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in archivio dal 01 mar 2017

Lillo Sergi

Melito di Porto Salvo - Italia
Mi descrivo così: Mi è piaciuto sempre scrivere e soprattutto versi rimati (anche in vernacolo) e questo l' ho messo in pratica quando, in convalescenza a causa di un grave incidente, per far passare quel tempo lunghissimo senza alcun movimento fisico, comprai un pc per tenere "in movimento" almeno la mente.
Mi trovi anche su:

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  • Ieri alle 14:45
    Alito di vita

    Volevo ogni giorno... ...vedere i tuoi begl'occhi riflessi nei miei ed il tuo sorriso ....che le mie mani stringessero sempre le tue ...sentire il tuo cuore che batteva forte contro il mio ...il tuo respiro su di me che accendeva il nostro amore...la nostra passione ...baciarti...il mio alito di vita

     
  • venerdì alle ore 15:47
    Bello...tutto

    Bello conoscerti
    Il farmi sorridere
    Solo guardandoti
    …che piacere!
     
    Belli il tuo sguardo
    Il tuo sorriso 
    Così travolgenti
    Da fermare il tempo
     
    Bella la voglia
    Il desiderio di te
    Padrone assoluto
    Della mia mente
     
    Bello il percorso
    Sul mio corpo
    Sul mio cuore
    Sempre pieno di te
     
    Bella la speranza
    Di un sogno
    Che diviene realtà
    Poi avveratosi

     
  • mercoledì alle ore 18:27
    Pezzo di sogno senza fine

    Il cuore da te
    Affascinato
    Pezzo di un sogno
    Senza fine
    Ammaliato
    Dal tuo essere
    Come un fiore
    Che germogliava
    Che aspettava te
    Per esser colto
    Costantemente
    Ti cercavo
    Perché capìta
    Giurandoti
    Pieno di gioia
    Amor per l'eternità
    Cosa mi rimane adesso?
    Solamente
    Un eterno ricordo
    Il tuo bello
    Incredibile
    Accattivante sorriso

     
  • 08 ottobre alle ore 13:26
    Parole...specchio d'emozioni

    Le parole che adesso scrivo per te 
    Sono lo specchio di quelle emozioni
    Che tu mi facevi sentire sempre
    Parole che ancora vorrei dirti
    Perché io ormai affascinato
    Dai tuoi occhi dal tuo sorriso
    Dal tuo modo così garbato
    Di porti anche con gli altri
    Le conservo e le scrivo qui
    Perché ormai ti appartengono
    E sono perennemente qui
    Nel mio cuore
    Adesso sei lontana da me
    Ma ancora vicina
    In questo mondo
    Dove più nulla ormai
    È fatto per noi 
    Ti aspetto ogni giorno
    Come sempre nei miei ricordi
    Fino al calar del sole
    Con quella voglia smisurata di te
    Che nasceva dal mio cuore
    Ed i miei occhi
    Non s'illuminano ancor di gioia
    Ogni giorno nel viverti
    Ma si appannano di una tristezza nostalgica
    Di tutti i bei momenti vissuti insieme

     
  • 07 ottobre alle ore 11:58
    Amor non più per sempre

    Amor non più per sempre
    Pensandoti
    Standoti vicino
    Sempre con te
    Nella mia mente
    Indimenticabile
    Un amore per te
    Instancabile
    Insuperabile
    Senza tempo
    Pensar i tuoi occhi
    Le stelle guardando
    Nel perenne universo
    Lasciar la sera
    La finestra aperta
    Lasciar i loro raggi
    Posar sul cuscino
    Una dolce melodia...
    Una melodia d'amore
    Sì…addormentarsi
    Immerso pienamente
    In quei luminosi occhi
    In quel sogno bellissimo
    Da vivere ancora
    Insieme e per sempre
    Irrimediabilmente svanito
    Scontrandosi col destino

     
  • 06 ottobre alle ore 23:14
    Amore senza fine

    T’incontrerò...lo so
    Della tua vista ancor godrò

    Passa il tempo
    Pensandoti
    Con versi e prose
    Parlandoti

    Non più semplice 
    È la mia vita
    Genuina schietta 
    ...Come te

    È complicata

    M'è d'aiuto però
    L'amico vento 
    Portandomi la tua voce

    Le stelle anche

    Così radiose
    Come gli sguardi
    Dei tuoi occhi scuri

    Senza fine
    Ti darò...lo so
    Tutto il mio amore

    Perché ci sei
    Anche senza parlarti
    Anche solo pensarti
    Guardarti...nelle foto

    Pensando 
    Quel nostro mondo 
    Così garbato 
    Così caro
    Alla fine...così amaro

     
  • 05 ottobre alle ore 20:40
    Solitudine avversa

    Amati laghi fiumi e monti
    Valli tornanti e vecchi ponti
    Arcobaleni sorgenti e faggi 
    Emozioni...tra paesaggi

    Tra rurali case passando
    Cani che t'inseguono abbaiando 
    Tra la gente...emozione forte 
    Come con te sceltami dalla sorte

    Incredibile è un cuor perso 
    Piccolo...d’emozioni sommerso 
    Proprio con esse mi guaristi
    Alla poesia con esse mi apristi

    Da sempre gustate bene
    Allontanate anche delle pene 
    Felice giravo per posti isolati 
    Mai da me odiati...disprezzati

    Per la solitudine or avversa
    Con mente ancor per te persa
    Vago ogni giorno tra la gente
    Come mai cercata costantemente

     
  • 02 ottobre alle ore 17:31
    Silenzio imprevisto ed odiato

    Ti amavo da sempre
    Adesso in spazi bianchi 
    Scrivo nel silenzio
    Quanto mi manchi

    Ogni giorno che passa
    Come ad un tacito patto
    Questo silenzio si rafforza
    Non essendoci il contatto

    In questo continuo silenzio
    Così rimbombante
    Il battito del mio cuor
    Tuona anch’egli costante

    In questo triste silenzio
    Gioia mai più ci sarà
    Nei tuoi bei occhi si vedeva
    Sol il mio cuor l’avvertirà

    In questo indegno silenzio
    Imprevisto e odiato 
    Son così sofferente
    Dai ricordi straziato

    Nel silenzio avvolgente
    Forse mai più ti troverò
    Ti cercherò però sempre
    Questo certo io farò

     
  • 29 settembre alle ore 12:53
    Svegliarsi senza te

    Baciarti ogni giorno
    Passeggiare felici
    Scambiarci sogni e progetti
    Immagino ancora
    Di passare
    Ogni momento
    Insieme a te
    Senza stancarmi
    A volerti bene
    Essere felice
    Di vederti
    Ogni mattina
    Allo svegliarci
    Purtroppo
    Non posso ormai
    Che immaginare
    Tutto questo

     
  • 26 settembre alle ore 8:29
    Pescatore giudizioso

    Tu pescator devi pensare
    Che i soldi devi portare
    Senza pesci non mangerai
    Non ti resta altro piangerai

    Spesso stanco sei assai
    Di buttar la rete non smetti mai
    Non son più 'sti pesci tanti
    Come i miei capelli latitanti

    Vado io invece a mare
    Non mi resta altro da fare
    Con mia moglie nella mente
    Andata via precocemente

    A mangiar pesci son io invitato
    Son da ora già affamato
    Se presto a casa poi torno
    A mare appena si fa giorno

    Ci son ancora tant'altre sere
    Ormai in 'ste giornate così nere
    Con mia figlia non le passo male
    Qui non manca un buon locale

     
  • 24 settembre alle ore 17:13
    Unito a te... come il cielo al mare

    Con te sempre
    Splendide giornate
    ...come oggi

    Con te nel mio cuore 
    Lo eran sempre
    Con il tuo sorriso

    Dalla vita nulla di più 
    Aspettavo te
    E..eri con me

    Non ti ho lasciato perdere
    Bello occuparmi di te
    Come facevi tu con me

    Sentivo così 
    D'esser più unito a te
    Come il cielo al mare

    Un raggio di sole
    Entrato all'improvviso
    Dentro di me...illuminandomi

    Come in questo istante
    Però...svanito
    Tra le nuvole e tra i ricordi

     
  • 19 settembre alle ore 8:38
    Solo che non dovevi andartene

    Quanto mi manchi
    Sopraffatto dal dolore
    Niente MAI sparirà
    Di tutto quello che avevamo
    Anche annegando
    Nel dolore
    Preferirei afferrarmi
    Ad ogni momento
    Quello abbracciato con te
    Ad ogni risata sentita
    Ad ogni brandello di felicità
    Vissuto con te
    Preferirei passare
    Ogni momento agonizzante
    Piuttosto che cancellare
    Il bel ricordo di te
    Non c'eri
    Il giorno della laurea di Jessica
    Non ci sarai quando si sposerà
    Se si sposerà
    Quando nasceranno i suoi figli
    Se ne avrà
    Non ci sarai quando
    Lei realizzerà
    I suoi sogni più grandi
    Vorrebbe raccontarteli
    Dovrà guardare il cielo
    Non ci sarai quando
    Farò quei viaggi
    Che avremmo dovuto
    Fare tutti insieme
    Adesso faccio ordine
    Tra i miei pensieri
    Pensare che sarai
    SEMPRE
    Qui vicino a me
    Solo che non dovevi andartene

     
  • 12 settembre alle ore 18:00
    Tristezza assidua

    Sento assiduamente tristezza 
    Questa scorre nel mio cuore
    Pieno sempre di te
    Vorrei urlare al vento
    Di spazzare via soffiando
    Con forza tutta questa malinconia
    Tutta questa fitta nel petto
    Ancora opprimente
    L'amore...cosa c'è di più bello...
    Avrei però voluto essere solo
    Dove nessuno mi potesse
    Mai trovare e restare lontano 
    Da queste amarezze…delusioni 
    Che la vita poi crudelmente ti da
    Sì...se dentro di me voglio
    Che scenda sempre la serenità
    Aprirò ancor di più la finestra
    Affinché il vento potrà ancora
    Entrare e continuare a portar via
    Questo mio stato ancora triste...
    Così deprimente
    Devo continuare a farlo...
    Non ho scelta

     
  • 19 febbraio alle ore 19:58
    Pizza parole e poesia

    Come la compagnia
    Chic era quel locale
    Molto è piaciuto
    Serata niente male

    Assetati ed affamati
    La poesia schivavano
    Come cannibali infami 
    La pizza si mangiavano

    Così nel mangiare
    Io leggendo ero lento
    Loro tutti concentrati
    Veloci eran come il vento

    Tanto ci siam divertiti
    Abbiam riso e parlato
    Con un paio di birre 
    L'amicizia rinforzato 

    Un consiglio ho per voi
    Per questi mai invito 
    Un panino può pur bastare
    È anzi meglio un bel vestito

     
  • 19 febbraio alle ore 19:16
    La chitarra di Jimmy e Natuccio

    Di un genio era 'sta chitarra
    Che la bruciò lo sappiamo
    In un concerto su a Londra
    Questa marca non scordiamo

    Della sua carriera fu la prima
    Che il caro Jimmy ne bruciò
    All'ospedale poi fu portato
    Che le due mani si scottò

    Un suo nipote assai curioso
    In una cantina poi la trovò
    Tutta intera ma bruciacchiata
    Fuor dalla polvere la tirò

    All'asta svelto poi la mise
    Perché conto si rendeva
    Con tanti di quei soldoni
    La sua vita in meglio si correggeva

    Una cosa ancor vi devo dire
    Ad un altro la chitarra assai piace
    Natuccio non la brucia ne son certo
    Perché per essa non sta mai in pace

    Curioso una volta gli domandai
    Quale chitarra gli piaceva
    La "Fender Stratocaster" mi disse
    'Sta cosa allora non mi sorprendeva

     
  • 19 febbraio alle ore 18:58
    Bova (RC) gioiello d'Italia

    Ben avete fatto
    Amici cari lì a Bova
    Tirar avete fatto
    Una aria bella nuova

    Qui a Melito quest’aria
    Non la vogliam per niente
    Da tanto tempo
    Se ne infischia la gente
    Tanto si divertono
    Ballando e cantando
    Anche però
    Si disinteressan
    Bevendo e mangiando

    Siete gente brava
    Tanto a questa terra attaccata
    Sempre da tutti
    Non considerata e maltrattata

    Da sempre anche terra
    Tantissimo amara
    Lo stesso come voi
    Averla molto cara

     
  • 19 febbraio alle ore 18:48
    Invito vecchio

    Giorni e mesi volati
    Chiacchierando come si sa
    Ridendo senza ritegno
    Come sempre

    L'impegno vi assilla
    Non vi dà tregua
    Digiuno io attendo
    Nella poesia immerso

    Dimentichi della serata
    Ormai lontana
    Voi infiacchiti ed incuranti
    Di una promessa

    Tasche scoppiettanti
    Ma paurosi e avari
    Pizza e birra 
    Basta e avanza

