username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Recensioni di Gino Centofante

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Gino Centofante

  • E’ la storia di Giulia Cantini, investigatrice privata in quel di Bologna: “L'ex maresciallo dei carabinieri Fulvio Cantini si è pensionato in un bel rustico di campagna, a Bentivoglio, e ha lasciato a me le grane di questa piccola agenzia casalinga la cui attività sopravvive perlo più grazie a infedeltà, tutela della privacy, e che regge stoicamente al proliferare di agenzie investigative provviste di strumenti tecnologicamente evoluti". Oltre che di detective dal piglio "americano”, e della sua nuova collaboratrice Genzianella Serafini; il caso contingente è quello di Oliviero Sambri, detto Oliver, picchiato a sangue in una discarica di Bologna lontano da occhi indiscreti. Dietro la vita di Oliver, oltre l’aspirazione per il teatro, c’è la sua sessualità, che è diversa, non conforme alla ‘normalità’ che ancora oggi, tanto più si cerca di portare avanti come ‘giusta’ e non immorale. Grazie alla sorella Piera, il caso si riapre, e Giulia incomincia a indagare, tra locali, scatole di piacere fatta di incontri proibiti, dark room, luoghi in cui uomini si recano con la speranza di un trovare l’amore.
    “Tutte le persone che incontra, le dicono più o meno le stesse cose: Oliver che andava a letto con tanti uomini, ma forse era innamorato solo di Simone, l'attore di cinema che lo ha ospitato, che per la droga ha avuto qualche problema nella sua carriera. Oliver che faceva ridere tutti, ma non aveva il talento e la determinazione necessaria per sfondare. […] Chi era Oliver? Forse solo uno che si fidava di tutti, che si lanciava da altezze vertiginose come un Icaro perverso attratto dai selciati più che dai grattacieli, forse era nella sua natura, nel suo broncio avido e infantile, e forse non è un caso che abbia cercato in Simone il suo lato più oscuro”.
    La voglia di un amore che diviene ossessione, attraverso Giulia e le sue ricerche, attraverso lo scandagliare un mondo, quello dei gay, che non è così semplice da presentare, che è ancora oscurato da tanto perbenismo, un romanzo sul vivere, sul rifiuto del restare soli, dell’unirsi per formare un sol corpo che è statua d’amore che canta prendimi e non lasciarmi.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo libro è un capolavoro, un piccolo racconto che racchiude tutto, ritrovata speranza, ma anche successivo annullamento, luce che ti colpisce, ma anche buio che penetra.
    Nelle prime pagine ci viene descritta la San Pietroburgo che cambia e si evolve nel corso delle stagioni; il protagonista è un uomo senza nome, che ama passeggiare sulle sponde del fiume, tra i suoi pensieri, affanni, sogni irraggiungibili. Durante una di queste passeggiate arriva la svolta, il cambiamento, l’elemento di sutura tra l’immaginario e il reale. Lei è una donna affranta, che piange, che è sconsolata e triste, ma nonostante tutto accetta di parlare con l’uomo che le porge la mano in segno d’aiuto. Entrambi iniziano a raccontarsi, a conoscersi, a fondersi ognuno nel corpo dell’altro, a darsi speranza, a vomitare quei fantasmi interiori che da troppo tempo erano rinchiusi nella gabbia dell’animo. Quattro notti di conoscenza, cuori che palpitano, un passato che ritorna, l’amore che sfugge verso un passato che sembrava troppo lontano, una nonna pedulante, una nuova consapevolezza che è destinata a vivere nell’ombra, nel buio che oscura quell’aura che pareva esser donata solo dalla giovane Nasten’ka.

