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in archivio dal 11 gen 2013

Gino Centofante

Roma - Italia
Segni particolari: Nel comitato lettori dal 2013. Nel mese di ottobre 2012 pubblica il suo primo libro Graffi per Libro Aperto Edizioni, a cui segue nel 2013 il suo secondo libro La guerra degli amori distanti per David and Matthaus edizioni.
 
 
Mi descrivo così: Sono un ragazzo che ama profondamente la letteratura, gli incavi della storie. Credo nella forza delle parole, e nella loro potenza evocativa. Scrivo per liberarmi. Mi dedico principalmente alla poesia con incursioni nei racconti. Scrivo per sentirmi vivo, per provare a combattere le mie paure.
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  • «[…] Luchino […] è lui il poliziotto di famiglia. Per i vivi e i morti bisogna chiedere a Iago, per la contabilità si ricorre a Beppe e per le varie ed eventuali al Pierfi»
     
    Da questo breve stralcio che ho scelto per introdurre l’opera Pasticcio Padano di Gaia Conventi, l’ultima della trilogia estense, preceduta da Giallo di zucca, nuovo di zecca (Vol 2.) e da Misfatto in crosta (con cane fetente) – Vol 1, già si avverte la coralità dell’opera.
     
    Un’opera che nelle sue 336 pagine si legge in un soffio, e non è cosa semplice nel panorama editoriale odierno, tanto più se a pubblicarla è una realtà editoriale di medio respiro come Le Mezzelane Casa Editrice. Ma come mai l’opera al lettore si presenta accattivante e incalzante?
    Sicuramente per un dono naturale che l’autrice ferrarese – tutte le sue opere richiamano sempre questo contesto territoriale – ha insito nel suo DNA: quello della vena comica, del gioco di incastri e paradossi e nei personaggi e nelle evoluzioni scenico-narrative.
     
    Siamo a Ferrara, la neve copiosa imbianca le strade con il Natale alle porte, una misteriosa scomparsa alla Libreria Girondi fa preoccupare tutta la cittadina oltre che a mettere in allarme il commissariato di polizia. Ma cosa volevano rubare i malfattori? Volevano veramente rapire Iago o questo è solo un diversivo per chiedere magari dei soldi attraverso un riscatto?
    Parallelamente a questa vicenda seguiamo le avventure dei conti Le Bon, di questa strana famiglia aristocratica fatta di vezzi ma anche di non poche manie fraudolente. In particolare, il lettore vive insieme a Clotilde, nipote del duca Ulisse, le insofferenze e le preoccupazioni per la polacca Urzula. Chi è veramente Urzula? Qual è veramente il suo obiettivo? È una seduttrice doppiogiochista o è mossa da animo sincero nell’accudire lo zio?
     
    In una sinfonia di gesti, azioni, profumi, ma anche di tanti paradossi – che strappano al lettore più e più volte risa – queste due vicende seppur da lontano sono destinate ad avvicinarsi sempre di più. Ricalcando il plot delle prime pellicole di Ozoniana memoria e sulla scia canzonatoria e divertente di Barlumiana evoluzione (Malvaldi, docet) questa autrice regala al lettore un affresco territoriale tutto da scoprire.

    [... continua]

  • Siamo in Puglia, a Ostuni, alla fine degli anni ’90. Protagonista è la natura e i suoi sussulti interiori. Protagonisti umani sono Teresa, una giovane studentessa di Torino che passa le vacanze estive dalla nonna, riconosciuta da tutti come la "maestra"; e i tre quasi fratelli, affidatari di Cesare e sua moglie, Nicola, Tommaso e Bern, conosciuti anche come i ragazzi della masseria.
    La storia inizia con uno spavento, dei rumori sinistri, delle risa sospette, la ribellione della sera che si fa notte, e dei corpi nudi esaltati ed elettrizzati dal divieto, di essersi intrufolati nella piscina dei vicini. Ma chi sono questi tre ragazzi? Cosa ci fanno in casa della nonna? E la masseria perché per Teresa è un luogo da evitare, da considerare inaccessibile?
    Da queste premesse – seppur lente, perché per entrare nel vivo della storia bisogna avere abbastanza pazienza –  prende le mosse il quarto romanzo di Paolo Giordano, "Divorare il cielo", titolo poetico e nostalgico di quattro destini che sono destinati a sconvolgersi come nessuno si sarebbe potuto mai immaginare le reciproche esistenze.
    La masseria è luogo rigido, un’oasi regolata e destrutturata dalle regole ordinarie del mondo, ma anche per questo diviene un polo attrattivo. I ragazzi vengono educati da Cesare, che rigidamente impartisce i principi delle Sacre Scritture, e le giornate sono scandite dai faticosi lavori nei campi. La masseria è una terra vergine, è una terra non contaminata dal peccato. Peccato destinato a compiersi con la crescita, con l’insorgere di altre necessità, esigenze. Arriva la scoperta del corpo. La voglia di scoprirsi. La fuga. Le dicerie di paese. Arriva Violalibera. Si concretizza l’idea di un ecosistema sano, naturale, biologico, dettato dai ritmi terrestri, che rispettasse i quattro pilastri: "Nessuna lavorazione! Nessun concime chimico! Nessun diserbo! Nessuna dipendenza da sostanze artificiali!", ma allo stesso tempo – come per equilibrare gli schemi – arriva la grandine che rovina i raccolti, la xylella che rovina gli ulivi, le ruspe che deturpano l’ambiente.
     
    Giordano, attraverso la storia di queste quattro vite, destinate a moltiplicarsi nei corpi e nelle esistenze durante tutta la narrazione, descrive di un mondo a confronto, quello dettato dai tempi della natura e quello dettato dai tempi umani, ritornando al punto di partenza. Chiudendo un cerchio. Partendo da una donna, gettando il seme infetto del peccato, aprendo le porte dell’Eden, per poi restarne incastrati, da una feroce e brutale vendetta che in tutta la masseria a distanza di anni non fa che promanare ancora e ancora il profumo del dolce oleandro.

    [... continua]

  • Osvaldo Guerrieri, di cui avevo già letto Istantanee e Schiava di Picasso, sempre editi per Neri Pozza, ancora una volta non sbaglia un colpo.
    L’arte dello scrivere gli scorre nelle vene, lui giornalista e critico teatrale de La Stampa, in questo libro  – vincitore del Premio Internazionale Mondello nel 2009 – ci parla di una piaga fortemente sentita in Italia: quella della dipendenza da gioco, o meglio identificata come ludopatia.
    Lo fa raccontandoci la storia di Pietro, un uomo come tanti, con una famiglia affettuosa accanto, con la sua routine, gli amici, l’ordinarietà delle cose e degli eventi.
    Ma a volte sono proprio gli amici, che per gioco o per inganno, ti trascinano in un vortice sconosciuto, in una nuova valvola di sfogo, mai considerata, anzi completamente sconosciuta: l’euforia del gioco. L’euforia delle vincite facili. La disperazione di perdere tutto senza accorgersene.
    Il gioco ti dà tanto ma ti toglie il doppio. Guerrieri lo racconta bene in queste pagine fittissime di analisi, che accompagnano il lettore in una storia indimenticabile, piena di sofferenza mista a compassione:  "[…] Partire in questo caso non era sottrarsi. Partire, per chi gioca, non ha parentele con i grandi viaggi rigeneranti, con la visione di un nuovo cielo e con la musica di una nuova lingua. Nella nostra stortura, partire è rifugiarsi là dove comanda la pallina, accanto al rimbalzo dei dadi e al fruscio delle carte quando escono dal mazzo. Partire è un'idea sovrana, un richiamo che non si può eludere, una schiumata di sangue dentro l’intreccio delle vene dure, che potrebbero scoppiare. Come fosse un’attività sessuale, non diciamo se compensatoria o no, una necessità fisiologica, una tensione un po’ bestiale, depurata da ogni sentimento. No, non è una conversatina notturna al riparo d’un muro. È un adescamento feroce di femmina marcia che reclama quattrini. Ma a tasche vuote, lo sanno anche gli idioti, non c’è cunno e non c’è coniugio. A scarsella floscia, l’amplesso non accade, svapora, e nel letto ti lascia una lucertola, ramarri, un fulmineo topo".
    Il gioco che ti abbruttisce, ti fa negare, ti spinge a compiere l’inenarrabile, a chiedere aiuto e a trovare appigli anche quando l’unica soluzione sarebbe dire basta. Metterci un punto. Frenare la mano. Tenere a mente quelle stesse probabilità che regolano il gioco della roulette. Quei numeri in rosso o in nero. E quello zero? Se ne sta lì, apparentemente arbitrario, ma complice come tutti gli altri. 
    L’autore si conferma un narratore senza sbavature, che al di là della storia, che potrebbe essere sentita e risentita, produce con la struttura narrativa, con l’evolversi della storia e con la scelta dei vocaboli – sempre precisi, mai messi lì a caso – un ritratto dell’uomo di oggi che cade nelle ombre buie della dipendenza, senza capire più come uscirne. Ma senza mai arrendersi.

