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in archivio dal 23 giu 2019

Ivana Mescalchin

24 gennaio 1949, Camponogara (ve) - Italia
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  • sabato alle ore 23:03
    Solo andata

    Ho fatto solo andata
    perchè non mi va di tornare.
    Davanti a me ho un muro di mani alzate
    e un canto.

    Porto con me un ragazzo che vuole sapere
    e una bambina assonnata che accarezza il suo cane,
    quegli occhi ardenti,
    e il rumore secco di due spari.
     
    ---------------------------------------- 
    Note al testo:

    Ho scritto questa breve poesia durante l'occupazione del rettorato di Ca' Foscari, poi

    1. Sono partita col treno per Catania a trovare la mia amica Iela, col solo biglietto d'andata e ho viaggiato in piedi sulla Freccia del Sud (ma pareva una tradotta sovraffollata di deportati, stipati e straniti). 
    In treno ho fatto amicizia con una maestrina della Brianza innamorata dei suoi piccoli e della sua Sicilia e un poliziotto in pensione  che ha vissuto qualche anno nella caserma di Santa Chiara, dove ha condiviso l'esperienza della fondazione del Siulp con Gianni e Riccardo.
    Ho  trascorso alcuni giorni con Iela e i suoi amici (adesso anche miei), poi sono tornata a Venezia con la Freccia del Nord.

    2.Il muro di mani alzate è l'immagine dei ragazzi davanti al parlamento (la foto sul Manifesto e l'Unità) che mi ha commosso

    3. Il canto è la speranza, la vita che va avanti senza spiegare le sue ragioni

    4. Il ragazzo con cui ho parlato la sera a Ca' Foscari è un curioso, gli piace ascoltare e guardare le cose da tutti i lati, anche dal mio.

    5.La bambina che ha dormito nel corridorio davanti all'ufficio 'Affari generali' (?) e al mattino ho rimproverata perchè il suo cane era fuori corso e fuori posto, al che lei lo ha consolato con una carezza.

    6. Gli occhi sono quelli neri di Gianni Trifirò, un amico poliziotto che si è ucciso con la pistola d'ordinanza. 
    Inseguiva un 'sospetto' nei pressi di Piazza Ferretto e  ha sparato per fermarlo. L'altro ha continuato a correre, lui ha mirato alle gambe e l'uomo è caduto. 
    Quando Gianni è arrivato, si è chinato, gli ha sollevato la testa, ha capito di averlo ucciso e ha voltato la canna sulla sua tempia con il secondo colpo.

    Sua moglie era incinta di sei mesi; quella notte ho ricamato per il bambino una camiciola di seta rossa di buon augurio, come si usa in alcuni paesi del sud.
     
     

     
  • 01 luglio alle ore 3:20
    Segnalibro rap

    Bibi? Bibl’aria per gli amici-
    Bibi e’ fatta di aria
    parole fritte, lesse e arrosto
    chiare scure e trasparenti
    parola di libro
    senza carta e senza pena
    le suoni su tasti
    ticche tic ticche tic
    e segui la musica
    che viene da vicino
    -pause e silenzi-
    e va lontano
    -fiumi di parole-

    Bibl’l, con l’apostrofo:
    l’important c’est l’apostrophe,
    quell’orecchietta sulla pagina
    quel pelo di gatto
    quella ciglia caduca
    quell’attesa in sospeso.

    E’ una bambina
    che spia dalla soglia
    in punta di piedi
    e’ l’occhio di tigre
    che scruta la foresta.

    E’ il pince.nez
    sulla punta del nas
    una curva di luce
    tra il tavolo e il cielo,
    una parole
    in mezzo alle cose.

    Mumble mumble muble bibl’,
    tikke tikke tikke tik
    din!, c’e’ posta per bibi!

    Bibi cresce
    si da’ delle arie
    iridescente
    irenescente
    evanescente
    bolla blu
    -blue ball-
    papiracea
    informattika
    virtualissima
    icarica
    irenica
    idillica
    ierattika.

    Bibi è blu
    una bella colomba -blue dove-
    uno scudo di pace –blue shield-
    uno sguardo limpido- blue eye
    e un bibl' blues;
    e’ un mulino – blue mill-
    che macina storie
    un faro –blue light-
    che segna la rotta
    per i marinai perduti
    nel ragno di Elettra.

    Bibi ha un amico
    si chiama A'gapito
    -con l’apostrophe-
    si sono approchés
    a Vicendevoleza
    punto, virgola e a capo
    planando nell’aere
    stranieri e/o stravolti
    apos sans frontieres
    esotici e aleatici
    eretici e selvatici
    ma col pedigree.

