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in archivio dal 01 mar 2017

Lillo Sergi

Melito di Porto Salvo - Italia
Mi descrivo così: Mi è piaciuto sempre scrivere e soprattutto versi rimati (anche in vernacolo) e questo l' ho messo in pratica quando, in convalescenza a causa di un grave incidente, per far passare quel tempo lunghissimo senza alcun movimento fisico, comprai un pc per tenere "in movimento" almeno la mente.
Mi trovi anche su:

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  • 19 febbraio alle ore 19:58
    Pizza parole e poesia

    Come la compagnia
    Chic era quel locale
    Molto è piaciuto
    Serata niente male

    Assetati ed affamati
    La poesia schivavano
    Come cannibali infami 
    La pizza si mangiavano

    Così nel mangiare
    Io leggendo ero lento
    Loro tutti concentrati
    Veloci eran come il vento

    Tanto ci siam divertiti
    Abbiam riso e parlato
    Con un paio di birre 
    L'amicizia rinforzato 

    Un consiglio ho per voi
    Per questi mai invito 
    Un panino può pur bastare
    È anzi meglio un bel vestito

     
  • 19 febbraio alle ore 19:16
    La chitarra di Jimmy e Natuccio

    Di un genio era 'sta chitarra
    Che la bruciò lo sappiamo
    In un concerto su a Londra
    Questa marca non scordiamo

    Della sua carriera fu la prima
    Che il caro Jimmy ne bruciò
    All'ospedale poi fu portato
    Che le due mani si scottò

    Un suo nipote assai curioso
    In una cantina poi la trovò
    Tutta intera ma bruciacchiata
    Fuor dalla polvere la tirò

    All'asta svelto poi la mise
    Perché conto si rendeva
    Con tanti di quei soldoni
    La sua vita in meglio si correggeva

    Una cosa ancor vi devo dire
    Ad un altro la chitarra assai piace
    Natuccio non la brucia ne son certo
    Perché per essa non sta mai in pace

    Curioso una volta gli domandai
    Quale chitarra gli piaceva
    La "Fender Stratocaster" mi disse
    'Sta cosa allora non mi sorprendeva

     
  • 19 febbraio alle ore 18:58
    Bova (RC) gioiello d'Italia

    Ben avete fatto
    Amici cari lì a Bova
    Tirar avete fatto
    Una aria bella nuova

    Qui a Melito quest’aria
    Non la vogliam per niente
    Da tanto tempo
    Se ne infischia la gente
    Tanto si divertono
    Ballando e cantando
    Anche però
    Si disinteressan
    Bevendo e mangiando

    Siete gente brava
    Tanto a questa terra attaccata
    Sempre da tutti
    Non considerata e maltrattata

    Da sempre anche terra
    Tantissimo amara
    Lo stesso come voi
    Averla molto cara

     
  • 19 febbraio alle ore 18:48
    Invito vecchio

    Giorni e mesi volati
    Chiacchierando come si sa
    Ridendo senza ritegno
    Come sempre

    L'impegno vi assilla
    Non vi dà tregua
    Digiuno io attendo
    Nella poesia immerso

    Dimentichi della serata
    Ormai lontana
    Voi infiacchiti ed incuranti
    Di una promessa

    Tasche scoppiettanti
    Ma paurosi e avari
    Pizza e birra 
    Basta e avanza

     
  • 19 febbraio alle ore 18:44
    Cure ed amore

    Lottar mi piace
    Non si sta però in pace
    Lottar con i pensieri
    Con cose così serie

    Con i ricordi lottare
    Bei momenti desiderare
    Quelli insieme passati
    Nel cuore scolpiti

    Parole per niente
    Per quei momenti
    Dolorosi assai
    Come non mai

    Solo il tempo aiuta
    Che le pene spegne
    Tutto poi passò
    Che il tempo aiutò

    Vicino ti volevo
    Non mi buttavo giù
    Per una malinconia
    Cosi forte per te

    Non ti risparmiasti
    Vicino mi fosti
    I dolori allontanai
    Un'altra vita incominciai

    Vero amore questo
    Non solo per Cristo
    Tanto ti mancavo
    Sempre ti pensavo

    Sì...eri mia moglie
    Subito venisti
    Di me cura ti prendesti
    Amore dimostrando

    A niente pensavo
    Le tue cure desideravo
    Dove ci son cure
    C'è solo l'amore

     
  • 19 febbraio alle ore 18:27
    Dell'Etna amante

    Sto invecchiando
    Con 'sto tempo
    Che passa
    Che non dà scampo

    Non mi lamento
    Non son abituato
    Se a stento vado
    Sto in casa rintanato

    Son anche dolci
    Tante cose belle
    Non parlo di voci
    Neanche di caramelle

    C'è mia moglie
    C'è mia figlia
    Più belli d'ieri
    Son 'na meraviglia

    Anche l'Etna che vediamo
    Sempre là davanti
    Che conosciam da sempre
    Che da sempre siam amanti

     
  • 13 febbraio alle ore 10:25
    Nel cuore l'arcobaleno

    Il tuo ridere mai ho scordato
    Solo a me piaceva
    Tanto facile non era 
    Perché tanto mi confondeva

    Se con quegl'occhi mi guardavi
    Che del tutto mi turbava
    Anche se io pensavo
    Perché a me capitava

    Con me solo lo facevi 
    Che mi piacevi ti ricreavi
    Tra tanti mi scegliesti
    Anche per questo mi garbavi

    Subito te ne accorgevi
    Che fossi il migliore reputavi
    Anche del tutto diversi
    Di continuo mi guardavi

    Nel cuore ormai mi son entrati
    I tuoi occhi ed il tuo sorriso
    Di là più non son usciti
    Mai per niente son stati un peso

    Da te subito d'allontanarmi
    La mia testa mi consigliava
    Però il mio cuore di te pieno
    Per un altro cammino s'avviava

    Per i tuoi occhi seducenti
    Con nel cuore l'arcobaleno
    Per il tuo sorriso inebriante
    Sempre sentito mi son sereno

     
  • 13 febbraio alle ore 10:17
    ... E nessuno dice una parola...

    C'è chi mal posteggia l'auto
    E nessuno dice una parola...

    Cè chi va al mare e lascia la spazzatura 
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi ha il can che abbaia e non fa dormire
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi ci ha lasciato senz'acqua per tre mesi 
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi si vorrebbe prendere tutto il Comune
    E nessuno dice una parola...

    C’è chi cerca lavoro non potendo vivere
    E nessuno dice una parola...

    C'è che il lungomare è con docce e ringhiere usurate
    E nessuno dice una parola...

    C''è che la polizia vuol saper qualcosa
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi pensa che i migranti sian tutti animali
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi l'acqua e la spazzatura non paga mai
    E nessuno dice una parola...

    C’è chi pensa che la spazzatura non si debba dividere
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi pensa che il carbone a Saline Ioniche ci salva
    E nessuno dice una parola...

    C'è invece chi pensa che dire anche solo una parola
    Per poter cambiare
    Val di più che star zitti per una vita
    Senza poter mai cambiare

     
  • 22 gennaio alle ore 18:04
    Giornate come me

    Dalla finestra guardo fuori 
    Quelle foglie scrollate
    Da un vento nervoso
    In queste avvilite giornate

    Proprio come me
    Stanco ed indolenzito
    Che ormai avanti vado
    Dal tempo infiacchito

    Così è 'sto momento 
    È l'età che comanda
    Niente da far possiamo
    S'è questo che ci manda

    Però non mi scoraggio
    Ho amici e famiglia
    Cosa voglio io di più 
    Non è questa meraviglia?

     
  • 19 gennaio alle ore 16:14
    Tuo per sempre prigioniero

    Tanto di te ero innamorato
    Tuo per sempre prigioniero
    Come un rapace ingabbiato
    Non più audace né sparviero

    Ricco era quel piacere
    Col cuore tumbureggiante
    In quelle belle e fresche sere
    Sotto un cielo luccicante

    Ti parlai in alto guardando
    Per giorni mesi ed anni
    A volte triste a volte scherzando
    Con verità e senza inganni

    Felice a casa poi tornavo
    Appagato e assai contento
    Per bei momenti che passavo
    Testimoni di un sentimento

    Si riempion lo stesso ancora
    Le attuali mie giornate
    Proprio uguali come allora
    Proprio mai più dimenticate

    Le riempie quell'emozione
    Da sempre per te sentita
    Anche da quella sensazione
    Dell'essere mia mai finita

     
  • 07 novembre 2017 alle ore 23:21
    La calcagnata

    Da che mondo è mondo
    Fisso è là lo Stretto
    A fondo andaron tanti 
    Anche col maremoto maledetto 

    Il reggino ed il messinese
    L' amante dello stocco e lo sciarrano
    Tra sventurati s'aiutarono
    Subito si diedero una mano

    Passarono poi tant'anni
    Fin la II guerra mondiale
    La pace non si gustarono
    Come tanti stèttero male

    Sventura su sventura 
    Che non vide la mia generazione
    Di finir non vedevan l'ora
    Per una svelta ricostruzione

    Questa sì che avvenne
    La bell'amicizia però sfumò
    Una rivalità intensa nacque
    Quando il calcio poi spuntò

    Spesso loro si scontrarono
    Nel vero senso della parola
    Perché non solo litigarono 
    Ma ci furon colpi di pistola

    Iniziò però il reggino seriamente
    Una strana parola inventò
    Incavolar assai fece il messinese 
    Perché deridente e si mortificò

    'Sta parola è sì allegorica
    Però proprio assai gli dona
    Si chiama "la calcagnata"
    Che la pelle gli accappona

    Il messinese è ormai avvilito
    Come tanti poveri sventurati
    Devon trovar subito un aiuto
    Se evitar voglion tant'altre "calcagnate"

     
  • 07 novembre 2017 alle ore 23:11
    Futuro... grande muro

    I tempi si dice che son cambiati
    È vero e ben si son rinnovati
    È la tecnologia ch'ormai impera
    È la gioventù sotto la sua sfera

    Uguali passan sempre le giornate
    Anche in queste ore così accaldate 
    Cose buone non se ne vedon tante
    Ingiuste e scadenti sì è costante

    Caso io ormai non ci faccio più
    Allora penso alla mia bella gioventù 
    Quando le regole sì imperavano 
    Brutti momenti se non si rispettavano

    Aveva la nostra vita più senso
    A questo spesse volte io penso
    Di bei valori tutti noi colmi eravamo
    Con dignità anche li sfruttavamo

    Se questa è adesso la situazione
    Dovremmo i genitori dar lezione 
    Devon in meglio le cose cambiare
    'Sta gioventù distratta subito svegliare 

    Se in ciò non dovessimo riuscire 
    Non so come andrebbe a finire
    Cosa seria è per i figli il lor futuro 
    Certo come scalare un alto muro

     
  • 07 novembre 2017 alle ore 22:37
    Desiderio urtante

    Già da tanto tanto tempo
    Non han i pesci scampo
    Mi rilassa il mar assai
    Senza pensieri e senza guai

    Da questa vita io che voglio 
    Ho una bella moglie 
    Anche una bella famiglia
    Ch'è proprio una meraviglia 

    Con mare sole e pesca
    Con l'aria che mi rinfresca
    Mi diverto ancor contento
    Gli anni ce l'ho e ben li sento

    Son prossimo alla pensione 
    Via adesso ad una fissazione 
    Proprio desiderio vigoroso 
    Così intenso e fastidioso

    Un'isola piccola e deserta 
    Dove trovi pace certa
    Sì...subito me n'andrei lì
    Più che posso lontan da qui

