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Recensioni di Gino Centofante

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  • "Io le leggi della natura le mando tutte a fanculo [...] Ci sputo sopra. Le leggi della natura fanno così schifo che non dovrebbe nemmeno essere permesso".

    "Io mi chiamo Mohammed, ma mi chiamano tutti Momò per far prima. Sessant'anni fa, quando ero giovane, ho incontrato una ragazza che mi ha amato e che ho amato anch'io. È andata avanti per otto mesi, poi lei ha cambiato casa, e io me ne ricordo ancora sessant'anni dopo. Le dicevo: Non ti dimenticherò. Passavano gli anni e io non la dimenticavo. Certe volte avevo paura perché avevo ancora molta vita davanti a me, e che promessa potevo mai fare a me stesso, io, povero uomo, se è Dio che tiene in mano la gomma da cancellare? Adesso però sono tranquillo. Non dimenticherò Djamila. Mi resta poco tempo, morirò prima».

    Una storia romanticamente triste. Una storia di abbandono, ma anche di sopravvivenza e lotta. Una storia di tanti bambini, che per diversi motivi, vengono abbandonati/lasciati in prestito a chi può prendersene cura. I due protagonisti principali sono senz’altro Momò, un bambino non bambino, e Madame Rose, la donna che si prende cura di queste vite spezzate. In realtà, in tutto il romanzo sembra Momò prendersi cura della madre adottiva. Una madre ingombrante, invischiata di tutte le sue paure, ansia, problemi, urla. È lei che più e più volte richiederà aiuto e assistenza, è lei che però in maniera diversa e non per questo non amorevole accudisce Momò e gli altri bambini.
    La vita davanti a sé rappresenta anche un sentimento di reciproco aiuto, di assistenza perenne, di scambio e di un tendersi la mano quotidiano, senza particolarismi. Ci sono dei problemi? Ci sono delle difficoltà? La comunità di quelli che "danno il culo" per vivere è sempre pronta a dare aiuto.
    Il libro di Gary, a mio modo di vedere al di là della storia principale di Momò e dell’accudimento, rappresenta una forma alta di amore: quella assistenza benevola tra le nuove generazioni e le vecchie generazioni. Tra vecchi e giovani. Tra meno giovani e giovani. Tra chi sente il proprio corpo un sistema in difetto e chi da questo ricevere energie infinite, all’apparenza interminabili: "I vecchi valgono come tutti gli altri, anche se calano. Sentono quello che sentiamo voi e io e certe volte questo li fa soffrire ancora più di noi perché non si possono più difendere. Ma sono attaccati dalla natura, che sa di essere bella schifosa e li fa crepare a fuoco lento. Da noi è ancora più terribile che nella natura, perché è proibito abortire i vecchi quando la natura li soffoca lentamente e gli scappan fuori gli occhi dalla testa. Non è il caso del signor Hamil, che poteva ancora invecchiare molto e morire forse a centodieci anni e diventare campione del mondo. Aveva ancora tutta la sua responsabilità e diceva “pipì” al momento giusto e prima che fosse troppo tardi e il signor Driss lo prendeva per un braccio in queste condizioni e lo accompagna lui stesso al WC. Presso gli arabi, quando un uomo è molto vecchio ed è vicino ad essere sbarazzato, gli si manifesta rispetto, è tanto di guadagnato nei conti di Dio e i vantaggi non sono piccoli. Per il signor Hamil è triste lo stesso farsi accompagnare a pisciare e li ho lasciati a quel punto perché io trovo che la tristezza non bisogna andarsela a cercare".
    Ecco che, il libro di Gary, tocca la pietas per ricomporre a sé il bene.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Attraverso le lettere inviate alla madre, Aurelia Schober, si ripercorre la vita di questa indimenticabile donna, oltre che scrittrice e poetessa.Si inizia introducendo alla madre dell’arrivo allo Smith College, dei rapporti con le altre ragazze del college, e delle prime uscite con i ragazzi nei weekend – vedasi la breve frequentazione con Bill – e dell’inizio dei rapporti con Olive Higgins Prouty, finanziatrice della sua borsa di studio. Si racconta ancora della vita mondana, come la partecipazione al party di Maureen dove Sylvia conobbe Eric, Plato e Constantine. Affiorano le prime ossessioni di scrittura e i dubbi sulla decisione su cosa sia più importante tra "possibilità di vita futura o doveri del presente".Si legge delle sue prime delusioni letterarie (visto che viene più volte rifiutata su varie riviste) e dei primi sintomi di un suicidio bramato, cercato, quasi un’ossessione, un pungolo che le solleticava la mente, in questo periodo il suicidio è dettato dal corso di fisica, poi dalla scrittura, poi dall’ispirazione scialba. Si legge del mese nero della Plath, un periodo burrascoso in cui la poetessa avrà un infortuno dopo un’uscita con gli sci; avvengono degli scambi epistolari anche con Warren e si discorre del rapporto con la madre, dei suoi sacrifici e delle sue finanze, della stima per il poeta W. H. Auden, nonché suo professore. Sylvia comincia ad andare in crisi per l’impegno e la mole di lettere da inviare alle varie università, ma di contro ritrova l’ispirazione letteraria e riceve più di qualche incoraggiamento da riviste a cui ha sottoposto i suoi scritti. Sempre in questo periodo comincia a scrivere la Tesi di Laurea sul tema del doppio nell’opera di Dostoevskij. Successivamente si alterneranno momenti di sconforto (dettati dal respingimento di numerose e prestigiose università) a momenti felici (come la vincita di numerosi concorsi letterari, di pregio il primo premio al concorso di Holyoke in ex-aequo con William Whitman), l’ammissione a Cambridge, i primi viaggi per il mondo, con particolare fascino per l’Italia, la conoscenza con l’amore e la dannazione della sua vita: Ted Hughes.I momenti felici ma anche gli sconforti non mancano: a Sylvia le viene affidato il primo insegnamento allo Smith, segue poi l’intensificarsi del rapporto col poeta, che le porterà più successi e glorie dalla critica, e il trasferimento a Londra dove partorirà la sua bambina: Frieda Rebecca. Intanto, l’animo da scrittrice vanitosa viene appagato, le viene promessa una prima pubblicazione con nota di Auden, quel maestro che poco l’aveva apprezzata. A questi momenti felici si alterna l’inferno: il matrimonio con Hughes è in discesa, la Plath, dopo l’arrivo del secondogenito Nicholas Farrar Hughes non riesce più nei suoi intenti di scrittura – l’unica salvezza per lei dalla pazzia – e così chiede la separazione legale poi tramutata in divorzio. Il libro finisce con le ultime lettere alla madre di Sylvia che sta ultimando il trasloco nella casa di Yeats, e sembra aver ritrovato vigore e serenità, peccato che da lì a pochi giorni (ultima lettera datata 4 Febbraio 1963), l’11 Febbraio 1963,  verrà trovata morta suicida. In una lettera alla madre che assurge benissimo ad una biografia fedele della poetessa ne esce un ritratto dinamico, propositivo, ma anche profondamente egoista.

    Prezioso l’apparato iconografico finale, balsamo per gli occhi. Rende la narrazione ancora più viva. Consigliato ad un pubblico già appassionato dell’autrice.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Le fedeltà invisibili.
    Sono fili che ci legano agli altri, ai vivi come ai morti, sono promesse che abbiamo sussurrato e di cui non riconosciamo l’eco, lealtà silenziose, sono contratti per lo più stipulati con noi stessi, parole d’ordine accettate senza averle comprese, debiti che custodiamo nei recessi della memoria.
    Sono le leggi dell’infanzia che dormono dentro il nostro corpo, i valori per cui lottiamo, i fondamenti che ci permettono di resistere, i principî indecifrabili che ci tormentano e ci imprigionano. Le nostre ali e le nostre catene.
    Sono i trampolini da cui troviamo la forza di lanciarci e le trincee in cui seppelliamo i nostri sogni".