     
  • 19 febbraio alle ore 18:44
    Cure ed amore

    Lottar mi piace
    Non si sta però in pace
    Lottar con i pensieri
    Con cose così serie

    Con i ricordi lottare
    Bei momenti desiderare
    Quelli insieme passati
    Nel cuore scolpiti

    Parole per niente
    Per quei momenti
    Dolorosi assai
    Come non mai

    Solo il tempo aiuta
    Che le pene spegne
    Tutto poi passò
    Che il tempo aiutò

    Vicino ti volevo
    Non mi buttavo giù
    Per una malinconia
    Cosi forte per te

    Non ti risparmiasti
    Vicino mi fosti
    I dolori allontanai
    Un'altra vita incominciai

    Vero amore questo
    Non solo per Cristo
    Tanto ti mancavo
    Sempre ti pensavo

    Sì...eri mia moglie
    Subito venisti
    Di me cura ti prendesti
    Amore dimostrando

    A niente pensavo
    Le tue cure desideravo
    Dove ci son cure
    C'è solo l'amore

     
  • 19 febbraio alle ore 18:27
    Dell'Etna amante

    Sto invecchiando
    Con 'sto tempo
    Che passa
    Che non dà scampo

    Non mi lamento
    Non son abituato
    Se a stento vado
    Sto in casa rintanato

    Son anche dolci
    Tante cose belle
    Non parlo di voci
    Neanche di caramelle

    C'è mia moglie
    C'è mia figlia
    Più belli d'ieri
    Son 'na meraviglia

    Anche l'Etna che vediamo
    Sempre là davanti
    Che conosciam da sempre
    Che da sempre siam amanti

     
  • 13 febbraio alle ore 10:25
    Nel cuore l'arcobaleno

    Il tuo ridere mai ho scordato
    Solo a me piaceva
    Tanto facile non era 
    Perché tanto mi confondeva

    Se con quegl'occhi mi guardavi
    Che del tutto mi turbava
    Anche se io pensavo
    Perché a me capitava

    Con me solo lo facevi 
    Che mi piacevi ti ricreavi
    Tra tanti mi scegliesti
    Anche per questo mi garbavi

    Subito te ne accorgevi
    Che fossi il migliore reputavi
    Anche del tutto diversi
    Di continuo mi guardavi

    Nel cuore ormai mi son entrati
    I tuoi occhi ed il tuo sorriso
    Di là più non son usciti
    Mai per niente son stati un peso

    Da te subito d'allontanarmi
    La mia testa mi consigliava
    Però il mio cuore di te pieno
    Per un altro cammino s'avviava

    Per i tuoi occhi seducenti
    Con nel cuore l'arcobaleno
    Per il tuo sorriso inebriante
    Sempre sentito mi son sereno

     
  • 13 febbraio alle ore 10:17
    ... E nessuno dice una parola...

    C'è chi mal posteggia l'auto
    E nessuno dice una parola...

    Cè chi va al mare e lascia la spazzatura 
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi ha il can che abbaia e non fa dormire
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi ci ha lasciato senz'acqua per tre mesi 
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi si vorrebbe prendere tutto il Comune
    E nessuno dice una parola...

    C’è chi cerca lavoro non potendo vivere
    E nessuno dice una parola...

    C'è che il lungomare è con docce e ringhiere usurate
    E nessuno dice una parola...

    C''è che la polizia vuol saper qualcosa
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi pensa che i migranti sian tutti animali
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi l'acqua e la spazzatura non paga mai
    E nessuno dice una parola...

    C’è chi pensa che la spazzatura non si debba dividere
    E nessuno dice una parola...

    C'è chi pensa che il carbone a Saline Ioniche ci salva
    E nessuno dice una parola...

    C'è invece chi pensa che dire anche solo una parola
    Per poter cambiare
    Val di più che star zitti per una vita
    Senza poter mai cambiare

     
  • 22 gennaio alle ore 18:04
    Giornate come me

    Dalla finestra guardo fuori 
    Quelle foglie scrollate
    Da un vento nervoso
    In queste avvilite giornate

    Proprio come me
    Stanco ed indolenzito
    Che ormai avanti vado
    Dal tempo infiacchito

    Così è 'sto momento 
    È l'età che comanda
    Niente da far possiamo
    S'è questo che ci manda

    Però non mi scoraggio
    Ho amici e famiglia
    Cosa voglio io di più 
    Non è questa meraviglia?

     
  • 19 gennaio alle ore 16:14
    Tuo per sempre prigioniero

    Tanto di te ero innamorato
    Tuo per sempre prigioniero
    Come un rapace ingabbiato
    Non più audace né sparviero

    Ricco era quel piacere
    Col cuore tumbureggiante
    In quelle belle e fresche sere
    Sotto un cielo luccicante

    Ti parlai in alto guardando
    Per giorni mesi ed anni
    A volte triste a volte scherzando
    Con verità e senza inganni

    Felice a casa poi tornavo
    Appagato e assai contento
    Per bei momenti che passavo
    Testimoni di un sentimento

    Si riempion lo stesso ancora
    Le attuali mie giornate
    Proprio uguali come allora
    Proprio mai più dimenticate

    Le riempie quell'emozione
    Da sempre per te sentita
    Anche da quella sensazione
    Dell'essere mia mai finita

     
  • 07 novembre 2017 alle ore 23:21
    La calcagnata

    Da che mondo è mondo
    Fisso è là lo Stretto
    A fondo andaron tanti 
    Anche col maremoto maledetto 

    Il reggino ed il messinese
    L' amante dello stocco e lo sciarrano
    Tra sventurati s'aiutarono
    Subito si diedero una mano

    Passarono poi tant'anni
    Fin la II guerra mondiale
    La pace non si gustarono
    Come tanti stèttero male

    Sventura su sventura 
    Che non vide la mia generazione
    Di finir non vedevan l'ora
    Per una svelta ricostruzione

    Questa sì che avvenne
    La bell'amicizia però sfumò
    Una rivalità intensa nacque
    Quando il calcio poi spuntò

    Spesso loro si scontrarono
    Nel vero senso della parola
    Perché non solo litigarono 
    Ma ci furon colpi di pistola

    Iniziò però il reggino seriamente
    Una strana parola inventò
    Incavolar assai fece il messinese 
    Perché deridente e si mortificò

    'Sta parola è sì allegorica
    Però proprio assai gli dona
    Si chiama "la calcagnata"
    Che la pelle gli accappona

    Il messinese è ormai avvilito
    Come tanti poveri sventurati
    Devon trovar subito un aiuto
    Se evitar voglion tant'altre "calcagnate"

     
  • 07 novembre 2017 alle ore 23:11
    Futuro... grande muro

    I tempi si dice che son cambiati
    È vero e ben si son rinnovati
    È la tecnologia ch'ormai impera
    È la gioventù sotto la sua sfera

    Uguali passan sempre le giornate
    Anche in queste ore così accaldate 
    Cose buone non se ne vedon tante
    Ingiuste e scadenti sì è costante

    Caso io ormai non ci faccio più
    Allora penso alla mia bella gioventù 
    Quando le regole sì imperavano 
    Brutti momenti se non si rispettavano

    Aveva la nostra vita più senso
    A questo spesse volte io penso
    Di bei valori tutti noi colmi eravamo
    Con dignità anche li sfruttavamo

    Se questa è adesso la situazione
    Dovremmo i genitori dar lezione 
    Devon in meglio le cose cambiare
    'Sta gioventù distratta subito svegliare 

    Se in ciò non dovessimo riuscire 
    Non so come andrebbe a finire
    Cosa seria è per i figli il lor futuro 
    Certo come scalare un alto muro

     
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  • sabato alle ore 22:10
    Mare, pesca e ricordi

    Come comincia: Al mare, mentre pesco, in attesa che la canna dia qualche piccolo segnale d’abboccata, spesso e volentieri vado indietro con la mente con i ricordi della mia giovinezza qui nel mio paese, Melito di Porto Salvo. Ricordi che come a tutti rimangono indelebili e che fa sempre piacere parlarne o, come in questo caso, scriverne. Ricordo per esempio quelle calde mattine d’estate quando mi alzavo, mi affacciavo e vedevo un lembo di mare dal mio balcone e gustavo il rumore immaginando il ritmo delle onde ed il vento che soffiava su di esse facendomi capire che mare ci fosse stato quel giorno e s’era “mosso” meglio ancora, per noi ragazzi. Con il mare “mosso" con gli amici si giocava a farsi trasportare dalle onde; ne s’attendeva l'arrivo e ci si lanciava a siluro nella direzione della spiaggia. La gara era "a chi arrivava più lontano" e per farlo esistevano due tipi di nuotatori: quelli che si lanciavano ad ogni onda rischiando anche di fare soli 5 metri beccandosi gli sfottò degli altri e quelli, come me, che studiavano il mare ed attendevano l'onda perfetta che li portasse a riva. Con il mare “calmo" invece si stava tutto il tempo in acqua sino a che le mani non ti diventavano come quelle di un anziano, sembrando quasi di aver perso il senso del tatto. Adesso è tutto un po’ cambiato. I ragazzi oggi giocano a carte sotto l'ombrellone o a pallavolo o a calcio sulla sabbia. Ricordo con un po' di nostalgia il percorso (400 metri del Corso Garibaldi) che mi portava lì, che mi separavano dal mare ed era un percorso pieno di ricordi. Ricordo gli odori di quando percorrevo quella strada, il profumo di caffè che usciva dai bar, l'invariata tiritera del dialetto delle solite persone che ogni giorno incrociavo, il caldo del sole battente sull'asfalto che ad ogni passo aumentava la voglia di tuffarmi in acqua. Adesso il paesello è diventato una cittadina che, con tutte le frazioni, conta circa 16.000 abitanti. Spesso, quando fa piuttosto caldo, mi piace pensare di camminare su quella spiaggia quasi tutta di sabbia fine ed avvicinarmi pian piano a quello splendido mare per rinfrescarmi. Questi pensieri...questi ricordi mi sovrastano sempre, facendomi godere quell'ultimo tratto di passeggiata che mi portava lì, dove ancora adesso mi sento pieno di vita e che tanto mi piace che la sera quando rientro dalla battuta di pesca, da una spiaggia ormai deserta ed il sole basso sull'acqua, è un tutt'uno con i ricordi, con i suoni ed i profumi del mare ed il ritmo delle sue onde, belle ed increspate.

     
  • mercoledì alle ore 18:15
    Felicità di pescatore

    Come comincia: Non pescavo da più di due settimane, da quando i giorni erano diventati cupi e ventosi e allora, vista la mattinata bella calda e profumata dalle camelie, da poco sistemate sul mio balcone, splendidi fiori di una fragranza intensa e delicata, parto per il mare con l’attrezzatura già dalla sera preparata, avendo  letto che il tempo sarebbe stato ottimale per uscire a pesca.
    Arrivo e son contento, ed anche incantato, perché vedo un mare calmissimo e coperto dei colori blu scuro, azzurro e verde che tutt’insieme non ricordo di aver mai visto…veramente uno spettacolo.
    Spettacolo che poi si univa ad un altro che ormai gusto ogni qualvolta scelgo il posto dove lanciare le mie esche e cioè da dove si vedono e l’Etna (oggi proprio “nudo”, insomma prosciugato, senza neve) e Pentedattilo, la roccia a 5 dita, che sono per me, e penso per altri pescatori che pescano qui, una bella compagnia per il panorama, la prospettiva che danno
    Insomma, com’era previsto dai meteorologi, si prospettava una bella pescata con un mare così e ammaliato anche da queste due meraviglie che son certo belle da vedere.
    Così incomincio e pescare ricreato e rinfrescato da una brezza leggera che intanto s’era alzata…niente di meglio, che vorrei di più, mare e brezza, che come mi capita soprattutto ultimamente, mi son molto cari perché alleggeriscono in qualche modo i miei tristi pensieri.
    Comunque, grazie all’esca, al bigattino ed al verme coreano belli freschi e allegri nei loro movimenti sinuosi che attirerebbero qualunque pesce sospettoso, come se aspettassero me venendosi a cibare proprio sotto la mia postazione, mando giù nel secchio uno bel pesce rombo, (direi più strano che bello) ed uno sciarrano di una buona proporzione che per me era fin’oggi sconosciuta.
    Devo dire, in verità, che li ho allamati verso la fine ma non c’è niente di meglio nella pesca quando non buschi il cappotto ed inoltre ti svaghi in quello ch’è il tuo hobby preferito.
    Per finire, il bello della giornata di pesca non è stato il mio divertimento bensì un signore che mentre raccoglievo l’attrezzatura si avvicinava e vedendomi contento visto lo scadente bottino, mi diceva:
    -”Scusi se le pongo ‘sta domanda”:”Ma lei è contento per aver pescato questi pesci scarsi? …e se avesse pescato magari una bella orata o un bel sarago?”.
    -“Ah, allora non sarei contento ma felicissimo, se pescati poi alla fine” gli rispondevo io.
    -E quello:”Addirittura felicissimo”.
    -“Certo”, risposi.
    “Non si può essere felici? Perché, pescare una bella orata proprio quando stai per tornartene a casa con un "cappotto” non è anche questa felicità?”.
    Così, con questa bella risposta al solito intruso che ci capita d’incontrare spesso e volentieri, me ne torno a casa con la speranza che domani si riconfermi il bel tempo.
     