    Andar sempre poi a pesca 
    Con l'aria bella fresca
    In un mar tanto più blu
    Che io quasi non vedo più 

    Sotto tante splendenti stelle
    Che son anche lì più belle
    Così dormirebbe 'sto stanco Lillo 
    Ben rilassato e tranquillo

     
  • 07 novembre 2017 alle ore 22:17
    Un'altra bella giornata

    La brezza fischiava 
    E mi deliziava 
    Come quando l'Etna guardo 
    Nel pomeriggio tardo

    L'acqua non si muoveva
    E mi piaceva
    Piatta come olio sembrava 
    L'onda proprio non cavalcava

    Il gabbiano non credeva
    E curioso mi rendeva
    Aleggiava tutto contento 
    Sotto il sole e senza vento 

    Il sole tanto riscaldava 
    E m'accaldava
    Mezz'ora non passò 
    Che quel calor cessò

    L'acqua fresca provavo
    Ed io mi tuffavo
    Quattro pesci che si cibavano
    Certo allor scappavano

    Un'altra bella giornata 
    Anche oggi passata 
    Senza pene e senza dolore
    Come vuol nostro Signore 

    Quanti giorni passati neri
    Con dolori proprio seri
    Ora son ben tranquillo
    Spero che stiate come Lillo

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 20:19
    Fuori la verità

    Dal paese malvolentieri si scappava
    Per tantissimi buoni motivi
    Primo  perché di fame si crepava
    Spesso mangiando pane e olive

    Brutto periodo che si passò
    Male tanta gente allor viveva
    Che anche più non vi tornò
    Perché là più non gli piaceva

    Le littorine non si contavano
    Per questo motivo aumentate
    Tanto le stazioni si riempivano
    D'inverno primavera ed estate

    Da poco mio padre se n'er'andato
    Che come gli altri svelto a scappare 
    Anche a me questo è toccato
    Capendo allora cos'è l'emigrare

    Con le tasche sempre vacanti
    Dura er'assai dura veramente
    Non t'aiutavano allora i santi
    Cambiai la mia vita come niente

    Al freddo in Germania m'abituai 
    Lavoravo ed anche mi svagavo
    Ben con le finanze mi migliorai
    Tornavo ed in Poste m'mpiegavo

    Se nel tuo mondo tu male vivi
    Nessuna morale hai da fare
    Sempre è giusto far dei tentativi 
    Se ti vuoi nella vita migliorare

    Finiamola ora con 'sta falsità 
    Invademmo il mondo noi italiani
    Siam razzisti e fuor la verità 
    Veder non possiam gli africani

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 20:05
    Mormore ammaliate

    Che fortuna stamattina 
    A me aspettavano
    Con quell'aria fine
    Come niente allamavano

    Anima viva non c'era
    Non si voleva il sol alzare 
    Calma quella vera
    Buona certo per pescare 

    Dopo un poco tiravo
    Due bei pesciolini
    Per la gatta che aspettava
    Che preferisce agli uccellini

    Ci son lagne e lamenti
    Del pescator è legge
    Se proprio niente peschi 
    Questa da sempre regge

    Così anch'io cominciavo
    Con la mia bella cantilena
    Che proprio sembrava
    Il canto dolce di una sirena

    Finite son poi le lagne musicate
    Che subito allamavo
    Delle belle e ammaliate mormore
    Ch'era da tanto che non pescavo

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 19:58
    Andiamo all' "Ambra"!!!

    Che io giri per mare 
    Fortunato mi sento
    Se col sole accanto
    Anche un dio mi sento

    Fredda però giornata
    Tira vento di scirocco
    Coperta dalle nuvole
    Son congelato…come un pesce stocco

    Eh sì…il pesce stocco
    A Reggio san cucinare
    Non aspettate Capodanno
    All’”Ambra" è d’assaggiare

    Dal mare sento voci
    E’ Giovanni con la chiamata
    “Lillo!!!E’ sul tavolo!
    Vieni a farti ‘sta mangiata!”

    E allora…
    Linguini cozze e vongole
    Viva spatola a tortino
    Tenero spada con le patate
    Anche girato ad involtino

    E poi…
    Gamberi e calamari
    Con insalata di pomodoro
    Cipola e basilico
    Aglio e tre fette di cetriolo

    E poi...
    Quattro olive locali
    Con un bicchier di vino
    Che mai fa male
    S'è quello genuino 

    Ve lo devo proprio dire
    Tutto ben cucinato 
    M'ha lasciato soddisfatto
    Perché poco ho anche pagato

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 19:20
    Come Ulisse

    Tanto nella mia vita ho girato
    Mai squisito il pesce ho mangiato
    Chioschi lidi e stabilimenti
    Ben non cucinano per niente

    Ah questa mia lingua maledetta 
    Mai 'sta cosa veramente ho detta
    Si riempie d'estate Melito di lidi
    Però difficilmente il pesce vedi

    Mai però problem mi faccio
    Alzarmi all'alba ce la faccio
    Se buono il pesce mangiar voglio
    È da mandar l'esca nello scoglio

    Buona è stata la pescata 
    Due cerniette e una bella orata
    Se sempre prendo 'sti bei pesci
    Certo la passione non mi finisce 

    Come Ulisse il greco famoso
    Ramingo son andato senza riposo
    Or che il posto buono ho trovato 
    Là alla nave buon riparo ho dato

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 18:57
    Giornata indovinata

    Ho voluto oggi posto cambiare 
    Per pescare e mangiare
    Presto son andato là a Lazzaro 
    Sperando che non mi costi caro

    Al Bellavista mi son presentato
    Me lo son goduto e mi son ristorato
    Un poco ho fatto parapiglia 
    Colpa di tutta la mia famiglia 

    Come sempre una pescata
    Poi una bella rinfrescata 
    Poi quello che sempre voglio
    Un piatto di linguine allo scoglio 

    Una frittura di calamari ordinata 
    Velocissima fu poi portata
    Per finire poi un bello amaro
    Fatto in casa e neanche caro

    La giornata bene allora ho passato 
    Perché ho pescato e ben mangiato 
    Con camerieri morì e pelati 
    Che servono prima che ordiniate 

    Ho mangiato bevuto e mi son rilassato
    Tanto che del posto mi son innamorato 
    Con brava giusta e onesta gente
    Che son parenti e non serpenti

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 18:49
    Vergogna addosso

    Improvvisamente apparse
    Là in mezzo alla foschia
    Speravo fosse di mio zio
    Che navigava con mia zia

    Subito Briatore riconobbi
    Affacciato e contento 
    Che sembrava proprio me
    Con quei capelli al vento 

    Di salutarlo giusto ritenevo
    Perché è da rispettare 
    Certo fatta non ce l'avrebbe 
    Se non ci sapeva fare

    Facile si può far tutto
    Con imbrogli e malaffare
    Si vede il buon frutto poi
    Se coi soldi lo puoi occultare 

    È vergogna questa grande
    In questo mondo così affamato 
    Dove gente scheletrica
    Sogna di mangiar raffinato

    Tanto maledette son 'ste tasse
    Non le vorremmo nessun pagare
    Ma tu Flavietto che i soldi hai
    Perché 'sta vergogna ti vuoi addossare?

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 18:43
    Non mangio i miei pesci?

    Strani pescatori incontro 
    Che il pesce non mangiano
    Anche pescando continuamente
    Con la carne poi la cambiano

    Da sempre mangio però io tutto
    Carne pesce pasta e verdura 
    Anche vi dico che me ne frego
    Ben lo faccio finchè dura

    Con cernietta e saraghetto
    Mal non è stata la mia pescata 
    Meglio questo che un cappotto 
    In una giornata annuvolata

    Non mi lamento e non m'affliggo
    Pesci quest'anno ne pigliai
    Ha valso il gioco la candela 
    Pescai sì ma presto mi alzai

    Sappiam ch'è amara questa vita 
    Coi salti mortali che si fanno
    Ch'è sempre tantissimo cara
    Anche a Natale e Capodanno

    Tempi bui stiam passando
    Tasse su tasse continuate 
    Se andiam qualcosa a risparmiare 
    Non mangio i miei pesci?...ma che scherzate?

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 18:16
    Il contratto

    Da sempre tanto t'ho voluta
    Con senso poi qui scrivevo
    Sulla più bella delle mie cose
    Se non ti vedevo mi perdevo

    Questa mancanza m'abbatteva
    Mai per la mente mi passava
    Se tanto il cuor m’ntontiva
    Che un dubbio ti pigliava

    Solo come un cane senza te
    Come un malato sì sofferente
    Proprio mai l'ho dimenticato 
    Perché vicin la morte sente

    Cuntinuare allor non si poteva
    Tanto ho sofferto senza parlarci
    Tanto il cuore s’affligeva
    Per tante volte senza incontrarci

    ‘Sta cosa poi si rafforzò
    Un accordo ci fu serenamente
    Ogni ora e giorno che passava
    Di vederci continuamente

    Ben riuscì questo contratto 
    Negli occhi ancor ti guardo
    Godo ogni mattina di vederti
    Sempre con amore e con riguardo

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 18:06
    Il fumaiolo

    Bello è il nostro fumaiolo 
    Da tanti anni là  piazzato 
    Me lo ricordo da bambino 
    Neanche le bombe l'han giù gettato

    Posto ideale per il pescatore
    Che sempre presto veniva
    Per pescar per ore intere
    Perché il secchio ben riempiva

    Pesci ne vide d' ogni specie
    Che tranquilli si cibavano 
    Senza saper che esche traditrici
    Tra gli scogli si occultavano

    Solo è adesso il fumaiolo 
    Da nessuno ormai calcolato
    Neanche più si vede un secchio
    Perché anche il pesce è emigrato

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 18:01
    Vita piena e veloce

    Corre questa vita veloce
    Nelle strade tutti i giorni 
    Se sbagli però una scelta
    Indietro tu non torni

    C'illudiamo spesso
    A questa corsa ci aggreghiamo
    Si crede a tante cose 
    Brutte cose anche accettiamo

    Ci scoraggiamo tanto
    Per un giorno sfortunato 
    Però poi ci riprendiamo 
    Per un giorno fortunato 

    Quanto ho pianto 
    Mai questo tu sapesti
    Per i tuoi occhi poi m'incantai 
    Di questo però t'accorgesti

    Tanto mi piàcciono
    L’arcobaleno il mare il vento 
    Sempre te mi ricordavano
    Mai son stati un tormento

    Sì…è questa mia vita piena
    Delle tue bellezze da stregare 
    Anche di una musica dolcissima 
    Però corre e fa sbagliare

     
  • 06 novembre 2017 alle ore 17:55
    Come un vero gatto

    Nel cuore allora mi entrasti
    Come un gatto vero
    Che il topo cattura 
    Al buio tutto nero

    Entrasti piano piano
    Così...proprio leggermente 
    Sì...fu vano il tentativo
    Cotto di te ero solamente 

    Continuo eri per me
    Sogno e dolce pensiero 
    Che mi guarivi dalla malattia 
    No...non mi sembrava vero 

    Che non ero come gli altri
    Quando entrasti lo vedesti
    Di parlar con tuo padre
    Subito allora ti decidesti

    In tempi molto difficili
    Chi eri ben ti dimostrasti 
    Per come il destino decise
    Allora m'accettasti

     
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  • 22 gennaio alle ore 17:20
    U cafetteri

