username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Recensioni di Gino Centofante

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Gino Centofante

  • I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent'anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver... Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all'indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni.
    Francesco Piccolo ha scritto un libro che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva: sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. "Un'epoca quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla".

    Un romanzo di non facile collocazione, a metà tra l’elemento autobiografico dello scrittore e il ritratto o meglio il dipinto accurato di una realtà: Il Partito Comunista Italiano. 
    Francesco sceglie di essere comunista in un momento ben preciso della sua vita, il 22 giugno 1974, quando ai mondiali di calcio la comunista Germania dell’Est segna il goal del riscatto alla occidentale e democratica Germania dell’Ovest. 
    In quel momento Francesco, che ha 10 anni, dentro di sé e senza farsi notare, esulta. In quel momento decide di “fare il tifo” per i più poveri, gli emarginati, le minoranze. 
    Francesco ci parla della storia degli ultimi quarant’anni, quella prima di Berlinguer, e poi di Berlusconi. Perennemente in bilico, tra l’essere troppo comunista e l’invischiarsi a quella borghesia che troppo gli era lontano. 
    Divorato dal desiderio di essere come tutti – come da titolo -, come tutti quelli che hanno compianto il feretro di Berlinguer in Piazza San Giovanni, ma anche come quei tanti che si tirarono indietro nel momento della rivoluzione restando indifferenti, che la felicità può ricercarsi in una propria appartenenza politica senza però dover far per forza puntualmente discriminazioni.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Che stupido sono stato, che coglione! Ho eseguito gli ordini come un automa, senza comprendere che quella lista era l’unica possibilità per portare al sicuro più persone possibili. Sono stato così demente che ho fatto anche un censimento degli uomini non ancora partiti, pensando di poterli così mettere al sicuro, e non ho pensato di avere in mano l’unico strumento che avrebbe permesso di portare al sicuro anche solo una persona in più”.
     
