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in archivio dal 19 feb 2017

Linda Fienga

Salerno

elementi per pagina
  • 01 dicembre alle ore 19:54
    I cognati di mio fratello

    Come comincia: Sogno e son desto.

    Incubo di una notte di mezza estate.

    Il racconto che a gennaio non ho pubblicato.

    E' da cinque anni che so che questa specie di matrimonio mi ha accorciato la vita.

    Quello che non avevo capito è che, forse, l'avesse accorciata anche a mio fratello.

    Eppure nel novembre 2017 mi era saltato in mente: "Mi sa che mio fratello aveva ragione."
    Su cosa mio fratello aveva ragione?
    Il 3 giugno 2005 mio fratello, a quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato, disse: "Tu non mi sei mai piaciuto".
    Non me la presi. Credevo di conoscere le condizioni di mio fratello in quel momento.

    Mio fratello aveva attaccato 'mio marito' anche una sera di un sabato del settembre 2004. E lì ci avevo sofferto.
    La mattina successiva mi svegliai singhiozzando tra le braccia di mio marito: "Non ho più fratelli!". "Mi sa che tu non li hai mai avuti", rispose lui.
    Perché "fratellI" e non "fratellO"?
    Perché l'altro fratello aveva attaccato me almeno tre volte tra metà maggio ed inizio luglio di quello stesso anno. Con aggressioni verbali e fisiche.

    Va bene. Torniamo al 3 giugno 2005. Dopo quella frase: "Tu non mi sei mai piaciuto" , conosciamo una dottoressa che vedo che sa agire con la parola sulle corde (o connessioni?) giuste del cervello di mio fratello. 
    E sa correggere anche i miei comportamenti sbagliati. 
    "Questa può aiutare anche me", pensai.
    E ci mettiamo d'accordo affinché lei continuasse a seguire mio fratello che deve essere affidato a noi, a me ed a mio marito, che si vede siamo persone 'a posto', dice la dottoressa.
    E così ci mettiamo in auto. Io, guardando con timore al compito che mi aspetta, ma finalmente con fiducia e speranza. E' la prima volta che vedo la luce in fondo al tunnel che da almeno tre settimane mi sembrava senza uscita.
    Arriviamo a Battipaglia e vedo mio marito che, invece di prendere la strada di casa, prosegue.
    "Dove stai andando?". "Andiamo a dare la bella notizia ai tuoi".
    Era il ponte del 2 giugno e l'altro fratello era sceso dalla capitale con la sua famiglia e stava a casa dai miei.
    "No", replico io, "si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci." E 'mio marito' sapeva a cosa mi riferissi.
    "I genitori devono sapere", insiste lui.
    E qui commetto una grande vigliaccata ed una grande stupidaggine: vedendo la sua determinazione, non replico.

    .......

    Il primo gennaio piangevo. Cercavo di trattenermi: "Ricordati che quello che fai il primo dell'anno, lo fai tutto l'anno", ma non riuscivo a smettere.
    La mia piccola la sera prima si era accorta che non ero del tutto in me: aveva notato che, allestendo l'aperitivo per l'attesa della mezzanotte, avevo dimenticato di cacciare dal frigo i succhi di frutta che avevo preso per lei e la sorella.

    E così il primo dell'anno piangevo. Nessuno faceva niente, quel tizio aveva il suo sorriso ebete stampato sul volto.

    Solo mio fratello si avvicina e mi avvolge con il suo abbraccio.

    ...
    "Quando si mette in mezzo quello le cose non vanno mai bene!", dice quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato.
    "Quello" sarebbe l'altro fratello.
    È una vita che gli sento ripetere questa frase.
    "E allora perché gli hai permesso di mettersi in mezzo riferendogli i nostri accordi con la dottoressa? "
    "Ed io mica avevo la patria potestà".
    Il vuoto.
    13 anni prima avevo sentito la compagna dell'altro fratello dire: "A me dispiace per .... E per me. .. non è nessuno"
    Gelo. "Come non è nessuno? Credevo fosse tuo fratello.", pensai. Sì, intuii che intendesse quella frase in senso positivo, ma mi impressionò lo stesso.

    Ora è peggio. Erano sei anni o più che recriminavo con me stessa di non aver impedito a quel tizio di andare a riferire ai miei i nostri accordi con la dottoressa e che galleggiavo in un incubo credendo che potessi svegliarmi e ritrovarmi a quella sera del 27 maggio 2005, quando credetti di capire che l'altro fratello voleva che nostro fratello venisse a stare a casa mia non solo per non rischiare di essere disturbato, ma anche perché così magari nostro fratello mi dava un pugno in testa e lui si liberava di entrambi i fratelli in un colpo solo ed ora scopro che quel tizio lo aveva fatto magari perché non voleva occuparsi in maniera continuativa di mio fratello? E magari non voleva che me ne occupassi io.