    “Quanto più siamo infelici, tanto più profondamente sentiamo l'infelicità degli altri; il sentimento non si frantuma, ma si concentra.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Scritti ormai da più di 100 anni, questi racconti resero e rendono famoso Edgar Allan Poe, precursore di uno stile e di una lettura di cui tanti successivi detective hanno preso spunto e forma. Partendo già dal passato dell’autore, ci si accorge che la stranezza è una costante fondamentale della sua vita, se pensiamo che sposò sua cugina che aveva soli 13 anni. Dieci racconti vengono presentati in questa raccolta edita da Netwon e Compton, si va da “Il gatto nero” poco realistico, in cui un uomo seguendo le tradizioni popolari diventa pazzo a causa del suo gatto, a “Il barile di Amontillado” ambientato in anno non precisato e in un luogo indefinito, si narra della vendetta che il narratore infligge all’amico. Ci si ritrova in “La mascherata della morte rossa” un racconto crudele, cruento e di inspiegabile razionalità, si arriva in “La caduta della Casa Usher” dove ci ritroviamo in una casa abitata da un fratello e una sorella, con la presenza di un ospite poco desiderato, ci si inoltra in “La verità sulla vicenda del signor Valdemar” che narra l’esperimento condotto sul cervello di una persona morta. In “La sepoltura prematura” ci si imbatte in alcuni esempi di persone che si trovano in uno stato di coma prolungato o catalessi che vengono sepolti vivi, ne “Il cuore rivelatore” ci si scontra con il senso di colpa che diventa pura ossessione, in “Una discesa nel Maelstrom” ci troviamo in mare, in una tempesta, in un immenso vortice chiamato appunto maelstrom che tutto risucchia, e se ti risparmia ti cambia inevitabilmente nel fisico e nell’animo. Ultimi due racconti sono: “Il manoscritto trovato in una bottiglia” si parla di un viaggio, di una scomparsa, di un ritrovamento, di una nave fantasma, e di un messaggio inaspettato che il mare sputa dai suoi oscuri antri, chiusa della raccolta è “Il pozzo e il pendolo” narra della storia di un prigioniero nel periodo dell’inquisizione, tenuto segregato in una buia prigione che si rivelerà una trappola mortale.
    Dei racconti ormai divenuti un must, che almeno una volta bisogna leggere, per riuscir a capire che anche l’estrema visionarietà è parte fondante della letteratura.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Scritto dopo la sua opera più famosa che sicuramente è L’interpretazione dei sogni, Freud un anno dopo dalla pubblicazione del succitato volume, tenta di pubblicare un libro a suo vedere più semplice, più fruibile per tutti, che semplifica tutti i concetti e le nozioni che lui vuole presentarci. Il libro in realtà è un saggio articolato in quattro articoli scientifici scritti in un lasso di tempo variabile tra il 1901 e il 1923, in cui Freud semplicisticamente tenta di spiegare le sue ricerche. Nel libro analizza il sogno sin dalle prime fasi di individuazione del “contenuto manifesto” e del “contenuto latente”, sino a spiegare i meccanismi più complessi del processo onirico quali “la condensazione”, “la drammatizzazione” e “lo spostamento”. Ciò che rende un po’ agevole la lettura, che comunque richiede molta attenzione sono gli esempi che aiutano a capire e il riproiettare alcuni casi clinici. Oggi siamo soliti non dare molta importanza ai sogni, soprassedendo ad essi, in realtà comprendere almeno un po’ i sogni aiuterebbe a comprendere e comprenderci, a disvelare i nostri strani meccanismi così poco razionali, a confrontarsi con noi stessi ed agevolare le nostre paure, tormenti, inutili problematicità. Un libricino che può essere utile a chi voglia iniziare a capire un po’ più del pensiero e del lavoro freudiano.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Scrivere di questo testo è forse ingiusto, poca cosa, rispetto a tutto ciò che “Odore di bimbo – Storia di Chiara” riesce a trasmetterti. Il titolo potrebbe sin dalle prime righe trarre in inganno, ma sia chiaro il libro non c'entra nulla con i bambini, le pappe o quant’altro, ciò che invece si trova in correlazione è il percorso di crescita, in questo caso sarebbe meglio dire di involuzione. Sì, perché Chiara è un avvocato, sembra che tutto la vita le ha regalato, ma solo attraverso la psicanalisi riuscirà davvero a trovare il suo vero sé.
    Il libro si articola come un viaggio interiore nella vita di Chiara, e del suo bimbo, del suo amato, di quella presenza che riesce a farla palpitare, a sognare, destinazione e creazione di confusione, progetto in definizione, assoluta bellezza incompresa. Il filo narrativo non è lineare, anzi sembra che ogni capitolo si affacci su un aspetto diverso della vita della protagonista, non c’è continuità, ci sono flashback continui, si entra attraverso delle istantanee nel passato di Chiara, combattendo con i suoi fantasmi, con le sue paure, con le sue ossessioni, con i deliri che invadono l’anima senza un reale perché. L’autrice attraverso l’evoluzione del personaggio crea dei parallelismi che trovano origine nei più disparati campi dello scibile umano, dalla filosofia, alla mitologia, fino ad arrivare alla squisito ingrandimento di personaggi della grande letteratura. Quante volte nella vita ci siamo trovati davanti degli archetipi della letteratura? Chi può dire di non aver mai incontrato un uomo Narciso, un Don Abbondio, un Achille etc…? L’autrice fonde e confonde aspetti squisitamente reali con avvenimenti che sono frutto dell’immaginazione. Il libro sembra voler assurgere anche ad una valenza sociale, si disquisisce su diversi aspetti della vita, uno su tutti la concezione dell’uomo e della donna, quanto ci sarebbe da dire su questo? Davvero tanto, troppo: “[…] una donna non scorda mai il suo primo amore; ha tutte le date scolpite nel cuore, le insegue, le trova, risente il sapore, il gusto del mare, le allegre risate, le strette mortali, le mani intrecciate. La sabbia che scorre dentro la stessa clessidra sale e scende dentro lo stomaco fin sopra i capelli e quando lo vede, lo sente: è il suo primo amore.”
    Il libro però parla anche d’amore, lo stesso che sa di borotalco, plasmon, e profuma di bimbo, quel sentimento che colora ogni cosa, che dà la forza per provare a dare un calcio a tutte quelle brutture che la vita costantemente ci presenza innanzi. Quando si ama, non si sceglie come agire, si agisce e basta, non si contano i baci dati, e l’intensità degli attimi, ci si rispecchia nell’altro, si beve nella fonte del piacere, ci si plasma confondendosi e mascherandosi dall’altro da sé. Il linguaggio che l’autrice usa non è sicuramente aperto a tutti i tipi di lettore, bisogna avere alla base quella consapevolezza letteraria che cerco di difendere già da un po’ di tempo, il libro esclude le cose semplici, ma non risulta spocchioso o di un’aulicità forzata, anzi penso che non potrebbe esser scritto in maniera diversa da com’è. Delle volte nella successione delle frasi sembra che i periodi successivi entrano in conflitto con i precedenti, così come la piacevole musicalità che a volte si riesce a creare tra le parole. Tutto ciò riporta ad un principio base di Chiara, ma che potrebbe essere quello di ognuno e cioè: il caos. Sì lo stesso che non ti mostra le cose con chiarezza, lo stesso che è arbitrarietà d’agire, lo stesso che è incertezza di vivere, che è decadenza dell’esatto, del prescritto, del vivere d’anticipo; la vita è altro che una cartina già disegnata, è somma di continui punti che noi unifichiamo creando quello che Chiara sta cercando di rendere più chiaro, di scoprire, di meritarsi, come noi tutti dovremmo fare ogni giorno.
    “[…] Legge del mattino: ridere! Ridere finché l’ansia notturna non si scioglie e l’onirico non si accartoccia come una palla nera da vomitare col primo bagno del mattino. Ridere è una difesa e ha la stessa etimologia del ringhio degli animali, che ringhiano quando si sentono minacciati. Ridere avvicina agli dei, perché gli dei ridono e piangono, come gli umani. Erano anni che Chiara non rideva intrappolata in problematiche a cruciverba e matematiche equazioni cui nulla valeva la prova del nove; anche quando la prova riusciva, lei si trovava schiacciata contro il vetro di un autogrill come una mosca, e credeva di essere morta col suo interrogativo, ma riprendeva pigolo entro un’altra domanda che si vestiva di lei e la accompagnava entro un piano infinito, che assolutamente le sfuggiva.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il libro parla di una storia d'amore strana, ai limiti del reale, anzi per niente reale e possibile, ma stupenda, straordinaria, da brivido seppur difficile, quanto meno all'inizio, da comprendere. Una storia al limite tra amore e ossessione. Una storia che, anche se capisci che è inventata e che stai leggendo un romanzo, ti trasmette delle certezze, la certezza che l'amore esiste che quel sentimento narrato è reale, esiste nella realtà, ti trasmette la speranza che c'è sempre speranza. Nei vari capitoli si narrano sprazzi di vita, episodi, che hanno come protagonisti la "nina mala" e il niño bueno, ovvero Ricardo. Le loro vite continuamente si intrecciano, si incontrano, si scontrano nell'arco di un'intera vita a cavallo tra due continenti.
    E' un libro che attraversa due vite, un libro che nonostante la struttura narrativa non lascia buchi o almeno non lascia vuoti essenziali che hai fame di colmare.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Protagonista è Maxwell Sim, un uomo cinquantaduenne, che risiede in Scozia, un uomo che si definisce lui stesso noioso, privo di un qualunque sprizzo di personalità, di gioia, di voglia d’agire. Un divorzio in corso, il non riuscir a comunicare con sua figlia Lucy, l’osservare il mondo, e in particolare un dialogo veemente tra una figlia e una madre dentro un ristorante sarà galeotto per un processo di ri-identità, di stravolgimento per quel lavoro più che mai precario: la vendita di spazzolini da denti ecologici.
    Finalmente si lascia tutto alla spalle per accettare la proposta di un amico, attraversare l’Inghilterra a bordo di un auto elettrica, l’unico suo vero compagno sarà il suo navigatore al quale arriverà a dargli anche un nome. La sorte diciamo non è che gli è di aiuto, non voglio svelare altro...
    Coe riesce come sempre a presentarci un romanzo con una chiave di lettura più che mai moderna: la necessità di inventarsi in questo secolo cui la crisi dilaga, e la paradossale incomunicabilità anche se a nostra disposizione ci sono svariati e svariati mezzi di comunicazione.