    Pe’ di chi?
    Oh, I see, I agree…

    Con Bibi si gioca
    a essere seri
    talvolta ci casco
    sembra quasi tutto vero.

    Bibl’aria e’ curiosa
    ilare e gentile
    solerte e spiritosa
    talvolta seriosa
    ma mai presuntuosa.

    Cammina sinuosa
    libera e virtuosa
    a testa alta
    non si volta indietro
    anche se sente
    le frecce fischiare
    -se n’e’ tolta una dall’omero-
    sanguina un po’, ma poi passa-.

    Osserva, misura
    inventaria, respira
    il profumo dei tigli
    e conta i colori
    delle tue rose.

    Scompare e si siede
    sul bordo del fiume,
    fuma il kalumet.

    E’ un fil di fumo
    -con centro
    ed ex centro-
    di stile bibifly,
    farfalla-mariposa
    le papillon
    di seta blues.

    E’ un sogno
    -I have a dream-
    ed un pensiero…:

    My darling B,
    my bi-àà.b ici
    this rap in blues
    is just for thee

     
  • 30 giugno alle ore 17:56
    Canzone triste

    La  tua realtà non esiste,
    te la sei inventata tu
    per tagliarmi le ali.

    Ti ho visto in controluce
    torvo e infelice
    cupo e contratto
    oscuro
    rattrappito
    nodoso
    striato
    aggrappato
    a false certezze,
    omologato
    impedito
    da parole inchiodate,
    da immagini senza colore.

    Volevo portarti con me
    su in alto nel cielo
    tra draghi di zucchero filato
    e fiori di stelle
    e albe violette
    e tramonti infuocati,
    tra azzurri cobalto
    e grigi di perla
    dentro arcobaleni
    lindi di pioggia
    per guardare il sole
    con occhi lucenti.

    Volevo cullarti con me
    sull’amaca della luna
    e mostrarti il suo volto sereno
    segnato da monti senz’acqua.

    Ma tu non vedevi che nebbie
    umide e fosche di fumo
    e mi hai cancellato
    dentro un velo di non-curanza,
    hai chiuso il mio canto
    in una morsa di ghiaccio
    e la danza
    dentro una gabbia di acciaio inòx.

    Io ti avevo creduto e non so
    perché vivo ancora,
    te nonostante.
    Ma vivo e respiro
    e volo più in alto
    sulle onde dei venti
    e rido della tua realtà di cartone.

    Ti ho visto in controluce
    e canto da sola,
    libera mi libro nel libro della mia vita,
    leggo il tuo libro senza parole
    leggo i tuoi occhi spenti
    e piango lacrime che non tu non conosci.

    Il mio cuore batte sul tuo
    -spaventato dal vuoto-
    cammino i tuoi passi senza letizia,
    ascolto il tuo lamento mono-ton,
    aspetto e canto.

     

     
  • 28 giugno alle ore 7:05
    Torre

    Silenzio e voci antiche,

    presenze lontane, un tempo sempre presente.

    Piazza rotonda

    e via della fontana,

    profumo di menta,

    colline, cielo azzurro

    e sole.

    Si, qui si può stare,
    ----------------------------

    A casa di Giovanna, 15 agosto 2001
     

     
  • 23 giugno alle ore 17:37
    A fior d'acqua

    Come vorrei esser con voi gabbiani

    e volarvi incontro sciando, come voi fate.

    A fior d'acqua scendere

    e poi risalire

    le bianche ali distese

    gabbiano

    in cerca di cibo

     
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  • sabato alle ore 17:07
    Le mie case

    Come comincia: Sono nata a Prozzolo di Camponogara il 24 gennaio 1949.
    Sono nata in casa. Mia madre mi raccontava che sua cognata, la zia Gigia, le aveva fatto le tacche nere sulle braccia coi pizzicotti per invidia perché aveva partorito una femmina, dato che lei aveva avuto quattro figli maschi.
    Sono nata a distanza di undici anni da mio fratello Remigio, che di secondo nome fa Giancarlo.

    I miei genitori sono emigrati a Venezia quando sono nata io.

    Mio padre mi ha raccontato che al ritorno dalla guerra era stato accusato di essere stato fascista e l'avevano portato anche in prigione e mia madre era andata a prenderselo.
    Suo fratello Lino invece era rimasto a casa ed era comunista.

    I ricordi dei miei primi anni sono vaghi.
    Ho un’immagine di mia nonna Faustina nel lettone comune che mi regala un cuore di plastica rosso con le chiavi d’oro.
    Della casa di Prezzolo mi ricordo che ci andai una volta che ero un po’ più grande.
    C’era un gabinetto all’aperto con un buco per fare i bisogni e ci si puliva con i pampini di vite.
    I miei cugini mi intimidivano perché erano grandi e bruschi, li percepivo come 'sanguigni'.