    Questo è  il libro di Marco Magini candidato allo Strega 2014, che ci parla di uomini, di debolezze, di incertezze, della guerra che invade e sovrasta, ci parla di una strage: quella di Srebrenica.
    Il libro è scritto in prima persona presentandoci tre differenti voci narrative: il soldato serbo-bosniaco Dražen Erdemović, che ha partecipato all’atroce massacro consumatosi a Srebrenica nel luglio del 1995, il casco blu Dirk, del contingente olandese delle Nazioni Unite che presidiava l’area, colpevole di aver di fatto consegnato i civili di Srebrenica in mano a Mladić, segnandone la fine certa, ed il giudice dell’Aja Romeo González, che nel processo che seguirà farà parte del collegio giudicante Erdemović per il crimine compiuto.
    Il libro non si chiede tanto perché sia avvenuto l’assassinio a sangue freddo per mano serba nei confronti di civili bosniaci musulmani, ma se veramente può esserci giustizia tra gli uomini. Magini, sull’esempio di due saggi, uno di Drakulić  e l’altro della Harendt afferma che per giustiziare basta avere moglie e figli, o essere nati nel posto sbagliato, al momento sbagliato, per trovarsi complici di una Storia scritta da altri, per altri.
    Ci si interroga anche sul senso di giustizia, che resta vana, che non riporta di certo in vita le persone morte, per di più con una giustizia che trova colori politici di sorta, e che non è scevra da sovraintendimenti e schieramenti.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Chi era veramente Anna Politkovskaja? Partiamo dal suo vero nome: Anna Stepanovna Mazepa (Politkovskij è il cognome dell’ex marito da cui divorzia nel 2000), nasce a New York nel 1958. I suoi genitori sono diplomatici di origine ucraina di stanza all’ONU. L’ambiente familiare e lo status di diplomatici dei suoi le consentono alcuni privilegi, non ultimo l’accesso a materiale e a pubblicazioni proibiti in patria. Si laurea nel 1980 alla facoltà di giornalismo dell’università statale di Mosca con una tesi sulla poetessa Marina Čvetaeva, le cui opere, all’epoca, non circolavano ancora con facilità. Dal 1982 lavora in diverse redazioni: all’«Izvestija» sino al 1992, al «Vozdušnyj transport», giornale della linea Aeroflot; fra il 1994 e il 1999 alla sezione “eventi eccezionali” dell’«Obščaja Gazeta». Nel 1999 approda al «Novaja Gazeta». Sin da subito è inviata di guerra, si reca in Cecenia una quarantina di volte mostrando grande coraggio e determinazione, è odiata dalle autorità locali e dal governo russo.
    Lei si preoccupa non tanto della sua vita, ma, soprattutto di quella di chi intervista. Se da un lato, come giornalista, dà voce attraverso i suoi articoli alle richieste delle madri di soldati e dei giovani spariti nel nulla, ma anche delle ingiustizie commesse nel territorio ceceno e russo (soprattutto dalle forze dell’ordine), regolarmente insabbiati, come donna, si impegna in prima persona in aiuti umanitari e fornire un supporto in azioni legali. Nel dicembre 1999 organizza, per esempio, l’uscita da Groznyj di un gruppo di ottantanove cittadini anziani sotto il bombardamenti, occupandosi poi della loro sistemazione in Russia. Con la sua iniziativa “Groznyj. Casa degli anziani” vengono portate in Cecenia tre tonnellate di aiuti umanitari e donati 120.000 rubli.
    Furono decisive anche le sue testimonianze dal vivo in zone in cui la stampa indipendente non aveva accesso e la mediazione durante il sequestro degli ostaggi al Teatro Dubrovka. Clamorosa fu la sua “assenza obbligata” nei giorni di Beslan, per mano di un attentato in aereo le viene servito un tè che la farà star male. Così è costretta a tornare indietro per essere ricoverata in ospedale. Quando si sveglia tramortita l’infermiera le dice: «Mia cara, hanno tentato di avvelenarla. I test che le hanno fatto all’aeroporto sono stati distrutti “per ordini dell’alto”».
    Lettere di minacce, insulti, tentativi di eliminazione scandiscono in modo irregolare la sua vita, eppure Anna non si è mai persa d’animo, scoraggiata, era donna che compiva il suo dovere al meglio, che aiutava chi non aveva la possibilità di «far giungere un proprio lamento». Si sentiva sola, e non aveva fiducia nella Russia e neanche dell’Occidente. Più tardi scriverà: «Vorrei un po’ di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare». Della sua professione parla così: il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste…Descrivi quello che vedi, metti insieme dei fatti e analizzali. Punto e basta […] Non bevo, no fumo e non amo l’adrenalina. I giornalisti maschi qualche volta giocano alla guerra. Io la odio. E’ orrenda».
    Una raccolta di articoli, scritti tra il 2002 e il 2006, che riportano le più importanti inchieste della Politkovskaja, che pagherà con la sua stessa vita il prezzo delle parole.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Prima di parlare del libro è doverosa una premessa di carattere storico.
    Durante la prima guerra mondiale si compie, nell’area dell’ex impero Ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
    Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
    L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente. L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
    Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.
    Sempre agghiacciante leggere del sentimento di prevaricazione che l'uomo ha su un suo simile, e ancor peggio su una intera popolazione quali gli Armeni. Cancellare, perché? Dietro ad un ingiusto agire c'è sempre l'interesse, che offusca e domina la ragione umana. Quello che mi ha fatto pensare a me è il sentimento della "viltà", questi uomini, che forse è troppo degno chiamarli così, sono dei vili, degli sporchi burattinai comandati dalla sete di potere.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il libro inizia con la storia di Zoe, una ragazza afflitta da demoni interiori, problemi esistenziali, visioni, voci, urla, melodie e suoni oscuri. Una ragazza che è uscita da un grembo molesto, che ha vissuto e vive quasi perché lo si deve alla vita, e non per il vero e proprio gusto di vivere nel pieno della bellezza delle possibilità del creato. Zoe con se stessa, sola, le mura, le voci, i fantasmi (immaginari animali domestici – tre topi che si rincorrono -). Lei soltanto, con la sua pazzia, e la solitudine: “[…] Sarebbe stato bello se qualcuno l’avesse abbracciata in quel momento ma era sola, tra le macerie della sua vita immaginata e della sua casa distrutta. Avevo distrutto tutto senza aver mai costruito nulla”. Lei che è in preda alla follia; fuori piove, corre, corre, corre, un suono sordo, una macchina, l’ambulanza, la voce di una medium, la fine.
    Il secondo racconto ci presenta un ragazzo affetto d’amnèsia, una donna senza tempo e memoria, senza ieri e un domani. Con tre indirizzi nella testa: la sua casa, lo psicologo e l’ospedale. Quale futuro per uno che non ha nemmeno un passato? Solo singoli istanti di provvisoria lucidità.
    Il terzo racconto potrebbe essere letto in chiave xenofoba, ma in realtà è un pretesto per raccontarci la vita di Augustus Pierce, la sua vita mediocre, fatta di continue ritualità, e di passi troppo spesso esplorati. Un giorno la sua vita si stravolgerà, e da uomo medio Pierce diventerà un uomo borghese, assaporando le lussurie e i godimenti di una vita agiata, ma tutto questo cambiamento non è frutto di una lucidità di Augustus, anzi, lui non riesce a vedere al di là del suo naso, e non si accorge che in realtà la sua vita sta andando a rotoli, sta sfumando, per poi ritornare ad essere una mediocre macchia nella storia delle altre vite.
    Il quarto e quinto racconto ci parlano rispettivamente della storia di Blake che sfugge dalla realtà per rinchiudersi volontariamente nel mondo dei sogni, e della storia di Emily, di un rapporto malato, della furia umana, attraverso una particolare prospettiva; da danneggiata a danneggiante.
    Ho cercato di presentare per sommi capi qualche racconto dell’opera di Salvatore D’Antoni, e non starò qui a snocciolare uno per uno i racconti che compongono l’opera per due motivi: il primo, per rispetto all’autore che non deve vedersi svelato ogni suo scritto, in seconda battuta per me, che non ritengo affatto giusto fare un elenco puntuale dell’opera.
    Il libro dal titolo molto aderente ai racconti che l’opera stessa presenta, - appunto “Educazione cinica” -, tocca svariati temi che vanno dall’abbandono, al rapporto con sé stessi, alle dinamiche relazionali, fin per arrivare a temi quali la gelosia, il riscatto, l’identità, la felicità (che rappresenta il titolo stesso di un racconto), per inoltrarsi nel paradosso e nel comico (ben rappresentato nel racconto “l’amore incondizionato delle bambole gonfiabili”), e ancora si potrebbe parlare di individualità, e di identità di genere.
    Un libro che si gusta a piccoli sorsi, e che attraverso una variegata essenza di storie ti fa gustare la bellezza delle diversità, dei diversi aspetti della vita, mai prevedibili e insofferenti alla razionalità.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Sessanta racconti è una raccolta di storie brevi pubblicata nel 1958. I primi 36 racconti erano già stati pubblicati in tre diversi volumi (I sette messaggeri, Paura alla Scala e Il crollo della Baliverna).
    Iniziare da questo libro per conoscere Buzzati forse non è stata la scelta azzeccata, o forse sì. Leggendolo si entra appieno nel suo mondo, nella sua narrativa, fatta di alti e bassi, di introspezione, di attualità, di religione, di morte, di un mondo imperscrutabile che viene animato ed esaminato attraverso ogni racconto.
    La maggior parte dei racconti prendono vita dalla quotidianità per poi sviscerarne i lati più  nascosti, che si mimetizzano, per tirarne fuori l’elemento surreale, al limite del grottesco e a volte del tragicomico.
    Uno dei temi preponderanti del libro è la metafora del viaggio, che ritorna a più riprese, mettendo in evidenza i mostri che fagocitano l’animo umano, per poi riuscire a presentarne anche abusi e violenze.
    Viaggi fatti dai personaggi che cercano mete lontane, o forse anche immaginarie. Viaggio inteso come ricerca interiore, come indagine del proprio essere, per riconoscere e ritrovare le proprie coordinate ormai geometricamente fuori rotta da un richiamo spasmodico della compiutezza. Compiutezza di un io che riappacifica ogni stato d’animo.
    In racconti come “I sette messaggeri” o “Il direttissimo”, o ancora in “Qualcosa era successo” si ritrovano i connotati più oscuri: “Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno, no, il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell’esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!”.
    Altro elemento importante del testo è l’elemento dato dalla religione, presentata nei suoi aspetti più umani, ma allo stesso tempo controversi, come in “La fine del mondo” o diversamente ne “Il cane che ha visto Dio”.
    Uomini che sono soggiogati dalle loro stesse paure, dall’ansia dettata da una comprensione che scivola troppo nell'irrazionale, che porterà alla negazione, alla non comprensione dei luoghi, che non sono poi molto diversi da quelli che sempre ci portiamo dentro.
    Infine ultimo elemento, accanto agli altri due precedenti, è la morte, analizzata nella sua naturalezza, come conseguenza necessaria alla vita, come un dopo che è obbligatorio, e per questo deve essere accettata nelle sue intenzioni. E’ come un lenzuolo che si posa sul corpo di ogni essere umano, così a ricordare che dopo un inizio, dopo una percorrenza, dopo un viaggio, che è la vita - che dovrebbe andare parallelamente con il nostro spirito interiore - c’è la fine, la morte, la necrosi del corpo, ma non dell’anima, che sembra albergare in questo mondo polarizzato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Rosso Istanbul" è l’esordio letterario del regista cinematografico pluripremiato Ferzan Ozpetek. Uscito nel Novembre del 2013, cos’è Rosso Istanbul? Questo libro racchiude la storia dell’autore, o meglio la storia dei suoi amori, delle sue esperienze, di ciò che l’hanno formato, di ciò che ritiene essere la sua terra, una terrà effervescente, rosso sangue, calda e suadente, mai scontata, un vino rosso che ribolle dei suoi stessi sentimenti.
    Il libro ha una doppia voce narrativa, fatta di una lei e di un lui. Lui è personificato dallo stesso regista che si racconta in modo profondamente autentico, lei invece è una donna italiana partita per Istanbul per una vacanza. Nel corso del libro saremmo posti davanti a tanti interrogati, a tante descrizioni, a una fitta panoramica di una terra ‘pasionaria’, con continui intrecci alla vita personale del registra; verremmo portati alle porte di una famiglia a metà tra l’austero e il progressivo, sentiremo profumi di spezie, di tè, di baci mancati, sperati, donati.
    Sotto gli occhi del lettore ci saranno vari disfacimenti sentimentali, delle macchie nere, dei lutti. Un dolore subito, intimo, timoroso. Tutto condito con uno stile narrativo veloce, pungente, sempre sull’onda del cambiamento, dell’oltre come motore della vita: “C’è una donna vestita di rosso che va incontro alla polizia, vorrebbe parlare, dire qualcosa, convincerli. Ha un abito scarlatto che è come una bandiera: un vestito più adatto, forse, per passeggiare in riva al Bosforo, o stare seduta al tavolo di un elegante caffè di Babek. E invece è lì. Viene investita in pieno dal getto d’acqua, ma non cade, non vacilla. E’ come se quel vestito fosse un’armatura. La forza delle idee. O forse, solo di un abito rosso. E poi è rosso, rosso ovunque, per tutti i giorni che seguono, freneticamente. Al ritmo delle pentole che le donne anziane con il velo battono alle finestre per dire che sì, anche loro sono d’accordo, stanno dalle parte dei manifestanti. E’ rosso per i garofani scarlatti che i manifestanti portano per strada, che offrono ai militari: segno di pace, di rivoluzione, di resistenza. Una ragazza porge un fiore ad un poliziotto chiuso nel suo casco, lui china la testa. Riusciranno i petali a sconfiggere la violenza? La rivoluzione dei garofani, Lisbona 1974. La Primavera di Praga, nel 1968, e i fiori contro i carri armati. Un ragazzo solo contro i carri armati, in piazza Tienanmen, 1989. Le barricate a Parigi, nel 1830: la Liberté guidant le peuple, una donna che sventola una bandiera alla guida dei rivoluzionari nel quadro di Delacroix, come oggi fanno le ragazze di Gezi Park. Perché tutto cambia, ma non la voglia di cambiare il mondo. Tutto cambia, ma non la rivoluzione. Questa rivoluzione ha un hastag, #occupygezi. E’ fatta di flash mob inventati al momento, piccole azioni rapide che finiscono subito e si propagano per tutta la città, come un virus rivoluzionario”.
    Infine, il ritrovarsi, il riabbraccio infantile di due persone che credevano di essersi perse senza mai conoscersi veramente. La bellezza delle ribellioni, insieme alla bellezza della comprensione, del volersi bene senza filtri. Tutto all’insegna di quello struggimento e leggerezza che hanno condito tutta la produzione cinematografica dell’autore, e che condiscono ancora oggi i sentimenti, quelli veri, e non quelli giusti per una società miope.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "​The Help" è un romanzo del 2009 scritto da Kathryn Stockett, incentrato sulla figura di alcune domestiche afro-americane che lavorano per famiglie bianche a Jackson, Mississippi, durante gli anni sessanta. Il romanzo è raccontato dal punto di vista di tre narratrici: Aibileen Clark, una domestica afro-americana di mezza età che ha trascorso la sua vita educando i figli dei bianchi, e che ha da poco perso il suo unico figlio in un incidente sul lavoro. Minny Jackson, una domestica afro-americana il cui caratteraccio l'ha portata più volte ad essere licenziata dai suoi datori di lavoro, nonostante il bisogno costante di denaro per mantenere la sua numerosa famiglia. Ed infine Eugenia "Skeeter" Phelan, una giovane ragazza bianca neo-laureata con aspirazioni da scrittrice.
    Siamo nell’estate del 1962, nel periodo delle lotte per i diritti civili per le persone di colore portate avanti da Martin Luther King, a capo del governo c’è John Fitzegerald Kennedy, e Bob Dylan con le sue canzoni dà voce attraverso la musica a questo clima di tensione e rivoluzione.
    In questo libro si racconta della difficoltà delle persone di colore, d’inserirsi nella società che li escludeva ogni diritto.Il libro parla di diverse donne, di diverse storie, di differenti ambizioni, di donne di colore al servizio di donne bianche per accudirgli i figli, la casa, rendergli più agevole la vita, in cambio di un salario irrisorio. Nel libro il passato si fonde con il presente, la sostanza viene oscurata dall’apparire, il grido di strazio si soffoca per il bisogno sempre costante di andare avanti, di portare dei soldi a casa, di mandare avanti la famiglia, a differenza di loro, onestamente.
    Interessantissimi i dialoghi delle varie donne che presentano la loro storia, il loro rapporto con la propria donna bianca dove lavorano, molto belle sono le parole di Minny: “[…] Ora che non posso più andare alle riunioni di Shirley Boon, in pratica è l’unica cosa che mi resta. Però non significa che mi diverta agli incontri con Miss Skeeter. Ogni volta mi lamento, piagnucolo, mi arrabbio e mi prende un attacco come se in mano avessi una patata bollente. Ma il fatto è che mi piace raccontare le mie storie: mi dà l’impressione di poter cambiare le cose. Quando esco di lì, il blocco di cemento che ho nel petto si è sciolto, liquefatto, e per qualche giorno riesco a respirare meglio.”
    Diverse donne, una sorte comune. The help scuote la coscienza e dà voce a libertà alla storia di tante donne senza diritti, senza nome, intimorite dal giudizio. Per fortuna ci si interroga e si trova il coraggio di dar sfogo alle frustrazioni, ai demoni interiori, al dolore, alla rabbia, alla forza di donne che per la famiglia e per i figli sarebbero disposte a tutto.  
     