    Come comincia: Ricordo che quando ritornai a Melito, dopo tanti anni vissuto fuori, incontrai un vecchio comunista detto “'u cafetteri” che, conosciutomi a malapena e solo dopo avergli detto “sugnu ‘u figghjiu 'i Sciavè “u pintu” mi abbracciò con forza e mi disse : -ciao, "compagno"-.
    Da quanto tempo che non sentivo la parola "compagno"...
    Un paio di decenni di sicuro...appunto dal 1968 e immediatamente, nel vedere e nell'abbracciare il vecchio "comunista", rivedevo le sezioni invase dal fumo, le discussioni che duravano fino a notte fonda, la passione che noi giovani e loro, gli anziani del partito, mettevamo in ogni cosa, in tutte le battaglie, in tutti i discorsi.
    Mi tornano in mente "il centralismo democratico", "la via italiana al socialismo", i discorsi dei membri della direzione, del"comitato centrale” (Ingrao, al cinema “Dattola”), l'eskimo, i capelli lunghi (!), le marce (più a Reggio, per la verità) contro la guerra in Vietnam, il "sessantotto", gli anni di piombo, gli scioperi all'Università, il "movimento della pantera" (che io lo ritenevo giusto ma un po’ violento), l’unione e la solidarietà tra operai e studenti, Moro, Berlinguer, Almirante, Craxi, Ingrao, Lama e tanti altri protagonisti di quegli anni.
    Quanti sforzi e quante battaglie per dimostrare che il comunismo italiano era diverso da quello sovietico; quanto impegno per la libertà, l'uguaglianza, la solidarietà.
    Magari litigavamo su una frase di Pajetta o di Amendola ma poi ritornavamo ad abbracciarci.
    Volevamo un mondo migliore, una scuola più libera e più aperta, volevamo la pace in tutte le parti del mondo, lottavamo contro la fame, rifiutavamo il razzismo, volevamo l'uguaglianza di tutti gli uomini, di tutte le razze e di tutte le religioni.
    Negli occhi del “cafetteri” ho visto quello che da tempo percepivo in mio padre, morto nel marzo del 1979: la sconfitta lasciato dalle tracce profonde dovute a queste delusioni e la notai soprattutto sul suo volto ormai vecchio e stanco.
    Tanti che come lui credevamo negli stessi ideali abbiamo svenduto la nostra anima e salvato il corpo perché adesso abbiamo la macchina bella, qualcuno magari la villa favolosa, un bel conto in banca, ma non abbiamo più quell'anima.
    Il “cafetteri” allora mi salutò con gli occhi lacrimanti; io l’ho abbracciato e l’ho baciato perché gli volevo bene come tutti i vecchi amici di mio padre e a tutti quelli come lui che avevano sofferto e vissuto sulla propria vita tutte le negazioni e le incoerenze da essa ingratamente regalate ma che comunque, fino alla fine, non si arresero mai.
    È stato bello per quelli che hanno e abbiamo vissuto quel periodo ma adesso è andato.
    Viviamo un' altra realtà...diversa...un’altra società.
    Certo quel periodo ha cambiato tantissimo la società ma ora bisogna confrontarsi con la realtà odierna e smetterla definitivamente di guardarsi indietro, perché si sa, tante cose possono ritornare ma il passato, quello proprio no.

     
  • 07 gennaio alle ore 1:17
    Viva la semplicità

    Come comincia: Mi capita spesso con gli amici d' infanzia, soprattutto con quelli che lavorano lontano fuori Melito e che ritornano per trascorrere insieme ai parenti le festività natalizie o le ferie estive, di ricordare con nostalgia le nostre vacanze sia natalizie che estive che passavamo qui a Melito...soprattutto quelle estive. Devo dire... bei tempi passati...stavamo bene veramente e più in acqua che fuori. Facevamo il bagno persino col mare in tempesta, rischiando un pò e quando le onde ci sbattevano a riva, ridevamo a crepapelle e a lungo, come degli scemi. Devo dire la verità...vorrei una bacchetta magica per poter fare tante cose...per eliminare, per esempio, tante brutte cose che tutti possiamo immaginare ma la vorrei anche per poter tornar indietro e rivivere quei tempi, di tornare indietro nel tempo in quella Melito, allora piccolo paese, dove sono nato e dove ho trascorso la fanciullezza e la giovinezza fino a quasi 20 anni. Adoravo il vecchio bar Martorano dove ho bevuto il caffè più buono della mia vita con il suo aroma che aleggiava nell'aria quando si passava di là per incontrarci ed avviarci per la "spiaggia del "Checco"". Oltre a vari bar e negozi di vario genere che c'erano sulla strada che portava al mare vi erano anche gli alberi del viale così grossi e alti da far fresco, d'estate, all'Ospedale "Tiberio Evoli" ch'era stato costruito proprio sul quel viale intitolato a Giuseppe Garibaldi...semplici alberi ma bellissimi. Sì...niente di più bello che la semplicità della natura e, senza dubbio, grazie a quel viale che ritenevo bello, ho imparato nel tempo che le cose più belle sono, veramente, le cose semplici. Purtroppo, noi uomini, spesso non apprezziamo la semplicità. Infatti quei bellissimi alberi sono stati eliminati per far posto a delle palme che sì...saranno anche belli ma non hanno la naturalezza degli altri, antichi di secoli e perché no...per me magici.

     
  • 30 ottobre 2017 alle ore 19:19
    Una bella giornata

    Come comincia: Bella giornata che trascorsi qualche anno fa, grazie agli amici bagaladesi, in primis il Sindaco Curatola, il di lui figlio Federico e dal vice-sindaco Toscano che mi accolsero sul pullmann, per quella trasferta a Bagheria, per gli ottavi di finale di Coppa Italia Nazionale Dilettanti che si disputava tra l’Omega Bagaladi ( RC) e la squadra locale.
    Dopo un lungo e tranquillo viaggio, per quasi quattro ore, fummo accolti dapprima dall'allora Presidente del Bagheria Provenzano e accompagnati al ristorante "Aries", dove poi incontrammo il Sindaco in carica della città, il giovane Biagio Sciortino, il quale si dimostrò persona veramente amabile, avendo offerto al collega Curatola dei libri e depliants di Bagheria e poi ci accompagnò al vicino Museo di Guttuso, vero gioiello culturale, ancora in pieno allestimento.
    Devo dire, con tutta sincerità, che l’accoglienza fu di prim’ordine, sia per la signorilità dimostrata da tutti, compreso lo sponsor, sia per la simpatica curiosità che dimostrarono nel chiedere di Bagaladi, cittadina di appena 1.000 abitanti, che da un paio d’anni era assurta agli onori del calcio che contava.
    Complimenti davvero!
    Pensai, avendoli conosciuti, che sicuramente, sarebbero stati accolti allo stesso modo, se non meglio, sia dal Sindaco Curatola che dal triumvirato che presiedeva la squadra di Bagaladi, Maesano-Maesano-Villari.
    Passo ora, dagli appunti che avevo in archivio, a descrivere la bella partita alla quale assistetti in mezzo ad un pubblico veramente scarso per un citta da quasi 70.000 abitanti.
    La partita finì 2 a 2, ma l’Omega avrebbe meritato di portare a casa la vittoria che avrebbe assicurato, quasi al 100%, il passaggio ai quarti e se l'avesse ottenuta, nessuno avrebbe avuto niente da dire.
    Dopo l’inizio stentato dell’ Omega che stava ancora studiando gli avversari, il Bagheria colpì a freddo con l’ottimo Marino che improvvisamente, ricevuta la palla quasi al limite, tirò una bordata ad effetto che sorprese Tiziano che, anche disteso in tuffo disperato, non riuscì ad intercettare la micidiale palla.
    1 a 0.
    Ma l’Omega Bagaladi, conscia della sua forza, incominciò a macinare quel bel gioco che la contraddistingueva da quando ne aveva preso le redini il nuovo mister, il bravo Campolo.
    Infatti, allo scadere del tempo, in seguito ad una bella azione corale, pervenne al pareggio con Aquilino che fu bravo ad evitare dentro l’area un difensore e a colpire la palla a colpo sicuro infilandola nell’angolino alla destra del portiere locale.
    1 a1.
    Dopo, praticamente per tutta la partita, l’Omega condusse le danze, seminando il terrore tra le file difensive avversarie, soprattutto con Di Maggio e Corona, supportati da un pressante Catalano, dalla solita ottima regia di Aquilino e da Bonanno e Pipitò, sempre in contrasto sugli avversari.
    Il raddoppio dell'Omega, arrivò all'inizio del 2° tempo, da un'incursione sulla sinistra, cross al centro per Corona che colpì bene ma sul portiere che respinse alla bell'e meglio ma sui piedi di Di Maggio che con la solita calma bloccò la palla e la indirizzò in porta senza scampo per il portiere bagarese.
    2 a 1.
    Ma come c’insegna il calcio che se non sfrutti le occasioni da goal poi va a finire che il goal lo subisci, il Bagheria, verso il 70° minuto, con un fortunoso goal derivato da un batti e ribatti in area, ottenne il pareggio con Vipes, con la palla che colpita in modo strano superava Tiziano, sbatteva sul palo e beffardamente s’insaccava, lasciando noi tutti sugli spalti di stucco.
    Comunque bella partita, condotta benissimo da tutta la terna arbitrale, con parecchi ammoniti per falli di gioco normali, con pubblico corretto, rovinato solo nel finale da un battibecco tra due giocatori che veniva sedato, un po’ con difficoltà, dalle dirigenze di entrambe le squadre.
    L'Omega Bagaladi passò poi il turno, giocando al ritorno in casa una grande partita, non cullandosi del pareggio ottenuto in trasferta, dimostrando così di aver raggiunto una mentalità moderna d'intendere il gioco del calcio sia quello che si era detto fin’allora (ed anche lì a Bagheria) della squadra e cioè "Squadra stellare”.

     
  • 03 luglio 2017 alle ore 17:43
    Mio padre...Saverio Sergi, "u pintu"

    Come comincia: Mio padre, Saverio Sergi detto "u pintu" (dipinto) per le macchie del vaiolo contratto da bambino, calzolaio e fervente comunista... italiano...diceva lui e a capo di una famiglia che, come tantissime dei suoi tempi, era numerosa e composta da 6 fratelli ed 1 sorella di cui 2 non ci sono più ed io ero il più piccolo.
    Non ho mai saputo il perché mio padre aveva un debole per me…(non so…forse perché ero l’unico che aveva continuato gli studi e quindi riponeva una speranza in me…non so) e aveva gesti verso di me estremamente cari e pieni d’affeto ma anche duri per impartirmi l’educazione giusta ed anche ai miei fratelli…naturalmente.
    Questo lo dico perché non era uno che faceva molte smancerie e non dimostrava a parole il suo affetto e penso che in 24 anni (avevo quest’età quando è mancato) lui non mi abbia mai detto ‘ti voglio bene’. 
    Sia a me che ai miei fratelli non ci ha mai abbracciato e nemmeno ci ha mai baciato se non in rare occasioni, nè tanto meno ci ha mai accarezzato ma il suo affetto ce l’ ha dimostrato sempre e giornalmente con piccoli gesti in quel poco tempo che aveva fuori dal lavoro: una disponibilità illimitata, abbracci al momento giusto, la parola giusta al momento giusto, la sua presenza al momento giusto…insomma …una persona equilibrata ma con pochi sorrisi, a dir la verità.
    Abbiamo imparato a capire il suo modo di fare e di essere e lo rispettavamo.
    Lo dico senza peli sulla lingua: mi ritengo fortunato per aver avuto un padre così....per tutto quello che mi ha insegnato e per esserci sempre stato. 
    Penso di non avergli mai detto ‘ti voglio bene’ a voce e devo dire che a volte mi sarebbe piacuto dirgli tutto ciò che penso... dirgli quanto lo stimavo, quanto per me era importante e quanto gli volevo bene sebbene la sua durezza per il rispetto delle regole familiari.
    Mi piacerebbe dirgli che se oggi io sono così lo devo soprattutto a lui (e ovviamente anche a mia madre), che con enorme pazienza mi ha insegnato tante cose... cose importanti come l'onestà, la lealtà, la semplicità, l'umiltà, la correttezza, il rispetto per ogni essere vivente...dalla natura all'uomo, il non perdersi d'animo e la voglia di fare qualcosa per gli altri. 
    Negli ultimi tempi, prima di mancare parlavamo molto e mi ha insegnato tante altre cose.
    Mi ha insegnato che prendersi cura della natura e degli animali significa poi prendersi cura di sè stessi e dell'uomo. 
    Mi ha insegnato che sognare non fa male se si tengono i piedi per terra e che è giusto inseguire i sogni. 
    Mi ha insegnato che tutto si può fare, basta impegnarsi e provarci. 
    Avrei voluto poter trovare un modo per fargli capire quanto gli sono stato grato per tutti quei 24 anni e dirglielo in faccia ma non ho fatto in tempo…purtroppo.

