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Racconti di Guido Buono

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  • 30 aprile 2008
    Aversa: l'amore nascosto

    Come comincia: Aversa: Via Licigniti - fabbrica artigianale di bibite "Fardella"
    Arriva una Fiat "Uno" da "demolizione"; fuoriescono un uomo sulla quarantina, una donna - probabilmente la moglie - con l'occhio sinistro cieco, ed un bambino di circa dieci anni d'età.
    Scaricano frettolosamente due casse di bottigliette vuote di gazzosa a marchio "Fardella"; il signor Tommaso ha l'imbottigliamento anche di "cola" e di "aranciata" da primo prezzo.
    Il bambino si offre di prendere in mano una delle due cassette, ma è dissuaso con modi bruschi dal padre; alla fine ci riesce e posa la sua cassetta in prossimità di un pianerottolo da cui si accede alla fabbrichetta.
    Il padre del bambino gli dà l'incarico di pagare le due cassette "piene", ma, al momento di ricevere il resto, inspiegabilmente, forse per un errore da lui imputabile al piccolo, comincia a strattonarlo e a spingerlo in malo modo.
    L'uomo, esagitato, impreca qualche parolaccia e biascica qualche bestemmia. Il bambino si difende, riceve un ceffone sul collo, piange e, difendendosi con fare brusco ed anche violento, si dimena, si svincola dal padre e si rifugia nell'auto, rivolgendo maldicenze all'indirizzo del genitore; questi gesticola nervoso e dà l'idea di volerlo ancora picchiare, ma la madre del piccolo, rozza e malmessa, con grande slancio materno lo protegge e cerca di convincere il marito a lasciarlo stare.
    L'uomo, con fare furioso e seccato, si mette alla guida dell'auto e parte nervosamente.
    Aversa: non sempre "mazze e panelle fanno i figli belli" !

  • 24 aprile 2007
    Esercizio di tolleranza

    Come comincia: L'impatto con Antonietta (titolare di un minimarket), che vi mette in discussione tutti i prezzi proposti e che vuole "una piccola attenzione" non deve scoraggiarvi: fa sempre così!

    Quando uscite dal negozio per prendere l'auto parcheggiata sulla banchina ben lastricata di porfido rosso, guardate, sorpreso, un lungo tir, "International transport" - Maddaloni - CE, che v'impedisce la manovra di spostamento.


    Abbandonate subito l'idea che sia un autotrasportatore straniero in cerca d'informazioni. L'autista, infatti, non c'è, ma - pensate - non può essere andato lontano!


    Vi rivolgete con aria interrogativa e speranzosa ad un signore, che sta vicino all'ingresso di un frantoio oleario poco distante, sullo sfondo di una collinetta di sansa: vi fa cenno di andare al bar, lì vicino, all'angolo. "Sarà andato a bere un caffè o qualche amaro", arguite. Salutate ed ottimista chiedete al barista: "Scusate, sta qui l'autista di quel tir? Non riesco a spostare l'..." Il barista, confuso tra gli amici che giocano a "tressette", v'interrompe subito rispondendo " Sta add'u barbiere all'angolo, 'nu poco cchiù abbascio!" (Sta dal barbiere, all'angolo, un poco più giù).


    Salutate e tra voi supponete che si sarà recato a salutare un amico. Quando arrivate sulla soglia del salone, non avete più dubbi: il barbiere sta finendo d'insaponare la barba ad un cliente e nel salone non c'è nessun altro in attesa del proprio turno. Il cliente con la barba insaponata deve essere l'autotrenista!


    "Scusate! " (Sembra strano che siate voi a chiedere scusa - è un modo d'introdurre il discorso qui da noi nel Sud, quando si deve chiedere qualcosa). Vi verrebbe voglia di gridare "come fate a lasciare un tir in quel posto e poi ve ne andate pure a "fare la barba?!" Ma l'atmosfera è conciliante. "Scusate, siete voi l'autotrenista...?"


    - "Scusate voi - e l'autotrenista fa il gesto quasi di alzarsi con il viso ancora insaponato ed una striscia rettangolare di pelle già rasata - potete aspettarmi un attimo, quando Giovanni finisce di radermi?"


    "Non preoccupatevi, aspetterò un po', tanto non ci vuole molto tempo".


    Sprofondate in una comoda poltroncina rivestita di similpelle, imbottita, con bottoni rosa corallo; traballa un po' mentre vi sedete, poi si ferma. Rimanete alquanto incerto, poi vi rassicurate.


    Il salone è quello tipico dei nostri paesi caudini (la Valle Caudina, a metà tra provincia di Benevento ed Avellino, ci riporta alla memoria l'episodio famoso delle "forche caudine", in cui i Romani nel 321 a.C., sconfitti dai Sanniti, subirono l'onta di dover passare - sbeffeggiati - sotto il "giogo" delle "furculae" , formato da due lance verticali ed una orizzontale molto bassa, che li costringeva ad abbassare il capo in segno di sottomissione): un solo ambiente, poco illuminato, un arredamento essenziale e molto sobrio; non manca il tavolinetto per farsi la partita a carte con qualche amico cliente ed ingannare così le attese; appesi alla parete di fronte all'ingresso due grandi specchi, ingialliti in più punti.


    Colpisce l'attenzione il sediolone su cui far sedere i bambini mentre si tagliano loro i capelli: sul davanti è fissato un cavalluccio di legno - simile a quelli delle giostre - per distrarre i piccoli durante il taglio.


    In un angolo del salone, appoggiato su un'annerita mensoletta di legno, c'è un ventilatore per mitigare la calura estiva, ora spento, perché è autunno.


    Molti ragazzi del '45 - a Montesarchio  (l'antica Caudium) - ricorderanno che da piccoli, dopo aver imparato dal sarto a "buttare i soprammani" ai bordi delle stoffe per non farle "sfilare", dopo aver raccolto i trucioli di legno nella piccola falegnameria di "Mastu Peppe Telaro" e imparato a sostituire qualche lampadina o motorino d'avviamento dell'auto dall'elettrauto "Dante Campana" (il quale non ti risparmiava in caso di errori "una martellata appresso"), dopo si finiva dal barbiere, prima di tutto ad osservare con attenzione il lavoro del "masto", andare a comprargli il caffè o il giornale, raccogliere i ciuffi di capelli tagliati e caduti per terra. Tutto per imparare i piccoli mestieri e sopportare i piccoli sacrifici che t'insegnano a vivere. Non si doveva restare per strada senza far niente!


    Dopo circa cinque minuti, l'autotrenista, pulendosi frettolosamente i piccoli residui di schiuma dal viso, dopo aver rinnovato le sue scuse, si avviò a spostare il tir di quel poco che bastava per consentirmi la manovra! Sic!


    Per la strada un ragazzo, salutandolo, aveva esclamato: "Salvatò, te viene a ffa' semp'a barba a Frasso, eh?!"