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Autore

Ivana Mescalchin

in archivio dal 23 giu 2019

24 gennaio 1949, Camponogara (ve) - Italia

25 giugno alle ore 3:07

Ikenunk + 30

Intro: Introduzione
 

Il racconto

                                                                                                                                           IKENUNK + 30, cento canti dìamore e di lotta'
C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico' 
(da: L'aquilone, di  Giovanni Pascoli)

Ikenunk + 30 (hic et nunc, 30 anni dopo) è un piccolo documento storico, una testimonianza della nostra giovinezza e un frammento di storia del nostro paese.Raccoglie canzoni cantate da soli e insieme, in tanti momenti diversi, nelle manifestazioni, per strada, contro la guerra e per i diritti civili: parlano d’amore e di lotta per la libertà e la democrazia, cento storie personali e collettive, brevi e intense sintesi di ricordi e di sentimenti.Ci stupisce e ci commuove sentire come i ragazzi se ne riappropriano oggi e come le reinterpretano con nuovi ritmi e con nuove strumentazioni, così come noi a nostro tempo avevamo fatto con le canzoni della resistenza e con quelle della tradizione popolare, recepite e trasmesse per via orale.
Come molti coetanei, e come hanno sempre fatto i ragazzi, anche noi avevamo il nostro quadernetto dove raccoglievamo quelle che ci piacevano di più e quelle che volevamo cantare in coro.Questo libretto è un’antologia raccolta a più mani (alcune canzoni sono meno conosciute perché avevano una diffusione solo locale), alcune sono state rielaborate dai curatori stessi, compresi del fascino della memoria; ma ciascuna di esse è densa di significato, così come i particolari del libretto.
Quanta speranza in quei ‘cento fiori’, che richiamano in due parole la rivoluzione culturale, Tien an Men, il libretto rosso, l’internazionalismo, un’apertura di orizzonti, un afflato verso un’idea più ampia e più matura di libertà.
Non cè una data di edizione o di stampa, ma gli diamo noi una data presunta, ma verosimile, della chiusura della raccolta: l’11 settembre 1973, il giorno in cui Salvador Allende si preparava a morire dicendo al mondo: la storia siamo noi e la storia la fa il popolo.C’è una coincidenza inquietante di numeri e di date, quasi un ciclo che si ripete, un eterno ritorno di stagioni e di esperienze, in tempi e forme diverse.Ecco perché questo libretto, nella sua veste artigianale e umile (stranamente riapparso in un periodo oscuro per il nostro Paese, dove si riducono gli spazi democratici conquistati a colpi di maggioranze parlamentari e si tenta di occultare e travisare la memoria con il monopolio dei mezzi di comunicazione) ci è apparso prezioso, quasi una testimonianza agile e tenace che non muore e si trasmette di bocca in bocca, di cuore in cuore.Noi stessi, prima sconosciuti e lontani per età e per esperienze diverse, ci siamo riconosciuti e capiti al volo e abbiamo parlato la stessa lingua.Questo ci ha fatto pensare che anche noi in fondo, molto in fondo, facciamo parte della storia e che potevamo dare il nostro modesto contributo servendoci dei ‘cento canti’.Il valore della tradizione orale è un patrimonio di tutte le civiltà, di tutti i paesi e di tutti i momenti storici, e quindi anche oggi può essere uno strumento utile di conoscenza e di unità con le nuove generazioni.Citiamo ad esempio il volume: Oralità, cultura, letteratura: atti del convegno internazionale (Urbino, 21-25 luglio 1980) a cura di Bruno Gentili e Giuseppe Paioni, pubblicato dal Centro Internazionale di Semiotica e di Linguistica e dell’Istituto di Filologia Classica dell’Università di Urbino).
Si potrebbe dire di più, si potrebbe dire molto, ma non è il nostro mestiere. Studiosi di tutto il mondo se ne occupano, scrivono libri e approfondiscono le ricerche con profili e modalità diversi.Per noi ‘cento fiori’ vuol dire questo: i volti, le ‘maschere’ sempre nuovi e sempre diversi di uno stesso volto, i cento e mille nomi dello stesso nome; quel nome che ha giustificato le crociate, gli stermini di popoli interi, le deportazioni di massa e i più atroci delitti contro l’umanità, quel nome che anche oggi viene usato per insanguinare la terra e depredare i poveri.Molti sono stati i disvelamenti dell’inganno e molte le nuove forme e ideologie sotto le quali si è manifestato lo stesso disprezzo per la vita umana.
Su un cartello c’era scritto: pace è il nome di Dio. Forse Lui non è d’accordo, ma noi vogliamo crederci.Shalom shel emet, pace e verità, è un binomio inscindibile: l’uno che è due e diventa tre con il verbo, la comunicazione, e rimane uno nella reciprocità dell’amore.Parole, parole per dire cose in fondo semplici, parole più grandi della cosa che si vuole definire.Quanta ridondanza, quanti travisamenti, inganni, e quanta superbia, nella parola che vuole afferrare e chiudere in un significato definitivo quello che non si lascia afferrare! l‘Avrei voluto essere scabro ed essenziale’ –diceva il Poeta-, ‘e umile’ –diceva il Santo-, ‘e attento’ –diceva il Falegname-.
Noi siamo soltanto un gruppo di amici e ci piace giocare.Per tornare al nostro libretto: lo sfondo rosso è il fuoco, il sole al tramonto, il sangue e il cuore.La figura del pugno chiuso è l’ira del giusto, è la forza e il coraggio e il silenzio, è il gesto che s’impone alla parola, il senso al significato, in fondo non è che una rappresentazione grafica, un’offesa virtuale che non ferisce e non uccide.Un’immagine non è che un simbolo, ma il simbolo in sé racchiude cento significati e cento fiori.Anche sui simboli ci siamo strattonati e abbiamo messo tenaglie e forbici al posto di falci e martelli, e poi libri, rose, garofani, margherite, querce e ulivi, leoni e asinelli, soli nascenti e soli che ridono, soli che piangono, e un po’ alla volta ci siamo sentiti sempre più soli.
Nonostante noi e i nostri errori, le nostre piccole meschinità quotidiane, la nostra superbia, la vita si rinnova e nuovi fiori nascono e nuove scuole contendono.Anche noi vogliamo portare un fiore alla festa della primavera, un fiore piccino, come possiamo e sappiamo fare.Lo consegnamo ai ragazzi, perché ci mettano una musica nuova, anzi antica, con la speranza che possa essere utile alla pace, alla verità e alla fratellanza e ci aiuto a restare uniti nel breve tratto di strada che stiamo percorrendo insieme.

