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Autore

Gustavo Tempesta

in archivio dal 10 mar 2010

21 agosto 1953, Pescopennataro

mi descrivo così:
Temperamento sanguigno, lingua velenosa ma mai volgare. Rispettoso di ogni essere che merita rispetto.

02 aprile 2010

Albus

Intro: Fantastica l’avventura di questo lupino che conosciamo dalla nascita, vediamo crescere, per poi venire venduto al mercato. Fortunosamente riesce a “scappare”, ma dopo i primi attimi di magia e eccitazione della sua nuova esistenza, conosce anche la sofferenza...

Il racconto

Il suo nome era Albus. Un lupino bianco cresciuto con difficoltà su di una piantina che aveva messo dimora in un terreno acido e povero di calcare. Doveva difendersi — la leguminacea — dalle troppe radici di altre piante che: aggrovigliandosi sotto terra tendevano poi a marcire. La pianta si sentiva intirizzire dal freddo nei periodi invernali per poi tornare a crescere rigogliosa durante i mesi caldi. Fu poco curata e poco concimata. Così Albus crebbe come gli fu concesso di crescere. Il giorno che — essendo maturo — venne staccato dalla pianta madre, non provò alcun sentimento di distacco, e nemmeno fu sfiorato dalla sindrome di abbandono del luogo natio. Venne messo in un sacco di juta e inviato agli stabilimenti di confezionamento, dove lo lavorarono. Lo cossero bollito, lo depositarono in un contenitore di polistirolo e lo spedirono. Durante tutto il viaggio rimase in un dormiveglia instupidito, disturbato dal ruggire del motore del TIR che lo trasportava, infastidito dal latrare di sirene delle ambulanze che percorrendo l'autostrada portavano soccorso.
Nel mezzo della folla “chiacchiereccia” di un mercato rionale sfilavano banchi ricolmi di ogni genere di mercanzia. Gli odori tenui e i vivaci colori della frutta disposta in ordinate piramidi rosse, gialle e verdognole impregnavano i nasi delle donnine che andavano affaccendandosi nel fare la spesa. Le mele rosse attiravano gli sguardi delle massaie, e qualche incauta mano protesasi con fare maldestro veniva simpaticamente fatta arretrare dal fruttivendolo ilare e deciso. "A signò si me scombriccola li montarozzi, so azzi," — diceva —, e indicando gli altri pomi disposti sul banco concedeva ai clienti di tastarne la compattezza. La sora Rosa come ogni mattina dopo aver fatto il "giro" del macellaio e del panettiere si soffermò al banco di Annibbale; che — come diceva lei — ci aveva le fusaje bbone e morbide. La donna aveva un bozzo al collo: un misto di ipertiroidismo e rospi che era stata costretta a inghiottire; molti di essi le erano rimasti in gola."Quella fija sposata co'nò stronzo sempre cò la puzzetta sott'ar naso che se n'anniede cò 'na zoccola de la televisione, lasciando una donna sola co' 'na regazzina de quattr'anni. Mò abbita co' mme, nun je la fa a pagà ll'affitto." Famme du etti de lupini va! Che è meglio. Il fruttivendolo annuì col capo, e sospirando con aria partecipe si umettò l'indice e il medio, li pose su un mucchietto di bustine in plastica per alimenti e ne tirò su una che gli aderi alle dita, — Il vecchio cartoccetto era stato bandito per motivi di igiene — e con un mestolino, aprendola la ricolmò di lupini. La vecchietta depose il sacchetto annodato nella sporta e si incamminò verso l'uscira del mercato per rincasare. Albus: essendo rimasto sopito per tutto un tempo si destò intorpidito e acciaccato, poi si assottigliò a tal punto da potersi incanalare attraverso la strozzatura causata dal nodo e affacciò la testolina all'orlo della bustina, prendendo fiato dopo essersi fatto largo fra i suoi simili, risalì la china su per il cartoccio del pane e il fagottello in cui era avvolto lo spezzatino. Sporgendosi fuori da quella grotta si lasciò cadere e rotolò fino a toccare il suolo, ma non si fermò, e continuando a ruzzolare andò a infilarsi nella fessura di un tombino, precipitando così nell'acqua delle fogne. Nel cadere non lo notò nessuno — era così piccolo e inutile! — Lui non sapeva di puzze e profumi. L'acqua lo gorgogliava sbatacchiandolo lievemente ora contro un bordo dopo contro un altro del margine di mattoni del condotto. Si divertiva, e mentre la sua pelle lucida rifrangeva la poca luce che riusciva a filtrare dalle grate di sfiato, meditava di avventure nuove e affascinanti. Galleggiò per giorni accompagnato dagli effluvi dei suoi compagni di viaggio. In quell'America dove era appena "approdato" e tutta da scoprire egli già si trovava bene. Lo distolse da quel sognare uno scrosciare che d'improvviso si riversò dall'alto; uno sciabordio di schiuma lo avvolse traendolo fuori dall'acqua adagiandolo poi sulla superficie viscida dei camminatoi della fogna. Scivolava dolcemente sul liquame e rideva piano per non arrecare disturbo. Sugli sbocchi dei canali secondari di immissione incontrava esseri diversi da lui alcuni somigliavano assai a quelli che lo avevano staccato dalla pianta, insacchettato, bollito e spedito Molti di questi lo prendevano a calci facendogli fare dei grandi balzi egli ricadeva leggero e continuava la sua corsa verso chissà dove. Non se ne seppe più nulla, il relatore che ha scritto questa storia pare abbia sentito dire che il lupino stufo di quell'andare senza senso e stanco di essere maltrattato rifacendo faticosamente a ritroso il percorso che lo aveva portato dalla fessura del tombino nella cloaca dove era precipitato: emergendo dalla fogna non volle nemmeno esplorare quel mondo di sopra. Cercò disperatamente un mucchietto di terra acida; la trovò nel giardinetto di un pensionato, ispezionò un posticino solitario e senza vegetazione, si ficcò sotto due centimetri di terra e pianse amaramente.

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