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in archivio dal 07 apr 2014

Isabella Capozzi

23 agosto 1983, Bari
Segni particolari: È autobiografica, biografica ed ha una lingua "androgina": si esprime anche al maschile con un ingannevole senno femminile. Affascinata dalla Beat Generation, tra le righe delle sue liriche radiografa l'armonia degli opposti.
Mi descrivo così: Sommelier di parole, si sveglia quasi sempre di notte. Sputa inchiostro soprattutto quando non esce la sera, spesso scrive senza cambiare una virgola, mentre, quando è insicura fa il punto della situazione, rivoluzionando l'intero pensiero.
Mi trovi anche su:

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  • 17 giugno 2016 alle ore 11:57
    Tu Bari

    Hai negli occhi la luce del cielo di Bari
    spuma di nuvole color pastello
    esplode
    intensa nei tuoi cerchi d’iride.
    Senza spazio
    sul tuo cuore affollato
    contro legge
    si viaggia in tre
    come i ragazzini corrono sui motorini
    nella parte vecchia della città.
     
    Hai tra le mani un po’ di me e di Bari
    quando mi frantumo
    tutta d’un pezzo
    sul tuo lungomare di parole
    sento densa
    l’instabilità marina
    attraversare il borgo dei tuoi pensieri.
    Mi afferri e mi respingi all’aria di sale
    devi andare e tornare
    come onda che non sa amare.
     
    Hai sotto la lingua il silenzio del pescatore
    sciogli la mattina presto il nodo d’intenti
    mentre io pesce di rabbia tremante
    abbocco a un momento
    all’inganno di un amo.
    Amore mosso
    tu bari
    nelle sere d’Agosto
    rubi luce al domani e spalanchi finestre
    sul buio tormento di un futuro interiore.
     

     
  • 02 novembre 2015 alle ore 11:01
    Aerofoni

    Tutti hanno da dire
    pochi dicono qualcosa.
    La bocca
    è il più grande strumento
    a fiato.

     
  • 26 agosto 2015 alle ore 11:25
    Baci e limoni

    Del mondo 
    sempre bacio
    solo quello che mi piace.
    Sottratto questo
    col buono che avanza
    ci limono e basta.

     
  • 11 agosto 2015 alle ore 14:08
    Sala d'attesa

    Sottraggo giorni all'esistenza
    frutto fuori stagione
    mi estinguo 
    nel bisogno di attraversare
    consumare 
    accarezzare
    prendere a morsi
    impastare le mani
    nelle cose
    nelle situazioni
    nel midollo delle persone.

    Mi ritrovo sempre
    scomoda e annoiata
    quando ormeggio
    nelle sale d'attesa della vita.
     

     
  • 10 luglio 2015 alle ore 12:07
    Dispari

    Mi sveglia il profumo del giorno
    di cui non sarai protagonista
    s'aggrappa alle narici
    l'odore del caffè.
    Calda di coperte
    tocco la tua mancanza
    con la mano, cammina
    lungo il territorio di letto
    assediato dalla forma piatta
    dell'assenza.

    Il sole divide la stanza
    stesa dalla parte dell'ombra
    guardo soldati di bottiglie vuote
    sono stata questo ieri sera:
    guerra alcolica di emotività e ricordi.

    Scalza di certezze
    mi alzo confusa e minore
    giro il caffè al contrario
    gira la ruota penso
    anche in una vita bloccata.

    Fuori il brulicare della gente m'ingoia
    livida di sonno passeggio
    stordita nell'umore
    mi lascio travolgere
    dalla velocità dell'esistenza:
    rossetti rossi, barbe lunghe, hipster,
    clochard, sorrisi di circostanza,
    circostanze senza sorrisi, omosessuali,
    transessuali, cuori immigrati, chiese,
    braccia tatuate, smartphone, discoteche,
    la pelle scura, i sudori freddi, gravidanze,
    la rabbia del mare, le sigarette spente,
    l'onda rossa dei semafori, il silenzio al centro.

    Il cielo ferito di nero sanguina dubbi.

    Spolmonando speranze, fumo, titubanze
    sono un calzino spaiato
    senza il mio opposto
    vado al cinema da sola
    stringendo in tasca due biglietti.

     
  • 03 aprile 2015 alle ore 17:14
    Lavorare stancava

    Uscire di casa per girare tutto il giorno
    le piazze e le strade 
    lo fa solo un disoccupato.
    Ci sono d'Estate pomeriggi
    in cui le piazze sembrano discoteche
    la crisi economica canta la radio
    ad alto volume, altissimo.
    Allora fermare una donna
    e parlarle di Cesare Pavese
    è un modo poetico
    per ammazzare l'assenza di futuro.
    Ma io ricordo nella sbronza notturna
    i giorni felici in cui
    i curricula ricevevano risposta 
    non si parlava da soli
    e il mio stivale era davvero
    una Repubblica democratica
    fondata sul lavoro.

    In quegli anni ridenti
    mi mancavano i minuti per amarti
    amore mio, lavorare stancava
    quando c'era lavoro.

    * rilettura originale in chiave parodica de "Lavorare stanca" di Cesare Pavese

     
  • 17 marzo 2015 alle ore 19:19
    Goccia

    Dopo lo schianto
    frantumata scossa
    ritorno integrità di goccia
    corposa risalgo 
    la nervatura dei miei precipizi
    dalla terra verso il cielo
    cerco pace
    in quella parte d'azzurro
    dove sbatte ancora luce

     
  • 04 febbraio 2015 alle ore 11:04
    Ho visto la poesia morire

    Ho visto la poesia morire
    nelle parole sfregiate
    sanguinante l’ho trovata
    in molti neologismi
    all’ora dell’apericena, diabetica
    l’ho guardata spegnersi
    nei nomignoli extradolci degli amanti.
     
    Ho visto la poesia schiantarsi
    lungo un muro di speranze
    residenti oltreconfine, disillusa
    l’ho vista esalare l’ultimo respiro
    tra le braccia d’Italia
    mentre teneva alto il tasso
    di disoccupazione nelle vene.
     
    Giace la poesia nella mancanza di senso
    nella demagogia dei manifesti elettorali
    nella politica distruttiva dell’io
    nell’altro che non vede altro che se stesso
    in una sinistra che camaleontica
    si confonde con la destra.
     
    Nelle fughe dei cervelli all’estero
    nelle lauree in lettere sprecate
    tra corridoi di supermercati
    imbustando la scienza del niente
    negli occhiali a specchio
    nella comunicazione algida
    dietro uno schermo
    in una birra calda
    ho visto affogare la poesia.
     
    Ho visto la poesia morire
    nell’assenza di semplicità
    in me
    che guardavo te
    che cercavi lei
    che desiderava lui
    che tradiva la moglie
    mentre illudeva l’amante
    guardando un cielo
    scritto con la kappa.
     
    Muore la poesia
    ogni giorno
    nel mio qui e nel tuo altrove
    in un fatto o in una parola
    in un’opera o in un’omissione
    s’infrange nella bellezza distrutta
    e in quella mancata
    della lettera chiusa nel cassetto.
    Muore la poesia e rinasce
    ogni giorno
    come gatta dalle tante vite.
     
     

     
  • 28 giugno 2014 alle ore 10:17
    Il settimo giorno Dio creò le coppie tristi

    Più triste della Domenica
    c'è, solamente
    la Domenica successiva
    e quelle coppie
    tanto tristi
    che al ristorante
    o sotto l’ombrellone
    si guardano
    nel bianco degli occhi
    pensando:
    ‘’Silenziosamente
    ci urliamo t’amo t’amo
    perché
    non abbiamo più nulla da dirci.
    Eppure
    qualcosa da darci
    oltre il più floscio scambio d’organi
    rimane:
    restituirci i regali fatti.”

    Il sesto giorno Dio li fa
    e il settimo, col trash
    li accoppia. 

     
  • 22 maggio 2014 alle ore 16:47
    O' clock

    Vorrei che la mia vita vestisse giorni
    con taglia quarantotto
    queste ventiquattro ore strette e anoressiche
    non mi permettono d’indossare un’esistenza baggy.
     
    Mi piacerebbe abbinare
    a quest’abito poco galante
    un orologio dal grande quadrante
    per riempirlo di stagioni
    di troppi natali e meno fine anno.
     
    Sfogliando l’agende degli impegni
    che aspettano puntuali
    vorrei scontrarmi con le spalle del tempo
    che passa e saluta, per dirgli di non correre:
    tanti sono atleti.
     
    Vorrei non sentirmi ladra
    quando rubo tempo al tempo
    sino all’ultimo minuto
    per sottrarmi all’impermanenza della giovinezza.
    Vorrei che qualcuno mi restituisse
    il tempo perso, il bel tempo
    quello nuvoloso e quello sprecato
    o per lo meno si sdebitasse con una clessidra.
     
    Mentre faccio il pendolo tra questi vorrei
    le ore scorrono e le rughe pure.
    Ma io alla faccia del tempo faccio cucù
    e compro quell’orologio intelligente e veggente
    in grado di fermarsi al momento giusto.

     
  • 23 aprile 2014 alle ore 17:45
    Senza metà

    Ridammi il cd di Jeff Buckley
    e l'Identità di Kundera
    fammi resuscitare le unghie che ho mangiato 
    e lo smalto che ho ingoiato, scolorami la gola.
    Voglio la saliva che c'era nei miei baci
    infettati da quelli che tu svendevi, e l'anima
    che dalla mia bocca schiusa
    è passata sulle tue labbra
    per precipitare, rotolando
    nei tuoi sospiri rarefatti.

    Niente più atmosfere a lume di candela.

    Mi riprendo la libertà del mio corpo
    e della mia pancia
    che non dovrà più essere schiacciata
    dal peso dei tuoi muscoli di ferro  
    nel mio ombelico
    ci faccio entrare il mondo degli altri
    lo spingo e lo incastro.
    Svuoto gli occhi sbattuti e accartocciati 
    delle meravigliose perle bianche dei tuoi denti
    sullle arcate che portano affreschi disegnati
    dal pennello della mia lingua
    passo vernice fresca.
    Ti chiedo, anche, di restituirmi
    il sorriso del duemiladue
    la bambina che era in me
    alla quale hai rubato 
    il vestito a fiori dell'allegria ed il sonno
    quando ha deciso di amarti.

    Rendimi quel regalo che si fa sempre
    e non ritorna mai: me stessa.
    Lo chiedo a te che mi hai scartata dal petto
    saccheggiata del cuore
    spedita via dalla tua vita
    come fossi un pacco:
    con un mittente e nessun destinatario.
                                                  Senza meta. 

     
  • 17 aprile 2014 alle ore 17:39
    Altrove

    Fortemente intenso
    dolcemente penetrante
    delicatamente audace
    e audacemente delicato
    leggero come l'aria
    e pesante come l'ultimo respiro.

    L'ultimo respiro pesante
    che si respira
    prima di ricominciare
    nello stesso posto
    ma con la testa da un'altra parte.

     
  • 10 aprile 2014 alle ore 10:56
    A stare

    Ore
    a guardare il rumore del mare
    e a sentirne dentro
    la forma delle onde
    starei.
     
    Resterei lì
    ad affogare nei pensieri
    che fanno acqua
    da tutte le parti.
     
    Umida risalirei a galla
    consapevole dell’abisso
    che divide me
    dalla mia calma.

     
  • 07 aprile 2014 alle ore 19:53
    Letto del fiume

    E svuotarsi giorno dopo giorno
    passo dopo passo
    e non trovarti.
    Fuori.

    E riempirsi vena dopo vena
    cavità dopo cavità
    e trovarti.
    Dentro.

    Partorirti e darti luce
    per regalarti a quello che di doppio ho:
    occhi seni mani e piedi.

    E trasformarti in letto
    e trasformarmi in fiume
    solo per poterti dormire addosso.

     
  • 07 aprile 2014 alle ore 19:41
    Sporcati di me

    Sporcati di me
    e delle mie menzogne
    di questa bugia
    che ti sta davanti
    nuda.

    Macchiati di promesse
    che non saprò mantenere
    di quello che credo di sapere
    e in realtà non so
    dei sentimenti
    che provo al tramonto
    mutati nel giro di un’alba,
    ancora macchiati.

    Del mio egoismo sporcati.

    Sporcati, anche
    della mia assenza
    dell’incostanza dei mie baci
    del seme d’altri
    che ha imbrattato le pareti
    di quest’utero
    dall’anima inquieta.

    Della mia tristezza
    dei miei sorrisi precari
    del peso del mio passato
    del nettare dei miei umori
    di questo sguardo perso e spento,
    sporcati il cuore
    e la bocca.

    Sporcami
    con il tuo più pulito abbraccio
    che sa di lenzuola bianche e profumate:
    macchia
    di serenità forza lealtà
    imbratta
    di fedeltà protezione presenza.

    Scegliendomi nel peggio
    sporcami d’amore
    mentre continui a stringermi
    con tutti i significati
    che hanno le tue braccia.

     
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  • 01 settembre 2015 alle ore 16:06
    Il doppione

    Come comincia: Carla ha quarantadue anni e fa l’infermiera. Tutte le mattine dopo aver preso il caffè leggermente zuccherato si guarda allo specchio e sorride fermando gli occhi sull'angolo sinistro della bocca, che tende verso l’alto più di quello destro. Ha sempre visto bellezza e furbizia in quest’impercettibile dissimmetria estetica. Ha sempre trovato bellezza nell’aspetto non canonico della realtà.
    Quando si osserva le capita di ripercorre a ritroso il sentiero della vita, ricordando minuziosamente tutto quello che l’ha resa una persona migliore. Non si sente speciale ma fortunata. È stato il tempo a regalarle le consapevolezze che adesso stringe tra le mani come un rossetto. Rosso, il colore preferito dalle sue due donne.
    Dà un’ultima sistemata ai capelli, prende lo zaino Invicta viola e azzurro macchiato da citazioni anni 90, controlla che ci siano tutti i libri al suo interno e in punta di piedi raggiunge la porta. La chiude pianissimo, quasi fosse in cristallo, attenta a non spargere rumori in casa e svegliare chi dorme.
    Concitata sale sul 18 per raggiungere i pazienti. La sua esistenza conta molteplici inversioni, forse questa è la più importante: prestare cura alle ferite degli altri dopo aver imbellettato i tagli sul suo cuore. 
     
    Da piccola Carla era una bambina esile e introversa. Durante i pochi minuti di ricreazione non avvicinava mai nessun compagno. Preferiva, piuttosto, osservare i suoi amici da lontano mentre giocavano e cantavano a squarciagola canzoni sbagliate.
    Eppure aveva una grande voglia di entrare a voce alta nella mischia, e sbattere piedi per terra, colorare, sorridere e correre attorno ai banchi verdi. Ma sceglieva di fare tutto questo in silenzio. Avvertiva un senso di tranquillità nell’immaginare e basta. Le permetteva di essere serena quello spazio di sicurezza che segnava la distanza tra la sua vita e le domande a cui non aveva intenzione di rispondere.
    - Carla, vieni con tuo padre al cinema a vedere “Wally”?
    - Giulio, lei non ha un papà. Non è come noi.
    In questi casi scappava in bagno quasi perdendo il controllo dei suoi piedi, delle sue Superga bianche vissute e soprattutto di se stessa. Chiusa la porta iniziava a toccarsi le mani con le mani, poi premeva il palmo sugli occhi sino a vedere macchie simili all’eredità lasciata dal sole dopo averlo guardato troppo in faccia. Sfiorava i capelli, strofinava il naso, spingeva le unghie nelle braccia, tratteneva il respiro, accarezzava le gambe dritte e veloci. Faceva tutto questo per sentirsi: era uguale, uguale a tutti. Non le mancava niente.
    La sua grande passione erano gli album di figurine. Le piaceva vivere per immagini. Portare a termine le cose era fonte di soddisfazione, compiacimento che diventava visibile in quel sorriso asimmetrico.  
    Parlava con contentezza nel tono solo al momento dello scambio dei doppioni. Li conservava in ordine, legati con un elastico giallo limone, nella cerniera esterna dello zaino Invicta. Una volta tirati fuori, li disponeva con cura sul banco. Accadeva, a volte, quando la posta in gioco era particolarmente alta e il traguardo della completezza sempre più vicino, che ne scambiasse dieci per una. Considerando quelle dieci di poco valore rispetto a quell’uno.
     
    Non le mancava nulla ma aveva qualcosa in più: due madri. Una Serena, l’altra Chiara. La serenità era spesso di Chiara, a Serena mancava a volte la chiarezza. Una era più tenera, l’altra più autoritaria. Una era fatalista, l’altra ribelle. Una amava il rosso, l’altra pure. Una preferiva la gonna, l’altra la gonna pantalone. Una amava il rock, l’altra l’elettronica. Una stirava, l’altra cucinava. Una cucinava, l’altra andava a prendere Carla da scuola. La spesa si recavano a farla in tre. Una amava il calcio, l’altra la letteratura ma per amore una Domenica al mese la passava allo stadio. Una adorava uscire in bici, l’altra preferiva la sua Kawasaki Z 750. Una faceva da mamma, l’altra anche. Una  faceva da padre, l’altra anche.  Carla, invece, realizzava quattro lavoretti l’anno: due per la festa della mamma, due per la festa del papà.
    Non c’era nulla di strano in tutto questo se non i pregiudizi sociali che additavano con scherno i baci tra due pedine uguali.
    Una famiglia composta da tre donne. Una bambina felice, abbracciata da un amore doppiamente sensibile. Felice sì, in casa però. Gran parte della sua tristezza e della sua infelicità le veniva trasmessa dall’esterno. Da quella parte di persone che definiva “altri”. Per colpa degli “altri” quando alzava la testa al cielo non coglieva la grandezza di quel lenzuolo azzurro terso, scovava sempre tra le pieghe di quello splendore una nuvola grigia in cui si affastellavano moltissime paure:
    - Cosa penseranno gli altri?
    - Per gli altri non è normale.
    - Cos’è normale per me e cosa lo è per gli altri?
    - Gli altri dicono che da  grande amerò una donna.
    - Gli altri definiscono le mie mamme egoiste.
    - Per quale motivo per gli altri non ho una famiglia solo perché non ho un padre?
    E così fino al punto in cui le domande si ripiegavano su altre senza risposta.
     
    Crescendo imparò a rispondere, prima a se stessa poi al resto del mondo, senza pensare a ciò che avrebbero voluto sentirsi dire gli “altri”. Rompeva piatti, bicchieri e pregiudizi. Non senza avvertire il colpo delle parole pungenti, trattava con cura le ferite. Era diventata abilissima nel farlo.
    Sul numero 25, Carla, s’innamorò di Alessandro. Lo incrociava ogni mattina sull’autobus che era solita prendere per raggiungere l’aula studio. Era diverso dagli altri ragazzi nell’espressione, negli occhi cerulei, nel modo in cui teneva “La critica della ragion pura” tra le mani. Studiava filosofia e trasmetteva malinconia quando sorrideva. Apparentemente aveva tutto, ad uno sguardo più profondo gli mancava molto. Figlio di genitori separati, era cresciuto solo con sua mamma che gli faceva anche da padre. Cercava di riempire di senso e corposità il vuoto lasciato da un uomo assente ed aggressivo. Da un uomo estraneo e snaturato.
    Tra Carla e Alessandro andò esattamente come doveva andare, ad una birra ne seguì un’altra fino al giorno in cui i loro spazzolini si ritrovarono nello stesso posto.
    E la sera, ogni volta che lo guardava addormentarsi, rifletteva sulle mancanze di lui e sulla pienezza di lei. Le sue due donne. Non avrebbe scambiato quel doppione con niente e nessuno. Non avrebbe modificato una sola virgola nel testo  della sua vita. Si sarebbe messa volentieri solo tra parentesi, almeno un paio di volte al mese, durante la fase premestruale delle sue due madri. Gestire la propria le veniva difficile, gestirne tre richiedeva una sforzo sovraumano.
    Abbassando le palpebre, investita dalla stanchezza, si lasciava andare al sonno, dedicando l’ultimo pensiero a quel meraviglioso album di famiglia.