    [... continua]

  • La più amata è il racconto sentito e accorato che Teresa Ciabatti offre al lettore alla ricerca dell’identità del proprio padre, Lorenzo Ciabatti, chiamato da tutti Il Professore. La narrazione non si risparmia, diventa nella sua evoluzione ossessiva, esagerata, spasmodica, ma per tutti questi motivi anche vera. Senza finzioni. Teresa si racconta senza filtri e ci parla delle sue pretese, ma anche del rapporto familiare, sia con la madre – che sembra si sia annullata dopo aver incontrato Il Professore – sia con il padre: "[…] Si ferma davanti al letto della femmina: ha gli occhi chiusi. Vorrebbe scuoterla, svegliarla o resuscitarla. Invece si abbassa a sentire se respira. Respira.
    Va dal maschio, anche lui inerte con gli occhi chiusi. Anche su di lui il Professore si china. Respira. I bambini respirano, i petti si alzano e abbassano. E il Professore sente qualcosa mai sentita prima, una specie di gioia, come se i figli nascessero in questo momento preciso. Non sei anni prima, non all’ospedale di Orbetello con medici e infermieri fuori dalla sala parto, non nel momento in cui glieli hanno messi tra le braccia, piccolissimi, raggrinziti, e lui non sapeva bene come tenerli, tanto da riconsegnarli quasi subito in altre braccia, della madre, dell’équipe. Non nascevano allora, ma adesso.
    […]
    Il Professore ripercorre la strada al contrario, corridoio, ingresso, scale, salone. Spegne le luci una a una. Anche quelle della piscina: in fondo alla dispensa, dietro ai prosciutti. La villa si oscura, e a chi guarda dalla strada sembra una festa che finisce. Invece è di più, molto di più. È un matrimonio, una famiglia".
    Quest’ansia spasmodica nella ricerca dell’identità e dei rapporti segreti (oltre che dei conti bancari fittizi) di Ciabatti padre diventerà la domanda ricorrente anche di Francesca Fabiani, moglie devota, moglie gentile, moglie riconoscente: "Voglio sapere chi è mio marito: nato a Grosseto il 4 agosto 1928, primario dell’ospedale di Orbetello, residente in via dei Mille 37, voglio sapere chi è davvero Lorenzo Ciabatti, chiede Francesca Fabiani a Tom Ponzi. Un milione di lire anticipato. Gli altri alla fine".
    Alla fine della lettura ne esce un ritratto tutto italiano di una famiglia, con tutti i suoi difetti, le sue ipocondrie, le sue fragilità raccontata con uno stile unico, vivo, e anche – perché non si può non dirlo – infinitamente pieno di sé: "Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no".

    [... continua]

    • Diari
    • 21 maggio alle ore 17:55

    Quando si comincia a leggere questi Diari, si ha l’impressione di seguire le febbrili annotazioni di una bella ragazza americana che scopre l’Europa, con i calzini bianchi e un boyfriend al seguito. Tutto vibra, tutto sprizza energia, c’è un senso di attesa che si impone su tutto. Ma presto ci accorgiamo che le cose non stanno esattamente così. O meglio: non soltanto così. Troppo preciso è il segno delle parole, troppo snebbiato lo sguardo, troppo inquietante lo sfondo psichico che si intravede. Così ci immergiamo in una lettura sempre più appassionante e talvolta angosciosa: il giornale di bordo di una sensibilità acutissima, lacerata e drammatica, quella di una scrittrice che, per i suoi versi e per il suo tragico destino, è presto diventata, nei nostri anni, un magnete e un emblema per molti lettori – ovvero anche, come si dice con inconsapevole esattezza, un «culto».
    Questo volume raccoglie parte dei diari che la Plath scrisse tra il 1950 e il 1962, e che furono pubblicati per la prima volta nel 1982. Si entra completamente dentro la vita di questa grande donna che combatté una battaglia prepotente con la vita, fino alla resa. Si legge dell’incomprensione e dell’incertezza degli affetti: "Perché mi turba tanto quel che gli altri danno per scontato e che li rallegra? Perché sono così ossessionata, perché odio a tal punto quello in cui sto per essere così inesorabilmente trascinata? Perché, invece di andare a letto nella carezzevole oscurità erotica sorridendo languidamente tra me nella notte, dire ‘Un giorno, se seguirò la via giusta, sarò fisicamente e mentalmente appagata…? Perché più tardi rimango seduta a far raffreddare il fuoco fisico e a sferzare la mente verso pensieri freddi e calcolatori? Non amo; non amo nessuno all’infuori di me stessa. Questa sì che è una cosa sconvolgente da ammettere. Non ho niente dell’amore altruistico di mia madre. Non ho niente dell’amore assennato, realistico…Per dirla in parole povere e franche, io voglio bene solo a me stessa, al mio gracile essere con i suoi piccoli seni inadeguati e le sue scarse, limitate attitudini. Sono capace di provare affetto solo per chi riflette il mio stesso mondo. Non ho idea di quanto ci sia di sincero ed autentico nella mia sollecitudine verso altri esseri umani e di quanto non sia altro che una falsa mano di vernice imposta dalla società. Ho paura di affrontare me stessa. Stanotte sto tentando di farlo. Mi auguro di cuore che ci sia qualche sapere assoluto, qualcuno su cui contare affinché mi valuti e mi dica la verità".

    Un libro consigliato per gli amanti della poetessa, che ti entra dentro e a distanza di ore, giorni ti riporta ancora li a riflettere sulle parole di questa indimenticabile donna.
     

    [... continua]

  • La campana di vetro (The Bell Jar) è un romanzo a chiave della poetessa statunitense Sylvia Plath, pubblicato originariamente con lo pseudonimo di Victoria Lucas, nel 1963. Plath si suicidò un mese dopo la pubblicazione e nel 1966 il romanzo venne ristampato in Inghilterra con il vero nome dell'autrice. In America, a seguito della richiesta da parte della madre e del marito, Ted Hughes, la ristampa avvenne diversi anni dopo, nel 1971.
    La narrazione si sviluppa in tre fasi la cui distinzione è resa, in parte, dal netto cambio di scenario. Sfondo alle vicende dei primi capitoli è una New York in piena prosperità postbellica. È il giugno del 1953 e i coniugi Rosenberg sono stati condannati alla sedia elettrica, accusati di essere spie dell’Unione Sovietica.
    Nel suo soggiorno a New York Esther Greenwood desidera solo lasciarsi travolgere dalla vita della città e fa fatica a non deludere le aspettative di quanti la conoscono. La sua impeccabile media universitaria le ha permesso di ottenere un posto di apprendistato presso la rivista femminile Ladies’ Day, ma la sua laboriosità inizia a vacillare. A causa del suo atteggiamento negligente è prontamente incalzata da Jay Cee, la stacanovista redattrice della rivista, emblema della donna pienamente realizzata dal punto di vista professionale.
    La narrazione del periodo trascorso da Esther alla rivista Ladies’ Day è alternata da flash-back delle sue prime esperienze romantiche con Buddy Willard, ragazzo “della porta accanto”, studente di medicina e, apparentemente, fidanzato perfetto. L'esperienza a New York si rivela, nel complesso, ben lontana dalle aspettative.
    Inizia così il progressivo subentrare della depressione, alimentata dal ritorno a Boston, fino a sfociare nel tentativo di suicidio.
    Gli ultimi capitoli del romanzo sono ambientati in un istituto di salute mentale e raccontano il percorso di guarigione di Esther.
    Un romanzo autobiografico indimenticabile, che può avere la pretesa di essere diventato universale, in cui Sylvia attraverso l’alter ego di Esther ci racconta delle sue paure, delle sue ossessioni, del suo rapporto con la madre, della scoperta del sesso, della perdita della sua verginità, del rapporto con l’ospedale psichiatrico, dell’elettroshock, delle riflessioni sul suicidio, e immancabilmente della poesia.
    Ma ciò che più stupisce di questo ritratto intimo è la cifra stilistica, non cupa, deprimente o soffocante, ma anzi ariosa, coinvolgente, asciutta, quasi come se l’autrice avesse interiorizzato in sé una rassegnazione alla morte. La sua unica felicità possibile.