    Mia mamma mi ha raccontato che i primi tempi a Venezia vivevo in una stanza in affitto sola con mio fratello. Lui diceva che quando ero piccola gli facevo la pipì in braccio.
    In quel periodo mio padre ebbe un incidente in moto.

    Quand'ero molto piccola la mamma mi fasciava le gambine perché venissero dritte e mi dava da succhiare un fazzoletto di tela con un po' di zucchero.
    Diceva che dormivo sempre e fino a sei mesi (?) non sapeva di che colore avevo gli occhi.
    Mi diceva che i clienti dell'osteria mi portavano a passeggio in fondamenta e che qualche volta andavo a dormire dalla ‘carbonera’, una donna che aveva una specie di cantina dove si vendeva il carbone.

    Non so se in quel periodo vivessimo insieme o se io stessi da sola a Prozzolo dalla nonna Faustina.
    So che mio padre diceva che suo fratello gli aveva occupato la sua parte di casa perché la sua era franata e che gli pagava 50 mila lire d’affitto all’anno.

    Avevano preso un’osteria in affitto in fondamenta della Misericordia, si chiamava 'il Remo d’oro'.
    La mamma mi raccontava che papà con gli ubriachi li metteva a mollo nel canale tenendoli dalla riva.

    Poi presero l’osteria 'da Lino', che aveva una saletta privata e una piccola corte col gabinetto.
    Mia mamma aveva avuto la tubercolosi e aveva rischiato di andare in sanatorio, ma questo non lo ricordo.

    Poi presero il ristorante ‘All’antico Pizzo’ a Rialto.
    Ho una fotografia dove sono sorridente seduta su un tavolo, ho i capelli corti con la frangetta, un grembiulino a quadretti bianco e rossi, e porto un paio di scarponcini di stoffa marrone che in veneziano si chiamavano 'scalfarotti'.
    A carnevale la mamma mi fece un vestito da fatina di carta azzurro con il cappello a punta.
    Io avrei voluto essere un maschio per vestirmi da indiano.
    Mamma mi raccontava che ero giudiziosa e aiutavo a portare i piatti.
    Mamma mi raccontava anche che mio fratello non voleva andare a scuola e scappava e lei andava a cercarlo in giro perché temeva che frequentasse cattive compagnie e comunque non finì la prima media.

    Quando morì la nonna Faustina non tornai più a Prozzolo e ho una visione di me bambina di sera che piangevo da sola a Rialto.

    Chissà qual'era la nostra casa allora…

    La prima casa a Venezia di cui mi ricordo è la stanza in affitto un po' scura nell'appartamento dei Rampini a Cannaregio in fondamenta Diedo, al primo piano.
    Il gabinetto era in comune con l’altra famiglia e per le prime necessità si usava il vaso da notte.
    La stanza era divisa con delle tende.
    Entrando c’era il letto grande dei miei genitori e il letto per me. Oltre la tenda c’era la cucina e a fianco, separato da un'altra tenda, il letto di mio fratello Remigio.
    La sera si mangiava con il lume ad olio e questo mi faceva allegria.

    Non ero una bambina triste ed ero attaccatissima a mio fratello.
    Una volta fece un presepio con le stelle e la lampadina e mi piaceva moltissimo.
    Continua a farlo anche adesso, l’ha sempre fatto.

    Ero contenta con la mia famiglia e non mi pesava il fatto che eravamo poveri
    In vita sua mio padre mi ha dato solo uno schiaffetto sulla bocca (avevo quattro o cinque anni) una volta che risposto in modo sgarbato alla mamma, e l’ho accettato come un castigo giusto.

    Ricordo che mio fratello stava a letto fino a tardi e una volta per gioco gli ho gettato un catino d’acqua.
    Non avevamo l’acqua corrente e una volta ho bevuto l’acqua con il sapone.

    C’è stato un periodo in cui erano disoccupati e mio padre e mio fratello cercavano sempre un lavoro.
    Papà si lamentava che non gli permettevano di portare le valigie in stazione.
    Mi ricordo che Remigio vendeva profumi per strada (anche adesso ne tiene sempre qualcuno di sottomarca per regalarli), o anche delle uova fresche di campagna e aveva una sacca di tela blu.

    (continua) ...

     

     
  • 25 giugno alle ore 9:27
    L'albero

    Come comincia: Togliere la sua storia ad una persona significa cancellarla, toglierla dal proprio orizzonte. Nella perdita di memoria c’è una perdita di sé, e poiché nessuno vuole perdersi, ma ritrovarsi, deve giustificare il vuoto che si è creato come un qualcosa di amorfo e di negativo

    Ecco dunque che questi sei anni fatti di momenti sono diventati una nebulosa negativa; ma poiché l’apparire di questa nebulosa non si spiega, bisogna estenderne i prodromi più lontano, fino alle origini, come se le proprie radici fossero affondate in una falda secca secca e ghiaiosa che lentamente ha inasprito e rinsecchito la pianta. Allora ci prende la nostalgia per un tempo in cui il tenero virgulto palpitava e tendeva i rami verso il cielo, sentendo dentro di sé una linfa prorompente che tendeva solo a manifestarsi in una campagna mite e rigogliosa.

    Gli esseri intorno rispondevano alla nostra presenza con colori e profumi che riempiono il nostro ricordo di desiderio e di tenerezza.

    Immagini serene ci riempiono di dolcezza e ci richiamano a sé.

    Le ansie, le inquietudini di allora, sfumate dal tempo, ci appaiono come veli evanescenti nella luce di momenti carichi di intensità.

    Il nostro corpo contratto si tende verso di essi e riscopre tensioni irrisolte.

    Una nuova primavera riaccende la linfa che ricomincia a pulsare in noi. Un nome, un volto, una frase, una canzone, riaccendono le nostre speranze e dal tronco rinsecchito erompe un ramo nuovo e si riempie di foglie.

    Tutto l’albero si tende verso di esso per farlo vivere. I rami vecchi rinsecchiscono per non privare l’ultimo di una goccia di linfa.

    Anche le radici si tendono tra i sassi e strappano alla terra insperatamente un succo umido.

    Poter lasciare quella terra, poter trapiantare quel ramo, congiungerlo ad una pianta giovane che lo rafforzi con il suo impeto!

    Ma il vecchio tronco ti stringe con i suoi nodi, a stento e con dolore ancora ti nutre. Spezzandoti potresti morire, e il nuovo albero saprà accoglierti?

    Saprai sopportare il cinguettio incessante degli uccellini, le scorribande degli scoiattoli, l’andirivieni delle formiche?

    Saprà il nuovo albero assorbire i tuoi umori, le tue ansie, i tuoi silenzi? O dovrai inventare ogni giorno nuove storie per non annoiarlo? Si tende come un arco verso di te, ti guarda con occhi lucenti. Come te è senza storia, la sua storia si è interrotta all’inizio del bivio.

    I suoi frutti inaspriscono come i tuoi, privati del loro nutrimento. Anche tu ti tendi, ed è strano quel ciuffo rinverdito sul vecchio albero. Le tue foglie, spropositatamente grandi brillano di luce diafana.

    E mentre tu ti tendi nello spasimo, incapace di spezzarti, vedi improvvisamente intorno a te un boschetto di cedri e di aranci, tra le cui foglie i raggi rimbalzano con giochi di luce saettanti. Senti profumi leggeri e intensi, ti affascina il tremolio delle foglie nella brezza.

    Ti confonde la vista dei tronchi agili, carichi di gemme, e avverti il disagio di essere insieme ramoscello e arbusto rinsecchito.

    Hai perso lo slancio, il vecchio tronco reclama la sua parte di ossigeno, devi spezzarti o rinunciare a togliergli tutto il nutrimento, perché ne va della tua stessa vita. Forse non ci sarà un’altra primavera. E vedi i tuoi frutti che, nonostante te, maturano. Hanno un colore caldo e dorato, sono cambiati, sono cresciuti e presto si staccheranno. Come ti acquieta e ti rassicura la loro vista! Ti prende un desiderio di far loro ombra e come gioisci quando vedi che, dimentico di te stesso, hai dato quel poco d’amore che li rende così smaglianti!

    Ti sembra perfino che quel terreno così aspro che ti soffocava, che ti comprimeva, si sia come sgretolato, consumato, e lasci filtrare tra le fessure un umore tenero che nutre i tuoi frutti.

    Allora è come se le immagini della tua giovinezza si fossero fermate, immobilizzate. Ti fanno un po’ paura, se le guardi da vicino, se le tocchi, ti appaiono come maschere stanche. Provi ancora a giocare con loro e loro con te, ma quel gioco non ti appassiona più e anch’esse ti appaiono segnate dal tempo, caricature dei tuoi sogni, e provi una pena acuta e profonda. Vedi come anch’essi si aggrappano a quel momento antico, ma esso si è cristallizzato dentro di loro, i segni del tempo hanno inciso profondamente.

    Questa visione ti turba e ti senti perduto perché non conosci i fili intrecciati dal momento dell’addio.

    Insieme cercate di rassicurarvi che nulla è cambiato, e insieme sentite che tutto è cambiato, che nessuno è lo stesso di allora.

    Ma non provi amarezza, no, anzi, senti un senso di sollievo, ti senti euforico, liberato! Sei ritornato a te, e ti piace il tuo tronco nodoso, conosci ogni ruga della corteccia, ogni intoppo di resina, ogni ramo mutilato, ogni ferita di grandine e di uccello.

    C’è qualcosa di bello, maestoso, dignitoso, unico nella forma che ha assunto il tuo corpo e ti staglia nel bosco come un prodigio.

    A te guardano con ammirazione i muschi e le betulle, perché ci sei tu ondeggiano i cedri. Nei cavi del tuo tronco hanno fatto i nidi i passeri e lo scoiattolo sfreccia sicuro tra i tuoi rami. Nella notte il gufo e la civetta ti tengono talvolta sveglio, ma spesso tacciono e sorvegliano la quiete del bosco.

    Di giorno, i tuoi frutti pendono rigogliosi e ti ammantano di un’eterna bellezza.

    Le tue radici affondano profonde nella terra e hanno trovato sentieri più larghi; quei sali così aspri sono diventati benefici e il loro sapore famigliare scorre nelle tue viscere come il nettare.

    Con la terra le radici hanno fatto una griglia che rinserra la montagna.

    1990

     
  • 25 giugno alle ore 3:07
    Ikenunk + 30

    Come comincia:                                                                                                                                            IKENUNK + 30, cento canti dìamore e di lotta'
    C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico' 
    (da: L'aquilone, di  Giovanni Pascoli)

    Ikenunk + 30 (hic et nunc, 30 anni dopo) è un piccolo documento storico, una testimonianza della nostra giovinezza e un frammento di storia del nostro paese.Raccoglie canzoni cantate da soli e insieme, in tanti momenti diversi, nelle manifestazioni, per strada, contro la guerra e per i diritti civili: parlano d’amore e di lotta per la libertà e la democrazia, cento storie personali e collettive, brevi e intense sintesi di ricordi e di sentimenti.Ci stupisce e ci commuove sentire come i ragazzi se ne riappropriano oggi e come le reinterpretano con nuovi ritmi e con nuove strumentazioni, così come noi a nostro tempo avevamo fatto con le canzoni della resistenza e con quelle della tradizione popolare, recepite e trasmesse per via orale.
    Come molti coetanei, e come hanno sempre fatto i ragazzi, anche noi avevamo il nostro quadernetto dove raccoglievamo quelle che ci piacevano di più e quelle che volevamo cantare in coro.Questo libretto è un’antologia raccolta a più mani (alcune canzoni sono meno conosciute perché avevano una diffusione solo locale), alcune sono state rielaborate dai curatori stessi, compresi del fascino della memoria; ma ciascuna di esse è densa di significato, così come i particolari del libretto.
    Quanta speranza in quei ‘cento fiori’, che richiamano in due parole la rivoluzione culturale, Tien an Men, il libretto rosso, l’internazionalismo, un’apertura di orizzonti, un afflato verso un’idea più ampia e più matura di libertà.
    Non cè una data di edizione o di stampa, ma gli diamo noi una data presunta, ma verosimile, della chiusura della raccolta: l’11 settembre 1973, il giorno in cui Salvador Allende si preparava a morire dicendo al mondo: la storia siamo noi e la storia la fa il popolo.C’è una coincidenza inquietante di numeri e di date, quasi un ciclo che si ripete, un eterno ritorno di stagioni e di esperienze, in tempi e forme diverse.Ecco perché questo libretto, nella sua veste artigianale e umile (stranamente riapparso in un periodo oscuro per il nostro Paese, dove si riducono gli spazi democratici conquistati a colpi di maggioranze parlamentari e si tenta di occultare e travisare la memoria con il monopolio dei mezzi di comunicazione) ci è apparso prezioso, quasi una testimonianza agile e tenace che non muore e si trasmette di bocca in bocca, di cuore in cuore.Noi stessi, prima sconosciuti e lontani per età e per esperienze diverse, ci siamo riconosciuti e capiti al volo e abbiamo parlato la stessa lingua.Questo ci ha fatto pensare che anche noi in fondo, molto in fondo, facciamo parte della storia e che potevamo dare il nostro modesto contributo servendoci dei ‘cento canti’.Il valore della tradizione orale è un patrimonio di tutte le civiltà, di tutti i paesi e di tutti i momenti storici, e quindi anche oggi può essere uno strumento utile di conoscenza e di unità con le nuove generazioni.Citiamo ad esempio il volume: Oralità, cultura, letteratura: atti del convegno internazionale (Urbino, 21-25 luglio 1980) a cura di Bruno Gentili e Giuseppe Paioni, pubblicato dal Centro Internazionale di Semiotica e di Linguistica e dell’Istituto di Filologia Classica dell’Università di Urbino).
    Si potrebbe dire di più, si potrebbe dire molto, ma non è il nostro mestiere. Studiosi di tutto il mondo se ne occupano, scrivono libri e approfondiscono le ricerche con profili e modalità diversi.Per noi ‘cento fiori’ vuol dire questo: i volti, le ‘maschere’ sempre nuovi e sempre diversi di uno stesso volto, i cento e mille nomi dello stesso nome; quel nome che ha giustificato le crociate, gli stermini di popoli interi, le deportazioni di massa e i più atroci delitti contro l’umanità, quel nome che anche oggi viene usato per insanguinare la terra e depredare i poveri.Molti sono stati i disvelamenti dell’inganno e molte le nuove forme e ideologie sotto le quali si è manifestato lo stesso disprezzo per la vita umana.
    Su un cartello c’era scritto: pace è il nome di Dio. Forse Lui non è d’accordo, ma noi vogliamo crederci.Shalom shel emet, pace e verità, è un binomio inscindibile: l’uno che è due e diventa tre con il verbo, la comunicazione, e rimane uno nella reciprocità dell’amore.Parole, parole per dire cose in fondo semplici, parole più grandi della cosa che si vuole definire.Quanta ridondanza, quanti travisamenti, inganni, e quanta superbia, nella parola che vuole afferrare e chiudere in un significato definitivo quello che non si lascia afferrare! l‘Avrei voluto essere scabro ed essenziale’ –diceva il Poeta-, ‘e umile’ –diceva il Santo-, ‘e attento’ –diceva il Falegname-.
    Noi siamo soltanto un gruppo di amici e ci piace giocare.Per tornare al nostro libretto: lo sfondo rosso è il fuoco, il sole al tramonto, il sangue e il cuore.La figura del pugno chiuso è l’ira del giusto, è la forza e il coraggio e il silenzio, è il gesto che s’impone alla parola, il senso al significato, in fondo non è che una rappresentazione grafica, un’offesa virtuale che non ferisce e non uccide.Un’immagine non è che un simbolo, ma il simbolo in sé racchiude cento significati e cento fiori.Anche sui simboli ci siamo strattonati e abbiamo messo tenaglie e forbici al posto di falci e martelli, e poi libri, rose, garofani, margherite, querce e ulivi, leoni e asinelli, soli nascenti e soli che ridono, soli che piangono, e un po’ alla volta ci siamo sentiti sempre più soli.
    Nonostante noi e i nostri errori, le nostre piccole meschinità quotidiane, la nostra superbia, la vita si rinnova e nuovi fiori nascono e nuove scuole contendono.Anche noi vogliamo portare un fiore alla festa della primavera, un fiore piccino, come possiamo e sappiamo fare.Lo consegnamo ai ragazzi, perché ci mettano una musica nuova, anzi antica, con la speranza che possa essere utile alla pace, alla verità e alla fratellanza e ci aiuto a restare uniti nel breve tratto di strada che stiamo percorrendo insieme.

    Nota ai testi
    Dovendo cantarle oggi, con una diversa sensibilità che ci è data dal tempo e dalle esperienze vissute, noi faremmo alcune modifiche sostanziali ad alcuni testi.Consapevoli del valore e della forza dell’amore (ahimsa) e dei metodi nonviolenti (satyagraha), proporemmo alcune sostituzioni indicative là dove ci sono parole di rabbia, di odio e di desiderio di vendetta (vedi appendice).
    Alcune di queste canzoni non le conosciamo, non le abbiamo mai cantate. Fanno parte della memoria degli ignoti curatori e quindi abbiamo deciso di fare una forzatura e di sostituire quelle che non sono diventate patrimonio comune con altre legate alla nostra memoria affettiva.L’ordine è del tutto casuale, quindi fedele allo spirito dei ‘cento canti d’amore e di lotta’ originale.
    Forse non saranno le migliori, le più significative, ma sono legate al ricordo di momenti importanti del nostro passato.E d’altra parte il tempo presente è ben più saturo di fermenti e si impone con la sua vitalità.
    Non c’è tempo per piangere, ed è severamente vietato coltivare illusioni. I fantasmi forse ci accompagnano, ma non possono farci daguida.Abbiamo bisogno di uomini e donne e sogni nuovi, anzi antichi.

    Venezia, 24 gennaio 2004

    (segue indice e testi delle canzoni)                                                                                                                                                                                             
     

     
  • 23 giugno alle ore 16:49
    Emma

    Come comincia:    Quando la mamma è morta ho pensato che avremmo continuato a parlare di lei e il suo ricordo ci avrebbe tenuti uniti, invece non è stato così, come se fossimo stati spaventati dalla nostra solitudine e ciascuno avesse tenuto per sè i suoi ricordi senza farne tesoro comune.   
    La perdita di una persona cara è sempre dolorosa, ma ancora di più questa mancanza si fa sentire quando intorno c'è festa: il contrasto è atroce.   
    Quando inizia dicembre, con i preparativi per Natale, ritorna con forza il ricordo dei suoi ultimi giorni, di quell'ultimo Natale insieme. Le sue ultime parole ritornano sempre, e assumono nel tempo significati più profondi: 'Tieni unita la famiglia..." 
    Il Natale accentua l'attenzione sulla famiglia, si fa una ricognizione degli affetti; è come se si dovesse fare l'inventario.La mamma era la famiglia e senza di lei tutti noi ci siamo sentiti più soli.
    Mi ha stupito ascoltare il suo nome nelle messe per i defunti da persone che non sapevano nulla di lei, anche se la sua anima scorre nel fiume universale della vicenda umana.Mi sarei aspettata che qualcuno ci avesse chiesto se era buona e cosa aveva fatto di bello e di importante, ma la sua assenza veniva assorbita nel rituale uniforme: ho sentito tutta la lontananza dalla sua e dalla nostra storia individuale; ciò nonostante sono stata grata a quei preti che ci hanno tenuti uniti e hanno dato solennità alla sua fine terrena.   
    Ho temuto che avremmo perso la memoria e ho pensato di scrivere: volevo tessere una tela cominciando da me e porgerla a quanti l'avevano conosciuta, per completare un'immagine che avevo costruito sui suoi racconti e sui miei ricordi.   
    Se dovessi raccontare la mia vita con lei e il mondo di sogni che ho costruito sui suoi racconti dovrei rivivere la vita trascorsa e non mi basterebbe il tempo.Non ci sarebbe posto per la vita che scorre ogni giorno e per gli affetti he mi circondano.
    Mi ha impressionato un sogno che avevo fatto poco dopo la sua morte.Io e papà eravamo sopra un albero, una specie di quercia, forse era il gelso della casa di Prozzolo. Sotto, intorno all'albero, c'era una folla di parenti (forse tutti quelli che erano venuti al funerale). Ad un tratto la mamma perse l'equilibrio; io e papà cercavamo di trattenerla ma era pesante, ci sfuggì e cadde a terra in mezzo alla folla e noi vedevamo la scena, sconvolti, sull'albero. Ripensandoci, mi sembrò un segno che la famiglia era distrutta. 

    Un dolore acuto mi ha accompagnato in questi anni. So che averla avuta vicina per tento tempo è stato un grande dono, ma è difficile vivere senza di lei.
    Ho iniziato un viaggio interiore, che mi ha portato sui luogi dove lei è vissuta alla ricerca della sua storia. Volevo sapere della sua infanzia e della sua giovinezza, della terra da cui veniva, della parte di vita a me nascosta. Mi ero resa conto che era lei a reggere il filo della famiglia, senza di lei tutto era perduto.
    Avevo provato un senso di vuoto quando sono andata a ritrovare la zia Bruna, attorniata da figli, generi, nuore, nipoti e nipotini. Inoltre, la casa non era più quella della mia infanzia, con gli odori e le cose semplici di un tempo. 
    I miei ricordi erano fatti di capriole sull'erba, del dolore delle spine di frumento tagliato sui piedi nudi, di papaveri, fiori gialli e azzurri (occhi della Madonna), di uva pestata nel secchio di legno per fare il mosto, dell'odore del fieno, della falegnameria delle meraviglie di zio Settimo.Insieme c'era la presenza della nonna, con il suo vestito nero lungo fino ai piedi, la sua bella testa bianca, l'immagine di lei che faceva la lisciva nel pentolone grande; ricordo la tenerezza con cui mi accarezzava, la sensazione di serenità e di sicurezza che provavo accanto a lei; ricordo il pezzetto di cioccolata che mi dette di nascosto dai miei cugini nella sua stanza, e l'odore delle buone croste di formaggio abbrustolite sulla stufa a legna.
    Mi ritrovavo in una famiglia numerosa e prospera con tante macchine e un'officina moderna. Le vigne erano scomparse, i campi vuoti non sembrano più quelli di un tempo. Cataste di legname davanti alla casa (mi ricordavano le banchine del porto) indicano una nuova ricchezza un  tempo sconosciuta.
    Io ero sempre 'la venexiana', una bambina un po' scomoda che veniva dalla città e parlava un'altra lingua, senza tesori da mostrare.
    Cosa c'ero andata a fare? Zia Bruna era venuta talvolta a trovare la mamma in ospedale, l'aveva conosciuta da ragazza, le voleva bene. Io avevo trascorso da lei alcune estati da piccola.
    Adesso andavo a cercare la mamma dov'era cresciuta, i racconti della stalla, l'odore delle mucche e del latte appena munto, tracce di una grande famiglia 'di quaranta persone', le donne attorno al tavolo a ricamare col lume ad olio.Cercavo i fantasmi che avevano colorato la mia fantasia, il luogo incantato da cui veniva mia madre; ma lei non era più là, se mai ci era stata.
    Ebbi un penoso senso di inadeguatezza. La persona a me più cara era per loro distante e mi guardavano un po' stupiti per quel goffo tentativo di ritrovare un passato sbiadito o inesistente.Nelle loro parole, nei loro gesti, non c'era quello che cercavo e l'immagine che mi veniva data di lei mi giungeva come da uno specchio deformato; talvolta non corrispondeva alla mia, talvolta mi giungevano particolari inattesi.

    Oggi che è il sesto anniversario della sua morte e cercherò di cogliere qualche ricordo felice, lasciando nel fondo del cuore quelli tristi, le mille debolezze e le mille occasioni mancate per dirle grazie.

    Ricordo le due settimane che abbiamo trascorso a Prozzolo con Costanza, l'unica vacanza che abbiamo fatto insieme.Che gioia la mattina quando arrivava papà che mi dava la mia bicicletta rossa e correvo a prendere il treno che mi portava al lavoro a Venezia!
    Com'era contenta Costanza di correre dentro e fuori per casa e giocare con la bacinella piena d'acqua!
    Una bambina di nome Sandra veniva a trovarci e ci guardava con gli occhi grandi: 'Ma abitate qui? In questa catapecchia col tetto cadente, qui dove le case sono tutte lustre e rifinite di fòrmica e acciaio inossidabile, con le scale esterne a chiocciola e i macchinoni fuori della porta?' Ma rideva e si divertiva a giocare con Costanza e la mamma le guardava con espressione beata.
    Che risate quel giorno in cui abbiamo mangiato frittata davanti alla casa, sotto il sole cocente (credevamo che fosse già sera) e un passante ci ha detto che erano solo le cinque!
    Come siamo state orgogliose del nostro gelso centenario quel giorno che un giovanotto è venuto a vederlo perchè gli ricordava la sua infanzia!

    Era bello quando facevamo i vestiti per Fantina: io ricavavo il modello, tagliavo la stoffa (perchè lei temeva di non farlo bene), poi lei imbastiva, cuciva, disfava se non era perfetto, e restava alzata fino a tardi per le rifiniture. Com'era dolce lavorare e chiaccherare insieme!
    Il giorno in cui si è sposata Valentina aveva un'espressione stanca ma serena.
    Che agitazione per casa quel giorno, con la mantellina da finire in fretta, la parrucchiera, il bouquet che non arrivava... e poi lei è scesa per farsi ammirare e sembrava una regina col suo vestito lungo bianco!

    Rivedo le case, i negozi, le strade dove abbiamo vissuto insieme a Venezia.
    Ricordo la stanza in affitto con gli spazi divisi dalle tende, il bel presepio che Remigio fece per me. col cielo stellato e la lampadina per illuminarlo.
    Risento i racconti dei cento lavori che lui e mio padre si inventavano per guadagnare qualche soldo, i vassoi di latta con le creme, i profumi da vendere, una bambola grande vinta forse a qualche pesca che troneggiava sul lettone e l'attesa della mamma che tornava la sera dal lavoro portando cose buone da mangiare...
    Il posto più bello è stato Santa Marina: la grande casa con nove stanze (dove si comunicava con Renata battendo sul muro e ci si passava le cose dalla finestra), il negozio con la cucina e la saletta per mangiare e fare i compiti, la cantina con le damigiane, la sala della televisione dove veniva la gente la sera e si guardavano le storie tutti insieme; la mia gatta Mignina, la stufa di terracotta, i giochi nel campo...

    Ricordo i matrimoni, le nozze d'argento, l'aria di festa quando venivano a trovarci i parenti.
    Rivedo il suo viso soddifatto il giorno delle nozze d'oro, con la maglia 'della sposa' e sembrava dire: 'Ce l'ho fatta!'...

    Infine ricordo quella lunga camminata nella sera sulla strada da Dobbiaco a Villabassa, il paesaggio bianco di neve illuminato dalla luna piena che ci ha accompagnato per tutta la strada (eravamo andati a prendere la torta per il Capodanno).

    Sarei dovuta ripartire il giorno dopo, ma dovemmo prendere il primo treno e viaggiammo fino all'alba.

    Venezia, 31 dicembre 2000