    "Le auto sono come persone. Ogni giorno andiamo in giro in mezzo alla ressa, corriamo di qua e di là, arriviamo quasi a toccarci ma in realtà c'è pochissimo contatto. Tutti quegli scontri mancati. Tutte quelle possibilità perse. È inquietante, a pensarci bene. Forse è meglio non pensarci affatto."

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Di solito di Salinger si ricorda solo il suo capolavoro “Il giovane Holden”, e l’opera tutta di Jerome si vede classificata per una letteratura per bambini che ad essa non si discosta, non sono d’accordo affatto anche se l’autore resta attaccato e fedele al mondo giovanile. Ho letto “I nove racconti” grazie ad un consiglio di un’amica aNobiana; la raccolta si apre con “Un giorno ideale per i pesci banana” in cui ritrovo solutidine, alienazione, dei genitori che pensavo che la figlia abbia sposato un folle, segue “Lo zio Wiggily nel Connecticut”  che attraverso il dialogo con delle amiche fa emergere la frustrazione latente dovuta all’assenza del dialogo con il compagno, e al rimpianto dell’amico scomparso; anche “Alla vigilia della guerra contro gli esquimesi” ritorna l’incomunicabilità che è matrice di un gruppo di giovani; “L’uomo ghignante” descrive una squadra di baseball, fatta di armonia, spogliatoi, allenamenti, ricordi vivaci, peccato che tutto viene inclinato dall’arrivo di una donna che fatalmente entrerà in squadra. “Giù al dinghy” ricalca quella leva che tutti condannano all’autore, la levità dell’animo gentile dei bambini. “Per Esmè: con amore e squallore” narra le vicende di guerra poco prima dello sbarco in Normandia, una distanza, un incontro, una lettera inaspettata; in “Bella bocca e occhi miei verdi” attraverso una telefonata telefonica si presenta un’assenza, un fuga, un’inspiegabile senso di vuoto che pervade; “Il periodo blu di Daumier-Smith” eleva l’animo a tutto ciò che può crede di essere, è un sorta di deliberazione dell’anima che immagina e costruisce, arrivando alla felicità. “Teddy” è l’ultimo racconto della raccolta, parla di un bambino prodigio, che viaggia su una nave da crociera con i suoi genitori. Un precursore di uno stile narrativo unico, con abilità e padronanza da restar a bocca aperta!

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Le due Torri è il secondo volume della trilogia de Il Signore degli Anelli, romanzo di John Ronald Reuel Tolkien. Già partendo dal titolo iniziano le prime discussioni, in quanto Il Signore degli Anelli non nasce come una trilogia, ma come romanzo unico. Solo per esigenze editoriali dovette mettere insieme i due libri centrali, Tolkien disse:

    «"Le due Torri" è il tentativo più riuscito di trovare un titolo che comprenda i libri tre e quattro che sono così diversi; e può essere lasciato ambiguo — potrebbe riferirsi a Isengard e Barad-dûr, o a Minas Tirith e Barad-dûr; oppure a Isengard e Cirith Ungol».