     

     

     
  • 06 ottobre alle ore 15:06
    Il bar di "don Paolo"

    Come comincia: Racconterò di Paolo Martorano e del suo bar, luogo d’incontro per decine e decine di anni per gli abitanti di Melito e luogo di ristoro per tutti quelli che facevano “le vashe” ossia la discesa e la salita del Corso Garibaldi che sommava totalmente circa 760 m. 
    Il bar era situato proprio al centro del corso e quindi al centro del paese ed era rinomato per la pasticceria proprio del signor Paolo, artigiano pasticciere gia’ da giovanissimo. 
    Famosi erano i suoi “viennesi”,i cannoli e la biscottura, in particolare lo “stomatico”. 
    Nei primi anni ’60 il bar, nel retro fu fornito anche di un biliardo professionale dove i piu’ grandi si cimentavano in partite sia all’italiana che a carambola e goriziana tra di loro ed anche in qualche torneo in cui partecipavano giocatori di fuori paese.
    Ricordo ottimi giocatori come Pascaluzzu Curatola,il piu’ bravo della sua epoca, Pasquale Caristo detto “Lillu Sticca” appunto per la facilita’ di maneggiare la stecca di biliardo, che seguì subito dopo, e poi parecchi altri che non raggiunsero pero’ mai la loro bravura. 
    C’era anche uno dei primi televisori che furono portatori d’immagini dei primi quiz televisivi(in quelle sere c’era il pienone) e soprattutto calcistiche importanti come la finale del Campionato del Mondo del 1970 dove l’Italia di Valcareggi arrivo’ in finale contro il Brasile del grande Pele’ perdendo per 4 a 1 in una bella partita dopo una semifinale vinta alla grande contro la Germania pe 4 a 3 (partita passata alla storia piu’ della finale). 
    Io frequentai il bar per quasi 20 anni e posso dire che alla morte dei titolari, quando il bar passo’ ad altri gestori, non fu piu’ frequentato allo stesso modo sia per la pasticceria non all’altezza di "don Paolo" e sia per la gentilezza e il garbo con il quale servivano i clienti(senza offesa per i nuovi).

     
  • 05 ottobre alle ore 20:19
    Desiderio gradito...piacevole

    Come comincia: Già da tantissimo tempo ormai (quasi 40 anni), la passione della pesca ha del tutto coinvolto il 50% della mia vita, considerando il periodo che va da aprile a settembre, tranne qualche sporadica uscita a ottobre, novembre e dicembre (da gennaio a marzo non ne parliamo proprio…non m’è mai piaciuto pescare in quel periodo).
    Logicamente, questo non è stato bello per i poveri pesci che non hanno potuto evitare le mie belle e succulente esche ben nascoste tra gli appuntiti ami e nel mezzo di due file di scogli e lanciate sempre con la mente serena, rilassata e senza pensieri o guai (naturalmente fino a marzo scorso, con la prematura dipartita di mia moglie), perché è proprio così che il mare mi fa sentire sempre, anche se non ci fosse bisogno, perché cosa avrei voluto meglio dalla vita…una bella moglie (che purtroppo non c’è più), una figlia che non avremmo desiderato migliore…insomma una meraviglia di famiglia e quindi come sentirsi meglio di quando sei a mare, soprattutto alle prime luci del giorno, con quella brezzolina che ti rinfresca e ti schiaffeggia dolcemente?
    Dicevo che da tantissimo tempo ormai mi dedico con vivo desiderio alla pesca che mi ha finora sempre tanto divertito, fatto contento ma purtroppo sento questi anni (63) che inevitabilmente e purtroppo fanno scemare non solo questo tipo di passione.
    Adesso che sono in pensione però, devo dire che ultimamente, giorno per giorno, si è accesa un’ altra fiamma intensa, un altro desiderio vigoroso (tanto quanto l’amore per la pesca) che devo dire mi è gradito…è piacevole…e cioè quello di andarmene via…insomma di cambiare aria, di cercare nuovi stimoli per “rinfrescare” questa mia adorata passione per la pesca e perché no?...di girare un altro po’ per il mondo.
    Direte voi…dove vorrebbe andare una persona di 63 anni?
    Dove? Intanto, dopo qualche giro per qualche annetto, sistemarmi in un'isola scegliendola piccola…piccola e semideserta…insomma non troppo popolata.
    Sì mi sistemerei lì, dove con quella pace che m’immagino, me n’andrei sempre a pesca su delle belle e bianche spiagge, bagnate da acque di un blu trasparente, acque che qui da noi spesso sono sporcate e scurite da sporcizie provenienti e da terra e dal mare stesso, situazione questa che sembra inarrestabile fin quando tutti noi non ci si decida a denunciare chi e cosa determina questo stato di cose.
    Che devo dirvi di più?
    Magari con quella brezzolina di cui parlavo prima, farsi delle belle dormite rilassati, tranquilli e stanchi,  dopo una pescata coi fiocchi, sotto tante splendenti stelle che forse saranno anche più belle delle nostre…chissà.
    Forse penserete sia un sogno…può darsi ma sfido chiunque di voi chi non sogna tutto questo.
    Beh, oggi vi ho raccontato di questo mio, chiamiamolo desiderio, ma vi prometto che continuerò a raccontarvi quelle belle sensazioni che mi suscita sempre questo contatto col mare, fonte inesauribile di emozioni ch’è bello raccontare e far conoscere.
     
     

     
  • 28 settembre alle ore 16:10
    La bellissima epopea del "Kent Rugby Melito"

    Come comincia: Ormai son passati 40 anni da quando l'epopea del rugby, che in quegli anni '76, '77 e '78, grazie al signor Gino Coco, di Reggio Calabria, titolare del negozio di abbigliamento "Kent", situato all'inizio del corso Garibaldi e coadiuvato da dott. Santo Dattola e dal dott. Antonino Minicuci, portò a Melito una ventata di aria nuova per quanto riguarda lo sport, finì improvvisamente, e finì male perché bisogna avere, anche nello sport, la mentalità abbastanza aperta per far sì che ci si possa distinguere dalle mentalità chiuse. Questo lo dico e l'ho già scritto negli unici due libri che fin'adesso ho pubblicato, dove faccio presente che per vendetta ad un quasi pestaggio ricevuto con una squadra di Pellaro (RC), la mia squadra, il Kent Rugby Melito, fu squalificata per parecchi anni e quindi, per questo motivo, dato che tutti abbandonammo o, come me, partirono per altri lidi per lavoro, questo magnifico sport finì prematuramente confermando come qui da noi spesso capita, alcuni sport nascono, si affermano e poi, per qualche motivo scompaiono. Detto questo, vorrei spendere due parole a riguardo la bontà di quella squadra che, con partite vinte e perse, però avvincenti, ha lasciato un bel ricordo a Melito e nel suo circondario ed anche fuori. Incomincio intanto a far presente che, tra tutti quelli che ci applicammo in quei 3 anni splendidi in quello sport ritenuto da noi strano, perché eravamo del tutto disinteressati, solo io e mio fratello Pietro avevamo praticato un altro sport, il calcio, senza però eccellere e quindi, insieme agli altri cercavamo il riscatto sportivo almeno in uno sport che sembrava violento ma non lo era, se venivano rispettate le sue regole rigidissime. In quella squadra avevamo appreso i primi rudimenti del rugby da un bravo allenatore romano, che aveva militato in squadre di Serie B ed anche allenato nella stessa Serie, il quale c’inculcò in breve tempo e devo dire in modo chiaro tutto quello che serviva per poter giocare ed iniziare il Campionato di Serie C ed Under 23, quello sport per noi fin’allora sconosciuto. La squadra era composta fortunatamente da elementi che, a dire dell’allenatore, erano fatti proprio per amalgamare la squadra ad hoc e cioè: giocatori alti (2° linee), bassi e robusti (1°linee, i piloni ed il tallonatore), bassi e veloci (mediani di mischia), di media altezza e veloci (mediani di apertura, attaccanti o “avanti” ed estremi) e giocatori che raggruppavano in sintesi un miscuglio delle peculiarità di tutti (le 3° linee). La squadra, in base agli schemi impartiteci dall’allenatore, veniva guidata dai due mediani, di mischia e d’ apertura (io, Lillo Sergi o Ninetto Coco e mio fratello Pietro Sergi o Pino Sarica che, in base anche alla nostra fantasia cercavano di aprire una falla nello scacchiere difensivo degli avversari e certe volte ci si riusciva certe volte no anche perché gli avversari erano molto più preparati di noi , avendo essi molto più anni d’esperienza di noi, cadetti alle prime armi che anche se dal punto di vista tecnico-tattico ancora eravamo inferiori, mostravamo una grinta ed una voglia di primeggiare, vincere, fuori dal comune e questo si notava quando, soprattutto il pubblico avversario ci applaudiva a scena aperta. Senza minimizzare gli altri ruoli che erano importanti perché gioco di squadra, il secondo ruolo, diciamo, che più garantiva la forza d’ urto nella conquista della palla e che erano i primi ad arrivare su di essa, essendo situati all’ esterno della mischia, erano le due 3°linee (Mario Lampada, Filippo Scapolla (che copriva spesso anche il ruolo di "pilone"), Pizzimenti (di Reggio Calabria) e tanti altri che si alternavano nel ruolo come Marcello Saitta, Peppe Minniti, Roberto Attinà, Masino Laganà e tanti altri che poi si aggregarono alla squadra il 2° anno. L’altro ruolo anch’esso di forte impatto nella conquista della palla erano i cosidetti “piloni” ed il “tallonatore” (Giovanni Cuzzucoli, Gulino, Gennaro Ambrosio, Franco Saitta) che oltre che conquistare la palla nelle “mischie chiuse”, dovevano arginare anch’essi gli attacchi degli avversari. Poi vi erano le 2° linee, (Roberto Minicuci, Mimmo Sgrò, Giancarlo Liberati ed altri del 2° anno come Santo Cuzzocrea, che erano praticamente i fac-totum della squadra e cioè erano quei giocatori dalle lunghe leve che, oltre a "legare" la 1°linea con le 3° linee nelle "mischie chiuse" per la conquista della palla, saltavano per prendere la palla nelle "touches" cioè nella rimessa laterale da dove poi, anche da lì partiva l'azione d'attacco. Azione d'attacco che veniva eseguita dai giocatori veloci, dai cosiddetti "avanti" (anche io, Ninetto Coco, Benedetto Fortunato (detto Apache), Francesco Schimizzi (detto "Marmitta") Paolo Nucera (detto Pilindio) e tanti altri, anch'essi del 2° anno come Dino Sgrò, Giuseppe Martino e Giovanni Caridi e dall'"estremo" Mario Andrianò (quasi mai infortunatosi e quindi quasi sempre presente) ed anche Romanò (detto Canguro, il quale si cimentava anche come attaccante) praticamente ruolo che fungeva come il "libero" nel calcio, ultimo baluardo alle offensive avversarie). Ecco, questi eravamo in larga parte coloro che hanno lasciato un bel ricordo di quello sport che, anche se non tanto amato per l'impatto visivo della durezza degli scontri fisici ma che per la nostra determinazione su ogni palla da conquistare, abbiamo fatto sì a far conoscere uno sport fin'allora non conosciuto dalla maggior parte della gente melitese e dintorni anche se allora a Reggio Calabria (motivazione principale del Presidente Gino "Kent" Coco a creare la squadra essendo un appassionato di rugby) la squadra della città militava in Serie A con qualche giocatore in Nazionale e qualche straniero di ottimo livello. Bel ricordo che, come detto sopra, si tramutò in brutto ricordo perché, alla fine, non è che noi si abbia fatto una bella figura compiendo la vendetta, dimostrando che nello sport questo sentimento non deve esistere perché sconvolge del tutto il termine "sportivo" che intende che una persona forte, solida e robusta dev'essere un combattente, un lottatore e non un vendicatore e comunque, il rancore, la vendetta non portano a nulla, di qualunque cosa si parli.