    Il vuoto.

     
  • 01 dicembre alle ore 19:49
    Mio fratello

    Come comincia: Mio fratello.

    La prima ad annunciare che mio fratello stava per arrivare fu la signora Katia, parrucchiera, futura madre di D. F. che sarebbe diventato in età adulta grande amico di mio fratello.
    La signora Katia nel suo esercizio chiese a mia madre: "Signora, ma per caso siete incinta?". 
    Mia madre, 39enne, già madre di due bambini, rispose: "Spero di no".

    Ed invece era proprio così. 

    Quando annunciarono a me ed a mio fratello maggiore, pressoché coetaneo, che avremmo avuto o un fratellino o una sorellina, mio fratello cominciò a tifare per un fratellino, io per una sorellina.

    Eravamo nella nostra stanza dal pavimento in marmo semisegato nero (ma come, avete fatto la stanza dei bambini col pavimento nero? chiesi a mia madre non troppo tempo fa; all'inizio era il soggiorno, mi spiegò mia madre), quando arrivò mio padre a dare la notizia ai fratelli ed alle cognate che erano nel soggiorno per sorvegliarci: "E' un maschio!", annunciò. Mio fratello esultò, "Noooo", mi lamentai io, ma naturalmente ero contenta lo stesso. Anzi probabilmente gli ho voluto più bene.

    Le immagini che ho conservato sono:
    1) mio fratello allattato con il biberon da mia zia Assunta, sorella di mia madre, in cucina. E gli occhi di mio fratello andavano dalla zia alla mamma che pure era presente ed a me dava l'impressione che si stesse chiedendo: "Ma chi è mia mamma?"
    2) io mandata ad intingere il succhiotto nel miele per mio fratello che sta dormendo nella culla accanto al letto di mamma e papà. Arrivata l'ora della poppata, mio fratello non si svegliava e mia mamma cominciò a preoccuparsi, poi capì la situazione: avevo intinto troppo miele e mio fratello non aveva fame e saltò quella poppata.
    3) io che assisto mia madre che cambia mio fratello sul letto matrimoniale. Non c'erano i pannolini usa e getta, c'erano i triangoli di stoffa che andavano lavati.

    Un po' di tempo dopo, mio fratello nel girello e noi fratelli e cuginetti tutti intorno. Però pretendiamo di farlo uscire dal soggiorno al balcone. Il portafinestre ha un listello di marmo per terra, il girello si ribalta e mio fratello finisce faccia a terra. Ho sempre imputato a quell'incidente il suo naso.

    Poi, quando ci eravamo già trasferiti nella casa nuova, l'episodio che abbiamo ricordato tante volte. Noi due fratelli grandi che conduciamo il passeggino rosso, una mano per uno, altrimenti avremmo litigato per chi doveva condurlo, per andare a trovare i cugini rimasti nella vecchia casa. Una di quelle volte ci fermò un signore che ci chiese stupito e dubbioso: "Ma voi due siete marito e moglie e questo è vostro figlio?" (Avevamo 10, 9 ed 1 anno). Lo guardiamo tra il metà stupiti e metà 'ma questo è scemo' e replichiamo: No, siamo tutti fratelli. "Ah" e se ne va.
    Ho ricordato questo episodio con l'amico Cesare C. che voleva consolarmi all'inizio di questo gennaio ed ho detto: "Quei due fratelli che si contendevano la guida del passeggino hanno poi fatto un disastro contendendosi il diritto a decidere cosa fosse meglio per il loro fratello".

    E poi quando tagliamo per la prima volta i suoi capelli ed i ricciolini non compariranno più: i capelli cresceranno lisci.
    Quante volte ho ricordato: "Come era carino con quei riccioli!" E mio fratello mi riprendeva: "Rassegnatevi: sono cresciuto.".

    E quella volta a tre anni che, a mio parere, dà prova della sua intelligenza. Disse: "All'incomincio della strada". Ed io pensai: "Ma guarda questo bambino! Sa che c'è il verbo 'iniziare' ed il verbo 'incominciare'. Ha sentito che c'è la parola 'inizio', ha dedotto che c'è anche l'equivalente 'incomincio'."