    “Se il cioccolato fosse un suono, sarebbe il canto di Constantine. Se il canto fosse un colore, sarebbe il colore di quel cioccolato”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Figli dello stesso padre” di Romana Petri è stato canditato al Premio Strega. Narra la storia di due fratelli, o meglio fratellastri, Germano ed Emilio, nati dallo stesso padre, ma con madri diverse. Loro sono diametralmente opposti, l’unica cosa che sembra accomunarli è l’amore, e la devozione, e anche la rabbia mista a delusione per quel padre Giovanni, affermato designer dall’animo appariscente. Germano è il primogenito, e non ha mai veramente accettato il divorzio del padre con sua madre, è il figlio preferito di Giovanni, e vede Emilio come la disgrazia e la mina che ha alterato quello stato di serenità che era solito vivere. Emilio invece ha vissuto un altro tipo di delusione, trauma, quello dell’essere il figlio non cercato, non voluto, venuto quasi per sbaglio, che cerca affetto nel padre e in Germano. Dopo un lungo silenzio tra i due fratelli, i due si rincontrano in occasione della mostra di Germano a Roma. I due hanno delle vite completamente opposte, l’uno artista sregolato, che ha un rapporto morboso con la madre, e che non riesce ad avere relazioni stabili per paura di legarsi, l’altro seppure ha una famiglia felice ha tutti i suoi demoni passati che costantemente lo vengono a trovare e che gli ricordano tutte le cose spiacevoli che ha dovuto subire, affrontare.
    Nel libro i diversi punti di vista si alternano ognuno con la propria visione, anche la figura del padre è presente nella narrazione, ed è tutt’altro che figura marginale. Un libro che narra di un incontro, del passato, di un presente che è destinato ad essere riscritto.

    “I loro sguardi ogni tanto si incrociavano e sembravano dirsi solo una cosa: riappacifichiamoci o dichiariamoci guerra per sempre, ma facciamolo per bene, e prima di morire.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Metafisica dei tubi” è la biografia dei primi anni di vita della scrittrice belga Amélie Nothomb, c’è chi magari si ricorda solo degli  sporadici episodi accaduti nella tenera età, invece lei no, con arguta brillantezza ci presenta il suo iniziare a vivere, lei sue prime esperienze, il suo approcciarsi al mondo. Sicuramente una biografia dei primi tre anni di vita non convenzionale, affetta da una estrema apatia, cresciuta e ritenuta come un essere vegetale – pianta – non parla, non emette suono, sembra vivere nella sua assoluta assenza, quasi solo ad occupare uno spazio che le è stato assegnato e che lei non è disposta ad oltrepassare, a sconfinare, a provare a varcare.
    “In principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo: esso nominava solo se stesso. E Dio vide che questo era un bene. Per niente al mondo avrebbe creato alcunché. Il nulla non solo gli piaceva, ma addirittura lo appagava totalmente. Dio aveva gli occhi perennemente aperti e fissi. Se anche fossero stati chiusi, nulla sarebbe comunque cambiato. Non c’era niente da vedere e Dio non guardava niente. Era pieno e denso come un uovo sodo, di cui possedeva anche la rotondità e l’immobilità. Dio era soddisfazione assoluta. Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Dio non viveva: esisteva. L’esistenza non aveva avuto per lui un inizio percettibile”.
    Nata e cresciuta in Giappone, niente e nessuno la farà cambiare, la toglierà da quello stato di apparente inettitudine che sembra caratterizzarla, fino a quando passati due anni, lei scoprirà il piacere e l’amore per il cioccolato, e così darà voce finalmente attraverso la fonetica del sentimento alle sue parole, mai dette a caso oltretutto. Narcisista, una spugna fonte di tutto ciò che la circonda, una bambina particolare, una lirica all’osservazione costante mai scontata; una scrittura che è evocativa, sarcastica, ma anche tributo alla forza delle parole che solo se dette in un determinato modo acquistano il valore necessario.
    […] “Tubo sei e tubo tornerai”, perché in  fondo siamo dei tubi tutta la vita, che inglobano e espellono cose e pensieri, e alla fine ingloberanno ed espelleranno polvere e terra.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “In principio era L’Elefante che con la sua saggezza governava bene il suo popolo. Poi era arrivato L’Uomo che negli anni aveva violato i confini che la natura gli aveva imposto invadendo spazi non suoi. Il popolo dell’Elefante ne aveva sofferto, ne era rimasto quasi annientato. L’Uomo chiedeva sempre più terreno per il suo popolo in continua crescita e per gli animali che allevava e teneva al suo fianco e questo non era il peggio. Il popolo dell’Uomo, sempre più numeroso, stava schiacciando il popolo dell’Elefante chiedendo sempre maggiori tributi di sangue. L’Elefante si era trovato negli anni a percorrere pianure sempre meno vaste, sempre più intrappolato in confini imposti dall’Uomo e dentro i quali era più facile essere da questo massacrato. Il suolo dell’Africa per secoli si era dissetato del sangue di milioni di elefanti trucidati allo scopo di essere depredati dei loro trofei, del loro orgoglio, delle loro zanne.
    Ma l’Uomo, così astuto e intelligente, aveva saputo sorprendere l’Elefante. Alcuni membri del popolo a due zampe, negli anni divenuti sempre più numerosi, avevano mostrato amicizia, avevano manifestato solidarietà, addirittura li avevano protetti. L’Elefante riusciva persino a capire, nella maggior parte dei casi, quando poteva fidarsi e aveva imparato a farlo […]”