     
  • 02 luglio 2017 alle ore 11:30
    Sorrisi da trasmettere

    Come comincia: Ho menzionato i miei genitori, Sergi Saverio e Surfaro Concetta, in varie poesie in vernacolo calabrese ma questo che oggi mi va di raccontare li riguarda in un giorno particolare.
    Gli ero attaccatissimo e ancora oggi, a tantissimi anni dalla loro dipartita, rivolgo un pensiero soprattutto negli anniversari di morte e nelle feste tradizionali.
    Racconterò di quando compirono i 25 anni di matrimonio che non festeggiarono come si usa adesso ma in modo sobrio e con mia madre che cucinò come fosse una domenica come tante altre e con i figli che comprammo delle paste e dello spumante per brindare con loro a quell'evento importante che avevano raggiunto.
    Avevo 12 anni e ricordo che stetti bene veramente perché, come mai negli anni passati, li vidi allegri e sorridere veramente di cuore.
    Ricordo che la cosa che mi lasciò anche un pò meravigliato, perché in famiglia non succedeva spesso, essendo noi figli un pò restìi a rispettare delle regole, e non solo familiari, ch'egli voleva rigidamente impartirci, è che ho visto mio padre ridere di gusto ed è stato bellissimo, abituato a vederlo spesso corrucciato e arrabbiato con me ed i miei fratelli.
    Poi ricordo i sorrisi di mia madre che invece lei elargiva spesso e che poi, purtroppo, finirono con la malattia di mio fratello Ninì e con la sua morte.
    Vederla godersi quella giornata mi riempì di una felicità così immensa che non riesco a descrivere e proprio quel giorno mi resi conto, vedendola così felice, di volerle un bene infinito.
    Volevo bene a entrambi ma mentre il rapporto con mio padre era diverso, poiché scoprivo giorno per giorno, in base ai suoi consigli ed insegnamenti, ch'ero simile a lui, per mia madre invece sentivo quel "qualcosa" in più che me la faceva voler bene in modo più intenso e particolare rispetto a lui e certamente avrei fatto di tutto per vederla sempre felice come quel giorno.
    Comunque, tutti quei sorrisi ed emozioni provati soprattutto da loro quel giorno, aumentarono nel momento del brindisi e così felici a loro volta resero felice me ed i miei fratelli per vederli così lieti in quel bellissimo evento che, per colpa del destino, non si sarebbe più ripetuto.
    Questa giornata è rimasta indelebile nella mente e nel cuore e avrei voluto che si fosse ripetuta negli anni a venire ma purtroppo la vita, come riserba gioie riserba anche dolori e anche se si dice sempre e banalmente che "bisogna andare avanti", sì...si va avanti ma non sarà più lo stesso.
    So solo che i sorrisi di quel giorno bastano ed avanzano per me per poterli, come già sta succedendo, trasmetterli sempre e comunque alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia e perché no...al mondo intero.

     
  • 02 luglio 2017 alle ore 11:19
    Prendi l'arte e mettila di parte?...macchè!!!

    Come comincia: Guardando un video e lieto della tenerezza e della simpatia della coppia protagonista che fa manualmente il pane casereccio, mi vengono in mente tanti mestieri ma tra questi ricordo quelli che ritengo i più importanti perché di gran lunga più in uso e che adesso sono quasi scomparsi come per esempio i calzolai, dei quali a Melito di Porto Salvo si sono perse le tracce.
    Tra questi vi erano Domenico (Mico) Scordo, Scapolla e mio padre che, a detta dei melitesi, miei compaesani, come loro ce n'erano pochi bravi nel rattoppare scarpe e, nel caso di mio padre, anche a farle nuove.
    A dire il vero anche panettieri ce n'erano poco e tra questi Ciccio (Baffa) Toscano del Paese Vecchio (che dicevano facesse il miglior pane con i famosi "biscotti di pane"), Saverio Tripodi alla frazione Lacco e Benito Romeo al rione marina; con loro ricordo che in casa avevamo sempre buon pane fresco e fragrante.
    Di falegnami non ce n'erano neanche tanti ma questi pochi erano veramente bravi come i "maestri" (come venivano definiti) Salvatore (Turi 'u nòbili), Pietro Patera e Giacomo (Black) Romeo che fra i tre era il meno richiesto.
    Devo far presente, per diritto di cronaca, che, sebbene tutt'e tre fossero accaniti fumatori, non vi fu alcun caso d'incendio nelle loro falegnamerie.
    Come dicevo questi mestieri erano pochi mentre ora sono meno di poco e se adesso le scarpe che possono esser riparate le butti e le compri nuove come le porte o le finestre o i portoni, un motivo ci sarà.
    Tra i tant'altri mestieri solo il panettiere ancora resiste e che, vuoi per l'importanza del prodotto o per il fatto che gli odierni supermercati sono provvisti di panettieri ed anche bravi, fan sì di aver tutti i giorni sulla tavola del pane di ottima fattura e di tutte le speci e forme possibili ma che io, personalmente, non cambierei con quello dei maestri panettieri della mia fanciullezza che ancora ne ricordo il profumo che aleggiava in cucina quando mia madre, dopo averlo ricevuto perché, (come il Toscano) lo portavano anche a domicilio, lo adagiava sulla tavola dopo averlo affettato delicatamente.

     
  • 02 luglio 2017 alle ore 7:52
    Dolci ricordi

    Come comincia: Oggi è stata una splendida giornata di sole e so che parecchi amici e conoscenti si sono riversati al mare a prendere il sole e a tuffarsi…dove sarei andato volentieri anch'io ma, purtroppo, lavoravo.
    Penso però che anche con un caldo asfissiante mi sarei incamminato volentieri in uno di quei sentieri su in collina in cui puoi trovare e raccogliere more, lamponi, mirtilli e farne poi un'ottima marmellata.
    Allora la mia mente è ritornata indietro nel tempo quando ancora ragazzo, d'estate, insieme agli amici partivamo per raccogliere questi frutti di cui eravamo golosissimi (soprattutto delle more, in una zona in cui se ne trovavano tante) perché poi le nostre mamme insieme alle nonne facevano le marmellate.
    Mi ricordo ancora il profumo che si spandeva per tutta la casa, quando bollivano: un odore inconfondibile, intenso.... di buono.
    Mi ricordo anche che era una delle poche cose che mangiavo volentieri, spalmata su delle fette biscottate o su una fetta di pane casareccio insieme a un pò di ricotta fresca insieme al latte appena munto.
    Sapori di una volta che non ho più ritrovato.
    Se ci penso e chiudo gli occhi mi ritrovo ancora lì, nella casa colonica di zia Cata in cui ho trascorso i migliori anni della mia infanzia... gli anni più spensierati e felici della mia vita....

     
  • 20 maggio 2017 alle ore 16:39
    Il bar Serranò

    Come comincia: Uno dei più noti bar di Melito di  Porto Salvo che a partire dalla fine degli anni ’60 ha fatto tendenza soprattutto per i non melitesi, è (o meglio è stato) il bar Serranò. 
    Era e lo è ancora, situato sulla via Nazionale a ridosso del lungo e bel Viale delle Rimembranze che come il Corso Garibaldi, il Paese Vecchio, la piazza della stazione ferroviaria, la piazza di Porto Salvo, la piazza dell’Immacolata e tante altre zone è stato oggetto del piano dell’abbellimento estetico previsto per la città già da tanti anni. 
    Proprietari del bar, gelateria pizzeria e rosticceria, sono i fratelli Serranò Giovanni, Diego, Roberto, Massimo e Sandro, che, alla morte del loro papà Tito, ne hanno rilevato, logicamente, la gestione insieme alla madre. 
    Nel 1980, io vi lavorai nel periodo estivo da giugno a settembre e devo dire che allora, non essendo ancora così grande e con annessa la pizzeria e la rosticceria, il bar era affollatissimo soprattutto di sera e frequentato tantissimo da clienti affezionatissimi che venivano dall’entroterra ed anche da Reggio città e paesi limitrofi per gustare il rinomato gelato e le granite di “don Tito”. 
    Ricordo che io, lavorando dalle 14,00 alle 01,00 di notte, alla fine ero stanco ma la “sbirciatina” al “Petit Paradis" era d’obbligo e questo mi portava ad alzarmi non prima delle 12,00, andare al mare, rinfrescarmi, pranzare di corsa e ritornare al lavoro sempre stanco. 
    Proprio per questa mia stanchezza che non m’impediva lo stesso di essere efficiente sul lavoro una sera ne combinai una bella. 
    Dopo aver preparato il vassoio con vari gelati, granite e bicchieri d’acqua (almeno 15 pezzi) e aver preso lo scontrino alla cassa, stavo avviandomi verso il tavolo dei clienti, quando sentì una voce che mi chiamava, facendomi girare di scatto. 
    Malauguratamente dietro di me c’era la signora Mimma, moglie di “don Tito” che, avendo dimenticato io di prendere i fazzolettini, me li voleva dare per portarli al tavolo. 
    Quando mi girai presi in pieno la signora, che, essendo più bassa di me fu presa in pieno volto. Cadde all’ indietro con tutto il vassoio addosso pieno di gelato, granite e acqua facendo un rumore fragoroso che fece sobbalzare tutti i clienti seduti dentro e fuori del bar. 
    Fortunatamente la signora non si fece male e finì che ci mettemmo a ridere per sdrammatizzare la cosa. 
    Sicuramente se non fossi stato stanco, non sarebbe successo. 
    Comunque quell’ estate, lavorando lì ebbi il modo di conoscere molta gente e molte “prede estere locali”. 
    Il bar, negli anni a seguire, s’ingrandì e si rinnovò continuando a fare tendenza sempre con molti clienti provenienti da Reggio Calabria.
    Adesso con il Lungomare dei Mille e qualche bar in più che fa concorrenza anche apertosi vicino, il bar Serranò è meno frequentato ma è usato adesso anche per vari avvenimenti tipo compleanni, battesimi, comunioni e talvolta per convegni. 
    Da qualche anno è diventato nun albergo a 5 stelle; quell’ albergo che manca da sempre ad una città come Melito e che speriamo, gestito da questi giovani e bravi imprenditori, farà sì che almeno da questo punto di vista sia più apprezzata nel futuro che ci auguriamo sia, economicamente e turisticamente, più florido.