     
  • 26 settembre alle ore 8:39
    L'aria di mare

    Come comincia: Che c'è di più bello che arrivare sul luogo prescelto, per piazzare le canne da posta ed insidiare qualche bel esemplare di orata o sarago, mentre il sole fa capolino da dietro qualche pezzo di montagna e mentre un venticello dolcemente ti rinfresca quando, trafelato, incominci ad adoperarti per lanciare in acqua le esche belle fresche e prelibate.
    Te la gusti quell'aria rigeneratrice soprattutto se la notte caldissima t'ha infuso una tal stanchezza da non farti dormire...
    Sì... ci vuole proprio perché ti rianima, così fresca e delicata.
    Sì...mi deliziano tantissimo quei soffi d'aria salata che sanno di mare e mi fanno anche meglio respirare da quando non fumo più.
    Devo dire che quell'aria salmastra sempre portata da un venticello gradevole che ti sferza il viso è anche una bella compagnia perché, anche se solo, non mi son mai, e dico mai, sentito solo.

     
  • 22 settembre alle ore 20:50
    Amo il mare… immensamente

    Come comincia: Approfittando di una splendida giornata di sole, decido di andarmene al mare per pescare, attualmente il mio hobby principale che mi aiuta anche tanto in questo periodo molto triste e difficile.
    Solitamente, non so descrivere cosa provo ogni volta che mi avvicino alla spiaggia…è un’emozione grandissima ed è come se ci andassi per la prima volta.
    Vedere il mare così splendido nei suoi colori all' orizzonte fondersi con il cielo, mi fa sentire più vivo, felice, libero.
    Dopo qualche ora, mirando l’Etna che mi fa compagnia ormai da tantissimi anni, mi sollazzavo a passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia mentre le piccole onde mi bagnavano i piedi con quell’acqua ancora fredda che mi rinvigoriva e con la brezza che delicatamente mi accarezzava il viso.
    Ah… come avrei voluto stare ancora per altre ore ed ore… non l' avrei mai lasciato e questo mi capita sempre ma purtroppo dovevo andare, consapevole come sempre che ancora tanti giorni simili si ripeteranno, se Dio vorrà, come succede già da tempo ormai lontano.
    E’ anche il mio unico e vero confidente perché lì in spiaggia gli affido i miei pensieri ed anche per questo devo dire che anch'esso, come il Mongibello, è un'ottima compagnia.
    Sì… come amo la vita, il mondo, io amo il mare… lo amo immensamente.
    Mi piace sempre rimanere lì, estasiato nella mia piccolezza a completare la sua bellezza e maestosità.
    Per me questo è vita e me lo trasmette sempre con il suo continuo movimento, quasi a volermi dire continuamente: “Vai avanti Lillo… la vita continua… non ti devi fermare… fai come me”.

     
  • 19 settembre alle ore 8:03
    Una voglia ch'ancor sento

    Come comincia: Il vento stamane era calato e allora in un niente preparo la borsa con le esche e una bottiglia d'acqua ghiacciata e mi avvio verso il luogo di pesca, accompagnato dal solito grugare dei colombi che nella mia zona ormai sono tanti e fastidiosi soprattutto la mattina presto.
    Arrivo nella solitudine totale mentre l'aurora come al solito mi lascia incantato con quei colori così intensi.
    Il mare quasi non si muoveva e questo già mi dava subito un senso di rilassatezza che non provo mai in nessuna situazione, tranne di quando stavo insieme a mia moglie e mia figlia o adesso solo con mia figlia e penso anche quanta gente dal carattere iracondo magari si calmerebbe se prendesse la passione per la pesca in mare, lago o fiume.
    La brezza marina m'accarezzava il viso delicatamente mentre, tra i gabbiani che scappavano via al mio incedere sulla battigia, raggiungevo il posto scelto per pescare.
    Beh...mi sembrava la giornata ideale per una buona pescata...solo soletto, mare che sembrava, come si suol dire, "liscio come l'olio" e quasi bianco visto dalla mia posizione di marcia, aria fresca, l'Etna che appariva quasi giocando a nascondino tra le nuvole...cosa vorrebbe di più un pescatore?
    Incomincio bene pescando una cernietta...chissà cosa riserverà ancora questa splendida giornata di settembre.

     
  • 12 settembre alle ore 18:05
    W la pesca!

    Come comincia: È luogo ormai comune dire che l'Italia è un Paese di navigatori, inventori, artisti di ogni genere e soprattutto poeti ed anche buoni pescatori agonistici e non.
    Io, comunque, (a parte di essere stato un inventore negli anni giovanili e studenteschi quando me le inventavo tutte per cercar di fregare i miei genitori raccontando balle su balle quando marinavo la scuola o ero impreparato se venivo interrogato), so andare in barca (a remi), a detta di esperti del settore sarei anche un poeta e sono un pescatore (di livello medio-basso) per hobby (solo e unico). 
    Per quanto riguarda che mi definiscano un poeta dicono che se nel contenuto degli scritti si riesce a trasmettere il messaggio attraverso le immagini suscitate dal ritmo e la musicalità dei versi (ch'è la cosa più importante) allora si è un poeta ed avendo i miei scritti questa peculiarità mi annoverano nella categoria dei poeti.
    Di andare in barca e remare ormai ci vado solamente coi ricordi e quindi è meglio lasciar stare.
    Tutt'altra cosa invece è star a parlare dell'essere pescatore e quello che sento nel cuore e nella mente quando pratico questo hobby per me bellissimo, impegnativo ma allo stesso tempo di un rilassamento quasi unico.
    Intanto vedere l'alba e gustarsela è quasi indescrivibile e comunque in qualche modo l'ho descritta in molte mie poesie che poi inserirò nel mio prossimo libro dal titolo definitivo "Io e..." nelle pagine "Io e il mare".
    Non è solo questo però...
    Vi è anche la passione (che un pò sta scemando a causa di vicissitudini negative private, che non sto qui a raccontare), perno della vita di chi se la vuol godere.
    Personalmente la passione per la pesca in mare e da terra è arrivata tardi e cioè quando son rientrato trasferito da Sondrio dopo ben 12 anni di lavoro in Poste Italiane e dove avevo incominciato a pescare nei laghi e fiumi dove non era necessario alzarti all'alba, momento, per quanto riguarda il mare, di frenesia alimentare di pesci anche di taglia notevole.
    Dico ch'è arrivata tardi poichè mio cognato Antonio, anch'egli appassionato di pesca ma soprattutto all'inglese, mi diceva che bisognava svegliarsi alle 04 per poter essere almeno alle 04,30 sul luogo di pesca e questo proprio non mi garbava, prima di tutto per l'orario, poi perché avevo la figlia piccolissima e immagino si sappia quanto sia stressante gestire una situazione simile durante le vacanze...anzi dirò di più...
    Io amante del mare, uomo di marina, scappavo dal mare dopo 3 settimane perché non vedevo l'ora di rientrare a Sondrio, riposarmi anche lavorando e pescare...vedete voi...
    Adesso, dopo 16 anni dal rientro in Calabria, toglietemi mare e pesca e faccio una strage.
    La pesca che pratico è la ledgering, varie volte con la bombarda per aguglie e lecce, all'inglese e spesso a fondo e con canne che non superano i 300 gr. perché, non potendo usare il braccio sinistro (per una frattura al gomito avuta a 4 anni) mi stanco presto e quindi la pesca a fondo è ormai la mia preferita con filo al mulinello del 18, piombo ad oliva scorrevole su lenza madre, finale con amo (di vario tipo in base al pesce da insidiare) che va dal 6 a massimo 12 su filo del 12/16.
    Aspetto positivo della pesca è che giri, vedi nuovi posti, incontri gente nuova, posto e gente che forse mai conosceresti.
    Cosa che m'è successo ma non durante la pesca ma mentro ero in vacanza all'isola di Ortigia e mentro cercavo un luogo adatto per pescare.
    E chi t'incontro al porto sulla via marina di Ortigia?
    Niente popodimenoche: il grande Salvatore Zenga tutto concentrato vicino a un altro grande: Alessia Giovanni Barone.
    Arrivo proprio mentre il Barone allama una leccia e dopo la presentazione e qualche domanda, mi indica lo Zenga, seduto sulla sua destra, al quale mi avvicino e mi presento.
    Devo dire ch'è stato piacevole parlar con lui ed il Barone, persone serie e simpatiche che mi hanno dimostrato in meno di mezz'ora il loro esser pescatori esattamente da come traspare dai giornali o programmi del settore.
    Dopo una breve chiacchierata li saluto, in particolare lo Zenga col quale ci proponiamo di sentirci sui profili di Fb e Messenger come stiamo in effetti facendo.
    Intanto stamattina, dopo più di 2 settimane, ho deciso, dato il bel tempo, di provare un luogo suggeritomi per delle buone triglie: a Pilati, frazione della mia città, Melito di Porto Salvo (RC) e così è stato...una triglia di circa 180 gr. 
    Poi si è alzato un forte vento grecale che mi ha costretto a ritirarmi con uno scarso carniere che però mi evita il cappotto, termine odiato da chi pesca.

     
  • 22 gennaio alle ore 17:20
    U cafetteri

    Come comincia: Ricordo che quando ritornai a Melito, dopo tanti anni vissuto fuori, incontrai un vecchio comunista detto “'u cafetteri” che, conosciutomi a malapena e solo dopo avergli detto “sugnu ‘u figghjiu 'i Sciavè “u pintu” mi abbracciò con forza e mi disse : -ciao, "compagno"-.
    Da quanto tempo che non sentivo la parola "compagno"...
    Un paio di decenni di sicuro...appunto dal 1968 e immediatamente, nel vedere e nell'abbracciare il vecchio "comunista", rivedevo le sezioni invase dal fumo, le discussioni che duravano fino a notte fonda, la passione che noi giovani e loro, gli anziani del partito, mettevamo in ogni cosa, in tutte le battaglie, in tutti i discorsi.
    Mi tornano in mente "il centralismo democratico", "la via italiana al socialismo", i discorsi dei membri della direzione, del"comitato centrale” (Ingrao, al cinema “Dattola”), l'eskimo, i capelli lunghi (!), le marce (più a Reggio, per la verità) contro la guerra in Vietnam, il "sessantotto", gli anni di piombo, gli scioperi all'Università, il "movimento della pantera" (che io lo ritenevo giusto ma un po’ violento), l’unione e la solidarietà tra operai e studenti, Moro, Berlinguer, Almirante, Craxi, Ingrao, Lama e tanti altri protagonisti di quegli anni.
    Quanti sforzi e quante battaglie per dimostrare che il comunismo italiano era diverso da quello sovietico; quanto impegno per la libertà, l'uguaglianza, la solidarietà.
    Magari litigavamo su una frase di Pajetta o di Amendola ma poi ritornavamo ad abbracciarci.
    Volevamo un mondo migliore, una scuola più libera e più aperta, volevamo la pace in tutte le parti del mondo, lottavamo contro la fame, rifiutavamo il razzismo, volevamo l'uguaglianza di tutti gli uomini, di tutte le razze e di tutte le religioni.
    Negli occhi del “cafetteri” ho visto quello che da tempo percepivo in mio padre, morto nel marzo del 1979: la sconfitta lasciato dalle tracce profonde dovute a queste delusioni e la notai soprattutto sul suo volto ormai vecchio e stanco.
    Tanti che come lui credevamo negli stessi ideali abbiamo svenduto la nostra anima e salvato il corpo perché adesso abbiamo la macchina bella, qualcuno magari la villa favolosa, un bel conto in banca, ma non abbiamo più quell'anima.
    Il “cafetteri” allora mi salutò con gli occhi lacrimanti; io l’ho abbracciato e l’ho baciato perché gli volevo bene come tutti i vecchi amici di mio padre e a tutti quelli come lui che avevano sofferto e vissuto sulla propria vita tutte le negazioni e le incoerenze da essa ingratamente regalate ma che comunque, fino alla fine, non si arresero mai.
    È stato bello per quelli che hanno e abbiamo vissuto quel periodo ma adesso è andato.
    Viviamo un' altra realtà...diversa...un’altra società.
    Certo quel periodo ha cambiato tantissimo la società ma ora bisogna confrontarsi con la realtà odierna e smetterla definitivamente di guardarsi indietro, perché si sa, tante cose possono ritornare ma il passato, quello proprio no.

