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in archivio dal 28 feb 2012

Elena Maneo

26 febbraio 1971, Venezia - Italia
Mi descrivo così: Appassionata del celebre investigatore Sherlock Holmes, scrivo e pubblico libri dal 2006. Premiata in tutta Italia per la mia arte. Sono membro dell’americana “International Writers Association” e dell’associazione bulgara-italiana “Nuovo Arcobaleno”.
Mi trovi anche su:

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  • 24 luglio alle ore 12:13
    Cerco il tuo cuore

    Cerco il tuo cuore
    con occhi
    e senza luna.
    Cerco tra mille corpi,
    in strade senza luce,
    in mare senza acqua,
    nel silenzio truce.
    Mi fermo davanti al vuoto
    ad osservare quello che mi resta: amore.
    Cerco il tuo cuore
    sciolto dalla brina
    e dal vermiglio colore.
    Apro il diario
    segreto della mia vita,
    sognando di trovare
    la pagina della speranza.
    Mamma,
    non ti ho mai vista in quella stanza.
    Una goccia di rugiada
    si mescola con la mia lacrima.
    Non c’è dolore a stringere l’anima,
    solo l’assenza
    della tua presenza.
     
    Poesia PRIMA classificata al concorso poetico “Mi viene in mente e lo scrivo” dell’associazione Buongiorno Firenze,  e inserita nell’antologia nel concorso “La luna e il drago.”

     
  • 07 gennaio alle ore 18:13
    Dolce cuore bambino

    Dolce cuore bambino
     
    Affogato nel sacco,
    lontano dalla culla,
    lasciato nel giardino,
    o rifiuto nel cestino.
    Fragile e tenero corpicino,
    tradito dal seno che non ti ha nutrito,
    di una madre che cuore non ha,
    bianco latte il volto che sa.
    Dentro pareti di cartone,
    nella morsa di un tuono,
    disperato il tuo pianto,
    soffocato da un manto.
    Occhi minuti e coperti di polvere,
    guai se il sole non nascerà in te,
    creatura non demordere.
    Oh, dolce cuore bambino
    accarezzato dal dolore,
    chiedi alla pioggia
    un grande aspirante amore.
     
     
    *Poesia che ha ottenuto un buon successo ai concorsi letterari in tutta Italia. Oltre dieci riconoscimenti tra cui un 3° Posto al concorso Letterario Teatro Aurelio di Roma -2014

     
  • 07 gennaio alle ore 18:10
    Croce crudele

    Croce crudele
     
    I miei occhi nuotano
    in un mare di lacrime
    trascinandosi dietro
    strisce di dolore
    insopportabile,
    per quel tuo corpo
    ucciso da una croce crudele.
    Ad assaggiare il vino
    di un color rubino,
    affogano petali
    di una rosa umana
    amara come il tuo destino.
    Il corpo non c’è più,
    ma io ti rimarrò sempre fedele
    mio Gesù.
     
    *Riconoscimento di merito  al concorso letterario “ Poeti e scrittori uniti in beneficenza – 2015”

     
  • 17 aprile 2015 alle ore 13:49
    Corpo Graffiato

    Alla luce della luna,
    fredda la tua mano bruna.
    E come un vampiro 
    il mio sangue hai leccato,
    che tu hai procurato.
    Sono una donna con il corpo graffiato,
    quanto ho gridato
    al tuo sporco corpo sudato.
    Il canto di un corvo sopra il mio volto,
    e il sorriso
    mi hai tolto.
    Autore  Elena Maneo©
    Tutti i diritti riservati, 2015
    Vietata la riproduzione sotto qualsiasi forma e con qualunque mezzo,
    senza il permesso scritto dei titolari del copyright.
     

     
  • 17 aprile 2015 alle ore 13:48
    Filo Spinato

    Da un filo spinato
    sei tormentata
    Percossa dalla paura,
    per quell'assurda tortura.
    Le baracche di un triste colore
    abbattono il tuo cuore.
    Non c'è amore
    né un granello di calore.
    Ti chiedi dov'è finito il tuo Signore,
    perché credi a quella cosa di valore.
    La vita.
    Autore  Elena Maneo©
    Tutti i diritti riservati, 2015
    Vietata la riproduzione sotto qualsiasi forma e con qualunque mezzo,
    senza il permesso scritto dei titolari del copyright.
     

     
  • 24 febbraio 2013 alle ore 15:20
    Tracce di solitudine

                                         Tracce di solitudine

    Pensa prima di camminare,
    guarda i piedi e spostati dove vuoi.
    Soltanto guarda: 
    una strada che traccia ombre.
    Capire il passato,
    odiarlo o amarlo.
    Pensa marciante,
    tutto ha un ritmo,
    anche un viandante.
    Pensa con convinzione,
    è facile cadere nell'illusione.
    Guarda con l’anima il tuo cammino,
    perché le orme non portino più tracce di solitudine.
    Autore  Elena Maneo©
    Tutti i diritti riservati, 2013
    Vietata la riproduzione sotto qualsiasi forma e con qualunque mezzo,
    senza il permesso scritto dei titolari del copyright.
     

     
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  • 07 gennaio alle ore 18:24
    Il piccolo Miki

    Come comincia: L’abbaiare disperato del piccolo Miki sembrava sgretolarsi contro le invisibili pareti della strada. Una strada buia, deserta, fredda. Appariva vuota e chiusa, dentro una dimensione tutta sua. Una trappola orribile per un bianco maltese indifeso e impaurito. Il cucciolo voleva tornare a casa dai suoi padroni il prima possibile. Perché non erano ancora qui? Il buio ululava come un lupo e per un cucciolo rimanere avvinghiato tra le braccia della notte era pericoloso. E la solitudine era così opprimente. Che fosse successo qualcosa ai suoi padroni? Non ricordava molto, solo una spinta violenta, e poi la pietra dura graffiare le zampette inferiori dando modo al dolore di scaturire un liquido denso privo di odore.
    Non c’era molta luce, e la paura danzava come la nera signora in attesa di metterlo al guinzaglio, per condurlo all'inferno per sempre. Ma non aveva fatto niente di male, a parte i suoi bisogni sullo zerbino di casa. Era la pipì, il suo più grave errore?
     “Non farò più pipì” si promise Miki, gemendo e muovendo la testolina spaventato.
     I padroni non lo volevano più? Faceva sempre le feste a tutti e lasciava chiunque accarezzare il suo pelo candido come le ali di un angelo.
    “Vi prego, siete la mia famiglia!” gridò il cuoricino di Miki. Aveva fame, sete, e tanto bisogno di affetto.
    Il maltese non sentiva più la coda, le zampette, il muso. Non sentiva più odori e rumori, e vedeva solo una strada ghiacciata e nera come la pece. Forse stava morendo? I suoi pensieri s’arrampicavano nell'oscurità e il desiderio dell’accoglienza aleggiava tra brusii celati nell'oblio del colore del fango. Il freddo della notte divorava ogni frammento di striscia bianca sulla strada senza pietà.
    “AIUTO!” Miki mandò un altro guaito, con tutta la forza rimasta in corpo, al punto di svenire. Un suono straziante e doloroso. Pianto e tristezza. Il tormento di un piccolo cuore che desiderava solo un po’ d’amore dalla famiglia che l’aveva adottato.
    All’improvviso due fari nella vita notturna illuminarono un fagotto niveo sul ciglio della strada.
    Un’auto blu frenò di colpo alla vista di quella strana cosa, sprofondata in totale agonia. Lo sportello si aprì e scese un cinquantenne, alto e robusto, dotato di una capigliatura bruna e folta.
    «Povero cucciolo!» esclamò l’uomo sorpreso e allo stesso tempo disgustato da quella scena. Un dolcissimo maltese bianco abbandonato in strada, al freddo e al buio. Prese in braccio il cane con delicatezza e lo strinse con amore, come se fosse un neonato.
    «Tranquillo, mi occuperò io di te. E mia figlia ti farà tanta compagnia.»
    Miki aprì gli occhietti, neri e teneri, poi osservò quella dolce illusione di stile natalizio.
     «Povero piccolo. Va tutto bene, tranquillo» disse il suo nuovo padrone caricandolo in macchina e coprendolo con una coperta rossa.
    “La punizione è finita? Perché, signore, io non ho fatto nulla”. 
    «Ora hai trovato una nuova famiglia. E nessuno di noi ti abbandonerà mai, neanche se sporcherai i nostri letti con i tuoi bisogni» disse l’uomo, come se avesse percepito l’angoscia dell’animale. E poi prese a guidare con calma, fino a una casa illuminata di luci multicolore, dove l’albero di Natale emanava bagliori di serenità e pace. Note musicali si trasformarono in poesie incantatrici, circondate da fulgori di speranze e amore.
    La notte di quel meraviglioso Natale aveva compiuto il suo nuovo miracolo, e l’amore aveva salvato per l’ennesima volta un cane abbandonato.
     
    Premio speciale della giuria “i grandi temi sociali” per il racconto “Il piccolo Miki”al premio internazionale di poesia e narrativa
     “Dal Golfo dei Poeti - Shelley e Byron, alla Val di Vara” edizione 2016

     
  • 07 gennaio alle ore 18:19
    La rosa nera

    Come comincia: La rosa nera
       Le bertesche plumbee di un maniero  s’innalzavano nel cielo turchino del giorno. Le finestre istoriate erano un po’ sporche e i lati parevano funghetti neri e velenosi. In quella struttura, però, c’era ancora l’originario splendore e la dimora signorile, che imitava i castelli del Medioevo, era guarnita da un meraviglioso campo destinato a fare compagnia a qualsiasi creatura notturna o diurna. Un laghetto silenzioso azzurrognolo era nitido e brillava sotto i raggi di un debole sole autunnale. I padroni della residenza erano il conte Oscar Odd e la bella contessa Angelina, ed erano ricchi e molto conosciuti. A loro non mancava nulla, a parte un po’ di felicità. Angelina era una donna alta e magra, con il volto attorniato da una fitta capigliatura biondo cenere che scendeva lungo le spalle. Aveva due occhi grandi da gatta furba che guardavano attentamente tutto ciò che stava intorno. Non poteva avere figli e il conte era dispiaciuto, sia per la consorte, sia per il fatto che in quell'immensa tenuta sarebbe stato bello vedere delle creature alte un metro e dieci correre dappertutto. Sarebbe stato bello vedere quelle grazie naturali saltare, urlare, rompere quel silenzio deprimente che spesso e volentieri sovrastava i corridoi del maniero; belle creature che avrebbero portato il calore e l’allegria nelle fredde e tristi hall della reggia. Per questo Angelina si sentiva depressa, infelice, debole e stanca. Certe cose non riusciva a farle e alle volte si abbandonava a pianti isterici. Le uniche cose che sollevavano un po’ il morale alla contessa erano delle pitture appese alle pareti che raffiguravano imbarcazioni, spiagge ambrate e il sole, che sembrava così reale che andava a riscaldare tutto ciò che circondava l’infelice donna.
    «L’atmosfera è rilassante».
    Alla presenza del consorte, Angelina si allontanò dalla finestra della sala da pranzo.
    «Sei tornato?»
    «Come ti senti? Questa notte non hai dormito» disse il conte avvicinandosi alla moglie.
    «Sto bene».
    «Cara, sai che giorno è oggi?»
    «Il nostro anniversario di matrimonio» rispose Angelina, priva di emozione.
    «Sì, mia cara. Ho un dono per te».
    «Un dono?»
    «Sì. Aspetta qui» rispose il marito. Baciò sulla fronte la coniuge e uscì dalla sala con passo soffice.
    Tornò poco dopo, non da solo, in compagnia di una bambina nera sugli otto anni, dotata di una bellezza particolare. L’insieme di occhi, capelli e labbra sembrava un dipinto prezioso. La magrezza pareva una forma di denutrizione, ma in realtà era dovuta alla costituzione. Indossava un vestito scuro come il carbone che le stava largo, e la, striscia bianca di denti batteva come un martello ammattito per la paura. Vedendola, Angelina rimase per un attimo ammutolita dalla meraviglia.

    «Cosa significa?»
    «Te lo spiego subito, mia cara. Questa è Katia, la tua serva personale, nonché il mio regalo per l’anniversario di matrimonio».
    La donna fece un profondo respiro. Poi fu sopraffatta da una voglia: il suo disperato desiderio di avere un figlio, di abbracciare e amare la sua innocente creatura. Una lacrima calda le rigò la guancia sinistra.
    «Bene…» disse col nodo alla gola, dopodiché non aggiunse altro e si ritirò nella stanza da letto.
    Katia fu scortata da un’anziana servitrice nella camera che le avevano assegnato. Agli occhi della bambina, la reggia doveva sembrare una fortezza nel quale regnava solo la tristezza, come la notte che venne, malinconica e nostalgica.
    Al primo albore del giorno Angelina si svegliò, percossa da un presentimento. Dopo  aver indossato la veste da camera azzurrognola, uscì nel corridoio, dove la sagoma della piccola ospite si muoveva quatta.
    «Katia?» la chiamò.
    Nella penombra, due lacrime affiorarono negli occhi tristi e dolenti della ragazzina.
    «Signora… madame… perdono… io non ho nessuno al mondo… e nessuno mi ha mai insegnato a fare la serva…»
    «E vuoi andare via?» chiese la contessa, osservando il piccolo bagaglio che la bimba portava sulle spalle.
    «Sì… per imparare a fare la serva».
    Angelina sorrise alla piccola. Allungò la mano e disse: «Non ce n’è bisogno. Vieni con me».
    Affrontarono insieme una scalinata alabastrina, tutto intorno era grande e lussuoso.  Katia pensò a quale castigo fosse in serbo per lei per aver cercato di scappare, mentre la padrona aveva in mente tutt'altra cosa, una cosa che molti pargoletti orfani avrebbero gradito: un mondo fatto d’amore, calore, balocchi e comprensione.
    Angelina donò alla bambina una stanza colma di giocattoli e ninnoli, dove bambole, marionette e modellini aspettavano di essere toccati, presi e baciati.
    «Che succede?» giunse improvvisa la voce del conte.
    L’uomo curiosò dentro la stanza e per la prima volta vide un fiore, una bellissima rosa nera ricca di purezza, innocenza e naturalezza.
    «Succede… che abbiamo una figlia» mormorò la consorte.
    Oscar, preso dall'emozione che all'inizio sembrava un niente, abbracciò la moglie e mormorò: «Sì, cara. Se a Katia va bene, abbiamo una figlia».

     
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