    E sempre a tre anni dette prova della sua generosità ed affetto. Era in visita dal Brasile la signora Maria, la suocera di mio zio Peppino, fratello di mia madre. La mattina portava mio fratello a passeggio ed una mattina si fermarono ad un bar e la signora Maria gli prese un dolce. La signora Maria racconta: <<Eravamo seduti al tavolino e vedo questo bambino che guarda il dolce e non lo mangia. "Non ti piace?" gli chiedo. "No, mi piace". "Ed allora perché non lo mangi?" "Ho pensato che lo porto a casa per Gianfranco e Linda". Rimasi così impressionata che un bambino di tre anni si sacrificasse in quel modo! Gli dissi: "Non ti preoccupare, mangialo! Per Gianfranco e Linda ne compriamo un altro e glielo portiamo.">>

    E poi? 
    Un anno dopo, io che me lo carico sulle spalle e gli faccio fare le corse nel corridoio. Di quel periodo ho delle foto con lui vestito da Gatto degli Stivali, il mio vestito di Carnevale di quando avevo quattro anni, seduti sul letto o che giochiamo a quella specie di biliardino.

    E un anno dopo in estate con quella canottiera di cui una spallina cadeva sempre e lo chiamavamo "Tarzanito". E per il fatto che come frutta mangiava solo ..... 
    E la mia amica che prima vede mio fratello in estate con i capelli lunghi e poi con i capelli corti e chiede: "Ma Linda ha due fratelli piccoli? Una sorellina ed un fratellino?".

    E due anni dopo in estate quando mi taglio i capelli non si allontana dal suo angolo e mi guarda corrucciato deluso e diffidente. "E' Linda", gli dicono. "No", risponde lui.

    Ed un mese dopo in settembre nostra madre lo rimprovera aspramente per un'iniziativa che avevo preso io. Quel povero bambino innocente si difende meravigliato e senza asprezza: "E' stata Linda". Io intervengo con un secondo di ritardo: "Sì mamma, sono stata io." E poi mamma mi spiega il motivo di quell'asprezza.

    E poi c'è il terremoto.
    Mentre io ero al corso e mi chiedevo: "Ma che cavolo sta succedendo?", il mio fratellino era nella vasca da bagno. Mia madre lo avvolge nell'asciugamano e lo abbraccia addossandosi alla parete ed il mio fratellino chiede: "Mamma, che cos'è? Il terremoto?".

    E poi quando le scuole sono chiuse la mattina lo porto fuori. Su una panchina di piazza Madonnina gli insegno la morra cinese e lo porto a vedere i treni alla stazione, come fanno i nonni con i nipotini.

    E Luciano D.B. gli chiede ammiccando: "Com'è Linda? E' buona?". "No, è cattiva", risponde lui, "perché non vuole giocare con me".

    E quella volta che dovevo prenderlo dalla scuola provvisoria (la principale era chiusa a causa del terremoto) vicino al liceo e per un'altra stupidata che gli avevo detto non c'incontriamo. Corro indietro per la strada che porta al liceo e lo vedo uscire con gli occhi lucidi accompagnato dal bidello, Rocco.
    Me lo abbraccio, lo bacio e lo riporto a casa.

    I suoi anni delle medie non li ricordo. Non li ho vissuti. Io ero ai primi anni dell'università e per un po' stetti anche fuori casa.
    No, però ricordo che quando mio fratello compì 12 anni dissi a mia madre: "Ora ci vuole un altro bambino". Non ricordo le parole esatte della risposta di mia madre, ma certamente mi mandò elegantemente dove dovevo andare. Allora avevo vent'anni e probabilmente, se proprio ci tenevo, avrei anche potuto pensarci da sola.

    Quell'estate c'era mio zio Peppino che tornava per la prima volta dopo quasi vent'anni dal Brasile. E fece il giudice di gara tra me, che a quanto pare proprio non mi decidevo a crescere, ed il mio fratellino per una corsa sulla spiaggia. Allo scatto mio fratello guadagnò netto vantaggio, ma sulla distanza lo battei. Infame! Non far vincere un bambino!

    Però mi ricordo che quando giunse il momento di scegliere la scuola superiore, facendo sue quelle che erano state le mie paure (e non era così), gli dissi: "Tu scegli la scuola che preferisci, anche se sta a Salerno o altrove. Se devi prendere l'autobus o altro mezzo non ti preoccupare: i primi giorni ti accompagno io." Ma non ce ne fu bisogno: se la cavava benissimo da solo.

    E poi? E poi papà ha un ricovero improvviso in ospedale e dal suo letto ci dice: "State vicini ad Alberto: non l'ha presa bene". Ma mi sa che nessuno si prese la briga di parlargli e di rassicurarlo.

    E mio padre decide di andare in pensione anticipata e da quel momento può seguire sempre più Alberto seguendolo nelle sue gare di pallacanestro.

    E anni dopo mio fratello maggiore mi dice che era stato geloso di quell'attenzione che lui non aveva avuto, mentre Alberto mi dice che quella presenza costante lo aveva fatto sentire un po' soffocato.

