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Autore

Ivana Mescalchin

in archivio dal 23 giu 2019

24 gennaio 1949, Camponogara (ve) - Italia

25 giugno alle ore 9:27

L'albero

Il racconto

Togliere la sua storia ad una persona significa cancellarla, toglierla dal proprio orizzonte. Nella perdita di memoria c’è una perdita di sé, e poiché nessuno vuole perdersi, ma ritrovarsi, deve giustificare il vuoto che si è creato come un qualcosa di amorfo e di negativo

Ecco dunque che questi sei anni fatti di momenti sono diventati una nebulosa negativa; ma poiché l’apparire di questa nebulosa non si spiega, bisogna estenderne i prodromi più lontano, fino alle origini, come se le proprie radici fossero affondate in una falda secca secca e ghiaiosa che lentamente ha inasprito e rinsecchito la pianta. Allora ci prende la nostalgia per un tempo in cui il tenero virgulto palpitava e tendeva i rami verso il cielo, sentendo dentro di sé una linfa prorompente che tendeva solo a manifestarsi in una campagna mite e rigogliosa.

Gli esseri intorno rispondevano alla nostra presenza con colori e profumi che riempiono il nostro ricordo di desiderio e di tenerezza.

Immagini serene ci riempiono di dolcezza e ci richiamano a sé.

Le ansie, le inquietudini di allora, sfumate dal tempo, ci appaiono come veli evanescenti nella luce di momenti carichi di intensità.

Il nostro corpo contratto si tende verso di essi e riscopre tensioni irrisolte.

Una nuova primavera riaccende la linfa che ricomincia a pulsare in noi. Un nome, un volto, una frase, una canzone, riaccendono le nostre speranze e dal tronco rinsecchito erompe un ramo nuovo e si riempie di foglie.

Tutto l’albero si tende verso di esso per farlo vivere. I rami vecchi rinsecchiscono per non privare l’ultimo di una goccia di linfa.

Anche le radici si tendono tra i sassi e strappano alla terra insperatamente un succo umido.

Poter lasciare quella terra, poter trapiantare quel ramo, congiungerlo ad una pianta giovane che lo rafforzi con il suo impeto!

Ma il vecchio tronco ti stringe con i suoi nodi, a stento e con dolore ancora ti nutre. Spezzandoti potresti morire, e il nuovo albero saprà accoglierti?

Saprai sopportare il cinguettio incessante degli uccellini, le scorribande degli scoiattoli, l’andirivieni delle formiche?

Saprà il nuovo albero assorbire i tuoi umori, le tue ansie, i tuoi silenzi? O dovrai inventare ogni giorno nuove storie per non annoiarlo? Si tende come un arco verso di te, ti guarda con occhi lucenti. Come te è senza storia, la sua storia si è interrotta all’inizio del bivio.

I suoi frutti inaspriscono come i tuoi, privati del loro nutrimento. Anche tu ti tendi, ed è strano quel ciuffo rinverdito sul vecchio albero. Le tue foglie, spropositatamente grandi brillano di luce diafana.

E mentre tu ti tendi nello spasimo, incapace di spezzarti, vedi improvvisamente intorno a te un boschetto di cedri e di aranci, tra le cui foglie i raggi rimbalzano con giochi di luce saettanti. Senti profumi leggeri e intensi, ti affascina il tremolio delle foglie nella brezza.

Ti confonde la vista dei tronchi agili, carichi di gemme, e avverti il disagio di essere insieme ramoscello e arbusto rinsecchito.

Hai perso lo slancio, il vecchio tronco reclama la sua parte di ossigeno, devi spezzarti o rinunciare a togliergli tutto il nutrimento, perché ne va della tua stessa vita. Forse non ci sarà un’altra primavera. E vedi i tuoi frutti che, nonostante te, maturano. Hanno un colore caldo e dorato, sono cambiati, sono cresciuti e presto si staccheranno. Come ti acquieta e ti rassicura la loro vista! Ti prende un desiderio di far loro ombra e come gioisci quando vedi che, dimentico di te stesso, hai dato quel poco d’amore che li rende così smaglianti!

Ti sembra perfino che quel terreno così aspro che ti soffocava, che ti comprimeva, si sia come sgretolato, consumato, e lasci filtrare tra le fessure un umore tenero che nutre i tuoi frutti.

Allora è come se le immagini della tua giovinezza si fossero fermate, immobilizzate. Ti fanno un po’ paura, se le guardi da vicino, se le tocchi, ti appaiono come maschere stanche. Provi ancora a giocare con loro e loro con te, ma quel gioco non ti appassiona più e anch’esse ti appaiono segnate dal tempo, caricature dei tuoi sogni, e provi una pena acuta e profonda. Vedi come anch’essi si aggrappano a quel momento antico, ma esso si è cristallizzato dentro di loro, i segni del tempo hanno inciso profondamente.

Questa visione ti turba e ti senti perduto perché non conosci i fili intrecciati dal momento dell’addio.

Insieme cercate di rassicurarvi che nulla è cambiato, e insieme sentite che tutto è cambiato, che nessuno è lo stesso di allora.

Ma non provi amarezza, no, anzi, senti un senso di sollievo, ti senti euforico, liberato! Sei ritornato a te, e ti piace il tuo tronco nodoso, conosci ogni ruga della corteccia, ogni intoppo di resina, ogni ramo mutilato, ogni ferita di grandine e di uccello.

C’è qualcosa di bello, maestoso, dignitoso, unico nella forma che ha assunto il tuo corpo e ti staglia nel bosco come un prodigio.

A te guardano con ammirazione i muschi e le betulle, perché ci sei tu ondeggiano i cedri. Nei cavi del tuo tronco hanno fatto i nidi i passeri e lo scoiattolo sfreccia sicuro tra i tuoi rami. Nella notte il gufo e la civetta ti tengono talvolta sveglio, ma spesso tacciono e sorvegliano la quiete del bosco.

Di giorno, i tuoi frutti pendono rigogliosi e ti ammantano di un’eterna bellezza.

Le tue radici affondano profonde nella terra e hanno trovato sentieri più larghi; quei sali così aspri sono diventati benefici e il loro sapore famigliare scorre nelle tue viscere come il nettare.

Con la terra le radici hanno fatto una griglia che rinserra la montagna.

1990

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