     
  • 28 aprile 2017 alle ore 19:10
    Il chiosco "da Turi"

    Come comincia: Sui luoghi di mare che venivano frequentati negli anni '70 a Melito di Porto Salvo e che comprendevano varie zone a partire dalla frazione Pilati per finire ad Annà, menzionerò un chiosco che fin dalla fine degli anni ’60, è stato frequentato da parecchia gente della città ma soprattutto dei quartieri Porto Salvo, Sbarre, S. Leonardo e si chiamava, prima, “da Pennestrì” e poi, alla morte del proprietario, il signor Nino, ”da Turi”, il figlio anch’egli adesso deceduto.
    Questo, rispetto ad altri bar e chioschi che menzionerò fungeva solamente da bar, mentre dal lato opposto, vi era tutte le estati, un capanno dove si vendevano le angurie che la famiglia vendeva anche sulla via Nazionale, nei pressi del bar Serranò (bar nel quale io vi ho lavorato e di cui vi parlerò in seguito, raccontando anche qualche aneddoto) e che ormai non esiste più, sostituito da un albergo sempre gestito dalla famiglia Serranò.
    Una particolarità che aveva questo chiosco rispetto agli altri, era che gli abituali frequentatori ed anche avventori giocavano spesso al “patruni e sutta”, gioco di società o meglio, di compagnia, (anche questo menzionerò parlando del “Checco”), dove lo scopo principale del gioco è quello di bere, magari ubriacandosi, lasciando gli avversari o qualcuno “all’urmu” (all’asciutto); e questo dopo vari trucchi di parole e giochi di squardi e movimenti di bicchieri e bottiglie.
    Il gioco si poteva svolgere sia con la conta che con le carte e con tutti i tipi di bevande.
    Il chiosco era stato fatto tutto nuovo e in legno ed era frequentatissimo anche perché dov'era situato vi era la piazza di Porto Salvo, anch’ essa fatta nuova, di fronte al Lungomare dei Mille e quindi di passaggio continuo di auto e vari mezzi come bici, motorette e moto.        
    Adesso, da qualche anno è stato rimosso completamente dai proprietari. 

     
  • 24 aprile 2017 alle ore 13:18
    Il progresso sì... ma va troppo forte

    Come comincia: Certo è che si viveva da bambini senza tanti stress come adesso.
    Ultimamente, però, e penso che sarà l’età, mi accade spesso di mettermi a letto la sera e di non addormentarmi subito e mi capita di pensare ai fatti miei e della mia famiglia e ai miei morti.
    Certe volte , anzi parecchie volte, vado indietro nel tempo a quando ero bambino, proprio ai primi anni della mia vita.
    L’altra sera mi è venuto in mente, parlando di un caro amico venuto a mancare ancora giovane, di come si viveva semplicemente e genuinamente a Melito, ma, soprattutto, al Paese Vecchio, quartiere a me caro, essendovi nato e avendovi vissuto l'adolescenza.
    Ai miei tempi di bambino, il Paese Vecchio penso fosse abitato da più o meno un migliaio di persone e le case (allora di meno) sembravano, messe tutte in fila, quasi tutte uguali. Ricordo che a mezzogiorno in giro non c’era nessuno perchè eravamo tutti a casa intorno alla tavola.
    Nella mia famiglia eravamo in nove e ogni giorno sembrava di essere in un asilo, tanto eravamo piccoli dato la differenza d’età minima.
    Dal mio prozio Costantino, lo zio di mio padre che aveva anche la stalla, d’inverno eravamo tutti dentro a sgranocchiare granturco, a giocare a carte, a riscaldarsi, perché allora faceva più freddo, oltre che con il braciere anche con il respiro del vitello e della capra che mio zio ogni anno pasceva per venderli alla fiera di Porto Salvo, allora la più grande del circondario melitese.
    Mio padre mi raccontava che tanti anni prima si era ricchi se si avevano due buoi e un cavallo, un carretto ed un carro per il trasporto dell’uva e del fieno che si vedevano ancora allora.
    Dalle parti di mio zio, i cortili erano quasi tutti uguali e noi bambini scorazzavamo in mezzo alle galline e talvolta anche ai conigli.
    Ricordo, con grande nostalgia, quando mio zio e mio padre e le sue sorelle preparavano il vino con l’uva della vigna che mio zio aveva in società con sua cognata, la zia Cata, come la chiamavamo, colona di una famiglia di Reggio della quale adesso non mi sovviene il nome.
    C’era allora tanta allegria ma anche un gran movimento e si lavorava duro; anche noi bambini, tantissimi tra io e i miei fratelli, i cugini del Belgio, di Gallarate e di Milano che scherzando e cantando, insieme ai grandi ballavamo sui grappoli, scalzi, nelle tinozze nel largo davanti alla casa colonica fino a notte inoltrata, mezzanotte, più o meno.
    E poi a lavarci le gambe con l’acqua calda a toglierci le bucce che ci rimanevano attaccate alle dita dei piedi, facendo un enorme baccano, di quanto ci divertavamo.
    La zia Cata, nel pezzo di terra che aveva in dotazione, seminava anche il grano, i fagioli, piselli, pomodori, patate: un po’ di tutto insomma.
    E non parliamo degli alberi di frutti di tutti i tipi che aveva e che per noi ragazzi erano la manna del cielo, certe volte attaccati agli alberi come le scimmie.
    La cosa che mi piaceva di più, a quei tempi, era che ci conoscevamo tutti, essendo in un rione e noi giovanissimi davamo del “voi” agli anziani con più rispetto di adesso, e se c’era una ricorrenza o un decesso di qualcuno, eravamo tutti presenti, “randi, riddhi e picciriddhi”, come si soleva dire allora con più frequenza.
    Era veramente un’altra cosa (rispetto ad ora che purtroppo non è più di moda) il fatto che ci conoscevamo tutti, ci davamo una mano l’un l’altro; ci si voleva bene, insomma.
    E che tranquillità, che pace e che cordialità, cose che un pò adesso vanno scomparendo ad una velocità impressionante.
    Ora, com’è sotto gli occhi di tutti, ci sono tutte le comodità. Ci si è arricchiti: cellulari, televisioni con parabole grandissime, computers, auto di lusso, eleganti ville.
    Anch’io quasi mi annovero tra questi, a parte l’elegante villetta ed un’auto sportiva invece che di lusso. 
    Ci sono più case, poche vigne, il vino c’è sempre, quattro banche, tantissimi negozi.
    Dove c’erano le stalle, lassù al Paese Vecchio, ora ci sono case nuove ed anche dei garage, da come ho notato ultimamente ed in più è stato, diciamo "abbellito", come il resto della città.
    Il benessere, se così vogliamo chiamarlo, rispetto ad allora, ha cambiato la fisionomia del paese e, soprattutto, della gente.
    Ho abitato in seguito al centro di Melito ed avevo notato che non eravamo più vicini come allora, neanche adesso per la verità e ognuno si faceva (e si fa) gli affari suoi.
    Stabilire s’è meglio adesso o allora? Mah! Non saprei.
    Io sono per il progresso, non esagerato tecnologicamente parlando, come ho detto, però ogni tanto ripensare ai miei e a tanta gente che tanto ha tribolato e lavorato mi fa salire un groppo alla gola e mi stringe tanto forte il cuore.

     
  • Come comincia: Nei primi giorni di novembre e soprattutto l’11 novembre in tutte le cantine enologiche si aprono le botti e si festeggia il cosidetto ‘’vino novello’’.
    Io, essendo divenuto cliente, fui invitato il 9 novembre 2008 dalla premiata ‘‘Azienda Vinicola Malaspina’’ e ci andai più per curiosità che per altro.
    Certo è che non basterebbero solo tre parole per descrivere l’ avvenimento come quello di quella sera che anche quest'anno, ed anche l’anno scorso (ancora invitato ma essendo convalescente a causa dell’incidente occorsomi declinai l’invito), sono stati senza dubbio un incontro misto di cultura popolare e di gusto che se dovessi sintetizzare direi : uomini, incontro, bellezza di ogni tipo.
    Quella sera (era la domenica 9 novembre) presente per la prima volta in quella prestigiosa (si può benissimo menzionare così) cantina dell' azienda, situata in contrada Pallica di Melito di Porto Salvo, andò in scena l’apertura delle botti per il "Novello 2008".
    Ricordo che il programma alla fine fu ricco di angoli golosi, momenti di riflessione e tavoli di veri e buoni prodotti gastronomici e fu davvero un incrocio di pensieri e, senza dubbio, emozioni.
    Non fu secondo me una semplice vetrina del vino e prodotti buoni e genuini e non solo piacere per il palato ma una passerella per uomini e donne che hanno elevato sicuramente il gusto di partecipare alla serata.
    Quella sera ad ogni tavolo (sui quali vi erano esposti i formaggi, i salumi, le zeppole, le olive di tutti i tipi) a cui mi avvicinavo per assaggiarli mi capitò d'incontrare i volti di persone conosciute da sempre di cui conosco la loro storia personale (e che a loro volta conoscono la mia) e di molti la fatica del proprio lavoro.
    Devo dire veramente che per me fu un viaggio oltre che per aver rinforzato vecchie conoscenze e aver fatto qualche nuova amicizia anche di un momento che si è riempito di significati che vanno oltre la semplice offerta della specialità enologica.
    Belli quegli incontri e con le storie di alcuni, quelle strette di mano e abbracci tra i visitatori e fra il produttore don Consolato e i visitatori sotto gli occhi soddisfatti della moglie e dei figli.
    Tra quei semplici tavoli dentro la cantina respirai veramente l’aria pulita del dialogo e la narrazione (mai pomposa) delle tradizioni che lì (come dappertutto in Calabria) diventano sapori e soprattutto delle nostre origini che si tramutano quasi sempre in vere lezioni per il presente.
    Mi divertìi a chiacchierare in mezzo a quei tavoli e penso che non solo per me ma per tutti quell’incontro fu curiosità tramutatosi in allegria e naturalmente giovialità.
    E’ stato proprio cibo per l’intelletto e per il cuore quello che ci regalò il patron della manifestazione, Consolato Malaspina, organizzando con capacità quella serata coll' intento (da quello che capìi,)di esaltare la tavola come momento della partecipazione e dell’unione tra gli uomini, salvaguardando, con competenza, il piacere per il buon vino e i nostri prodotti gastronomici.
    Quindi presentazione e pubblicità del vino ma anche incontro di uomini, famiglie, storie, eseguite con bravura da un uomo sempre proteso all’accoglienza, all’ospitalità, alla ricerca continua del rapporto umano in una società melitese (a mio modo di vedere) dove è sempre più difficile incontrare uomini che ascoltano e che si aprono al rapporto.
    Il signor Consolato quella sera mi dimostrò che non è solo un ottimo produttore di vino ma (per quanto io poco lo conoscessi) un uomo pieno di qualità umane e se oggi da Pallica e dalla sua azienda (il primo sono io) transitano e si fermano tantissime persone, il merito è dovuto soprattutto a lui e a questa sua capacità.