    Intanto passa un anno o due e arriva P. che mi dice: "Guarda che Alberto non ha bisogno di una seconda mamma." Secondo lui lo seguivo troppo aiutandolo nei compiti. Mah, forse per la matematica, ma come avrei potuto aiutarlo per le materie tecniche di cui non sapevo nulla?

    E quattro anni dopo è Alberto che mi 'pizzica' alla stazione per farmi tornare a casa.

    Ed un paio di anni dopo è Alberto che mi raggiunge a Milano dove io da dieci giorni ero bloccata a casa a seguito di una frattura al piede che mi ero procurata in piazza S.Babila (ma i medici del Policlinico avevano detto per ben due volte che era una distorsione e che dovevo pazientare).

    E sei anni dopo deve andare in trasferta a Brescia per conto dell'azienda. Siamo a Paestum alla casa al mare. Dice che si alzerà ad ora antelucana per prendere il treno ed arrivare all'aeroporto. "Ma quando mai!", gli faccio io, "Ti accompagno io con l'auto e poi vado al lavoro." Ma devo insistere per farlo accettare. Ed in auto, pensando che il suo disagio sia dovuto ai problemi che vivevo anch'io, all'ambiente difficile del lavoro, ma nella sua azienda erano più pesanti, con i colleghi che tentano di farti le scarpe (ma ci sono anche i colleghi che ti stimano, ti aiutano e ti vogliono bene e lui li aveva, avrei dovuto dirglielo) ed i capi che ti vessano, ti tiranneggiano e non riconoscono mai il tuo lavoro (ma ci sono anche i capi degni di questo nome che ti supportano invece di esserti d'ostacolo) ed anche agli amici che ti tradiscono (ma lui ha avuto tanti amici che lo hanno supportato fino all'ultimo), gli dico: " Il mondo del lavoro è così. E gli amici crescendo si allontanano, ognuno deve pensare alla propria famiglia. Queste sono le persone che ti rimangono vicine: la tua famiglia".

    Già, ma magari i fratelli pensano a farsi la loro vita, come è giusto che sia, ma magari pensano alla famiglia di origine come un ostacolo (e magari questo è meno giusto). E magari i fratelli si fanno una loro famiglia ed i coniugi del fratello pensano ai cognati come 'altro' dalla loro famiglia e manipolano, magari in buona fede, il coniuge che, condizionato, non sempre riesce ad agire per il meglio per il proprio fratello. 

     
  • 16 marzo alle ore 10:38
    Trilogia

    Come comincia: A febbraio 2017 un mio collega e mia figlia maggiore mi chiedono entrambi: "Hai mai fatto qualcosa di buono nella vita?". Evidentemente era un periodo in cui mi sentivano fortemente recriminare.
    "Quando feci trasferire mio padre dall'ospedale in cui volevano levargli lo stomaco all'ospedale in cui dicevano che aveva un calcolo", fu la mia risposta, "e quella è l'ultima cosa buona che ho fatto nella vita. Ed era il 2004. Dopo non ho avuto più pace. Si vede che ho dato fastidio a qualcuno".
    Nacque così "Persone squisite e non".
    Anche per ricordare a me stessa com'ero prima che mi lasciassi distruggere da mio fratello maggiore e dai miei vicini e parenti.

    Contemporaneamente espressi il mio senso di colpa, che avevo tenuto a bada per 5 settimane, e che era esploso il 12 ottobre 2016 in "In parole, opere e omissioni..., io uccido".
    Contestualmente una telenovela sudamericana mi avvertiva: "Il senso di colpa non serve a niente".

    Infine un'amica mia avverte: "Come loro agiscono fa parte della loro storia, come tu reagisci fa parte della tua". A conferma di quello su cui mi tormentavo da sei anni, cioè: "E' tutta colpa mia". Perché gli altri, magari anche parenti, possono anche farti del male, magari possono anche complottare continuamente per farti del male,ma la tua reazione deve essere sempre positiva e mai abbassarti al loro rango.

    "E' tutta colpa mia" risale all'aprile del 2017, ma è stato pubblicato (incompleto) solo adesso.Intendeva essere una "Confessione terapia" per mettersi tutte queste stupidaggini definitivamente dietro le spalle.

    Si completa così la Trilogia dei "Parenti serpenti" o "Della perfidia e della cretineria".

    Di quest'anno, la sintesi che non avrei mai voluto scrivere: "Vita normale", che potrebbe anche intitolarsi "Persone sane, persone malate"

     

     
  • 25 febbraio alle ore 8:36
    È tutta colpa mia [3]

    Come comincia: Nonostante tutto ancora conservo la mia ironia e la mia gioia di vivere. Un giorno incrocio nel cortile il figlio trentenne dell’amministratrice e lo saluto con un allegro “Buongiorno!, convinta che tutte quelle cattive azioni fossero dettate dalla bile di due pensionati un po’ fissati, ma certa che dei giovani come i figli non ne fossero coinvolti e che loro vedessero a quegli avvenimenti con la stessa ironia e benevolenza con cui li vedevo io. Quello non risponde e tira dritto. E qui mostro di nuovo la mia imprudenza e stupidità. Invece di tirare dritto in silenzio senza curarmene, nella mia ingenuità di voler portare quel condominio a rapporti normali e civili, dico qualcosa per sdrammatizzare. Quello mi fa minaccioso: “Signora, state attenta. Siete sul filo del rasoio. Noi mettiamo l’avvocato.” Nella mia ingenuità solo allora penso che la signora ha raccontato anche ai figli che io l’avessi picchiata e che mio marito ha rubato.
    L’avvocato a cui si è rivolto mio marito ha passato tutto ai figli: al maschio il penale, alle due figlie minori il civile. Purtroppo il giorno dopo vedo le ragazze e, ancora sconvolta, riferisco le parole che mi sono sentita rivolgere.
    Intanto Lorina, la figlia minore di zio Furio ha deciso di sposarsi. Mio marito riceve un plico da zio Furio che non apre. Ci convoca mio padre che ha ricevuto lo stesso plico e dice a mio marito che se avesse aperto il plico avrebbe trovato una bella lettera di mio zio in cui diceva che dovevamo tornare ad essere una famiglia e tante altre belle parole. Ma oramai so come agisce mio zio. Anche sua sorella, mia zia Liliana mi aveva avvertito: zio Furio commette la sua mascalzonata poi ha bisogno di qualcosa da te e viene da te con tante belle parole dicendo che siamo una famiglia, quel che è stato è stato e poi, quando ha ottenuto il perdono e quello che voleva da te, ti sferra un’altra coltellata godendo ancora di più per il tuo stupore e dolore. Dissi: “Papà, se zio Furio voleva presentarsi come la colomba con il ramoscello di ulivo in bocca, si sarebbe presentato con il ritiro di quella ridicola citazione contro mio marito e una bella lettera di scuse firmata da tutti i condòmini”. Ed in effetti lì sbagliai, oramai eravamo in guerra ed avrei dovuto combattere astutamente, avrei dovuto pretendere il ritiro della citazione ed una bella lettera di scuse firmata da tutti i condòmini in cui si attestava che non avevano nulla da eccepire sull’operato di mio marito. A quelle condizioni sarei andata al matrimonio. Ma sono sicura che non li avrei ottenuti.
    Al rientro da casa trovai il biglietto d’invito che respinsi.
    Come previsto, il giorno dopo il matrimonio mio marito riceve una raccomandata da un altro loro avvocato con altre pretese ed accuse a mio marito.
    Vediamo l’avvocato padre che si dimostra turbato per le minacce che ho avuto dal figlio dell’amministratrice e vuole scrivere una lettera di monito. Io dico di lasciare perdere. Ed invece, ci deve essere un malinteso, qualche mattina dopo vedo sul solito davanzale dove il postino lascia la posta una lettera indirizzata al figlio dell’amministratrice, mittente il nostro avvocato.
    Avrei voluto prendere quella lettera e distruggerla. Ma il rispetto delle norme era in me ancora troppo forte e la lascio dov’era. L’amministratrice è fuori in vacanza. Anche io prendo le ferie e me ne vado al mare. Quando riprendo il lavoro, anche l’amministratrice è rientrata da un paio di giorni. La voglia di mare è ancora troppo forte e quando nel tardo pomeriggio rientro dal lavoro, dico a mio marito di andarcene a mare e così facciamo. In quel periodo vado al lavoro in treno e la mia auto è ferma in cortile da almeno un mese. Il secondo giorno di lavoro dal rientro delle ferie rientro un po’ più tardi a causa di un ritardo del treno, ma ho ancora voglia di andare a mare e rientro con questa intenzione. Ma rientrando vedo il cofano anteriore della mia auto sporco di acqua e fango. È come se dalla finestra del primo piano, finestra corrispondente all’appartamento dell’amministratrice, avessero gettato una secchiata di acqua sporca. Avrei dovuto tenere la cosa per me e rientrare comunicando a mio marito la mia intenzione di andare al mare ed andarci. Invece lo sbigottimento è troppo grande e gli comunico quel che ho visto coll’idea di essermi sbagliata. Invece mio marito esce e conferma. Vuole pulire l’auto. Gli dico di lasciar perdere e di andare al mare. Lo sporco è ancora fresco e mio marito insiste a pulire prima che lo sporco s’incrosti. Allora rientro a cambiarmi ed a prendere degli strofinacci. Quando riesco, mio marito non è più accanto all’auto. Ristò un po’ sull’ingresso del palazzo, interrogandomi sul da farsi, quando arriva la figlia dell’amministratrice che prima mi spintona di lato, poi comincia a colpirmi in faccia, facendomi cadere gli occhiali, sulle braccia ed a darmi calci alle gambe. Quindi desiste e corre fuori. La seguo, temendo per mio marito, e, quando giro l’angolo, vedo mio marito indietreggiare di fronte agli attacchi dell’amministratrice e la figlia che accorre a dare man forte alla mamma. Accorro anch’io chiedendo a mio marito se devo chiamare i Carabinieri. Non ricevo risposta, ma la figlia e la mamma si rivoltano contro di me per cercare di strapparmi il telefonino. Mio marito si frappone e quelle, vedendo vani i loro tentativi, desistono e se ne vanno.
    Arriva settembre e mio marito riceve un’altra citazione. Mio zio (o forse il loro nuovo avvocato furbo) ha cambiato di nuovo idea. Questa volta afferma di aver sostenuto delle spese per il condominio, ma dimentica di dire, come aveva fatto nella precedente citazione che come “consolidata consuetudine” non versava le rate condominiali e che le rate gli erano state scomputate per quelle spese. Ora vuole essere (di nuovo) rimborsato e chiede €461. Inoltre l’amministratrice accusa mio marito di aver gestito €1400 senza averne l’autorità non essendo più l’amministratore. Evidentemente dimentica che erano stati loro a chiedere a mio marito, per favore, di occuparsene lui perché per la nuova amministratrice sarebbe stato troppo gravoso.
    E qui perdo la bussola[L1]  e dimostro sempre più la mia ingenuità[L2] . MI scandalizzo come non mi ero mai scandalizzata prima. Non mi ero scandalizzata di fronte a preventivi falsi, scritti per sottrarmi denaro, non mi ero scandalizzata di fronte alle innumerevoli versioni di zio Furio sui conti. Le avevo solo considerate estremamente seccanti per il tempo che ci faceva perdere. Ma qui li vedevo andare dal giudice sostenendo scientemente il falso. E allora? Lo avevano già fatto con me, mandandomi un decreto ingiuntivo per lavori che non erano mai stati eseguiti. Qual è la differenza ora? Forse è che allora avevano attaccato me. Ora attaccavano mio marito.
    E da allora comincio quasi a non pensare ad altro. Anche sul lavoro mi distraggo e non riesco a pensare ad altro. Penso a come difenderci. Era semplice: avrei potuto aspettare qualche mese e portare la loro fattura falsa alla guardia di finanza, così l’amministratrice avrebbe dovuto rispondere per non aver agito quale sostituto d’imposta. Ma quello forse lo sentivo come un attacco, ed io pensavo a difendermi non ad attaccare. E sono stata sciocca: perché concedere sconti quando loro avevano iniziato contro di noi una guerra senza quartiere?
    Io ancora m’illudevo di poter tornare a vivere normalmente in quel condominio e ristabilire rapporti civili. E dicevo all’ing. Ferruccio Soldini: “Scrivete una lettera di scuse e ritiriamo tutto”.
    [continua]
     