    [... continua]

  • "Guardai la bella figura alta e slanciata di mio marito: un ariano dall’albero genealogico incontaminato che si era scelto una sposa dall’albero genealogico altrettanto incontaminato con la quale aveva concepito un bambino che doveva essere perfetto e che invece era malato. Che cos’era? Una beffa del destino? Un monito per punire la presunzione umana? La presunzione nazista di poter creare la perfezione confidando nella fredda e nuda teoria?".

    Uscito nel 1998 per Rizzoli questo libro di Helga Schneider lascia sgomenti. Siamo a Berlino, nel maggio del 1997, Grete, ormai ottantenne ripercorre il passato sfogliando il proprio album personale. Lei moglie di un gerarca delle SS, mandata in uno dei lager camuffati da cliniche nella Germania nazista.
    Berlino, nel dicembre del 1940, la Germania è in guerra ed Hitler decide di dare il via all’operazione T4 (Tiergartenstrasse n.4), un programma di eutanasia per eliminare «i pesi morti» che avrebbero potuto portare via risorse preziose alla nazione stessa. Un programma folle, che già dal ’39 prevedeva la soppressione di ritardati, epilettici, schizofrenici, paralitici, psicopatici, depressi, paranoici, dementi senili, morfinomani, reduci mutilati di guerra, neonati malformati o persone con qualunque altro tipo di disfunzione. Persone viste come un peso, inutili. Un fardello di cui liberarsi.

    Ma chi era il piccolo Adolf che non aveva le ciglia? Il figlio maschio di quest’alto ufficiale delle SS cui era stato imposto per amore al Fuhrer il nome di Adolf, ma la Schneider inserisce un elemento in più, che fa riflettere. Il piccolo Adolf figlio di un regime nazista non è un ariano puro, ma un ariano con un cromosoma in più.

    L’autrice con delicatezza riesce a far riflettere il lettore e a dare voce a ciò che spesso è dimenticato affinché tutto ciò possa non ripetersi mai.

    [... continua]

  • Perché ho letto questo libro? Sicuramente è stato un richiamo sincero, necessario, un’attrazione improvvisa che ho scelto di seguire senza sapere a cosa andavo incontro. Totalmente al buio, senza sapere nulla della trama.
    Il libro è scritto dalla scrittrice/filosofa, ma anche traduttrice di Tel Aviv, Michal Ben-Naftali, è edito in Italia da Mondadori nella traduzione di Alessandra Shomroni. Col titolo L’insegnante, che porta con sé un’aura di mistero e interesse su cosa è basato il libro, è una ricostruzione accorata e lucida dell'autrice nei confronti di quella che è stata la sua insegnante di inglese, Elsa Weiss, ai tempi della Seconda guerra mondiale.
    Ma come mai la pulsione e l’esigenza di una narrazione/ricostruzione personale verso una propria insegnante? "Nessuno conosceva la storia di Elsa Weiss. Pochi la chiamavano per nome. Ci rivolgevamo a lei come ci si rivolge a un generale, a uno sceriffo, o a un dignitario del quale occorre preannunciare l’arrivo".
    Elsa Weiss è una persona schiva, riservata, all’apparenza quasi anafettiva, sempre attenta a ogni suo gesto o parola, lucidamente attenta a mantenere quel rapporto di distacco tra sé e i propri alunni. Lei figlia di genitori ungheresi, Samuel e Leah, che sembra nascondere, offuscare. Cancellarli dalla propria narrazione personale.
    Ma cosa nasconde l’insegnante? Qual è il suo passato, e come mai è solita creare una barriera – forse di protezione (?) – tra lei e il mondo esterno?L’autrice riesce a raccontarci la storia di questa donna, ponendo in ballo anche riflessioni interessanti: "In un’epoca in cui c’erano ancora forti distinzioni tra i sessi e i ruoli, imparammo che si poteva avere una vita piena anche senza crearsi una famiglia nel senso tradizionale del termine, che si poteva passare del tempo con dei ragazzi senza assumere il ruolo di madre, che si poteva essere materni senza avere figli. E che si poteva anche non essere materni, essere estranei a tutto questo, essere qualcos’altro, qualcosa di diverso, mantenere un comportamento che noi non volevamo emulare (forse perché ci sembrava troppo tetro o pericoloso, nonostante non lo percepissimo come qualcosa di disprezzabile o come “tipico della diaspora”). A un tratto capimmo che tutto questo era fattibile e racchiudeva una forza di tipo diverso. Nuove possibilità aleggiavano nell’aria, semplici modi di essere che provenivano da “lassù”, dall’Europa di prima della Shoah, ma anche da chi era nato in Israele. Sebbene la scuola si proponesse di essere un luogo che garantiva sicurezza all’istituto della famiglia, suo malgrado volgeva lo sguardo verso altri orizzonti. Eravamo fuori casa, in un luogo che, grazie alla presenza di un gruppetto di insegnanti, si era trasformato in una zona extraterritoriale".
    Raccontando il suo viaggio – di fuga/speranza (?) – dall’Ungheria, Kolosvàr, passando per Parigi, la Svizzera, per poi approdare in Israele si riflette insieme a questa figura oscura, che sta nell’ombra, ai margini, che sembra scappare dai palcoscenici e dalle celebrazioni personali.
    La storia intima e delicata portata all’attenzione da Michal Ben-Naftali è una storia necessaria, è una storia di riabilitazione personale, e di memoria, anche quando la memoria sembra essere un drappello da cui scappare, per fuggire non solo da se stessi, ma anche da una colpa/ingiustizia/privilegio che non si è scelto, di cui non si hanno meriti, anche a distanza di anni, e a cui si risponde prendendo un volo. Il volo fatale.

    [... continua]

  • Una storia intima, sofferta, sincera, quella che Daria Bignardi al suo sesto libro offre ai lettori. Tacitamente autobiografica, l’autrice che ormai non vuol saperne più niente di telecamere e televisione, ci racconta del suo rapporto con l’ansia, ma soprattutto con il sopraggiunto male, un tumore che le stravolge la vita e la pone in una situazione ancora più critica rispetto alla malattia e alla relazione con l’inaspettato.
    Lea/Daria afferma: "Il buono di una malattia è che capisci cosa viene prima. Lo senti senza più incertezza, ed esci dalla ruota del criceto. Per piena che sia, ogni vita, prima o poi, diventa una bolla in cui fai sempre le stesse cose. Quando ti ammali la bolla esplode. Fai esperienze nuove, conosci nuove persone: medici, infermieri, altri malati. Altri mondi.
    Mi piacciono le sorprese, così tanto che la notte di San Lorenzo dell’estate scorsa, guardando le stelle cadenti, avevo espresso il desiderio di riceverne una.
    Non avevo pensato di chiedere che fosse bella».