     
  • 06 aprile 2017 alle ore 19:53
    Terremoto... brutta bestia

    Come comincia: Il terremoto, per chi non lo sappia ancora, è la cosa, per quanto riguarda soprattutto la paura, che mi ha fatto più impressione di qualsiasi altra cosa io possa aver assistito, fin’adesso. 
    Su quest’ evento mio padre mi raccontò di suo padre che, quando successe il terribile e catastrofico terremoto (e anche maremoto, non dimentichiamolo) del 1908, aveva 23 anni.
    Nella sua giovanile esuberanza, mio nonno era scettico sulla pericolosità del terremoto perché, secondo lui, bastava mettersi sotto un pilastro che non ti succedeva niente. 
    Evidentemente non era così.
    Mio nonno, quando sentì la prima scossa, tranquillizzò tutti perché aveva visto che la lampadina si muoveva poco ma quando sopraggiunse la seconda e vide la sedia dove appoggiava i vestiti a terra con ancora i vestiti lì e la tendina della finestra a terra, incominciò a gridare come un dannato:" Presto! Presto! Tutti fuori”.
    Quando mia nonna lo vide fuori nella piazza scalzo e quasi nudo, gli disse:” E allora? Non ti sei riparato sotto il pilastro? ”Mio nonno rispose ancora impaurito: ”Min…a, ch’era forte!!!
    Così il suo scetticismo sulla non pericolosità del terremoto finì lì.
    Ho voluto raccontare questa vicenda che mi ha trasmesso mio padre, dove si capisce, senza mezzi termini, che quest’evento che non si riesce a prevenire ancora del tutto, fa molto paura e non solo per la pericolosità ma per la visione della terra e delle cose che si muovono con un ritmo e un boato da far rizzare i capelli solo al pensarci.
    Come successe a me nel 1977, dentro al cinema “Mio Sogno” di Melito e che difficilmente sparirà dalla mia mente.

     
  • 31 marzo 2017 alle ore 7:10
    Il professore Aloi ed il pescecane

    Come comincia: Potrei scrivere di cose che in questo periodo mi hanno fatto pensare tanto ma oggi, come ho fatto spesso e come mi piace fare, voglio raccontarvi una storia anche e soprattutto per far notare l’incoscienza ed esuberanza che si ha da giovani quando si fanno le cose anche a sprezzo del pericolo. 
    Una di queste era, per esempio, che tutti gli amici partivamo la mattina prestissimo per nuotare in alto mare (e sto parlando di chilometri e chilometri), per vedere le tante navi, anche transatlantici, che solcavano le acque dirette nei mari dell’Estremo Oriente, dopo la riapertura del canale di Suez negli anni '70 .
    Eravamo giovani ed anche inconsapevoli dei pericoli che avremmo potuto attraversare immergendoci in acqua per tutta la giornata (ritornavamo il pomeriggio inoltrato), soprattutto quello dei pescecani che, attratti dai rifiuti delle navi, avrebbero potuto crearci veramente dei seri problemi.
    Tutti quanti smettemmo questo svago quando il signore, del quale mi appresto a dirvi il nome, ci raccontò di un suo “incontro ravvicinato” con un pescecane. 
    Era il professore di scuole elementari prof. Aloi, bravissimo insegnante ed anche uomo di capacità umane degne di rispetto. 
    Egli allora usava di mattina presto fare delle nuotate al largo per almeno 2 ore e lo faceva quasi tutti i giorni quando vi erano le belle giornate estive che allora incominciavano da marzo. 
    Un giorno che non andammo in acqua perché le nubi facevano presagire un temporale vedemmo che il professore ritornava a terra “a tutta birra” e ancora trafelato, dopo che lo stesso aveva preso respiro, ci raccontò con un modo che solo un insegnante poteva avere, e cioè facendo notare ogni piccolo particolare, quell”incontro”. 
    Ci disse che mentre si stava riposando un pò (era lontanissimo dalla riva) vide una ''cosa'' nera che, alla distanza di una trentina di metri, girava in modo lento intorno al pezzo di mare dove si trovava lui.
    Guardando meglio notò e…anzi, ne ebbe conferma: si trattava di una pinna di pescecane. 
    Cosa fare a quel punto? Ci disse che in quel momento gli venne in mente un vecchio documentario che aveva visto nella rubrica “L’amico del giaguaro”, in onda in tv negli anni '70 e molto seguito, e che parlava, appunto, di pescecani. 
    In quel servizio si consigliava, sebbene presi dalla paura, di cercare di mantenere i nervi saldi e possibilmente di restare immobili perché i movimenti del nuoto concitato, nel cercar di scappare, avrebbero sicuramente attirato il pescecane e che quindi avrebbe attaccato senza lasciare più scampo. 
    Così fece, ci raccontò, ma solo perché, effettivamente fu “bloccato” dalla paura e non perchè si ricordò di farlo. 
    Disse che il pescecane fece un paio di giri attorno e poi, non notando niente che lo potesse interessare per cibarsi, si allontano’ solcando l’acqua a zig zag. 
    Quando il professore calcolò che il pericolo era svanito ci disse, facendoci morire dal ridere, che incominciò a nuotare ad una velocità incredibile fino a riva.
    Tutti restammo a sentirlo con attenzione per tutto il racconto e, anche se alcuni furono scettici sulla vericidità dell’accaduto, non ci buttammo più in acqua se non per nuotare per qualche metro dalla riva e alcune volte neanche per quello.
    Io penso invece, ma non ne sono stato mai sicuro al 100%, che i nostri genitori, preoccupati sempre di quelle estenuanti e pericolose nuotate di noi ragazzi, approfittando dell’hobby del professore, si misero d’accordo con lui per raccontarci quella “balla”. 
    Mio padre, gli altri genitori ed il professore stesso, anche anni e anni dopo, non ci dissero mai la verità. 
    E’ rimasto sempre un mistero.

     
  • 26 marzo 2017 alle ore 17:56
    Una sconfitta amara

    Come comincia: Messina-Campionato Interregionale Serie C-Anno 1977/78
    Klan Rugby Messina-Kent Rugby Melito

    Eravamo in trasferta e dovevamo giocare a Messina contro il Klan Messina, compagine che aveva militato l’anno precedente (ed anche anni prima) in Serie B e che era retrocessa più per gli infortuni che per altro.
    Ricordo che non era una bella giornata e penso che il traghetto con il quale attraversammo lo Stretto ci scombussolò a tal punto che poi in partita non rendemmo come avremmo dovuto.
    Anzi è stato così perché per il gioco espresso in campo avremmo dovuto vincere ma purtroppo la nostra “solita” grinta ci venne a mancare.
    Giocavamo di pomeriggio alle 15 e c'era un vento fastidioso (per il rugby lo è moltissimo dovendo giocare con una palla non tipicamente rotonda ma ovale).
    L’allenatore che conosceva già la squadra di Messina avendo giocato contro di loro per ben sei volte in Serie B, disse a me, mediano d’apertura e a mio fratello Pietro, mediano di mischia (cioè coloro che dirigevamo il gioco con gli schemi) di non “aprire” sempre il gioco poiché avendo loro delle “ali” velocissime (una giocava nella Nazionale Giovanile), se avessimo perso palla c’avrebbero sicuramente fatto la “meta”(goal, per il rugby) essendo scoperti.
    Così facemmo. Essendo loro più forti di noi (in verità non di molto) e con il vento a favore (a cui loro però erano abituati più di noi), questo non ci consentì di andare in “meta” per ben tre volte (e a loro per due volte) fino a quando, verso la metà del 2° tempo (i tempi nel rugby sono due di 45’ min.), non realizzarono con un bellissimo calcio piazzato (calcio di punizione) un fallo commesso da uno dei nostri a metà campo. 3-0.
    Il risultato si potrasse così fino a qualche minuto dalla fine.
    Allorquando, con un' astuzia di Mario Lampada, giocatore dotato anche di una grinta notevole oltre che generoso e appunto astuto, conquistò anch’egli un calcio piazzato proprio a circa 10 metri dai pali e centrale che per il rugby equivaleva, come per il calcio, ad un calcio di rigore.
    Essendo io incaricato di battere come al solito questi calci avendo precedentemente giocato anche a calcio a livello giovanile ed avendo quindi confidenza con il pallone (anche se ovale), mi preparai a calciare pensando che con quei 3 punti avremmo potuto almeno pareggiare una partita che meritavamo di vincere.
    Dopo aver controllato come sempre l’entita’ e la provenienza del vento con il tipico indice bagnato, sicuro che sarei riuscito ad “infilare” la palla tra i pali della porta avversaria, essendo così vicino calciai senza tanta forza.
    Non ci crederete...la palla roteò beffarda e andò a colpire il palo scivolando fuori campo.
    Sicuramente non potete sapere che delusione si ha nel rugby, anche se contenuta, quando qualcuno (in questo caso io) sbaglia un calcio che potrebbe darti la vittoria o almeno un pareggio.
    Facendo un eufemismo semplice semplice (e senza essere retorici perché potrebbe essere per altri sport la stessa cosa), è come quando il cavallo arriva secondo al traguardo ed il fantino, anche se deluso per la sconfitta, gli dà lo stesso lo zuccherino per ricompensa.
    Beh...nel rugby è lo stesso. 
    La squadra, tutta compatta lotta per arrivare al traguardo (la vittoria) o per lo meno a non perdere; se poi alla fine questo traguardo non si raggiunge per un’ errore (che ci può stare per carità) dettato da supponenza e poca umiltà, allora la delusione è grande.
    Comunque tutto finisce là. 
    Nel rugby tutto finisce al fischio finale dell’arbitro; ci si dà la mano e ci si saluta dopo aver bevuto qualcosa insieme, quasi sempre la birra.
    E’ così fu. Al ritorno a casa, sul traghetto, tutti i miei compagni fecero finta di buttarmi in acqua e finì con la mia promessa che mai e poi mai sarei stato così “sufficiente” nel calciare.
    In effetti continuai in seguito a calciare senza mai sbagliare, riconquistando la fiducia dei compagni, dell’allenatore ed anche del pubblico che allora non era numeroso ma partecipava abbastanza e calorosamente.

     
  • 12 marzo 2017 alle ore 1:28
    L'arpia

    Come comincia: L' altra sera, dopo l' incontro con un vecchio amico e compagno di scuola e ricordando quei bei vecchi tempi, mi va di raccontarvi una storia che, per il suo finale sorprendente, ha lasciato (oltre che me) anche quelli che hanno saputo di quest' evento a dir poco stupefatti, non altro per il fatto che la solidarietà in ambito scolastico a quei tempi ancora forse non si era mai vista.
    Questa storia verrà da me esposta anche essendo passata da anni la discussione sul bullismo all' interno della famosa e scriteriata riforma dell' incompetente ministro del governo Berlusconi Gelmini di tanti anni fa che , tra l' altro, ammise poi con non poca riluttanza di aver sbagliato a proporla.
    Essendo convinto che il bullismo odierno si deve combattere senza tregua e senza aver paura di eventuali vendette di chi subisce la sanzione scolastica, vi racconterò di un fatto successomi al V ginnasio, quando per la prima volta capì, almeno in quel contesto, il significato della parola solidarietà.
    Non si tratta di un caso vero e proprio di bullismo ma per poco non lo diventava, se ci fosse stato un delinquente al posto mio.
    Prima di tutto vi vorrei raccontare del personaggio principale di questa storia che segnò, e non solo la mia, una parte della mia vita scolastica. 
    Parlo della professoressa di lettere, la signora D’ascola (ora deceduta da tanti anni) che fu l’artefice dell' unico anno perso dei miei studi.
    I miei coetanei e compagni di liceo se la ricorderanno sicuramente perché, oltre che essere brava e preparata, allo stesso modo era severa ed inflessibile nella pretesa dello studio delle sue materie. 
    Per quest’ultima descrizione veniva soprannominata da tutti “arpìa”, soprannome “ad hoc” anche perché era di una bruttezza che richiamava veramente l’animale appena menzionato. 
    Nel suo lungo insegnamento al liceo di Melito di Porto Salvo, proprio per questa sua severità fece stragi di studenti che come me non dico che per tanti anni la maledirono, (io mai, perché avevo avuto torto e parlo solo per me, perché non è mia abitudine farlo) ma sicuramente non pensavano di lei delle belle cose quando l’incontravano al liceo o in città. 
    Prima di raccontare la storia di questa mia bocciatura al v ginnasio (era il 1971), vorrei ricordare che si era dopo gli anni cosiddetti “di piombo” e che quindi tutti i giovani, o quasi tutti , risentivamo di quel periodo di contestazione giovanile e quindi non eravamo certo come si suol dire degli “stinchi di santo”. 
    Per quanto riguarda la mia bocciatura, questa scaturì non tanto per lo studio delle materie letterarie ma per la condotta che non era per niente buona prima ma che, dopo il fatto, ne provocò senza appello il motivo.
    Si era nel periodo di Carnevale e i più diciamo “discoli” della classe, tra cui naturalmente vi ero io, decidemmo di fare un scherzo, guarda caso proprio a lei , l’odiata “arpìa”, la quale veva fatto capire che a parecchi ci avrebbe “rimandati” a settembre. 
    Mai l’avesse detto. Vendetta!!!
    Per giorni e giorni ci scervellammo come avremmo potuto vendicarci di quel “sopruso” che si stava consumando sulle nostre vite. 
    Decidemmo allora che uno di noi, dopo la conta per vedere a chi toccasse, avrebbe “sparato” una filanda sulle spalle della prof.ssa appena entrata in classe e avviatasi alla cattedra. 
    La filanda fuoriusciva facendo un botto assordante dal basso di una bottiglietta tirando un filo dall’alto della stessa finendo poi ad attaccarsi sul vestito.
    Capitò a me (non ci furono “brogli” perché feci proprio io la conta essendo il piu grande di qualche mese) che, anche essendo seduto vicino alla porta, ero la persona ideale per portare a termine la vendetta. 
    Quel giorno arrivò... e arrivò anche per me il significato della parola “solidarietà”, almeno in quel contesto. 
    Beh... per farla breve, quando la filanda uscì dalla bottiglietta con un rumore fragoroso, conficcandosi nelle spalle della prof.ssa, lei spaventatissima e paonazza in viso, si girò subito, e anche senza vedermi ma per logica (per la posizione del banco), mi accusò dicendomi che l’avrebbe detto a mio padre e che me l’avrebbe fatta pagare cara. 
    Io naturalmente negai e mentre lei continuava ad insistere sulla mia colpa, all’improvviso una mia compagna, Mimma Alati, per prima si alzò dicendo: -Prof.ssa, sono stata io!-
    Avete presente quella pubblicità di qualche anno fa in cui si consigliava l’uso del profilattico, dove a un’accusa del professore tutti si alzano dicendo, appunto:-Sono stato io!-
    Non ci crederete ma è successo proprio così. Tutti i miei compagni, indistintamente, si alzarono pronunciando quelle parole. 
    Io, come l’”arpìa”, restai sorpreso ma allo stesso tempo contento. 
    Comunque... la prof.ssa restò convinta della sua ipotesi e andando contro gli altri colleghi al consiglio, che proponevano quattro materie a settembre, mi fece bocciare pretendendo di aggiungere alle materie anche la condotta.
    Alla fine devo dire che quella bocciatura fu “positiva” per tanti aspetti, primo perché ebbi modo di avere un’insegnante negli anni a seguire, la prof.ssa Catalano di Reggio Calabria (ch' era proprio l’opposto in tutti i sensi dell’”arpia” ) che stimai tantissimo (e non solo io per la verità) e cioè bella, preparata, fine e delicata e molto autoironica che anche nel suo lavoro, e non solo, non guasta mai.
    Secondo, capìi che per una” marachella” e non per lo studio persi un anno e che non sarebbe mai più successo, come infatti poi fu.
    Naturalmente ringrazierò sempre di cuore i miei compagni (coi quali nel 2005 ho festeggiato il 30° anno del diploma) per il gesto di solidarietà ch'è raro riscontrare in un contesto scolastico dei tempi d’oggi.

     
  • 08 marzo 2017 alle ore 20:04
    Il chiosco "Il Checco"

    Come comincia: Uno dei luoghi che a Melito di Porto Salvo, dall’ inizio della primavera all’inizio d’autunno, dagli anni ‘’60/’70 fino all’inizio degli anni ’90, era in assoluto il più frequentato, era la spiaggia denominata “il Checco”. 
    Dico dall’inizio della primavera per due motivi. 
    Primo perché allora in quel periodo faceva molto ma molto più caldo d’adesso e secondo perché i primi bagni incominciavamo a farli in coincidenza del giorno della festa di Maria S.S. di Porto Salvo, festa patronale più importante in tutta la zona del melitese, appunto all’inizio della primavera, fine marzo, inizio aprile . 
    Dico inizio autunno perché si continuava, per il caldo, a tuffarsi in acqua ancora fino a quando non si ritornava a scuola che allora riapriva ai primi d’ottobre. 
    In quegli anni Melito non era fornita come adesso, per quanto riguarda le attuali strutture balneari ma era disseminata di chioschi lungo il litorale che partiva dalla frazione Pilati e arrivava fino all’altro capo del territorio melitese, frazione Annà. 
    Uno di questi chioschi, appunto, era quello di cui parliamo, “il Checco”, che prendeva il nome dal diminuitivo di quello del proprietario che si chiamava all’anagrafe Francesco.
    Il chiosco era situato a ridosso della stazione ferroviaria, vicino all’ospedale, e, per arrivarci, bisognava passare sotto un ponte della ferrovia. 
    Logicamente essendo molto vicino alla stazione, dove, naturalmente vi era anche la fermata degli autobus, faceva sì che la spiaggia fosse di gran lunga la più frequentata da tantissimi bagnanti e turisti cosiddetti “locali” provenienti dall’entroterra.
    ”Turisti locali” che ogni anno invadevano Melito e soprattutto “il Checco” arrivando tutti “bianchi” e forniti di ogni sorta di creme e oli, per gareggiare in abbronzatura con noi del luogo che già, "assolati" da marzo, eravamo “neri” come il carbone.
    Rispetto al “Lido Rosa dei venti” che si trovava ad un tiro di schioppo, “il Checco” era meno fornito dal punto di vista balneare tipo ombrelloni, sedie a sdraio o servizio di salvataggio (anche perché, proprio lui (!), il “Checco”, non sapeva nuotare), ma, come ogni chiosco che si rispetti ed in modo molto professionale, questo bisogna dirlo, faceva servizio di bar, ristorante, per un periodo anche pizzeria, servizio bar e gelateria ambulante in spiaggia. 
    Si vendevano anche dei prodotti tipo schampoo e bagno-schiuma a buon prezzo (che ci sono costati a parecchi i capelli, essendo proprio di scarsa qualità). 
    Poi juke-box e possibilita’ di passare il tempo, prima di fare il bagno, facendo una partitella a carte, e, il pomeriggio, talvolta fino a notte inoltrata, a giocare a “patruni e sutta”, gioco di società, o meglio di compagnia, ancora in voga tra vecchi amici di quel tempo, con la finalità di non far bere qualcuno o alcuni e gli altri ad ubriacarsi, logicamente. 
    Ricordo “turisti locali” che furono portati al pronto soccorso, lì vicino, per delle lavande gastriche che furono necessarie (non essendo abituati ai trucchi, soprattutto, del gioco) per rimetterli in sesto prima di farli ritornare dalle mogli e dai figli in condizioni veramente pietose.
    Io che l’ho frequentato per 35 anni, devo fare presente che non ricordo mai che la doccia non funzionasse o che ci fosse stata qualche rissa, se non qualche scaramuccia, come in altri luoghi che ho già raccontato, dovute a “problemi di cuore” o per risentimenti per non aver bevuto nel “patruni e sutta”(forse perché lì vicino vi era, anzi c’è, la caserma della Finanza).
    Devo anche onestamente dire che a quei tempi, essendo parecchi di noi disoccupati, il “Checco” e i suoi, la moglie e i figli (quattro, due maschi e due femmine), non hanno i mai negato il credito; avevano il cosiddetto “libro nero” e quindi veniva tutto registrato.
    A tal proposito vi racconterò un’aneddoto, per farvi capire l’ importanza di questo “libro nero”.
    Quando ritornai dopo 5 anni senza tornare mai a Melito, il mio primo pensiero fu quello di andare a saldare il mio debito, che ammontava, ricordavo, più o meno a 10.000 Lire, che, partendo all’improvviso, non avevo potuto liquidare.
    Verso le ore 09,00, dopo i convenevoli saluti con tutti gli amici presenti, mi avviai al banco dove c’èra la moglie del “Checco”, s.ra Maria, che alla mia domanda:-Signora, mi dovete scusare per il debito che non ho potuto 5 anni fa saldare; di quanto si trattava- rispose, senza neanche salutarmi o domandarmi dove fossi stato in tutto quel periodo:-Sono 10.000 Lire tonde tonde, Lillo-.Veramente incredibile, ragazzi!!!
    Dopo 5 anni il “libro nero” era ancora lì che aspettava la risoluzione di qualche debito.
    Scoppiammo tutti a ridere a crepapelle con me che pagai da bere a quei pochi amici che a quell’ora erano presenti.

     
  • 03 marzo 2017 alle ore 0:12
    Il rugby a Melito di Porto Salvo

    Come comincia: La storia della nascita della squadra di rugby nella mia città, Melito di Porto Salvo, è facile da raccontare per uno come me che ancora ricorda fervidamente quei bellissimi anni trascorsi praticando uno sport che per noi giovani allora era del tutto o quasi sconosciuto.

    Tutto nacque soprattutto perché a quei tempi il rugby era assurto a livello nazionale con la squadra del rugby di Reggio Calabria che, dopo un’ascesa incredibile dalle serie minori, si faceva onore nel massimo campionato di Serie A avendo anche alcuni giocatori che facevano parte della Nazionale.

    L’idea di creare una squadra di rugby a Melito venne ad un signore, Gino Coco, che, essendo originario della città ed avendo aperto un negozio di abbigliamento col nome “Kent” ed avendone uno anche a Reggio Calabria, seguendo il suo entusiasmo per questo sport, decise, insieme ad alcuni amici che si era creato durante la gestione del negozio, di avviare la ricerca dei giocatori per far parte di questo progetto.

    La cosa non fu difficile.

    Si era nell’ estate del 1976 e ricordo che mentre io e degli amici facevamo la solita partitella a pallone sulla famosa spiaggia del “Checco”, si avvicinò un altro amico, Ninetto Coco, parente del summenzionato Gino, che ci disse che costui, che conoscevamo solo come proprietario del negozio, desiderava parlare a molti di noi dopo che Ninetto stesso ci aveva menzionato come probabili futuri giocatori, avendo le caratteristiche adatte per il rugby, compreso lui stesso.

    L’appuntamento fu per quella sera stessa e insieme a me si presentarono:
    -Pietro Sergi, mio fratello
    -Ninetto Coco
    -Mario Lampada
    -Giancarlo Liberati
    -Marcello Saitta
    -Franco Saitta
    -Mimmo Sgrò
    -Roberto Minicuci
    -Gennaro Ambrosio
    -Mario Andrianò
    -Francesco Schimizzi
    -Fortunato Benedetto
    -Paolo Nucera

    Questi fummo i primi che ci presentammo ai quali si aggiunsero, nelle settimane e mesi seguenti, degli altri tra i quali:

    -Masino Laganà
    -Peppe Martino
    -Peppe Minniti
    -Pino Sarica
    -Dino Sgrò
    -Giovanni Cuzzucoli
    -Roberto Attinà
    -Carmelo Gulino
    -Santo Cuzzocrea

    A tutti questi poi agli inizi del campionato e di Serie C e di Under 23 si aggiunsero 3, 4 giocatori di esperienza di Reggio Calabria e dintorni tra cui un ragazzo che chiamavamo “Canguro” ma del quale, purtroppo, non ricordo né nome e né cognome.