    Perché iniziare una recensione di un libro così? Io direi che non c’è altro modo per presentare il mondo matriarcale degli elefanti di Udzungwa. Un libro che parla di due popoli a confronto, quello centrale che è quello animale, nella fattispecie degli elefanti, e quello civile, - che poi in realtà di civiltà ci sarebbe molto da discutere -, umano.
    Il libro si costituisce e si costruisce per tappe, diventa una progressione delle avventure del corpo animale, che di volta in volta sembra stupirsi delle sue stesse gesta.
    Nel libro si parla spesso di viaggi, di spostamenti che gli animali fanno per motivi che non sono ovviamente sempre gli stessi: si inizia con la fuga dal massacro, e la perdita di numerosi elementi centrali nel genealogia della storia, per imbattersi poi nel fenomeno migratorio che silenziosamente e secondo il principio dell’eco-sostenibilità naturale della natura si presenta ciclicamente, si arriva di nuovo a scontri, a fughe, a riprese di viaggi, per poi tornare allo scontro. Ma questo è solo un piccolo sipario di ciò che è nascosto dietro le avventure degli elefanti dell’Udzungwa; ciò che rende interessante il libro, oltre comunque all’evoluzione della storia che rispetta una certa linearità di impostazione, è l’analizzare il comportamento animale, e magari confrontarlo con l’agire umano. Di fronte a certe situazioni, magari il lettore potrebbe rimanere sorpreso nel rendersi conto che l’elefante in una data situazione attui un certo tipo di comportamento, l’autrice però sagacemente non si limita solo a presentarci i comportamenti animali, ma cosa più importante ne dà un senso, una spiegazione, li concettualizza.
    Nell’evoluzione cronica della storia, che non rispetta temporalità se non quella che ha immaginato l’autrice in principio, ci si imbatte nel momento della fertilità animale, argomento avvincente, e che secondo me è anche un po’ il nodo di raccordo di tutta la storia, che capirete il perché solo leggendo fino alla fine il libro. E’ interessante poter leggere di un argomento tanto discusso come la sessualità animale, nel caso specifico di quella degli elefanti in quanto categoria, anche se questo è solo uno dei tanti tasselli della storia.
    Particolarità del libro è data dai nomi degli animali che sembrano un po’ ricalcare i loro istinti caratteriali, si può incontrare Placida, Timida, Dispettoso, Marula, Smilza, Irrequieta (la vera regina di tutta la storia?) ecc.
    Un altro elemento che divide, in quanto spezza la storia, è l’unico personaggio umano, che allo stesso tempo assurge alla funzione di collante è il veterinario Andrea Valcanover che avrà anch’esso un ruolo chiave nella storia, e sarà portavoce di sentimenti positivi.
    Se volete leggere una storia interessante che intersechi il polo umano e il polo animale questo è il libro che fa per voi, che non è frutto di un lavoro occasionale e marginale, anzi è sintesi di un lavoro di circa vent’anni dell’autrice che solo oggi prende pienamente forma.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Aveva un debole per i ragazzi Burgess. Credo che fosse perché tutti e tre avevano sofferto pubblicamente, e anche perché tanti anni prima era stata la loro insegnante al quarto anno di catechismo. Erano i suoi prediletti. Jim, perché sentiva che perfino allora era già arrabbiato e si sforzava di controllare la sua rabbia, e Bob, perché aveva il cuore grande. Non era molto interessata a Susan. 'Non era simpatica a nessuno, per quanto ne so', mi disse un giorno”.

    E’ il primo libro che leggo della Strout, già molto apprezzata dai lettori, e vincitrice del premio Pulitzer nel 2009 per la raccolta di racconti dal titolo “Olive Kitteridge”.
    La vicenda si svolge nel Maine, dove sono nati Jim, Bob, e Susan, chiamati da tutti “I ragazzi Burgess” che dà titolo al libro. I due fratelli hanno lasciato la loro terra per il Brooklyn, l’unica a restare nella terra d’origine è Susan, che lasciata dal marito, si è ritrovata completamente sola, con un figlio a carico, Zachary.
    Susan è una donna silenziosa, ma anche molto strana agli occhi degli altri, un po’ scontrosa, e quasi in lotta con il mondo.
    Jim è diventato, grazie alla risoluzione di un caso mediatico, un avvocato di successo, al contrario del fratello Bob che dentro di sé combatte ancora con vecchi conflitti, e ferite mai rimarginate. Bob ha visto davanti a sé accadere una serie di catastrofi che gli hanno cambiato totalmente la vita: prima il padre, poi la scoperta della sterilità, poi la moglie.
    In una sera silenziosa il telefono squilla nella casa di Jim, è la sorella in lacrime che è preoccupata, e disperata perché suo figlio sta per essere arrestato. Zachary ha compiuto un gesto inspiegabile: ha lanciato una testa di maiale surgelata nella moschea, durante il periodo del Ramadan, sconvolgendo tutti.
    Come mai questo gesto? Così Jim dovrà rinunciare ad una vacanza con la moglie, per ritornare nel luogo da dove è scappato, dove sono seppelliti vecchi fantasmi, nella terra delle apparenze.
    La scrittrice riesce bene a smuovere i sentimenti dei personaggi e ad incastrare le loro vite, mostrandoci la loro fragilità, il passato che non passa mai, le loro intime debolezze. Inoltre ci presenta una realtà americana dove il rapporto multiculturale non ha ancora preso piede, e le paure ancestrali dell’uomo, sbagliando prendono il sopravvento.
    Da leggere per scoprire la storia di questa famiglia, la loro fragilità, e la complessità dei rapporti umani che sempre ci portiamo dietro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Le colpe dei padri” di Alessandro Perissinotto, candidato al Premio Strega 2013, ci pone due realtà a confronto, due Torino, una degli anni ’70 e una dei tempi ‘2000, e quindi contemporanei. Il protagonista è Guido Marchisio, un uomo di potere, separato, che vive con una donna molto più giovane di lui, abita in una casa molto grande, ed è benestante. E’ dirigente di un’azienda multinazionale, che sta attraversando un momento di ridimensionamento, deve decidere quali persone mandare in cassa integrazione e quale licenziare.
    Guido vive una vita molto agiata, e felice, sembra che nulla possa intaccare questa armonia. Un giorno, entrando in un bar un uomo lo scambia per un certo Ernesto Bolle, rivelandogli che quest’uomo è come lui, ha il colore degli occhi diversi, ha il neo sotto uno di essi. Guido rimarrà sorpreso, e infastidito da quanto appreso, e numerosi demoni interiori cominceranno a farsi spazio nel suo animo. Chi è questo Bolle? Tutti abbiamo un gemello al mondo. Tramite questa rivelazione la storia tornerà indietro, presentandoci quegli anni ’70: di rivolta, di scontri nella piazza, di criminalità con l’avvento delle Brigate Rosse, di vittime innocenti. E riproiettandoci verso il ‘2000: fatto di lotte sindacali infinite, di rare manifestazioni in cui la voglia sottesa non è quella dell’esercizio dei diritti, ma la mania di protagonismo, la cassa integrazione, i numerosi suicidi.
    Un romanzo d’indagine, che risulta molto attuale, che scava nel passato per far fuoriuscire la condizione del presente: "La morte non conosce gerarchie - scrive parlando di quelle vittime - ma è pur vero che, degli anni di piombo, alcune vittime riposano in un pantheon privilegiato, visitato periodicamente dai media, dagli storici, dai documentaristi e altre giacciono in cimiteri alla periferia della memoria, in cui solo i parenti più stretti portano fiori".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Come si fa a sapere chi sono gli altri? Forse non lo sapremo mai, forse è impossibile afferrare le persone: ci scivolano tra le mani come l’acqua, che non è mai la stessa”.

