con volo d’aquila
    Sopra le alte vette
    Dei tuoi segreti pensieri
    Leggerò
    Nelle pieghe dell’anima
    Con penetrante sguardo
    Sorriderò
    Con un colpo d’ali
    Sulle pianure del tuo cuore
    Sorvolerò
    I precipizi e gli orridi
    Anfratti della mente
    Supererò
    Ogni aspra roccia
    E con un grido ferito
    Ti artiglierò
    il cuore e lo condurrò
    Nel più recondito nido
    Costruito tra alte rupi
    Riparate dalle bufere
    Di uragani impetuosi

    E di lui mi nutrirò

     
  • 07 aprile 2012 alle ore 10:17
    Il pettirosso

    C’è un pettirosso
    Che la mattina presto
    Da un ramo dell’abete
    Guarda nella finestra

    Attende che gentile
    Mano, sbricioli del pane
    Per la sua grande fame.

    Non fugge spaventato
    Ormai confidente e sazio
    Saltellando sopra il gelo
    Di un rigido gennaio.

    Mi rassomiglia un poco
    Anch’io attendo trepida
    Briciole di cuore,
    spezzate da un poeta.

    Versi e parole buone
    Il saluto del mattino
    L’abbraccio della sera
    In volo sopra il mare.IL PE

     
  • 05 aprile 2012 alle ore 13:42
    Alchimia

    Dentro lo sguardo
    Che accarezza
    Un assorto pensiero

    E lo incendia, ecco
    Esce dall’ombra
    Assume contorni

    Plastiche forme
    Di desideri assopiti
    Mai esaminati, forse
    Sconosciuti

    Ectoplasmi vaganti
    D’improvviso mutati
    In dense solide
    Corporee consistenze

    Chimiche  reazioni
    Di fatale attrazione
    Pura  trasmutante
    Alchimia d’amore

     
  • 03 aprile 2012 alle ore 20:50
    INGANNO

    Dentro
    La ferrea stretta
    Come di rapinosa
    Mano

    Del pensiero che muta
    Non dei voraci lupi
    il branco

    La strisciante serpe
    cangia la ruvida pelle
    Ne ho incontrato i segni

    Mi ha accompagnato
    Lungo strade sterrate
    Sull’orlo di un orrido
    Dirupo, abbandonata

    Come dell’orso
    La pelle hai venduto,
    la mia, ed ora

    Nuda, tremante
    Resto
    nell’algida
    Pensante solitudine

     
  • 03 aprile 2012 alle ore 20:49
    IN UNA BRUMOSA SERA

    In una brumosa sera
    Dove annaspo per non cadere
    Uno spiraglio, un bagliore
    Illumina la veniente notte.

    Quella che fui
    Si dissolve nella serale
    Nebbia, e più non sono.

    Una nota, poi dieci
    E un concerto notturno
    risuona nell’anima
    scaturito dal nulla

    I ritmi dei versi incrociati
    Danzano un valzer sull’onda
    Di un mare in burrasca
    Che sulla battigia s’infrange

    Sull’ala di gabbiano
    Scrivo un richiamo
    Che a volo radente
    Porta alla riva lontana.

    Dello stesso mare
    Se tu sei una sponda
    Io sono l’altra.

     
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  • 13 aprile 2012 alle ore 16:51
    Un vecchio quadro

    Come comincia: Ecco cosa mancava sulla parete bianca, di una vita ormai agli sgoccioli. Un quadro in bianco e nero, una vecchia fotografia di quella piazzetta dal nome poco indicato per la grande metropoli di Milano: Mirabello. Chissà cosa c’è di bello da mirare, non lo so. E’ una piazza come tutte le altre, qualche albero striminzito, nel centro poche aiole e un vialetto che le taglia in mezzo. Qualche panchina per le persone anziane, e per noi giovani, che ci sedevamo a suonare la chitarra.
    E’ un bel quadro, ma in bianco e nero, perché i colori si sono sbiaditi col tempo. Però ricordo. anche se ero un personaggio non dipinto nel quadro, che stavo lì a guardare, partecipavo in disparte. Osservavo.
    Sulla piazza si affaccia un bar, avrà anche avuto un nome, ma noi lo chiamavamo “dall’Oreste”. Era il nome del proprietario, un omone grosso e buono come una pagnotta. Si trattava di un bar senza pretese, non come i bar attuali, che curano l’arredamento, preparano sfiziosi panini o drink. Se volevi mangiare, pane e salame erano sempre a disposizione, come un toast farcito. Se volevi bere, non mancava nulla di quel che c’era, dai superalcolici all’ aranciata. Caffè e cappuccini con briosce sempre fresche.  Il locale era grande, a me pareva immenso: nel centro, due grandi tavoli da biliardo, in fondo, addossati alla parete, alcuni jukebox. Dei vecchi tavolini di legno e sedie non proprio accoglienti, erano il resto dell’arredamento, oltre al banco del bar.
    Pur essendo un locale così scalcagnato, era molto frequentato, da gente di ogni età e ceto sociale. Poco distante da quel bar, si trova il Tombun, locale frequentato fin dall’ottocento dagli artisti squattrinati, pittori che pagavano la consumazione a suon di quadri e, un po’ più in là, all’angolo di Via Brera, c’è il Giamaica, altro bar frequentato dai soliti noti, studenti dell’Accademia, pittori, musicisti,  e quegli scatenati che organizzavano gli scioperi del famoso “68.
    Nel quartiere Brera, quelli erano i locali maggiormente frequentati, ma dall’Oreste era un mondo tutto particolare.
    La sera, ci si trovava per decidere dove andare, se al cinema o a ballare in qualche discoteca. Discutendo le varie proposte, riuscivamo a tirare così tardi, che alla fine non si andava da nessuna parte. Allora si giocava a boccette –io con la stecca non ci andavo d’accordo – e se riuscivo a fare filotto – saltavo come una matta, dando pacche sulle spalle a destra e a manca.
    Alcune sere, però, i tavoli da biliardo erano intoccabili: arrivavano i fratelli Somaré, con Patrizia, non ho mai capito se fosse fidanzata con Sandro o con Guido, erano sempre insieme come i tre moschettieri! Patrizia era la figlia di Tonino, e nipote di Alberto Ascari, i campioni di automobilismo. I due fratelli, pittori affermati, erano più grandi di noi ragazzi di almeno una ventina d’anni, e ci toccava  soccombere alla loro arroganza.
    Il massimo del piacere avveniva quando Victor e Maurizio entravano nel bar, e con nonchalance dicevano ai moschettieri di smammare! Che soddisfazione vedere quei tipi con la puzza sotto il naso, e sacramentando  nel classico birignao milanese, allontanarsi con la coda tra le gambe! Ma Victor e Maurizio non erano persone qualsiasi, erano quelli dell’Equipe 84 e nostri buoni amici. Fingevano di fare una partita, e poi ci cedevano il biliardo!
    In quel bar scendeva spesso Mariangela, si tratteneva un attimo con la sorella Anna, poi andava in teatro per le prove della commedia ‘L’inserzione” di Natalia Ginzuburg. Mariangela aveva già quella voce profonda, da gran fumatrice senza aver mai fumato in vita sua.  Anna invece suonava la chitarra, componeva qualche canzone, ma aveva solo 17 anni e due occhi verdi enormi, da far invidia ad un ranocchio! Era molto carina e mia buona amica. Dopo che le sorelle Melato si furono stabilite definitivamente a Roma, ho sempre fatto visita alla loro mamma Lina, fino a qualche anno prima della sua morte.
    Ma questo fa parte della cornice del quadro.
    Dentro quel bar, non mancava mai Piper – non chiedetemi il suo vero nome, forse non l’ho mai saputo, un ragazzetto alto e secco, sempre insieme alla sua Ornella, che lo seguiva come un’ombra. Piper, così soprannominato perché fanatico di quella discoteca dove una certa Patty Pravo cantava quasi tutte le sere, purtroppo aveva un problema: fumava. Ma non Malboro o Luky Srike, fumava spinelli, e sempre di più, per cui era schizzato come non pochi!  Passava da uno stato di euforia, a quello colmo di nervosismo, e non sapevi mai quando era di luna buona. E’ morto vent’anni fa, a soli 39 anni. Overdose, dicono, e Ornella era sempre al suo fianco, accanto alla bara.
    Ma anche questo, fa parte della cornice del quadro.
