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Racconti di Fabiana Traversi

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  • 04 aprile 2015 alle ore 19:03
    la ragazza di carta

    Come comincia: Osservando una fotografia con insistenza si rischia prenda vita. Che l'immagine salti fuori dalla carta e si presenti irriverentemente. Il problema si pone quando si spia la vita di un altra persona. Si cerca di dar un volto ad un ombra. Qualcuno che si è infiltrato in una relazione senza permesso e ritegno. Un intrusione improvvisa. Inaspettata. Cosi ci si presenta a questa sconosciuta, consapevoli che non potrà rispondere a domande, essendo una ragazza di carta. Ma almeno si avrà un confronto, per quanto atipico e silenzioso. Occhi negli occhi, senza scrutare l'animo. È assente. Come molto altro.

    Al contrario della fantasia che tesse strade uniche e surreali..

    "ciao, piacere Sofia"

    Silenzio

    "ti osservavo da un po'. La prima volta che ci siamo incontrate è stato su whats up. Ti ricordi?"

    Silenzio

    "avevi inviato delle tue foto piccanti al mio compagno..."

    Silenzio

    "capisco il tuo imbarazzo, ma sono qui per parlarne..e magari capire..."

    Silenzio

    "ogni rapporto è unico ed andrebbe vissuto, più che raccontato..ma non capisco perché hai scelto lui.."

    Silenzio

    "la tua vita non ti soddisfa?il tuo uomo non ti basta?"

    Silenzio

    "ad ogni stimolo corrisponde una reazione. Il mio compagno ha risposto al tuo narcisismo...mi avete ferita"

    Silenzio

    "credevo di aver risolto quando lo ho pregato di chiudere con te.hai continuato a cercarlo e lui a non dirmelo".