    Sono stanca questo racconto non continua
    volendo sapere altro partite dal punto g) verso la fine di:
    https://www.aphorism.it/linda_landi/racconti/saper_vivere/

     
  • 25 febbraio alle ore 8:30
    È tutta colpa mia [2]

    Come comincia: [segue]
    Il 16 marzo successivo ero contenta perché avevo fatto l’esame finale di un corso di specializzazione post-laurea che avevo seguito negli ultimi due anni. Ed il pomeriggio mi reco a casa dei miei genitori per condividere con loro la mia contetezza. Entro, ho le chiavi di casa, e trovo zia Susanna, la moglie di zio Furio, che sta facendo vedere i conti redatti da Pino (che avevano già approvato all’unanimità) a mio padre. Ed accanto a lei c’è mia madre che segue tutta interessata. E qui faccio un altro errore. Oramai l’esasperazione mi sta prendendo ed il mio comportamento è tutta una sequela di errori. Non mi avevano visto. Avrei dovuto tirare un profondo respiro, come ne avevo tirato tanti in passato, ed uscire silenziosamente come ero entrata. Invece esprimo tutta la mia indignazione per la sfrontatezza di quella persona. Fiato sprecato. Poi purtroppo riferisco quello che avevo visto a mio marito e Pino rimane indignato dalla scorrettezza dei miei genitori. Pensa che i miei genitori avrebbero dovuto dire a quei signori: “Se volete parlare dell’operato di Pino, dovete parlarne in presenza di Pino”.
    Intanto mio zio continua a rompere con i suoi conti contestando in continuazione con versioni sempre nuove i conti di Pino che lui stesso aveva approvato in assemblea insieme a tutti gli altri condòmini.
    Il condominio è sprovvisto di cassette postali ed io trovo la mia corrispondenza aperta con il vapore.
    Sono costretta a noleggiare una casella postale nel comune a 20km di distanza per tutelare il mio diritto alla riservatezza.
    Si sposa mia cugina Loretta, sorella minore di Poldo. Informo i miei genitori che sarei andata alla cerimonia, ma non al ricevimento. “Ma Loretta che c’entra!”, fa mio padre. “Appunto perché non c’entra, vengo alla cerimonia, altrimenti non sarei andata nemmeno a quella”. Dico a Pino: “Al ricevimento saremo soli”. Replica: “Io vado per stare insieme a tuo padre”, e così mi convince.
    Purtroppo oramai vedevo la pagliuzza nell’occhio dell’altro mentre avrei dovuto pensare alle mie travi.
    I tavoli erano stati sistemati in modo da avere un tavolo per i fratelli della sposa e relativi consorti ed un tavolo per ogni fratello del padre della sposa, mio zio Giulio, con relativi figli e generi e nuore.
    Il tavolo riservato a mio padre aveva 7 posti: mio padre, mia madre, mio fratello Giulfurio, la sua compagna, io, mio marito, mio fratello Alfredo all’epoca single.
    Ma mio fratello Giulfurio, grande amico di mio cugino Poldo, e la sua compagna, grande amica di Andreina, moglie di Poldo, pensano bene di volersi divertire e si sistemano al tavolo dei fratelli della sposa. E così due posti al tavolo riservato a mio padre rimangono vuoti.
    Mio fratello vive abitualmente a 300km di distanza. Lo so, avrei dovuto pensare alle mie travi e non esprimere giudizi sul comportamento altrui, ma non riesco a fare a meno di pensare: “Ma accidenti, conosci la malattia di tuo padre, tra poco ti trasferirai a Paestum ed avrete un mese intero da trascorrere con i vostri amici. Non puoi sacrificare il tempo di una cena per stare insieme con tuo padre?”.
    Per tutto il periodo dell’amministrazione di mio marito, zio Furio si caratterizza per un’altra peculiarità. Si mostra fisicamente e mentalmente incapace di prendere i soldi dalla tasca e darli a Pino per pagare le quote condominiali ordinarie. Zio Furio non ha mai pagato una delle quote mensili dell’amministrazione ordinaria. A fine 2004 si presenta a Pino e fa: “Vedi io ho pagato queste quote alla donna delle pulizie e al giardiniere, scalamele come rate condominiali”. Oppure si trattava di bollette della corrente elettrica e dell’acqua. E Pino, per quieto vivere, gli compila una ricevuta di 200 euro.
