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Autore

Ivana Mescalchin

in archivio dal 23 giu 2019

24 gennaio 1949, Camponogara (ve) - Italia

13 luglio 2019 alle ore 17:07

Le mie case

Il racconto

Sono nata a Prozzolo di Camponogara il 24 gennaio 1949.
Sono nata in casa. Mia madre mi raccontava che sua cognata, la zia Gigia, le aveva fatto le tacche nere sulle braccia coi pizzicotti per invidia perché aveva partorito una femmina, dato che lei aveva avuto quattro figli maschi.
Sono nata a distanza di undici anni da mio fratello Remigio, che di secondo nome fa Giancarlo.

I miei genitori sono emigrati a Venezia quando sono nata io.

Mio padre mi ha raccontato che al ritorno dalla guerra era stato accusato di essere stato fascista e l'avevano portato anche in prigione e mia madre era andata a prenderselo.
Suo fratello Lino invece era rimasto a casa ed era comunista.

I ricordi dei miei primi anni sono vaghi.
Ho un’immagine di mia nonna Faustina nel lettone comune che mi regala un cuore di plastica rosso con le chiavi d’oro.
Della casa di Prezzolo mi ricordo che ci andai una volta che ero un po’ più grande.
C’era un gabinetto all’aperto con un buco per fare i bisogni e ci si puliva con i pampini di vite.
I miei cugini mi intimidivano perché erano grandi e bruschi, li percepivo come 'sanguigni'.

Mia mamma mi ha raccontato che i primi tempi a Venezia vivevo in una stanza in affitto sola con mio fratello. Lui diceva che quando ero piccola gli facevo la pipì in braccio.
In quel periodo mio padre ebbe un incidente in moto.

Quand'ero molto piccola la mamma mi fasciava le gambine perché venissero dritte e mi dava da succhiare un fazzoletto di tela con un po' di zucchero.
Diceva che dormivo sempre e fino a sei mesi (?) non sapeva di che colore avevo gli occhi.
Mi diceva che i clienti dell'osteria mi portavano a passeggio in fondamenta e che qualche volta andavo a dormire dalla ‘carbonera’, una donna che aveva una specie di cantina dove si vendeva il carbone.

Non so se in quel periodo vivessimo insieme o se io stessi da sola a Prozzolo dalla nonna Faustina.
So che mio padre diceva che suo fratello gli aveva occupato la sua parte di casa perché la sua era franata e che gli pagava 50 mila lire d’affitto all’anno.

Avevano preso un’osteria in affitto in fondamenta della Misericordia, si chiamava 'il Remo d’oro'.
La mamma mi raccontava che papà con gli ubriachi li metteva a mollo nel canale tenendoli dalla riva.

Poi presero l’osteria 'da Lino', che aveva una saletta privata e una piccola corte col gabinetto.
Mia mamma aveva avuto la tubercolosi e aveva rischiato di andare in sanatorio, ma questo non lo ricordo.

Poi presero il ristorante ‘All’antico Pizzo’ a Rialto.
Ho una fotografia dove sono sorridente seduta su un tavolo, ho i capelli corti con la frangetta, un grembiulino a quadretti bianco e rossi, e porto un paio di scarponcini di stoffa marrone che in veneziano si chiamavano 'scalfarotti'.
A carnevale la mamma mi fece un vestito da fatina di carta azzurro con il cappello a punta.
Io avrei voluto essere un maschio per vestirmi da indiano.
Mamma mi raccontava che ero giudiziosa e aiutavo a portare i piatti.
Mamma mi raccontava anche che mio fratello non voleva andare a scuola e scappava e lei andava a cercarlo in giro perché temeva che frequentasse cattive compagnie e comunque non finì la prima media.

Quando morì la nonna Faustina non tornai più a Prozzolo e ho una visione di me bambina di sera che piangevo da sola a Rialto.

Chissà qual'era la nostra casa allora…

La prima casa a Venezia di cui mi ricordo è la stanza in affitto un po' scura nell'appartamento dei Rampini a Cannaregio in fondamenta Diedo, al primo piano.
Il gabinetto era in comune con l’altra famiglia e per le prime necessità si usava il vaso da notte.
La stanza era divisa con delle tende.
Entrando c’era il letto grande dei miei genitori e il letto per me. Oltre la tenda c’era la cucina e a fianco, separato da un'altra tenda, il letto di mio fratello Remigio.
La sera si mangiava con il lume ad olio e questo mi faceva allegria.

Non ero una bambina triste ed ero attaccatissima a mio fratello.
Una volta fece un presepio con le stelle e la lampadina e mi piaceva moltissimo.
Continua a farlo anche adesso, l’ha sempre fatto.

Ero contenta con la mia famiglia e non mi pesava il fatto che eravamo poveri
In vita sua mio padre mi ha dato solo uno schiaffetto sulla bocca (avevo quattro o cinque anni) una volta che risposto in modo sgarbato alla mamma, e l’ho accettato come un castigo giusto.

Ricordo che mio fratello stava a letto fino a tardi e una volta per gioco gli ho gettato un catino d’acqua.
Non avevamo l’acqua corrente e una volta ho bevuto l’acqua con il sapone.

C’è stato un periodo in cui erano disoccupati e mio padre e mio fratello cercavano sempre un lavoro.
Papà si lamentava che non gli permettevano di portare le valigie in stazione.
Mi ricordo che Remigio vendeva profumi per strada (anche adesso ne tiene sempre qualcuno di sottomarca per regalarli), o anche delle uova fresche di campagna e aveva una sacca di tela blu.

(continua) ...

 

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