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Francesco Kibufka

26 febbraio 1994, Roma - Italia

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  • 22 dicembre 2016 alle ore 2:14
    Dalla finestra

    Dalla finestra mi diverto a guardare il mondo
    Lo giudico e mi diverto
    Perché lui non mi sente.
    E non mi risponde, perché non sa che dire.
    Dalla finestra mi sento forte,
    quel vetro trasparente mi nasconde,
    quel vetro amico mi protegge.
    Il mondo non saprà mai cosa penso,
    quando lo guardo dalla finestra.
    Stanotte il vento canta una gelida ninna nanna
    Mi coccola, tra un brivido e l’altro,
    e dentro mi penetra, mi fruga tra le ossa
    del petto e del cranio,
    se ne va a spasso padrone di sé e di me.
    Vento maledetto, so che vuoi sapere di me
    Di come sto e se ho fame, o sete.
    Ma io non rispondo,
    sono forte e protetto dalla finestra
    che mi mostra il mondo
    e che mi mostra al mondo.
    Sono sicuro che il mondo non saprà mai cosa penso,
    quando lo guardo dalla finestra.
    Eppure non devo essere un grande baro
    Con innate doti da attore
    Perché quando guardo il mondo
    Nei suoi occhi leggo il riflesso dei miei,
    quei miei occhi infami e traditori,
    e so che mi han tradito
    quando Mondo mi sorride e chiede
    “chi è la fortunata?”

     
  • 06 dicembre 2016 alle ore 20:41
    Amo.

    Amo te
    Quei tuoi occhi da bambina
    Quando un bacio li avvicina
    Al calore del mio petto
    Che non può sentirsi intatto senza te.
     
    Amo te
    Perché amore mi hai donato
    Mentre tutto era scontato
    Tra la noia ed il peccato
    Che fa parte del passato, insieme a te.
     
    Amo te,
    Quei brividi violenti
    Che non ci fan sentire spenti
    E accompagnavano i silenzi
    E non ci fan sentir diversi, io e te.
     
    Amo te,
    questa voce sussurrante
    sembra gridare dolcemente
    che non posso farci niente
    se una parte di me stesso appartiene a te.
     
    Amo te
    Un passero su un ramo
    Mi sorride da lontano
    E anche se non ci conosciamo
    Sa già che al mondo amo solamente te.
     
    Amo te
    Il desiderio di ogni giorno
    Di svegliarci a mezzogiorno
    Dopo una notte in bianco
    Passata a far l’amore, ad amare te.
     
    Amo te
    E crollasse tutto il mondo
    Sotto il peso di un tuo sguardo
    Aspettando quel buongiorno
    Che non è buono ma è tremendo senza te.

     
  • 20 ottobre 2016 alle ore 1:47
    L'amore, di notte.

    Amala, amala e muori per lei.
    Sopportala e regalale rose
    Rosse, gialle, verdi e blu.
     
    Mentile, e poi fuggi via.
    Prendi tutto ciò che più ti è caro
    E lasciati andare.
     
    Condizionala, prova a plasmarla.
    Sfiorale l’anima con la mente
    e ti sorprenderai cambiato.
     
    Ascoltala, senza parlare.
    Perditi nel mare delle sue paure
    E rimani in silenzio.
     
    Sorridile, anche se fa male.
    Rendile indietro quel pezzo di cuore
    Che adesso e per sempre rivuole con sé.
     
    Assecondala, ma solo per gioco.
     

     
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  • 13 febbraio alle ore 14:58
    La via d'uscita

    Come comincia: Erano circa le quattro del pomeriggio, quando l'aeroplano di Jack iniziò la turbolenta discesa verso la pista d'atterraggio, nascosta alla vista da enormi nuvoloni bianchi; incredibilmente, deliziosamente bianchi. Sebbene l'aereo traballasse instabile come un ubriaco preso a spintoni, era convinto che le raffiche di vento non avrebbero potuto mettere in pericolo quel atterraggio avvolto, in un certo senso protetto, dal candore delle nuvole, sospese ad un'altitudine decisamente troppo bassa. E le nuvole sapevano proteggere bene i propri navigatori, esperti viaggiatori moderni, e quell'aereo attraccò indolore al Finger prestabilito, lasciando sbarcare la ciurma di cui Jack si trovava a far parte. Attraversò con impazienza lo spoglio aeroporto di Dublino fino a trovarsi, appena attraversati il controllo passaporti e, quindi, l'uscita, di fronte alla fermata del Bus che portava in città, attraversava il centro ed arrivava giù nella South-side. Prese posto al sedile singolo proprio dietro al conducente. Stava andando a trovare due amici, Joey ed Jaime, che aveva conosciuto due anni prima e con i quali aveva trascorso l'estate in giro per l'Irlanda. Jack, in realtà, non si chiama davvero Jack: Jack è italiano, e si chiama in un altro modo, ma in questo breve racconto ha più significato chiamarlo con un nome anglofono. L'inglese di Jack ogni tanto zoppicava e la bizzarra dinamicità della città di Dublino non mancava occasione per metterlo a disagio, in svariate ed incomprensibili situazioni. Jack andava a sud, nella zona benestante della città, dove quella simpatica e preoccupante follia non era più così padrona delle strade. La fermata che gli venne indicata fu Leeson's Street Upper, ma lui scese un paio di fermate prima, per confermare a se stesso e all'universo la sua caratteristica imbranataggine. Camminò sul lato est del St. Stephen's Green Park, ancora in pieno centro, fino ad inoltrarsi in un labirinto di stradine e vicoli stretti, con villette graziose cinte da bassi steccati, con deliziosi giardinetti d'ingresso, che precedevano la porta d'ingresso: ogni porta era dipinta di un colore diverso da quelle adiacenti, regalando all'occhio una gradevole sensazione di allegria, un arcobaleno artificiale di porte, in un grigio, umido, ventilato e un po' piovoso pomeriggio dublinese di ottobre. Camminava trascinandosi dietro un trolley, un'altra valigia ed in mano una mappa della città, quando si arrestò di fronte ad una villetta con una porta rossa e a un uomo sulla settantina che spazzava con una vecchia scopa il giardino dalle foglie secche, sorvegliato in modo vigile da un gatto nero con una macchia bianca in faccia e uno sguardo un po' abbacchiato. Jack non fece subito caso all'uomo, confondendo il rumore della scopa che raschiava il pavimento con quello del vento che spazzava le foglie, quando fu questo a chiedere per primo: "Ragazzo, ti serve aiuto?" e, senza aver mai mosso lo sguardo in direzione di Jack, continuò nel suo lavoro. Colto alla sprovvista, Jack farfugliò frasi sconnesse, facendo intendere di essersi perso, come se l'immagine di un ragazzo con due valigie e una mappa in mano, fermo in mezzo ad una stradina residenziale di una, per quanto piccola, grande città, non fosse già abbastanza chiara. Riordinò velocemente i pensieri ed aggiunse: "Sto cercando Baggot Lane, seguendo la mappa sono arrivato in questa direzione da St. Stephen's Green, ma non riesco a capire dove sono finito." Il vecchietto sorrise. Si avvicinò per scrutare la mappa e disse: "Siamo troppo a Sud, la mappa non arriva fino a questa zona, e tu devi andare ancora più in giù" e indicò con il dito in direzione sud/est. "Se ti va di aspettare un minuto, entro in casa a stamparti una mappa della zona", e si allontanò con un altro sorriso. Il calore, la gentilezza e l'ospitalità degli irlandesi si concentrarono in quel gesto e Jack provò un sentimento di leggera soddisfazione che lo fece quasi emozionare. Il vecchio riapparse poco dopo, mentre Jack era intento ad osservare il gatto fiero, abbacchiato ma vigile come un felino di serie A. Tra le mani stringeva un foglio di carta e, con fare cortese, porse la mappa a Jack. "Guarda, ho segnato con una croce nera il punto in cui siamo adesso, vedi?" indicò il vecchietto, e proseguì: "Tu devi arrivare quaggiù! Non è molto, saranno dieci minuti a piedi, se vuoi seguirmi ti faccio strada per un pezzetto". E si incamminò, seguito da Jack, sotto una leggera pioggerellina. Jack era sconvolto da tale ospitalità, e proseguì col cuore colmo di gioia, provando sentimenti di pura, sincera e istintiva amicizia verso quest'uomo. Perso fra i suoi soavi pensieri, Jack si accorse solo di sfuggita che stavano attraversando un campo che, in un passato più remoto, sarebbe potuto essere un orto comunale, mentre in quel momento assomigliava più ad una piccola discarica residenziale; Jack si accorse solo di sfuggita che l'uomo lo stava accompagnando per un pezzo di strada molto più lungo di quel che Jack si aspettasse all'inizio, provando perciò un senso ancora più forte di gratitudine e amore per quella città. Ad un certo punto l'amabile irlandese si arrestò e, indicando diritto davanti a sè, disse: "Il semaforo che si intravede in fondo alla strada, da quella parte, ti permette di attraversare direttamente su Leeson's Street. Da lì è semplice se segui la mappa! Buona fortuna ragazzo, salute!". Jack ringraziò di cuore, non abbastanza per i suoi gusti, ma non avrebbe saputo fare di meglio e si convinse che il suo sincero e schietto sorriso avesse comunicato al meglio la sua riconoscenza. Così, imbracciate di nuovo le valigie, proseguì nella direzione indicatagli, voltandosi un istante a rimirare il campo sommerso da detriti, bottiglie, cuscini, pezzi di divano e buste di plastica, coperchioni e barattoli di latta, il tutto ben recintato da una rete di ferro arrugginito qua e là, interrotta solo da una porticina sgangherata senza lucchetti nè serrature. Che peccato, una visione da terzo mondo nel bel mezzo di una zona di villette a schiera, un parco macabro che si sostituisce in maniera originale ai tanti splendidi e maniacalmente curati parchi verdi che colorano la città. Proseguì, incrocio dopo incrocio, fino a raggiungere la meta, ricongiungendosi con i vecchi amici da tempo rincorsi tra le sue fantasie notturne, a casa, nel suo letto. Era ancora ottobre, erano le prime ore di un caratteristico pomeriggio autunnale nella capitale irlandese, ed era tedioso ogni singolo centimetro cubo che circondava la mente di Jack, insoddisfatto e insofferente, abbandonato sulla poltrona rossa del divano. Le sere passate con Joey ed Jaime erano state tutte cariche di vivacità, passione e adrenalina, avevano suonato molto, facendo Jam session per le vie e i pub della città, oppure nel salone di casa, sempre con lo stesso spirito e la stessa carica. Ma il pomeriggio era sempre grigio, la mente pigra, e le serate iniziavano a diventare una piacevole routine. Quel giorno sarebbe uscito, avrebbe lottato e sconfitto la noia, giusto per una passeggiata, una boccata d'aria pesante e inquinata. Un'aria fredda al punto da far irrigidire anche la sua mente, che non perdeva occasione per vagare nelle fantasie più desolate e depresse. Era tutto il giorno che più pensava e più si intristiva, più si intristiva e più desiderava abbandonarsi ai pensieri, fino a nutrirsi della più pura melanconia. E pensava all'amore. Un amore passato che faceva fatica a passare del tutto; un amore finito, appassito, terminato con un addio; un amore non ancora nato e che proprio per questo faceva già male. Si ritrovò errante a percorrere il Grand Canal, un piccolo canale che, a forma di mezzaluna, avvolge la zona Sud della città. Frugò le tasche a cercare il pacchetto di sigarette e, deliziato, si accorse di avere ancora in tasca il foglio con la mappa dell'area Sud, quella che gli stampò l'amabile vecchietto. Si fermò ad osservarla: vi era tracciato un percorso che partiva dalla casa del vecchio fino a raggiungere Baggot Ln. , dove si trovava l'appartamento di Joey ed Jaime. Decise di ripercorrere quei passi, senza un vero e proprio motivo, solo per il piacere di ritrovarsi di fronte a quella villetta, magari per ringraziare di nuovo una persona gentile. Sentiva di volerlo fare. Si diresse ad Ovest, sempre lungo il piccolo canale, fino ad arrivare sulla grande e larga Leeson's Street; a questo punto virò verso Nord. Affascinato e turbato dal caos di quella strada a troppe corsie, si arrestò quando riconobbe la rozza recinzione in ferro che delimitava il campo-discarica. "Una discarica nel bel mezzo di un complesso di villette per persone per bene, molto singolare" pensò Jack tra sè, attraversando il viale che lo separava dall'ingresso al campo. Ammirò quell'entrata che tanto gli pareva un sipario e, come un attore che entra in scena, sentì il suo corpo formicolare d'adrenalina ed eccitazione. A passi svelti quanto incerti, si inoltrò sentendosi smarrito, non sentendosi del tutto il cervello, solitamente incastonato come una pietra preziosa nella fedele coperta del suo cranio. Sentì un attacco di tachicardia, vide tutto rosso davanti a sè, si osservò dall'esterno, con la testa che girava, e gli occhi insanguinati, la sclera iniettata completamente di sangue; da un'angolazione alta e frontale, era fermo con le mani distese lungo i fianchi, nel panico più totale notò una mano che gli si posava sull'orecchio destro, come a sussurrar qualcosa impossibile da udire. Non sentì nulla e, come svegliandosi, la visuale ritornò in prima persona e, con un respiro affannato che lo portava sempre più in iperventilazione, volse di scatto la testa verso destra, al ricordo della vista di quella mano, venosa e rugosa, una mano di vecchio. Non c'era nessuna mano posata sul suo volto, e lo scatto improvviso lo fece ripiombare nel delirio. Mosse un piede, avanzò di un passo, barcollante proseguì. Non aveva idea di cosa stesse accadendo dentro e intorno a sè, ma si convinse che muoversi lo avrebbe fatto stare meglio, lo avrebbe fatto svenire forse, ma sarebbe stato comunque meglio di quel dormiveglia fitto di nebbia e malessere. Di nuovo, un piede alla volta, avanzò attraverso il campo recintato che una volta era un grande rettangolo, mentre ora il perimetro era sconfinato ed impossibile da delineare. Era tutto così strano. Pensò che, dall'alto, dovesse assomigliare a un puntino nel mezzo di una discarica che, ora, sembrava un parco di autodemolizione, pieno di carcasse di vecchi autobus. Quel posto era un labirinto che, al posto delle classiche siepi alte, lasciava alle carrozzerie senza ruote degli autobus il compito di delimitare il percorso. Tuttavia era facile sapere dove andare. Forse perchè ancora spaesato e confuso, ma Jack non vedeva vie alternative, non trovava bivii davanti a sé: il percorso era uno, inconfondibile. Assaporò amaramente il panico che si andava risvegliando in lui e, in preda ad un attacco di claustrofobia, cominciò a correre fino ad esaurire, in poco tempo, il poco ossigeno che l'ansia gli concedeva di usare. Bastò un centinaio di metri per farlo stramazzare al suolo, privo di sensi. Galleggiava soave in un mare calmo e pacato, pacifico e dolce, caldo. Rinvenne dopo un tempo incalcolabile ma, essendo la luce fioca del pomeriggio ormai del tutto scomparsa, avendo essa lasciato il posto ad una notte di gelida foschia, probabilmente il delirio di Jack era durato delle ore. Si mise a sedere, poggiando la schiena ad uno dei vecchi autobus, notando angosciato che nulla era cambiato, che il suo incubo continuava a vivere nel suo mondo cosciente. Dopo aver messo meglio a fuoco, purtroppo non rinsavito del tutto, o forse per niente, fissò i suoi occhi su quella che sembrava dapprima solo una macchiolina nera e rumorosa. Un gatto nero, con una macchia bianca, lo fissava minaccioso, non smettendo di soffiare, velenoso, come una vipera. "È il gatto del vecchio", pensò, facendo fatica ormai a distinguere un buono da un cattivo presagio. Il gatto d'improvviso smise di emettere quel fastidioso suono e, senza smettere un istante di guardarlo con arroganza felina, iniziò a trotterellare agile lungo il labirintico viale. Jack lesto si alzò in piedi e, barcollando per un istante, iniziò ad inseguire il gatto, che non correva davvero, bensì sembrava danzare come una ballerina tra una svolta e l'altra. L'immagine di sé che si affaticava per inseguire un gatto in un mondo che aveva ormai perso ogni criterio di razionalità riuscì quasi a far sorridere Jack. Non fosse stato per la critica drammaticità della situazione, quella sembrava fosse una scena grottesca presa da un cartone animato, le sconosciute Avventure di Jack nel Paese delle Meraviglie. Quel gatto doveva conoscere bene il fatto suo, dato che non impiegò molto per trovare l'uscita. Trovare non è proprio il termine adatto, visto che, per quello che Jack potè notare, neanche in quell'ultimo tratto di labirinto avevano incontrato bivi o incroci di alcun tipo, perciò il gatto si era giusto limitato a seguire la strada. Era come se Jack avesse perso i sensi poco prima di trovare l'uscita, un'uscita che senza dubbio sarebbe stata a poche decine di metri dal punto in cui svenne quel pomeriggio. "Finalmente" si disse Jack, col fiatone ed il sudore grondante a fiotti sulla fronte, e gli bruciava gli occhi riempiendoli di sale. La sua mente era lucida, o almeno così gli sembrava che fosse. Come se la sbornia del giorno precedente fosse ormai svanita dopo qualche ora di sonno. Il gatto ora era seduto ad un angolo della strada, oltre l'uscita (o l'entrata, come preferite chiamarla?) intento a leccarsi una zampa, senza badare più a lui. Jack varcò la soglia del campo-discarica-labirinto ed attraversò esausto il recinto. Era pazzesco: non ricordava assolutamente quel posto, non aveva ricordi di quei viali deserti e spenti che gli si paravano davanti agli occhi. Ricordava delle villette a schiera, ma era come se qualcuno avesse ridisegnato a mano quel posto, lasciandosi sfuggire qualche particolare. Le uniche luci, gialle, provenivano dai lampioni alti agli angoli dei vari vialetti che si incrociavano a vicenda, paralleli e perpendicolari. Sentendosi perso dentro ad un videogioco decise di proseguire il cammino, andare avanti fino a morire o superare il livello. Non badò al fatto che nei videogiochi i personaggi non muoiono, ma basta premere un bottone per richiamarli in gioco, passare loro una nuova (ma sempre uguale) linfa vitale. Ripiombò nell'angoscia temendo di rivivere la brutta esperienza provata nel labirinto dato che ora, al posto degli autobus, c'erano le tante villette a schiera ad inscenare un nuovo percorso. La location era cambiata, sì, ma il tema del gioco sembrava essere sempre quello: lui che vagava confuso in un senso unico che non lasciava scampo al libero arbitrio. L'occasione di mollare, Jack, non ce l'aveva. Ogni villetta aveva un piccolo cortile più o meno curato, ed erano tutte uguali. Differiva solo il colore delle porte, che si alternava secondo lo stile dublinese. Una volta Joey disse a Jack, mentre passeggiavano per il centro della città: "Se ti guardi intorno farai caso al fatto che non ci sono porte adiacenti che abbiano lo stesso colore: sono tutti alternati! Qui a Dublino se vuoi cambiare colore alla tua porta di ingresso devi prima chiedere un'autorizzazione al comune. Secondo te perchè?" Jack riflettè qualche istante sulla domanda, poi rispose: "Non lo so... sarà una tradizione. E non puoi svegliarti una mattina con frizzante spirito rivoluzionario che ti ribolle nelle vene e decidere di abbattere una tradizione. Allora, perchè?". Joey scosse la testa e disse: "Perchè si sa che a noi dubliners piace bere parecchio e ci sono molte vie lunghissime ad attraversare questa città. Lunghissime vie piene di portoni. Se avessero lo stesso colore, come faremmo a riconoscere l'ingresso di casa nostra?" e scoppiò in una risata esageratamente rumorosa, seguita da incessanti colpi di tosse che lo fecero diventare paonazzo. Non sapeva se fosse serio o se quella fosse solo una battuta da bar, uno scherzo simpatico che riesce bene dopo un paio di pinte. Poco importava adesso. Tutte le abitazioni sembravano disabitate e, attraversato un altro incrocio, si trovò di fronte ad una villetta che aveva la porta d'ingresso socchiusa, e dalla finestra si intravedeva una luce accesa. Quella villa la ricordava, anche se tutto intorno era diverso. La porta iniziò ad aprirsi lentamente, quasi sospinta da un leggero alito di vento, producendo un cigolio sinistro. Sulla soglia apparve il vecchio. Il vecchio ora era lì, lo guardava con aria divertita e curiosa, enigmatica. Sulla sua faccia non vi erano ghigni di alcun tipo, eppure trasmetteva una malvagità maliziosa. Ma Jack, sebbene si fosse quasi abituato a quella paradossale situazione, voleva credere di essere solo matto, niente di più che un povero matto in preda ai deliri. Stanco come non mai si affrettò verso il vecchio e, timidamente, mantenendo il contegno, disse: “Salve! Ho bisogno d’aiuto, credo di aver battuto la testa o qualcosa del genere … “ , ma Jack si accorse che l’espressione sulla faccia del vecchio non era mutata minimamente, assumendo ora una parvenza ebete. “Si ricorda di me?” continuò Jack, disperato e stufo di far parte di tutto ciò, sentendosi preso in giro. “Passavo di qui una settimana fa, lei mi aiutò a trovare la strada. Ricorda? Ero tornato questo pomeriggio per ringraziare proprio lei, ma devo aver battuto la testa, o forse ho la febbre … ma per l’amor di Dio mi vuole rispondere? Ho bisogno di un medico!”. Quello che una volta era stato un gentile e premuroso vecchietto ora sembrava addirittura non accorgersi di Jack; si mosse solo quando il suo gatto nero, in un sepolcrale silenzio, gli si andò a strofinare contro le gambe. Il povero Jack non sapeva più cosa fare, pensando di essere non più dentro un videogioco, bensì in un film dove le sue azioni erano già registrate, non stava vivendo davvero, stava solo guardando. "Perché sei tornato qui? E cosa ti aspetti che io faccia?" sbottò all'improvviso il vecchio. Jack, che in un primo momento rimase di stucco, cercò subito di articolare in inglese una frase che sarebbe riuscita a spiegare almeno in parte quello che nemmeno lui era riuscito a capire. Eppure aveva la sensazione che il vecchio sapesse. Sembrava tutto un gioco, il suo gioco. "Sono venuto qui oggi pomeriggio perchè, trovandomi nei paraggi, e ripensando alla gentile accoglienza da lei ricevuta, non avendo oltretutto di meglio da fare... insomma, pensavo che questa visita potesse essere un gesto carino. Ma è successo qualcosa venendo qui. Ho perso i sensi e ora sento che tutto ricomincia a girare, potrebbe chiedere aiuto?" "Chiedere aiuto?" chiese il vecchio con aria sorpresa, continuando: "E per cosa? Per chi? Cosa vuoi esattamente figliolo? Perchè non mi spieghi che diamine vuoi da me e dal mio gatto?" concluse, guardando il gatto che di rimando miagolò qualcosa in qualche strano dialetto felino. "Che cosa voglio?" urlò Jack impaziente, adirato e disgustato da questa messa in scena, provando ora un forte desiderio di fare qualche passo avanti e spaccargli la faccia. "Io me ne voglio andare, voglio trovare l'uscita da questo fottuto posto! Questo posto è... un labirinto." E balbettò queste ultime parole, temendo di dirle a voce troppo alta. A questo punto Jack guardò il vecchio e sbalordito lo udì articolare parole senza emettere suono. Non sembrava che stesse davvero parlando, ma sentiva tutto forte e chiaro, di una chiarezza preoccupante: stava bisbigliando alla sua mente in una sorta di telepatia muta, ma con un chiaro timbro. Il vecchio gli disse che quelli come lui non trovano l'uscita perchè quelli come lui non vogliono uscire. Quelli come lui anche se escono, come fece Jack la prima volta, poi ritornano. Sono calamite per posti come quello. Inerme, Jack non reagì. D'altronde, non aveva la più pallida idea di cosa dire o fare. Aspettava qualcosa che lo richiamasse alla realtà, avrebbe voluto mettersi due dita in gola e liberarsi per sempre da quella sbornia maledetta, che gli aveva fatto passare per sempre la voglia di abbandonarsi all'ebrezza, di assaporare i piaceri dell'irrazionalità. Con un ultimo disperato sforzo compose, balbettando, quella che era ormai la sua ultima obiezione, l'ultimo tentativo di difesa: "Se quello che dice è vero, allora tornerò. Ma se proprio non vuole accompagnarmi cortesemente fuori di qui, come fece la prima volta, perchè almeno non lascia che io usi un telefono? Me ne andrò di qui e non ci metterò più piede, mi creda, potremmo scommetterci!". Il vecchio scosse la testa irritato, poi disse: "Ragazzo tu vuoi un telefono? Io non credo che ti serva davvero... non hai un cellulare Jack? Sei sicuro di non averne uno? Mi pare strano, eppure..." Improvvisamente gli occhi di Jack si illuminarono, ma al tempo stesso si sentì pesantemente inabissare in un groviglio di sensazioni inconsce. Il cellulare... Non è possibile raccontare esattamente la particolarità di quei momenti di riflessi intangibili. Jack era ricaduto in trance (ne era mai davvero rinsavito da quel pomeriggio alla discarica?), ma riusciva a captare suoni di mille voci tutte uguali, voci di vecchio, che erano difficili da distinguere, eppure trasmettevano tutte un messaggio ben recepito in tante piccole, diverse e remote parti del suo cervello. Vedeva un cellulare nella sua mano; non un cellulare, il suo cellulare, quello che aveva sempre avuto e che non usava. "Perchè non ho telefonato?". Lasciandosi cullare dai suoi ultimi istanti di inerzia, come un materassino galleggia e affronta il mare, la mente di Jack riacquisiva coscienza e svegliava il corpo, che a sua volta tornava caldo. Tutto ciò avvenne con una calma perfetta, un'imperturbabile quiete era venuta a richiamarlo da sonni profondissimi. Aveva dormito tanto, si sentiva riposato e anche un po' eccitato. Aveva dormito bene tutta la notte; sebbene avesse la sensazione di aver sognato qualcosa tutta la notte, non era in grado di ricordare bene cosa. Allungò un braccio verso il cellulare posato come d'abitudine accanto al letto e controllò l'orario: si era svegliato dieci minuti prima che suonasse la sveglia, impostata per le 8.30. Si sentiva riposato, eppure avrebbe dormito volentieri un altro po'. Stava ripensando al sogno che non riusciva a rievocare, sentendo crescere un leggero senso di frustrazione: da quando aveva aperto gli occhi, Jack si sentiva come incastrato in una fitta tela di déjà-vu dalla quale non riusciva a trovare una via d'uscita. Ma i déjà-vu, si sa, sono tanto piacevoli quanto fastidiosi; un fenomeno affascinante e singolare. Probabilmente, convenne Jack, quel sogno era una ricorrenza, un periodico ospite delle sue notti. Ne era quasi certo, ma come poteva esserne sicuro, trattandosi di un déjà-vu? L'orologio ora segnava le 8.35 e non aveva tempo da sprecare in futili osservazioni; man mano che il sole si levava più in alto nel cielo, i piedi di Jack erano sempre più piantati a terra e la sua testa sempre più avvitata intorno al collo. Quando andò a fare colazione, bevendo la sua tazza di caffè, già aveva smesso di pensare alla notte appena trascorsa. Aveva un aereo da prendere ed una bella vacanza lo stava attendendo oltre i confini, su a Nord. Dublino arrivo!, pensò Jack, lasciandosi sfuggire un sorriso.

     
  • 07 agosto 2016 alle ore 23:47
    Conti tra cornacchie

    Come comincia: Ho un debole per le cornacchie, tuttavia non posso che detestarle con forza, dal profondo dell’anima.
    Ammiro la loro cultura, il loro maniacale culto del sapere: pensate che non esista creatura al mondo più pettegola e ficcanaso dell’anziana signorina che abita al secondo piano? credete che i vostri cazzi siano tutti al sicuro, una volta che siete usciti dal raggio d’azione – quel radar micidiale – della signorina del secondo piano? Ovviamente vi sbagliate.
    Se pensate che la curiosità più acuta, al limite tra fervido interesse e malata ossessione per la novità, sia una prerogativa esclusiva del genere umano, allora è bene che ripetiate i vostri conti: esistono specie animate da un desiderio di sapere che è tale da far odiare loro qualsiasi brusco cambiamento imprevisto. Una specie che ama sapere tutto quello che succede, alla perfezione. Talmente bene da saper predire anche quel che succederà. Una specie che pur di sapere tutto è costretta a curiosare ovunque.
    Pensate alle cornacchie di città, quelle che aspettano con ansia il martedì pomeriggio, quando i cestini dell’immondizia sono colmi e il loro pranzo è pronto per essere servito.
    Pensate alle cornacchie di quartiere, del tutto abituate ai ritmi frenetici della città e i loro occhi, un tunnel infinito oltre i confini dell’immaginazione, verso l’inferno e oltre l’inferno.
    C’è qualcosa che non abbiano già previsto? Sareste in grado di raccontar loro qualcosa che non sappiano già? Forse sì, forse no.
    Una considerazione che mi sento di poter esprimere con certezza è che le cornacchie sono mostruosamente malvagie. Per semplificare il concetto astratto e troppo elastico della malvagità, diciamo che le cornacchie sono aggressive. Non ci trovo niente di strano in questo, perché l’aggressività è un parametro che cresce di pari passo con l’avidità di sapere che un individuo possiede.
     
    Era una mattina radiosa e magnificamente piena di sole, che, nonostante la stagione invernale, riusciva a scaldare il cuore e i pensieri che, di conseguenza, da esso scaturiscono. Un senso di sottile leggerezza mi offuscava la mente. La passeggiata mattutina volgeva al termine quando, imboccato l’ultimo vialetto fiorito che mi separava da casa, sono stato costretto ad assistere ad una scena pietosa che ha risvegliato in me la freddezza della razionalità. Ho dapprima sentito dei lamenti. Non era facile distinguere tra lamenti e grida feroci, poi ho visto in terra che, a pochi metri da me, stava un gruppetto di cornacchie.
    Era un gruppetto di circa quattro o cinque esemplari e sembravano tutti giovani e in forma. Queste quattro o cinque cornacchie stavano circondandone un’altra, un altro uccello della loro stessa infima specie.
    Tra schiamazzi e frenetici battiti d’ali, il tutto a cercar di mascherare un acuto gridolino di sottofondo, non ci è voluto molto per capire che si trattava di un litigio, un’aggressione (un “battibecco” pensavo, un istante prima che il senso dell’umorismo mi abbandonasse).
    La povera cornacchia al centro del cerchio veniva ripetutamente percossa dalle altre che le si scagliavano contro con indescrivibile ferocia.
    Mi era sconosciuto, come ovvio, il motivo di tutto ciò; tuttavia, per quanto non conoscessi la storia della cornacchia “aggredita”, consapevole che avrebbe potuto trattarsi della cornacchia più farabutta che i cieli avessero mai ospitato in volo, ho deciso di prendere le sue parti: mi sorpresi a urlare qualche stupida frase intimidatoria e, con fare bizzarro, scacciavo via le aggreditrici e, con esse, la povera vittima.
    In un attimo le cornacchie avevano preso il volo, compatte in gruppo tutte insieme. È bastato un attimo e non era più possibile distinguere la vittima dai suoi carnefici.
    Tutte le cornacchie allora cominciavano a guardarmi, dall’alto degli alti rami del pino sul quale erano salite. I loro colli inclinati da un lato. I loro occhi di carbone lasciavano trasparire chiaramente il loro stupore misto a irritazione: com’era possibile che uno stupido bipede, così arretrato da non saper neppure volare, costretto così a camminare con fare così goffo, ondeggiando di qua e di là, com’era possibile dunque, che una specie così inferiore riuscisse a sorprendere le loro brillanti menti, a fare loro scacco matto?
    Un’ombra di odio attraversò veloce i loro sguardi. Tutto ciò non aveva alcun senso per loro; che motivo avrebbe avuto mai uno stupido umano, che interesse avrebbe mai potuto ricavarne quello straniero, a interrompere un semplice e ordinario regolamento di conti tra cornacchie?
    Tutto ciò era incomprensibile per loro, degli esseri incapaci di provare compassione. E li faceva arrabbiare. Li faceva innervosire come non mai. Qualcosa era sfuggito al loro controllo e sono sicuro che anche la povera vittima che avevo salvato fosse, ora, irritata più che mai da questo inspiegabile colpo di scena.
    Io, che le sorprese le ho sempre amate, sicuramente non ho gradito quella che quegli uccellacci avevano appena progettato per me: improvvisamente quelle bestie alate si trovavano addosso a me, tartassando il mio corpo ripetutamente, a colpi di becco.
    Non riuscivo più a ragionare, stordito dalle percosse. Mentre una mi colpiva dietro, sul collo, ecco che un’altra mi attaccava sopra la caviglia destra e, subito dopo, un’altra mi prendeva all’orecchio mentre due erano riuscite a farmi sanguinare la faccia colpendomi sopra il sopracciglio sinistro. Ero nel panico più totale e il mio frenetico agitare di braccia non aveva fatto alcuna differenza.
    In una questione di secondi quelle perfide creature avevano cambiato vittima e allora ho deciso di scappare, sconfitto e incredulo.
    Ripensandoci ora, ricordo che, prima di fuggire con la vista offuscata dal sangue che colava sul mio volto, ho notato delle persone affacciate alle finestre dei palazzi intorno a me. Ho scorto delle facce dubbiose, quasi incerte, che sembravano provare compassione per me ma, allo stesso tempo, nessuna di loro sembrava volesse intervenire in mio aiuto. Sembravano spaventate, non volevano ritrovarsi al posto mio, il posto di uno sciagurato che si era messo in testa di turbare la quiete della normalità.

     
  • 11 gennaio 2016 alle ore 23:30
    Dalla finestra II

    Come comincia: Ogni giorno, almeno una volta al giorno, mi diverto a giudicare il mondo (o meglio, la piccola parte di esso che, per me, è come uno specchio fedele del tutto che è esso), con vigliaccheria nascosto tra le inferriate bianche della mia finestra. Io, che sono un grande impiccione, tutto vedo e tutto sento, quando sento il bisogno di guardare il mondo dalla mia finestra.
    Ci sono quattro o cinque cornacchie che, spavalde come loro sanno spesso essere, smistano il bottino raccolto dagli ormai strabordanti cestini dell’immondizia sull’asfalto del viale e, senza badare a quelli che potrebbero o non potrebbero essere i commenti dei condòmini, ordinatamente, ridistribuiscono tra loro il cibo ricavato. Ed io le vedo. E allora mi accorgo che i netturbini portano un paio di giorni di ritardo, ed è solo per questo che le cornacchie si sono permesse di atteggiarsi e pavoneggiarsi con tale spavalderia.
    C’è un signore che, e non è assolutamente un fatto nuovo, esce dal portone del palazzo di fronte stringendo un sacchetto di plastica in mano, attraversa un po’ distrattamente il viale che separa il palazzo dove vivo io da quello dove vive lui, si guarda intorno con espressione assonnata, e, senza un chiaro interesse da parte sua e né tanto meno mia o di chiunque altro, lascia cadere il sacchetto di plastica nel cestino dell’immondizia dedicato ai condòmini del palazzo dove vivo io, e non in quello dedicato ai condòmini del palazzo dove vive lui, come chiarezza esige. Io ovviamente lo vedo sempre. E penso a quel ragazzo che, un giorno, mentre portava a guinzaglio un barboncino bianco, capitò proprio nel viale asfaltato che passa sotto la mia finestra; penso a quando egli, dopo aver (da vero signore) raccolto con un sacchetto le feci del proprio animale provò a buttarle nel cestino dell’immondizia del palazzo di fronte al mio, quello dove vive il signore che butta i propri rifiuti nel cestino dell’immondizia del mio condominio, e quindi una signora, che abita a sua volta nel palazzo di fronte al mio, dove già vive il signore che sistematicamente non butta i propri rifiuti nel posto esatto, lo riprese bruscamente obbligandolo a riprendere indietro ciò che aveva appena buttato. Ricordo quanto fu terribilmente severa e ricordo il desiderio che avvertii, di urlare dalla finestra: “Ma signora, la prego, rifletta! Lei abita in un palazzo dove un signore, mezzo matto o mezzo scemo, ancora non ha imparato dove deve buttare i propri rifiuti, e lei vuole dare la colpa di tutto questo, di tutto il male del mondo, di tutte le sue disavventure, a questo povero ragazzo, capitato di qui per sbaglio?”, ma ovviamente non dissi nulla. 

     
  • 01 ottobre 2014 alle ore 15:02
    Strada

    Come comincia: Ho intrapreso un viaggio e non me ne pento, perchè un viaggio è come un libro: un impiego di tempo che viene ripagato con l'esperienza.

    Nel bagaglio a mano ho un maglione marrone, una maglia di pile verde, delle magliette a maniche lunghe, una calzamaia, un cappello, una sciarpa, un quaderno, una penna, una mappa di Amsterdam centro e un beauty case. Nelle tasche dei jeans ho i miei documenti, 300 euro in contanti, un pacchetto di Winston blue e un accendino.
    Ho cambiato la prima banconota da 50 euro acquistando il biglietto per la linea 2, il treno che passa a Central Station. Benchè fossero quasi le 12 e non avevo toccato cibo dalla sera del giorno prima, la vista di olandesi distratti a mangiare panini dolci all'uvetta mi stomacava, anzichè stimolarmi l'appetito.
    Decisi di bermi una spremuta d'arancia per prendere energie, perciò mi fermai nel primo coffee shop che vidi, infrattato in una stretta vietta che si diramava dalla Damrak e univa quest'ultima alla sua parallela interna, la Nieuwendijk.
    Il locale non aveva insegna, solo la scritta "coffee shop" verde spento sopra la porta d'ingresso.
    Dentro era buio, la luce filtrava pochissimo dalla vietta ombreggiata dai palazzi. Tuttavia l'atmosfera era giusta, i miei occhi si erano stancati dell'intenso bagliore del mezzogiorno. Ordinai un'aranciata, un grammo di erba e mezzo di hashish ad un ragazzo di colore che non parlava volentieri, pagai 17 euro e mi addentrai nel locale fino a raggiungere l'angolo più buio e isolato, dal quale, tuttavia, l'ambiente sembrava leggermente meno scuro.
    La poca clientela era costituita per lo più da gente del posto, pochi turisti si intravedevano dalle finestre dell'ingresso proseguire noncuranti dell'insegna verso i negozi della Nieuwendijk.
    Girai una canna di erba (NewYork Diesel) aspettando che l'aranciata, ghiacciata, raggiungesse una temperatura più alta. Sorseggiavo dalla cannuccia e fumavo avidamente, con la testa già annebbiata dal fumo, pesante eppure molto vuota. Non si affollavano pensieri nella mia testa, mi limitavo a guardarmi intorno, a scrutare le facce delle persone (la faccia del negro al bancone era imperscrutabile, una parete di piombo attraverso la quale nemmeno Superman avrebbe visto un cazzo).
    Ad un certo punto, mentre mi apprestavo a scaldare l'hashish di bassa qualità, una ragazza attraverò a fatica l'angusta porticina d'ingresso portando con sè una valigia quasi più grossa di lei.
    Aveva dei pantaloni bianchi che le aderivano perfettamente alle gambe lunghe, il busto appariva più tozzo e meno slanciato, appesantito dai maglioni e dal cappotto, ma lasciava intravedere un seno prosperoso.
    I suoi capelli erano scuri, neri come la pece e belli e lunghi, le conferivano quel fascino che solo le more hanno. Da amante delle donne, alte e basse, rimango sempre colpito dall'aria angelica e dolce che le bionde trasmettono, ma le more, dio, loro sono come diavoli tentatori, passionali e sensuali, irresistibili e così ingannevoli.
    Ammirai le sue linee che con l'immaginazione affioravano da sotto i vestiti invernali e seguii i suoi movimenti con uno sguardo timido, facendo bene attenzione a guardare prontamente da un'altra parte qualora necessario.
    Ordinò un cappuccino e venne dritto verso di me, verso il mio angolo buio e desolato, dal quale si vedeva tutto più chiaro. Nel fondo del locale, accanto alla porta del ripostiglio, c'era spazio per due tavolini, due sgabelli per ogni tavolo e un lungo divanetto che seguiva il perimetro della parete e faceva da ponte tra i due tavolini.
    Io occupavo il tavolino di destra, la mora quello di sinistra. Ci fu un veloce scambio di sguardi seguito da un sorriso dolce e spavaldo di lei (deve sapere di essere bella, non c'è alcun dubbio) e, in risposta, un mio timido cenno con la testa.
    Volevo parlarle, così con una scusa mi lanciai: "Ciao, avresti una cartina da darmi? Devo aver perduto le mie" mentii.
    Lei mi sorrise di nuovo, un sorriso quasi studiato, imparato a memoria e ripetuto allo specchio milioni di volte. Un sorriso fiero di una donna consapevole delle proprie forme e degli uomini.
    "Tieni". Mi porse una cartina e subito continuò: "Come si capisce che sei nuovo.. Qui le cartine sono gratis, le puoi prendere al bancone".
    Lo sapevo bene come funzionava, ma ero certo che lei sapesse benissimo che la storia della cartina era solo una scusa. Abbozzai timidamente un sorriso.
    "Sono un turista, ho ancora con me la valigia. Piuttosto, vedo che ne hai una anche tu.." e il mio sguardo scivolò a terra, dove un grosso trolley blu notte era posato accanto a lei.
    Mi rispose che era appena rientrata da un viaggio in Francia, che era nata ad Atene e che viveva ad Amsterdam da quasi tre anni.
    Perdemmo una buona mezzora a fumare e chiacchierare; io tentavo di essere il più eloquente possibile e lei era molto comprensiva nei confronti del mio inglese improvvisato.
    "Sai già dove passare la notte?" chiese.
    "Pensavo di andare verso l'Amstel, di lì potrò percorrere il canale dirigendomi in periferia. Sono sicuro che troverò qualche pensione o hostello a basso costo".
    Mi guardò con aria soddisfatta, come se stesse aspettando proprio quella risposta, poi rispose: "Perchè non scendiamo insieme fino a piazza Dam, mangiamo qualcosa e poi ci dividiamo?".
    Accettai.

    "Come ti chiami?" chiesi appena uscimmo dal coffee shop. "Aurora".

    Mangiammo in un ristorante di carne argentina dietro il Palazzo reale De Dam, a pochi metri di distanza dal Magna Plaza, sulla sinistra, e ancora più vicini al museo delle cere, sulla destra. Ci demmo appuntamento per il giorno seguente, stesso ristorante, 12.30.
    Non mi restava altro da fare se non andare in cerca di qualche ostello economico e, mentre camminavo trainando la valigia dietro di me, cominciai a pensare all'incredibile incontro.
    Stavo passeggiando a testa alta, fiero, mi sentivo uomo come non mai.
    Raggiunto l'Amstel percorsi la riva est verso sud, dopo non molto trovai un bed&breakfast adatto a me.
    Pagai per tre notti, 90 euro totali, tasse comprese, colazioni comprese, bevande calde ad ogni ora comprese. Mi sistemai in una stanzetta al terzo piano, letto ad una piazza e mezzo sistemato di fronte ad una grossa finestra bianca, vista sul fiume Amstel.
    Il materasso era duro al punto giusto e, con una canna di erba in bocca, mi stesi pensando ad Aurora.
    Strano nome per una greca.
    Mi svegliai dopo un ora e mezzo, le palpebre pesanti avevano bisogno di una rinfrescata per aprirsi del tutto. Andai in bagno, cagai, feci una doccia e per tutto il tempo pensai a quella bellissima ragazza mora, dalle gambe lunghe e il sorriso trascinante.
    Quel pensiero dolce mi attraversò l'anima e mentre mi chiedevo se fossi diventato vittima dell'amore a prima vista, decisi di andare a sfogare le mie passioni e frustrazioni al quartiere a luci rosse.
    Eccolo lì, il Red Light District.

    Dovevano essere le dieci di sera e io mi trovavo di fronte al Hash, Marijuana&Hemp Museum.
    Il canale (Oudezijds Achterburgwal) era affollato su entrambi i lati.
    Le vetrine e i locali coloravano di rosso la notte che cresceva sempre di più, mentre l'interno di ogni vetrina, occupato da una o due belle signorine in biancheria intima, si discostava dall'intensità del colore rosso per sfumare sempre più verso un viola pallido.
    Le ragazze fumavano, parlavano al cellulare, lanciavano occhiolini maliziosi ai passanti arrapati e divertiti al tempo stesso, mentre io, che distrattamente passeggiavo volgendo lo sguardo quà e là, presi una banconota da 50 euro ed entrai, senza pensarci troppo, a far visita ad una signorina a caso.
    La prima carina e dagli occhi simpatici che ho trovato. La prima mora carina e simpatica che ho trovato.

    Tornando verso il mio Bed&breakfast mi fermai in un ristorante italiano gestito da una famiglia che, però, non parlava italiano. Ordinai mezzo litro di Heineken, due braciole con accanto una patata al cartoccio. Bevvi la birra, mangiai mezza patata, ordinai un altro mezzo litro (di Amstel, per cambiare) e iniziai a mangiare le braciole.
    Ero stanco e soddisfatto della mia giornata, decisi di andare a riposare e il litro di birra mi provocò una piacevole sensazione di leggerezza e incertezza nelle gambe. Avrei dormito bene quella notte, mi sarei svegliato la mattina presto e sarei andato a cercare lavoro, per poi presentarmi all'appuntamento con Aurora.

    Sono passati dodici giorni dal mio arrivo in città.
    Il lavoro lo trovai già il terzo giorno, da "Mike bike – rent a bike!". Il gestore del negozio, un olandese di nome Vincent, era un biondino simpatico che non aveva più di quaranta anni.
    Il mio lavoro era semplice: Vincent mi passava i numeri delle biciclette che dovevo prendere, io le prendevo nel retro del negozio e le portavo vicino al bancone. Provavo davanti ai clienti che la ruota girasse senza intoppi, che la catena fosse ben oleata e, in fine, che i freni fossero sicuri.
    Raramente capitava qualche problema; in quei casi Vincent mi mandava a prendere un altra bicicletta. Io non riparavo un bel niente, anche perchè non ne ero capace.
    Il negozio si trovava nel punto in cui il Singelgracht si incontra con il Jacob Van Lennepkanaal, non distante da Leidseplein. Avevo il vantaggio di poter utilizzare una bicicletta del negozio, gratis ovviamente, e potevo portarmela a casa quando finivo di lavorare.
    "Mike bike" pagava abbastanza e comunque il bed&breakfast era troppo costoso, perciò andai in un appartamentino al quarto piano sull'Overtoom, quasi alla fine di Vondel Park.
    Ero piuttosto lontano dal centro, ma a lavoro arrivavo in pochi minuti.
    Quasi ogni sera vedevo Aurora, io e lei cenavamo insieme (le prime volte al ristorante, successivamente a casa sua o a casa mia) ci ubriacavamo, facendo l'amore, fumando, passeggiavamo di notte tra i canali, ci ubriacavamo di nuovo cantando per le stradine di periferia, poi rifacendo l'amore, a casa o nascosti dai cespugli nei parchi.
    Quando ero con lei non sentivo freddo, non provavo paure di alcun genere, la vita pesava poco e soprattutto mi emozionavo all'idea che lei provasse lo stesso. Ma non avevamo mai parlato di sentimenti, certo non dopo così poco tempo: sapevo davvero poco di lei, spesso quello che mi diceva non mi convinceva del tutto, come se volesse cancellare una parte del suo passato (o semplicemente nasconderla a me) e, per tutta risposta, lei sapeva ancor meno di me, che non ho mai amato parlare sul serio.
    Tuttavia, poco importava a me, che stavo come non ero mai stato prima: indipendente, libero e in compagnia.
    Non ci addormentavamo mai insieme per risvegliarci al mattino e fare colazione prima di andare a lavoro: ogni volta che ci incontravamo, anche se facevamo tardi, lei insisteva per tornare a casa.
    Diceva che era una questione di abitudine, che sennò non sarebbe riuscita ad andare a lavoro.
    Che lavoro facesse non me lo spiegò, o meglio, non avevo capito bene, ma credevo si trattasse di una specie di impiego in un ufficio, probabilmente come segretaria.
    Aveva una bellissima presenza, non mi stupiva l'idea che qualche notaio la volesse accanto come segretaria personale; sembrava una ragazza molto sveglia e intraprendente, sapeva giocare bene le sue carte.
    Il suo viso era spesso segnato dalle occhiaie, probabilmente non aveva un lavoro rilassante, pensai, guardando le borse pesanti sul quel viso così dolce.
    Mi trovavo bene con lei e ci continuammo a frequentare al punto che mi fece conoscere alcuni suoi amici: per lo più gente bizzarra, le sue amiche erano sempre ubriache o fatte, amavano scherzare molto con gli uomini; mi presentò due amici, una specie di hippy russo, il cui nome non saprei scrivere, e un ragazzo moldavo apparentemente scortese e riservato.
    All'inizio credetti che fossi io il motivo della sua insoddisfazione, poi Aurora mi spiegò (e lo notai da me) che lui era così un po' con tutti.
    Ad ogni modo, non strinsi amicizia con loro, perchè le occasioni non furono molte, tre o quattro.
    Infatti era passato un mese e io, che iniziavo ad avere la mia vita monotona e felice ad Amsterdam, stavo per lasciare quella città.

    Un mercoledì freddo di inizio dicembre, verso mezzogiorno, chiesi a Vincent il permesso di staccare prima dal lavoro. Inventai una scusa non troppo assurda, limitandomi a chiedere il pomeriggio libero per fare delle commissioni.
    Non c'era molto lavoro quei giorni, caratterizzati da maltempo e freddo, un freddo insolito e penetrante fino alle cavità delle ossa.
    Non avevo commissioni da fare, solo la voglia di mangiare qualcosa di caldo e poi, magari, passare un oretta a fumare in qualche locale poco affollato.
    Erano circa le quattro del pomeriggio quando, ben sazio e riscaldato, pronto per affrontare il gelo, uscii nel pomeriggio grigio, guardandomi intorno e vedendo solo grossi ammassi di maglioni sciarpe e cappotti che si muovevano frettolosamente con andamenti più o meno goffi.
    Avevo passato del tempo a fumare hashish al Baba, in Warmoesstraat, e, invece di scendere verso Leidseplein, mi addentrai nel RLD.
    Non avevo intenzione di far visita a quelle graziose signorine, semplicemente volevo allungare un po' la mia passeggiata.
    Senza alcuna intenzione mi divertivo a guardare le prostitute che mi stuzzicavano con ammiccamenti vari, ma i miei appetiti erano più che soddisfatti.
    Molte vetrine erano vuote, solo quella soffice luce viola e opaca faceva finta di riempirle. Le ragazze che fanno il turno di sera sono decisamente più numerose, così come più numerosi sono i passanti. A quell'ora, invece, c'era poco movimento e le ragazze erano visibilmente stanche, in attesa di farsi dare il cambio.
    Il cuore mi balzò in gola e lo stomaco si strinse in una morsa contorta, si attorcigliava e piano piano rimpiccioliva. Per una frazione di secondo riuscii a sentire il sangue scorrere sù dalle dita delle mani, freddo ma indeciso, e, senza sapere come prenderla, rimasi stupito alla vista di Aurora.
    Mi affrettai a raggiungere l'ingresso di un locale di striptease e sesso dal vivo. L'insegna gialla disegnava una banana e il nome del posto, in corsivo, Bananabar.
    Aurora era lì, impassibile, senza vergogna, sopra una specie di marines palestrato e tatuato che glie lo infilava sù per la figa, in bella vista, quel dono così prezioso! La bocca era in procinto di leccare una banana e, ritratta nell'attimo prima dell'atto, formava un sorriso spavaldo sul volto... quel suo sorriso caratteristico e dolce, seducente, da proteggere. Qualcosa che non si è in grado di descrivere.
    La locandina parlava chiaro: lei lavorava lì.

     
  • 20 maggio 2013 alle ore 14:15
    Bisogno di un buongiorno

    Come comincia: Dopo un’ultima boccata di tabacco e catrame strinse la sigaretta tra pollice e indice e la lanciò lontano con una schicchera, espirando insieme al fumo i pensieri che mutano veloci dal grigio al rosso più acceso, come tutti i pensieri che attanagliano la mente di un ragazzo.
    Si riconosceva costantemente perso tra il suo presente e lo sconfinato futuro, la sua mente viaggiava veloce passando istantaneamente dai programmi serali al progetto di una famiglia, una donna, un lavoro stabile, tutte cose previste per un lontanissimo avvenire.
    Anche se lontanissimo, riteneva opportuno (inevitabile) preoccuparsi del proprio avvenire dando la stessa priorità all’immediato e all’oscuro destino.
    Mentre riorganizzava questi pensieri e stati d’animo saliva lentamente la rampa di scale, gradino dopo gradino, ritrovandosi di fronte alla porta di casa sua.
    Rovistò distrattamente nella tasca sinistra del jeans, impugnò il mazzo di chiavi e selezionò quella della porta blindata, inserì la chiave nella toppa e girò energicamente tre mandate.
    La porta era serrata, a casa non avrebbe trovato nessuno.
    Attraversò velocemente il corridoio con l’intento di raggiungere il gabinetto nel minor tempo possibile, la vescica pareva scoppiargli da un momento all’altro.
    Senza prestare attenzione a niente si diresse verso la sua camera dove avrebbe lanciato il giacchetto sul letto per poi andare nella stanza adiacente: il bagno.
    La sua attenzione tuttavia scattò nell’intervallo di tempo di un secondo da uno stato semi comatoso a quello di massima attività di una sentinella di vedetta in un carcere di massima sicurezza.
    Quella non era la sua camera o almeno non era la camera che aveva lasciato poche ore prima.
    Il violento pulsare della vescica che fino a pochi secondi prima sembrava essere la sua unica preoccupazione ora appariva come il ticchettio di un orologio lontano un paio di mondi.
    Con un occhiata veloce ma maledettamente vigile scorse tutto il perimetro rettangolare della cameretta: il pavimento era rivestito da una moquette formata da panni, fogli, quaderni e libri vecchi tutti stropicciati e strappati, la sua collezione completa di cd dei Beatles era precipitata (magicamente precipitata?) dalla mensola affissa al muro sopra il letto…
    Ovviamente c’era dell’altro, un’infinità di dettagli fuori posto che avrebbe analizzato più tardi perché in quel momento la vescica riacquistò importanza e corse in bagno.
    L’unica spiegazione, pensò, è Alan! L’unica spiegazione accettabile, per quanto strana e inusuale.
    Alan era il suo compagno di vita, un golden retriever affettuoso e intelligente il quale, tuttavia, non faceva mancare ogni tanto qualche sorpresina come prova del suo disappunto quando veniva lasciato solo.
    Abbandonato, Alan userebbe questo termine per descrivere la condizione di solitudine a cui deve sottostare anche se solo per pochi minuti.
    Questa riflessione lo fece sorridere, ma era a disagio perché aveva paura: in fondo al cuore sapeva di essere protagonista di una situazione particolare.
    Chi possiede un cane è senza dubbio abituato a tornare a casa e trovare cose fuori posto, rotoli di carta igienica sbranati e sminuzzati in mille piccoli pezzetti sparsi per il corridoio, strofinacci da cucina sbrindellati, una bottiglia frantumata in terra; ritrovare la propria abitazione sottosopra come se fossero entrati dei ladri è normale, per chi possiede un cane.
    E se il cane è chiuso in una stanza, una stanza diversa dal luogo del disastro, rimane un fatto normale? Un cane che apra da solo la porta, si diriga in una cameretta con l’intento di devastarla per poi tornarsene in cucina richiudendosi la porta alle spalle, è normale?
    Cercò di non dare troppo peso a queste riflessioni e, uscito dal bagno, camminò sentendosi instabile sulle proprie gambe fino a ritrovarsi davanti alla porta a vetro scorrevole della cucina.
    Scorrevole..è una porta scorrevole! Sapeva essere un fatto comune che un cane di taglia più grande che media apra le porte di casa impennandosi sulle zampe posteriori per poi fare leva con il peso del corpo sulla maniglia, certo, che c’è di strano? Niente. Ma una porta scorrevole?
    Non volle pensarci visto che non avrebbe potuto far niente per risolvere il mistero, non in quel momento.
    Ci potevano essere plausibili risposte a questi quesiti, magari sua madre prima di andare a lavoro lo aveva lasciato libero per la casa senza trovare il tempo di gestirlo, per poi richiuderlo in cucina una volta accortasi dei danni.
    Con l’indice strinse il gancio in prossimità della serratura e tirò verso destra: la porta iniziò lentamente a scorrere e lo scenario velato dietro di essa si manifestò un poco per volta.
    L’impatto con questo angolo della casa non aveva niente a che vedere con quell’inaspettato stupore di pochissimi minuti prima.
    Era tutto in ordine ma, stranamente, Alan era accucciato sotto il tavolo, con le sedie intorno a creargli uno scudo protettivo. Esitò più del previsto prima di sporgere il musetto dorato al di là della muraglia difensiva di sedie, verso la sua direzione.
    Alan aveva paura, glie lo poteva leggere negli occhi e lo poteva intuire da quello strano comportamento che tanto si allontanava dal carattere affettuoso e giocoso (certe volte ai limiti della tolleranza) che era sempre stato alla base del suo cane.
    Fletté le ginocchia e si accovacciò per accarezzare il suo cane, ma Alan ebbe un sussulto appena la mano del suo padrone si avvicinò alla sua testa; era spaventato, di questo poteva esserne certo, ma la domanda vera e propria era: di cosa? O meglio – peggio.. forse è peggio – di chi era spaventato?
    Sicuramente non di lui, questo era un fatto che non poteva essere messo in dubbio. Loro due erano migliori amici nel vero senso della parola, si volevano bene e vivevano l’uno per l’altro perché tra loro c’era un’intesa particolare, di quelle intese magiche e poetiche che raramente vengono credute a pieno se raccontate a qualcuno.
    In quel momento sentiva che il cane non aveva paura di lui e sentiva che Alan tentava di urlargli in faccia “Io non ho paura di te!”.
    Qualche attimo di pensieri e esitazioni, dopodiché Alan gli saltò addosso facendogli perdere l’equilibrio precario che lo costrinse a passare dalla posizione accovacciata a quella culo-per-terra.
    Montò tra le sue gambe ora incrociate e iniziò a leccarlo freneticamente sul volto e sul collo, lo annusò ripetutamente ansimando e il suo padrone, emozionato e contento di vederlo per lo meno “sollevato”, lo accarezzò con energia facendogli le coccole.
    Passò circa venti minuti a terra con il suo golden retriever a giocarci e a coccolarlo, poi si alzò e considerò l’idea di telefonare a sua madre.
    Mentre fissava apatico il telefono si accorse di una cosa, una cosa che avvertì praticamente subito: se Alan fosse stato un essere umano, probabilmente lo avrebbe trovato scosso per chissà quale motivo, ma aveva la strana impressione che lo avrebbe trovato muto.
    Questa cosa lo faceva riflettere e lo terrorizzava perché il suo cane aveva perso la parola, non era più in grado di comunicare fonicamente. Tutto questo può sembrare assurdo, ma per lui era normale perché loro comunicavano anche con dei suoni: uno parlava, l’altro emetteva versi.
    Eppure ora il suo cane appariva come certe persone che in seguito a qualche evento terribilmente traumatico perdevano l’uso della parola come conseguenza dello shock, ne aveva viste a decine di persone così tra i telefilm polizieschi che giravano in tv.
    Tutto d’un tratto si sentì senza forze, esausto come non mai, e incamminandosi in direzione del letto di camera sua pensò che qualcuno lo avesse drogato, magari con qualche pasticca nella spremuta d’arance presa al bar prima di venire a casa.
    Forse una pera più carica del dovuto fa questo effetto… Fu l’ultimo pensiero che ricordò di aver formulato, dopodiché sprofondò sempre di più, sempre più in basso.

    Vedeva la sua stanza dall’alto di uno dei quattro angoli come se i suoi occhi fossero l’occhio unico di una telecamera, come quelle che si trovano fuori dei centri commerciali a sorvegliare l’area di ingresso.
    Tutto era immobile, incredibilmente piatto, e l’atmosfera era di una calma inquietante perché troppo perfetta. Era la calma da regia di un film horror creata per il solo scopo di presagire una tempesta.
    Gli addetti alla vigilanza che si ritrovano a vedere le registrazioni di una telecamera a circuito chiuso dopo una rapina vivono la stessa situazione: tutto procede in modo pacato e tranquillo finché all’improvviso non arriva il caos, con un’accelerazione 0-100 in un istante impercettibile.
    E così fu. Vide tutto e allo stesso tempo non riuscì a vedere niente.
    Iniziò tutto con la porta che si spalancò di scatto e da essa entrarono degli uomini. Più che uomini, quello che riuscivi a scorgere erano delle forme, delle sagome, e quelle sagome assomigliavano a quelle umane.
    Eppure non erano gli  uomini che noi tutti conosciamo perché non avevano bisogno degli arti per muovere oggetti e sembravano anche ignorare le leggi della gravità.
    Queste forme fluttuavano senza volare, galleggiavano semplicemente attraverso il pavimento e ispezionavano.
    In realtà non gli parvero cercare qualcosa in particolare e il loro interesse stava solo nel far volare gli oggetti da una parte all’altra.
    Erano in cinque, due donne e tre maschi o tre maschi e due donne o forse erano tutte donne o tutti maschi o nessuno dei due sessi.
    Si poteva trovare delle differenze tra loro solo per il colore: due apparivano bianchi e tre apparivano neri.
    Probabilmente andavano in giro coperti da un lenzuolo, come il fumetto di un fantasma, solo che questi lenzuoli erano attillati e aderenti alle loro forme. Quello che questi lenzuoli sembravano, più che lenzuoli da fantasma, era pelle. Sembrava il loro corpo e non il rivestimento di esso.
    Provò a svegliarsi con tutto se stesso, aveva bisogno di aprire gli occhi e constatare che la realtà era ancora bella e sensata come sempre.
    Aveva bisogno che la razionalità lo prendesse a sberle in faccia.
    Provò a svegliarsi, ma non ci riuscì.

     
  • 25 febbraio 2013 alle ore 13:15
    La notte dell'amore

    Come comincia: Il sorso che segue si fa sempre più denso e solido di quello che lo precede, ed è così che a fatica riuscii a buttar giù le ultime gocce dell’ennesima lattina. Birra, frutto del demonio e dono degli Dei, birra, che accompagna la traversata. Ma la mente troppo triste è un allarme troppo sensibile, e la coscienza difficilmente si strappa via da un petto lacerato. Il ricordo è la tragedia, mentre la grande torturatrice, da agghiacciante spettatrice, è l’inettitudine al problema.
    Ma il desiderio è tanto grande? Il desiderio giustifica il rischio? Giustifica la messa in ballo della dignità?
    Una nuova lattina cullata in un algido cilindro d’alluminio proverà a donare una risposta: sarà valida, o annegherà tra mille bollicine?
    È certamente La sera, quella sera in cui il Divino nostro protettore e giustiziere dorme profondamente. Non riposa, è sprofondato nel sonno, vi è immerso di prepotenza: la malvagità delle emozioni comanderanno questa notte, dopo aver azzerato la salvezza con overdose di sonniferi.
    Il cuore e l’amore, un'unica essenza, ne han certamente uccisi più loro della penna e della spada.
    Perché non c’è penna che macchi un foglio nel contesto dell’apatia, e nessun braccio comandò spada senza aver provato amore.
    Il fumo soffice e ingombrante inondava l’abitacolo, e il cervello vagava, pensava e cercava.
    C’è chi il male lo incarna, chi raccoglie bene per trasformarlo in male, chi si nutre di dolore altrui; c’è chi, d’altro lato, soccombe alla forza, chi è vittima di un Destino troppo crudele per esser venerato, chi il bene lo porta addosso come un giubbotto, ma dentro è mangiato dal male.
    Vorrei fuggire, ma la mia ombra non può esser distanziata. Sono bravo a fuggire, ma lei non è mai da meno.
    E tutto svolgerebbe al meglio se fosse possibile deviare anche le ombre nel nostro cranio.
    Il mio cuore, il suo cuore. Il doppietto è al completo. Non c’è posto per nessun altro visitatore, tutto esaurito.
    È il cuore il nucleo dell’amore? È da lui che scaturisce? No, non ha senso. Un animale non può accoppiarsi con una razza differente solo per imposizione. Un cuore che non ha mai battuto colpi più forti per te non può accelerare il suo moto per imposizione.
    Pensieri inutili, già. Tutto è passato, pensieri inutili. L’amore si può creare, l’ho creato, l’ho manipolato, vestendo i panni del Capo indiscusso.
    Acceso il mozzicone spento di uno spino consumato per due terzi, uno spino che ti avvolge e ti da la carica. Uno spino della paranoia, anche.
    Come può un cuore battere per un cuore che non batte per lui? Eppure a questo ero destinato, ho posto rimedio, si, ho rimediato. La amo, non sono un pazzo impulsivo, la amo e batto per lei.
    Ma non esser ricambiati, oh no, non esser ricambiati è lo strazio, è l’atroce agonia dell’innamorato, un’agonia che avrebbe fatto da ombra al mio corpo seguendomi fino alla sacra buca.
    Un cuore non può battere per un cuore che non è in sincronia con lui, non avrebbe la forza di pompare ancora e ancora. È come avere un lungo infarto, un interminabile attacco di cuore che persevera negli anni.
    Ma l’amore per i nostri cari, gli dei gli accolgano, non finisce, non tortura l’animo proprio.
    Un cuore può battere per un cuore che non batte per nessun altro. Oh si, di questo ne sono sempre stato certo.
    Un sorso, un tiro, un altro sorso. Birra vuota, spino giunto al filtro, sguardo perso, assente.
    Penso che non me ne potrò mai pentire. Già, non posso pentirmene perché ora  è per me.
    Penso questo e guardo il divano coperto di vari stracci accatastati, rossastri. Il divano è macchiato dal sangue che esce dagli stracci, panni e stracci.
    Per terra si vanno pian piano incrostando le impronte rossicce della suola delle scarpe, si appiccicano al pavimento. Mi giro verso il tavolo, al centro della stanza, mi giro a vedere quello che ho provato ad evitare da minuti, ore, giorni.
    Un conato di vomito mi sale velocemente, mi scuote e mi esplode in bocca prima di avere il tempo per tentare alcuna mossa.
    Rigetto tutto sul pavimento, con violenti sussulti d’assestamento, come si trattasse di un terremoto.
    Con un po’ più di sangue freddo e determinazione mi giro nuovamente.
    Sento un attimo cedere le gambe, ma loro non mi tradiscono: rimango in piedi e metto a fuoco.
    È li, avvolto in un panno un tempo bianco e ora reso rosso dal liquido che lo impregna.
    Il suo cuore è lì, quel suo cuore per me, quel cuore che non batterà più per nessuno, quel cuore che sarà amato e venerato per il tempo che mi rimane da vivere.
    L’alba fa irruzione prepotentemente nel nuovo giorno, scacciando a fatica quella malvagità della notte, giustizia macabra e cinica, guidata dall’emozione delle emozioni, dal sentimento supremo.

     
  • 12 settembre 2012 alle ore 13:01
    Fame

    Come comincia: Quella sera non c’era nessuno. Il freddo irrigidiva i polpastrelli e seccava le mani. Anche gli alberi giacevano solitari, soli, senza foglie ad armonizzare il paesaggio. Erano giorni che non c’era nessuno. Forse mesi. Anni.
    La solitudine logora, lo sapete? Eh sì, la solitudine fa brutti scherzi. La solitudine gioca con le nostre emozioni e si sfoga attraverso le nostre azioni.
    Chi potevo chiamare? Con chi sarei andato a bere quella sera? No, ormai non vi era rimasto più nessuno che fosse disposto a frequentarmi. Pericoloso. È questo che sono diventato. Eppure, giacendo al suolo con me stesso, sono sempre più popolare. Popolare e temuto.

    Ho ucciso il mio migliore amico quattro anni fa. Perché l’ho fatto? È stato un incidente. È quello che mi dico e che dico a tutti. Nessuno ci crede, nemmeno io.
    Lo uccisi perché avevo fame. E sete. Questo è quello che pensavo mentre affondavo il taglierino attraverso l’arteria femorale di quel disgraziato.
    Il sangue eruttò come un vulcano che sta esplodendo e fu a quel punto che sentii fame. E poi sete.
    Lo morsi ripetutamente sul suo grasso collo, mentre con gli occhi sgranati sembrava implorare, più che pietà, solo una spiegazione. La giugulare esplose al terzo morso e iniziai a nutrirmi.

    Non sono un vampiro. I vampiri non esistono, sono pura finzione. I vampiri non fanno nemmeno paura, sapete? I vampiri sono conosciuti da tutti, sono famosi. È ciò che non conosciamo che ci fa paura.
    L’inaspettato provoca stupore … e lo stupore è il sentimento più vicino alla paura.

    Sono nato e cresciuto in una famiglia di orientamento cattolico. Mio padre nacque a Gaeta e mia madre visse tra la Sicilia e Roma, la mia città.
    Ho frequentato le scuole pubbliche e il liceo scientifico del quartiere. Ricevetti un’educazione severa, ma non opprimente. I miei genitori sono sempre stati nel giusto. Quasi sempre.
    Era il 2011 e frequentavo il quinto anno, ultimo prima del diploma. Quell’anno cambiò la mia vita. Mi sentivo solo, anche se ho sempre avuto molti amici. Soprattutto avevo fame. Più ero solo e più avevo fame, ma era una fame difficile da saziare.

    Iniziò lui ad essere sempre più ostile nei miei confronti, senza motivo. Soffrivo d’ansia quel periodo ed ero in cura da una psicologa. Lui non mi era vicino. Non mi era vicino per niente. Mi stava lasciando solo, e io avevo sempre più fame. Litigammo un giorno e mi trattò male, sapete? Non mi ero mai sentito così male. E così solo. E morivo di fame. Gli ansiolitici e antidepressivi che prendevo a quel tempo non mi aiutavano. Io volevo mangiare, volevo bere!
    Io dovevo.
    Decidemmo di parlarne faccia a faccia, così una sera passai sotto casa sua. Lui urlava continuamente contro di me. E più urlava e più la mia gola era secca e il mio stomaco brontolava. Cazzo non ce la facevo più.
    Ma fu lui ad attaccarmi, ad aggredirmi. Dovevo difendermi, capite? Solo che non resistevo più.
    Io avevo fame e in quella gelida notte non c’era niente –nessuno- da mangiare, tantomeno da bere. E io ero furioso e solo, sempre più solo. La polizia venne dopo le chiamate del vicinato, dopo le urla.

    Mi trovarono in un bagno di sangue. La barba incolta che portavo di solito era bagnata e sporca di sangue, del suo sangue.
    Quando l’agente avanzò verso di me intimandomi di tenere le mani alte e ben in vista, puntandomi una Beretta carica, io stavo ancora mangiando.
    Prima di farmi ammanettare ebbi anche il tempo di bere dal suo collo, perché l’agente, poco più che ventenne, non riusciva a muoversi. Era paralizzato. Si concluse così, quella notte di febbraio.

    Sono uscito dal carcere di Regina Caeli, dopo quattro anni di isolamento perché mi ritenevano pericoloso. Hanno sbagliato. Mi hanno ucciso. Sono riuscito a uscire grazie alla mia “infermità mentale”. Ma io non ero pazzo. Avevo bisogno di compagnia. Sono rimasto in una fogna per quattro anni senza vedere nessuno. Sapete la cosa peggiore? Non ricevetti mai una visita in quattro anni, nemmeno dalla mia famiglia. Ero stato cancellato, escluso. Morivo di fame, sapete? Io stavo morendo di fame. E avevo sete. Ma questo lo tenni sempre per me.

    Fa freddo e un venticello invernale scuoteva di brividi il mio corpo. Mi ritrovo di nuovo qui, solo, illuminato dalla fioca luce dei lampioni. Sono solo. Ed ho fame. Muoio di sete. Rompe il silenzio solo il rumore dei passi di una ragazza che percorre la strada per tornare a casa. Com’è bella. Io conosco quella ragazza. È bellissima. Era la mia ragazza quattro anni fa. Non la vedo da quattro anni. Mi avvicino lentamente. Lei mi vede, ma non mi riconosce. Oppure fa finta di non conoscermi. Velocizza il passo. Le vado dietro. Sto morendo di fame.