Nota ai testi
Dovendo cantarle oggi, con una diversa sensibilità che ci è data dal tempo e dalle esperienze vissute, noi faremmo alcune modifiche sostanziali ad alcuni testi.Consapevoli del valore e della forza dell’amore (ahimsa) e dei metodi nonviolenti (satyagraha), proporemmo alcune sostituzioni indicative là dove ci sono parole di rabbia, di odio e di desiderio di vendetta (vedi appendice).
Alcune di queste canzoni non le conosciamo, non le abbiamo mai cantate. Fanno parte della memoria degli ignoti curatori e quindi abbiamo deciso di fare una forzatura e di sostituire quelle che non sono diventate patrimonio comune con altre legate alla nostra memoria affettiva.L’ordine è del tutto casuale, quindi fedele allo spirito dei ‘cento canti d’amore e di lotta’ originale.
Forse non saranno le migliori, le più significative, ma sono legate al ricordo di momenti importanti del nostro passato.E d’altra parte il tempo presente è ben più saturo di fermenti e si impone con la sua vitalità.
Non c’è tempo per piangere, ed è severamente vietato coltivare illusioni. I fantasmi forse ci accompagnano, ma non possono farci daguida.Abbiamo bisogno di uomini e donne e sogni nuovi, anzi antichi.

Venezia, 24 gennaio 2004

(segue indice e testi delle canzoni)                                                                                                                                                                                             
 

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