    Quella sera si stabilirono i giorni d’allenamento e i metodi e ci furono inculcati, teoricamente, i primi rudimenti di quello sconosciuto sport che a tutti appariva violento, almeno dalle sporadiche immagini televisive che allora noi vedevamo, non essendo proprio interessati.

    Nacque così il “Kent Rugby Melito” che fu “bagnato” da fiumi di birra (bevanda scelta dai rugbysti fin dagli albori per festeggiare) offerta dal neo-presidente Gino Coco.

    Il presidente fu coadiuvato principalmente da Santo Dattola e Antonino Minicuci.

    Devo dire in onestà che tutti coloro che fummo scelti per far parte della squadra, non eravamo stati molto bravi a giocare a calcio e quindi per noi, oltre che essere volonterosi e curiosi a praticare quello sport, dall’altra parte ci consentiva di capire se fossimo stati in grado di eccellere almeno in un altro sport, seppur duro come quello.

    Cosa che, nel nostro piccolo, ci riuscì in quei bellissimi 3 anni, nei quali facemmo, sia in casa che fuori, delle partite avvincenti... bellissime (vincendole ed anche perdendole) che lasciarono, nel pubblico che soprattutto in casa ci seguiva numeroso, dei ricordi indelebili.

    Peccato che poi la squadra fu estromessa dal campionato per pesanti sanzioni disciplinari dovuti alla baraonda che seguì alla fine della partita contro il Cus Pellaro (molti giocatori di quella squadra finirono all' ospedale davvero malridotti) per vendicarsi dell’aggressione subito nella partita d’ andata a Pellaro da parte dei giocatori del Cus Pellaro, supportati dal pubblico.

    Stupidamente si attuò la vendetta ed allora il rugby a Melito finì prematuramente anche perché il presidente Coco in seguito chiuse il negozio, perché alcuni giocatori (come me) partirono per altri lidi per lavorare, perché alcuni anche si sposarono e quindi abbandonarono.

    Ci fu un debole tentativo per riprendere organizzando una partita contro la Nazionale Militare nel 1986, persa 32-0, (alla quale partecipai per un tempo anch’ io, rientrato nel frattempo dopo 5 anni fuori Melito) ma tutto finì lì anche perché non vi era più la stessa volontà e determinazione che avemmo noi “pioneri” ed anche perché, e voglio dirlo senza paura che sia smentito da alcuno, che noi eravamo veramente dei duri.

     
  • 01 marzo 2017 alle ore 19:11
    Il "Conte", il "Vascello" e... Lucio Dalla

    Come comincia: Il locale “Il Vascello” della famiglia Dattola che all’ inizio degli anni ’70 fece tendenza a Melito di Porto Salvo e provincia di Reggio, era un locale unito praticamente al cinema di proprietà anch’esso della famiglia; era adibito a tutte le funzioni che sono di un locale soprattutto estivo ed essendo praticamente situato all’inizio del corso e quindi al centro del paese o quasi, faceva sì che fosse facilmente raggiungibile.

    Faccio presente che allora furono mattatori del locale personaggi di primo piano o che lo diventarono da lì a poco.

    Ricordo soprattutto Mike Bongiorno e la sua valletta Sabina Ciuffini, Lucio Dalla, il jazzista Romano Mussolini, la procace e sex Tamara Baroni, Gli Alunni del Sole, Il Giardino dei Semplici e tanti altri.

    Tutti portarono a quei tempi molta gente a Melito ed il locale fece anche da apripista per altri locali di quel genere a Melito e nel basso Jonio.

    Poi, purtroppo, alla morte del “Conte Dattola”, il locale e lo stesso cinema, per motivi penso io di gestibilità ed anche  per l’ avvento delle televisioni private, che ancor’oggi tolgono pubblico al cinema, dovettero chiudere ed in seguito scomparire del tutto per la vendita del suolo ad altri.

    Vorrei ricordare con un aneddoto il “Conte Dattola”, che riguarda soprattutto la sua spontaneità e franchezza.

    Lucio Dalla, che doveva esibirsi la sera alle 21, aveva fatto il bagno nella nostra spiaggia e verso le 13 era passato dal locale per bere qualcosa prima che mangiasse e facesse una pennichella (così disse a noi ragazzi e non che eravamo tutti lì incuriositi dalla star).

    Malauguratamente per lui, non conoscendo naturalmente il “Conte” per il suo rigido rispetto del galateo soprattutto, appoggiò entrambi i piedi, anche un pò insabbiati per la verità, sul tavolo, davanti a tutti i presenti richiedendo un bibita fresca gridandolo al cameriere.

    Apriti cielo ! Il ”Conte”, sentito ciò, arrivò di corsa e vedendo addirittura il cantante con i piedi sul tavolo, sbraitò imponente (data la stazza):-Scimmione (ricordo che il cantante è conosciuto per essere molto peloso) che non sei altro, prima di tutto togli i piedi dal tavolo e poi non gridare che non sei a casa tua!

    II cantante stupefatto fece notare che lui era Lucio Dalla ed il “Conte”: -Puoi essere chiunque ma qua dentro devi stare con due piedi in una scarpa!

    A quel punto, vista la magra figura, il cantante se ne andò contrariato.

    Naturalmente il “Conte” non l’aveva conosciuto perché era il filglio Santo che provvedeva a tutto, però io penso che il “Conte” , conoscendolo tutti com’era, avrebbe trattato il Dalla nello stesso modo.

    Questo era il “Conte” che ancora ricordo con molta simpatia e… non solo io.

     
  • 01 marzo 2017 alle ore 0:51
    Sergi Salvatore... sarto

    Come comincia: Questa che sto per raccontare è la storia di una persona, un melitese doc, che, per motivi di lavoro, fu costretto a lasciare Melito e ritornarci, la prima volta, dopo 37 anni e la seconda volta dopo 31 anni. La racconto perché oggi mi ha telefonato da Savona ricordandomi l'impegno di pubblicarla in modo che possano leggerla suo figlio, sua nuora, sua nipote e tutti quelli che si chiamano Sergi, nome di cui va orgoglioso.
    L' avevo conosciuto, in spiaggia, quando, mentre pescavo con le mie canne da posta, si avvicinò per chiedermi delle informazioni. E da lì, incuriosito dallo stesso cognome mio (diceva di chiamarsi "cugino" con mio padre, senza essere parenti stretti), in un paio di giorni, questo è tutto quello che ho saputo di lui e della sua famiglia:
    Si chiamava Sergi Salvatore, sarto, nato a Melito di Porto Salvo il 12-01-1921.
    Lasciò Melito, per lavoro, nel 1936, in pieno regime fascista, e si recò ad Aosta.
    Partì militare il 03-01-1941 per Bari, arruolato nel 48°Fanteria e dopo poco tempo fu promosso sergente.
    Si congedò nel marzo del 1947 con il grado di sergente-maggiore e fu mandato, per sua scelta, a Milano.
    In quell'anno, conosciuta una certa Suzanne Huber, che lo colpì per la sua intraprendenza, si recò, su suo consiglio, a Berna, Svizzera, dove vi rimase per 3 anni, vivendo con questa bella ragazza che, tra l'altro, tramite un parente stretto, gli rinnovava ogni volta il permesso di soggiorno; insomma, l'utile e il dilettevole.
    Rientrato in Italia, nel 1950 conosce, s'innamora perdutamente e sposa nel 1952, quella che fu poi sua moglie, per ben 56 anni, Maria Irma Zunino, deceduta quest'anno il 30 maggio, dopo lunga malattia.
    Nel 1953, da questa felice e duratura quanto rara unione, nasce l'unico erede, Leonardo, ingegnere del genio pioniere militare, adesso in pensione, e dèdito adesso ai sistemi di stoccaggio, avviando una proficua collaborazione soprattutto con il Giappone. Bravo militare che, per 2 anni consecutivi, s'impose 1°assoluto all'Accademia Militare di Modena, congedandosi poi con il grado di tenente.
    Il Sergi Salvatore si trasferì, nel 1954, naturalmente con la moglie tanto amata, a Parigi, dove vi restarono per ben 19 anni, fino al 1973. Qui lavorò per un ebreo come sarto a domicilio, e pagato così bene che dopo un anno e mezzo potette mettersi in proprio e comprarsi un appartamento più grande. Praticamente, fattasi una buona clientela, si aprì una sartoria con, a sua volta, tre sarti in carico, quasi tutti, negli anni, provenienti da Melito di Porto Salvo.
    Rientrato ancora una volta in Italia, nel 1973, per non restare inattivi e in attesa della pensione, presero in gestione per 2 anni un campeggio di montagna a Sassello, capitale degli amaretti. Qui, però, il Sergi, a suo dire, si annoiava a morte tanto che convinse la moglie a prendere in gestione un negozio di sartoria in pelle, a Savona, fino al 1993, anno della definitiva decisione di smettere di dopo ben 50 anni di effettivo lavoro.
    A Savona, dove si stabilì definitivamente, incominciò a godersi la vita che era stata così varia quanto tranquilla e serena. In questi 15 anni, fino alla morte della moglie Maria Irma, decise anche di trascorrere spesso le vacanze a Melito, dove non ci veniva dal lontano 1936, cioè 37 anni ed in giro, anche per il mondo. E lo fece, insieme a lei fino alla morte della madre, avvenuta nel 1977.
    Ha una nipote, amatissima, Camilla, di 20 anni, che frequenta l'Università a Genova.
    Ha deciso dopo ben 31 anni, dopo la morte della cara Maria Irma, di venire a trovare la sorella Mimma la quale vedeva tutti gli anni andando anche lei a trovarlo a Savona.
    Il padre, Leonardo, era deceduto nel 1968. E' andato a trovare, al Paese Vecchio, dove vive attualmente, la nipote Caterina, figlia del fratello Antonio, deceduto e del quale ha visitato la tomba al cimitero nuovo.
    Il figlio gli ha consigliato, essendo adesso da solo, di vivere il resto della sua vita con lui alle Bahamas, dove ha una villa ed anche il lavoro, che può svolgere anche lì.
    Credente, quando veniva a Melito, viaggiando dalla parte adriatica, spesso si fermò a visitare la tomba di Padre Pio che aveva visitato anche da vivo.
    Di saldi principi che gli hanno consentito di vivere tranquillamente e con pochi problemi: amore e responsabilità della famiglia alla moglie, laboriosità, serietà, impegno e rispetto verso il prossimo, soprattutto.
    E' rimasto colpito del progresso che Melito ha avuto in questi ultimi 30 anni ed ha notato che gente, amici anche, che ai suoi tempi se la passava male e che adesso vive nel benessere, che per un paese meridionale, non è male, detto senza alcun livore, anzi con orgoglio.
    Altra cosa che l' aveva sbalordito, a suo dire, è il senso della solidarietà e della coscienza civile che aveva riscontrato parlando con tanti melitesi in quei 15 giorni di "rimpatriata".
    Ci siamo lasciati, con qualche lacrimuccia da parte sua, dovendo partire il martedì, 23 settembre, con la speranza, forse di ritornare, essendosi trovato bene e con l'augurio a tutti i melitesi per un continuo benessere e progresso, soprattutto turistico.

    Ciao, Salvatore, a presto e.....goditi la vita.Te la meriti.