    In questo libro la compagnia si scioglie, e le strade si dividono. Boromir cerca di impossessarsi dell’Anello, riuscendo a salvare la vita anche a Merry e Pipino, intanto Argorn, Gimli e Legolas sono impegnati nell’inseguimento degli Orchetti. I valorosi eroi dovranno affrontare situazione difficili, inaspettate, ambigue, riuscendo a incontrare con sorpresa anche Gandalf che gli amici ormai credevano morto, che si presenta più forte di prima. Merry e Pipino sono riusciti a fuggire trovando l’aiuto in esseri metà umani metà vegetali, gli Ent. Frodo e Sam si imbattono in Sméagol, il quale da iniziale nemico, diventa complice e li aiuta nell’attraversamento delle Paludi Morte. In sintesi nove compagni che si spingono a sconfiggere in Male, rappresentato nell’Anello del Potere e dal suo creatore Sauron.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Raccontare i piccoli orrori della quotidianità, il loro rifiuto, la loro finale accettazione. Un libro psico-politico in cui un ragazzo cerca di fare a se stesso quello che Berlusconi ha fatto al paese. Un libro di sinistra, ma così di sinistra che può piacere soprattutto a quelli di destra. Succede che Silvio lo perseguita, e un precario qualunque passa dalla laurea con lode alla disoccupazione. Che fare? Si tratta della domanda cui i poveracci di tutto il mondo cercano da secoli una risposta. Questo è ciò che riporta la presentazione del libro che in qualche svela e non svela propriamente il senso. Il protagonista è "goloso di antiberlusconismo catartico, in attesa della liberazione" per dirla con parole di Simone Montella; sembra che il più grande male di vivere del ragazzo sia Berlusconi, anzi il Berlusconismo. Tutto ruota intorno a lui, al capitalismo, allo sfrenato senso del consumismo sociale, al restare attaccati a dei beceri tradizionalismi, schemi su schemi, imposizioni su imposizioni, regole prescritte al primo offerente che crede forse di rendergli giustizia.
    Lui, il protagonista, è un ragazzo al di sotto dei trent’anni di origini napoletane, che fa della sua vita una tela da dipingere, sembra ritrovarsi rinchiuso nella gabbia sociale, senza né colori né speranze, senza una fottuta verità o amplesso di costruzione del reale, senza colori vividi e fervidi, scintille cromatiche armoniose di un animo privo di ogni serenità. E’ un libro attuale, anzi attualissimo, viviamo in un secolo dove la politica non è politica, ma solo farnetichismo di parole assoldate e messe in fila a tavolino per imbambolare gli spettatori che estasiati di contrappunto si lasciano ingannare. Il risveglio è sempre tardo, ciò che ci fa compagnia sotto il nostro cuscino è l'incertezza, sì, viviamo in bilico tra la speranza di poter essere certi di far parte di un consumismo violento, e la tristezza di sapere, e poche volte essere coscienti, che tutto è effimero, tutto non è stabile, tutto è precario, niente è affidato a noi per sempre, tutto torna alla terra che è primordio ancestrale della vita.
    Dietro al libro di Simone si nascondono tanti stati d’animo che effluviano, scompongono, ti scuotono; si sente più volte nel corso del libro il senso di oppressione profondo, spazi angusti per pensieri astratti, telefonate al call center di rara sregolatezza, ma avanti e proseguendo c’è anche una rinascita, una presa di coscienza, un riprendersi in mano le briglie dell’esistenza, la speranza di poter operare nel mercato finanziario, di non essere negletto al fallimentarismo, alla nullità, al chiedersi che cazzo ci faccio io su questa terra, tanto nessuno mai mi si inculerà. Ops, scusate il termine un po’ schietto, ma dietro questo sfogo c’è Simone Montella che alterna stili linguistici differenti, la prima e la seconda persona singolare, quasi per voler entrare direttamente in se stessi, di voler dialogare con quell’io, con quel fanciullo che non si lascia prescrivere nozioni imposte.
    Questo libro potrebbe essere inteso un po’ come un manuale di autodifesa, dove la precarietà, l’immobilismo, i piccoli soldati assoggettati di paese, sono prima ostacolo e poi redenzione, coscienza di far parte di un tutto indicibile, reale, che è trama ed essenza di un noi che disegna quella tela che prima era oscura e poco illuminata e dopo trova luce, soluzione, forza d’animo. Il ritrovarsi e rappacificarsi come quel viaggio in autobus e quella spesa consolatoria che sembra poca cosa.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo libro è tutt’altro che banale, è un libro autobiografico quello di Missiroli. Protagonista del libro è Pietro, un ex prete, che decide inspiegabilmente, ma solo apparentemente, di accettare un posto di lavoro come portinaio lasciando Rimini, la sua città, per andare a vivere nella caotica Milano. Titolo poetico ha il libro, che dietro nasconde molto di più, come l’elefante che vive nella società matriarcale, ha sviluppato senso di protezione verso tutti i figli del branco, anche nel libro si parla di legami non legittimati dal fatto che si è una famiglia, che si è un fidanzato, una moglie o un marito. "Questo - spiega l'autore - è l'amore minimo che non si riesce a difendere, quello che si accende sul momento e quando non da più soddisfazione si molla, alla base della società affettiva attuale". Fondamentali invece sono legami di protezione invisibili al di là del legame genetico o solido affettivo, come quelli di un prete che non può avere figli e si prende cura dei figli degli altri, o come un dottore, quel dottore che avrà un rapporto strano con Pietro, e Luca che a mo’ di codice universale si prende cura dei suoi pazienti. Lo stare a contatto con Viola, Sara, Poppy legati tutti da una circoscrizione familiare, è l’amore massimo che vuole nulla in cambio. Ma diciamocelo chiaramente poi cos’è quest’amore massimo, minimo, medio? L’amore è universo, perdizione, senso di smarrimento, felice oasi, e triste inganno, sorpasso e contrappasso di una legge generale terrena che si scinde da ogni futile e bieco legame familiare.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La raccolta delle 6 lezioni di Calvino, scritte per le Lectures alla Harvard University e pubblicate postume con il sottotitolo “Sei proposte per il prossimo millennio”, sono una sorta di testamento intellettuale, un inno alla letteratura, all’essere coscienti e non vivere passivamente la stessa. Le cinque lezioni si intitolano Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità; la sesta lezione avrebbe trattato la Coerenza. Ricco di citazioni che variano con un piglio e una velocità mirabile, si passa da Lucrezio a Dante, da Leopardi a Queneau, da Gadda a Zola, da Voltaire a Pico della Mirandola, da Kafka a Galileo Galilei, da Ignazio de Loyola a Gogol, da Galland a Musil, da Levi a Swift, da Pitagora a Tolstoj e così potrei continuare ancora per molto. Le citazioni per le opere straniere vengono riportate prima in lingua originale, poi in lingua italiana, Calvino inoltre è un po’ un precursore, un uomo che è riuscito a vedere oltre, imperava già ai tempi ad un avvento massiccio delle tecnologie, come il Computer, ma soprattutto Internet che veste un cambiamento radicale nell’approccio e lascito letterario.
    Sono per così dire, queste Lezioni un lascito, un monito, un preziosismo a cui dobbiamo dare valore, da riprendere ad ogni occasione, una esamina sulla letteratura che non si fa faziosa e di parte, ma che è reale, viva, pulsa spessore, diventa reale, cattura l’animo gentile del lettore per erudirlo, aspettandosi poi mestamente un minimo e insulso e solo: grazie!
    “La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo è un libro che al lettore può sortire due effetti contrapposti, o la totale immedesimazione ed interesse con la piena consapevolezza della magia della narrazione che è elogio dell’osservazione, o l’assoluta indifferenza, l’aridità dell’osservazione, il rifiuto verso le microstorie del creato. Tutto più o meno si svolge in un quartiere, la narrazione e i punti di vista cambiano a seconda della abitazione e del numero civico, si passa da una famiglia con dei figli, a dei nonni che si godono l’ormai vecchiaia, a dei ragazzi che dividono uno spazio comune, ad altri ancora divertenti e particolari personalità. Non mi lascia indifferente questo libro, anzi mi spinge a pensare quando troppe volte ci lasciamo trasportare tra la troppa frenesia che la vita impone, non godendoci ciò che di bello è nelle piccole cose, nei piccoli avvenimenti, nei gesti semplici, puri e vergini; quando sarebbe bello sapersi dedicare all’osservazione di questo mondo, che non è quello che percepiamo noi fatto di continui fuggi-fuggi, di corse contro il tempo, di appuntamenti dell’ultima ora, di corse a volte senza senso, ma quel mondo a noi sconosciuto che nasconde dietro banali e a noi insensate situazioni tutta la magia, lo splendore di una vita che forse mai conosceremo nella sua totalità, perché soggiogati dal continuo divenire, non fermarsi, non perdere quel minuto. Esatto, sempre fin da bambini ci siamo sentiti dire di non perdere neanche un minuto della nostra vita, a volte non perdendo però quel minuto ci precludiamo tante piccole perle, gocce di storie che noi dividiamo per poi non riuscire più a ricomporre, un lago di gocce divise, tante storie che mai più si incontreranno nel loro senso originario. 

    “Stavamo facendo l’amore davvero, assolutamente, ineluttabilmente. Non avevo mai provato quel profondo bisogno di muovermi, piano ma con inesorabile dedizione. Mi sentivo come una selvaggia, affondata nel fango della terra e proiettata fra la luce delle stelle, un esile filo disteso sopra le generazioni. Mi sentivo imbevuta, piena di desiderio, il bisogno che m’assaliva a ondate, e stringevo le mani come un neonato, aggrappata al lenzuolo, ai capelli di lui, all’aria, le nocche bianche per lo sforzo, cercando un abbraccio sempre più completo, intimo, profondo. Quando finimmo, il lenzuolo era strappato e il materasso era scivolato sul pavimento.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger è un’autobiografia commovente e toccante, delicata, ma allo stesso tempo forte per il tema trattato, ovvero narra degli orrori subiti nei campi di concentramento. Sedici anni nel periodo della deportazione della seconda guerra mondiale, sopravissuta prima nel ghetto di Kovno, poi nel campo di Stutthof. L’unica sua fonte di combattimento e voglia di andare avanti è l’amore smisurato per la madre, un legame che supera ogni confine: "Il funerale di mamma fu uno dei momenti più penosi della mia vita dopo la liberazione. Persi la capacità di sorridere per un anno o più. Tutti i terribili ricordi dell'Olocausto rifluirono in me, insieme con la sofferenza e la paura che avevo condiviso con lei. Adesso non avevo più nessuno con cui condividere quei ricordi. Era stata la mia migliore amica mentre ero bambina nel ghetto perché tutte le mie compagne di scuola erano state uccise, e lei era l'unica che potesse capire completamente l'orrore di quello che avevamo vissuto, come la fucilazione di zio Benno davanti agli occhi di sua madre. Mamma conosceva lo strazio di tornare a casa da un lavoro degradante all'ospedale militare per scoprire che il mio caro padre era stato portato via e giustiziato. Come me, era stata tormentata ogni giorno dalla stessa paura, quella che potessimo essere separate dalla morte. Adesso che la morte ci aveva divise, provavo un dolore insopportabile".
    Con un linguaggio semplice ed amico, l’autrice riesce a pieno a farti entrare nella storia, a farti vivere quegli stessi stati d’animo, e a far brillare e rivalere quella speranza che è stato il moto per l’andare avanti, il proseguire, il non fermarsi davanti a queste atroci barbarie. Infine voglio riportare un passo del libro che spiega perfettamente il particolare titolo del libro:
    “Prima dello scoppio della guerra, quando abitavamo a Memel, una città portuale sulla costa baltica a nord di Stutthof, mia zia Tita mi conduceva spesso ai tè danzanti, vestita con abiti di organza e scarpette di vernice. Ordinava cioccolata calda per me, e io mi esibivo in valzer e tanghi con ragazzini dodicenni. Mi ricordavo con gioia quella cioccolata calda, e la sognavo notte dopo notte. La prima cosa che mi sarei concessa dopo la fine della guerra sarebbe stata una bella tazza di cioccolata calda.”

    “Nessuno deve dimenticare le crudeltà dei campi. Non erano solo fabbriche impersonali di morte. Erano luoghi dove sadici, brutali criminali potevano mettere in atto le loro fantasie più perverse su delle vittime innocenti.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Jean Valjaen, il protagonista, è un poveraccio che, rimasto disoccupato, non sa come sfamare i sette nipotini orfani del padre. Ridotto alla disperazione, una sera ruba un pane in una vetrina di fornaio. Viene preso e condannato a cinque anni di galera. Dopo qualche tempo Jean tenta la fuga, ma viene ripreso e la condanna inasprita. Seguono altre evasioni ed altre condanne. Quel disgraziato, per aver rubato un pane, deve rimanere in carcere per ben diciannove anni, dal 1796 al 1815. Finalmente viene dimesso, ma porta con sè quel marchio di vergogna ed è difficile che possa inserirsi di nuvo nella società. Quando attraversa un paese deve presentarsi in Municipio e far timbrare il foglio giallo di ex forzato. Per sopravvivere è costretto a fare dei furtarelli, consapevole che se sarà scoperto pagherà con il carcere a vita, come recidivo. Una sera egli capita a Digne, e cerca ospitalità negli alberghi del luogo, ma inutilmente. Bussa infine, alla casa del vescovo e viene accolto con gentilezza, ma durante la notte egli ruba le posate di argento e fugge. Quando viene riacciuffato dagli sbirri, il vescovo depone a suo favore dichiarando che lui steso gli ha regalato quell'argento e anche due candele perchè possa rifarsi una vita. Questa genersità colpisce lo sciagurato uomo ed è davvero l'inizio della sua redenzione. Infatti, dopo aver cambiato nome, lavorando accanitamente mette insieme una piccola fortuna e si prodiga sempre per aiutare i più poveri e derelitti, come la piccola Cosetta, la cui madre è morta di stenti. Nel 1832 Jean Valjean partecipa ai moti rivoluzionari rischiando la sua vita e salvando quella di Marius (un giovane che sposerà Cosetta) e quella di Javert (lo sbirro che tanto si è accanito contro di lui). Quando Jean muore è assistito da coloro a cui ha fatto del bene e ai suoi piedi i ceri ardono nei candelieri del vescovo.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Circolo chiuso” è il terzo libro della trilogia che vede come precedenti: “La banda dei brocchi” (dedicato agli anni Settanta) e “La famiglia Winshaw” (dedicato agli anni Ottanta). In questo libro troviamo gli stessi personaggi presenti in quella Birmingham degli anni ’70, con un salto temporale di trenta anni, con la crescita, l’evolversi dei loro percorsi e delle loro vite, non so se sono pienamente soddisfatto e se il libro è veramente come me lo aspettavo, so solo che Coe riesce con la sua scrittura a catturarti e a inserire qua e là genialità, come ad esempio la descrizione di sublimi paesaggi: «Erano quasi le sei di sera, ma restavano ancora molte ore di luce, e il cielo era di uno straordinario, diafano grigio-azzurro. Era questa luce, questa luce delicata eppure prepotente, la cosa che ricordava di più, più delle dune e delle case dai tetti spioventi dipinte di marrone fulvo e giallo limone. Sapeva che era una luce creata, in parte, dal riflesso del sole sulle acque dei due mari che s'incontravano impetuosi sulla punta della penisola. Lo riempiva di un'indicibile eccitazione mista a serenità. Gli faceva capire che a Londra non c'era luce in confronto. Bisognava venire qui per scoprire di cosa fosse fatta, veramente, la luce. Si tenne stretta questa conoscenza, sentendosi il depositario di un nobile segreto». O ancora inserendo serie televisive moderne di discutibile spessore: “Prese il telecomando e cambiò canale. Per qualche minuto lui e Munir guardarono un telefilm americano. Paralava di quattro ricche americane single che vivevano a Manhattan, e s'incontravano regolarmente a pranzo per discutere i dettagli più intimi della loro vita sessuale. A Benjamin piaceva quel programma. Non aveva mai conosciuto donne così in vita sua, e sospettava che fossero poco più della fantasia di uno sceneggiatore, tuttavia ambiva allo stile di vita di cui godevano quelle donne, ed era grato di poter sbirciare dalla serratura quel loro ambiente permissivo e privilegiato. Inoltre, gli piacevano due delle attrici.”
    Insomma ho apprezzato un pelino di più i precedenti anche se resta sempre un alto livello di scrittura quello di Coe. Sicuramente leggerò dell’altro, mi manca ancora il suo più famoso.

    “Ogni singola cosa che un essere umano fa a un altro è il risultato di una decisione umana presa a un certo punto del passato, da quella persona o da qualcun altro, venti o trenta o duecento o duemila anni prima, o forse mercoledì scorso.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Quello che si può dire su questo libro e che è ben scritto, che approfondisce aspetti della vita di Dante che io non conoscevo. Il titolo è esplicativo proprio del fatto che in ognuna delle venti finestre venga toccato un aspetto differente che il sommo poeta ha dovuto affrontare. Si parte con un’introduzione generale sulla vita, per passare alla sua Firenze, per parlare degli aspetti ambivalenti legati allo sviluppo fiorentino, si arriva a parlare delle malattie, della reputazione familiare, degli amori intrigati e obbligati, di pena ed esilio, di fuga e non rinnegazione, di lingua. Insomma un percorso evolutivo e lente d’ingrandimento sul padre della Letteratura Italiana, infine ho apprezzato molto i rimandi ipertestuali che spingevano al continuo approfondimento. 

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Sottosopra di Milena Agus è un libro particolare, non convenzionale, dove tutto è dissociato, un'osmosi inversa, un ricalco di personaggi e voglie che si alternano, stati d’animo indifferenti e che soggiogano l’animo in corpi ormai sbagliati. Ci troviamo in compagnia di Alice, ragazza trasferitesi a Cagliari per studiare, passata e cresciuta dentro un dolore e una perdita che trova sfogo in un atteggiamento di protezione e legamento; ci troviamo in compagnia di Anna e Natascia, rispettivamente donna delle pulizie che spera in un amore nella vita di sua figlia, e una violinista dalla fama di altri tempi che si concia spesso con abiti consunti; ci troviamo in compagnia con Mr. Johnson e la sua famiglia. Tutto è mescolato, l’ordinario diventa evasione, i ruoli sono capovolti, le coscienze sono perturbate da quel nostalgicismo che quanto meno te l’aspetti, bussa alla porta di casa e te la sfonda anche.

    “Prendi in giro e invece le favole insegnano a risolvere tante situazioni difficili” le dice la madre. “Guarda Hansel e Gretel e quell'idea di dare alla strega cieca, che voleva farli ingrassare prima di mangiarseli, un ossicino da toccare. O la Bella addormentata, che va dove non deve e si punge con l'arcolaio. O Biancaneve, che ha mangiato scioccamente la mela. O Pollicino, che ha ritrovato la strada con le molliche di pane”.
    “Quindi dovremmo uscire sempre con un ossicino, o una mela in tasca e mangiare quella se ce ne offrono una avvelenata, o con le molliche di pane per ritrovare le strade, o stare lontano dagli arcolai!”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Nemesi
    • 06 febbraio 2013 alle ore 8:37

    «Quello che vince la guerra non è necessariamente il vincitore. Molti hanno conquistato la corona ma hanno perso talmente tanti uomini da riuscire a dare l’impressione di governare sul nemico vinto soltanto in apparenza. Quando si tratta di potere, le donne non sono vanitose come gli uomini. La donna non ha bisogno di un potere visibile, vuole solo un potere che possa farle ottenere ciò che vuole. Sicurezza. Cibo. Piacere. Rvincita. Libertà. La donna è una persona dal potere razionale, pianificato, che pensa oltre la battaglia, oltre la festa della vittoria. E siccome ha la capacità innata di vedere le debolezze delle vittime, sa istintivamente quando e dove colpire. E quando deve lasciar perdere. E questo un uomo non può impararlo». Questo è l’incipit di “Nemesi” secondo libro della saga di Harry Hole conseguente a Il pettirosso. In questo libro una vecchia fiamma del commissario si ripresenta nella sua vita, Anna, poi rinvenuta morta suicida nel proprio letto, con un colpo di pistola. Un vuoto di memoria, una mail non ufficiale per svolgere indagini e fare luce sull’accaduto, una rapina nella banca di Oslo con la morte di una donna, questi sono un po’ gli eventi cardini del libro, che come sempre si preannuncia burrascoso e complicato. Ho fatto molta fatica a seguire, ma mi è piaciuto molto il soffermarsi sulle origini zingare di Anna, e il messaggio sotteso del titolo. Nemesi (Nέμεσις, Nèmesis) è una figura della mitologia greca, secondo alcuni figlia di Zeus, secondo altri figlia di Oceano e Notte e poi posseduta dallo stesso Zeus nel tempio di Ramnunte, dal quale nacque l'uovo di Elena (o trovato e allevato dalla dea Leda).
    Il nome deriva dal greco νέμεσις (nèmesis), νέμω (nèmo, "distribuire"), dalla radice indoeuropea nem-; in Mitologia greca, e fu il nome della dea "distribuzione della giustizia" (la giustizia intesa come codice giuridico era invece attribuita alla dea Diche).
    Nemesi provvedeva soprattutto a metter giustizia ai delitti irrisolti o impuniti, distribuendo e irrorando gioia o dolore a seconda di quanto era giusto, perseguitando soprattutto i malvagi e gli ingrati alla sorte. Nemesi significa distribuzione del fato, intesa come giustizia compensatrice o riparatrice, o interpretata anche come giustizia divina.

    “Se vogliamo vedere le cose come realmente sono, dobbiamo farlo con uno specchio. In quel caso scopriamo persone totalmente diverse”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questa è la vita di una bambina ebrea, delle continue pressioni, dei cambiamenti che è costretta a subire insieme alla sua famiglia, un padre e una madre ebrea, forse sventura? Ah, quanta cieca crudeltà…
    La bambina diventa consapevole degli accadimenti attraverso i racconti degli adulti; vedersi cambiare, cambiare per poi rifugiarsi in un convento di suore, per aspettare cosa? Un cambiamento? Una sovversione? Un liberatore? Tutto ciò non è giusto, è inaccettabile e motivo di indignazione verso un’occupazione, una pressione, un annullamento. La guerra, le leggi razziali, la fanciullezza, le continue fughe, bombardamenti e infine l’agognata liberazione che tende a quel principio di universalità che nel libro emerge molto: l’indifferenziazione umana al di là dell’appartenenza.

    “... La guardo irosa e offesa. Anche mamma mi guarda, ma con una specie di ilare indulgenza: 'non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta'.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Così in terra è un romanzo che sprizza sentimento, il non demordere davanti al nulla, l’affrontare sempre con nuova prospettiva le difficoltà della vita. Se poi si vive a Palermo, senza un padre, e si comincia a boxare dall’età di nove anni, lo scenario cambia. Una storia di famiglia, di insegnamento, di unione, di trasmissione del sapere attraverso quel filo famigliare che è vivo e rigido, la nonna Provvidenza, lo zio, il nonno scampato ad una guerra. Attraverso una Palermo in sussulto, con un linguaggio un po’ ostico per chi di dialettalismi ne sa veramente poco, per fortuna la storia regge e ti spinge a non fermarti, ti invita a correre, correre, correre, sferrare, cadere come Davidù tante volte ha fatto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La famiglia Winshaw è il secondo libro di una trilogia, parla di un scrittore a cui è stato affidato il compito di scrivere la biografia di una influente famiglia inglese. Si cela tutto un mondo dietro questo libro, si lascia spazio all’amore nella stesura della biografia, a rimandi storici, - che caratterizzano la scrittura di Coe – un libro della storia inglese, che ti trascina, ti fa entrare nel mondo altisonante ed esclusivo, fatto di amicizie nascoste, di una finanza traballante. Si lascia spazio anche a ricordi: "Fin da bambino sono sempre stato convinto che le lettere abbiano il potere di trasformare la mia esistenza. La semplice fista di una busta sul mio zerbino può ancora riempirmi di vibrante aspettative, per quanto transitorie possano essere. Devo ammettere che le buste gialla raramente sortiscono questo effetto; la busta a finestra mai. Ma poi c'è la busta bianca, scritta a mano, quel glorioso rettangolo di pura possibilità che in certe occasioni si è rivelata niente meno che la soglia di un nuovo mondo". Opinioni stesse dell’autore che inserisce qua e là: "E che libro sarebbe stato! Me lo vedevo... un libro tremendo, un libro senza precedenti, fatto in parte di memorie private, in parte di cronaca sociale, tutto mescolato insieme in una miscela letale e devastante.  Suona stupendo - disse Micheal - avrei dovuto assumerla per scrivere la fascetta pubblicitaria".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "La Banda dei Brocchi" è il primo di una trilogia, ambientato in un'Inghilterra degli anni ’70 dove tutto è in cambiamento: lotte sociali, sussulti, lotte sindacali, politica perversa, lo sguardo di un mondo con una lente che è portavoce di voci adolescenti e di sguardi perentori di quegli adulti senza ragione: [Lois sedicenne] “Sì, a pensarci bene lei il mondo lo voleva vedere. Quella consapevolezza le era cresciuta dentro piano piano, alimentata dai programmi televisivi sul turismo e dalle foto a colori del "Sunday Times", la consapevolezza che oltre i confini di Longbridge esisteva un intero universo, più in là del capolinea del 62, di Birmingham, addiritttura dell'Inghilterra. E lei lo voleva vedere, e dividerlo con qualcuno. Voleva qualcuno che la tenesse per mano mentre lei guardava la luna che sorgeva sopra il Taj Mahal. Voleva essere baciata, piano, ma a lungo, sullo sfondo magnifico delle Montagne Rocciose, in Canada. Voleva scalare l'Ayers Rock all'alba. Voleva qualcuno che le chiedesse di sposarlo mentre il sole al tramonto stendeva le sue dita rosso sangue sui minareti rosa dell'Alhambra”. [Sguardi superiori] "Era il mondo, il mondo in quanto tale, che era fuori dalla sua portata, tutta quella costruzione assurdamente grande, complicata, casuale, incommensurabile, quella marea incessante di relazioni umane, politiche, culture, storie... Come sperare di riuscire a padroneggiare tutte quelle cose? Non era come la musica. La musica aveva sempre un senso, una logica. La musica che sentì quella sera era chiara, accessibile, piena di intelligenza e umorismo, malinconia ed energia, e speranza. Non avrebbe mai capito il mondo, ma avrebbe sempre amato quella musica". [Ma quanto è vero] "A volte mi sento come se fossi destinato a essere sempre dietro le quinte quando arriva una scena madre. Come se Dio mi avesse scelto come vittima di un cosmico tiro mancino, assegnandomi poco più di una comparsata nella mia stessa vita. Altre volte mi sento come se non avessi altro rôle che quello dello spettatore di storie di altra gente, e per di più fossi condannato a lasciare il mio posto sempre al momento cruciale, e andare in cucina a farmi una tazza di tè proprio quando arriva la resa dei conti".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questa è una storia di guerra, di rapporti familiari particolari, di affetti altalenanti, è la storia di Ietri: ragazzo scanzonato, ingenuo e malato di sesso, pur non avendolo mai fatto ormai raggiunti i venti anni. E’ la storia di Cederna e Agnese giovane coppia, anche lui sempre voglioso di sesso, lei invece si caratterizza per una profonda propensione per il cibo cinese; è la storia di  Rosanna Vitale e René amici intimi o meglio amici di letto a pagamento, lui è comandante di ventisette soldati e per questa storia si caccerà nei guai, facendo toccare al lettore pensieri e temi profondi che lasciano spazio a riflessioni. E’ la storia di Angelo Torsu, primo caporalmaggiore che intrattiene una conoscenza in chat con una certa/o Tersicore89. E’ anche la storia di un’intossicazione alimentare che fa degenerare la situazione nella caserma, tutti i soldati sembrano impazziti e il bagno sembra ricoprire il ruolo di salvezza, Torsu per accaparrarsi il bagno fa a botte anche con un suo superiore ed è in critiche condizioni di salute per via della contaminazione. E’ anche la storia di  Alessandro che viene visto dalla sua famiglia sempre come secondo a dispetto di Marianna dalle doti eccelse in tutti i campi, dalla scuola alla musica: "Ecco come tornava a vivere il passato, dov’erano andate a finire tutte le invettive di Ernesto, i riti celebrativi, l’amore elargito e revocato, le raccomandazioni di Nini, le precauzioni, lo studio indefesso e selvaggio, le olimpiadi della matematica dove si classificò seconda, i vezzeggiativi, il solfeggio, gli accordi pestati che percorrevano i cinque piani del palazzo e raggiungevano i garage e da lì sprofondavano sottoterra, i temi del liceo sintatticamente perfetti e glaciali: ogni singolo elemento aveva contribuito a caricare Marianna come un meccanismo a molla. Un milione di giri dietro la schiena del soldatino di piombo che era. La chiave era scattata e lei aveva preso a marciare spedita verso un traguardo. Poco importava se quel traguardo coincideva con la fine del tavolo: con il baratro, in famiglia, avevamo tutti una certa dimestichezza".
    Intanto nel battaglione tra vecchi ricordi, email non mandate, parole che rimangono ferme in gola, paura di sbagliare, partite a Risiko, c’è anche chi è vittima di pressioni da altri soldati, così come nella vita militare reale. Attacchi nemici, agguati, morti sotto il fuoco nemico come: Simoncelli, Camporesi, Mattioli, Mitrano, Ietri. Il passaggio in cui c’è lo psicologo Finizio l’ho apprezzato davvero molto, mi è sembrato di entrare in intimità con i soldati. E’ la storia anche di rapporti familiari come dicevo, all’inizio difficili, labili che si reggono su un filo che è destinato a staccarsi come il rapporto tra Marianna ed Ernesto che è davvero delicato, cioè in realtà il rapporto con tutta la famiglia è un lento declino, come la carriera di quel fratello che vedrà cambiare le coordinate della propria vita e riempire dei buchi affettivi dettati dalla mancanza delle morti in guerra; un riassesto, una nuova rivoluzione, un nuovo inizio, uno sparo.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante