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Autore

Ivana Mescalchin

in archivio dal 23 giu 2019

24 gennaio 1949, Camponogara (ve) - Italia

23 giugno alle ore 16:49

Emma

Intro: In ricordo di mia madre

Il racconto

Quando la mamma è morta ho pensato che avremmo continuato a parlare di lei e il suo ricordo ci avrebbe tenuti uniti, invece non è stato così, come se fossimo stati spaventati dalla nostra solitudine e ciascuno avesse tenuto per sè i suoi ricordi senza farne tesoro comune.   
La perdita di una persona cara è sempre dolorosa, ma ancora di più questa mancanza si fa sentire quando intorno c'è festa: il contrasto è atroce.   
Quando inizia dicembre, con i preparativi per Natale, ritorna con forza il ricordo dei suoi ultimi giorni, di quell'ultimo Natale insieme. Le sue ultime parole ritornano sempre, e assumono nel tempo significati più profondi: 'Tieni unita la famiglia..." 
Il Natale accentua l'attenzione sulla famiglia, si fa una ricognizione degli affetti; è come se si dovesse fare l'inventario.La mamma era la famiglia e senza di lei tutti noi ci siamo sentiti più soli.
Mi ha stupito ascoltare il suo nome nelle messe per i defunti da persone che non sapevano nulla di lei, anche se la sua anima scorre nel fiume universale della vicenda umana.Mi sarei aspettata che qualcuno ci avesse chiesto se era buona e cosa aveva fatto di bello e di importante, ma la sua assenza veniva assorbita nel rituale uniforme: ho sentito tutta la lontananza dalla sua e dalla nostra storia individuale; ciò nonostante sono stata grata a quei preti che ci hanno tenuti uniti e hanno dato solennità alla sua fine terrena.   
Ho temuto che avremmo perso la memoria e ho pensato di scrivere: volevo tessere una tela cominciando da me e porgerla a quanti l'avevano conosciuta, per completare un'immagine che avevo costruito sui suoi racconti e sui miei ricordi.   
Se dovessi raccontare la mia vita con lei e il mondo di sogni che ho costruito sui suoi racconti dovrei rivivere la vita trascorsa e non mi basterebbe il tempo.Non ci sarebbe posto per la vita che scorre ogni giorno e per gli affetti he mi circondano.
Mi ha impressionato un sogno che avevo fatto poco dopo la sua morte.Io e papà eravamo sopra un albero, una specie di quercia, forse era il gelso della casa di Prozzolo. Sotto, intorno all'albero, c'era una folla di parenti (forse tutti quelli che erano venuti al funerale). Ad un tratto la mamma perse l'equilibrio; io e papà cercavamo di trattenerla ma era pesante, ci sfuggì e cadde a terra in mezzo alla folla e noi vedevamo la scena, sconvolti, sull'albero. Ripensandoci, mi sembrò un segno che la famiglia era distrutta. 

Un dolore acuto mi ha accompagnato in questi anni. So che averla avuta vicina per tento tempo è stato un grande dono, ma è difficile vivere senza di lei.
Ho iniziato un viaggio interiore, che mi ha portato sui luogi dove lei è vissuta alla ricerca della sua storia. Volevo sapere della sua infanzia e della sua giovinezza, della terra da cui veniva, della parte di vita a me nascosta. Mi ero resa conto che era lei a reggere il filo della famiglia, senza di lei tutto era perduto.
Avevo provato un senso di vuoto quando sono andata a ritrovare la zia Bruna, attorniata da figli, generi, nuore, nipoti e nipotini. Inoltre, la casa non era più quella della mia infanzia, con gli odori e le cose semplici di un tempo. 
I miei ricordi erano fatti di capriole sull'erba, del dolore delle spine di frumento tagliato sui piedi nudi, di papaveri, fiori gialli e azzurri (occhi della Madonna), di uva pestata nel secchio di legno per fare il mosto, dell'odore del fieno, della falegnameria delle meraviglie di zio Settimo.Insieme c'era la presenza della nonna, con il suo vestito nero lungo fino ai piedi, la sua bella testa bianca, l'immagine di lei che faceva la lisciva nel pentolone grande; ricordo la tenerezza con cui mi accarezzava, la sensazione di serenità e di sicurezza che provavo accanto a lei; ricordo il pezzetto di cioccolata che mi dette di nascosto dai miei cugini nella sua stanza, e l'odore delle buone croste di formaggio abbrustolite sulla stufa a legna.
Mi ritrovavo in una famiglia numerosa e prospera con tante macchine e un'officina moderna. Le vigne erano scomparse, i campi vuoti non sembrano più quelli di un tempo. Cataste di legname davanti alla casa (mi ricordavano le banchine del porto) indicano una nuova ricchezza un  tempo sconosciuta.
Io ero sempre 'la venexiana', una bambina un po' scomoda che veniva dalla città e parlava un'altra lingua, senza tesori da mostrare.
Cosa c'ero andata a fare? Zia Bruna era venuta talvolta a trovare la mamma in ospedale, l'aveva conosciuta da ragazza, le voleva bene. Io avevo trascorso da lei alcune estati da piccola.
Adesso andavo a cercare la mamma dov'era cresciuta, i racconti della stalla, l'odore delle mucche e del latte appena munto, tracce di una grande famiglia 'di quaranta persone', le donne attorno al tavolo a ricamare col lume ad olio.Cercavo i fantasmi che avevano colorato la mia fantasia, il luogo incantato da cui veniva mia madre; ma lei non era più là, se mai ci era stata.
Ebbi un penoso senso di inadeguatezza. La persona a me più cara era per loro distante e mi guardavano un po' stupiti per quel goffo tentativo di ritrovare un passato sbiadito o inesistente.Nelle loro parole, nei loro gesti, non c'era quello che cercavo e l'immagine che mi veniva data di lei mi giungeva come da uno specchio deformato; talvolta non corrispondeva alla mia, talvolta mi giungevano particolari inattesi.

Oggi che è il sesto anniversario della sua morte e cercherò di cogliere qualche ricordo felice, lasciando nel fondo del cuore quelli tristi, le mille debolezze e le mille occasioni mancate per dirle grazie.

Ricordo le due settimane che abbiamo trascorso a Prozzolo con Costanza, l'unica vacanza che abbiamo fatto insieme.Che gioia la mattina quando arrivava papà che mi dava la mia bicicletta rossa e correvo a prendere il treno che mi portava al lavoro a Venezia!
Com'era contenta Costanza di correre dentro e fuori per casa e giocare con la bacinella piena d'acqua!
Una bambina di nome Sandra veniva a trovarci e ci guardava con gli occhi grandi: 'Ma abitate qui? In questa catapecchia col tetto cadente, qui dove le case sono tutte lustre e rifinite di fòrmica e acciaio inossidabile, con le scale esterne a chiocciola e i macchinoni fuori della porta?' Ma rideva e si divertiva a giocare con Costanza e la mamma le guardava con espressione beata.
Che risate quel giorno in cui abbiamo mangiato frittata davanti alla casa, sotto il sole cocente (credevamo che fosse già sera) e un passante ci ha detto che erano solo le cinque!
Come siamo state orgogliose del nostro gelso centenario quel giorno che un giovanotto è venuto a vederlo perchè gli ricordava la sua infanzia!

Era bello quando facevamo i vestiti per Fantina: io ricavavo il modello, tagliavo la stoffa (perchè lei temeva di non farlo bene), poi lei imbastiva, cuciva, disfava se non era perfetto, e restava alzata fino a tardi per le rifiniture. Com'era dolce lavorare e chiaccherare insieme!
Il giorno in cui si è sposata Valentina aveva un'espressione stanca ma serena.
Che agitazione per casa quel giorno, con la mantellina da finire in fretta, la parrucchiera, il bouquet che non arrivava... e poi lei è scesa per farsi ammirare e sembrava una regina col suo vestito lungo bianco!

Rivedo le case, i negozi, le strade dove abbiamo vissuto insieme a Venezia.
Ricordo la stanza in affitto con gli spazi divisi dalle tende, il bel presepio che Remigio fece per me. col cielo stellato e la lampadina per illuminarlo.
Risento i racconti dei cento lavori che lui e mio padre si inventavano per guadagnare qualche soldo, i vassoi di latta con le creme, i profumi da vendere, una bambola grande vinta forse a qualche pesca che troneggiava sul lettone e l'attesa della mamma che tornava la sera dal lavoro portando cose buone da mangiare...
Il posto più bello è stato Santa Marina: la grande casa con nove stanze (dove si comunicava con Renata battendo sul muro e ci si passava le cose dalla finestra), il negozio con la cucina e la saletta per mangiare e fare i compiti, la cantina con le damigiane, la sala della televisione dove veniva la gente la sera e si guardavano le storie tutti insieme; la mia gatta Mignina, la stufa di terracotta, i giochi nel campo...

Ricordo i matrimoni, le nozze d'argento, l'aria di festa quando venivano a trovarci i parenti.
Rivedo il suo viso soddifatto il giorno delle nozze d'oro, con la maglia 'della sposa' e sembrava dire: 'Ce l'ho fatta!'...

Infine ricordo quella lunga camminata nella sera sulla strada da Dobbiaco a Villabassa, il paesaggio bianco di neve illuminato dalla luna piena che ci ha accompagnato per tutta la strada (eravamo andati a prendere la torta per il Capodanno).

Sarei dovuta ripartire il giorno dopo, ma dovemmo prendere il primo treno e viaggiammo fino all'alba.

Venezia, 31 dicembre 2000

 

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