    Ma Lea donna dal carattere duro, riesce a trovare una sua dimensione, a non annullarsi completamente, pur sentendosi sempre prigioniera: «ci ho messo tanto a riconoscere di essere diventata anch’io una persona ansiosa: per via delle manie di mia madre l’ansia per me era la cosa più brutta del mondo, non potevo accettarla. Io ero quella che reagiva, non quella che si arrendeva, come lei che si preoccupava di tutto tranne di ciò che importava davvero.
    Mi sono concessa di riconoscere l’ansia solo quando ho creduto di aver scoperto la cura: scrivere storie, portarle in scena. È stata l’ansia a non farmi fermare mai».

    Questo non è un libro sulla malattia, è un libro sul modo di affrontarla. Non c’è un atteggiamento giusto per tutti o una formula magica, ma Lea/Daria una certezza dopo il nubifragio l’ha ricevuta, che l’amore è un passo fatto d’istinti, di pulsioni, di smanie involontarie, anche quando tuo marito, Shlomo/Luca, sembra non volerti, o non sapertelo esprimere abbastanza, e tu stai lì che sceglieresti di nuovo lui mille volte, nonostante tutto, anche con tette di plastica e capelli da barbie.

    [... continua]

  • "Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi".
    Nell'autunno del 1975 la sedicenne Jeanette Winterson deve prendere una decisione: rimanere al 200 di Water Street assieme ai genitori adottivi o continuare a vedere la ragazza di cui è innamorata e vivere in una Mini presa in prestito. Sceglie la seconda strada, perché tutto quello che vuole è essere felice. Tenta di spiegarlo alla madre, che però le chiede: "Perché essere felice quando puoi essere normale?". Da questa frase inizia il racconto indimenticabile della Winterson che ci offre a tutto tondo un’analisi di quella che è stata la sua infanzia, in mezzo ad un padre troppo spesso assente o volutamente taciturno, potrebbe ben dire quasi uno schiavo della moglie, nonché madre ingombrante (adottiva) di Jeanette. Una madre uscita fuori di senno che si divertiva a punire Jean, a lasciarla fuori casa accoccolata sui suoi gradini, attenta solo all’economia domestica – e neanche troppo – con una sessualità assente, si potrebbe dire non pervenuta.
    Ossessionata dalla sua fisicità, allo stesso modo ingombrante, dal Vangelo che recita ogni giorno a memoria quasi fosse una melodia, dalle torte e dai suoi lavori di ricamo. Una donna succube della propria solitudine, che forse sperava di trovare compagnia in Jean, sua figlia adottiva (?), una donna che odiava i libri, se non la narrativa del disimpegno, che della casa aveva fatto un luogo sacro, privo di peccato, e impossibile da contaminare da altri libri, se non quelli che prenotava in biblioteca, storie legate a morti, redenzioni, peccati espiati, e qualche traiettoria poetica.
    Jean è in gabbia, si sente soffocare, vive un affetto provvisorio e intermittente che non sente pienamente proprio e cerca di consolarsi attraverso i libri, rigorosamente presi di nascosto e messi sotto il materasso: "Ricordate la storia di Filomela, che viene stuprata e a cui tagliano la lingua perché non riveli l’accaduto? Credo nei racconti e nel potere delle storie perché ci permettono di parlare una lingua sconosciuta. Non veniamo ridotti al silenzio. Tutti noi, quando subiamo un trauma, ci ritroviamo a esitare, a balbettare; ci sono lunghe pause nel nostro discorso. Ci è impossibile esprimere quel che abbiamo dentro. E possiamo reimpossessarci della nostra lingua solo attraverso la lingua degli altri. Possiamo rivolgerci alla poesia. Possiamo aprire il libro. Qualcuno è stato lì per noi e ha scandagliato le parole […]".

    La Winterson ci regala pagine dolorose, pagine complesse di introspezione umana, pagine di indagine sul senso di sé e quel senso di smarrimento costante sul filo della follia, sulla famiglia che le è capitata, sugli affetti, sulle possibilità del tempo e sui sipari della scrittura, tracciando un filo rosso intorno a tutta la narrazione, che può essere riassunto da questa citazione: "Certo, siamo tutti esseri umani. Certo, amare è un impulso naturale. L’amore esiste, ma abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo insegni. Vogliamo stare in piedi, vogliamo camminare, ma qualcuno deve tenerci per mano, darci un po’ di equilibrio, guidarci un po’, rialzarci quando cadiamo [anche quando chi ci insegna e ci guida è una madre snaturata, matta, e alla ricerca di un’accettazione personale mai avvenuta N.d.r.]".
     

    [... continua]

  • "A Milano, in una giornata di ottobre del 1982, guardo fuori da una delle tante finestre della classe e vedo ragazzi e ragazze che passeggiano nel prato della scuola. Una volta ero come loro. Camminavo, correvo, saltavo. Ora tutto è cambiato. Io sono ferma mentre loro continuano a correre, ignari del tesoro che possiedono: un corpo che risponde alla propria volontà. E io non voglio morire vergine. Non sarà facilissimo".

    La vita di Barbara è cambiata all'improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l'età delle prime cotte, delle prime schermaglie, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l'incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole.
    Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, Barbara affronterà tutte le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, a volte teneri, a volte crudeli, Barbara compie la sua iniziazione al sesso e all'amore. Con gli stessi slanci, le delusioni, gli entusiasmi che tutte le donne, anche quelle con le gambe, conoscono molto bene.
    Bellissimo, per chi aveva già apprezzato, Sirena mezzo pesante in movimento, questo libro ne è un po’ il continuo. L’autrice si regala ai lettori senza filtri e parla di sé senza infingimenti mostrando paure, debolezze, ansie, e il suo rapporto col mondo ma soprattutto col suo corpo.
     

    [... continua]

  • "Mentre l'acqua nera le riempiva i polmoni, e lei moriva".

    Acqua nera è un libro claustrofobico, che stupisce ancor di più sapendo che è tratto da una storia vera, ovvero l’incidente di Chappaquiddick avvenuto nel 1969, che coinvolse il Senatore Ted Kennedy e la sua segretaria Mary Jo Kopechn. Nel romanzo la Oates la trasfigura in Elizabeth Anne Kelleher, da tutti conosciuta come Kelly. Questo evento che sconvolse l’America segnò la fine della carriera politica del senatore Ted Kennedy.
    Guida il senatore, era ubriaco. Lui riesce a salvarsi, non solo dalla morte, ma anche dall’accusa di omissione di soccorso. Lei muore, lei è in apnea, mentre l’acqua nera le riempiva i polmoni, lei moriva, ripercorre la sua vita, il suo rapporto con i genitori, con la vita, con il suo percorso accademico, l’attaccamento alla vita, le false illusioni, gli amori finiti e quelli che non puoi respingere anche quando non senti più il fiato e il nodo in gola diviene sempre più feroce, come un buco nero dal quale non c’è via d’uscita. La fine. La bolla che scoppia. L’aria che si riduce. Minimi termini di un destino che sei costretta a subire.

    [... continua]

  • "Se ti succede qualcosa, te lo sei andato a cercare!"

    Un romanzo breve che la Oates ha scritto su un tema complicato quanto raccapricciante: lo stupro.
    iamo a Niagara Falls in America (dove l’autrice aveva già ambientato il suo famoso “Le cascate”), e la protagonista è Teena Maguire, una donna trentacinquenne dall’aria giovanile e provocante, vittima di stupro di gruppo ad opera di otto ragazzi sotto l’effetto di alcol e metamfetamina.
    Osservatrice dell’atto inumano è la figlia della donna, che è riuscita a scampare allo stupro nascondendosi sotto un riparo di fortuna, lei con i suoi soli dodici anni, Bethel Maguire, da tutti conosciuta come Bethie, che vede finire la sua infanzia quel giorno maledetto del 4 Luglio 1996.

    Ma il libro oltre a non risparmiare nel dettaglio le descrizioni dello stupro, offre al lettore quello che è era ed è il sistema sociale e giudiziario rispetto a fatti del genere: l’occhio accusatore e giudicante, l’opinione pubblica feroce e spietata e mai remissiva, il cinismo giudiziario a tutto tondo, le beffe da parte dei violentatori, quasi complici di un sistema difettoso, macchinoso.

    Ma questo libro non parla solo dello stupro, ma parla come non ci potrebbe aspettare anche dell’amore. Due cose all’opposto. L’amore non è stupro. Lo stupro non è amore. La Oates interpone una terza figura (oltre alla vittima, alla figlia e ai pluri-violentatori) che inaspettatamente sembra voler mettere giustizia dove la legge non arriva. Ecco, questo lato giustizialista molto fai da te, – non so se è questo il messaggio che volesse far passare l’autrice, e se è così mi sento di prendere le distanze – non mi è particolarmente piaciuto. Non è la strada giusta, anche se si parla di amore, di voler ripagare i conti, di voler fare giustizia.

    Per il resto ho apprezzato molto il punto di vista della narrazione, il lato giornalistico, il tratteggio dal punto di vista mediatico della vicenda – con tutti i suoi risvolti negativi –. Lo stile resta conciso, preciso, senza sbavature. Peccato per questo messaggio di fondo che lascia qualche ambiguità e interrogativo, e per qualche pagina – stranamente in questo caso – in meno rispetto a quante magari la vicenda affrontata ne richiedeva. In questo caso un po’ più di pagine non avrebbero guastato.

    [... continua]

  • "Nessun bacio viene dimenticato: perdura nella memoria come nella carne".

    Di nuovo in compagnia di Joyce Carol Oates, questo volta alle prese potremmo dire con un racconto lungo, che ti tiene incollato alle pagine per sapere quale è il destino di Katya Spivar e Marcus Kidder.
    Ma chi sono questi due personaggi?
    Katya è una ragazza sedicenne, e fa la bambinaia per la famiglia Engelhardt; Marcus è un anziano sessantottenne, un uomo di cultura e prestigio a Bayhead Harbour, nel NewJersey.
    Che cosa hanno da dividere queste due anime nate in tempi completamente diversi?
    Katya proviene da una famiglia corrotta, povera, con un padre assente e una madre invischiata e intrappolata nel gioco d’azzardo, Kidder è un’artista, dall’animo poliedrico: scrittore, musicista, pittore.
    Una relazione tra i due è possibile, e se è possibile può essere definita lecita? C’è chi nella critica letteraria ci ha visto un moderno Lolita, a mio avviso paragone non possibile, perché per quanto possa essere brava JCO, non credo che Una brava ragazza abbia la stessa potenza evocativa e dirompente che ha avuto Lolita di Nabokov.
    In un gioco di specchi, di costruzioni d’identità, l’Oates come suo solito fare sposta le fila della storia con maestria spingendo il lettore alla riflessione: chi è veramente Marcus Kidder, un osceno pervertito? O un uomo sincero e bisognoso semplicemente di attenzione e affetto? E la baby-sitter Katya Spivar è solo una bambinaia lì per un lavoro estivo o l’ennesima sfruttatrice che cerca nell’altro il salto di qualità?
    Da leggere senza avere pregiudizi, affidandosi ad una narrazione magistrale, come ormai ci ha abituato la scrittrice statunitense.

    [... continua]

    • Sexy
    • 14 maggio alle ore 20:17

    Questa volta la Oates in un libro – considerando la lunghezza in media dei suoi romanzi – breve ci parla di adolescenza. Di quel percorso di crescita/battaglia che si attraversa prima contro se stessi e poi contro gli altri.
    Siamo a North Falls, protagonista è il tuffatore, quanto instancabile atleta Darren Flynn, lui la promessa dello sport della scuola, lui irresistibilmente sexy, all’apparenza senza difetti, con una cerchia di amici compatta quanto ambiguamente fedele. Lui visto come l’idolo e modello da seguire, ma allo stesso tempo sempre schivo, chiuso, ripiegato su se stesso, quasi come fosse in uno stato perenne di tensione, come prima di un tuffo o di una vasca.
    Lui promessa sportiva, mai stato amante delle altre discipline scolastiche. Lui e l’adolescenza, i silenzi, un fratello con l’aria da spavaldo e dei genitori ossessivamente proiettati al risultato.
    La Oates ci offre in poche pagine – che lasciano un po’ l’amaro in bocca – una vicenda tutta adolescenziale, un atto di goliardia che scaturirà conseguenze inaspettate, una linea di confine tra ciò che rientra nel permettibile e ciò che diventa divieto.
    Le pagine ci regalano emozioni, ossessioni, turbamenti di questo giovane che lotta con ciò che è fuori di sé (la scuola, gli amici, la famiglia) e ciò che è dentro di sé (la responsabilità di sapere, l’atto dovuto, la verità mancata), con pennellate sul senso del corpo, dei mutamenti, della crescita, ma anche di ciò che può essere un atto di bullismo, una molestia indecifrata.
    Non mi sento di annoverarlo tra i più belli dell’autrice, forse adatto più a un pubblico in età adolescenziale, sicuramente anche per via del finale che secondo me merita uno sviluppo più consistente. Una Oates diversa, ma non per questo banale o inconsistente.

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  • "Posso essere una persona buona. Posso essere uno strumento di felicità per gli altri".

    Di cosa parla la Oates in questo libro? Parla di amicizia, parla di speranza e di disperazione, parla di due realtà diametralmente opposte che provano ad incontrarsi seppur con tutte le ritrosie degli anni bui: entrambi hanno 18 anni.
    Siamo in un prestigioso collage a Filadelfia nel 1975, due ragazze dividono la stanza. Genna Hewett-Meade è una ragazza bianca e benestante, figlia di una famiglia che ha sempre lottato per i diritti civili e vicina ai movimenti hippie, dichiaratamente contro la guerra del Vietnam, ma che non ha la ben minima voglia o responsabilità di occuparsi della figlia.
    Minette Swift è una ragazza di colore, proveniente da una famiglia povera, e sentitamente presente, una famiglia molta devota e cristiana, ma anche molto bigotta e ignorante. E fin qui niente di speciale, sembrerebbe, ma il plus che la Oates con la sua maturità sa inserire nei suoi romanzi è il non cadere in facili stereotipi. L’autrice ci racconta la vita vera, le situazioni comuni, il percorso di crescita di queste due fanciulle ognuna con i propri problemi, spesso evidenti, spesso nascosti o omessi. Ma queste due ragazze riusciranno con tutte le diversità ad avvicinarsi e ad instaurare un autentico rapporto d’amicizia? Entrambe sentono il peso e la responsabilità di dovercela fare, e di avere – per motivi diversi – caratteri e atteggiamenti particolari, ma nel collage le altre ragazze accetteranno ogni loro comportamento o penseranno ad etichettare e emarginare le due giovani ragazze?
    La Oates riesce a parlarci attraverso questo lungo percorso di amicizia/sofferenza comune di un’epoca, quella degli anni ’70 d’America, quella delle leggi razziali, dello scandalo Nixon, del terrorismo, della droga, riuscendo intimamente anche a raccontarci nel profondo le insicurezze, le paure, le fragilità e angosce di un periodo: quello dell’adolescenza. E si sa nell’adolescenza siamo tutti più vulnerabili, pedine fragili e bersagli facili da colpire, e basta un minimo errore, un gesto sbagliato o una parola reiterata di troppo per compromettere lo sviluppo di un fiore che sboccia. Tutto si blocca e la metamorfosi diventa una morte anticipata. Rispetto agli romanzi forse si fa più fatica ad entrare nella storia, bisogna dargli tempo, ma poi questo flusso di coscienza continuo vi ripagherà di tutta la narrazione con un finale decisamente inaspettato, che pareggerà i conti di azioni spesso fatte con leggerezza.

    "... c'è qualcosa di strano e meraviglioso nella famiglia. Qualcosa di mostruoso nella famiglia. La famiglia è una creatura dalle molte teste, come l'Idra. La famiglia è il locus dell'ossessione. La famiglia significa possedere ed essere posseduti. La famiglia è il trasferimento di geni da una generazione alla successiva. La famiglia è puro ego. La famiglia è uno scherzo di natura. La famiglia è estinta. La famiglia è vita privata e non c'è valore nella vita privata. Non c'è valore in nessuna vita. Eccetto che nella vita del Popolo. La vita della Rivoluzione. In un'epoca di Rivoluzione come la nostra, la vita privata ha cessato di esistere come la vita privata cessa di esistere in tempo di guerra".

    [... continua]

  • Ambientato in Normandia, nel periodo della seconda guerra mondiale, il romanzo Gli Aquiloni racconta una poetica storia d'amore fra Ludo e Lila. Sullo sfondo un'Europa che vive la sua tragica entrata nel conflitto bellico del 1940-45, in primo piano un giovane protagonista disposto a tutto per difendere ciò che ama.
    Gary riesce a 360° a trasmettere le emozioni – tanto positive quanto negative – che i personaggi stanno vivendo sulla propria pelle. Questa guerra che ti cambia, ti disegna addosso un vestito che non ti è proprio consono. Ludo e la sua illusione, Lila e le ferite dell’anima, anche se pecca di egoismo. Le parole del prof. Pinder anche io le ho evidenziate sul lettore ebook, mi sembrano senza tempo: "Non vale la pena di vivere nulla che non sia un’opera d’immaginazione, sennò il mare sarebbe soltanto acqua salata... Prendi me, per esempio: da cinquant’anni non ho mai smesso di inventare mia moglie. Non l’ho neanche lasciata invecchiare. Dev’essere piena di difetti, ma io li ho trasformati in qualità. In cinquant’anni di vita in comune s’impara a non vedersi, a inventarsi e a reinventarsi ogni giorno che passa".
    Un romanzo dallo stile fiabesco che ci restituisce un corollario di storie indimenticabili: dello zio Ambroise, costruttore di aquiloni, pacifico e gran sognatore, di Ludo e i suoi sentimenti incondizionati, di Lila schiava degli eventi e con le sue forme di criptica distanza, del cuoco Duprat e la sua cucina come forma di rivoluzione.

    Ah, la copertina, che ritrae "Jeune fille en vert (Jeune fille aux gants)" di Tamara de Lempicka conferma il buon gusto e le scelte quasi sempre azzeccate della casa editrice Neri Pozza.

    “È da tempo che mi ha abbandonato qualsiasi traccia di odio per i tedeschi. E se il nazismo non fosse una mostruosità disumana? Se fosse umano? Se fosse una confessione, una verità nascosta, rimossa, camuffata, negata, acquattata in fondo a noi stessi, ma che finisce sempre per tornar fuori? I tedeschi, sì, certo, i tedeschi… Adesso tocca a loro, nella storia, tutto qui. Si vedrà, dopo la guerra, una volta che la Germania sarà sconfitta e il nazismo si sarà dileguato o nascosto, se altri popoli, in Europa, in Asia, in Africa, in America, non verranno a dargli il cambio.”

    [... continua]

  • Maria Luisa Spezia, dal punto di vista della figlia, ci racconta tramite aneddoti divertenti e sobri sua madre.
    Una persona unica, irriverente. Una persona spesso scomoda e difficilmente compiacente. Una persona che racchiude nella sua totalità l’eccesso, la voglia di vivere la vita senza risparmiarsi nulla. Una madre che a dispetto dei rapporti umani in crisi vive la propria vita con leggerezza, con quella voglia di superare sempre di più se stessa e i propri limiti.
    Una madre musicista, una madre allevatrice e protettrice di ogni specie animale, un’amante della buona cucina, una donna ricca di idee e progetti innovativi, una persona che giorno per giorno combatte e lotta per costruire attorno a sé un’oasi felice.
    Un’isola felice composta da: Dante, Giovanni, zio Cesare, Inés, Maria, Rosa, la zia Angelina, Livia P., Luisa P., Carlo, nonna Livia e Lucilio Marra, per non aggiungere i protagonisti principali, quel mondo animato e popoloso del regno animale a cui questa donna – quasi fosse un segno devoto – dedica tutta la sua vita, il suo tempo, le sue battaglie.
    La lettura di questo libro tra realtà e fantasia è molto gradevole, ancor di più perché è decorata e impreziosita dalle illustrazioni di Martina Gianello, che danno colore e rappresentazione alle scene raccontate.
    L’autrice riesce a narrare una storia di speranza, una storia personale, ma che potrebbe essere quella di chiunque, perché nel mondo ognuno vive e lotta per dei propri principi e Maria Luisa Spezia – forse narrando anche un po’ di se stessa – sembra ricordando a margine del testo che: "la felicità è tenersi per mano. La Felicità è l’Amore".

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  • Rabbia rappresenta la seconda pubblicazione dell’autrice Barbara Catta, che aveva intrattenuto i lettori con “La matriarca degli Udzungwa” in cui avevamo già incontrato il giovane veterinario, idealista, affascinante Andrea Valcanover.
    Siamo in Tanzania, all’interno del Parco del Serengeti, ed è qui che si svolgerà tutta la storia che si gioca tra l’amore incondizionato per gli animali e la realtà – spesso arretrata –  e collusa del luogo.
    Un luogo che spesso è dominato da logiche di potere, da interessi, dalla moneta che diviene l’unica merce di scambio possibile, anche a discapito del bene di questi animali.
    Ma perché Andrea Valcanover è finito nel Parco del Serengeti? Cosa in realtà l’ha spinto a vivere in prima linea osservando in ogni momento della giornata i comportamenti e le pratiche di babbuini, leoni, giraffe, e iene?
    Se l’amore senza interessi di Valcanover e la veterinaria scozzese Carrie sta proteggendo e tutelando l’ecosistema del Serengeti, veterinari, ormai autoctoni, sul territorio africano cercano di minare questo equilibrio.
    Emanuel Walberg ricercatore del DGF (Doug Graves Foundation) e il suo collega Dusty Rhodes, di origine americana, stanno lavorando ad un progetto ambizioso quanto nascosto, che sembra dare le sue prime evidenze scientifiche.
    L’operato di questi due gruppi di ricerca che sembrano lavorare per un fine opposto, arriveranno a intersecarsi a comunicare, ma quanto dell’interesse degli uni potrà combaciare con quello degli altri?
    Una scoperta avvenuta quasi per caso: un virus rabico dalle molteplici sfaccettature e implicazioni farà crollare l’equilibrio e la stabilità dell’ecosistema animale quanto umano di tutte le persone che con interessi diversi coabitano nel Serengeti?
     
    Barbara Catta, costruendo sapientemente una storia che si gioca sulla rincorsa, sull’ultimo minuto, sulla logica del potere e su una funzione economica di stampo capitalista riesce ad offrire al lettore una vicenda che tiene incollati alla lettura, che è indicata particolarmente per tutti gli appassionati della zoologia e della natura. Inoltre, come nel primo capitolo della storia, è evidente lo studio svolto dall’autrice rispetto ai temi affrontati, che si presentano al lettore in maniera puntuale e precisa anche attraverso le note inserire a piè di pagina e ad un’attenzione non banale ai titoli dei capitoli e agli intermezzi inseriti nel testo.
    Se avete voglia di vivere una lettura adrenalinica in cui la passione – tanto positiva quanto negativa – degli umani si contrappone al vissuto dell’ecosistema animale questo è il libro che ad occhi chiusi fa al caso vostro. 

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  • Scrivere su Rimbaud non è affatto semplice – come dice anche l’autore del saggio – tanto già è stato detto e scritto, ed ogni nuova parola, critica, può sembrare accessoria, inutile, può cadere con estrema facilità nell’ovvietà. La figura di Rimbaud è unica nel suo genere, lui rappresenta per eccellenza il poeta sovversivo, controcorrente, e anzi, per alcuni diverrà anche espressione e azione di un demonio possessore. Nel libro con lucidità e chiarezza si ripercorre il suo vissuto – con il tentativo di  scioglierne gli elementi oscuri, e fare chiarezza – partendo dai primi viaggi, dalla Parigi in pieno tumulto, alla Londra copulare d’amore, all’Olanda, alla Norvegia, alla vicina Roma, ad Alessandria d’Egitto, fino ad arrivare a Cipro, insomma un animo nomade, che attraverso il viaggio cerca la propria dimensione, la propria verità, un proprio senso, una pace  – forse solo sperata –, o quell’estremo bisogno di placare quella voragine interiore che altro non è che inquietudine. Nel libro dopo un primo scorcio cronologico degli innumerevoli viaggi intrapresi, ci viene offerta una ricostruzione storica dei sommovimenti Europei, e in particolare della terra Parigina, in preda a numerosi cambiamenti; questa matrice di tipo storico si proietterà poi alla temperie artistica coeva al poeta, con autori quali: Baudelaire, Nietzsche, Mallarmé, Wilde, e non per meno importanza, in ultimo, anzi, Verlaine – su cui torneremo dopo –.L’attenzione poi viene rivolta alla famiglia, in particolare alla figura della madre, che erroneamente in molte biografie viene definita come donna poco sensibile, quando, invece, in realtà risulta dagli scritti più approfonditi essere una donna dolce e tranquilla, anche se molto protettiva (tanto che era arrivata a pensare che suo figlio fosse comandato da qualcun’altro nelle azioni che intraprendeva... forse  da Verlaine?!). Si parla di suo padre, un uomo dall’aspetto trasandato, e dal carattere – forse influenzato dalla professione – militare, e ancora di suo fratello Frèdèric e delle suo tre sorelle Victorine, Vitalie, ed Isabelle. Facendo un salto nel passato della narrazione si torna a parlare di viaggi, e nello specifico di un viaggio di crescita per Arthur uomo, il viaggio in terra Africana. Un viaggio che segna – un momento cruciale nella vita del poeta – una netta spaccatura tra le personalità in contrasto nell’animo di Rimbaud, quella passata che è fuori da ogni schema (tanto combattuta dalla madre), e quella trovata, o forse meglio divenuta solo ora consapevole, che lo ha reso più civile, ma sicuramente meno poetico e che fa si che quella frattura nel rapporto madre/figlio trovi risanamento. Infine, merita di essere menzionata la storia d’amore, ma anche di crescita che Rimbaud trova con Verlaine, dall’animo ancor più sregolato, e che da sempre era dedito alla sodomia, e alla produzione di una letteratura marcatamente erogena (visto che al tempo non esistevano riviste porno e quant’altro) –. Se Verlaine, ormai, da tempo aveva preso coscienza della sua intimità, per Rimbaud questo rapporto altro non era che evasione, scoperta, sete di libertà, e possibilità; così come la parola senza la sua negazione non trova la sua piena affermazione, così il loro amore senza la sua diversità non trova veramente un senso, e inoltre, si contrappone ad un’eterosessualità non di certo meno colpevole (anche se improprio parlare di colpe). Consigliato per chi è amante del poeta, e per chi ama la poesia e le biografie. 

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  • Il fondamentalista riluttante è il secondo romanzo di Mohsin Hamid del 2007, finalista al Booker Prize.
    Ogni impero ha i suoi giannizzeri, e Changez è un giannizzero dell'Impero Americano. Giovane pakistano, ammesso a Princeton grazie ai suoi eccezionali risultati scolastici, dopo la laurea summa cum laude viene assunto da una prestigiosa società di consulenza newyorkese. Diventa così un brillante analista finanziario, sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo per valutare i potenziali di sviluppo delle imprese in crisi. Impegnato a volare in business class tra Manila e il New Jersey, Lahore e Valparaiso, e a frequentare l'alta società di Manhattan al braccio della bella e misteriosa Erica, Changez non si rende conto di far parte delle truppe d'assalto di una vera e propria guerra economica globale, combattuta al servizio di un paese che non è il suo. Finché arriva l'Undici settembre a scuotere le sue certezze. "Vidi crollare prima una e poi l'altra delle torri gemelle del World Trade Center. E allora sorrisi". È questo il primo sintomo di un'inarrestabile trasformazione. Il businessman in carriera, rasato a puntino e impeccabilmente fasciato nell'uniforme scura del manager, comincia a perdere colpi. La produttività cala e la barba cresce, quella barba che agli occhi dei suoi concittadini fa di ogni "arabo" un potenziale terrorista. E mentre gli Stati Uniti invadono l'Afghanistan, il Pakistan e l'India sembrano sull'orlo di una guerra atomica, e New York si lascia andare a un'agghiacciante volontà di potenza tinta di nostalgia, anche la personalità dell'amata Erica rivela lati sempre più patologici.
    La storia di un uomo che nella America delle possibilità cerca la sua e la trova, oltre che l’amore, ricambiato da Erica, che però non riesce a vivere il presente perché troppo preoccupata – e influenzata – dal suo passato, da un ex fidanzato (Chris), morto troppo e presto (e non fosse morto?). 
    Un’America del prima e del dopo: “La distruzione del World Trade Center aveva rimesso in circolo vecchi pensieri che in precedenza erano depositati come sedimenti sul fondo di una palude”, una ricerca di integrazione, ma poi, tutto torna chiaro, quale accoglienza? Tutti quei gesti smodati di incomprensione, di solitario arrivismo, di prevaricazione sociale avevano trovato un senso; e poi si aggiunge un gioco d’identità, quella che Changez – prima - aveva accolto con favore, ma che poi si rivela un grossolano errore, un errore verso le proprie radici, verso le proprie origini, verso uno strapotere che non si fa scrupoli, verso un’identificazione che non potrà mai essere possibile, al di là dei tempi, perché Changez in fondo è sempre stato un musulmano, pakistano, con la carnagione scura e la lunga barba, e viene da chiedersi – pensando con gli occhi della società americana – lui è un compagno o un nemico?

    [... continua]

  • Scopro questa scrittrice su consiglio di un’altra famosa e brava scrittrice intervistata non molto tempo fa, Antonella Cilento, che tra una domanda e l’altra mi parlò proprio di questo libro. Ne “Il mare non bagna Napoli” si racconta di Eugenia Quaglia e delle sue diottrie: "[...] Signorina bella, in casa nostra tutti occhi buoni teniamo, questa è una sventura che ci è capitata... insieme alle altre. Dio sopra la piaga mette il sale..." degli occhiali pagati ottomila lire vive vive, della miseria, e della beffa una volta messi.
    Si racconta di Anastasia Finizio della sua vita in solitudine, del suo lavoro, della sua difficoltà al sostentamento della famiglia, e poi dell’amore, di Antonio Laurano la sua fiamma, che si spegne troppo presto e rinvigorisce sotto altre braccia: "Un sogno, era stato, non c'era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita... era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno".
    Si parla di Napoli, di uno dei quartieri più popolati, Forcella, e del senso di malessere e di irragionevole inconsapevolezza di questi uomini, di queste donne, racchiusi e barricati dietro muri e tele di triste ignoranza. 
    Si parla de il III e IV Granili – uno dei luoghi più agghiaccianti di Napoli –, del palazzone, lungo trecento metri, di questi uomini che vagano, che vegetano, che sopravvivono, quasi come fosse proprio un Inferno dantesco, ognuno con la propria condanna, ognuno con il proprio peso sulle spalle.
    Si parla del dissolvimento della rivista intellettuale "Sud", che operò dal 1945 al 1947, a cui collaborò anche Anna Maria Ortese stessa, che persi gli intenti sociali e artistici vede la divisione di tutti i suoi collaboratori: Luigi Compagnone, Domenico Rea, Raffaele La Capria, Michele Prisco, Pasquale Prunas. 
    Di matrice surrealista questo libro è intenso, cinque prose per cinque storie da leggere di una Napoli che viene osservata con occhi attenti e scevri da ogni condizionamento, una Napoli vera, meno colorata del solito, ma ribadisco più vera, con tutte le sue servilenze, con tutti i suoi malori, e la sua disperazione troppe volte inascoltata.
    E chiudo così: "Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee all'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagna Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse mai visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale".

    [... continua]

  • "Quello che penso io, Nonna Rosa, è che l'unica soluzione per la vita sia vivere."

    Così inizia il libro: "Caro Dio,mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo.Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. Una cosa da adulti. La prova? Per esempio, prendi l'inizio della mia lettera: «Mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo». Avrei potuto esordire dicendo: «Mi chiamano Testa d'uovo, dimostro sette anni, vivo all'ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista». Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che t'interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri. Ti spiego. L'ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L'ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere. Quando il dottor Düsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l'operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Düsseldorf, con le sue sopracciglia nere, a sbagliarla, l'operazione. Ma ha un'aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Düsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria. Il pensiero di un medico è contagioso".
    Una bellissima storia – che mi fa rivalutare l’autore – sul senso della vita, sulla sua evoluzione, sulla malattia, sul convivere con essa e sul non prenderla troppo sul serio, e sul non prendersi troppo sul serio. Un bambino che cresce, che combatte, che prova ad immaginare la sua vita lungo un arco temporale, grazie al fondamentale aiuto di una donna, Nonna Rosa, la nonna di tutti i bambini, la nonna che insegna, ma che non impone, la nonna che scherza, ma non è superficiale, la nonna che consiglia, ma che accoglie essa stessa consigli. La Nonna, Oscar, la vita, l’amore, l’esperienza, Dio.

    [... continua]

  • “In guerra non ci sono mai stato” è l’opera seconda del giovane poeta latinense Daniele Campanari, un’opera fresca, nuova, che ha qualcosa da dire, e nel panorama poetico contemporaneo non è certo da sottovalutare.
    Le prime liriche si aprono agli occhi del lettore come una telecamera, che scruta, supervisiona, osserva – a volte a distanza a volte divenendo essa stessa partecipe –  degli sguardi, di un cammino, di quel circolo vizioso, ma allo stesso tempo fiabesco che si sporca le mani di rosso: ah, l’amore!
    “La storia comincia/ quando finisce/ comincia coi racconti/  di quel che stato/ l’oratore davanti al fuoco/ e due orecchie all’ascolto […]”.
    Campanari non fa altro che raccontarci storie…storie per dialogare, storie per sorprendere, storie per educare, storie per corteggiare l’amore, storie distanti, storie che raccontano altre storie, storie senza tempo: tra il verde brulicare dei monti e il crepitio di una luce al neon avvitata con troppa fretta, e scoppiata con quella stessa troppa facilità in una stanza di un motel, luogo di passioni.
    E ancora il giovane poeta affida i suoi versi allo sguardo: “tu c’hai il veleno/ te lo leggo negli occhi/ c’hai un romanzo gobbo negli occhi […]”, anche Hume affidava una sua celebre citazione allo sguardo che è motore della mente, lui affermava nella versione originale che “Beauty in things exists merely in the mind which contemplates them”, ovvero che “La bellezza delle cose esiste soltanto nella mente che li contempla” ed è proprio così che sia David sia Daniele attraverso il corpo della parola osservano il mondo: “guardati intorno e/ vedila la bellezza del cane […] vedili gli alberi che crescono su rettangoli murati/ vedile le passeggiate/ a memorizzare/ le insegne dei negozi […] e vedila l’ombra/ che ti accompagna/ danza con lei/ perché le punte dei piedi/ fanno arrivare in alto […]”.
    E aggiungo, fanno scalare montagne, fanno vivere, ma non per il semplice fatto di esserci, ma per quelle bellezze remote che racchiudono delle cose apparentemente insignificanti della vita: come un cieco a leggere poesia, come un sordo a udire il più sordo dei rumori, come un paraplegico ad osservare la corsa, la sua corsa, fatta con altre gambe.
    Così le parole, così la poesia: unica, sola, molesta, condivisa, dalla mia, dalla tua, dalla nostra bocca, per sempre parole “[…] per raccontare ottant’anni di vita/ per raccontare ottant’anni d’amore […] “.

    [... continua]

  • L’ultimo libro di Paolo Giordano parla di una relazione, di un universo in evoluzione, degli affanni (il nero) e delle bellezze a volte minime (l’argento) che dentro una coppia si hanno. Una coppia che ha paura di scoprirsi, di scavare dentro e dietro i fantasmi che albergano in ognuno di noi, una coppia che vacilla pensando al domani, alla vita, al suo ripetersi, fino al giro di boa, in quelle acque placide, profonde, dipinte da un blu spettrale che ricorda l’abbandono. Quasi paurosi di un senso di nullità, di negazione di un rapporto fantasma, immaginario, sentono il bisogno della conferma, dell’approvazione, dell’essere visti per ricevere un’autenticazione. Così la signora A. – sotto le vesti di domestica – si introduce nella loro casa, silenziosamente, con passo felpato, quasi venendo ad essere un essere che ha il potere con il suo sguardo di generare e portare una tranquillità amorosa sempre più scadente. Ormai da quando c’è lei, tutto sembra aver trovato il giusto senso, la giusta collocazione: “[…] provai anch’io un sollievo inaspettato, persino un senso di eroismo per come avevo accantonato le mie ambizioni in favore della serenità di Nora. I miei colleghi emigrati avrebbero avuto la gloria accademica spalancata davanti a loro e uffici ariosi in strutture di vetro e metallo, ma avrebbero vissuto lontano, lontano non solo da qui,  lontano da qualunque posto. Avrebbero incontrato e sposato ragazze straniere, «mogli comode», perlopiù appartenenti al fototipo nordico e con le quali comunicare in una lingua intermedia, il francese o l’inglese, come diplomatici. E io? Io, invece, avevo Nora, che comprendeva ogni sottigliezza delle frasi che pronunciavo e ogni implicazione di quelle che sceglievo di non dire. Potevo aspirare a qualcosa di più di questo?, immaginare di metterlo a rischio in favore di una borsa di studio seppure prestigiosa? Ogni progresso della fisica dall’inizio, l’eliocentrismo e la legge di gravitazione universale, le equazioni sintetiche e perfette di Maxwell e la costante di Planck, la relatività ristretta e quella generale, le stringhe multidimensionali attorcigliate su se stesse e le pulsar più remote: tutta la gloria di quelle scoperte insieme non sarebbe bastata a restituirmi la stessa pienezza […]”.

    Un amore che va oltre le concezioni ancestrali della fisica, che sfida le leggi del mondo seppur avendo sempre il bisogno di conferme costanti (esterne). Il loro percorso amoroso evolverà, muterà come leggi elementari, fin quando un variabile, una variabile di segno negativo opposta all’amore porterà turbamento nella coppia, e nella vita della tenera signora A. che vedrà dissolvere pian piano ogni sua sicurezza, tant’è che si astrarrà dalla vita della coppia per indagare nel suo personale universo. Così la coppia diviene fotografia della confusione, del turbamento, della sintonia ormai spezzata dall’assenza, un’assenza improvvisa, inspiegabile, cui deve fare i conti anche il figlio della coppia ormai spezzata dall’assenza, un’assenza improvvisa, inspiegabile, cui deve fare i conti anche il figlio della coppia ormai smarrito e in balìa di una assenza dolorosa. Dall’universalismo narrativo Giordano nel corso del libro muta e stratifica la storia per arrivare a presentarci un particolarismo fatto di scelte – forse sbagliate –, di amori (bisognosi di conferma), di invadenze, di dialoghi interiori, dell’amore a tutto tondo (che si sente minato): che talvolta tocca picchi d'argento, talaltra tocca picchi di nero.

    [... continua]