    Franco si sedeva accanto ad Anna e me, sulla panchina del giardinetto, e suonavano la chitarra in perfetto sincronismo, cantando canzoni di Fabrizio De Andrè. Franco aveva una voce profonda, alla Elvis Presley, per intenderci, malgrado i suoi soli 16 anni. Suo fratello Massimo, invece, era già al secondo anno nella facoltà di “non ricordo più”, ma faticava a studiare. Non aveva problemi a dirci che andava avanti a methedrine, anfetamine e altre stupefacenti cose! Sosteneva che era l’unico modo per riuscire a studiare e passare almeno un esame.  Risultato?
    Anni dopo hanno suonato alla porta di casa mia, per consegnarmi un’ordinazione di libri della Mondadori: il fattorino era Massimo…si era bruciato il cervello, e addio università! Ha dovuto accontentarsi di un lavoretto di poco conto.
    Ma anche questo fa parte della cornice del quadro.
    Arrivava, nel pomeriggio del sabato o della domenica, un gruppo di ragazzi “bene”, allora si usava definire così quei figli di papà cui non mancava nulla: auto sportive di grossa cilindrata, abiti firmati, soldi in tasca, e una spocchia da far spavento. Con aria annoiata, di quelli a cui basta un gesto per avere tutto, come quella pubblicità di un profumo maschile “per l’uomo che non deve chiedere mai”. Si sedevano al nostro tavolo, senza domandare se disturbavano, e chiedevano: che vogliamo fare stasera? Volete venire con noi ad una festa? E poi si guardavano con sguardi d’intesa, certi di ottenere una risposta positiva: futuri giornalisti del Corriere, futuri notai, futuri avvocati….futuri rompiballe!
    Anna, Ornella, Loredana ed io li guardavamo di sottecchi e poi rispondevamo loro di non scocciare, che avevamo meglio da fare che perdere tempo con gente noiosa come loro! Credevano di far colpo con le loro auto di lusso, e tutto il resto? Oddio, erano anche dei bei ragazzi, su questo non ci pioveva, ma sapevamo che erano quelli che allungavano le mani, e che cambiavano ragazza con la stessa frequenza con cui cambiavano i calzini! E noi non intendevamo essere prese in giro da quei cascamorti!
    Sandro è diventato un calibro 90 del Corriere, pagine di economia e finanza; Michele, notaio affermato, è stato colpito da infarto a 50 anni, dopo aver giocato a calcetto con gli amici. La figlia Federica, che gli somigliava come una goccia d’acqua, disperata per la morte del padre, ha accettato l’invito di un amico di famiglia, che l’ha portata col suo aereo privato in Amazzonia, per distrarla un po’. Sono precipitati. Lei aveva solo 28 anni, ed erano trascorsi soli pochi mesi dalla morte del padre.
    E anche questo fa parte della cornice del quadro.
    C’era un ragazzo, Alberto, che quando mi vedeva, si illuminava d’immenso. A 18 anni ero magra e bionda, e in un certo qual modo potevo rassomigliare a Nicoletta Strambelli, per la quale, come tutti i ragazzi dell’epoca, andava pazzo. Già da lontano lo sentivo gridare: sta arrivando Patty Pravo! Ed io infatti, a  bordo del mio Ciao,  stavo per raggiungere il bar.
    Non volevo storie con nessuno, mi piaceva la compagnia di tutti, stavo bene con le mie amiche e con i loro amici, mi piaceva incontrare qualche pittore di una certa notorietà, come Gianni Dova, o Franco Pedrina, lo scultore Luciano Minguzzi, i fratelli Somaré e altri ancora, noti o meno noti. E qualche cantante, come quelli dell’Equipe 84, ma preferivo Anna, che aveva davanti una bella carriera non solo in campo musicale.
    Una sera, un ragazzo di colore era seduto ad un tavolo del bar, e piangeva come una fontana. Gli abbiamo chiesto cosa fosse successo, all’epoca non c’erano vu cumpra’, o gli extracomunitari. Se a Milano si incontravano stranieri, di norma erano regolari. Ci ha spiegato che aveva scoperto di essere stato adottato, da genitori italiani, bianchi! Ma ragazzo mio, potevi ben saperlo che non era possibile tu fossi uscito nero, da una  coppia di genitori bianchi! L’ingenuità di quel ragazzo ci ha intenerito e gli abbiamo spiegato che se è stato desiderato dai suoi genitori adottivi, è sicuramente amato quanto un figlio generato naturalmente.
    I giorni trascorrevano felici, dall’Oreste, le amicizie si rinsaldavano, ma io non ero dentro quel quadro: non ho mai veramente legato con qualcuno in particolare: stavo in mezzo a loro, condividevo musica, discorsi, uscite, passeggiate, film e concerti, ma era come se fungessi da spettatore. Quella vita non mi apparteneva, io ne avevo un’altra. Il bar di Oreste non esiste più, morto il gestore, morì per inedia anche quel simpatico locale.
    Anch’io facevo parte della cornice del quadro.
    Il quadro è talmente sbiadito, che penso di conservare la cornice, mentre la foto di gruppo la porto in soffitta, tra le ragnatele dei ricordi.

     
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