    Silenzio 

  • 29 febbraio 2012 alle ore 19:45
    Fine di un sogno

    Come comincia: Era un’estate torrida,  a detta del bagnino la più calda degli ultimi vent'anni,  e la vacanza
    procedeva a rilento  come un vecchio barcone a motore spento. I miei genitori si arrostivano al sole
    leggendo libri che non raccontavano a nessuno  mentre il loro matrimonio  se ne andava dolcemente
    alla deriva. Le giornate erano lente  e afose . La musica risuonava per gli stabilimenti mentre le
    persone si affollavano sul bagnasciuga. Il caldo era insopportabile quindi si cercava di alleviarlo
    con continui bagni e per noi bambini, la concessione di un ghiacciolo in più. La mattina veniva
    comprato al baretto nella piazza del paese ed il pomeriggio direttamente in spiaggia. E quest'ultimo era il più buono e ricercato. Il gelataio annunciava il suo arrivo con uno scampanellio. Tutti noi correvamo incontro al banco frigo colorato che nascondeva meravigliosi tesori ghiacciati.
    Ogni spazio conteneva un gusto unico: il rosa la fragola, il verde il pistacchio, il bianco la panna, il
    marrone la cioccolata ecc. La mattina eravamo in spiaggia, ad osservare il mare chiaro e tirar su
    castelli di sabbia sino all'ora di pranzo, poi noi bimbi venivamo trasportati, controvoglia, all'ombra e verso il cibo. Dall'una in poi dovevamo stare buoni, mangiare in silenzio, pena la mancata merenda e sopratutto star lontani dagli adulti. Dopo averci sfamati e messi a riposare, i nostri genitori si radunavano e si rinchiudevano tra  chiacchiere e sorrisi, giocavano a carte per gran parte del tempo.
    Poker, scopa, scala quaranta.
    Tutti li conoscevano.
    I ricordi della mia infanzia mi assalirono mentre passeggiavo per le vie strette del borgo antico.
    Volevo andare a visitare il castello degli Orsini.
    L'aria dolciastra mi pervase completamente mentre avanzavo sulla salita.
    Ad un tratto mi mancò il fiato.
    Forse troppi pensieri o il pranzo pesante, avevo ceduto alla gola ed all'aria di vacanza concedendomi uno spaghetto allo scoglio accompagnato da un bicchiere di vino bianco fresco e frizzantino. Dimenticando la mia astemia.
    Mi poggio su un muretto in attesa di riguadagnare il completo controllo del mio corpo. Mentre espiro ed inspiro, noto delle scritte nere  sui sassi accatastati e uniti dal cemento. "Cucciolo ti amo", "Ale e 
    Jordy per sempre"...segni di un passaggio.
    I ragazzi firmano la roccia come l'uomo di Neanderthal,  incise  le pareti delle caverne. Segni
    indelebili di un  passaggio. Cambiano i secoli, passano le ere ma l'istinto umano è sempre lo stesso.
    Me ne rendo conto ancor di più quando effettuo studi sui ritrovamenti antichi. Ogni pezzo
    rappresenta il frammento di una vita, ogni utensile, oggetto, racconta una storia. Il mio lavoro è
    scovarla e narrarla ai posteri.
    L'archeologia è una delle poche discipline che riesce ad unire in un addizione completa e perfetta
    passato, presente e futuro.  Venni distolta dai mie pensieri da un rumore e perché in  mi sentivo
    osservata. Non è una sensazione a me sconosciuta, essendo una donna . Sia socialmente che
    lavorativamente sono abituata ad avere l'attenzione dei miei interlocutori focalizzata su di me. Ma
    quando questo capita inaspettatamente, mentre sono sola con i miei pensieri, questa sensazione mi
    innervosisce. La vivo come una invasione dei miei spazi. Virginia Wolf aveva una stanza tutta per
    sé, io amo i prati  infiniti offerti dalla natura. Quando ho voglia di rimettermi in linea con il mondo
    o solamente schiarirmi le idee, osservare le foglie e le loro sfumature, alzo il naso verso il cielo e mi
    perdo nella sua immensità. Tutto  mi trasmette un tale senso di libertà assoluta che tutti i piccoli
    quotidiani si dissolvono.
    Mi guardo in giro infastidita in cerca del soggetto della mia distrazione. Intorno vedo solo le
    rovine del borgo medievale, ma nessuno per la strada. Incuriosita continuo a girare lo sguardo,
    domandandomi se sia impazzita. "bip bip", il cellulare mi distoglie dalla mia ricerca, lo estraggo
    dalla borsa e apro la bustina lampeggiante. Leggo velocemente il testo e mi riprometto di rispondere
    al più presto.  Non voglio perdere di vista il mio obiettivo. Ripongo il telefono e mi incammino
    verso l'entrata del castello. La grande inferriata mi osserva muta e piena di ghirigori. Le ante sono
    chiuse da un lucchetto.
    Non sono arrivata in tempo per una visita all'ultimo minuto. Quindi torno sulla strada quandosento una voce: "Miriam?"...mi giro di scatto...e....ritrovo il mio passato dinanzi a me! Avevo
    diciassette anni, voglia di amare e scappare dalla routine. Musica. Feste illegali, canne. Tutti i flsah
    di quel periodo mi passano dinanzi come una pellicola trasmessa a  velocità ridotta. I miei capelli
    colorati, le mie smorfie e la mia durezza esterna che nascondeva una grande fragilità.
    "Tommaso?!"...ancora incredula dell'incontro, mi avvicino alla figura maschile che mi osserva
    incuriosita. Lo saluto con un bacio sulla guancia mentre lo guardo, è ancora alto, moro con i ricci
    ribelli e gli occhi di un verde profondo. Quanto volte mi sono persa in quell'immensità. Ogni frase
    letta e discussa insieme era una conquista. La prima volta che mi prese la mano nella sua, pensai di
    morire. Per lui rinunciai alle unghie viola, alle canne e..mi adattai allo smalto rosso e le sigarette.
    Compromessi della coppia. Che non avrei mai più ripetuto. Lui era stato il primo amore,  colui che
    ti fa provare le così dette  farfalle nello stomaco, passare ore osservando il telefono che non squilla
    mai. Quindi ogni tanto provavo a prendere la linea da un altro apparecchio per assicurarmi che non
    fosse staccato o ancor peggio occupato. In quei due mesi trascorsi insieme, avevo colonizzato il
    telefono fisso di casa, il citofono e pure la cassetta delle lettere. Nessuno dei miei familiari era
    autorizzato ad usufruirne previa autorizzazione della sottoscritta. In caso di disubbidienza, armavo
    un casino di urla, pianti e lamentele. I miei genitori stettero al gioco, imputando la colpa
    all'adolescenza. All'epoca non esisteva internet, il cellulare ecc...ai mie tempi si recapitavano lettere
    d'amore, si doppiavano le cassette musicali sulle quali si apportavano dediche ad hoc e colorate. Gli
    anni 80...un altra epoca. Rivivo tutto ciò mentre Tommaso è davanti a me, bello come non mai.
    "Che coincidenza incontrarci qui. Sei di passaggio?". Le sue parole mi riportarono alla realtà. Due
    trentenni che non sanno nulla dell'altro....ma.... perché avevo voglia di parlare con lui? Di
    raccontarci le nostre vite? ...semplice curiosità o voglia di una svolta?
    E si perché la vita a volte è strana e crea degli eventi proprio per metterci alla prova. Chissà se
    magari da questo incontro fortuito, capissimo che è stato un errore lasciarci?anzi, che lui lasciò me?
    che in realtà questi anni sono passati proprio per farci capire il valore della nostra coppia? "si, sono
    venuta a trovare i miei genitori", rispondo mentre mi accorgo che mi sono nuovamente persa....la
    mia memoria congela e scongela a suo piacimento, come un freezer rotto, e la fantasia ne approfitta
    per volare in alto o allearsi con la speranza. Non riesco a concludere un discorso con un amico
    senza incepparmi o incappare in pericolosi silenzi. La digestione della mia vita è lenta, anzi
    lentissima, così nei momenti meno impensati si blocca o va avanti senza che me ne accorga. E  mi
    ritrova persa e sola. Il mio psicologo afferma che è una malattia guaribile. Ma già il terminemalattia-, non mi convince. Non ho la febbre, né una disfunzione o un eritema, soffro solo di
    pensieri in libertà. Nascono, viaggiano e volano nella mia mente. Semplice.
    Eppure tutto ciò, mi blocca nell'interazione con gli altri. Certo, in ambito lavorativo riseco a
    chiudere le porte stagne e sono attenta e disponibile. Con il mio micro mondo personale, però, le
    porte rimangono socchiuse. Come adesso. Tommaso mi sta parlando da un po’, ma non sento le sue
    parole, mi limito a fissarlo negli occhi e annuire o fare un sorriso di circostanza. Ogni tanto  penserà
    che soffro di qualche tic o paresi.
    "Papà!"
    Una voce infantile urla per la vietta di sassi ed una figura piccola ed esile con le braccia allargate
    si dirige correndo verso Tommaso.
    Fine di un sogno.

  • 29 febbraio 2012 alle ore 19:31
    Due giorni

    Come comincia:  “Poi è arrivata la crisi e la Nulla S.p.a® ha chiuso. Così, da un giorno all’altro, mandando in frantumi tutti i nostri prevedibili progetti futuri e le misere, scontate programmazioni spazio temporali che ci separavano dalla pensione”, ascolto questi frammenti di un’intervista fatta a un operaio cassaintegrato, trasmessa al telegiornale. Ogni sera il momento della cena diviene sempre più amaro. Forse basterebbe non accendere la televisione, ma come resistere alla voglia di essere informati e condividere gioie e disgrazie del mondo?
    “ Claudia è pronto!”, il richiamo di mia madre è più forte del mio senso civico. Spengo la tv e mi siedo a tavola. “tesorino come è andata la giornata?”, cinguetta ingenuamente la mia mamma-bambina. “al solito….siamo in attesa”, rispondo, ripensando alla mattina trascorsa in istituto. Rivivo la sensazione di scoraggiamento provata nel leggere: “Il dottore la vuole nella sua stanza tra cinque minuti”. Un messaggio secco e autoritario lasciato su un post it dalla segretaria personale del mio capo sulla scrivania. La mia mente ricrea perfettamente tutti i frammenti delle ore passate in quelle quattro mura. Come un film trasmesso a rilento, mi rivedo alzarmi e sbuffare, dirigendo lo sguardo verso la scrivania davanti a me. Francesca imbambolata davanti allo schermo che digita come una matta sulla tastiera, come se fosse in piena maratona di calligrafia on line. Apro la porta e m’incammino verso la Direzione generale.  “Buongiorno dottoressa, si accomodi”, esorta il mio capo. Il suo tono è sicuro e formale, “La ho convocata per parlare un po’ con lei dell’odierna situazione”. Si ferma e mi osserva. Provo a pensare qualcosa d’intelligente da dire, ma non capisco a quale delle mille situazioni lavorative si stia riferendo.
    “Claudia, ci sei?”, domanda la mamma, “la carne si fredda”.
    “Si, si…scusami stavo ripensando all’incontro di questa mattina”, provo a giustificarmi, “c’è qualcosa che mi sfugge…”, ed inizio a tagliare la fettina frastornata dai miei stessi pensieri. “Piccola, cosa ti preoccupa?”, sento i suoi occhi fissi su di me e il tono preoccupato. Socchiudo gli occhi con il boccone in bocca. Mastico automaticamente, provando a rintrecciare i fili spezzati della mia mente.  Sono davanti al mio capo, immobile, consapevole che è giunta l’ora di affrontare la realtà. Rintraccio le sue parole nei miei ricordi: “Mi dispiace, ma poiché non abbiamo ricevuto nessuna lettera di re-invio da parte della Regione e che voi collaboratori non percepite lo stipendio da diversi mesi, il Direttore generale ha deciso di rescindere i contratti”. Sbarrando gli occhi e cercando di recuperare l’uso della parola ho chiesto: “Quindi Lei ritiene che in questa settimana dovremmo ricevere la notifica del nostro licenziamento?”. Non volevo realmente ascoltare la risposta, ma era dovuto. “Sto cercando di prendere tempo, ma la decisione è stata presa ormai. Temo che la prossima settimana sarete tutti disoccupati. Mi dispiace”.
    “Bene, La ringrazio per la sua franchezza”, mi alzo, gli do la mano e mi dileguo.  Deglutisco quel che è rimasto della mia cena, alzo gli occhi dal piatto e affronto la donna che mi ha dato la vita: “Dalla prossima settimana saremo disoccupati”. Lo annuncio con tono neutro, quasi glaciale. C’è l’ho fatta nuovamente, ne sono uscita indenne nonostante le ginocchia che tremano e la sensazione che tutto il mondo giri su di me. Ancora stordita cerco di ritrovare la calma. “ Non preoccuparti, qualcosa mi inventerò”, affermo cercando di rassicurarla, “ora vorrei alzarmi ed andare in camera mia”. Lei mi fissa in silenzio, si alza lasciando la tavola apparecchiata, si avvicina e mi stringe forte sussurrando, “ti voglio bene”. Sorrido e mi avvio nel corridoio. Cerco di mettere a fuoco la situazione: è tutto finito. Da giovane precaria diventerò disoccupata.  Senza più uno spazio dove lavorare, colleghi e stipendio.
    Accendo il computer, per distrarmi un po’, per prima cosa decido di controllare la posta: cinquanta messaggi in due ore. Scorro la barra laterale per capire la natura delle email: notifiche di facebook, pubblicità, tutte cose che potrò vedere più tardi. Tra il mucchio, noto un nome: Lorenza. Finalmente mi ha risposto, penso mentre apro la bustina gialla. Ero quasi preoccupata dal suo ritardo ma consapevole della sua pigrizia mentale e fisica.
    “Francesca è stata spietata, non ha usato mezzi termini, ha vuotato il sacco. Che era bello pieno e tracimava abbondante merda. Che s’è riversata, tutta, su di me e mi ha colpito e affondato, fino agli abissi, dove c’è un buio pesto. Inutile ribattere, spiegarsi ancora, parlare all’infinito, dare dettagli. Non servirebbe a niente.”