    Così Cameron scrive nelle prima pagine riportando una citazione della scrittrice Rose Macaulay.
    La storia è abbastanza semplice: narra le avventure di un weekend che Lyle va a passare dai suoi migliori amici John e Marian.
    Fin qui sembra una cosa normalissima. Ma oltre questo c’è dell’altro. Questo weekend non è come tutti gli altri, non è una data a caso, questo viaggio coincide con primo anniversario di morte di Tony, che è il fratello di John e che è stato l’amante per dieci anni di Lyle.
    In questo quadro familiare ci sono anche Roland, il bambino della coppia di amici, e Robert la nuova fiamma di Lyle.
    Tutta la storia si svolge in una villa di campagna, tutt’altro che modesta. Che succede in questo weekend? Apparentemente nulla, la narrazione rimane statica e non ci sono notevoli colpi di scena, ciò che mutano veramente sono gli stati d’animo dei personaggi, con i loro umori, sentimenti, atmosfere.
    I due nuovi innamorati si domanderanno se il loro rapporto è solo semplice attrazione, se è amore, se la loro storia è destinata ad andare avanti. Forse Lyle ha sbagliato a portare Robert nel luogo proprio dove c’era il suo precedente compagno. Un anno alla fine è forse troppo poco affinché gli animi, i ricordi, le emozioni associate a Tony possano essere svanite.
    E’ normale che i due amici seppur trattano benevolmente la nuova figura che accompagna Lyle, ne facciamo sempre e comunque dei paragoni.
    La tensione è sempre più forte, accentuata anche da quella strana figura, già inviata precedentemente, non calcolando l’arrivo anche di Robert. La scintilla scocca durante una cena con un episodio di galateo che dietro racchiude molteplici significati.
    Pubblicato per la prima volta nel lontano 1994, dimostra ancora una volta quanto Cameron sia bravo a descrivere la geografia dei sentimenti, non tralasciando però nulla al caso, quasi come se ogni piccolo dettaglio dovesse essere quello e basta, e non un possibile altro. Un’accuratezza che giova all’animo del lettore, che si sente portato per mano in ogni pagina, anche nelle cose più piccole, quelle che a molti possono sembrare insignificanti, ma che racchiudono la materia dei sogni. Quei sogni che dovremmo alimentare sempre.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Marcello Simoni mi aveva già piacevolmente colpito con Il mercante dei libri maledetti, con questo piccolo racconto sempre edito da Compton uscito nella collana "Live", l’autore non si smentisce. Questo racconto può essere inquadrato a pieno titolo nel genere del giallo storico, siamo nel 1789, data molto importante per la storiografia, designa il passaggio dalla storia moderna a quella contemporanea, penso proprio che anche se non è stata fatta menzione su quest’aspetto nel volume, la data non sia casuale. Ci troviamo in Italia, e precisamente a Urbino, il protagonista è Vitale Federici da Montefeltri, un giovane brillante universitario che sarà uno dei principali sospettati della morte del suo maestro di cui lui si trova a divenire il suo più serio successore. Lui è Padre Lamberti, docente di Filosofia, che verrà ucciso. Vitale dal suo canto sospetta che la morte sia stata gioco di un omicidio e comincia a investigare aiutato dai suoi amici Gaspare e Bonaventura. L’investigatore che all’occhio del lettore sembrerà incarnare lo stereotipo dello Sherlock Holmes della situazione, supporrà varie congetture, fino ad arrivare ad esplorare i sotterranei della cattedrale, luogo oscuro, tetro, dove si aggirano e annidano vecchie storie di templi pagani nascosti dal tempo.
    Riuscirà Vitale a venire a capo di questa inspiegabile morte? La scritta CAL VESIDIE BASSO riuscirà a trovare un senso? Che legame avrà con l’uccisione la leggenda delle ninfe legate al territorio Urbinate con Lamberti? Poco più di 120 pagine per lasciare il lettore in balia della curiosità e per provare a essere per un giorno illustri investigatori.

    “Da due secoli, gli eruditi andavano cercando un tempio dedicato alle ninfe che si diceva eretto all’epoca dell’Imperatore Augusto e nascosto nel sottosuolo della cittadella”. Forse il professore stava cercando proprio quell’antico tempio dedicato alle Ninfe la cui esistenza deve restare segreta, perché “la fede può resistere a tutto. Alla morte, alle guerre, alle ingiustizie. Ma non alla bellezza”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ci troviamo a Parigi in compagnia della famiglia Kampf con un passato burrascoso, che tenta ad ogni costo di affermare il loro status di ricchi. La protagonista indiscussa è Antoniette Kampf, una ragazzina forse cresciuta troppo in fretta, ribelle che mostra uno spiccato senso dell’egoismo e della libertà – se si considerano le condizioni di quel tempo -. Antagonista della storia è sua madre Rosine, spietata, in competizione con la figlia, invidiosa che per riacquistare il vecchio status di benestante decide di organizzare un ballo, una sorta di debutto nella società che ad Antoniette viene precluso, già se si osserva che lei viene tolta la sua stanza per adibirla a guardaroba. La ragazzina però non resta immobile, pensa di agire, e al momento giusto riuscirà a far valere la sua tragicomica vendetta.
    Un piccolo romanzo, in cui si riassume perfettamente la classe francese attaccata solo alle frivolezze, alla competizione, al primeggiare dell’apparenza che è intrisa di assenza di valori.

    «Se mi avesse toccato, l'avrei graffiata, morsa, e poi... Si può sempre fuggire... e per sempre... La finestra - pensò con agitazione febbrile [...] - Sporchi egoisti! Sono io che voglio vivere, io, io... Sono giovane, io... Mi derubano, si prendono la mia parte di felicità sulla terra...».

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • E’ la storia di Jack Twist e di Ennis del Mar, di un’amicizia condivisa, di un reciproco aiuto, di un viaggio di lavoro su una montagna, quella di Brokeback Mountain. Ma non è solo questo, è molto di più, è lo scoprire le passioni dei corpi, naturali, vivide, spontanee, è il prestarsi il reciproco aiuto, è il sentirsi strano per qualcosa di nuovo e forse proibito, è l’avvampare e l’ardere come un solitario focolare dell’amore: «Ti congelerai le chiappe quando il fuoco si spegne. Meglio che vieni sotto la tenda.» «Credo che manco me ne accorgerei». Ma passò barcollando nella tenda, si tolse gli stivali, per un po' russò sul pavimento, svegliò Jack col battito dei denti. «Cristo, finiscila di smartellare e vieni qui sotto. Il sacco a pelo è grande abbastanza», disse Jack con voce irritata, impastata di sonno. Era grande abbastanza, caldo abbastanza, e di lì a poco approfondirono notevolmente la loro amicizia. Ennis andava a tutto gas su tutte le strade, che si trattasse di sudarsela o di spassarsela, e non volle saperne quando Jack gli prese la mano sinistra portandosela sull'uccello eretto. Ennis strappò via la mano come se avesse toccato il fuoco, si sollevò sulle ginocchia, slacciò la cintura, si abbassò i calzoni, mise Jack a quattro zampe e, con l'aiuto dei fluidi suoi e di un po' di saliva, gli andò dentro, cosa mai fatta prima ma non occorreva un manuale di istruzioni».
    E’ la storia di una stagione che finisce, di un allontanarsi oltre le volontà con il protendersi delle esigenze, è la storia di due destini lontani, ma sempre uniti, di due situazioni future familiari diverse, di un riavvicinamento, ma anche di incomprensioni, di modi diversi di intendere e vivere l’amore baracca di solidità interiore: «[…] Fai il conto di quanti pochi minuti siamo stati insieme, in vent'anni. Calcola quanto poco spazio di manovra mi lasci, poi prova ancora a venirmi a chiedere del Messico e a dirmi che mi fai la pelle perché ne ho bisogno e praticamente non ce l'ho mai. Io non sono te. A me non bastano un paio di scopate ad alta quota un paio di volte l'anno. Tu sei troppo importante per me, Ennis, figlio di una puttana troia. Vorrei riuscire a mollarti.»
    E’ la storia di un amore gettato, di corpi che ancora si cercano, tra ceneri sparse, tra baci mancati, tra cuori poco invadenti di un realtà che invade.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Esther Hillesum, detta Etty, è stata una scrittrice olandese di origine ebraica, vittima della Shoah. Il Diario fu scritto ad Amsterdam tra il 1941 e il 1943, probabilmente su indicazione dello psico-chirologo ebreo-tedesco Julius Spier, di cui Etty fu inizialmente paziente e con il quale ebbe un forte legame; il libro è un dettagliato resoconto degli ultimi due anni della sua vita.
    Diversamente dal Diario di Anna Frank, quello di Etty Hillesum venne pubblicato solo nel 1981.

