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Autore

Gjo Esse

in archivio dal 13 gen 2013

10 gennaio 1973, Capri (NA) - Italia

segni particolari:
La vita diventa un'avventura solo se la scrivi.

mi descrivo così:
Scrittrice per passione con una particolare predilezione per l'erotismo, indagato con un pizzico di psicologia.

22 gennaio 2013 alle ore 19:22

La fata di ferro - Seconda puntata

Intro: ATTENZIONE - RACCONTO DESTINATO AD UN PUBBLICO ADULTO

Il racconto

3

Ormai il ghiaccio era rotto e la Fata di Ferro non teneva più stretti per se i suoi segreti.
Anzi, burrosa e languida, aveva deciso di darsi alla principessa Alba, anima e corpo.
Ad Alba non sembrava vero.
Il pomeriggio facevano una merendina e chiacchieravano del più e del meno, come due amiche del cuore. Poi si dedicavano ai compiti, perché una vera principessa deve essere in gamba, la fata glielo ricordava tutti i giorni.
Poi arrivava il premio.
Il premio era: la confidenza ... l'intimità...
La fata, rassegnata, si donava completamente a lei, perché soddisfacesse la sua lussuria e i suoi sentimenti lascivi … di giovane curiosa e impertinente.
Allora la screanzata si sedeva accanto a lei.
Spesso si servivano di un piccolo plaid con una fantasia scozzese, in quei casi Alba gioiva ancora di più.
Spesso guardavano la televisione, nelle lunghe serate invernali: la Fata in carne si piazzava sul divano e seguiva con finta attenzione qualsiasi programma, pur di starle vicino, altre volte la donna le leggeva delle storie oppure le parlava della sua gioventù. Le loro gambe celate sotto la coperta iniziavano a strusciarsi... il rumore del feltro che frusciava, eccitava entrambe.
Ad Alba non mancava mai la scusa adatta: ora per lo spasso, ora per la paura … ogni pretesto era buono per stringersi a fianco della Fata di Ferro.
Allora, specialmente se protette dal plaid di lana, le piccole mani sottili cominciavano a frugare.
La ragazza abbracciava la donna, in cerca d’affetto e ne esplorava ogni rotondità, ogni curva.
Le dita affusolate vagavano sul cotone del camice, a volte perdendosi tra le roselline sul fondo nero, altre, cogliendo le margherite, prepotentemente sparse; e più la Fata taceva, più quelle mani si prendevano delle confidenze.
Dapprima voleva accarezzarla con delicatezza e disinteresse: carezze distratte, occasionali, come se nascessero spontaneamente e senza scopo.
Ma poi l’eccitazione aumentava e con essa il parossismo, i movimenti diventavano sempre più rabbiosi, sconnessi, convulsi … quelle mani “possedevano”, letteralmente, il corpo della grossa fata.
Alba le toccava i fianchi abbondanti, poi strisciava serpeggiando fino alla pancia di lei, che era generosa e morbida, allora di piatto si infilava sotto la carne e carezzava l’inguine.
Poi tornava su … cercava le mammelle e tirava, e premeva, e giocava con il seno abbondante.
I capezzoli si sentivano al tatto, gonfi e costipati sotto la veste, pressati nel reggipetto.
Poi le dita esploravano il collo, la nuca, titillavano i lobi …
La fata moriva lentamente di languore.
Il cuore impazziva e piccole gocce di perla le cingevano la fronte.
Il plaid faceva da complice.
Allora la ragazza diceva di aver caldo. Da sotto la coltre, faceva scivolare via, dalle gambe di gazzella, la gonna, e restava solo in mutandine e calzettoni.
La carne nuda cercava di nuovo il contatto, scostava il cotone, strusciava sulla seta e trovava infine la pelle dell’altra.
E quando la carne delle due s’incontrava, per entrambe era il tripudio.
Quel desiderio era tanto più grande quanto più era proibito e sofferto.
Il silenzio falso della fata faceva fremere la giovane principessa. Ogni attimo temeva di essere scoperta e quindi allontanata, scacciata.
Sapeva che stava approfittando di tutte le magie della Fata di Ferro, ma non riusciva a trattenersi!
Doveva bere a quella fonte.
Ogni sera si riprometteva di resistere a quella sete ma, il pomeriggio successivo, i suoi buoni propositi capitolavano e si rituffava in quel corpo arrendevole, morbido, materno … che gioie provava e quanto si bagnava il suo fiore nascosto!
Tornava a casa con le mutandine in fiamme per la lussuria.

4

Il pomeriggio era freddo, nonostante la primavera fosse appena arrivata.
Nicòle arrivò con le guance e le ginocchia arrossate e il piccolo naso ghiacciato.
La sua figura slanciata emerse superbamente, tra i giochi di luce degli specchi della porta.
Flora restò abbagliata ancora una volta dalla sua leggiadria.
Era martedì. La ragazza era mancata due giorni, anzi quasi tre, e la donna si rese conto di quanto la amava.
Padrona del mondo, Nicòle si spogliò del soprabito e tolse la sciarpa bianca.
Poi tolse il cappello di lana lasciando scorrere sulle spalle i capelli d’oro.
Inondò, poi, la casa di sorrisi e parole senza senso …
Niente scuola per domani, niente compiti oggi … stabilì, spadroneggiando, che era il pomeriggio adatto per guardare “Il dottor Zivago”.
Flora avrebbe voluto piangere, ma non lo fece, né si oppose alle richieste della giovane … l’attendeva da troppo, per non esaudire i desideri della sua piccola “tiranna”.
Iniziò a sentire le farfalle nello stomaco, mentre con la mente pregustava le carezze che bramava da tanto. Le loro mani avrebbero danzato con le dita, intrecciandosi e respingendosi, come ballerine su un palco.
Non riusciva a porre freno al suo desiderio, né a quello della ragazza.
Ma erano in stallo … non poteva continuare così … la donna adulta decise di rompere gli indugi:
- Vai a fare pipì allora – disse Flora – altrimenti dopo ti seccherà alzarti. – le sorrise – io intanto vado a preparare il tè. –
- Si, Badrone! – la prese in giro Nicòle.
Mentre Flora armeggiava in cucina, la giovane che si attardava nel bagno, gridò:
- Ho una sorpresa, la vuoi vedere? –
- Ho, hooo! – rilanciò Flora – difficilmente le “tue” sorprese promettono niente di buono per il mio "destino"! –
- E invece si, guardami! – uscì dal bagno e si mise in mostra per l’amica.
Aveva indosso solo lo spesso maglione a coste. Sotto invece dei calzettoni indossava dei collant neri e velati.
Flora ebbe un sobbalzo, nonostante la ragazza tenesse le cosce serrate, era evidente che non indossava le mutandine.
- E guarda, ora! – disse Nicòle, con un sorriso che sapeva di giovanile impertinenza. Divaricò i piedi allargando le gambe. Aveva squarciate grossolanamente le collant con le dita, proprio tra le gambe, così le calze facevano da cornice a quello spettacolo mozzafiato.
- E’ una mia invenzione! – disse la sgualdrina – Ti piace? –
Non attese risposta; tanto sapeva bene che non sarebbe arrivata.
La bocca di Flora si era spalancata per lo stupore, ma la povera donna non riusciva a proferire una sola parola.
- Queste sono più calde, starò comodissima … e senza le mutandine, posso fare la pipì più facilmente. – alzò gli occhi e fissò Flora con aria spavalda, gli occhi di cerbiatta la sfidarono senza pudore.
Flora riuscì a distrarre la sua attenzione da quello spettacolo. Col respiro affannoso finse di borbottare qualcosa sui giovani, voltandosi per nascondere il rossore del suo volto, eccitata.
La donna si dedicò tenacemente a filtrare il te e lo versò caldo nelle due tazze preferite, poi senza una parola si ritirò di sopra in camera.
Nicòle si era già sistemata sul divano, accogliente come un'alcova.
Il film era appena partito. Dalle scale spiò Flora che tornava in salotto. Si era cambiata: ora indossava una lunga camicia da notte stretta ai seni, in stile impero e che sotto si svasava leggermente … sul davanti aveva i bottoni.
La ragazza notò che la donna non aveva più le calze. Avrà caldo, pensò tra sé e provò piacere a quella vista.

Quel pomeriggio la Fata di Ferro aveva indossato una veste leggera con i bottoni sul davanti.
Come sempre, in silenzio, si sedette accanto ad Alba. Dopo pochi minuti la principessa si raggomitolò al suo fianco; come sempre, iniziò ad assaporare l'atmosfera voluttuosa che si creava tra loro. Chiuse gli occhi ed aspirò il profumo fresco sulla sua carne delicata.
Tirò sul divano le due gambe fasciate dalle collant, mentre abbandonava la testa sul braccio della fata; pochi istanti dopo con la mano liberà scivolò dalle sue gambe sottili, a quelle deliziosamente grosse della donna matura.
Spingendo sul cotone leggero, sentì che scivolava facilmente sulla pelle nuda delle cosce. La principessa ebbe uno dei mille brividi, che ormai facevano parte di quella sua precoce sessualità.
Curiosa, col cuore che batteva, la mano trasgressiva scivolò verso l’alto; scavalcò la pancia, si soffermò sull’ombelico teso, per poi risalire il lieve pendio che arrancava sotto i seni generosi.
Avrebbe voluto lanciare un piccolo grido di vittoria, ma si trattenne mordendosi le labbra: si era appena resa conto che la donna aveva tolto anche il reggiseno. Le sue poppe deliziose e calde poggiavano solo sul corpetto della vestaglia ed erano trattenute, dal prorompere, solo dai bottoni.
La voglia divenne violenta.
La fata taceva ... come se nulla stesse accadendo tra loro.
Il volto sembrava quello della Sfinge.
Guardava senza vedere in direzione della televisione, le labbra serrate enigmaticamente, non un briciolo di emozione faceva capolino sul suo viso.
I suoi occhi penetranti, evitavano accuratamente di incrociare quelli di Alba.
Sembrava lievemente annoiata e del tutto indifferente alle passioni contrastanti che agitavano la giovanetta.
Alba voleva toccare la pelle nuda di lei, ma non voleva sembrare troppo insistente. Alla fine si fece coraggio. Stavolta doveva tentare. Non poteva restare per sempre nell’insicurezza e col petto in fiamme.
Le dita sottili della sua mano, acquistarono coraggio, e come artificieri che manipolano una bomba inesplosa ... uno dopo l’altro sbottonò i tre bottoni, che scendevano dall’alto verso il basso, dal decolté della Fata di Ferro.
I seni tracimarono come un fiume in piena, privi oramai di ogni difesa. Non più trattenuti, si allargavano mollemente, allontanandosi l’uno dall’altro. Tra di essi apparve, allora, come una vallata rorida di sudore. Come provenisse dal sottobosco nel mese di agosto: una zaffata di profumo di donna invase le nari della principessa impertinente.
Alba era insicura nel leggere i segnali del piacere, ma di certo non evitò di cercare la voluttà tra quelle due montagne calde e tenere. Sulla sommità, sorgendo come un tempio tibetano, i seni, turgidi e torniti, con la punta grossa come un dito, svettavano, allettando all’osare.
Il contatto della pelle nuda con i luoghi più intimi della sua “madrina” resero la principessa euforica, come ubriaca. Abbandonò ogni freno inibitore e si avventò con le mani su quei seni e sulla pancia che li sosteneva con le mani bramose di toccare.
Quel silenzio indifferente e annoiato della fata, che spesso era stato causa di dolori d’amore nella giovane principessa, ora, lo benediceva.
La donna immobile si lasciava sballottare, tastare, annusare, senza dare segno di fastidio.
Alba aveva perso la testa … adesso era quasi pronta al passo decisivo: la vicinanza del suo viso e della bocca a quel seno generoso la invitava a prenderli tra le labbra con passione.
La voce della Fata di Ferro arrivò pacata, ma decisa ... in maniera del tutto inaspettata ... come uno schiaffo sulle mani.
La matrona uscì, all’improvviso, dal suo torpore sibillino.
Risorse, e voltandosi verso Alba, la fissò con gli occhi scuri, ardenti come braci:
- Ma ti piace veramente quello che stai facendo? -
Alba sussultò. Ritirò la mano. Si irrigidì come se fosse stata colpita da un ceffone.
Nonostante la donna continuasse a rimanere immobile sul divano, con i seni fuori dall’abito stretto; nonostante l’orlo sottostante, sollecitato dai moti inarrestabili della ragazza, fosse salito fino a scoprire tutte le grandi cosce e perfino la mutandina bianca di cotone … fu la ragazza a sentirsi messa a nudo.
Si sentì scoperta, in un gioco che, follemente, aveva pensato di poter occultare.
Si vergognò di avere approfittato … esagerato … usurpato.
Aveva invaso ogni giorno di più l’amicizia bonaria della fata, frugando sempre maggiormente il suo corpo.
Quel giorno aveva di certo esagerato e, all’improvviso, provò su di se tutta la violenza della colpa della sua trasgressione.
Rimase impietrita mentre, completamente sobria, dopo la sbornia di piacere, desiderava sprofondare, pur di non dover ammettere, così spudoratamente, la sua insana passione.
Il tempo si era fermato nel soggiorno … tutto sembrava tacere.
La Fata di Ferro, impassibile come un’aguzzina, scrutava l’anima di Alba, passandole attraverso gli occhi, chiari come l’acqua.
Poi finalmente sul suo viso si disegnò un leggero sorriso che odorava di panna montata.
Riprese la sua posizione comoda sul divano e lentamente cercò la mano di Alba, accogliendola sui seni cedevoli.
Appena la ragazza si sciolse dalla morsa della paura, poggiò la testa nuovamente sul braccio della fata. Allora lei l’attirò a sé fino a quando la bocca non si poggiò sul suo seno voglioso.
- Tu lo sai che tutto questo è proibito. Saprai mantenere il segreto? -
Liberandosi la bocca dal bacio, Alba promise con tutta l’anima:
- Non dirò mai niente a nessuno di quello che accade tra di noi ... qui. Te lo giuro! –
La fata abbassò lo sguardo e le loro labbra si incontrarono. Le sue erano carnose e pronunciate e si schiusero alla curiosità della fanciulla.
Lei non sapeva bene come fare, ma il contatto fu inebriante. Un attimo dopo si ritrovò con la lingua di fronte a un succo oleoso e trasparente ... era la saliva della sua amante. Passando da una bocca all’altra il liquido si abbassava di temperatura, portando una freschezza sconosciuta e nuova sulla sua lingua.
Non credeva di resistere a quel sapore senza svenire, ma si fece forza.
“Nooo!” non riusciva a credere che tutto questo stesse veramente succedendo.
Quella penetrazione tra le labbra era la cosa più intima e segreta che le fosse mai capitata.
Quando le due lingue si catturarono, Alba voleva piangere per l’emozione … non poteva sapere che quello era solo l’inizio.

5

- Sto tanto bene con te, mi piace toccarti tutta e desidero da tanto che anche tu mi accarezzi. – disse Nicòle.
- Sei certa di volerlo? Desideri un contatto più intimo? – disse Flora, mentre erano abbracciate con le guance che si sfioravano.
- Si … lo desidero da mesi ... voglio che mi tocchi anche tu! – poi aggiunse sussurrando – Lo so bene che mia madre non accetterebbe tutto questo, ma io non dirò mai niente. Io voglio essere solamente tua. -
Flora sorrise e si lasciò finalmente andare, come se si fosse finalmente sciolta da un legaccio che ne inibiva le emozioni. Finalmente era ora di raccogliere i frutti dei suoi maneggi e della sua tenacia.
La baciò ancora sulle labbra con complicità … e le sue mani iniziarono a muoversi.
Scivolarono sotto il grosso maglione e le cercarono le spalle, e si saziarono di tutto il copro della giovane … dalle spalle scesero sui fianchi. Poi da sopra le calze scese alle natiche. Conobbe le sue gambe, per poi risalire, strisciando il polso sul pube della ragazza, ma senza soggiornarvi ... almeno per il momento.
Al contrario le carezze proseguirono di nuovo verso l'alto, rientrando sotto la maglia e raggiungendo i piccoli seni appuntiti e durissimi. Arrivate all’aureola rosa si fermarono e Flora la fissò con un sorriso di sfida … aspettava un permesso che non le fu negato.
Allora sapientemente seppe pressare e tirare quei seni acerbi. Li circondava e li massaggiava; dopo averla baciata ancora si diresse, con la bocca, sulla maglia, sottoponendoli alla voracità delle sue labbra.
L’alito tiepido oltrepassava la lana, inondando la ragazza con un calore del tutto nuovo e inebriante.
Poi l’eccitazione della fanciulla divenne sogno: quando, con movimenti voluttuosi, Flora fece scivolare verso l’alto sia la maglia che la canottiera leggera; il contatto delle sue labbra avvenne direttamente sui piccoli bottoncini rosa, diventanti duri come la madreperla.
La ragazza aveva il ventre infuocato. Il desiderio la rimescolava tutta, non sapeva come, ma voleva da quella donna tutto ciò che l’erotismo poteva offrire.
Nicòle non poteva sapere che, quella danza, era solo l’insieme dei preliminari.
Infatti qualche minuto dopo Flora chiuse la porta a doppia mandata e le prese una mano … scalze, come ninfe dei boschi, salirono al piano superiore dove c’era la camera da letto.
Flora la fece distendere, delicatamente, e poi si accovacciò sulla giovane, mettendosi a quattro zampe, mentre i seni sconfinati, precipitavano sul collo e sul petto di Nicòle.
- Tesoro – le disse – adesso puoi guardare e toccare … tutto. Non ti devi più trattenere. E’ da tanto che lo desideravo, piccola mia. – Si scostò una ciocca con le dita della mano – Finalmente … -
Allora Nicòle con un gesto liberatorio le aprì tutti i bottoni e lasciò che la sua veste scorresse dal suo corpo verso il pavimento, lasciandola, finalmente nuda, nell’opulenza delle sue morbide forme: si mostrava tutta davanti ai suoi occhi vogliosi.

La ragazza cominciò a godere già con gli occhi. La possedette con lo sguardo, come un bambino che, finalmente, diventa padrone del giocattolo che desidera da tempo.
Ora, libera, Nicòle cominciò ad accarezzare la donna, scrutandone prima i seni, poi la pancia ed i fianchi.
Flora indossava ancora le mutandine bianche.
Curiose di provare, le dita di Nicòle frugarono sotto l’elastico, voleva provare fin dove si poteva spingere in quella nuova frontiera della sensualità; con le dita cercò l’orlo e iniziò a sfilare l'intimo di Flora.
La donna si abbandonò a quel piacere ... così la giovane, seguendo il suo corpo con le dita, ebbe l’occasione di esplorare tutta la sua carne, fino ai piedi, nudi e caldi, che tante volte aveva desiderato baciare.
Ora, la grande dama, era tutta nuda e tutta sua: che piacere inatteso!
La donna matura godeva della passione che lei metteva nello scoprirla.
Come un dono d’amore Nicòle si offrì:
- Prendimi anche tu, Flora, scoprimi, guardami e tocca tutto ciò che desideri di me, il mio corpo ti appartiene. -
Lei fu bravissima: le sue mani le sfilavano i vestiti scorrendo sulla sua pelle giovanile e facendola vibrare, languidamente le tolse le calze strappate, facendole scorrere, all’infinito, sulle lunghe gambe da gazzella. Poi toccò alla maglietta: anche sfilarle quella, fu un atto delizioso, lento, eccitante.
Le dita leggere sfioravano i piccoli seni, che reagivano, autonomamente, ad ogni sua singola carezza. Con fare materno sistemò la biancheria su di un cuscino.
In poco tempo, anche la ragazza venne completamente spogliata.
Per Nicòle, starle di fronte, era come volare: vedere il corpo di lei, tanto desiderato, la faceva sentire sospesa in uno stato conturbante, mai provato prima.
Essere del tutto nude, fece si che esse si fondessero in un abbraccio totale, dove ogni centimetro di pelle veniva a contatto, combaciando.
Distese sul letto, le mani di Flora, immediatamente seguite dalle sue labbra, iniziarono quel viaggio passionale che mai più si sarebbe cancellato dai ricordi di Nicòle.
Le sue mani addosso, erano come scintille di lava incandescente.
Scivolavano sulla pelle e, appena dopo le dita, arrivavano le labbra che, umide di fiato e di saliva, sembravano fumare come lava ardente che lasciava, su quel corpo acerbo, sensazioni mai provate.
Quella scia umida, che evaporava per la febbre dell’amore, le procurava brividi eccitanti e incontrollabili.
Nicòle era come in trance.
Viveva tutto questo, come se si trovasse in un’altra dimensione. Le sensazioni indescrivibili erano intense, violente, eppure ovattate: come se la sua mente le vivesse sotto l’effetto della più inebriante delle droghe.
Finalmente dopo il lungo peregrinare le dita della donna raggiunsero la piccola farfalla che, come fosse appena sorta dal bozzolo, se ne stava immobile e contrita, in attesa che la natura le insegnasse a schiudersi al piacere.
Ciò che sembrava l’apice insostenibile della goduria, si rivelò solo l’inizio del sentiero proibito, durante quell’accoppiamento innaturale.
La mano di Flora si dedicò al gioiellino della giovane Nicòle: la carezzava, la confortava, … l’avvisava di tenersi forte, perché l’affondo stava per giungere.
Infatti, pochi momenti dopo, la bocca carnosa discese implacabile, affamata di quel fiore.
La ghermì, violentandone le ali piene di rugiada, spaccandola fino al vertice con la lingua possente e dura.
La bocca premeva.
La lingua penetrava inarrestabile: come quella di un vampiro assetato di miele.
Flora penetrò nel sacello bagnato e, al tempo stesso, infuocato dalla passione.
Un suono osceno si sprigionava da quella scena erotica.
La dolcezza aveva lasciato il posto all’ingordigia.
Un fulmine elettrico, squarciante, luminoso, partì dal ventre di Nicòle e percorrendo ogni suo muscolo più recondito, le raggiunse il cervello, facendola sobbalzare per l’emozione.
Un piacere mai provato, sconosciuto perfino nelle notti solitarie in cui si martoriava il sesso
Flora le stette addosso con la stessa forza di un maschio che vuol possedere la preda conquistata. Pur senza deflorarla, la fece sua ripetutamente, forse in maniera ancora più veemente, marchiandola per sempre col suo peso e con le lettere infuocate del suo desiderio incontenibile.
Gli orgasmi di Nicòle, iniziarono pochi minuti dopo quelle ondate di carne che si squassavano sulla sua riva, con la forza di una burrasca.
Non fu possibile contarli, così come poi non sarebbe stato possibile contare i giorni di amore e di piacere che avrebbero vissuto in seguito. Tutte quelle ore passate insieme, le avrebbero trasformate in amanti indivisibili.
Quando Nicòle cercò di ricambiare dirigendo la bocca verso i luoghi segreti della donna, Flora non le permise di raggiungerli.
La ragazza si dovette accontentare di poggiarle la guancia sul ventre, cercando di aspirare, vicinissima all’intimità della donna, tutto l’odore che sprigionava.
Poi le accarezzò la mano e, delicatamente, le permise di avventurarsi dentro di lei.
Nicòle cominciò a scavare e a rovistare, come fosse la padrona.
Dopo poco, anche Flora esplose,  senza più controllo.
Appena Nicòle capì che la sua istitutrice stava raggiungendo l’acme, cercò, con l’altra mano, la sua natura e si associò a lei nel novello piacere che, liquido e sonoro, la fece sciogliere … come se svenisse in un lago peccaminoso. Godere insieme fu inconcepibile ... iniziandole subito a una comunione che mai più si sarebbe potuta sciogliere.
Per la giovane Nicolè, questa fu la prima, vera esperienza sessuale, e fu tutta al femminile.
Essa andava oltre il semplice sesso … sfociava nell’emozione: un'emozione che mai, nella sua vita, sarebbe stata eguagliata.
Per quanto piacere avrebbe mai assaporato, nessuna successiva relazione avrebbe retto il paragone con quella prima, indelebile, avventura.
Quel paio d’ore intense e travolgenti restarono impresse nei suoi ricordi ad un livello di estasi ineguagliabile.
Spossata, si accucciò sotto il corpo della sua Fata, dopo il sesso sfrenato, adesso, cercava l’amore incondizionato.
E si addormentò.

Fine della seconda puntata

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