    Allibita, rileggo le poche e sintetiche righe riportate sul monitor. Deve essere accaduto qualcosa di grave. Inutile mandarle una risposta scritta, rimarrei con l’angoscia sino alla sua prossima lettera. La chiamo. Afferro il cellulare e digito sulla rubrica il suo nome. Immediatamente appare il numero con il prefisso francese. Spingo il tasto verde mentre cerco di respirare profondamente. Il telefono squilla a vuoto, al quinto squillo risponde la segreteria: “Lolla sono io. Ho appena letto, sono senza parole. Ho voglia di sentirti, chiamami, ti voglio bene”. Attacco.
    “Claudia, ti sei addormentata?”, chiede una voce conosciuta alle mie spalle. Mi volto cercando di rilassare il viso e sorrido, “tutto bene, Mamy”, rispondo in automatico. Sento i suoi passi per casa. Nonostante tutto è sempre solare, perché darle altre preoccupazioni? Mia madre vuole bene a Lorenza come una figlia e per oggi ha già ricevuto abbastanza emozioni, non posso raccontarle anche delle scaramucce tra la mia amica e la sua compagna. La mamma è una donna moderna, quando frequentavo il liceo e le ho raccontato per la prima volta di avere un’amica gay, non ha battuto ciglio. Ricordo perfettamente il suo sorriso mentre mi chiedeva dolcemente: “È la tua ragazza?”. Questa frase all’epoca mi spiazzò, non avrei mai immaginato che non facesse storie e soprattutto potesse ipotizzare che sua figlia fosse lesbica. Rimasi senza parole. “Tesoro?”, m’incalzò.
    “No no, è solo un’amica. Mi trovo bene a chiacchierare con lei, siamo tutte e due nel Collettivo”, mi giustificai. Conobbi Lorenza durante i primi giorni del ginnasio, ero in cortile con una sigaretta in mano, in cerca di un accendino. La vidi che si accendeva una sigaretta e mi avvicinai, dicendo: “Anche tu!” e lei all’unisono rispose con la medesima frase. Scoppiamo a ridere e incominciammo a ragionare del più e del meno, come se ci conoscessimo da sempre. Solo in seguito chiarimmo la frase del primo incontro: io intendevo: “ anche tu fumi”, e lei: “anche tu qui”. Un piccolo malinteso che ci ha unite per la vita. Sorrido ripensando al passato e decido di scriverle, così mi sentirà vicina.
    “Tesoro come stai? Ho voglia di sentire la tua voce.ma hai la segreteria telefonica. Dove sei di bello? Io a casa e stavo ripensando al liceo, alla nostra amicizia. Mi dispiace molto per quello che è accaduto con Francesca ma può succedere che i sentimenti a volte finiscano o semplicemente si decida di ignorarli. Lei è sempre stata meno forte di te. Tu sei bella, sicura di te e del tuo essere. Ricordi il tuo intervento durante la conferenza scolastica sull’integrazione? Ti sei alzata in piedi ed hai praticamente urlato: “ Sono lesbica. E’ la mia natura. Da piccola mi piacevano le bambine e tutt’ora amo le donne”. Tutti rimasero un attimo interdetti e poi ti hanno applaudito. I tuoi genitori non ti hanno mai fatto sentire diversa. Carla e Massimo ti hanno spiegato le varie direzioni che potevi prendere e provato a ipotizzarne insieme le conseguenze. Francy al contrario ha avuto problemi con la sua identità, ha provato a farsi piacere i ragazzi. Si è fidanzata con loro ed ha anche avuto rapporti intimi, senza mai provare piacere. Così ha compreso che i sentimenti non conoscono differenze genetiche, ma in realtà non l’ha mai accettato pienamente. L’ho vista felice solo in tua compagnia nonostante i suoi genitori la abbiano rinnegata da quando convivete. Siete andate in Francia per essere libere. Ma forse lei non riesce ad assaporarne pienamente il gusto. Non incolparti amica mia. Ti abbraccio forte -C-“
    Spengo il pc e decido di andare a dormire, questa giornata è stata molto lunga e difficile, troppe notizie tutte insieme.
    Drinnnnnnnnnnnnnn
    Cerco a tentoni la sveglia. Voglio rimanere nel caldo ovattato del piumone altri cinque minuti.
    Drinnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnn
    Trovata. Blocco la levetta del suono e…
    Drinnnnnnnnnnnnnnnnnnn
    Svogliatamente realizzo che non è la sveglia, è il citofono.
    “Mamma puoi rispondere?”, urlo dalla mia tana.
    Nessuna risposta. Mi alzo mio malgrado, liberandomi dall’armatura del piumino. Lentamente vado verso la porta d’ingresso. “Che bel risveglio!”, borbotto mettendo lentamente un piede dopo l’altro. Arrivata nel disimpegno, mi rendo conto che il suono è svanito. Come se nessuno avesse suonato. Che abbia sognato? Mentre m’interrogo sul mio stato mentale, mia madre mi viene incontro dopo aver chiuso la porta. Ha in mano una lettera aperta e ha il viso chino sul foglio. Un brivido di freddo scivola sulla schiena. La guardo avanzare in silenzio. Quando siamo l’una di fronte all’altra, alza gli occhi verso di me, sono rossi e grandi lacrime le ricadono sulle guancie. “Che cosa succede?”, domando preoccupata. Mi porge il pezzo di carta che tiene cautamente tra le mani. Ancora intontita dal sonno interrotto bruscamente, provo a mettere a fuoco le righe trascritte in modo disordinato: “Lorenza questa notte si è tolta la vita. Ancora non conosciamo bene i particolari, siamo stati avvertiti poco ore fa dalla polizia locale. Vi abbiamo mandato un telegramma perché non abbiamo parole ma solo lacrime. Andremo oggi stesso a riprenderla a Parigi. Vi chiameremo appena possibile per informarvi su ulteriori sviluppi ed il giorno del funerale. Carla e Massimo”