    Nelle prime pagine ho fatto un po' fatica ad entrare nel mondo di Etty, ma penso che si per il fatto che la scrittura mi ha sorpreso e destabilizzato, una scrittura così intima, quest'anima torbida, che lucidamente si interroga, evolve, si rattrista, stimola ogni sua parte sensoriale. Ci sono dei pezzi da sottolineare completamente: "Non siamo nient'altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo [...]". Certo non siamo nient'altro che osservatori distanti dell'abominio terreno, siamo spettatori, cronisti, o semplicemente degli stupidi inetti. Etty ha il coraggio di scegliere, di interrogarsi, di guardare dentro di sé, e di rivedere ogni suo parametro d'intimità, solo così raggiungendo la libertà. La stessa che molti non sono riusciti a trovare, perché per essere veramente liberi bisogna stare in sintonia con il proprio oceano interiore, ed Etty ormai pian piano aveva imparato ad usare i suoi remi.
    Etty Hillesium è riuscita a trovare il suo universo interiore che non è quello del disordine, ma è quello di un mare che ti trasporta, ti fa navigare, ti fa sguazzare nell'assoluta Pace. La stessa Pace con cui brutalmente ha combattuto e ha vinto, a dispetto dei disordini esteriori, che sono vacillamenti. Ma niente può quando c'è un animo in equilibrio, e quell'apparente rassegnazione, anche forse un po' opaca per il suo carattere è solo il segno di una consapevolezza del mondo, di quel mondo che lei è stata costretta ad osservare, tristemente, quasi fosse una tortura, l’ultima.

    "Non siamo nient'altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo. O tutto è causale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda."

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Dopo aver letto “La vita accanto”, libro con cui nel 2010 ha vinto il Premio Calvino e si è classificata seconda al Premio Strega 2011, ho letto “Il tempo è un Dio breve”.
    Ildegarda è una donna che vive costantemente nel suo passato, cerca di scrutare in esso per dare un senso al presente. Idelgarda è una giornalista importante, che ha anche una grande passione per le piante, che cura senza mai stancarsi, ne acquista di sempre nuove. In fondo ogni pianta ha la sua storia, e un modo per accudirla.
    Lei è una madre che cerca il senso della vita, che vive in bilico, che si rifugia nel misticismo e nella religione per trarre la forza di affrontare ogni nuovo giorno, così diverso dai precedenti. Sposata con Pierre, che un giorno la lascia sola, scappa e va via, senza tanti convenevoli, rimane sola, smarrita, naviga nella vuotezza dei giorni incolori.
    Ma l’amore vero della sua vita è lì, e non è fuggito: Tommaso. Lui che sin da piccolo ha dovuto combattere il pregiudizio, la maldicenza, quella fastidiosa dermatite che l’aveva marchiato, come mucche al macello.
    Una delle poche persone che si è presa cura di lei è Marguerite, sorella di Pierre, che mostra un amore senza limiti: generosa, buona, tranquilla, forse anche perché a lei Dio aveva tolto il dono della fertilità.
    Grazie ad un amico oltremodo silenzioso, ma a dispetto di ciò pieno di saggia virtù, Ildegarda e il piccolo Tommaso si rifugiano in un albergo in Alto Adige ed è qui che due destini afflitti da uno stesso male verranno a contatto: “[…] Venivano entrambi da mondi pieni di parole che non ci avevano salvato dal dolore e dalla paura e in quell’amore muto soffocato sotto il piumone strappato dal letto cercavamo una conferma alla promessa, nata col mondo, che l’amore non finisce, che la morte non è l’ultima parola”.
    Tra Ildegarda e Dieter pian piano nascerà una feconda complicità, malgrado la loro lontananza data da differenti confessioni religiose, e il loro punto comune sarà la fede e l’amore per l’altro. Per Tommaso. Dieter anche lui ha avuto una vita divenuta mancante: la morte del piccolo Martin, e l’abbandono di sua moglie Marie.
    Il libro è molto variegato, l’autrice sa inserire citazioni bibliche nel testo, ma sa anche rovesciare la narrazione presentandoci la sensibilità femminile, la maternità, il dolore, la paura, ma ancora la ricerca della fede, la preghiera, il rapporto con il sacro.
    Si cerca la salvezza nella fede, nella superiorità del creato, nella bellezza della natura e del mondo, con le sue descrizioni e visioni affascinanti: “[…] Il problema era la notte, quando i ladri e gli assassini si dedicavano più volentieri ai loro delitti, quando più facilmente l'auto di chi usciva dalle discoteche o dai ristoranti si schiantavano contro muretti e platani e quando l’oscurità silenziosa allettava gli aspiranti suicidi offrendo loro l’immagine della nera quiete”.
    Si cerca una risposta, un senso che rimarrà amorfo, incompiuto come la sua anima, che ormai è spezzata, e come quel Dio che è assente, che rimane impassibile davanti a tutte le grida del mondo, a tutto quel dolore silenzioso.
    “Il tempo è un Dio breve” è un dialogo con la vita, con la paura di perdere un figlio, contro i perché di numerose sconfitte, una sfida, ma allo stesso tempo un gioco che porta a credere e a divenire consapevoli che la vita è in noi, ma anche negli altri.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La favola bella di Synthesis e Calypso di Giovanna Albi è un romanzo-saggio che parla del percorso sentimentale di un fanciulla.
     
    “[…] Ragazza, tu sei rimasta fanciulla, tu non vedi il mondo cambiare; le persone non sono a nostra disposizione. L’amore di qualcuno abbiamo avuto, ma questo non è per sempre”.

    Synthesis è la fanciulla che affronterà questo percorso di formazione, che sarà accompagnato da rimandi filosofici-psicologici, che entrano nella mente del lettore per porgli degli interrogativi, delle domande, per smuoverlo dalla nullità, e dall’aridità del quotidiano, dal certo di un’esistenza lineare. Quando un amore può veramente definirsi giusto? Quando una persona può realmente definirsi nostra? Quando in realtà non c’è più bisogno di chiedersi e porsi domande sulle verità e dubbi in un rapporto?
    Forse mai, forse sempre. L’autrice rende vivo e discorre il percorso evolutivo di un’amicizia, come quella con Amìthas, che funge da propulsore, da oracolo, e diviene dispensatore di pillole, di riflessioni sulla vita, sulle difficoltà, sull’amore. Tutto diviene un ricordo, un miraggio, una questione passata, niente deve essere più di quello che si dona; questa amicizia cerca di risvegliare il senso di sé, e l’importanza della propria forma, della propria intimità.
    Tra le pagine ci si inebria di parole che hanno e mostrano un’attualità disarmante:
    “Oggi una generale impotenza ci affligge, la miseria ci accora, la disparità sociale ci spinge a una novella rivoluzione. Resistere e poi resistere è il messaggio di Delfi; io ho perso il lavoro, ma non la volontà di guarire il mio popolo dalla stolta ignoranza. Sento un imperativo cocente a prendere una posizione netta in questo nuovo Medioevo; vedo pochezza intellettuale ovunque, ma soprattutto analfabetismo e deserto emotivo. L’uomo ha perso il senso del suo andare. Guerre ovunque, nuove tirannidi, false o mediocri democrazie […]”.
    Quanto ogni giorno siamo costretti a vedere il mercimonio che svende ogni valore? La purezza sta diventando una questione di rara bellezza, come dice l’autrice dobbiamo resistere, non mollare, per noi stessi, per l’altro, per il mondo che ormai sembra andare a rotoli.
    Si entra nel profondo della vita di Synthesis, ricordando gli amori passati, le sofferenze, facendo riaffiorare i dubbi, le incertezze, interrogandosi sulle proprie azioni, sulle dinamiche di avvicinamento, e di evoluzione. Si legge della bellezza del creato, dei suoi figli rigorosi: come il mare, le onde, il profumo della salsedine, il padre Sole, la cugina abbronzatura, la vita, e le sue eterogenee rappresentazioni. Sì arriva e si procede verso un viaggio, verso una scoperta, verso un affronto all’intimità che nell’animo di Synthesis è precaria, è vacua. Come l’esperienza del Cammino di Santiago de Compostela che è più di un viaggio, è un percorso dell’anima, è una collana che pian piano si forma e si plasma a seconda dei propri stati d’animo, è una partenza, è un viaggio senza ritorno, se non con una nuova ritrovata consapevolezza.
    Così come scrive meglio l’autrice: “Pensava che non avrebbe più rimesso piede nel suo paese, che avesse tagliato il cordone ombelicale che la teneva legata ai suoi ricordi, ma un uomo senza ricordi è come Atlante senza mondo; noi siamo i nostri ricordi e, anche se ci sprofondassimo nell’abisso più profondo del mare, continueremo a ricordare, perché la vita è in gran parte memoria di chi ci ha preceduto o di quello che siamo stati o che abbiamo pensato di essere. […] Così Synthesis va a elaborare il proprio passato e il significato del Cammino di Santiago proprio in quel borgo di Parnìs nel quale ha trascorso gran parte della sua esistenza”. Questo viaggio però è solo un anticipo, di quello che sarà la riscoperta della propria identità che toccherà le vette del Tibet, e si immergerà nel mondo dello spiritualismo buddhista. Sarà un viaggio attraverso anche la propria identità sessuale, di genere, come il rapporto di odio et amo con Belèn. Successivamente si racconta di Atene, e della sua discesa sociale, dando uno sguardo anche sul mondo, e sul senso della sua modernità, ormai decadente.
    Verso le pagine finali si legge di nuovo dell’attaccamento di Synthesis con la natura, quasi come a configurarsi ad una donna chiamata dal dio Pan, quasi una donna che è deliberatamente stata scelta per fondersi con essa, quasi un ninfa che sta per aspettare e rendere merito alla tanto agognata trasformazione. La stessa trasformazione che smuove tutto il libro, attraverso vecchie comparse, nuove figure, amori, che sono il senso dell’esistenza e la sua stessa negazione. Come la verità di Calypso e il loro amore vivace, assurdo, bestiale: “T’amo come si amano le cose oscure, segretamente, dentro l’ombra e l’anima…”. Che ora sembra echeggiare nel Pantheon e ricordare ed essere prova che solo in due si può raggiunge l’immenso.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • L'opera al nero è un romanzo storico di Marguerite Yourcenar del 1968, le cui vicende ruotano attorno alla figura di Zenone, un filosofo, scienziato e alchimista che l'autrice immagina essere nato in Belgio nel XVI secolo. Dal libro è stato tratto nel 1988 il film "L'opera al nero", con Gian Maria Volonté nel ruolo di Zenone.
    L’autrice ci narra della vita del medico e alchimista, dal Medioevo al Rinascimento. Un uomo troppo avanti per il tempo in cui ha vissuto. Ha condotto una vita al “nero” come dal titolo, una vita, cioè ai margini, nascosto, segnata dalla clandestinità e dalla paura incessante. Per costruire questo complesso personaggio l’autrice si è ispirata alla storia reali di persone vissute in quei secoli come il chimico Paracelso, Michele Serveto, Leonardo dei Quaderni, Erasmo da Rotterdam e il filosofo Tommaso Campanella. Come tutti queste grandi personalità anche Zenone ha dovuto patire il fatto di anticipare il pensiero del tempo. La sua figura di martire si spiega durante il suo processo quando si accorge, discutendo con i teologi, «che non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto».
    L’autrice sapientemente non si sofferma a ricrearci semplicemente un quadro storico, ma anzi, crea una sorta di dialogo interiore fra l’essere e l’anima, fra le idee, e l’azione, fra la verità, e la finzione. Zenone è un animo libero, e perciò diverso, contro ogni materia dello scibile umano: dalla vita quotidiana, alla religione, dalla sessualità, alla cultura. Un animo coraggioso che decide di schierarsi anche contro la più feroce e spietata arma di censura: L’Inquisizione, che inserirà un suo libro filosofico tra la lista dei Libri Proibiti. Straniero in ogni terra, malfattore in ogni luogo, solo dopo aver scoperto e combattute le sue verità, si spoglierà di ogni suo avere per tornare a Bruges, sua terra natale, sotto il nome di Sebastiano Theus. Siamo nel momento della Controriforma, e la libertà di Zenone sarà un duro prezzo da pagare, basti ricordare altri uomini di grande lungimiranza che hanno come lui percorso la via della verità come Galilei, o Giordano Bruno. Nulla è lasciato al caso, e l’autrice correda il tutto con uno storicismo davvero puntuale, quasi maniacale. Zenone se prima verrà aiutato da un priore che lo lascerà lavorare come medico in un monastero, dopo dallo stesso e dai suoi confratelli verrà accusato, e così la decadenza e l’uscire fuori allo scoperto,  l’essere riconosciuto, e quindi marchiato. Un’anima che vola, che si inabissa nelle tragicità del vero, che non si lascia intimorire, e stempera la sua vita, prima che la condanna riesca a portargli il suo conto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Finito di leggere la seconda opera di Filippo Gigante dal titolo suggestivo “La piscina della mamme”. Un titolo che si lascia scoprire pagina dopo pagina, che acquista un senso solo con l’evolversi della storia.
    Questo libro parla di due donne, Olga e Berta, e della loro storia, del loro viaggio, della loro fuga dalla terra natia. Due donne originarie di Praga, una terra affascinante, deliziosa, ma anche spietata, brutale, nonché belligerante.
    La fuga dalla loro terra d’origine non è una capriccio, o una superfluità, è invece difesa alla vita, alla loro storia, alla memoria che come un labirinto intrecciato ogni tanto lascia schiudere e intravedere oggetti segreti.
    La Cecoslovacchia è sotto assedio dell’Unione Sovietica, si respira nell’aria un clima di forte tensione, di guerra, di lotte intestine, che solo col sangue e col ferro vedranno la loro risoluzione. Tutto ciò porterà una forte concentrazione migratoria verso l’Italia, una terra tutta da scoprire, straniera per stranieri, dai modi diversi, dalle abitudini differenti, dal temperamento di difficile ripetizione.