    Delphine De Vigan in maniera lucida quanto ossessionata ci racconta di quanto le colpe dei genitori possano ricadere sui figli. Di quanto un determinato contesto familiare possa essere la proiezione del comportamento dei figli. Disfunzioni genitoriali che diventano disfunzioni filiali.
    Delphine lo fa presentandosi due famiglie con i rispettivi figli, Théo e Mathis. Scava nei comportamenti, nelle ritualità, nei gesti e nelle abitudini di queste famiglie. La realtà esteriore diventa una cartina di un mondo interiore precario che trova sfogo nella sete. La sete come palliativo e anestetizzante del mondo che li circonda. Una gabbia. Un abisso sempre più profondo: "[…] perché ogni volta è ancora peggio, peggio della settimana precedente, come se fosse possibile spingersi sempre un po’ più in là nell’abbandono di sé […]".
    Lucido, originale, equilibrato, narrato attraverso i diversi punti di vista dei personaggi, peccato per il finale che lascia l’amaro in bocca, ti spinge a chiederti: ma finisce veramente così? Quali saranno le sorti dei due combattivi protagonisti?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Non ero più vulnerabile per me stesso, ero fragile per noi. Passavo dalla prima persona singolare alla prima persona plurale. Il sentimento per lei custodiva i miei atti osceni".
    Non so perché non ho letto prima Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli. È una domanda che mi sono posto per tutta la lettura. Forse per la copertina ambigua. Forse perché dai libri troppo discussi spesso me ne sto alla larga. Non saprei a mente lucida il reale motivo.
    Sta di fatto che Missiroli a mio avviso ha scritto un libro perfetto sulla crescita della persona in quanto uomo/donna. Infatti, il libro è diviso per tappe che scandiscono dei tagli netti nella vita del protagonista: Libero Marsell.
    Le tappe esplorate dallo scrittore sono sei: Infanzia, Adolescenza, Giovinezza, Maturità, Adultità (ma quant’è bello questo termine?) e Nascita.
    Lo scrittore offre a lettore una storia che come una parabola si evolve nel corso del tempo, Libero è un bambino promettente, ha alle spalle una famiglia insolita, poco comune, potrebbe essere etichettata come una famiglia moderna. Il padre è una figura schiva, ombrosa. La madre è una donna ingombrante, eccessiva, determinata, alle volte anche egocentrica. Poi arriva la separazione.
    Missiroli riesce ad offrire al lettore una storia di crescita e di esplorazione che parte dal corpo per arrivare al centro del mondo: il cuore.
    Libero è curioso della vita e dei meccanismi che ne regolano il funzionamento, e attraverso il corpo imparerà ad avere consapevolezza di sé e dell’altro sesso: "…] perché non piaccio alle donne? Sorrise come si sorride al proprio figlio, al bastardino del canile, al mendicante ai semafori. Rimase sovrappensiero, – La tua forza è nella chimica, Libero – e mi spiegò che esisteva qualcosa di molto più succulento dell’estetica. Si chiamava alchimia della carne. Ma ci voleva pazienza. Le dissi che non capivo. La chimica non era attrazione, nemmeno complicità, nemmeno legame: consisteva nel ribollimento ormonale senza spiegazione. La chiave di tutto era: senza spiegazione. Al di là del viso, del corpo, dell’odore, da qualche parte in qualcuno resisteva un campo energetico che manipolava le scintille celebrali. Quelle del finire a letto.
    – E io ho le scintille, Marie?
    Fu il sì migliore si sempre. Possedevo l’alchimia della carne. Come mai allora veniva ignorata?
    Dovevo crescere io e dovevano crescere le donne che frequentavo, più la femminilità era adulta e più recepiva questo magnetismo […]".

    Libero è un archeologo della vita, ne studia le origini e i mutamenti: "Ho comprato un tavolino da campeggio e l’ho spostato sotto la finestra. Mentre scrivo vedo un palazzo con i mosaici intorno ai balconi, c’è un uomo che con una mano annaffia i gerani e con l’altra si sistema il colletto della camicia. Assomiglia a Marcello Mastroianni. Mi sono accorto di avere una finestra. Qualcosa è cambiato. Non è la maglia, ma è la stessa pasta di quando sono salito a casa tua e abbiamo mangiato le prugne con la pancetta e ti ho chiesto di mostrarmi le tette. È oscenità o si chiama vita? Qualsiasi cosa la rivoglio".

    Libero è uno sciupafemmine, esplora, indaga, gode, intaglia segni evidenti sul bancone del lavoro per portare il conto delle conquiste, Libero è l’uomo moderno. Quello che alla fine della corsa si arrende perché colpito nel suo punto debole. Il punto debole più bello dell’uomo. È oscenità o si chiama vita?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "A volte scrivere fa male. A volte odio scrivere e mi sembra di non trovare le parole. […] Altri giorni, scrivere è facile come parlare a qualcuno di cui ti fidi completamente".

    Occhi di Tempesta titolo accattivante quanto enigmatico. Chi è Occhi di Tempesta, è una persona o un’animale? O un essere senziente o un oggetto inanimato?
    La scrittrice americana Joyce Carol Oates accompagna i lettori in un altro viaggio, affrontando un tema che nella sua produzione letteraria le è molto caro: la famiglia. Come cambia la famiglia? Quali sono le dinamiche relazionali, sociali, discorsive che dentro la bolla familiare possono nascere? Lo fa presentandoci la famiglia Pierson, una famiglia che rientra pienamente nello stigma delle perfette famiglie americane. Quelle senza difetti. Quelle felici. All’italiana potremmo definirle quelle della “Mulino Bianco” che, ahinoi, hanno un parametro di realtà solo nel contesto pubblicitario, ma raramente toccano il piano della realtà.
    La famiglia Pierson è una famiglia sotto gli occhi dei riflettori, Reid Pierson è un famosissimo ex-atleta e commentatore sportivo in televisione, è sempre fuori casa in quanto oberato dagli impegni lavorativi, la moglie è Krista Connor, classica madre-famiglia con velleità artistico-creative, le piccole sono Samantha e Franky, o come ama farsi chiamare lei Francesca. Sembra una famiglia senza difetti, una famiglia intoccabile, quelle che tutti desidererebbero, anche perché vivono in un contesto agiato, dove ogni possibilità può essere esaudita: "prima ti giurano che non c’è “nessun altro”. Poi scopri non solo che “qualcun altro” c’è, ma che è questo “qualcun altro” il motivo del loro strano comportamento: liti, pianti, parole sgarbate, ubriacature che ti fanno provare vergogna anche solo al pensiero di conoscere queste persone, e ancora di più al pensiero che siano i tuoi genitori. E poi c’è il divorzio. Che si trascina all’infinito. Non finisce mai, te lo porti dietro. Sempre, dappertutto, come una tartaruga con il guscio incrinato. Così dicevano le mie amiche alla Forrester, quelle i cui genitori avevano divorziato. E io ascoltavo e pensavo: “Ma ai Pierson non succederà. Noi siamo speciali”.

    Ma Occhi di Tempesta sente che qualcosa non va. Osserva. Scruta. Prende appunti. Annota definizioni e dettagli. Il pensiero di un padre e di una madre può plasmare in maniera negativa il pensiero dei figli? L’Oates da maestra del genere ritorna con abilità sul tema e ci parla della famiglia e dei risvolti e delle pieghe oscure che può nascondere in sé, ci parla della pressione psicologica a cui possono essere sottoposti i figli, ci parla di sentimenti, di degenerazioni, di patologie e attaccamenti non sempre benevoli. Lo fa trasportandoci nella famiglia Pierson, una famiglia come tante, come l’ennesima brava famiglia di cui sentiamo spesso parlare nelle cronache tv. Occhi di Tempesta dubita: se c’è un colpevole, la colpevolezza risiede necessariamente in capo alla madre o al padre?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il collezionista di bambole – Racconti neri, è l’ultimo libro pubblicato in Italia della scrittrice americana Joyce Carol Oates. Il libro uscito per Il Saggiatore è composto da 6 racconti. Il primo racconto che dà il nome alla raccolta narra di Robbie e Amy, due cugini che vedono togliersi una possibile felicità condivisa che si tramuta in malattia, in ossessione per le bambole: prima Baby Emily poi Mariska, Annie, Valerie, Evangeline, Barbie, Trixie, Bharata. È un istinto e un’esigenza inspiegabile: "per tutta la vita non desideri altro che tornare indietro a ciò che è stato. Non desideri altro che tornare dalle persone che hai perso. E per tornare finisci per fare cose terribili, cose che gli altri non potranno mai capire". È un istinto che va assecondato, anche se intorno a te neanche la dottoressa G. sembra capirne la genesi e i macabri sviluppi.
    Il secondo racconto si intitola Soldato e vede protagonista Brandon Schrank che viene accusato di razzismo in una rissa con uomini di colore. Lui è stato assediato. È stato colto di sorpresa, non è un bianco razzista. "C’è una guerra razziale. C’è una guerra degli atei contro i Cristiani. Il Paese è in guerra, il nemico è il Governo. Il Presidente è colpevole di tradimento. Brandon Schrank, in questa guerra tu sei un soldato, non devi perdere la speranza. Il secondo processo finirà con una assoluzione – questa è una profezia!". Il caso diventa mediatico. L’opinione pubblica si divide. Le lettere sommergono la posta di Schrank. Dove sta la verità? È uno sporco razzista bianco o Brandon subisce la colpa di aver tenuto testa agli occhi di un nero, essendo per questo razzista?
    Il terzo racconto – che è il mio preferito – si intitola Incidente con arma da fuoco e contiene tutto quello che dovrebbe contenere un racconto scritto senza difetti: azione, mistero, adrenalina, introspezione, indagine propria e altrui. I protagonisti sono i signori McClelland e i due inseparabili cugini Hanna e Travis, quali saranno i frutti di questo rigoglioso rapporto? Basta veramente non rimuginare sul passato per cancellarne i segni del tempo?
    Il quarto racconto si intitola Equatoriale, è una storia di ribellione ma anche di prigionia tanto familiare quanto ambientale. Siamo nelle isole Galapagos in compagnia di Audrey e Henry Wheeling, cosa accadrà a questa coppia che sembra vivere una seconda luna di miele? Viaggio d’amore o di dannazione?
    Il quinto racconto si intitola Grande Madre, la protagonista è Violet un’adolescente problematica e insicura, con un situazione familiare precaria, un’affettività da colmare. Ricerca negli altri una conferma di sé. Trova serenità nella famiglia Clovis, spinta dalla bontà della sua amica Rita Mae. Questa famiglia sembra darle il benvenuto quasi fosse una figlia. Si ipotizza anche l’adozione. Ma cosa si nasconde nelle pieghe della famiglia Clovis, e sotto il ghigno burbero di Harold Clovis?
    L’ultimo racconto che chiude la raccolta si intitola Mystery, Inc., siamo nel New Hampshire a Seabrook, protagonisti sono i libri, o meglio l’arte libraia. Antichi volumi, oggetti d’arte preziosi, prime edizioni introvabili, libri rari da collezionismo. Ma cosa nasconde la Mystery, Inc. col suo fascino irresistibile? Cosa nasconde lo strano mecenate Charles Brockden? 
    La Oates attraverso questa raccolta di 6 racconti, che vengono definiti neri ci racconta degli aspetti oscuri, delle negazioni, delle nevrosi, delle manie dell'uomo in maniera impeccabile.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ennesimo capolavoro della scrittrice americana Joyce Carol Oates, che in maniera dura e spietata ci parla della vita di Quentin P., un ragazzo del Michigan. Un ragazzo disturbato, brutale, ossessionato. Un ragazzo dalle molteplici personalità. Eppure per la nonna è solo il classico bravo ragazzo. Un ragazzo che si nasconde dietro maschere: «[…] e allora mi ero reso conto in quell’istante che potevo mostrare al mondo una faccia sconosciuta. Sconosciuta in qualsiasi angolo del mondo. Potevo muovermi nel mondo come una persona qualsiasi. Con una faccia del genere io potevo suscitare compassione, fiducia, amicizia, meraviglia e soggezione. Potevo mangiarvi il cuore a tutti e poveri stronzi non ve ne accorgereste neanche».
    Un ragazzo la cui vera ossessione e ragione di vita è quella di avere un suo Zombie personale: «Un vero Zombie sarebbe mio per l’eternità. Obbedirebbe ad ogni mio ordine e esaudirebbe ogni mio capriccio. Direbbe «Sì, Padrone» e «No, Padrone». Mi si inginocchierebbe ai piedi e direbbe: «Ti amo, Padrone. Al mondo esisti solo tu, Padrone». E così sempre nei secoli dei secoli. Perché un vero zombie non sarebbe mai in grado di dire ciò che non è, solo ciò che è. Avrebbe sempre gli occhi vigili ma gli mancherebbe dentro qualcosa che vede. O pensa. O giudica.
    Né esisterebbe terrore nello sguardo del mio Zombie. Né memoria. Perché senza memoria non c’è terrore.
    Ovviamente uno Zombie non giudicherebbe mai. Uno Zombie direbbe: «Dio ti benedica, Padrone». Direbbe: «Tu sei buono, Padrone. Sei gentile e misericordioso». Direbbe: «Inculami, Padrone, cavami le budella dal buco del culo». Chiederebbe da mangiare in ginocchio e in ginocchio chiederebbe il permesso di respirare. Sarebbe sempre rispettoso. Come glielo ordinassi, lui leccherebbe. Come glielo ordinassi, lui succhierebbe. Come glielo ordinassi, lui allargherebbe le chiappe del culo. Come glielo ordinassi, si farebbe coccolare come un orsacchiotto. Mi poserebbe la testa sulla spalla come un bambino. Oppure si lascerebbe posare la testa sulla spalla come da un bambino. Ci imboccheremmo di pizza a vicenda. Ci stenderemmo sotto le coperte nel mio letto in camera del custode ad ascoltare il vento di novembre e le campane della torre dell’orologio del Music College e conteremmo i rintocchi delle campane fino ad addormentarci esattamente nello stesso istante».

    Con una scrittura sempre attrattiva, magnetica, la Oates, disegna e rappresenta su carta le pieghe più oscure dell’animo umano. Quello nevrotico. Quello malato. Quello disturbato ma mai preso troppo sul serio. Scava nella coscienza di Quentin P. proponendo al lettore l’identikit di un serial killer nevrotico quanto spietatamente lucido nel raggiungere i propri obiettivi, valutando di volta in volta tutti i possibili risvolti di ogni sua azione.
    L’edizione che ho letto è quella edita da Marco Tropea Editore pubblicata in Italia nel 1996, poi ripubblica da Il Saggiatore nel 2005. L’edizione di Marco Tropea presenta una fastidiosa veste sintattica con numerosi “&” o parti in stampatello, che spero nell’edizione del 2005 siano stati tolti. Invece, particolarmente apprezzata la veste grafica, con un’illustrazione di corredo alla fine di quasi ogni capitolo.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • «[…] Luchino […] è lui il poliziotto di famiglia. Per i vivi e i morti bisogna chiedere a Iago, per la contabilità si ricorre a Beppe e per le varie ed eventuali al Pierfi»
     
    Da questo breve stralcio che ho scelto per introdurre l’opera Pasticcio Padano di Gaia Conventi, l’ultima della trilogia estense, preceduta da Giallo di zucca, nuovo di zecca (Vol 2.) e da Misfatto in crosta (con cane fetente) – Vol 1, già si avverte la coralità dell’opera.
     
    Un’opera che nelle sue 336 pagine si legge in un soffio, e non è cosa semplice nel panorama editoriale odierno, tanto più se a pubblicarla è una realtà editoriale di medio respiro come Le Mezzelane Casa Editrice. Ma come mai l’opera al lettore si presenta accattivante e incalzante?
    Sicuramente per un dono naturale che l’autrice ferrarese – tutte le sue opere richiamano sempre questo contesto territoriale – ha insito nel suo DNA: quello della vena comica, del gioco di incastri e paradossi e nei personaggi e nelle evoluzioni scenico-narrative.
     
    Siamo a Ferrara, la neve copiosa imbianca le strade con il Natale alle porte, una misteriosa scomparsa alla Libreria Girondi fa preoccupare tutta la cittadina oltre che a mettere in allarme il commissariato di polizia. Ma cosa volevano rubare i malfattori? Volevano veramente rapire Iago o questo è solo un diversivo per chiedere magari dei soldi attraverso un riscatto?
    Parallelamente a questa vicenda seguiamo le avventure dei conti Le Bon, di questa strana famiglia aristocratica fatta di vezzi ma anche di non poche manie fraudolente. In particolare, il lettore vive insieme a Clotilde, nipote del duca Ulisse, le insofferenze e le preoccupazioni per la polacca Urzula. Chi è veramente Urzula? Qual è veramente il suo obiettivo? È una seduttrice doppiogiochista o è mossa da animo sincero nell’accudire lo zio?
     
    In una sinfonia di gesti, azioni, profumi, ma anche di tanti paradossi – che strappano al lettore più e più volte risa – queste due vicende seppur da lontano sono destinate ad avvicinarsi sempre di più. Ricalcando il plot delle prime pellicole di Ozoniana memoria e sulla scia canzonatoria e divertente di Barlumiana evoluzione (Malvaldi, docet) questa autrice regala al lettore un affresco territoriale tutto da scoprire.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Siamo in Puglia, a Ostuni, alla fine degli anni ’90. Protagonista è la natura e i suoi sussulti interiori. Protagonisti umani sono Teresa, una giovane studentessa di Torino che passa le vacanze estive dalla nonna, riconosciuta da tutti come la "maestra"; e i tre quasi fratelli, affidatari di Cesare e sua moglie, Nicola, Tommaso e Bern, conosciuti anche come i ragazzi della masseria.
    La storia inizia con uno spavento, dei rumori sinistri, delle risa sospette, la ribellione della sera che si fa notte, e dei corpi nudi esaltati ed elettrizzati dal divieto, di essersi intrufolati nella piscina dei vicini. Ma chi sono questi tre ragazzi? Cosa ci fanno in casa della nonna? E la masseria perché per Teresa è un luogo da evitare, da considerare inaccessibile?
    Da queste premesse – seppur lente, perché per entrare nel vivo della storia bisogna avere abbastanza pazienza –  prende le mosse il quarto romanzo di Paolo Giordano, "Divorare il cielo", titolo poetico e nostalgico di quattro destini che sono destinati a sconvolgersi come nessuno si sarebbe potuto mai immaginare le reciproche esistenze.
    La masseria è luogo rigido, un’oasi regolata e destrutturata dalle regole ordinarie del mondo, ma anche per questo diviene un polo attrattivo. I ragazzi vengono educati da Cesare, che rigidamente impartisce i principi delle Sacre Scritture, e le giornate sono scandite dai faticosi lavori nei campi. La masseria è una terra vergine, è una terra non contaminata dal peccato. Peccato destinato a compiersi con la crescita, con l’insorgere di altre necessità, esigenze. Arriva la scoperta del corpo. La voglia di scoprirsi. La fuga. Le dicerie di paese. Arriva Violalibera. Si concretizza l’idea di un ecosistema sano, naturale, biologico, dettato dai ritmi terrestri, che rispettasse i quattro pilastri: "Nessuna lavorazione! Nessun concime chimico! Nessun diserbo! Nessuna dipendenza da sostanze artificiali!", ma allo stesso tempo – come per equilibrare gli schemi – arriva la grandine che rovina i raccolti, la xylella che rovina gli ulivi, le ruspe che deturpano l’ambiente.
     
    Giordano, attraverso la storia di queste quattro vite, destinate a moltiplicarsi nei corpi e nelle esistenze durante tutta la narrazione, descrive di un mondo a confronto, quello dettato dai tempi della natura e quello dettato dai tempi umani, ritornando al punto di partenza. Chiudendo un cerchio. Partendo da una donna, gettando il seme infetto del peccato, aprendo le porte dell’Eden, per poi restarne incastrati, da una feroce e brutale vendetta che in tutta la masseria a distanza di anni non fa che promanare ancora e ancora il profumo del dolce oleandro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Osvaldo Guerrieri, di cui avevo già letto Istantanee e Schiava di Picasso, sempre editi per Neri Pozza, ancora una volta non sbaglia un colpo.
    L’arte dello scrivere gli scorre nelle vene, lui giornalista e critico teatrale de La Stampa, in questo libro  – vincitore del Premio Internazionale Mondello nel 2009 – ci parla di una piaga fortemente sentita in Italia: quella della dipendenza da gioco, o meglio identificata come ludopatia.
    Lo fa raccontandoci la storia di Pietro, un uomo come tanti, con una famiglia affettuosa accanto, con la sua routine, gli amici, l’ordinarietà delle cose e degli eventi.
    Ma a volte sono proprio gli amici, che per gioco o per inganno, ti trascinano in un vortice sconosciuto, in una nuova valvola di sfogo, mai considerata, anzi completamente sconosciuta: l’euforia del gioco. L’euforia delle vincite facili. La disperazione di perdere tutto senza accorgersene.
    Il gioco ti dà tanto ma ti toglie il doppio. Guerrieri lo racconta bene in queste pagine fittissime di analisi, che accompagnano il lettore in una storia indimenticabile, piena di sofferenza mista a compassione:  "[…] Partire in questo caso non era sottrarsi. Partire, per chi gioca, non ha parentele con i grandi viaggi rigeneranti, con la visione di un nuovo cielo e con la musica di una nuova lingua. Nella nostra stortura, partire è rifugiarsi là dove comanda la pallina, accanto al rimbalzo dei dadi e al fruscio delle carte quando escono dal mazzo. Partire è un'idea sovrana, un richiamo che non si può eludere, una schiumata di sangue dentro l’intreccio delle vene dure, che potrebbero scoppiare. Come fosse un’attività sessuale, non diciamo se compensatoria o no, una necessità fisiologica, una tensione un po’ bestiale, depurata da ogni sentimento. No, non è una conversatina notturna al riparo d’un muro. È un adescamento feroce di femmina marcia che reclama quattrini. Ma a tasche vuote, lo sanno anche gli idioti, non c’è cunno e non c’è coniugio. A scarsella floscia, l’amplesso non accade, svapora, e nel letto ti lascia una lucertola, ramarri, un fulmineo topo".
    Il gioco che ti abbruttisce, ti fa negare, ti spinge a compiere l’inenarrabile, a chiedere aiuto e a trovare appigli anche quando l’unica soluzione sarebbe dire basta. Metterci un punto. Frenare la mano. Tenere a mente quelle stesse probabilità che regolano il gioco della roulette. Quei numeri in rosso o in nero. E quello zero? Se ne sta lì, apparentemente arbitrario, ma complice come tutti gli altri. 
    L’autore si conferma un narratore senza sbavature, che al di là della storia, che potrebbe essere sentita e risentita, produce con la struttura narrativa, con l’evolversi della storia e con la scelta dei vocaboli – sempre precisi, mai messi lì a caso – un ritratto dell’uomo di oggi che cade nelle ombre buie della dipendenza, senza capire più come uscirne. Ma senza mai arrendersi.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La più amata è il racconto sentito e accorato che Teresa Ciabatti offre al lettore alla ricerca dell’identità del proprio padre, Lorenzo Ciabatti, chiamato da tutti Il Professore. La narrazione non si risparmia, diventa nella sua evoluzione ossessiva, esagerata, spasmodica, ma per tutti questi motivi anche vera. Senza finzioni. Teresa si racconta senza filtri e ci parla delle sue pretese, ma anche del rapporto familiare, sia con la madre – che sembra si sia annullata dopo aver incontrato Il Professore – sia con il padre: "[…] Si ferma davanti al letto della femmina: ha gli occhi chiusi. Vorrebbe scuoterla, svegliarla o resuscitarla. Invece si abbassa a sentire se respira. Respira.
    Va dal maschio, anche lui inerte con gli occhi chiusi. Anche su di lui il Professore si china. Respira. I bambini respirano, i petti si alzano e abbassano. E il Professore sente qualcosa mai sentita prima, una specie di gioia, come se i figli nascessero in questo momento preciso. Non sei anni prima, non all’ospedale di Orbetello con medici e infermieri fuori dalla sala parto, non nel momento in cui glieli hanno messi tra le braccia, piccolissimi, raggrinziti, e lui non sapeva bene come tenerli, tanto da riconsegnarli quasi subito in altre braccia, della madre, dell’équipe. Non nascevano allora, ma adesso.
    […]
    Il Professore ripercorre la strada al contrario, corridoio, ingresso, scale, salone. Spegne le luci una a una. Anche quelle della piscina: in fondo alla dispensa, dietro ai prosciutti. La villa si oscura, e a chi guarda dalla strada sembra una festa che finisce. Invece è di più, molto di più. È un matrimonio, una famiglia".
    Quest’ansia spasmodica nella ricerca dell’identità e dei rapporti segreti (oltre che dei conti bancari fittizi) di Ciabatti padre diventerà la domanda ricorrente anche di Francesca Fabiani, moglie devota, moglie gentile, moglie riconoscente: "Voglio sapere chi è mio marito: nato a Grosseto il 4 agosto 1928, primario dell’ospedale di Orbetello, residente in via dei Mille 37, voglio sapere chi è davvero Lorenzo Ciabatti, chiede Francesca Fabiani a Tom Ponzi. Un milione di lire anticipato. Gli altri alla fine".
    Alla fine della lettura ne esce un ritratto tutto italiano di una famiglia, con tutti i suoi difetti, le sue ipocondrie, le sue fragilità raccontata con uno stile unico, vivo, e anche – perché non si può non dirlo – infinitamente pieno di sé: "Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Diari
    • 21 maggio alle ore 17:55

    Quando si comincia a leggere questi Diari, si ha l’impressione di seguire le febbrili annotazioni di una bella ragazza americana che scopre l’Europa, con i calzini bianchi e un boyfriend al seguito. Tutto vibra, tutto sprizza energia, c’è un senso di attesa che si impone su tutto. Ma presto ci accorgiamo che le cose non stanno esattamente così. O meglio: non soltanto così. Troppo preciso è il segno delle parole, troppo snebbiato lo sguardo, troppo inquietante lo sfondo psichico che si intravede. Così ci immergiamo in una lettura sempre più appassionante e talvolta angosciosa: il giornale di bordo di una sensibilità acutissima, lacerata e drammatica, quella di una scrittrice che, per i suoi versi e per il suo tragico destino, è presto diventata, nei nostri anni, un magnete e un emblema per molti lettori – ovvero anche, come si dice con inconsapevole esattezza, un «culto».
    Questo volume raccoglie parte dei diari che la Plath scrisse tra il 1950 e il 1962, e che furono pubblicati per la prima volta nel 1982. Si entra completamente dentro la vita di questa grande donna che combatté una battaglia prepotente con la vita, fino alla resa. Si legge dell’incomprensione e dell’incertezza degli affetti: "Perché mi turba tanto quel che gli altri danno per scontato e che li rallegra? Perché sono così ossessionata, perché odio a tal punto quello in cui sto per essere così inesorabilmente trascinata? Perché, invece di andare a letto nella carezzevole oscurità erotica sorridendo languidamente tra me nella notte, dire ‘Un giorno, se seguirò la via giusta, sarò fisicamente e mentalmente appagata…? Perché più tardi rimango seduta a far raffreddare il fuoco fisico e a sferzare la mente verso pensieri freddi e calcolatori? Non amo; non amo nessuno all’infuori di me stessa. Questa sì che è una cosa sconvolgente da ammettere. Non ho niente dell’amore altruistico di mia madre. Non ho niente dell’amore assennato, realistico…Per dirla in parole povere e franche, io voglio bene solo a me stessa, al mio gracile essere con i suoi piccoli seni inadeguati e le sue scarse, limitate attitudini. Sono capace di provare affetto solo per chi riflette il mio stesso mondo. Non ho idea di quanto ci sia di sincero ed autentico nella mia sollecitudine verso altri esseri umani e di quanto non sia altro che una falsa mano di vernice imposta dalla società. Ho paura di affrontare me stessa. Stanotte sto tentando di farlo. Mi auguro di cuore che ci sia qualche sapere assoluto, qualcuno su cui contare affinché mi valuti e mi dica la verità".

    Un libro consigliato per gli amanti della poetessa, che ti entra dentro e a distanza di ore, giorni ti riporta ancora li a riflettere sulle parole di questa indimenticabile donna.
     

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La campana di vetro (The Bell Jar) è un romanzo a chiave della poetessa statunitense Sylvia Plath, pubblicato originariamente con lo pseudonimo di Victoria Lucas, nel 1963. Plath si suicidò un mese dopo la pubblicazione e nel 1966 il romanzo venne ristampato in Inghilterra con il vero nome dell'autrice. In America, a seguito della richiesta da parte della madre e del marito, Ted Hughes, la ristampa avvenne diversi anni dopo, nel 1971.
    La narrazione si sviluppa in tre fasi la cui distinzione è resa, in parte, dal netto cambio di scenario. Sfondo alle vicende dei primi capitoli è una New York in piena prosperità postbellica. È il giugno del 1953 e i coniugi Rosenberg sono stati condannati alla sedia elettrica, accusati di essere spie dell’Unione Sovietica.
    Nel suo soggiorno a New York Esther Greenwood desidera solo lasciarsi travolgere dalla vita della città e fa fatica a non deludere le aspettative di quanti la conoscono. La sua impeccabile media universitaria le ha permesso di ottenere un posto di apprendistato presso la rivista femminile Ladies’ Day, ma la sua laboriosità inizia a vacillare. A causa del suo atteggiamento negligente è prontamente incalzata da Jay Cee, la stacanovista redattrice della rivista, emblema della donna pienamente realizzata dal punto di vista professionale.
    La narrazione del periodo trascorso da Esther alla rivista Ladies’ Day è alternata da flash-back delle sue prime esperienze romantiche con Buddy Willard, ragazzo “della porta accanto”, studente di medicina e, apparentemente, fidanzato perfetto. L'esperienza a New York si rivela, nel complesso, ben lontana dalle aspettative.
    Inizia così il progressivo subentrare della depressione, alimentata dal ritorno a Boston, fino a sfociare nel tentativo di suicidio.
    Gli ultimi capitoli del romanzo sono ambientati in un istituto di salute mentale e raccontano il percorso di guarigione di Esther.
    Un romanzo autobiografico indimenticabile, che può avere la pretesa di essere diventato universale, in cui Sylvia attraverso l’alter ego di Esther ci racconta delle sue paure, delle sue ossessioni, del suo rapporto con la madre, della scoperta del sesso, della perdita della sua verginità, del rapporto con l’ospedale psichiatrico, dell’elettroshock, delle riflessioni sul suicidio, e immancabilmente della poesia.
    Ma ciò che più stupisce di questo ritratto intimo è la cifra stilistica, non cupa, deprimente o soffocante, ma anzi ariosa, coinvolgente, asciutta, quasi come se l’autrice avesse interiorizzato in sé una rassegnazione alla morte. La sua unica felicità possibile.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Guardai la bella figura alta e slanciata di mio marito: un ariano dall’albero genealogico incontaminato che si era scelto una sposa dall’albero genealogico altrettanto incontaminato con la quale aveva concepito un bambino che doveva essere perfetto e che invece era malato. Che cos’era? Una beffa del destino? Un monito per punire la presunzione umana? La presunzione nazista di poter creare la perfezione confidando nella fredda e nuda teoria?".

    Uscito nel 1998 per Rizzoli questo libro di Helga Schneider lascia sgomenti. Siamo a Berlino, nel maggio del 1997, Grete, ormai ottantenne ripercorre il passato sfogliando il proprio album personale. Lei moglie di un gerarca delle SS, mandata in uno dei lager camuffati da cliniche nella Germania nazista.
    Berlino, nel dicembre del 1940, la Germania è in guerra ed Hitler decide di dare il via all’operazione T4 (Tiergartenstrasse n.4), un programma di eutanasia per eliminare «i pesi morti» che avrebbero potuto portare via risorse preziose alla nazione stessa. Un programma folle, che già dal ’39 prevedeva la soppressione di ritardati, epilettici, schizofrenici, paralitici, psicopatici, depressi, paranoici, dementi senili, morfinomani, reduci mutilati di guerra, neonati malformati o persone con qualunque altro tipo di disfunzione. Persone viste come un peso, inutili. Un fardello di cui liberarsi.

    Ma chi era il piccolo Adolf che non aveva le ciglia? Il figlio maschio di quest’alto ufficiale delle SS cui era stato imposto per amore al Fuhrer il nome di Adolf, ma la Schneider inserisce un elemento in più, che fa riflettere. Il piccolo Adolf figlio di un regime nazista non è un ariano puro, ma un ariano con un cromosoma in più.

    L’autrice con delicatezza riesce a far riflettere il lettore e a dare voce a ciò che spesso è dimenticato affinché tutto ciò possa non ripetersi mai.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Perché ho letto questo libro? Sicuramente è stato un richiamo sincero, necessario, un’attrazione improvvisa che ho scelto di seguire senza sapere a cosa andavo incontro. Totalmente al buio, senza sapere nulla della trama.
    Il libro è scritto dalla scrittrice/filosofa, ma anche traduttrice di Tel Aviv, Michal Ben-Naftali, è edito in Italia da Mondadori nella traduzione di Alessandra Shomroni. Col titolo L’insegnante, che porta con sé un’aura di mistero e interesse su cosa è basato il libro, è una ricostruzione accorata e lucida dell'autrice nei confronti di quella che è stata la sua insegnante di inglese, Elsa Weiss, ai tempi della Seconda guerra mondiale.
    Ma come mai la pulsione e l’esigenza di una narrazione/ricostruzione personale verso una propria insegnante? "Nessuno conosceva la storia di Elsa Weiss. Pochi la chiamavano per nome. Ci rivolgevamo a lei come ci si rivolge a un generale, a uno sceriffo, o a un dignitario del quale occorre preannunciare l’arrivo".
    Elsa Weiss è una persona schiva, riservata, all’apparenza quasi anafettiva, sempre attenta a ogni suo gesto o parola, lucidamente attenta a mantenere quel rapporto di distacco tra sé e i propri alunni. Lei figlia di genitori ungheresi, Samuel e Leah, che sembra nascondere, offuscare. Cancellarli dalla propria narrazione personale.
    Ma cosa nasconde l’insegnante? Qual è il suo passato, e come mai è solita creare una barriera – forse di protezione (?) – tra lei e il mondo esterno?L’autrice riesce a raccontarci la storia di questa donna, ponendo in ballo anche riflessioni interessanti: "In un’epoca in cui c’erano ancora forti distinzioni tra i sessi e i ruoli, imparammo che si poteva avere una vita piena anche senza crearsi una famiglia nel senso tradizionale del termine, che si poteva passare del tempo con dei ragazzi senza assumere il ruolo di madre, che si poteva essere materni senza avere figli. E che si poteva anche non essere materni, essere estranei a tutto questo, essere qualcos’altro, qualcosa di diverso, mantenere un comportamento che noi non volevamo emulare (forse perché ci sembrava troppo tetro o pericoloso, nonostante non lo percepissimo come qualcosa di disprezzabile o come “tipico della diaspora”). A un tratto capimmo che tutto questo era fattibile e racchiudeva una forza di tipo diverso. Nuove possibilità aleggiavano nell’aria, semplici modi di essere che provenivano da “lassù”, dall’Europa di prima della Shoah, ma anche da chi era nato in Israele. Sebbene la scuola si proponesse di essere un luogo che garantiva sicurezza all’istituto della famiglia, suo malgrado volgeva lo sguardo verso altri orizzonti. Eravamo fuori casa, in un luogo che, grazie alla presenza di un gruppetto di insegnanti, si era trasformato in una zona extraterritoriale".
    Raccontando il suo viaggio – di fuga/speranza (?) – dall’Ungheria, Kolosvàr, passando per Parigi, la Svizzera, per poi approdare in Israele si riflette insieme a questa figura oscura, che sta nell’ombra, ai margini, che sembra scappare dai palcoscenici e dalle celebrazioni personali.
    La storia intima e delicata portata all’attenzione da Michal Ben-Naftali è una storia necessaria, è una storia di riabilitazione personale, e di memoria, anche quando la memoria sembra essere un drappello da cui scappare, per fuggire non solo da se stessi, ma anche da una colpa/ingiustizia/privilegio che non si è scelto, di cui non si hanno meriti, anche a distanza di anni, e a cui si risponde prendendo un volo. Il volo fatale.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Una storia intima, sofferta, sincera, quella che Daria Bignardi al suo sesto libro offre ai lettori. Tacitamente autobiografica, l’autrice che ormai non vuol saperne più niente di telecamere e televisione, ci racconta del suo rapporto con l’ansia, ma soprattutto con il sopraggiunto male, un tumore che le stravolge la vita e la pone in una situazione ancora più critica rispetto alla malattia e alla relazione con l’inaspettato.
    Lea/Daria afferma: "Il buono di una malattia è che capisci cosa viene prima. Lo senti senza più incertezza, ed esci dalla ruota del criceto. Per piena che sia, ogni vita, prima o poi, diventa una bolla in cui fai sempre le stesse cose. Quando ti ammali la bolla esplode. Fai esperienze nuove, conosci nuove persone: medici, infermieri, altri malati. Altri mondi.
    Mi piacciono le sorprese, così tanto che la notte di San Lorenzo dell’estate scorsa, guardando le stelle cadenti, avevo espresso il desiderio di riceverne una.
    Non avevo pensato di chiedere che fosse bella».

    Ma Lea donna dal carattere duro, riesce a trovare una sua dimensione, a non annullarsi completamente, pur sentendosi sempre prigioniera: «ci ho messo tanto a riconoscere di essere diventata anch’io una persona ansiosa: per via delle manie di mia madre l’ansia per me era la cosa più brutta del mondo, non potevo accettarla. Io ero quella che reagiva, non quella che si arrendeva, come lei che si preoccupava di tutto tranne di ciò che importava davvero.
    Mi sono concessa di riconoscere l’ansia solo quando ho creduto di aver scoperto la cura: scrivere storie, portarle in scena. È stata l’ansia a non farmi fermare mai».

    Questo non è un libro sulla malattia, è un libro sul modo di affrontarla. Non c’è un atteggiamento giusto per tutti o una formula magica, ma Lea/Daria una certezza dopo il nubifragio l’ha ricevuta, che l’amore è un passo fatto d’istinti, di pulsioni, di smanie involontarie, anche quando tuo marito, Shlomo/Luca, sembra non volerti, o non sapertelo esprimere abbastanza, e tu stai lì che sceglieresti di nuovo lui mille volte, nonostante tutto, anche con tette di plastica e capelli da barbie.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi".
    Nell'autunno del 1975 la sedicenne Jeanette Winterson deve prendere una decisione: rimanere al 200 di Water Street assieme ai genitori adottivi o continuare a vedere la ragazza di cui è innamorata e vivere in una Mini presa in prestito. Sceglie la seconda strada, perché tutto quello che vuole è essere felice. Tenta di spiegarlo alla madre, che però le chiede: "Perché essere felice quando puoi essere normale?". Da questa frase inizia il racconto indimenticabile della Winterson che ci offre a tutto tondo un’analisi di quella che è stata la sua infanzia, in mezzo ad un padre troppo spesso assente o volutamente taciturno, potrebbe ben dire quasi uno schiavo della moglie, nonché madre ingombrante (adottiva) di Jeanette. Una madre uscita fuori di senno che si divertiva a punire Jean, a lasciarla fuori casa accoccolata sui suoi gradini, attenta solo all’economia domestica – e neanche troppo – con una sessualità assente, si potrebbe dire non pervenuta.
    Ossessionata dalla sua fisicità, allo stesso modo ingombrante, dal Vangelo che recita ogni giorno a memoria quasi fosse una melodia, dalle torte e dai suoi lavori di ricamo. Una donna succube della propria solitudine, che forse sperava di trovare compagnia in Jean, sua figlia adottiva (?), una donna che odiava i libri, se non la narrativa del disimpegno, che della casa aveva fatto un luogo sacro, privo di peccato, e impossibile da contaminare da altri libri, se non quelli che prenotava in biblioteca, storie legate a morti, redenzioni, peccati espiati, e qualche traiettoria poetica.
    Jean è in gabbia, si sente soffocare, vive un affetto provvisorio e intermittente che non sente pienamente proprio e cerca di consolarsi attraverso i libri, rigorosamente presi di nascosto e messi sotto il materasso: "Ricordate la storia di Filomela, che viene stuprata e a cui tagliano la lingua perché non riveli l’accaduto? Credo nei racconti e nel potere delle storie perché ci permettono di parlare una lingua sconosciuta. Non veniamo ridotti al silenzio. Tutti noi, quando subiamo un trauma, ci ritroviamo a esitare, a balbettare; ci sono lunghe pause nel nostro discorso. Ci è impossibile esprimere quel che abbiamo dentro. E possiamo reimpossessarci della nostra lingua solo attraverso la lingua degli altri. Possiamo rivolgerci alla poesia. Possiamo aprire il libro. Qualcuno è stato lì per noi e ha scandagliato le parole […]".

    La Winterson ci regala pagine dolorose, pagine complesse di introspezione umana, pagine di indagine sul senso di sé e quel senso di smarrimento costante sul filo della follia, sulla famiglia che le è capitata, sugli affetti, sulle possibilità del tempo e sui sipari della scrittura, tracciando un filo rosso intorno a tutta la narrazione, che può essere riassunto da questa citazione: "Certo, siamo tutti esseri umani. Certo, amare è un impulso naturale. L’amore esiste, ma abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo insegni. Vogliamo stare in piedi, vogliamo camminare, ma qualcuno deve tenerci per mano, darci un po’ di equilibrio, guidarci un po’, rialzarci quando cadiamo [anche quando chi ci insegna e ci guida è una madre snaturata, matta, e alla ricerca di un’accettazione personale mai avvenuta N.d.r.]".
     

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "A Milano, in una giornata di ottobre del 1982, guardo fuori da una delle tante finestre della classe e vedo ragazzi e ragazze che passeggiano nel prato della scuola. Una volta ero come loro. Camminavo, correvo, saltavo. Ora tutto è cambiato. Io sono ferma mentre loro continuano a correre, ignari del tesoro che possiedono: un corpo che risponde alla propria volontà. E io non voglio morire vergine. Non sarà facilissimo".

    La vita di Barbara è cambiata all'improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l'età delle prime cotte, delle prime schermaglie, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l'incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole.
    Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, Barbara affronterà tutte le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, a volte teneri, a volte crudeli, Barbara compie la sua iniziazione al sesso e all'amore. Con gli stessi slanci, le delusioni, gli entusiasmi che tutte le donne, anche quelle con le gambe, conoscono molto bene.
    Bellissimo, per chi aveva già apprezzato, Sirena mezzo pesante in movimento, questo libro ne è un po’ il continuo. L’autrice si regala ai lettori senza filtri e parla di sé senza infingimenti mostrando paure, debolezze, ansie, e il suo rapporto col mondo ma soprattutto col suo corpo.
     

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Mentre l'acqua nera le riempiva i polmoni, e lei moriva".

    Acqua nera è un libro claustrofobico, che stupisce ancor di più sapendo che è tratto da una storia vera, ovvero l’incidente di Chappaquiddick avvenuto nel 1969, che coinvolse il Senatore Ted Kennedy e la sua segretaria Mary Jo Kopechn. Nel romanzo la Oates la trasfigura in Elizabeth Anne Kelleher, da tutti conosciuta come Kelly. Questo evento che sconvolse l’America segnò la fine della carriera politica del senatore Ted Kennedy.
    Guida il senatore, era ubriaco. Lui riesce a salvarsi, non solo dalla morte, ma anche dall’accusa di omissione di soccorso. Lei muore, lei è in apnea, mentre l’acqua nera le riempiva i polmoni, lei moriva, ripercorre la sua vita, il suo rapporto con i genitori, con la vita, con il suo percorso accademico, l’attaccamento alla vita, le false illusioni, gli amori finiti e quelli che non puoi respingere anche quando non senti più il fiato e il nodo in gola diviene sempre più feroce, come un buco nero dal quale non c’è via d’uscita. La fine. La bolla che scoppia. L’aria che si riduce. Minimi termini di un destino che sei costretta a subire.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Se ti succede qualcosa, te lo sei andato a cercare!"

    Un romanzo breve che la Oates ha scritto su un tema complicato quanto raccapricciante: lo stupro.
    iamo a Niagara Falls in America (dove l’autrice aveva già ambientato il suo famoso “Le cascate”), e la protagonista è Teena Maguire, una donna trentacinquenne dall’aria giovanile e provocante, vittima di stupro di gruppo ad opera di otto ragazzi sotto l’effetto di alcol e metamfetamina.
    Osservatrice dell’atto inumano è la figlia della donna, che è riuscita a scampare allo stupro nascondendosi sotto un riparo di fortuna, lei con i suoi soli dodici anni, Bethel Maguire, da tutti conosciuta come Bethie, che vede finire la sua infanzia quel giorno maledetto del 4 Luglio 1996.

    Ma il libro oltre a non risparmiare nel dettaglio le descrizioni dello stupro, offre al lettore quello che è era ed è il sistema sociale e giudiziario rispetto a fatti del genere: l’occhio accusatore e giudicante, l’opinione pubblica feroce e spietata e mai remissiva, il cinismo giudiziario a tutto tondo, le beffe da parte dei violentatori, quasi complici di un sistema difettoso, macchinoso.

    Ma questo libro non parla solo dello stupro, ma parla come non ci potrebbe aspettare anche dell’amore. Due cose all’opposto. L’amore non è stupro. Lo stupro non è amore. La Oates interpone una terza figura (oltre alla vittima, alla figlia e ai pluri-violentatori) che inaspettatamente sembra voler mettere giustizia dove la legge non arriva. Ecco, questo lato giustizialista molto fai da te, – non so se è questo il messaggio che volesse far passare l’autrice, e se è così mi sento di prendere le distanze – non mi è particolarmente piaciuto. Non è la strada giusta, anche se si parla di amore, di voler ripagare i conti, di voler fare giustizia.

    Per il resto ho apprezzato molto il punto di vista della narrazione, il lato giornalistico, il tratteggio dal punto di vista mediatico della vicenda – con tutti i suoi risvolti negativi –. Lo stile resta conciso, preciso, senza sbavature. Peccato per questo messaggio di fondo che lascia qualche ambiguità e interrogativo, e per qualche pagina – stranamente in questo caso – in meno rispetto a quante magari la vicenda affrontata ne richiedeva. In questo caso un po’ più di pagine non avrebbero guastato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Nessun bacio viene dimenticato: perdura nella memoria come nella carne".

    Di nuovo in compagnia di Joyce Carol Oates, questo volta alle prese potremmo dire con un racconto lungo, che ti tiene incollato alle pagine per sapere quale è il destino di Katya Spivar e Marcus Kidder.
    Ma chi sono questi due personaggi?
    Katya è una ragazza sedicenne, e fa la bambinaia per la famiglia Engelhardt; Marcus è un anziano sessantottenne, un uomo di cultura e prestigio a Bayhead Harbour, nel NewJersey.
    Che cosa hanno da dividere queste due anime nate in tempi completamente diversi?
    Katya proviene da una famiglia corrotta, povera, con un padre assente e una madre invischiata e intrappolata nel gioco d’azzardo, Kidder è un’artista, dall’animo poliedrico: scrittore, musicista, pittore.
    Una relazione tra i due è possibile, e se è possibile può essere definita lecita? C’è chi nella critica letteraria ci ha visto un moderno Lolita, a mio avviso paragone non possibile, perché per quanto possa essere brava JCO, non credo che Una brava ragazza abbia la stessa potenza evocativa e dirompente che ha avuto Lolita di Nabokov.
    In un gioco di specchi, di costruzioni d’identità, l’Oates come suo solito fare sposta le fila della storia con maestria spingendo il lettore alla riflessione: chi è veramente Marcus Kidder, un osceno pervertito? O un uomo sincero e bisognoso semplicemente di attenzione e affetto? E la baby-sitter Katya Spivar è solo una bambinaia lì per un lavoro estivo o l’ennesima sfruttatrice che cerca nell’altro il salto di qualità?
    Da leggere senza avere pregiudizi, affidandosi ad una narrazione magistrale, come ormai ci ha abituato la scrittrice statunitense.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Sexy
    • 14 maggio alle ore 20:17

    Questa volta la Oates in un libro – considerando la lunghezza in media dei suoi romanzi – breve ci parla di adolescenza. Di quel percorso di crescita/battaglia che si attraversa prima contro se stessi e poi contro gli altri.
    Siamo a North Falls, protagonista è il tuffatore, quanto instancabile atleta Darren Flynn, lui la promessa dello sport della scuola, lui irresistibilmente sexy, all’apparenza senza difetti, con una cerchia di amici compatta quanto ambiguamente fedele. Lui visto come l’idolo e modello da seguire, ma allo stesso tempo sempre schivo, chiuso, ripiegato su se stesso, quasi come fosse in uno stato perenne di tensione, come prima di un tuffo o di una vasca.
    Lui promessa sportiva, mai stato amante delle altre discipline scolastiche. Lui e l’adolescenza, i silenzi, un fratello con l’aria da spavaldo e dei genitori ossessivamente proiettati al risultato.
    La Oates ci offre in poche pagine – che lasciano un po’ l’amaro in bocca – una vicenda tutta adolescenziale, un atto di goliardia che scaturirà conseguenze inaspettate, una linea di confine tra ciò che rientra nel permettibile e ciò che diventa divieto.
    Le pagine ci regalano emozioni, ossessioni, turbamenti di questo giovane che lotta con ciò che è fuori di sé (la scuola, gli amici, la famiglia) e ciò che è dentro di sé (la responsabilità di sapere, l’atto dovuto, la verità mancata), con pennellate sul senso del corpo, dei mutamenti, della crescita, ma anche di ciò che può essere un atto di bullismo, una molestia indecifrata.
    Non mi sento di annoverarlo tra i più belli dell’autrice, forse adatto più a un pubblico in età adolescenziale, sicuramente anche per via del finale che secondo me merita uno sviluppo più consistente. Una Oates diversa, ma non per questo banale o inconsistente.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Posso essere una persona buona. Posso essere uno strumento di felicità per gli altri".

    Di cosa parla la Oates in questo libro? Parla di amicizia, parla di speranza e di disperazione, parla di due realtà diametralmente opposte che provano ad incontrarsi seppur con tutte le ritrosie degli anni bui: entrambi hanno 18 anni.
    Siamo in un prestigioso collage a Filadelfia nel 1975, due ragazze dividono la stanza. Genna Hewett-Meade è una ragazza bianca e benestante, figlia di una famiglia che ha sempre lottato per i diritti civili e vicina ai movimenti hippie, dichiaratamente contro la guerra del Vietnam, ma che non ha la ben minima voglia o responsabilità di occuparsi della figlia.
    Minette Swift è una ragazza di colore, proveniente da una famiglia povera, e sentitamente presente, una famiglia molta devota e cristiana, ma anche molto bigotta e ignorante. E fin qui niente di speciale, sembrerebbe, ma il plus che la Oates con la sua maturità sa inserire nei suoi romanzi è il non cadere in facili stereotipi. L’autrice ci racconta la vita vera, le situazioni comuni, il percorso di crescita di queste due fanciulle ognuna con i propri problemi, spesso evidenti, spesso nascosti o omessi. Ma queste due ragazze riusciranno con tutte le diversità ad avvicinarsi e ad instaurare un autentico rapporto d’amicizia? Entrambe sentono il peso e la responsabilità di dovercela fare, e di avere – per motivi diversi – caratteri e atteggiamenti particolari, ma nel collage le altre ragazze accetteranno ogni loro comportamento o penseranno ad etichettare e emarginare le due giovani ragazze?
    La Oates riesce a parlarci attraverso questo lungo percorso di amicizia/sofferenza comune di un’epoca, quella degli anni ’70 d’America, quella delle leggi razziali, dello scandalo Nixon, del terrorismo, della droga, riuscendo intimamente anche a raccontarci nel profondo le insicurezze, le paure, le fragilità e angosce di un periodo: quello dell’adolescenza. E si sa nell’adolescenza siamo tutti più vulnerabili, pedine fragili e bersagli facili da colpire, e basta un minimo errore, un gesto sbagliato o una parola reiterata di troppo per compromettere lo sviluppo di un fiore che sboccia. Tutto si blocca e la metamorfosi diventa una morte anticipata. Rispetto agli romanzi forse si fa più fatica ad entrare nella storia, bisogna dargli tempo, ma poi questo flusso di coscienza continuo vi ripagherà di tutta la narrazione con un finale decisamente inaspettato, che pareggerà i conti di azioni spesso fatte con leggerezza.

    "... c'è qualcosa di strano e meraviglioso nella famiglia. Qualcosa di mostruoso nella famiglia. La famiglia è una creatura dalle molte teste, come l'Idra. La famiglia è il locus dell'ossessione. La famiglia significa possedere ed essere posseduti. La famiglia è il trasferimento di geni da una generazione alla successiva. La famiglia è puro ego. La famiglia è uno scherzo di natura. La famiglia è estinta. La famiglia è vita privata e non c'è valore nella vita privata. Non c'è valore in nessuna vita. Eccetto che nella vita del Popolo. La vita della Rivoluzione. In un'epoca di Rivoluzione come la nostra, la vita privata ha cessato di esistere come la vita privata cessa di esistere in tempo di guerra".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ambientato in Normandia, nel periodo della seconda guerra mondiale, il romanzo Gli Aquiloni racconta una poetica storia d'amore fra Ludo e Lila. Sullo sfondo un'Europa che vive la sua tragica entrata nel conflitto bellico del 1940-45, in primo piano un giovane protagonista disposto a tutto per difendere ciò che ama.
    Gary riesce a 360° a trasmettere le emozioni – tanto positive quanto negative – che i personaggi stanno vivendo sulla propria pelle. Questa guerra che ti cambia, ti disegna addosso un vestito che non ti è proprio consono. Ludo e la sua illusione, Lila e le ferite dell’anima, anche se pecca di egoismo. Le parole del prof. Pinder anche io le ho evidenziate sul lettore ebook, mi sembrano senza tempo: "Non vale la pena di vivere nulla che non sia un’opera d’immaginazione, sennò il mare sarebbe soltanto acqua salata... Prendi me, per esempio: da cinquant’anni non ho mai smesso di inventare mia moglie. Non l’ho neanche lasciata invecchiare. Dev’essere piena di difetti, ma io li ho trasformati in qualità. In cinquant’anni di vita in comune s’impara a non vedersi, a inventarsi e a reinventarsi ogni giorno che passa".
    Un romanzo dallo stile fiabesco che ci restituisce un corollario di storie indimenticabili: dello zio Ambroise, costruttore di aquiloni, pacifico e gran sognatore, di Ludo e i suoi sentimenti incondizionati, di Lila schiava degli eventi e con le sue forme di criptica distanza, del cuoco Duprat e la sua cucina come forma di rivoluzione.

    Ah, la copertina, che ritrae "Jeune fille en vert (Jeune fille aux gants)" di Tamara de Lempicka conferma il buon gusto e le scelte quasi sempre azzeccate della casa editrice Neri Pozza.

    “È da tempo che mi ha abbandonato qualsiasi traccia di odio per i tedeschi. E se il nazismo non fosse una mostruosità disumana? Se fosse umano? Se fosse una confessione, una verità nascosta, rimossa, camuffata, negata, acquattata in fondo a noi stessi, ma che finisce sempre per tornar fuori? I tedeschi, sì, certo, i tedeschi… Adesso tocca a loro, nella storia, tutto qui. Si vedrà, dopo la guerra, una volta che la Germania sarà sconfitta e il nazismo si sarà dileguato o nascosto, se altri popoli, in Europa, in Asia, in Africa, in America, non verranno a dargli il cambio.”

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    recensione di Gino Centofante

  • Maria Luisa Spezia, dal punto di vista della figlia, ci racconta tramite aneddoti divertenti e sobri sua madre.
    Una persona unica, irriverente. Una persona spesso scomoda e difficilmente compiacente. Una persona che racchiude nella sua totalità l’eccesso, la voglia di vivere la vita senza risparmiarsi nulla. Una madre che a dispetto dei rapporti umani in crisi vive la propria vita con leggerezza, con quella voglia di superare sempre di più se stessa e i propri limiti.
    Una madre musicista, una madre allevatrice e protettrice di ogni specie animale, un’amante della buona cucina, una donna ricca di idee e progetti innovativi, una persona che giorno per giorno combatte e lotta per costruire attorno a sé un’oasi felice.
    Un’isola felice composta da: Dante, Giovanni, zio Cesare, Inés, Maria, Rosa, la zia Angelina, Livia P., Luisa P., Carlo, nonna Livia e Lucilio Marra, per non aggiungere i protagonisti principali, quel mondo animato e popoloso del regno animale a cui questa donna – quasi fosse un segno devoto – dedica tutta la sua vita, il suo tempo, le sue battaglie.
    La lettura di questo libro tra realtà e fantasia è molto gradevole, ancor di più perché è decorata e impreziosita dalle illustrazioni di Martina Gianello, che danno colore e rappresentazione alle scene raccontate.
    L’autrice riesce a narrare una storia di speranza, una storia personale, ma che potrebbe essere quella di chiunque, perché nel mondo ognuno vive e lotta per dei propri principi e Maria Luisa Spezia – forse narrando anche un po’ di se stessa – sembra ricordando a margine del testo che: "la felicità è tenersi per mano. La Felicità è l’Amore".

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    recensione di Gino Centofante