     
  • 07 gennaio alle ore 1:17
    Viva la semplicità

    Come comincia: Mi capita spesso con gli amici d' infanzia, soprattutto con quelli che lavorano lontano fuori Melito e che ritornano per trascorrere insieme ai parenti le festività natalizie o le ferie estive, di ricordare con nostalgia le nostre vacanze sia natalizie che estive che passavamo qui a Melito...soprattutto quelle estive. Devo dire... bei tempi passati...stavamo bene veramente e più in acqua che fuori. Facevamo il bagno persino col mare in tempesta, rischiando un pò e quando le onde ci sbattevano a riva, ridevamo a crepapelle e a lungo, come degli scemi. Devo dire la verità...vorrei una bacchetta magica per poter fare tante cose...per eliminare, per esempio, tante brutte cose che tutti possiamo immaginare ma la vorrei anche per poter tornar indietro e rivivere quei tempi, di tornare indietro nel tempo in quella Melito, allora piccolo paese, dove sono nato e dove ho trascorso la fanciullezza e la giovinezza fino a quasi 20 anni. Adoravo il vecchio bar Martorano dove ho bevuto il caffè più buono della mia vita con il suo aroma che aleggiava nell'aria quando si passava di là per incontrarci ed avviarci per la "spiaggia del "Checco"". Oltre a vari bar e negozi di vario genere che c'erano sulla strada che portava al mare vi erano anche gli alberi del viale così grossi e alti da far fresco, d'estate, all'Ospedale "Tiberio Evoli" ch'era stato costruito proprio sul quel viale intitolato a Giuseppe Garibaldi...semplici alberi ma bellissimi. Sì...niente di più bello che la semplicità della natura e, senza dubbio, grazie a quel viale che ritenevo bello, ho imparato nel tempo che le cose più belle sono, veramente, le cose semplici. Purtroppo, noi uomini, spesso non apprezziamo la semplicità. Infatti quei bellissimi alberi sono stati eliminati per far posto a delle palme che sì...saranno anche belli ma non hanno la naturalezza degli altri, antichi di secoli e perché no...per me magici.

     
  • 30 ottobre 2017 alle ore 19:19
    Una bella giornata

    Come comincia: Bella giornata che trascorsi qualche anno fa, grazie agli amici bagaladesi, in primis il Sindaco Curatola, il di lui figlio Federico e dal vice-sindaco Toscano che mi accolsero sul pullmann, per quella trasferta a Bagheria, per gli ottavi di finale di Coppa Italia Nazionale Dilettanti che si disputava tra l’Omega Bagaladi ( RC) e la squadra locale.
    Dopo un lungo e tranquillo viaggio, per quasi quattro ore, fummo accolti dapprima dall'allora Presidente del Bagheria Provenzano e accompagnati al ristorante "Aries", dove poi incontrammo il Sindaco in carica della città, il giovane Biagio Sciortino, il quale si dimostrò persona veramente amabile, avendo offerto al collega Curatola dei libri e depliants di Bagheria e poi ci accompagnò al vicino Museo di Guttuso, vero gioiello culturale, ancora in pieno allestimento.
    Devo dire, con tutta sincerità, che l’accoglienza fu di prim’ordine, sia per la signorilità dimostrata da tutti, compreso lo sponsor, sia per la simpatica curiosità che dimostrarono nel chiedere di Bagaladi, cittadina di appena 1.000 abitanti, che da un paio d’anni era assurta agli onori del calcio che contava.
    Complimenti davvero!
    Pensai, avendoli conosciuti, che sicuramente, sarebbero stati accolti allo stesso modo, se non meglio, sia dal Sindaco Curatola che dal triumvirato che presiedeva la squadra di Bagaladi, Maesano-Maesano-Villari.
    Passo ora, dagli appunti che avevo in archivio, a descrivere la bella partita alla quale assistetti in mezzo ad un pubblico veramente scarso per un citta da quasi 70.000 abitanti.
    La partita finì 2 a 2, ma l’Omega avrebbe meritato di portare a casa la vittoria che avrebbe assicurato, quasi al 100%, il passaggio ai quarti e se l'avesse ottenuta, nessuno avrebbe avuto niente da dire.
    Dopo l’inizio stentato dell’ Omega che stava ancora studiando gli avversari, il Bagheria colpì a freddo con l’ottimo Marino che improvvisamente, ricevuta la palla quasi al limite, tirò una bordata ad effetto che sorprese Tiziano che, anche disteso in tuffo disperato, non riuscì ad intercettare la micidiale palla.
    1 a 0.
    Ma l’Omega Bagaladi, conscia della sua forza, incominciò a macinare quel bel gioco che la contraddistingueva da quando ne aveva preso le redini il nuovo mister, il bravo Campolo.
    Infatti, allo scadere del tempo, in seguito ad una bella azione corale, pervenne al pareggio con Aquilino che fu bravo ad evitare dentro l’area un difensore e a colpire la palla a colpo sicuro infilandola nell’angolino alla destra del portiere locale.
    1 a1.
    Dopo, praticamente per tutta la partita, l’Omega condusse le danze, seminando il terrore tra le file difensive avversarie, soprattutto con Di Maggio e Corona, supportati da un pressante Catalano, dalla solita ottima regia di Aquilino e da Bonanno e Pipitò, sempre in contrasto sugli avversari.
    Il raddoppio dell'Omega, arrivò all'inizio del 2° tempo, da un'incursione sulla sinistra, cross al centro per Corona che colpì bene ma sul portiere che respinse alla bell'e meglio ma sui piedi di Di Maggio che con la solita calma bloccò la palla e la indirizzò in porta senza scampo per il portiere bagarese.
    2 a 1.
    Ma come c’insegna il calcio che se non sfrutti le occasioni da goal poi va a finire che il goal lo subisci, il Bagheria, verso il 70° minuto, con un fortunoso goal derivato da un batti e ribatti in area, ottenne il pareggio con Vipes, con la palla che colpita in modo strano superava Tiziano, sbatteva sul palo e beffardamente s’insaccava, lasciando noi tutti sugli spalti di stucco.
    Comunque bella partita, condotta benissimo da tutta la terna arbitrale, con parecchi ammoniti per falli di gioco normali, con pubblico corretto, rovinato solo nel finale da un battibecco tra due giocatori che veniva sedato, un po’ con difficoltà, dalle dirigenze di entrambe le squadre.
    L'Omega Bagaladi passò poi il turno, giocando al ritorno in casa una grande partita, non cullandosi del pareggio ottenuto in trasferta, dimostrando così di aver raggiunto una mentalità moderna d'intendere il gioco del calcio sia quello che si era detto fin’allora (ed anche lì a Bagheria) della squadra e cioè "Squadra stellare”.

     
  • 03 luglio 2017 alle ore 17:43
    Mio padre...Saverio Sergi, "u pintu"

    Come comincia: Mio padre, Saverio Sergi detto "u pintu" (dipinto) per le macchie del vaiolo contratto da bambino, calzolaio e fervente comunista... italiano...diceva lui e a capo di una famiglia che, come tantissime dei suoi tempi, era numerosa e composta da 6 fratelli ed 1 sorella di cui 2 non ci sono più ed io ero il più piccolo.
    Non ho mai saputo il perché mio padre aveva un debole per me…(non so…forse perché ero l’unico che aveva continuato gli studi e quindi riponeva una speranza in me…non so) e aveva gesti verso di me estremamente cari e pieni d’affeto ma anche duri per impartirmi l’educazione giusta ed anche ai miei fratelli…naturalmente.
    Questo lo dico perché non era uno che faceva molte smancerie e non dimostrava a parole il suo affetto e penso che in 24 anni (avevo quest’età quando è mancato) lui non mi abbia mai detto ‘ti voglio bene’. 
    Sia a me che ai miei fratelli non ci ha mai abbracciato e nemmeno ci ha mai baciato se non in rare occasioni, nè tanto meno ci ha mai accarezzato ma il suo affetto ce l’ ha dimostrato sempre e giornalmente con piccoli gesti in quel poco tempo che aveva fuori dal lavoro: una disponibilità illimitata, abbracci al momento giusto, la parola giusta al momento giusto, la sua presenza al momento giusto…insomma …una persona equilibrata ma con pochi sorrisi, a dir la verità.
    Abbiamo imparato a capire il suo modo di fare e di essere e lo rispettavamo.
    Lo dico senza peli sulla lingua: mi ritengo fortunato per aver avuto un padre così....per tutto quello che mi ha insegnato e per esserci sempre stato. 
    Penso di non avergli mai detto ‘ti voglio bene’ a voce e devo dire che a volte mi sarebbe piacuto dirgli tutto ciò che penso... dirgli quanto lo stimavo, quanto per me era importante e quanto gli volevo bene sebbene la sua durezza per il rispetto delle regole familiari.
    Mi piacerebbe dirgli che se oggi io sono così lo devo soprattutto a lui (e ovviamente anche a mia madre), che con enorme pazienza mi ha insegnato tante cose... cose importanti come l'onestà, la lealtà, la semplicità, l'umiltà, la correttezza, il rispetto per ogni essere vivente...dalla natura all'uomo, il non perdersi d'animo e la voglia di fare qualcosa per gli altri. 
    Negli ultimi tempi, prima di mancare parlavamo molto e mi ha insegnato tante altre cose.
    Mi ha insegnato che prendersi cura della natura e degli animali significa poi prendersi cura di sè stessi e dell'uomo. 
    Mi ha insegnato che sognare non fa male se si tengono i piedi per terra e che è giusto inseguire i sogni. 
    Mi ha insegnato che tutto si può fare, basta impegnarsi e provarci. 
    Avrei voluto poter trovare un modo per fargli capire quanto gli sono stato grato per tutti quei 24 anni e dirglielo in faccia ma non ho fatto in tempo…purtroppo.

     
  • 02 luglio 2017 alle ore 11:30
    Sorrisi da trasmettere

    Come comincia: Ho menzionato i miei genitori, Sergi Saverio e Surfaro Concetta, in varie poesie in vernacolo calabrese ma questo che oggi mi va di raccontare li riguarda in un giorno particolare.
    Gli ero attaccatissimo e ancora oggi, a tantissimi anni dalla loro dipartita, rivolgo un pensiero soprattutto negli anniversari di morte e nelle feste tradizionali.
    Racconterò di quando compirono i 25 anni di matrimonio che non festeggiarono come si usa adesso ma in modo sobrio e con mia madre che cucinò come fosse una domenica come tante altre e con i figli che comprammo delle paste e dello spumante per brindare con loro a quell'evento importante che avevano raggiunto.
    Avevo 12 anni e ricordo che stetti bene veramente perché, come mai negli anni passati, li vidi allegri e sorridere veramente di cuore.
    Ricordo che la cosa che mi lasciò anche un pò meravigliato, perché in famiglia non succedeva spesso, essendo noi figli un pò restìi a rispettare delle regole, e non solo familiari, ch'egli voleva rigidamente impartirci, è che ho visto mio padre ridere di gusto ed è stato bellissimo, abituato a vederlo spesso corrucciato e arrabbiato con me ed i miei fratelli.
    Poi ricordo i sorrisi di mia madre che invece lei elargiva spesso e che poi, purtroppo, finirono con la malattia di mio fratello Ninì e con la sua morte.
    Vederla godersi quella giornata mi riempì di una felicità così immensa che non riesco a descrivere e proprio quel giorno mi resi conto, vedendola così felice, di volerle un bene infinito.
    Volevo bene a entrambi ma mentre il rapporto con mio padre era diverso, poiché scoprivo giorno per giorno, in base ai suoi consigli ed insegnamenti, ch'ero simile a lui, per mia madre invece sentivo quel "qualcosa" in più che me la faceva voler bene in modo più intenso e particolare rispetto a lui e certamente avrei fatto di tutto per vederla sempre felice come quel giorno.
    Comunque, tutti quei sorrisi ed emozioni provati soprattutto da loro quel giorno, aumentarono nel momento del brindisi e così felici a loro volta resero felice me ed i miei fratelli per vederli così lieti in quel bellissimo evento che, per colpa del destino, non si sarebbe più ripetuto.
    Questa giornata è rimasta indelebile nella mente e nel cuore e avrei voluto che si fosse ripetuta negli anni a venire ma purtroppo la vita, come riserba gioie riserba anche dolori e anche se si dice sempre e banalmente che "bisogna andare avanti", sì...si va avanti ma non sarà più lo stesso.
    So solo che i sorrisi di quel giorno bastano ed avanzano per me per poterli, come già sta succedendo, trasmetterli sempre e comunque alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia e perché no...al mondo intero.

     
  • 02 luglio 2017 alle ore 11:19
    Prendi l'arte e mettila di parte?...macchè!!!

    Come comincia: Guardando un video e lieto della tenerezza e della simpatia della coppia protagonista che fa manualmente il pane casereccio, mi vengono in mente tanti mestieri ma tra questi ricordo quelli che ritengo i più importanti perché di gran lunga più in uso e che adesso sono quasi scomparsi come per esempio i calzolai, dei quali a Melito di Porto Salvo si sono perse le tracce.
    Tra questi vi erano Domenico (Mico) Scordo, Scapolla e mio padre che, a detta dei melitesi, miei compaesani, come loro ce n'erano pochi bravi nel rattoppare scarpe e, nel caso di mio padre, anche a farle nuove.
    A dire il vero anche panettieri ce n'erano poco e tra questi Ciccio (Baffa) Toscano del Paese Vecchio (che dicevano facesse il miglior pane con i famosi "biscotti di pane"), Saverio Tripodi alla frazione Lacco e Benito Romeo al rione marina; con loro ricordo che in casa avevamo sempre buon pane fresco e fragrante.
    Di falegnami non ce n'erano neanche tanti ma questi pochi erano veramente bravi come i "maestri" (come venivano definiti) Salvatore (Turi 'u nòbili), Pietro Patera e Giacomo (Black) Romeo che fra i tre era il meno richiesto.
    Devo far presente, per diritto di cronaca, che, sebbene tutt'e tre fossero accaniti fumatori, non vi fu alcun caso d'incendio nelle loro falegnamerie.
    Come dicevo questi mestieri erano pochi mentre ora sono meno di poco e se adesso le scarpe che possono esser riparate le butti e le compri nuove come le porte o le finestre o i portoni, un motivo ci sarà.
    Tra i tant'altri mestieri solo il panettiere ancora resiste e che, vuoi per l'importanza del prodotto o per il fatto che gli odierni supermercati sono provvisti di panettieri ed anche bravi, fan sì di aver tutti i giorni sulla tavola del pane di ottima fattura e di tutte le speci e forme possibili ma che io, personalmente, non cambierei con quello dei maestri panettieri della mia fanciullezza che ancora ne ricordo il profumo che aleggiava in cucina quando mia madre, dopo averlo ricevuto perché, (come il Toscano) lo portavano anche a domicilio, lo adagiava sulla tavola dopo averlo affettato delicatamente.

     
  • 02 luglio 2017 alle ore 7:52
    Dolci ricordi

    Come comincia: Oggi è stata una splendida giornata di sole e so che parecchi amici e conoscenti si sono riversati al mare a prendere il sole e a tuffarsi…dove sarei andato volentieri anch'io ma, purtroppo, lavoravo.
    Penso però che anche con un caldo asfissiante mi sarei incamminato volentieri in uno di quei sentieri su in collina in cui puoi trovare e raccogliere more, lamponi, mirtilli e farne poi un'ottima marmellata.
    Allora la mia mente è ritornata indietro nel tempo quando ancora ragazzo, d'estate, insieme agli amici partivamo per raccogliere questi frutti di cui eravamo golosissimi (soprattutto delle more, in una zona in cui se ne trovavano tante) perché poi le nostre mamme insieme alle nonne facevano le marmellate.
    Mi ricordo ancora il profumo che si spandeva per tutta la casa, quando bollivano: un odore inconfondibile, intenso.... di buono.
    Mi ricordo anche che era una delle poche cose che mangiavo volentieri, spalmata su delle fette biscottate o su una fetta di pane casareccio insieme a un pò di ricotta fresca insieme al latte appena munto.
    Sapori di una volta che non ho più ritrovato.
    Se ci penso e chiudo gli occhi mi ritrovo ancora lì, nella casa colonica di zia Cata in cui ho trascorso i migliori anni della mia infanzia... gli anni più spensierati e felici della mia vita....

     
  • 20 maggio 2017 alle ore 16:39
    Il bar Serranò

    Come comincia: Uno dei più noti bar di Melito di  Porto Salvo che a partire dalla fine degli anni ’60 ha fatto tendenza soprattutto per i non melitesi, è (o meglio è stato) il bar Serranò. 
    Era e lo è ancora, situato sulla via Nazionale a ridosso del lungo e bel Viale delle Rimembranze che come il Corso Garibaldi, il Paese Vecchio, la piazza della stazione ferroviaria, la piazza di Porto Salvo, la piazza dell’Immacolata e tante altre zone è stato oggetto del piano dell’abbellimento estetico previsto per la città già da tanti anni. 
    Proprietari del bar, gelateria pizzeria e rosticceria, sono i fratelli Serranò Giovanni, Diego, Roberto, Massimo e Sandro, che, alla morte del loro papà Tito, ne hanno rilevato, logicamente, la gestione insieme alla madre. 
    Nel 1980, io vi lavorai nel periodo estivo da giugno a settembre e devo dire che allora, non essendo ancora così grande e con annessa la pizzeria e la rosticceria, il bar era affollatissimo soprattutto di sera e frequentato tantissimo da clienti affezionatissimi che venivano dall’entroterra ed anche da Reggio città e paesi limitrofi per gustare il rinomato gelato e le granite di “don Tito”. 
    Ricordo che io, lavorando dalle 14,00 alle 01,00 di notte, alla fine ero stanco ma la “sbirciatina” al “Petit Paradis" era d’obbligo e questo mi portava ad alzarmi non prima delle 12,00, andare al mare, rinfrescarmi, pranzare di corsa e ritornare al lavoro sempre stanco. 
    Proprio per questa mia stanchezza che non m’impediva lo stesso di essere efficiente sul lavoro una sera ne combinai una bella. 
    Dopo aver preparato il vassoio con vari gelati, granite e bicchieri d’acqua (almeno 15 pezzi) e aver preso lo scontrino alla cassa, stavo avviandomi verso il tavolo dei clienti, quando sentì una voce che mi chiamava, facendomi girare di scatto. 
    Malauguratamente dietro di me c’era la signora Mimma, moglie di “don Tito” che, avendo dimenticato io di prendere i fazzolettini, me li voleva dare per portarli al tavolo. 
    Quando mi girai presi in pieno la signora, che, essendo più bassa di me fu presa in pieno volto. Cadde all’ indietro con tutto il vassoio addosso pieno di gelato, granite e acqua facendo un rumore fragoroso che fece sobbalzare tutti i clienti seduti dentro e fuori del bar. 
    Fortunatamente la signora non si fece male e finì che ci mettemmo a ridere per sdrammatizzare la cosa. 
    Sicuramente se non fossi stato stanco, non sarebbe successo. 
    Comunque quell’ estate, lavorando lì ebbi il modo di conoscere molta gente e molte “prede estere locali”. 
    Il bar, negli anni a seguire, s’ingrandì e si rinnovò continuando a fare tendenza sempre con molti clienti provenienti da Reggio Calabria.
    Adesso con il Lungomare dei Mille e qualche bar in più che fa concorrenza anche apertosi vicino, il bar Serranò è meno frequentato ma è usato adesso anche per vari avvenimenti tipo compleanni, battesimi, comunioni e talvolta per convegni. 
    Da qualche anno è diventato nun albergo a 5 stelle; quell’ albergo che manca da sempre ad una città come Melito e che speriamo, gestito da questi giovani e bravi imprenditori, farà sì che almeno da questo punto di vista sia più apprezzata nel futuro che ci auguriamo sia, economicamente e turisticamente, più florido.

     
  • 28 aprile 2017 alle ore 19:10
    Il chiosco "da Turi"

    Come comincia: Sui luoghi di mare che venivano frequentati negli anni '70 a Melito di Porto Salvo e che comprendevano varie zone a partire dalla frazione Pilati per finire ad Annà, menzionerò un chiosco che fin dalla fine degli anni ’60, è stato frequentato da parecchia gente della città ma soprattutto dei quartieri Porto Salvo, Sbarre, S. Leonardo e si chiamava, prima, “da Pennestrì” e poi, alla morte del proprietario, il signor Nino, ”da Turi”, il figlio anch’egli adesso deceduto.
    Questo, rispetto ad altri bar e chioschi che menzionerò fungeva solamente da bar, mentre dal lato opposto, vi era tutte le estati, un capanno dove si vendevano le angurie che la famiglia vendeva anche sulla via Nazionale, nei pressi del bar Serranò (bar nel quale io vi ho lavorato e di cui vi parlerò in seguito, raccontando anche qualche aneddoto) e che ormai non esiste più, sostituito da un albergo sempre gestito dalla famiglia Serranò.
    Una particolarità che aveva questo chiosco rispetto agli altri, era che gli abituali frequentatori ed anche avventori giocavano spesso al “patruni e sutta”, gioco di società o meglio, di compagnia, (anche questo menzionerò parlando del “Checco”), dove lo scopo principale del gioco è quello di bere, magari ubriacandosi, lasciando gli avversari o qualcuno “all’urmu” (all’asciutto); e questo dopo vari trucchi di parole e giochi di squardi e movimenti di bicchieri e bottiglie.
    Il gioco si poteva svolgere sia con la conta che con le carte e con tutti i tipi di bevande.
    Il chiosco era stato fatto tutto nuovo e in legno ed era frequentatissimo anche perché dov'era situato vi era la piazza di Porto Salvo, anch’ essa fatta nuova, di fronte al Lungomare dei Mille e quindi di passaggio continuo di auto e vari mezzi come bici, motorette e moto.        
    Adesso, da qualche anno è stato rimosso completamente dai proprietari. 

     
  • 24 aprile 2017 alle ore 13:18
    Il progresso sì... ma va troppo forte

    Come comincia: Certo è che si viveva da bambini senza tanti stress come adesso.
    Ultimamente, però, e penso che sarà l’età, mi accade spesso di mettermi a letto la sera e di non addormentarmi subito e mi capita di pensare ai fatti miei e della mia famiglia e ai miei morti.
    Certe volte , anzi parecchie volte, vado indietro nel tempo a quando ero bambino, proprio ai primi anni della mia vita.
    L’altra sera mi è venuto in mente, parlando di un caro amico venuto a mancare ancora giovane, di come si viveva semplicemente e genuinamente a Melito, ma, soprattutto, al Paese Vecchio, quartiere a me caro, essendovi nato e avendovi vissuto l'adolescenza.
    Ai miei tempi di bambino, il Paese Vecchio penso fosse abitato da più o meno un migliaio di persone e le case (allora di meno) sembravano, messe tutte in fila, quasi tutte uguali. Ricordo che a mezzogiorno in giro non c’era nessuno perchè eravamo tutti a casa intorno alla tavola.
    Nella mia famiglia eravamo in nove e ogni giorno sembrava di essere in un asilo, tanto eravamo piccoli dato la differenza d’età minima.
    Dal mio prozio Costantino, lo zio di mio padre che aveva anche la stalla, d’inverno eravamo tutti dentro a sgranocchiare granturco, a giocare a carte, a riscaldarsi, perché allora faceva più freddo, oltre che con il braciere anche con il respiro del vitello e della capra che mio zio ogni anno pasceva per venderli alla fiera di Porto Salvo, allora la più grande del circondario melitese.
    Mio padre mi raccontava che tanti anni prima si era ricchi se si avevano due buoi e un cavallo, un carretto ed un carro per il trasporto dell’uva e del fieno che si vedevano ancora allora.
    Dalle parti di mio zio, i cortili erano quasi tutti uguali e noi bambini scorazzavamo in mezzo alle galline e talvolta anche ai conigli.
    Ricordo, con grande nostalgia, quando mio zio e mio padre e le sue sorelle preparavano il vino con l’uva della vigna che mio zio aveva in società con sua cognata, la zia Cata, come la chiamavamo, colona di una famiglia di Reggio della quale adesso non mi sovviene il nome.
    C’era allora tanta allegria ma anche un gran movimento e si lavorava duro; anche noi bambini, tantissimi tra io e i miei fratelli, i cugini del Belgio, di Gallarate e di Milano che scherzando e cantando, insieme ai grandi ballavamo sui grappoli, scalzi, nelle tinozze nel largo davanti alla casa colonica fino a notte inoltrata, mezzanotte, più o meno.
    E poi a lavarci le gambe con l’acqua calda a toglierci le bucce che ci rimanevano attaccate alle dita dei piedi, facendo un enorme baccano, di quanto ci divertavamo.
    La zia Cata, nel pezzo di terra che aveva in dotazione, seminava anche il grano, i fagioli, piselli, pomodori, patate: un po’ di tutto insomma.
    E non parliamo degli alberi di frutti di tutti i tipi che aveva e che per noi ragazzi erano la manna del cielo, certe volte attaccati agli alberi come le scimmie.
    La cosa che mi piaceva di più, a quei tempi, era che ci conoscevamo tutti, essendo in un rione e noi giovanissimi davamo del “voi” agli anziani con più rispetto di adesso, e se c’era una ricorrenza o un decesso di qualcuno, eravamo tutti presenti, “randi, riddhi e picciriddhi”, come si soleva dire allora con più frequenza.
    Era veramente un’altra cosa (rispetto ad ora che purtroppo non è più di moda) il fatto che ci conoscevamo tutti, ci davamo una mano l’un l’altro; ci si voleva bene, insomma.
    E che tranquillità, che pace e che cordialità, cose che un pò adesso vanno scomparendo ad una velocità impressionante.
    Ora, com’è sotto gli occhi di tutti, ci sono tutte le comodità. Ci si è arricchiti: cellulari, televisioni con parabole grandissime, computers, auto di lusso, eleganti ville.
    Anch’io quasi mi annovero tra questi, a parte l’elegante villetta ed un’auto sportiva invece che di lusso. 
    Ci sono più case, poche vigne, il vino c’è sempre, quattro banche, tantissimi negozi.
    Dove c’erano le stalle, lassù al Paese Vecchio, ora ci sono case nuove ed anche dei garage, da come ho notato ultimamente ed in più è stato, diciamo "abbellito", come il resto della città.
    Il benessere, se così vogliamo chiamarlo, rispetto ad allora, ha cambiato la fisionomia del paese e, soprattutto, della gente.
    Ho abitato in seguito al centro di Melito ed avevo notato che non eravamo più vicini come allora, neanche adesso per la verità e ognuno si faceva (e si fa) gli affari suoi.
    Stabilire s’è meglio adesso o allora? Mah! Non saprei.
    Io sono per il progresso, non esagerato tecnologicamente parlando, come ho detto, però ogni tanto ripensare ai miei e a tanta gente che tanto ha tribolato e lavorato mi fa salire un groppo alla gola e mi stringe tanto forte il cuore.

     
  • Come comincia: Nei primi giorni di novembre e soprattutto l’11 novembre in tutte le cantine enologiche si aprono le botti e si festeggia il cosidetto ‘’vino novello’’.
    Io, essendo divenuto cliente, fui invitato il 9 novembre 2008 dalla premiata ‘‘Azienda Vinicola Malaspina’’ e ci andai più per curiosità che per altro.
    Certo è che non basterebbero solo tre parole per descrivere l’ avvenimento come quello di quella sera che anche quest'anno, ed anche l’anno scorso (ancora invitato ma essendo convalescente a causa dell’incidente occorsomi declinai l’invito), sono stati senza dubbio un incontro misto di cultura popolare e di gusto che se dovessi sintetizzare direi : uomini, incontro, bellezza di ogni tipo.
    Quella sera (era la domenica 9 novembre) presente per la prima volta in quella prestigiosa (si può benissimo menzionare così) cantina dell' azienda, situata in contrada Pallica di Melito di Porto Salvo, andò in scena l’apertura delle botti per il "Novello 2008".
    Ricordo che il programma alla fine fu ricco di angoli golosi, momenti di riflessione e tavoli di veri e buoni prodotti gastronomici e fu davvero un incrocio di pensieri e, senza dubbio, emozioni.
    Non fu secondo me una semplice vetrina del vino e prodotti buoni e genuini e non solo piacere per il palato ma una passerella per uomini e donne che hanno elevato sicuramente il gusto di partecipare alla serata.
    Quella sera ad ogni tavolo (sui quali vi erano esposti i formaggi, i salumi, le zeppole, le olive di tutti i tipi) a cui mi avvicinavo per assaggiarli mi capitò d'incontrare i volti di persone conosciute da sempre di cui conosco la loro storia personale (e che a loro volta conoscono la mia) e di molti la fatica del proprio lavoro.
    Devo dire veramente che per me fu un viaggio oltre che per aver rinforzato vecchie conoscenze e aver fatto qualche nuova amicizia anche di un momento che si è riempito di significati che vanno oltre la semplice offerta della specialità enologica.
    Belli quegli incontri e con le storie di alcuni, quelle strette di mano e abbracci tra i visitatori e fra il produttore don Consolato e i visitatori sotto gli occhi soddisfatti della moglie e dei figli.
    Tra quei semplici tavoli dentro la cantina respirai veramente l’aria pulita del dialogo e la narrazione (mai pomposa) delle tradizioni che lì (come dappertutto in Calabria) diventano sapori e soprattutto delle nostre origini che si tramutano quasi sempre in vere lezioni per il presente.
    Mi divertìi a chiacchierare in mezzo a quei tavoli e penso che non solo per me ma per tutti quell’incontro fu curiosità tramutatosi in allegria e naturalmente giovialità.
    E’ stato proprio cibo per l’intelletto e per il cuore quello che ci regalò il patron della manifestazione, Consolato Malaspina, organizzando con capacità quella serata coll' intento (da quello che capìi,)di esaltare la tavola come momento della partecipazione e dell’unione tra gli uomini, salvaguardando, con competenza, il piacere per il buon vino e i nostri prodotti gastronomici.
    Quindi presentazione e pubblicità del vino ma anche incontro di uomini, famiglie, storie, eseguite con bravura da un uomo sempre proteso all’accoglienza, all’ospitalità, alla ricerca continua del rapporto umano in una società melitese (a mio modo di vedere) dove è sempre più difficile incontrare uomini che ascoltano e che si aprono al rapporto.
    Il signor Consolato quella sera mi dimostrò che non è solo un ottimo produttore di vino ma (per quanto io poco lo conoscessi) un uomo pieno di qualità umane e se oggi da Pallica e dalla sua azienda (il primo sono io) transitano e si fermano tantissime persone, il merito è dovuto soprattutto a lui e a questa sua capacità.

     
  • 06 aprile 2017 alle ore 19:53
    Terremoto... brutta bestia

    Come comincia: Il terremoto, per chi non lo sappia ancora, è la cosa, per quanto riguarda soprattutto la paura, che mi ha fatto più impressione di qualsiasi altra cosa io possa aver assistito, fin’adesso. 
    Su quest’ evento mio padre mi raccontò di suo padre che, quando successe il terribile e catastrofico terremoto (e anche maremoto, non dimentichiamolo) del 1908, aveva 23 anni.
    Nella sua giovanile esuberanza, mio nonno era scettico sulla pericolosità del terremoto perché, secondo lui, bastava mettersi sotto un pilastro che non ti succedeva niente. 
    Evidentemente non era così.
    Mio nonno, quando sentì la prima scossa, tranquillizzò tutti perché aveva visto che la lampadina si muoveva poco ma quando sopraggiunse la seconda e vide la sedia dove appoggiava i vestiti a terra con ancora i vestiti lì e la tendina della finestra a terra, incominciò a gridare come un dannato:" Presto! Presto! Tutti fuori”.
    Quando mia nonna lo vide fuori nella piazza scalzo e quasi nudo, gli disse:” E allora? Non ti sei riparato sotto il pilastro? ”Mio nonno rispose ancora impaurito: ”Min…a, ch’era forte!!!
    Così il suo scetticismo sulla non pericolosità del terremoto finì lì.
    Ho voluto raccontare questa vicenda che mi ha trasmesso mio padre, dove si capisce, senza mezzi termini, che quest’evento che non si riesce a prevenire ancora del tutto, fa molto paura e non solo per la pericolosità ma per la visione della terra e delle cose che si muovono con un ritmo e un boato da far rizzare i capelli solo al pensarci.
    Come successe a me nel 1977, dentro al cinema “Mio Sogno” di Melito e che difficilmente sparirà dalla mia mente.

     
  • 31 marzo 2017 alle ore 7:10
    Il professore Aloi ed il pescecane

    Come comincia: Potrei scrivere di cose che in questo periodo mi hanno fatto pensare tanto ma oggi, come ho fatto spesso e come mi piace fare, voglio raccontarvi una storia anche e soprattutto per far notare l’incoscienza ed esuberanza che si ha da giovani quando si fanno le cose anche a sprezzo del pericolo. 
    Una di queste era, per esempio, che tutti gli amici partivamo la mattina prestissimo per nuotare in alto mare (e sto parlando di chilometri e chilometri), per vedere le tante navi, anche transatlantici, che solcavano le acque dirette nei mari dell’Estremo Oriente, dopo la riapertura del canale di Suez negli anni '70 .
    Eravamo giovani ed anche inconsapevoli dei pericoli che avremmo potuto attraversare immergendoci in acqua per tutta la giornata (ritornavamo il pomeriggio inoltrato), soprattutto quello dei pescecani che, attratti dai rifiuti delle navi, avrebbero potuto crearci veramente dei seri problemi.
    Tutti quanti smettemmo questo svago quando il signore, del quale mi appresto a dirvi il nome, ci raccontò di un suo “incontro ravvicinato” con un pescecane. 
    Era il professore di scuole elementari prof. Aloi, bravissimo insegnante ed anche uomo di capacità umane degne di rispetto. 
    Egli allora usava di mattina presto fare delle nuotate al largo per almeno 2 ore e lo faceva quasi tutti i giorni quando vi erano le belle giornate estive che allora incominciavano da marzo. 
    Un giorno che non andammo in acqua perché le nubi facevano presagire un temporale vedemmo che il professore ritornava a terra “a tutta birra” e ancora trafelato, dopo che lo stesso aveva preso respiro, ci raccontò con un modo che solo un insegnante poteva avere, e cioè facendo notare ogni piccolo particolare, quell”incontro”. 
    Ci disse che mentre si stava riposando un pò (era lontanissimo dalla riva) vide una ''cosa'' nera che, alla distanza di una trentina di metri, girava in modo lento intorno al pezzo di mare dove si trovava lui.
    Guardando meglio notò e…anzi, ne ebbe conferma: si trattava di una pinna di pescecane. 
    Cosa fare a quel punto? Ci disse che in quel momento gli venne in mente un vecchio documentario che aveva visto nella rubrica “L’amico del giaguaro”, in onda in tv negli anni '70 e molto seguito, e che parlava, appunto, di pescecani. 
    In quel servizio si consigliava, sebbene presi dalla paura, di cercare di mantenere i nervi saldi e possibilmente di restare immobili perché i movimenti del nuoto concitato, nel cercar di scappare, avrebbero sicuramente attirato il pescecane e che quindi avrebbe attaccato senza lasciare più scampo. 
    Così fece, ci raccontò, ma solo perché, effettivamente fu “bloccato” dalla paura e non perchè si ricordò di farlo. 
    Disse che il pescecane fece un paio di giri attorno e poi, non notando niente che lo potesse interessare per cibarsi, si allontano’ solcando l’acqua a zig zag. 
    Quando il professore calcolò che il pericolo era svanito ci disse, facendoci morire dal ridere, che incominciò a nuotare ad una velocità incredibile fino a riva.
    Tutti restammo a sentirlo con attenzione per tutto il racconto e, anche se alcuni furono scettici sulla vericidità dell’accaduto, non ci buttammo più in acqua se non per nuotare per qualche metro dalla riva e alcune volte neanche per quello.
    Io penso invece, ma non ne sono stato mai sicuro al 100%, che i nostri genitori, preoccupati sempre di quelle estenuanti e pericolose nuotate di noi ragazzi, approfittando dell’hobby del professore, si misero d’accordo con lui per raccontarci quella “balla”. 
    Mio padre, gli altri genitori ed il professore stesso, anche anni e anni dopo, non ci dissero mai la verità. 
    E’ rimasto sempre un mistero.

     
  • 26 marzo 2017 alle ore 17:56
    Una sconfitta amara

    Come comincia: Messina-Campionato Interregionale Serie C-Anno 1977/78
    Klan Rugby Messina-Kent Rugby Melito

    Eravamo in trasferta e dovevamo giocare a Messina contro il Klan Messina, compagine che aveva militato l’anno precedente (ed anche anni prima) in Serie B e che era retrocessa più per gli infortuni che per altro.
    Ricordo che non era una bella giornata e penso che il traghetto con il quale attraversammo lo Stretto ci scombussolò a tal punto che poi in partita non rendemmo come avremmo dovuto.
    Anzi è stato così perché per il gioco espresso in campo avremmo dovuto vincere ma purtroppo la nostra “solita” grinta ci venne a mancare.
    Giocavamo di pomeriggio alle 15 e c'era un vento fastidioso (per il rugby lo è moltissimo dovendo giocare con una palla non tipicamente rotonda ma ovale).
    L’allenatore che conosceva già la squadra di Messina avendo giocato contro di loro per ben sei volte in Serie B, disse a me, mediano d’apertura e a mio fratello Pietro, mediano di mischia (cioè coloro che dirigevamo il gioco con gli schemi) di non “aprire” sempre il gioco poiché avendo loro delle “ali” velocissime (una giocava nella Nazionale Giovanile), se avessimo perso palla c’avrebbero sicuramente fatto la “meta”(goal, per il rugby) essendo scoperti.
    Così facemmo. Essendo loro più forti di noi (in verità non di molto) e con il vento a favore (a cui loro però erano abituati più di noi), questo non ci consentì di andare in “meta” per ben tre volte (e a loro per due volte) fino a quando, verso la metà del 2° tempo (i tempi nel rugby sono due di 45’ min.), non realizzarono con un bellissimo calcio piazzato (calcio di punizione) un fallo commesso da uno dei nostri a metà campo. 3-0.
    Il risultato si potrasse così fino a qualche minuto dalla fine.
    Allorquando, con un' astuzia di Mario Lampada, giocatore dotato anche di una grinta notevole oltre che generoso e appunto astuto, conquistò anch’egli un calcio piazzato proprio a circa 10 metri dai pali e centrale che per il rugby equivaleva, come per il calcio, ad un calcio di rigore.
    Essendo io incaricato di battere come al solito questi calci avendo precedentemente giocato anche a calcio a livello giovanile ed avendo quindi confidenza con il pallone (anche se ovale), mi preparai a calciare pensando che con quei 3 punti avremmo potuto almeno pareggiare una partita che meritavamo di vincere.
    Dopo aver controllato come sempre l’entita’ e la provenienza del vento con il tipico indice bagnato, sicuro che sarei riuscito ad “infilare” la palla tra i pali della porta avversaria, essendo così vicino calciai senza tanta forza.
    Non ci crederete...la palla roteò beffarda e andò a colpire il palo scivolando fuori campo.
    Sicuramente non potete sapere che delusione si ha nel rugby, anche se contenuta, quando qualcuno (in questo caso io) sbaglia un calcio che potrebbe darti la vittoria o almeno un pareggio.
    Facendo un eufemismo semplice semplice (e senza essere retorici perché potrebbe essere per altri sport la stessa cosa), è come quando il cavallo arriva secondo al traguardo ed il fantino, anche se deluso per la sconfitta, gli dà lo stesso lo zuccherino per ricompensa.
    Beh...nel rugby è lo stesso. 
    La squadra, tutta compatta lotta per arrivare al traguardo (la vittoria) o per lo meno a non perdere; se poi alla fine questo traguardo non si raggiunge per un’ errore (che ci può stare per carità) dettato da supponenza e poca umiltà, allora la delusione è grande.
    Comunque tutto finisce là. 
    Nel rugby tutto finisce al fischio finale dell’arbitro; ci si dà la mano e ci si saluta dopo aver bevuto qualcosa insieme, quasi sempre la birra.
    E’ così fu. Al ritorno a casa, sul traghetto, tutti i miei compagni fecero finta di buttarmi in acqua e finì con la mia promessa che mai e poi mai sarei stato così “sufficiente” nel calciare.
    In effetti continuai in seguito a calciare senza mai sbagliare, riconquistando la fiducia dei compagni, dell’allenatore ed anche del pubblico che allora non era numeroso ma partecipava abbastanza e calorosamente.

     
  • 12 marzo 2017 alle ore 1:28
    L'arpia

    Come comincia: L' altra sera, dopo l' incontro con un vecchio amico e compagno di scuola e ricordando quei bei vecchi tempi, mi va di raccontarvi una storia che, per il suo finale sorprendente, ha lasciato (oltre che me) anche quelli che hanno saputo di quest' evento a dir poco stupefatti, non altro per il fatto che la solidarietà in ambito scolastico a quei tempi ancora forse non si era mai vista.
    Questa storia verrà da me esposta anche essendo passata da anni la discussione sul bullismo all' interno della famosa e scriteriata riforma dell' incompetente ministro del governo Berlusconi Gelmini di tanti anni fa che , tra l' altro, ammise poi con non poca riluttanza di aver sbagliato a proporla.
    Essendo convinto che il bullismo odierno si deve combattere senza tregua e senza aver paura di eventuali vendette di chi subisce la sanzione scolastica, vi racconterò di un fatto successomi al V ginnasio, quando per la prima volta capì, almeno in quel contesto, il significato della parola solidarietà.
    Non si tratta di un caso vero e proprio di bullismo ma per poco non lo diventava, se ci fosse stato un delinquente al posto mio.
    Prima di tutto vi vorrei raccontare del personaggio principale di questa storia che segnò, e non solo la mia, una parte della mia vita scolastica. 
    Parlo della professoressa di lettere, la signora D’ascola (ora deceduta da tanti anni) che fu l’artefice dell' unico anno perso dei miei studi.
    I miei coetanei e compagni di liceo se la ricorderanno sicuramente perché, oltre che essere brava e preparata, allo stesso modo era severa ed inflessibile nella pretesa dello studio delle sue materie. 
    Per quest’ultima descrizione veniva soprannominata da tutti “arpìa”, soprannome “ad hoc” anche perché era di una bruttezza che richiamava veramente l’animale appena menzionato. 
    Nel suo lungo insegnamento al liceo di Melito di Porto Salvo, proprio per questa sua severità fece stragi di studenti che come me non dico che per tanti anni la maledirono, (io mai, perché avevo avuto torto e parlo solo per me, perché non è mia abitudine farlo) ma sicuramente non pensavano di lei delle belle cose quando l’incontravano al liceo o in città. 
    Prima di raccontare la storia di questa mia bocciatura al v ginnasio (era il 1971), vorrei ricordare che si era dopo gli anni cosiddetti “di piombo” e che quindi tutti i giovani, o quasi tutti , risentivamo di quel periodo di contestazione giovanile e quindi non eravamo certo come si suol dire degli “stinchi di santo”. 
    Per quanto riguarda la mia bocciatura, questa scaturì non tanto per lo studio delle materie letterarie ma per la condotta che non era per niente buona prima ma che, dopo il fatto, ne provocò senza appello il motivo.
    Si era nel periodo di Carnevale e i più diciamo “discoli” della classe, tra cui naturalmente vi ero io, decidemmo di fare un scherzo, guarda caso proprio a lei , l’odiata “arpìa”, la quale veva fatto capire che a parecchi ci avrebbe “rimandati” a settembre. 
    Mai l’avesse detto. Vendetta!!!
    Per giorni e giorni ci scervellammo come avremmo potuto vendicarci di quel “sopruso” che si stava consumando sulle nostre vite. 
    Decidemmo allora che uno di noi, dopo la conta per vedere a chi toccasse, avrebbe “sparato” una filanda sulle spalle della prof.ssa appena entrata in classe e avviatasi alla cattedra. 
    La filanda fuoriusciva facendo un botto assordante dal basso di una bottiglietta tirando un filo dall’alto della stessa finendo poi ad attaccarsi sul vestito.
    Capitò a me (non ci furono “brogli” perché feci proprio io la conta essendo il piu grande di qualche mese) che, anche essendo seduto vicino alla porta, ero la persona ideale per portare a termine la vendetta. 
    Quel giorno arrivò... e arrivò anche per me il significato della parola “solidarietà”, almeno in quel contesto. 
    Beh... per farla breve, quando la filanda uscì dalla bottiglietta con un rumore fragoroso, conficcandosi nelle spalle della prof.ssa, lei spaventatissima e paonazza in viso, si girò subito, e anche senza vedermi ma per logica (per la posizione del banco), mi accusò dicendomi che l’avrebbe detto a mio padre e che me l’avrebbe fatta pagare cara. 
    Io naturalmente negai e mentre lei continuava ad insistere sulla mia colpa, all’improvviso una mia compagna, Mimma Alati, per prima si alzò dicendo: -Prof.ssa, sono stata io!-
    Avete presente quella pubblicità di qualche anno fa in cui si consigliava l’uso del profilattico, dove a un’accusa del professore tutti si alzano dicendo, appunto:-Sono stato io!-
    Non ci crederete ma è successo proprio così. Tutti i miei compagni, indistintamente, si alzarono pronunciando quelle parole. 
    Io, come l’”arpìa”, restai sorpreso ma allo stesso tempo contento. 
    Comunque... la prof.ssa restò convinta della sua ipotesi e andando contro gli altri colleghi al consiglio, che proponevano quattro materie a settembre, mi fece bocciare pretendendo di aggiungere alle materie anche la condotta.
    Alla fine devo dire che quella bocciatura fu “positiva” per tanti aspetti, primo perché ebbi modo di avere un’insegnante negli anni a seguire, la prof.ssa Catalano di Reggio Calabria (ch' era proprio l’opposto in tutti i sensi dell’”arpia” ) che stimai tantissimo (e non solo io per la verità) e cioè bella, preparata, fine e delicata e molto autoironica che anche nel suo lavoro, e non solo, non guasta mai.
    Secondo, capìi che per una” marachella” e non per lo studio persi un anno e che non sarebbe mai più successo, come infatti poi fu.
    Naturalmente ringrazierò sempre di cuore i miei compagni (coi quali nel 2005 ho festeggiato il 30° anno del diploma) per il gesto di solidarietà ch'è raro riscontrare in un contesto scolastico dei tempi d’oggi.

     
  • 08 marzo 2017 alle ore 20:04
    Il chiosco "Il Checco"

    Come comincia: Uno dei luoghi che a Melito di Porto Salvo, dall’ inizio della primavera all’inizio d’autunno, dagli anni ‘’60/’70 fino all’inizio degli anni ’90, era in assoluto il più frequentato, era la spiaggia denominata “il Checco”. 
    Dico dall’inizio della primavera per due motivi. 
    Primo perché allora in quel periodo faceva molto ma molto più caldo d’adesso e secondo perché i primi bagni incominciavamo a farli in coincidenza del giorno della festa di Maria S.S. di Porto Salvo, festa patronale più importante in tutta la zona del melitese, appunto all’inizio della primavera, fine marzo, inizio aprile . 
    Dico inizio autunno perché si continuava, per il caldo, a tuffarsi in acqua ancora fino a quando non si ritornava a scuola che allora riapriva ai primi d’ottobre. 
    In quegli anni Melito non era fornita come adesso, per quanto riguarda le attuali strutture balneari ma era disseminata di chioschi lungo il litorale che partiva dalla frazione Pilati e arrivava fino all’altro capo del territorio melitese, frazione Annà. 
    Uno di questi chioschi, appunto, era quello di cui parliamo, “il Checco”, che prendeva il nome dal diminuitivo di quello del proprietario che si chiamava all’anagrafe Francesco.
    Il chiosco era situato a ridosso della stazione ferroviaria, vicino all’ospedale, e, per arrivarci, bisognava passare sotto un ponte della ferrovia. 
    Logicamente essendo molto vicino alla stazione, dove, naturalmente vi era anche la fermata degli autobus, faceva sì che la spiaggia fosse di gran lunga la più frequentata da tantissimi bagnanti e turisti cosiddetti “locali” provenienti dall’entroterra.
    ”Turisti locali” che ogni anno invadevano Melito e soprattutto “il Checco” arrivando tutti “bianchi” e forniti di ogni sorta di creme e oli, per gareggiare in abbronzatura con noi del luogo che già, "assolati" da marzo, eravamo “neri” come il carbone.
    Rispetto al “Lido Rosa dei venti” che si trovava ad un tiro di schioppo, “il Checco” era meno fornito dal punto di vista balneare tipo ombrelloni, sedie a sdraio o servizio di salvataggio (anche perché, proprio lui (!), il “Checco”, non sapeva nuotare), ma, come ogni chiosco che si rispetti ed in modo molto professionale, questo bisogna dirlo, faceva servizio di bar, ristorante, per un periodo anche pizzeria, servizio bar e gelateria ambulante in spiaggia. 
    Si vendevano anche dei prodotti tipo schampoo e bagno-schiuma a buon prezzo (che ci sono costati a parecchi i capelli, essendo proprio di scarsa qualità). 
    Poi juke-box e possibilita’ di passare il tempo, prima di fare il bagno, facendo una partitella a carte, e, il pomeriggio, talvolta fino a notte inoltrata, a giocare a “patruni e sutta”, gioco di società, o meglio di compagnia, ancora in voga tra vecchi amici di quel tempo, con la finalità di non far bere qualcuno o alcuni e gli altri ad ubriacarsi, logicamente. 
    Ricordo “turisti locali” che furono portati al pronto soccorso, lì vicino, per delle lavande gastriche che furono necessarie (non essendo abituati ai trucchi, soprattutto, del gioco) per rimetterli in sesto prima di farli ritornare dalle mogli e dai figli in condizioni veramente pietose.
    Io che l’ho frequentato per 35 anni, devo fare presente che non ricordo mai che la doccia non funzionasse o che ci fosse stata qualche rissa, se non qualche scaramuccia, come in altri luoghi che ho già raccontato, dovute a “problemi di cuore” o per risentimenti per non aver bevuto nel “patruni e sutta”(forse perché lì vicino vi era, anzi c’è, la caserma della Finanza).
    Devo anche onestamente dire che a quei tempi, essendo parecchi di noi disoccupati, il “Checco” e i suoi, la moglie e i figli (quattro, due maschi e due femmine), non hanno i mai negato il credito; avevano il cosiddetto “libro nero” e quindi veniva tutto registrato.
    A tal proposito vi racconterò un’aneddoto, per farvi capire l’ importanza di questo “libro nero”.
    Quando ritornai dopo 5 anni senza tornare mai a Melito, il mio primo pensiero fu quello di andare a saldare il mio debito, che ammontava, ricordavo, più o meno a 10.000 Lire, che, partendo all’improvviso, non avevo potuto liquidare.
    Verso le ore 09,00, dopo i convenevoli saluti con tutti gli amici presenti, mi avviai al banco dove c’èra la moglie del “Checco”, s.ra Maria, che alla mia domanda:-Signora, mi dovete scusare per il debito che non ho potuto 5 anni fa saldare; di quanto si trattava- rispose, senza neanche salutarmi o domandarmi dove fossi stato in tutto quel periodo:-Sono 10.000 Lire tonde tonde, Lillo-.Veramente incredibile, ragazzi!!!
    Dopo 5 anni il “libro nero” era ancora lì che aspettava la risoluzione di qualche debito.
    Scoppiammo tutti a ridere a crepapelle con me che pagai da bere a quei pochi amici che a quell’ora erano presenti.