    Il libro si compone di vari tuffi, che scandiscono l’evoluzione della storia; nella mente del lettore ci si configura quasi un tuffatore che è li sul trampolino, conosce la sua storia, il suo passato, i modi di vivere, conosce però anche l’evoluzioni, che sottoforma di slanci arriveranno a diventare maturità, e a staccarsi da un cordone imprescindibile.
    La stessa maturità che Olga e Berta nel corso della storia acquisteranno. Nella prima parte viene pian piano introdotta la loro storia, con rimandi a particolari di guerra, subito dopo si conosceranno meglio le due protagoniste, due donne legate da una profonda amicizia, dai modi affabili, l’una appassionata di letteratura, e grande cultrice di Shakespeare, l’altra specializzata nella cucina.
    Attorno alla vita di queste due donne girano anche altri personaggi, come il signor Spaccaprimo, un omaccione dai modi strani, burbero, e alquanto meticoloso. Poi c’è la famiglia Scarafoni, dal carattere tutto esuberante, composta dalla moglie Marilda con la passione per il canto, dal marito Ubaldo che è proprietario di un maneggio in cui si pratica ippoterapia, ovvero l’equitazione usata a scopo terapeutico, qui viene aiutato dal figlio Raffaele e dalla fidanzata Lucia, una giovane dottoressa veterinaria.
    Dentro questo quadro familiare le due donne impareranno ad acquistare fiducia, a conoscersi e a conoscere gli altri, ad apprezzare la loro terra di adozione e a non rimpiangere nulla che ormai è diventato passato.
    Del resto del libro non sto qui a raccontarvelo, altrimenti non c’è gusto, dovete assaggiare voi stessi con i vostri occhi la storia delle due donne e di questo piccolo circolo familiare, arrivando a scoprire e a comporre tutto il puzzle fino alla fine.
    Un pregio dell’autore è la forza delle descrizioni, è il rendere particolare anche ciò che all’apparenza di primo impatto può sembrare una pura banalità. Sublimi le descrizioni di Praga, tra le tante apprezzate c’è sicuramente la descrizione dell’Orologio Astronomico del Municipio sito nella Città Vecchia.

    Leggete il libro per immergervi anche voi nella vostra piscina personale, a scegliere da che punto partire sarete solo voi, che sia: preparazione al via, sbilanciamento, spinta, fase del volo, ingresso in acqua, fase subacquea, uscita, poco importa, l’importante è tuffarvi, tuffarvi sempre nelle bellezze del creato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • I sommersi e i salvati è un saggio di Primo Levi. Scritto nel 1986, ultimo lavoro dell'autore, è un'analisi dell'universo concentrazionario che l'autore compie partendo dalla personale esperienza di prigioniero del campo di sterminio nazista di Auschwitz, allargando il confronto ad esperienze analoghe della storia recente, tra i cui i gulag sovietici.
    Questo libro viene alla luce dopo tanta consapevolezza che l’autore acquista, dopo aver passato e osservato gli uomini attorno a sé, dopo aver dispensato memorie, pensieri, sensazioni, storie, vita che si dimentica del suo stesso corso, ma che deve essere riportata alla luce.
    Già il titolo fa capire chi sono i Sommersi, e chi sono i Salvati, che sentono il peso dello scorrere dell’esistenza, quasi vissuta come una colpevolezza: “Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i «mussulmani», i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione”.
    Un filo conduttore di tutto il saggio di Levi che dopo questa opera si suiciderà, è il tema della verità/menzogna.
    Quanto di quel mondo è morto e non ritornerà più e quanto invece può tornare? E che cosa ciascuno può fare perché non vi sia questa possibilità?
    Quanto è giusto che la memoria continui a ricordare? Le dicotomie giusto/sbaglio – vero/falso – lealtà/slealtà possono essere mai sufficienti a spiegare quanto accaduto?
    Levi ci presenta il mondo dei lager in modo che variegato è dir poco, inserendoci anche i cosiddetti uomini della “zona grigia” che essendo delle vittime diventano carnefici a loro volta. Nel saggio si pone attenzione anche all’aspetto della comunicazione, che è deviata, quasi inesistente, ubbidire ad ordini che non si comprendono, è mai possibile? La negazione della parola, l’incomprensione, il malinteso, la lotta vana non hanno fatto altro che amplificare il male che ancora oggi non ha trovato un suo senso, e mai può trovarlo.
    Quanto gli uomini sono instupiditi, ignoranti, impotenti, davanti al potere che finge di educare? Educazione al male, all’annullamento, allo sputarsi addosso essi stessi, al controllo, tutto per seguire una stupidità umana.
    Un testo di fondamentale importanza, che andrebbe fatto leggere per tenere vivi i ricordi di ciò che è stato, e di ciò che sempre sarà; ricordare vuol dire portare rispetto, ricordiamocelo di tanto in tanto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo è uno di quei libri che vorresti aver letto da secoli, ma che poi per un motivo o per un altro ne rimandi la lettura, stupidamente.
    “Alexis o il trattato della lotta vana” è l’opera prima di una giovanissima Yourcenar, pubblicato per la prima volta nel ’29, è un romanzo epistolare scritto in prima persona che tratta il tema della sessualità, o meglio della propria identità.
    Alexis, è un giovane che è stremato dalla continua lotta contro la sua sessualità, ritenuta  come una malattia, come qualcosa da nascondere, qualcosa da cui star alla larga, qualcosa che non andava detto, qualcosa di inconfessabile.
    Il libro, è una sorta di confessione nei confronti della moglie Monique, che dopo lunghi periodi di colpevolezza decide di abbandonare.
    E’ un racconto davvero intimo, che ci fa entrate nei pensieri di Alexis, nei suoi stati d’animo, nelle colpe, nelle paure, nella voglia d’evadere, cosa che riuscirà a fare in parte attraverso la musica, le note, gli spartiti. Quasi a mettere ordine in mezzo a tutto quel caos interiore.
    Si legge anche di Monique, del suo animo accondiscendente, delle sue pene, del suo soffrire, che non è meno, e forse è più amplificato di quello dello stesso Alexis. La felicità non ha tante spiegazioni, deve bastare a noi stessi. Una lotta quindi che diventa difficile sia per chi l’ha dentro, che per chi la subisce. La lotta più difficile sicuramente è quella contro i propri istinti, le proprie passioni, il proprio essere al mondo; negandosi non si fa altro che far del male a noi, ma anche agli altri. Per fortuna che Alexis capisce che la propria felicità è più importante, del dispiacere degli altri.
    Così dentro così fuori: anima e corpo si congiungono.
     
    “Conoscete gli stagni […] da bambino, ne avevo paura. Capivo già che ogni cosa ha il suo segreto e gli stagni come tutto il resto; che la pace, come il silenzio, è sempre solo una superficie, e che la peggior menzogna è la menzogna della calma”.
     
    “Ho notato qualcosa, Monique: si dice che le vecchie case racchiudano sempre dei fantasmi; non ne ho mai visti, eppure ero un bambino pieno di paure. Può darsi che mi fossi già reso conto che i fantasmi sono invisibili, perché ce li portiamo dentro”.
     
    “Ma i libri non contengono la vita; ne contengono solo la cenere; è quella, suppongo, che vien chiamata l’esperienza umana”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • A fare da sfondo a queste vicende narrate da Manfredi sono le Guerre Persiane avvenute tra la Grecia e il regno del “Gran re” Dario di Persia. Al centro della storia c’è la famosa famiglia dei Kleomenidi, a cui le dure leggi di Sparta impongono di abbandonare il secondogenito poiché nato con un piede deforme. Ma il destino, a volte più generoso delle leggi umane, fa trovare il bambino non dai lupi del Taigeto ma da un pastore Ilota di nome Kritolaos. Così mentre il fratello maggiore cresce e diviene un guerriero spartiate, Talos cresce fra i pastori senza sapere ancora niente della sua origine. Divisi, visto che uno faceva parte degli oppressori e l’altro degli oppressi, i due fratelli sono destinati ad incontrarsi e a vivere insieme molte avventure. Sarà proprio il pastore zoppo ad aiutare lo spartiate e a dimostrare il suo valore, scoprendo la sua nobile origine. La storia di Talos diventa sempre più appassionante man mano che passano le pagine. L’autore non solo riesce ad appassionare il lettore con l’infittirsi del mistero legato alla famiglia di Talos, ma riesce a esporre, senza stufare come farebbe un libro di storia, i caratteri della società spartana, l’organizzazione sociale, militare e religiosa.
    Un romanzo avvincente, nel quale l’intelligente narrativa si unisce alla fermezza della documentazione storica. Valerio Massimo Manfredi i suoi due mestieri li sa fare benissimo. Lo storico e il narratore si fondono insieme dandoci così un racconto che si legge d’un fiato, una storia che ci trasporta in un’epoca profondamente diversa, un’epoca lontana che ci sembra vicina solo grazie alla fluidità della ricostruzione storica.

    "La brace cova a lungo sotto la cenere e gli stolti credono che sia spenta ma quando il vento riprende a soffiare la fiamma si risveglia”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante