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in archivio dal 10 mar 2010

Gustavo Tempesta

21 agosto 1953, Pescopennataro
Mi descrivo così: Temperamento sanguigno, lingua velenosa ma mai volgare. Rispettoso di ogni essere che merita rispetto.
Mi trovi anche su:

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  • 18 dicembre 2011 alle ore 19:50
    Attraverso il vetro

    Condensa, condensa l’aria calda
    prodotta dalla stufa.
    Si abbranchia all’opalino
    liquido eremo rimasto senza uscite.
    Diviene goccia tonda
    perfetta unicità dell’essere
    senza preoccupazioni e spigoli
    rilassatezza sciatta e caldo buono.
    Quello che è oltre sia da me lontano..
    Sfregola il mio dito sul vetro,
    trascina  basso in rivoli umidibondi,
    rugiade.
    In un riflesso obliquo mi specchio,
    mi ammiro narciso.
    La mia speculare destra in realtà è sinistra
    ed il mio “lato buono” è andato a farsi fottere.

     
  • 03 luglio 2011 alle ore 1:52
    Samira

    Sulla collina 
    hanno tagliato le querce;
    ne nasceranno nuove!
    Di ghiande sono rimasti
    involucri vuoti e il tuo velo
    che fascia labbra rosse.
    Della tua ora divisa
    -essenza di peccato e donna-
    per metà amadriade
    per il suo quarto, demonio
    per il restante, puttana
    è rimasto pianto.
    Non me lo disse
    quel maledetto turco
    quando ti si vendette
    a caro prezzo-

     
  • 01 settembre 2010
    Panchine

    Solitarie, vuote
    enigmi di stallo;
    attesa immobile
    d'autunno.
    Un lacrimare di foglie
    sovrasta quelle tombe
    come croci ottobrine.

     
  • 05 maggio 2010
    Fuggite

    Fuggite dalle città contrite
    se volete ritrovare un cencio d'uomo.
    Uno sfilaccio di straccio
    vagliato al setaccio.
    Alieno dal deserto arido e ossuto,
    strozzato nella gola dell'imbuto,
     

     
  • 22 marzo 2010
    Esequie

    Le strade assorbono
    gli ultimi rintocchi.
    Campane listate a lutto.
    Stropiccio mesto e rigido:
    come vetroso.

    Non è stato mai abitato

    Questo luogo.
    E questa gente,
    da dove è mai venuta?
    Questa gente.
    Sonnecchiano solo
    le porte serrate
    in questo abbandonato
    paesare d’inverno.
    Per aggregare i vivi
    subiamo un contributo
    dalla morte.

     
  • 22 marzo 2010
    Per ottomila ore...

    Nell’ampolla azotata
    di questo
    universo finito
    divenni un segmento
    esausto e spiegazzato.
    Duro wolframio
    spezzato dall’usura.

     
  • 15 marzo 2010
    Morte bianca

    Mattoni, polvere e sangue,
    al suolo putrelle di croci.
    Non c'è più uomo
    che muoia sul suo letto.

     
  • 10 marzo 2010
    Primavera

    Descrive un ellisse incerto
    Il tuo solstizio.
    E queste voci misere di futuro
    teatrano parole fastidiose
    negli almanacchi voraci di bugie.
    Imputridendo fra santi e ricorrenze
    gravano come massi sul mio tempo
    gli omicidi che ci portiamo dentro.
    Li espieremo tutti; a fior di pelle.

     
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  • 22 febbraio 2015 alle ore 12:15
    il mercatino degli organi usati

    Come comincia: Il mercatino degli organi usati.
     
     
    Era il sabato mattina di una ridente e bla bla. Non vi annoio con la solita tiritera in salsa prosastico-
    poetichese, in quanto so benissimo che darete una rapida occhiata all’intro, vi soffermerete al centro, come se questo contenesse il sugo del racconto, per poi svogliatamente leggere il finale con l’occhio “appannacchiato” del critico provetto.
    Quel sabato, Eulalia, - solo per averle dato il nome, la madre della ragazza, avrebbe dovuto scontare due anni ai domiciliari- prese la meditata decisione di rifarsi: sia la carrozzeria che qualche partuccia interna. Desiderava altresì sostituire qualche tubicino logoro che con gli anni si era reso rigido ostacolandole il flusso del sangue, e anche qualche neurone menefreghista che si rifiutava di ricevere un impulso nervoso.
     Sui banchetti bianco panna acida si trovava ogni genere di ricambio umano, certo contenuto in pozzetti frigo che attraverso pareti di vetro si mostravano vivaci e pulsanti al pubblico.
    Cuori: (con e senza freccia) che ticchettando allegramente instillavano l’ancestrale e primogenito istinto alla vita.
    Fegati: operati una sola volta e ancora in grado di contribuire alla digestione di mezzo chilo di patatine fritte.
    Polmoni: con alveoli appena intaccati dal fumo passivo, con tanto di specificazione del volume d’aria che potevano ancora contenere.
    Poi, ghiandole e ghiandoline, tubicini e grovigli di intestini e frattaglie.
    Eulalia si soffermò davanti a quella che gli sembrò essere un lembo di pelle. Una targa in bella mostra specificava nella sua arzigogolata scritta “isole di Langerhans;” e lei che aveva sempre creduto che fossero un atollo delle Antille!
    Distolse lo sguardo dall’atollo, proseguendo decisa verso il banchetto delle vene usate.
    “Che vene, signorina!” – disse il commerciante allargando le braccia- “sembrano quelle di un ragazzino!.” Vedendo Eulalia interessata, questo, sparò il suo alto prezzo.
    “Non posso permettermele” _-disse la ragazza- “anche se mi piacciono un casino.”
    “Signorina con queste vene, lei, butterà alle ortiche quel gonnone che le nasconde le gambe dalla vita ai piedi! Il prezzo comunque e quello che le ho chiesto; anzi, visto che lei mi sta antipatica, e che è risaputo che godo la fama di essere un poco stronzo, non le le do nemmanco per mille euri! E mica stiamo a vende broccoletti!”
    La ragazza non diede voce al suo risentimento e si limitò ad alzare il dito medio della mano destra, come aveva visto fare nei film americani.
    Girò per ore tra i banchi e avendo trovato e acquistato quello che a lei era d’uopo, compreso un thermos elettronico per mantenere il tutto alla rigorosa temperatura di un grado sotto lo zero, si incamminò verso la vicina clinica “mater corpus usati” dove, dopo avere preso precedenti accordi era attesa da: un chirurgo laureato, una infermiera laureata, e da una matrona normale.
    Un mese dopo, dalla ridente struttura immersa nel solito ridente sabato mattina, gli occhi increduli dei passanti,  poterono ammirare il corpo modellato di una immensa figa. Era la nuova Eulalia. Nei suoi confronti Lady Gaga diventava la “maestrina dalla penna rossa.”
    Giorni dopo la ragazza morì. L’autopsia rilevò l’uso di organi di ricambio di scadente qualità. Eh! Glie lo diceva sempre la mamma! “Figlia mia: chi sparambia, spreca!”
     
     

     
  • 10 ottobre 2012 alle ore 0:03
    Rewind di un morto postumo

    Come comincia: Morii nell’ottobre del 1980, questo lo so per certo in quanto in data: agosto, anno corrente 2012
    Scartabellando un angolo di cimitero, ho trovato la lapide con inciso l’epitaffio “CINERA PETRESINE 1953-1980. Vi starete chiedendo come abbia potuto mettere per iscritto i miei irrazionali trascorsi di vita pur essendo defunto e cadavere. Non è cosa che vi riguardi, ma se proprio lo volete sapere venite a trovarmi, non vi assicuro però che vi dirò tutto. Vi lascerò un dubbio, così, tanto per farvi dispetto.
    Vi dico invece che fu una  bella giornata di sole, ma una leggera brezza si insinuava sotto il maglioncino che sovrastava la camicia tenuta fuori dai pantaloni infastidendo i reni scoperti.
    Fu a Roma, quel giorno di un lontano 1970 che mi portai in casa il ciclostile, e visto che c’ero, espropriai anche innumerevoli risme di carta grezza di basso prezzo. Non ne avevo mai visti di quella fattezza! Appariva come un grosso cassetto, con una fessura davanti e una manovella sul lato destro. Trasmetteva un senso di forza e un ambiguo fascino. Che razza di strano progenitore dei moderni, allora, ciclostile potesse essere,- a causa delle future vicende che dovevano succedermi- non potei mai saperlo. Aveva assolto bene il suo compito, e ora dimenticato nella scansia ammuffita di una sezione di partito chiusa per restauro, giaceva tristo e solo. Incontrai il mio amico Ignazio quella mattina e fra una chiacchiera e l’altra mi disse che stavano facendo lo sgombero di un locale. Sai, rimasugli, roba per “stracciaroli” mi disse, senza trascurare il fatto che: pensando di farmi cosa gradita mi invitò a scartabellare fra i rottami di un passato sapendo di farmi contento. Vedi se trovi qualcosa che ti può servire, “tanto e tutta robba che va pe’ monnezza” Me lo caricai sul “pandino” così com’era senza nemmeno spolverarlo e una volta a casa la prima cosa che feci fu di poggiarlo sul tavolinetto dell’ingresso dandogli un po’ di giri di manovella.
    Volli verificare se funzionasse ancora, e da nostalgico signore di mezza età tornai a percorrere i vecchi lidi.
    Dopo avere messo insieme una paccottiglia di idee, mi sedetti al suo fianco e cominciai a punzonare la matrice. Impetuosi venti di rivoluzioni mancate e dirette dagli scalini di piazza S. Maria in Trastevere mi riempivano il cranio cosicché nell’enfasi del ricordo, distrattamente introdussi le dita nella fessura dove si poggia il pacco della carta. Con mio grande stupore sentii solleticarmele, fu come se una spazzola con i peli morbidi mi passasse sui polpastrelli. Visto, che avvertivo un sottile piacere in quel solleticare di tanto in tanto muovevo le dita per essere spazzolato fino alle falangi. Una carezza mancata! Un desiderio represso di coccole! Procediamo per ordine. Che non mi si venga a dire “questo crapulone scrive male anche da morto”
    Con la mano destra continuavo a bucherellare la matrice quando improvvisamente ebbi la sensazione di un vortice che cercava di tirarmi dentro. Fui incuriosito e insieme incredulo, infine fui preso da terrore quando alla sensazione si accompagnò il dolore delle mie dita schiacciate. Dopo le dita risucchiò la mano, poi si prese anche il braccio, e il seguito. Ululante di dolore e spianato come una sfoglia venivo trascinato nella pancia dell’apparente tranquilla ferraglia, che senza emettere rumore mi stava risucchiando nel suo antro.
    Certamente dovetti perdere i sensi, o quantomeno precipitai nella fase REM di un incubo poiché mi ritrovai vivo e vegeto all’interno di un cassettone enorme dove sopra la mia testa giravano rotelle dentate e pulegge, e a me di fronte troneggiava un gigantesco rullo rivestito di gomma nera.
    Rimessomi dallo strapazzo al quale ero stato sottoposto e riordinando le idee fui preso da un’angoscia tremenda e un senso di prostrazione e annichilimento mi sovrastò. Come era possibile che mi trovassi in quell’assurda e tanto irrazionale dimensione, e quei meccanismi in alto sopra di me che non sarei mai potuto arrivare a toccare. Mi venne in mente la solennità e l’altezza delle guglie delle cattedrali dove i fedeli si sentono schiacciati da una luce divina filtrante dalla sommità e travolgente chi la contempla in tutta la sua immanità
    Chi mi avrebbe tirato fuori da li dentro! Se non fosse arrivata Giustina partita a trovare i suoi familiari in Perù…  campa cavallo! Disse che stava via un mese; fino a quanto avrei resistito senza bere e mangiare.
    Passò del tempo. Ma quale tempo! Io non lo avevo più un tempo e nemmeno un ragguaglio. Quanto ero alto adesso! E come potevo rapportarmi alla grandezza di quelle cremagliere che mi era solo concesso di guardare, a naso per aria e bocca aperta. Chi aveva  messo la risma di carta dopo l’avvenuto mio sequestro! Visto che ora vedevo sfrecciare enormi lenzuola bianche poco distante da me. Sentivo il “grr,grr svifft svifft” della carta che entrava da una fessura, bianca, e ne usciva dall’altra, suppongo stampata. Questa posta addirittura al di sopra delle rotelle dentate, inarrivabile. Allo stremo per fame, e dalla sete succhiavo con avido schifo qualche goccia d’inchiostro che deviando dal rullo in forma di schizzo si appollaiava fra i miei piedi. La primiera necessità del bere era risolta, ci volle molta più pazienza per il mangiare in quanto dovetti aspettare che qualche foglio di carta ballerino rimanesse inceppato nell’orrido meccanismo. Ne raccoglievo un pezzetto lacerato e lo addentavo attorno alla sua forma. Che volume potesse avere, se fosse alto un metro o basso cento centimetri, tutto era in relazione con la mia statura,ora.
    Orinavo e defecavo in una pericolosissima pozza -doveva essere il raccoglitore dell’inchiostro- facendo bene attenzione a rimanere sul piano orizzontale, oltre si estendeva un minaccioso piano inclinato dove scivolava il liquido.
    Mi ero rassegnato ormai, e mi andavo abituando alla miserevole luce che mi consentiva di orientarmi in quel poco ameno stanzone.
    Decisi di concedermi tutto il tempo – che ormai non aveva più un senso definire tale- per riflettere e trovare la via per uscire da quello scatolone. Chissà per quanto ancora dovevo essere costretto ad accettare la irrealtà di quel particolare.
    Mi ostinavo ancora a chiamare tempo quello che: per me si era fermato, andava avanti, indietro, non lo sapevo. Avevo imparato a dormire come fanno gli animali, aggomitolato o rannicchiato in posa fetale, sul fondo dell’oscuro parallelepipedo.
    Non soffrivo fisicamente, e devo dire che quel “molto poco” accogliente luogo: che per altri avrebbe decretato una lenta morte in preda alla follia, stava diventando il ventre caldo e accogliente di una madre, fatto sta che il condizionamento da “super io” aveva già percorso la sua strada compromettendo la mia naturale individualità.

    Un fracasso improvviso, un ding dong tump timp mi oppresse, cercai di limitarlo tappandomi forte le orecchie, il ciclostile aveva dato voce a una serie di bestemmie. Come faceva a parlare, e chi gliele aveva insegnate! Quando mi risucchiò era solo un nuovo accessorio della  casa. La calma che mi ero conquistata, e la rassegnazione nel mio particolare, crollarono all’istante. Iniziai a vaticinare e sbattendo la testa sulle pareti di ferro avvertii qualcosa dentro di me, come uno sciabordare di acqua che scorrendo dal rubinetto si va a perdere gorgogliando nello scarico. Come quando si dona il sangue e si avverte una parte di se che si allontana. Un qualcosa mi stava risucchiando i pensieri. Capii che il rassicurante ventre non era altro che una prigione dove uno scherzo dell’inconscio mi teneva segregato e con tutte le mie forze decisi di sfidare il Cerbero a guardia di quell’inferno. Mi tuffai nel mezzo del rullo che mi sputò assieme a schizzi d’inchiostro, sbattendomi sulla parete di metallo e facendomi ricadere sul pavimento grafitato da dove avevo azzardato il sovrumano balzo. Non mi detti per vinto, e l’ultima flebile idea rimasta, dimenticata dal “succhiatore” di pensieri saltò fuori determinata e decisa.
    Aspettai che il solito foglio ballerino tornasse ad incepparsi. La carta si accartocciò il rullo si fermò, rifeci un grande disperato balzo andando a finire fra una grinza e un dosso, vi aderii con tutto il corpo puntellandomi con piedi, mani e testa, e come un Ulisse sotto la pancia della pecora uscii fuori dall’antro del mostro.
    Sebbene acciaccato, nero e untuoso ritrovai le mie dimensioni, il ciclostile aveva smesso di sputare fogli stampati. Il primo rumore che avvertii fu il tic-titoc della sveglia che da qualche parte ticchettava affogata dai fogli di carta. Era il mio tempo.
    La mia casa era zeppa di fogli stampati, molti svolazzavano al di fuori attraverso la finestra invadendo le strade del quartiere.
    Mi precipitai nello sgabuzzino, afferrai un grosso martello e con furia determinata sovrastai il ciclostile riducendolo un ferraccio inanimato.
    Stavo soffocando dal caldo a causa della foga con la quale avevo menato mazzate, afferrai uno di quei fogli,  lo lessi prima distrattamente, poi con attenzione. Che cosa stava succedendo! Su quella carta non era impresso il testo che avevo sommariamente punzonato sulla matrice prima che la macchina mi risucchiasse, ma i miei più segreti pensieri, i più inconfessabili, anche quelli che suscitavano vergogna perfino a me stesso. Avevano invaso le strade, le piazze, scivolavano da qualche sparuto alberello e si disponevano al suolo con la faccia stampata per essere letti e commentati ingordamente.
    Per quanto tempo, quella macchina aveva sfornato: bestemmie, discorsi razzisti, fantasie sessuali perverse piccole truffe e cattiverie varie. Erano diventate ora dominio pubblico e tutti le leggevano. Raggiunsi la finestra spalancata e nella strada, dove continuavano a svolazzare fogliacci, vidi un cinese che ridacchiava.
    Come in preda a una sconclusionata ragione di difesa lo apostrofai di male parole.
    “dico a te, faccia da cinese, ridammi quel foglio!”
    “non capile signole”
    “fate sempre finta di non capire quando dite: plego plego e tle tle tle! Ma avete ben imparato il sistema di mettercelo dietro onorevolmente”
    Fu evidente che il germe della pazzia stava ben lavorando nella mia testa, l’ultimo sprazzo di lucidità mi fece capire che non sarei più potuto uscire da casa. Mi avrebbero additato, deriso, preso a calci e forse anche arrestato e messo in galera. Salii sul parapetto con gli occhi chiusi e le braccia aperte. Sinceramente faceva anche abbastanza freddo e tirandomi su il collo del maglione, indirizzando al cielo la punta delle dita con le palme delle mani rivolte all'antenna, mi lasciai fluttuare; raccomandandomi al selciato sottostante. 

     
  • 24 luglio 2012 alle ore 13:56
    Lo specchio

    Come comincia: Lo specchio
    Era domenica, questo lo ricordo bene, poiché dal “pepperepè” scocciante della sveglia al mio poggiare del piede sinistro sul pavimento intercorse, o così mi sembrò, un lungo lasso di tempo. Lo avvertivo anche dai rumori provenienti dalla strada sottostante, non più assordanti come in tutta la settimana ma fattisi lievi e discreti per rispetto al settimo giorno o alla pigrizia di certi romani che attardandosi fra chiacchiere e tavolate la sera precedente avevano fatto della notte il giorno.
    Dormivo placidamente quando fui infastidito e sovrastato da un sordo “tlok.” Veniva da fuori. Mi trascinai svogliatamente alla finestra. Scrutai il terrazzo e vidi la tenda, che sganciatasi dal suo supporto si era arrollata su se stessa.
    Già mi infastidiva il solo pensiero di rimetterla al suo posto, sapendo bene cosa significa tirate giù a peso morto quella pertica lunga quattro metri, unta di grasso e pesante di peccati vecchi.
    Lasciai cadere la cosa assieme alle mie braccia, che si disposero eloquentemente lungo i fianchi contornandosi di tutta la sciattaggine che offriva loro la mia persona. Le ciabatte mi trascinarono verso il bagno e una volta entratovi chiusi la porta, più per abitudine che per salvaguardare la mia intimità.
    Il mio nemico beffardo e con l’aria da finto pietoso era sempre là, non si era mai mosso, almeno così voleva dare ad intendere. Erano anni che sopportavo la sua speculare fiatosa presenza.
    Si nascondeva, il sagrestano; farabutto di un pezzo di merda! Che quando chiudevo gli occhi faceva finta di scomparire. Invece rimaneva là, l’infame, a spiarmi e a sbeffeggiarmi da dietro il lucido opaco e marrone che limita la sfoglia sottile dal vetro all’argentatura.
    Mi faceva la linguaccia e poi il labbruccio, digrignava i denti e ridacchiava beffardo. Riaprivo gli occhi e fingeva di non essersi mai mosso. Imitava ogni mio gesto, il pappagallo, e mi ossequiava in ogni movimento che facessi. Schifoso, servo adulatore e falso. Con un occhio completamente chiuso e l’altro leggermente socchiuso cercavo con la sua coda di sorprendere sul fatto lo speculare scimmiotto, ma anche così mi atteggiava al crudo sberleffo, parafrasi alla mia uscita di senno. 
    Passavano impietosamente i giorni, gli anni, e la canutaggine si intrufolava con prepotenza nei miei capelli. Il mio ventre una volta piatto e scolpito andava gonfiandosi, smollandosi e dilatandosi. In ogni ora del giorno e della notte la specula della mia angoscia era presente. Ne avvertivo la presenza anche quando spegnevo la luce. Era là, lo sentivo, anche se faceva finta di essere andato via non comparendo nel buio.
    La mia salute cominciò a diventare cagionevole, mi nutrivo pochissimo e lo smaltimento di molta ciccia, invece di ridarmi una figura snella e aggraziata , mi faceva ora apparire emaciato e intristito, con la pelle dilatata e smagliata. Man mano che mi specchiavo mi rendevo conto che anche lui, l’infame, appariva dimagrito per farmi dispetto. Era così geniale nel suo ruolo di attore che riusciva a simulare anche le mie smorfie di dolore che quasi mi convinceva a provare compassione per la sua immagine da povero riflesso.
    La notte iniziai a riposare male, e mille ghigni di bocche dentute mi offrivano il tartaro giallognolo dei loro sfottò.
    Sono anni che mi riprometto di spaccargli la faccia, mandandolo in frantumi di innumerevoli scaglie. Questa mattina mi sa che lo farò, cosi scomparirà una volta per tutte dalla mia vista quel faccino da minchia lessa che mi asseconda sapendo i miei occhi aperti, e poi quando li chiudo, dietro dietro mi fa versacci sguaiati esplicati accompagnandoli anche con l’agitarsi delle mani.
    Per carità: non lo fare! Proruppe una afona voce alle mie spalle.
    Alter-Ego! Angelo custode! O alito opportunista della comare secca, che volendomi preservare dalla follia mi reclamava sano e cosciente tutto per sé.
    “Rompendo lo specchio andresti a creare così tanti frantumi che a occhi aperti, non credo mica, ce la faresti a sostenere con lo sguardo” diceva.
    La voce, almeno quella non poteva essere riflessa. Veniva da un Mio di dentro! Come un aiuto insperato, potevo avvertirla tenendo gli occhi indifferentemente chiusi o aperti. Per essere più sicuro che non fosse un’altra diavoleria dello specchio mi tappai anche le orecchie; la voce, che più che altro si faceva avvertire come un sentore, mi giungeva rassicurante e consigliera. “Vedrai almeno mille altri Te, e quando chiuderai gli occhi, gli sberleffi li avvertirai moltiplicati per mille e saranno tutti diversi fra di loro poiché il vetro si disporrà casualmente rispetto la traiettoria dei tuoi occhi.”
    A quel saggio dire, sentendomi raggelare il sangue diedi retta a quella voce desistendo dal mio sano proposito di vendetta. Da quel giorno feci scomparire dalla mia casa ogni superficie speculare che potesse ricordarmi la scomoda e angosciante presenza di quell’infame riflesso del Me che non conosco.

     
  • 04 febbraio 2012 alle ore 22:44
    La colpa

    Come comincia: La colpa

    In quel paesino di provincia, nella campagna laziale a pochi chilometri da Roma, si poteva sentire il profumo del fieno appena tagliato.  In quella primavera, come ogni anno, si riunirono gli amici di un tempo davanti a tavolate imbandite a raccontarsi i soliti trascorsi di vita vissuta e inventata. L’altoparlante della piccola stazione annunciava l’arrivo del locale proveniente dalla capitale. Un grosso cartellone luminescente di “led” mostrava: i secondi, I minuti , l’ora e  il giorno 21 aprile 2010 a pochi passeggeri per lo più pendolari condannati ad un andirivieni  scandito tra lavoro e casa. Daniela e il suo compagno si appressarono a scendere dal treno. La macchina emise un prolungato stridore di ferraglia sfregolata, poi si arrestò pacata e rassicurante lasciando un odore di cherosene ristagnare nell’aria serena. I due passeggeri dopo avere chiesto informazioni a gente del luogo si diressero a percorrere i duecento metri che li avrebbero portati a destinazione.  Non portavano bagagli pesanti e furono lieti di percorrere quel tratto di via  accompagnati dall’ombra delle casette singole e dall’odore di paese alle nove di mattina. Chiacchierando  serenamente terminarono quella passeggiata di fronte a un casolare non troppo appariscente, tenuto bene e circondato da piante di olivo. Annesso a questo, un ristorante, che a sentire la gente del luogo, tutte le festività, le ricorrenze e le domeniche, era sempre al completo per cui la comitiva da ospitare aveva di certo  prenotato tempo addietro quella rimpatriata.
    Erano quasi tutti presenti e nel salutarsi facevano dei convenevoli e sbaciucchiavano bambini, che come risposta naturale si pulivano la guancia col dorso della mano e correndo tornavano in giardino.
    Cominciavano allora a scivolare sulle panche di legno del ristorante profumi genuini di pasta fatta in casa e ognuno si beava di palato e di pancia ad assaporare il buon cibo che quella mangiatoia offriva loro. I rossi sughi e le verdoline fronde delle insalate tagliate poche ore prima componevano una tela di colore che rilassava la vista e metteva il buon umore. Un buon vino rozzo e sincero andava irrorando la sala di risate e chiacchiere, invadendo di un rubicondo le guancine delle signore smunte, che lavorando negli uffici delle città avevano assunto il colore biancastro delle scartoffie che maneggiavano durante l’orario di lavoro.
    Le era rimasto impresso lo sguardo di ghiaccio di quell’amico di amici suoi, e ad ogni rimpatriata scorreva i l viso di tutti sperando di incrociare di nuovo lo sguardo di lui. Si guardava intorno con aria circospetta, come se fosse una cosa da non fare e da tenere nascosta agli altri e se fosse stato possibile anche a se stessa. Ma il desiderio misto alla speranza di incrociare quegli occhi diveniva quasi una pulsione da soddisfare e poi eventualmente  rimuovere. Un poco mignotta lo era sempre stata, ma aveva saputo stabilire il confine che una relazione passionale comporta, non il mero piacere ma dietro dei comportamenti umani la volontà di non farsi del male e non farlo. I suoi capelli ordinati e raccolti in un tupet alla nuca, appena violati da un biondo cenere lasciavano incorniciato l’ovale del viso i grandi occhi e le labbra voluttuose. Il madreperla dell’ incarnato chiaro riusciva a tenere bene la distanza che la separava dai suoi quarant’anni. La sua figura aggraziata  trasmetteva la sapidità della mela matura, e chissà quante volte era stata fatta oggetto di apprezzamenti puntuti.
    Il fascino particolare che emanava da quello strano uomo, bellissimo nei modi e nei suoi occhi grigi, dallo sguardo magnetico e convincente, dall’aspetto asciutto e i lineamenti duri. Faccia spigolosa e tagliente di un metallo. Metallo duro, eppure leggerissimo da trasportare. La donna sentiva la leggera trasparenza della sua gonna essere violata da uno sguardo persistente e insieme discreto – solo le donne riescono a vedere non guardando- Come attratti da una emozione sconosciuta si incontrarono.
    Parlarono e risero a lungo, cosa assai strana per Guido che dalla loquela si era sempre distanziato per indole e carattere. Sempre estraneo a ogni tematica che veniva discussa da gruppetti di intellettualoidi e saputoni, eppure presente con la freddezza della sua ragione appartata e silenziosa. Giocarono sulla traiettoria dei loro occhi e uscendo nel giardino odoroso di erba tagliata si sistemarono su delle poltroncine appartate, sovrastate da un portico fitto di rampicanti. Continuarono a conversare agganciando le parole a complici sguardi. Guido le prese le mani sfiorando e poi leccandone le dita. Le accarezzava le braccia nude e scendeva sul suo corpo.
    Le mani dell’uomo stavano scivolando sui seni di lei, che in modo istintivo cercò di allontanare, egli insistette avvicinando le labbra al suo collo, risalì per la collina della guancia umettando con la lingua quella bocca che si dava. La voluttà di quel bacio era il peccato primordiale. Consenziente lei di doverne scontare la pena. Le dita bramose scorrevano  il suo corpo, liberandolo da impedimenti ricamati di biancheria intima. Guido fece scivolare Daniela sulle sue ginocchia riempiendosi lo sguardo  delle  cosce tornite, e tenendola per i fianchi si chinò ad assaporare l’afrore del suo ventre. Quella ferita da lambire e da lenire dalla pena di un dolore antico, da sfogliare e fare gioire insieme al sommesso murmure che sortiva dai suoi sensi estasiati, era l’origine della vita e della morte, così strettamente correlate. L’inizio e la fine e poi di nuovo l’inizio. All’uomo non bastava il percorso tradizionale di un rapporto sessuale. Cercava l’estasi nei sensi e la sottomissione più remissiva. Nel rapporto con una donna smaliziata e priva di pregiudizi il tutto sarebbe scorso in modo del tutto naturale. Daniela no, lei era maturata in un ambiente se non bacchettone, dotato di quella buona creanza che caratterizzò una generazione. E l’amore contro natura, poi… Lei viveva in quella dimensione  ordinaria e di percorso che aveva attinto alle passate generazoni. L’ipocrisia celata in uno specifico apparire la portava a pensare che “determinati atti” li intraprendessero solo le pervertite.
    Era la imprescindibile logica che scaturiva dalla sua condizione sociale e non ve ne erano altre. L’avere era essere e  l’essere  visti; il non avere era non essere e passare inosservati.
    Il fascino dell’uomo e la sua sapiente interpretazione dell’amante aveva fatto in modo che la donna gli rendesse la pariglia umettandogli il sesso e dando modo a quest’ultimo di scivolarle fra le labbra.
    Fra lo stormire discreto della brezza tra gli ulivi e i mugugni di piacere dell’uomo, il trillo del telefono cellulare si fece sentire, fastidioso e inopportuno. Non era il momento  giusto quello, per liberare in aria una musichetta stantia e risaputa. Daniela, lentamente continuando a oscillare la testa diede il pretesto a quel membro di uscirle dalla bocca, si rassettò le labbra aprì la borsetta, prese il telefono e rispose. Non era una conversazione, poiché lei ascoltava solo, annuiva con la testa e non parlava. Corrugava la fronte ma non lasciava trasparire le emozioni che provava.
    Lei si era alzata in piedi ma il focoso amante la costrinse a piegarsi, le strinse i fianchi facendola inginocchiare e poggiare i gomiti sul tavolino basso, dove di solito ci sono i cioccolatini da offrire e qualche soprammobile.
    Le era ricaduta la gonna a coprire le gambe, nude dalle caviglie ai fianchi, sul resto era rimasta una camicetta gualcita per un terzo sbottonata. Occhi di ghiaccio la sollevò con decisione scoprendole le natiche; cominciò a trafficare di nuovo con le mani. La penetrò con le dita cercando di ammorbidire quel varco. La scosse, lei non si mosse. Poi le si pose dietro divaricandole i glutei. Cinque lunghi minuti erano passati da quel soliloquio dall’altra parte del telefono, Daniela appariva stordita e remissiva. Ora inarcava la schiena e dondolava il bacino facilitando all’amante la penetrazione. Si spingeva con forza contro l’addome nudo di lui e costringendolo a stare fermo si  impalava con decisione in quel membro virile, voltando di tanto in tanto la testa a lanciare occhiate lascive di bramosia. Le rughe della fronte solcate da sudore e i capelli un’ora prima ben pettinati, ora sciolti a frustare l’aria a causa dei violenti colpi che le tornavano per inerzia, le conferivano un’aria dimessa e greve. A tratti non percepiva più il tepore di quella carne che la riempiva e le cominciava a dare piacere, ma una fastidiosa fredda sensazione. Come se un oggetto di metallo le stesse squarciando il ventre, ne avvertiva il dolore e l’odore di ossido d’alluminio.
    Quel sentore lo provava quando un recondito pensiero riusciva a sfuggire dal suo cervello confuso. I nipoti, la scuola, la casa, la festicciola fra parenti e amici. Poi tornava a sprofondare nel suo piacere-male. Prona, con una guancia a strofinare il pavimento e con le palme delle mani distese a scusarsi ed implorare un perdono dalla terra, a quel corpo di carne che la faceva divertire al quale volle infliggere la punizione più bassa e vergognosa da accettare.
    Per una donna che possedeva, né la sfacciataggine di una  borghese, né la promiscuità  sospetta di una sottoproletaria  era la vergogna da non dire e non rivelare. Era un non piacere, un dolore da infliggersi per espiare quale colpa!

    Quel coito non le produsse nulla, e infine stanca smise di muoversi.
    Rimase ginocchioni con il viso rivolto alla parete. Ondeggiò le braccia all’indietro come per scacciare qualcosa. Con suo grande stupore avvertì la presenza di nessuno, si voltò mettendosi a sedere sul tavolino basso, le sembrò di sentire dell’umido sulle cosce; pensò che fosse sperma; vi passò la mano, e quando la ritrasse le sembrò bluastra e untuosa come il cherosene. Lo conosceva bene quel colore, quando da piccola nella casa di campagna dove era vissuta con i suoi genitori, nelle fredde serate di tardo autunno si versava nella stufa il combustibile che insieme alla positività di produrre calore emanava un odore misterioso e stomachevole. Sua madre le diceva che quell’olezzo era la coda del diavolo che stava bruciando. Si distrasse da quei ricordi improvvisi, suscitati dal colore di quel liquido, rimase a fissare il soffitto e poi a scrutarsi intorno.
    Provò un’angoscia, come se qualcosa rimasta con se per un tempo non scandito fosse fuggita, lasciandola in quello stato di frustrazione e abbandono. Se ne dispiacque avvertendo un risentito senso di dolore, gli veniva dallo stomaco e poi in alto le invadeva la testa. La circuiva e le lasciava il vuoto.
    Elaborò in modo razionale quella condizione e sprofondando nella contrizione del lutto ne fece una ragione.
    Di fuori  un vento arrogante sbatacchiava i rami degli olivi, e li piegava al suo volere. L’orizzonte si andava facendo scuro e un odore di terra bagnata avvolgeva il casale.
    Lei si compose e si vestì in fretta della biancheria rimasta sul pavimento. Si dette un po di trucco e si asciugò i capelli  dopo avere tratto dalla borsetta dei fazzolettini di carta. Uscì dal giardino. Si avviò verso il corridoio, in fondo a questo apri la porta. I suoi amici erano ancora la, nel salone.
    L’uomo dagli occhi di ghiaccio sedeva taciturno in compagnia di un bicchiere vuoto per metà di un liquoroso porto. La donna  ciondolò verso un calice mezzo pieno di un liquoroso porto.
    Andando incontro alla sera, Daniela cercò di affidare all’oblio quell’ora orrenda e se possibile eludere quel pomeriggio di festicciola di domenica.

     
  • 05 marzo 2011 alle ore 0:48
    l'isola della... menta

    Come comincia: Quell’accidente d’isola difficilmente localizzabile sulle carte nautiche faceva impazzire la bussola dei marinai a causa dell’eccessiva concentrazione su di essa, di sostanze contenenti agenti ferrosi polarizzati chissà come da cariche elettromagnetiche. La rotta delle navi eludeva quell’atollo puzzolente e malsano, in quanto il cattivo odore che ventilava da quel posto arrivava a disturbare i nasi dei passeggeri  imbarcatisi chissà dove.  Vista da un improbabile orizzonte quel punto fermo nel mezzo dell’Atlantico ricordava una vallata immersa in una nebbia perennemente marronastra. I suoi  isolani erano per lo più abbienti e passavano il tempo a bighellonare fra chiacchiere mondane e cure del corpo – un modo come un altro per rimandare la inevitabile e naturale decadenza fisica poiché quella interiore era iniziata da un bel pezzo- I tanti svaghi soliti e “annoievoli” portavano con essi un percorso di vita solita e banale. Quegli abitanti avevano potuto permettersi di possedere di tutto, agevolati di molto dalla potenza del denaro. Si erano confinati in quell’isola fingendosi defunti organizzando finti funerali e falsificando resoconti medici e atti di morte. Quella nuova genesi di elusi era alla ricerca di reconditi piaceri, di nuove motivazioni da supportare a un modo di vivere diverso, di adorare possibilmente nuovi dei. Quelli vecchi -di dei- si erano resi obsoleti, compresi i miti del possesso e la bramosia smisurata di denaro. Alcuni di loro veneravano tronchi di quercia marciti, portati a spiaggia dalle correnti marine –quelle Amadriadi avevano perduto la sembianza umana e si erano raccomandate alla pietà dell’oceano, implorando il mare di essere naufragate su lidi sconosciuti, dove poter ricominciare una nuova esistenza tributata degli onori che si devono a semidei sconfitti.- altri si raccontavano storie indicando un pinnacolo roccioso dell’isola dicendo parlandosi quasi sottovoce e con un timore di peculiarità ancestrale: sapete, da lì cadendo morì Dio.
    In quel piccolo golfo, dove ribeve la schiuma il genio salmastro del mare, cresceva rigogliosa una sterpaglia fatta di piante, che avendo assorbito dalla sabbia inquinata il fosforo e il mercurio, avevano assunto forme inusuali, sembrava non appartenessero al regno vegetale. Quegli steli carnosi  maleodoranti e viscidi nei loro colori bluastri facevano affluire alla mente il ricordo delle ecchimosi contornate dal sangue pesto. La loro crescita avveniva in senso obliquo rispetto al suolo, e puntavano l’unica estremità oscurata di un fiore nero verso la foschia dell’orizzonte. Quelle coscienze sporche, confinate e tenute scrupolosamente a bada, circoscritte in quel luogo segreto, lontano da eventuali curiosi, piantonati da Aurighe lobomotizzate- eterne essenze prive della ragione- alle quali avevano impiantato nel vuoto lasciato dal cervello la violenza dell’obbedienza. 
    Le navi che passando al largo, scaricando i liquami prodotti dalla defecazione dei passeggeri lasciavano una scia che andando ad accumularsi sull’acqua si faceva trasportare dalla marea frangendosi poi sugli scogli dell’isola.  Quel colore brunastro era forse il sottoprodotto della tanquilla cattiveria e della ignavia umana Scivolava sulla sua schiuma nell’insenatura, depositandosi su quell’unico lembo di sabbia nera. Questo rappresentava un momento di sacralità per gli abitanti, un battesimo rigeneratore  avvertito ore prima per via del maestrale che ne trasportava l’olezzo. Tutti allora correvano a incontrare quel Battista pagano che avrebbe spianato loro la via dell’estasi mistica introducendoli nel regno della redenzione. Arrivavano ansimando e si beavano nel respirare gli effluvi, poi lautamente banchettavano con il cibo metabolizzato

     
  • 20 febbraio 2011 alle ore 1:10
    La coscienza di Aristide

    Come comincia: Che cos’è la coscienza se non un interstizio non meglio localizzato in un anfratto nascosto del nostro cervello; una spia condizionata dal senso comune? Un supervisore atemporale di fattura eterea e divina?
    Aristide era conosciuto da tutti nella periferia  Est di Roma.
    Suo padre essendo rimasto sordo e interdetto durante i bombardamenti sul quartiere di San Lorenzo si rese impossibilitato nell’andare a raccogliere ferro e stracci nei quartieri bene della capitale. Il ragazzo continuò a vivere in quella casa dove sua madre si rabattava a lavare la biancheria sporca dei soldati americani avendo in cambio poche “am- lire” e della polvere di piselli.
    Aveva quindici anni  e quella condizione gli andava stretta come la giacchetta dal colletto liso che indossava sempre. Dopo parecchi furtarelli andati a buon fine decise di investire in attività più redditizie e con meno pericoli da affrontare: dare soldi a strozzo.
    Reificato dalla sua giovinezza non avvertiva risentimento alcuno, la disperazione delle persone alle quali avendo prestato denaro e questi: non potendolo restituire, non lo scalfiva neppure. Continuava la sua esistenza asservita alle lusinghe del dio denaro accompagnato dagli anni che, passando in fretta iniziavano a marchiare le sue mani di chiazze marroni.
    In quel Settembre del duemilaquattro si trovò ad avere improvvisamente settantacinque anni. Essendo sempre vissuto da solo dopo la morte di entrambi i genitori, aveva fatto del denaro l’unica compagnia. Prima di andare a letto la sera contava febbrilmente il frutto delle “cravatte” riscosse, “smazzandole” e accatastandole per taglio e valore, con la Marlboro pendente dalle labbra, ingrigendo quella camera di fumo e della sua presenza.
    Ne aveva ammonticchiati di soldi in cinquant’anni di debosciata carriera.  In una sera, come le tante che passava a sbavare sulle banconote, un fatto insolito cominciò ad inquietarlo. Gli sembrava di percepire una presenza, era qualcosa che non sapeva definire ed era molto lontano dal saperla interpretare. Ultimamente, appisolandosi sul letto gli sembrava di scorgere un’ombra che sovrastandolo sulle lenzuola lo alitava di inquietudine, si sollevava allora seduto, l’ombra pareva ritirarsi  andandosi ad acquattare sotto la rete. Gli sembrava  sentirla ansimare. Aristide per i primi tempi non diede peso a quel fenomeno, erano certo visioni dovute per lo più ai fumi dell’alcool del quale ultimamente faceva grosso abuso. A notti intervallate l’ombra si ripresentava. In quelle notti cominciando ad avvertire il peso degli anni sembrava volesse trarre un bilancio della sua vita ricca di solitudine. L’ombra strusciava ed alitava. Aristide non si sollevava più dal  letto ma arrotolandosi nelle coperte si faceva coraggio e con un braccio ciondoloni tastava lo spazio angusto fra la rete e il pavimento. Non trovando nulla sonnecchiava, di quel sonno sudato anticamera dell’angoscia e prolegomeni di un futuro orrendo. La mattina con gli occhi affossati mescolava i ricordi, mangiava poco e cominciò a pisciarsi anche addosso, il suo stato di salute andava peggiorando con i giorni che gli passavano accanto. Decise di non adagiarsi più sul letto divenuto ormai il parallelo della tomba, avvertiva un recondito terrore solo al pensiero di sdraiarsi su una superficie piana, si appisolava allora sulla poltroncina nel corridoio, ricettacolo da sempre di pacchi di carta di giornale che scansava quasi a fatica per farsi posto. In quell’angusto e ristretto spazio si sentiva più sicuro, ma quando si fu abituato alla nuova dimensione ricominciò a pensare avvertendo di nuovo l’inquieta presenza dell’ombra, questa lo derideva sbeffeggiandolo, poi lo osannava portandolo in alto della sua presunzione e lo lasciava da lì cadere nell’inferno dei suoi dubbi. La salute continuava a peggiorare fin che non fu costretto a ricoverarsi in ospedale.
    In quell’ambiente di sofferenza gli sembrò di stare meglio, riusciva persino a restare disteso sulla brandina senza provare tedio. Passarono dei mesi, si era ristabilito ormai fra qualche giorno sarebbe uscito e avrebbe ripreso gli affari di una volta.
    Quella ultima notte di degenza passò tranquilla, ma dentro qualcosa lo rodeva, aveva settantacinque anni e un senso di colpa lo opprimeva, cominciò di nuovo a stare male ora era immobilizzato si muovevano solo i suoi occhi, larghi spalancati verso il biancore del soffitto, l’ombra tornò ad alitargli addosso, lo incollava lo amalgamava con lei. Gli alitò nella bocca un fetido fiatare e soffocandolo nel suo abbraccio lo fuse a se. Durante quella notte, l’infermiera di turno avvicinandosi al letto divaricò il pollice e il medio, e portandoli sul viso dell’uomo abbassò quelle palpebre con circostanziale pietà.

     
  • 26 gennaio 2011 alle ore 23:55
    Cinque minuti, mille anni

    Come comincia: Quella mattina Mauro si svegliò di malumore, non era certo una momentanea particolarità, era una prassi. La sveglia gli gettava pedante il suo insistente ronzio nelle orecchie facendogli irrigidire i villi piliferi  che prontamente trasmettevano al cervello la situazione di allarme. Si svegliava, però; si vestiva e guadagnava le scale borbottando e pensando a quale cazzo di vita stava dando i suoi trent’anni. Invidiava quasi i coglioncelli lindi e pinti che tirando fuori dai garages privati le loro automobili si apprestavano a “fornir l’opra” accompagnati dall’inseparabile cellulare da incollare all’orecchio di primo mattino.
    Lui aveva voglia di fare una benemerita minchia. Perché mai non si trovava in Polinesia, stravaccato su di una piroga a pescare pesce solo quando avrebbe avuto fame! Avrebbe fatto l’amore con bellissime ragazze, e di sera avrebbe triangolato il cielo limpido sopra le spiagge del pacifico.
    “Sono discorsi del cazzo” – diceva l’amico suo Silvestro-
    oramai è andata come è andata”
    “Tu come sei nato così morirai” – ribatteva Mauro-
    tanto valeva che tu rimanessi una voglia nel pisello di tuo padre”
    Taciturno e scorbutico nei modi, si attirava le antipatie dei suoi colleghi. Non vedeva l’ora che finisse la giornata lavorativa, tutti quei pacchi da recapitare… si domandava spesso: chissà quali troiate ci saranno lì dentro! Pupazzetti, vestiti, riviste porno, mutande acquistate in offerta da qualche magazzino con vendita per corrispondenza. Il pensiero poi veniva dirottato nel bar all’angolo dell’agenzia, dove riusciva a traslocare anche il suo corpo. Il Campari serale era il sangue di un sacrificio, lo beveva purificandosi dalla contaminazione di padroni e padroncini del lavoro, accorciando la distanza che lo separava dai mille e cento euro mensili. Alcoolico assassino della sua esistenza, questo si. Ne era al corrente. Era egli il padrone di sé stesso. Gli abitudinari del bar sommavano quel secondo cicchetto al primo della mattina, spiando con la “coda dell’occhio” sorseggiando con le labbra a beccuccio l’ennesimo caffè addolcito con zucchero di canna. Quelle gran facce di… menta. Glie lo pagavano loro da bere! Andava forse a mangiare nelle loro case! Finito di consumare il goccetto serale fece per intraprendere la strada di casa. Quella casa venutagli a noia, quel solito rincasare, quell’insipido televisore roboante di stupidità e faccette levigate. Lui sì, faceva il culo a tirare su pacchi tutto il giorno. Con l’andare del tempo andava assumendo la colorazione marroncina di quelle scatole, L’ittero andava modificandosi e le rughe che comparivano sul suo viso somigliavano sempre più alle gobbe ondulate del cartone che maneggiava ogni giorno. Lui andava a dormire sempre presto dopo cena, non che avvertisse una così grande stanchezza ma quello che desiderava era l’essere annullato da quel sonno; nove ore di filato collegato al neurone della morte in una sinapsi elastica e senza impegno. Ignaro di tutto e di tutti, ignavo nei confronti della sua stessa esistenza. Quale buio era più luminoso e totale delle sue dipartite notturne. La voce roca rotta dalla “tossetta” procuratagli dalla quarantesima sigaretta gli impediva di dare in modo udibile la buonanotte al resto della famiglia, o forse la sua volontà agiva annodandogli le corde vocali.
    Quella sera uscito dal solito bar andava fischiettando una vecchia canzone degli Who, gli era rimasta impressa nella testa, poi ripeteva “ My generation, my generation”. La sua generazione di cinquantenne aveva varcato le soglie del duemila, ed era sopravvissuta. Impugnò il polso sinistro e guardò l’ora.
    Che strano! L’orologio si era fermato alle cinque del pomeriggio e le lancette non ne volevano più sapere di “camminare” . Si era rotto! Quell’accidenti di oriolo aveva fatto il suo dovere per vent’anni, ora stava avvertendo il risentimento del tempo. Già, tutto prima o poi finisce, l’orologio aveva concluso il ciclo della sua esistenza, se pur meccanica. Ebbe un attimo di vuoto, si accese una sigaretta avviandosi verso casa. Notò che il solito  viale non era asfaltato,  gli appariva, ora come una lastra di metallo ed era privo di pali sostenenti i lampioni. Eppure la strada era illuminata; da dove diavolo veniva quella luce. Quelle striature grumose e marroni che vedeva intorno, cos’era, ruggine! Emanavano un odore di sangue rappreso,  le sere precedenti e ancora prima non l’aveva mai avvertita, quella puzza. Quel silenzio irreale, nemmeno il fruscio di un’auto  lontana, non un abbaiare di cani. Cosa stava succedendogli, aveva esagerato col gin quel buontempone di un barista. Gli era parso lì nel bar di vederlo versare la scolatura, per “spicciare” la bottiglia. Sul suo cammino incontrava gente completamente nuda: questi mancavano di espressività sul volto; chiese loro informazioni, non rispondevano, notò che sulla loro faccia vi era assenza di movimenti muscolari, erano come i volti degli animali. Alcuni di loro si erano riuniti in capannello e pareva stessero mangiando della carne, delle grosse ossa venivano gettate bianche e spolpate, e ogni uno di loro teneva a tracolla uno strano oggetto, a Mauro ricordavano le segaossi dei macellai. A cosa servivano, e come erano alimentate quelle seghe circolari. Pensò di trovarsi in un incubo e affrettando il passò cercò di guadagnare svelto la strada che lo avrebbe portato verso casa. Camminò a lungo. Possibile che si era stancato così tanto da metterci tutto quel tempo ad arrivare alla sua abitazione! Incontrava gruppi di capanne, e spinto dalla curiosità si soffermò a sbirciare all’interno di una di esse, dato che queste non avevano né porte né finestre si affacciò, fu notato dagli abitanti, questi non dissero nulla. Osservò quegli esseri con più attenzione, molti di loro avevano impresso sulla pelle dei segni di tumefazione -erano i resti di microcips installati oltre cinquecento anni prima, in era transumanistica, rimasti poi nei secoli a fare bella mostra  conficcati nei corpi dei nuovi androidi. Quegli animali non morivano e non si riproducevano, non provavano sensazioni e agivano per istinto.-  In quale strano mondo parallelo era capitato. Perché quelle steli umanoidi non parlavano,  come mai erano completamente nudi e sporchi, e come vivevano, si organizzavano, si nutrivano. All’interno di quella capanna due esseri afferrarono un corpo, dalle fattezze doveva essere una donna, uno di loro afferrò la segaossi. La lama circolare di quella sega si posò decisa sulla gamba della femmina recidendola in un breve tempo. Il sangue zampillò veloce, e fluendo in terra provocava quei rigagnoli poi rappresi che l’uomo aveva notato sul suo cammino. I due macellai, insieme ad altri collaboratori si divisero il macabro desinare. La donna zoppicò bilanciando il suo corpo mutilato con il peso delle braccia, andandosi a sedere su uno strano sgabello di materiale trasparente. Una intensa luce verdolina fece cicatrizzare all’istante la grossa ferita. La cosa più inverosimile da potere essere accettata da parte di Mauro fu che l’arto stava ricrescendo. -Si erano condotti in passato degli esperimenti osservando il comportamento di alcuni rettili che trovandosi in condizione di pericolo abbandonano parti del corpo, queste poi ricrescevano in breve tempo. Quegli studi avevano portato avanti gli esperimenti condotti sulle cellule staminali progredendo e mettendo a punto la tecnica di fare ricrescere gli arti agli esseri umani. Quell’assenza di organizzazione, quell’abbandono, lo lasciava interdetto. Erano rimasti degli avanzi di tecnologia in virtù della quale quell’assurda “comune” aveva continuato a esistere. Mauro si guardò le mani erano verdi come la colorazione dei corpi che vedeva, incredulo e inscemito. – il fenomeno era dovuto a uno stanziamento del sole all’orizzonte che assorbendo lo spettro del rosso illuminava gli oggetti e tutto intorno di una luce verdognola. Non esisteva più la notte, né il giorno. Tutto era derivato da una tempesta magnetica che aveva sconvolto l’equilibrio fisico del pianeta. Lo sviluppo delle civiltà aveva raggiunto il suo apice; si erano annullate.  Forse un nuovo corso stava iniziando.
    Mauro semistupidito si guardò intorno, rivide le luminaria dell’insegna del bar, sentì in lontananza il guaire di un cane, tornò a sbirciare l’orologio, camminava di nuovo ora, le lancette segnavano le diciassette e cinque.

     
  • 08 giugno 2010
    Il rantolo

    Come comincia: Il suo essere taciturno e riservato gli impediva di ficcarsi nei guai. Raramente aveva avuto delle beghe, e le poche volte che gli era capitato  era riuscito tranquillamente a eludere qualsiasi provocazione uscendone da “gran signore”. Il carattere calmo e riflessivo si specchiava di “pari passo” al suo modo di camminare; lento e deciso. Non credeva a dicerie e non amava le chiacchiere, difendeva il suo privato con ironia e mai con violenza; neppure verbale. Alla sua nascita gli misero nome “Vincenzo.”  Non potette farci nulla. Quel piccolo essere non era nemmeno cosciente di essere venuto al mondo. Acquisito in  età adulta il lume della ragione ritenne quel nome non soddisfacente. Decise di toglierci il vinc lasciando il diminutivo Enzo. Aveva iniziato a lavorare molto giovane. Da apprendista aveva imparato poi un mestiere. Ora alla soglia dei suoi trent’anni lavorava in proprio; riparava apparecchiature per condizionamento aria.
    La giornata era cominciata bene. Al bar quella mattina aveva vinto cento euro con un gratta e vinci. Sorseggiando il morbido e schiumoso cappuccino, cominciava a organizzarsi nella testa le chiamate di lavoro. A volte in quella spuma cremosa trovava una piccola gratifica; lo metteva di buon umore.
    Ogni mattina si ripeteva questo rito, cinque minuti di meditazione prima di imbottigliarsi nel vergognoso traffico cittadino. Quel bar veniva colmato da impiegati e insegnanti per via degli uffici distribuiti nella zona e della scuola media prospiciente la struttura commerciale.
    A Enzo dava parecchio fastidio entrare in quel bar il giovedì e il martedì: poiché in quei due giorni a settimana la “cappuccineria” trasbordava di signore e signorine attempate odorose di caramella mou, che facendo capannello avanti il bancone chiacchieravano rumorosamente.
    Quelle braccia che si agitavano, gli impedivano di “allungarsi” verso la tazza postagli dal barista. Odiava scansare le persone con le mani, e non gli andava nemmeno di dire “mi scusi,” per lui era un fattore acquisito che qualcuno  non gli si dovesse parare dinanzi quando stava facendo colazione.
    Una signora di dubbia educazione e di robusta stazza  arrivava a poggiare un ingombrante seno al bordo del bancone, e agitando le braccia per chiedere il “dietor” si poneva a sovrastare il di lui fumante cappuccino. “A signò, che dovremo da fa! Si t’aggrada visto che ce stai, fatte puro ‘n tuffo dentro.”
    Era  sì,  taciturno e riservato, ma l’esuberanza di determinati modi di fare lo faceva stranire. Quella mattina, il bar era poco frequentato. -essendo di Lunedì - Vi erano solo un ragazzotto che sfogliando il corriere commentava  i risultati delle partite di calcio e un signore distinto che sorseggiava un Campari con gin. Finito di fare colazione uscì dirigendosi verso il furgoncino. Aprendo la portiera si sedette comodamente, mise in moto e accese la radio. Prediligeva le emittenti che trasmettono musica rock, di tanto in tanto cambiava stazione per ascoltare i notiziari del giornale radio per poi tornare al rock.
    Girò per buona parte della città quel giorno.
    Le chiamate organizzate le aveva soddisfatte tutte, tranne una ultima, la meno impegnativa, che aveva riservato per le ore sei del pomeriggio. Era sua intenzione chiudere così il Lunedì, che come tutti sanno è una re-iniziazione al trantran settimanale dopo il rilassamento sciatto della Domenica.
    Arrivato sul posto parcheggiò tranquillo, chiuse la portiera del furgone, afferrò la  valigetta degli attrezzi, allucchettò il portellone e si diresse  verso il citofono del fabbricato.
    Pigiò il tasto dove era impresso un cognome scolorito e illeggibile. Sicuramente quel campanello corrispondeva all’appartamento del cliente. Poiché tutti gl’altri pulsanti recavano cognomi a lui sconosciuti, procedendo per logica, suonò. Non rispose nessuno. Attese pochi secondi e pigiò di nuovo. Una voce flebile rispose ”chi è,“ indubbiamente doveva essere una persona anziana. Enzo si presentò rispondendo. La voce ribatté “terzo piano.”  Un sordo tloc! Fece aprire la serratura dell’ingresso, spinse il cancello con il palmo della mano, entrò nell’ androne e chiuse l’uscio cigolante.
    Era un vecchio stabile alquanto mal messo. Gli intonaci sfarinati lasciavano in mostra una polvere bianca adagiata agli angoli e lungo il battiscopa dei corridoi. Un odore  di stantio e muffa avvolgeva le lampadine fioche che penzolando da logori fili elettrici distribuivano sui pianerottoli più penombra che luce. Non vi era ascensore e Enzo di malavoglia si convinse di doversi sorbire sei rampe di scale per giungere al terzo piano. Sali appigliandosi alla ringhiera, infine giunse davanti alla porta, suonò il campanello, attese circa un minuto. Uno stropiccio di piedi gli fece intendere che qualcuno stava avvicinandosi per aprire l’uscio. La porta si schiuse rivelando la presenza di un vecchio con i capelli scarmigliati e una lunga vestaglia. Enzo salutò: entrando. “Dov’ è il condizionatore? “ . L’anziano l’accompagnò sul balconcino verandato, e lo lasciò lavorare. In quella casa erano ammucchiati sul pavimento giornali vecchi e riviste spiegazzate, passando per la cucina notò una pila di pentole e padelle che sovrastava il lavello. Qualche residuo di cibo dell’ora di pranzo rosseggiava in due piatti ancora poggiati su un  tavolo di plastica. L’anziano tornò a farsi vedere, nel mentre Enzo aveva cominciato a trafficare con la macchina. Il vecchio, passandosi una mano tra i capelli , disse con rassegnazione “ i vecchi puzzano.“ Enzo non capì, e non sapendo cosa rispondere eluse il suo udito. 
    Quella frase secca pronunciata con perento non dava scampo. Non era una constatazione ma una realtà tagliente, senza possibilità di appello. L’anziano gli confessò che: da anni  non poteva uscire di casa. Era molto laconico, e non avrebbe di certo risposto a domande, Enzo del resto non si sarebbe mai permesso di chiedere: perché. Non era nel suo carattere, si faceva gli affari suoi e gliene avanzava, ma dentro di se, rifletteva. Perché non poteva, chi glie lo impediva, camminava, aveva sì l’aria sciatta ma non sembrava stesse male in salute. E da mangiare, chi gli portava da mangiare. Il vecchio fece un passo indietro, lento e incerto,  girandosi uscì dalla veranda portandosi appresso lo strascichio delle pantofole.
    Enzo non dette più peso alla cosa ma continuando a lavorare fu colto da apprensione, e di tanto in tanto sbirciava attraverso il silenzio di quelli stipiti, coperti solo da una tenda sfilacciata alla base. Gli pareva di udire un lamento, proveniente da chissà quale camera. In quella casa ci doveva essere un malato sicuramente allettato; forse la moglie dell’anziano.
    Non si trovava a suo agio in quella casa, si affrettò a terminare la riparazione, quando chiudendo la valigetta chinandosi, volgendo lo sguardo alla parete vide il frigorifero avanzare verso di lui. Fu preso da stupore, e un senso di inquietudine lo pervase. La curiosità lo portò a scoprire da che derivasse quello strano fenomeno. Il frigo, infatti, in fase di compressione, quando “riattacca” trotterellava scivolando sul pavimento unto per poi tornare al suo posto ragionevolmente riportatoci dalla forza di gravità, dato che le piastrelle avevano una pendenza verso la parete.
    L’anziano tornò di nuovo, si strinse la fusciacca della vestaglia dicendo: “ ha camminato di nuovo, vero!” Ezio annuì facendo per uscire dal balcone verandato. Un leggero vento scostò la tenda della camera dove aveva cercato di sbirciare. Alle sue orecchie arrivò un cigolio. Ebbe la percezione che qualcosa lo stesse guardando con insistenza. Ne avvertiva il sentore, pungente, fastidioso, inopportuno, accompagnato da quel lamento sentito prima. La tenda fluttuò avvolgendosi ai suoi ganci. L’anziano stese un braccio, come a volere impedire la visione di qualcosa da tenere nascosto e non mostrare. Qualcosa che induceva vergogna, una segreta angoscia  nascosta; da non potere essere condivisa. Apparve,  ciondolava sulla carrozzella ed inquietava una normalità apparente, la percezione che aveva avvertita si manifestò sfacciata e brutale. Quell’essere aveva due teste e lo fissava.
    Enzo non riuscì a connettere, l’anziano si prese la testa fra le mani e girandosi ricacciò quella creatura disgraziata nel suo limbo, si  frugò addosso traendo il portafoglio e pagando il costo della riparazione. Il ragazzo fingendo una situazione normale si avviò verso la porta di uscita guadagnando le scale; le scese reggendosi alla ringhiera senza guardarsi indietro.

     
  • 02 aprile 2010
    Albus

    Come comincia: Il suo nome era Albus. Un lupino bianco cresciuto con difficoltà su di una piantina che aveva messo dimora in un terreno acido e povero di calcare. Doveva difendersi — la leguminacea — dalle troppe radici di altre piante che: aggrovigliandosi sotto terra tendevano poi a marcire. La pianta si sentiva intirizzire dal freddo nei periodi invernali per poi tornare a crescere rigogliosa durante i mesi caldi. Fu poco curata e poco concimata. Così Albus crebbe come gli fu concesso di crescere. Il giorno che — essendo maturo — venne staccato dalla pianta madre, non provò alcun sentimento di distacco, e nemmeno fu sfiorato dalla sindrome di abbandono del luogo natio. Venne messo in un sacco di juta e inviato agli stabilimenti di confezionamento, dove lo lavorarono. Lo cossero bollito, lo depositarono in un contenitore di polistirolo e lo spedirono. Durante tutto il viaggio rimase in un dormiveglia instupidito, disturbato dal ruggire del motore del TIR che lo trasportava, infastidito dal latrare di sirene delle ambulanze che percorrendo l'autostrada portavano soccorso.
    Nel mezzo della folla “chiacchiereccia” di un mercato rionale sfilavano banchi ricolmi di ogni genere di mercanzia. Gli odori tenui e i vivaci colori della frutta disposta in ordinate piramidi rosse, gialle e verdognole impregnavano i nasi delle donnine che andavano affaccendandosi nel fare la spesa. Le mele rosse attiravano gli sguardi delle massaie, e qualche incauta mano protesasi con fare maldestro veniva simpaticamente fatta arretrare dal fruttivendolo ilare e deciso. "A signò si me scombriccola li montarozzi, so azzi," — diceva —, e indicando gli altri pomi disposti sul banco concedeva ai clienti di tastarne la compattezza. La sora Rosa come ogni mattina dopo aver fatto il "giro" del macellaio e del panettiere si soffermò al banco di Annibbale; che — come diceva lei — ci aveva le fusaje bbone e morbide. La donna aveva un bozzo al collo: un misto di ipertiroidismo e rospi che era stata costretta a inghiottire; molti di essi le erano rimasti in gola."Quella fija sposata co'nò stronzo sempre cò la puzzetta sott'ar naso che se n'anniede cò 'na zoccola de la televisione, lasciando una donna sola co' 'na regazzina de quattr'anni. Mò abbita co' mme, nun je la fa a pagà ll'affitto." Famme du etti de lupini va! Che è meglio. Il fruttivendolo annuì col capo, e sospirando con aria partecipe si umettò l'indice e il medio, li pose su un mucchietto di bustine in plastica per alimenti e ne tirò su una che gli aderi alle dita, — Il vecchio cartoccetto era stato bandito per motivi di igiene — e con un mestolino, aprendola la ricolmò di lupini. La vecchietta depose il sacchetto annodato nella sporta e si incamminò verso l'uscira del mercato per rincasare. Albus: essendo rimasto sopito per tutto un tempo si destò intorpidito e acciaccato, poi si assottigliò a tal punto da potersi incanalare attraverso la strozzatura causata dal nodo e affacciò la testolina all'orlo della bustina, prendendo fiato dopo essersi fatto largo fra i suoi simili, risalì la china su per il cartoccio del pane e il fagottello in cui era avvolto lo spezzatino. Sporgendosi fuori da quella grotta si lasciò cadere e rotolò fino a toccare il suolo, ma non si fermò, e continuando a ruzzolare andò a infilarsi nella fessura di un tombino, precipitando così nell'acqua delle fogne. Nel cadere non lo notò nessuno — era così piccolo e inutile! — Lui non sapeva di puzze e profumi. L'acqua lo gorgogliava sbatacchiandolo lievemente ora contro un bordo dopo contro un altro del margine di mattoni del condotto. Si divertiva, e mentre la sua pelle lucida rifrangeva la poca luce che riusciva a filtrare dalle grate di sfiato, meditava di avventure nuove e affascinanti. Galleggiò per giorni accompagnato dagli effluvi dei suoi compagni di viaggio. In quell'America dove era appena "approdato" e tutta da scoprire egli già si trovava bene. Lo distolse da quel sognare uno scrosciare che d'improvviso si riversò dall'alto; uno sciabordio di schiuma lo avvolse traendolo fuori dall'acqua adagiandolo poi sulla superficie viscida dei camminatoi della fogna. Scivolava dolcemente sul liquame e rideva piano per non arrecare disturbo. Sugli sbocchi dei canali secondari di immissione incontrava esseri diversi da lui alcuni somigliavano assai a quelli che lo avevano staccato dalla pianta, insacchettato, bollito e spedito Molti di questi lo prendevano a calci facendogli fare dei grandi balzi egli ricadeva leggero e continuava la sua corsa verso chissà dove. Non se ne seppe più nulla, il relatore che ha scritto questa storia pare abbia sentito dire che il lupino stufo di quell'andare senza senso e stanco di essere maltrattato rifacendo faticosamente a ritroso il percorso che lo aveva portato dalla fessura del tombino nella cloaca dove era precipitato: emergendo dalla fogna non volle nemmeno esplorare quel mondo di sopra. Cercò disperatamente un mucchietto di terra acida; la trovò nel giardinetto di un pensionato, ispezionò un posticino solitario e senza vegetazione, si ficcò sotto due centimetri di terra e pianse amaramente.