    A fine 2005 la stessa storia e Pino gli compila una ricevuta di 260 euro.
    A fine 2006 non si presenta. Presenterà in assemblea una spesa di circa 700 euro e Pino, previa approvazione dell’assemblea, gliele scomputa per le quote condominiali non versate.
    2007
    Pino è stufo e vuole dare le dimissioni da amministratore. Nessuno degli altri condòmini vuole prendere l’incarico e lo ostacolano. Zio Furio non è mai stato amministratore. Ha sempre voluto essere l’amministratore de facto, ma l’amministratore ufficiale è sempre stato un altro condomino. La distrazione di Pino gioca un altro scherzo. Pino ha sempre fissato le assemblee condominiali di venerdì sera. Nella prima metà del 2007 guarda il calendario di un altro anno e, senza volere, fissa l’assemblea di sabato invece di venerdì. Ad ogni modo si presentano tutti.
    Errare humanum est, diabolicum perseverare. Pino ora vuole fissare la prossima riunione di sabato, ma guarda sempre il calendario sbagliato e li convoca di domenica. È l’assemblea in cui vuole rassegnare le dimissioni. Dico a Pino: “Ritira la convocazione ed invia una nuova convocazione”. “Non posso”, fa Pino, “C’è un condomino ostile”. Avendo mal interpretato il mese della convocazione (o facendo finta di aver mal interpretato il mese della convocazione) si presenta un mese prima la vicina che abita sotto il terrazzo. Le dico: “Signora, parli con gli altri e chiedete voi una convocazione di assemblea prima della data fissata”. Ma la signora non ne fa niente. E qui sbaglio io, sarei dovuta andare da Soldini per attivare gli altri condòmini a chiedere prima la convocazione di un’assemblea, ma comunque credo non ne avrei ottenuto niente.
    Il giorno dell’assemblea, come previsto, non si presenta nessuno. E qui veramente sbaglio io. Mi aspettavo che non si sarebbe presentato nessuno, però provo ugualmente risentimento contro Poldo e Ferruccio. Non siamo degli estranei, siamo pressoché coetanei. Quando si erano visti la lettera di convocazione da lì a due mesi in un giorno di domenica, non potevano venire da Pino e dirgli, da amici: “Pino, ma che c…(parola che assomiglia a cassata) hai fatto?” E vedere di sistemare la faccenda? Ma qui dimostro la mia ingenuità. Fossero stati degli amici non si sarebbero fatti irretire dalle manovre di Furio e non si sarebbero presentati a controllare scontrini e ricevute.
    Ad ogni modo poco dopo, un sabato mattina si presenta Ferruccio alla porta perché vorrebbe un favore da Pino. Pino non c’è ed io, ancora irritata, stupidamente lo tratto con freddezza. Forse da allora inizia l’antipatia di Ferruccio nei miei confronti, ma penso fosse già iniziata da prima.
    Nel frattempo ricevo un altro duro colpo nella mia vita privata. Mi telefona mio fratello Giulfurio per dirmi che nostro fratello Alfredo, in vacanza in Irlanda, ha avuto una brutta ricaduta. Vedo realizzarsi le parole della dottoressa che voleva curare nostro fratello con una terapia alternativa: “Se vostro fratello continua con la terapia tradizionale, ogni due anni starà in una struttura sanitaria”. È da allora che sono presa da una brutta e stupida esasperazione contro Giulfurio, esasperazione che è la causa del mio futuro comportamento errato anche nel condominio. Avrei dovuto invece rintracciare la dottoressa e vedere se era possibile provare con la sua terapia con due anni di ritardo.
    L'ho capito solo adesso perché non l'ho fatto: avevamo messo "il padrone". Quella carogna di mio fratello maggiore da Roma pretendeva di comandare la situazione: lui, persona in gamba, era la testa e noi, deficienti, burattini che dovevamo solo ubbidire ai suoi ordini. Ed io ero entrata in quel gioco di condizionamento psicologico che ha portato ad una vita infame ed alla distruzione mio fratello minore ed anche me.

    Un mese dopo è il mio compleanno. Il telefono trilla. So che si tratta di mio fratello Giulfurio e la sua compagna che mi chiamano per farmi gli auguri. E qui comincio il mio pessimo comportamento nella mia vita privata. Non rispondo. Sono troppo arrabbiata con loro per non aver permesso che Alfredo fosse curato secondo la strada che ritenevo migliore. Ma ad ogni modo sbaglio. Avrei dovuto rispondere. Mio fratello e la sua compagna chiamavano per farmi fare gli auguri dal loro bambino.
    Due settimane dopo ci vediamo. È il compleanno di nostra madre e nostra madre vuole festeggiare offrendo alla sua famiglia un pranzo al ristorante al mare. C’è anche la suocera di Giulfurio che oltretutto da tre anni passa il mese di luglio alla casa al mare di mia madre. Al momento di pagare il conto, Giulfurio, la sua compagna e sua suocera si scambiano sguardi d’intesa e di derisione nei confronti di mia madre.
    Dopo un altro mese è l’onomastico di mio padre che c’invita tutti per un pranzo alla casa al mare. Sono risentita per quegli sguardi di scherno verso la loro ospite che oltretutto permette loro di fare una vacanza gratis ogni estate e decido di non andare. Questa volta mio marito non mi dice, ed avrebbe dovuto dirlo a maggior ragione in quell’occasione: “Io vado per tuo padre” e così faccio questa enorme corbelleria.
    Intanto Pino mi dice che vuole portare le carte del condominio in tribunale per inerzia dell’assemblea. Io gli dico che sembra brutto e Pino mi rinfaccerà per sempre di averlo fatto desistere.
    Passa un altro po’ di tempo e una vicina, dopo averlo oltretutto canzonato per iscritto, aggredisce verbalmente mio marito in giardino accusandolo di non convocare l’assemblea perché vuole rimanere amministratore. Gli dice pure che sarà lei, che è appena andata in pensione a fungere da amministratore. Furio l’aiuterà.
    E così ci incontriamo per l’ultima volta in casa mia. E qui continuano i miei errori seri. Avrei dovuto mostrare una calma serafica, quasi ascetica. Ed invece decido di comportarmi come si erano comportati loro. Mi mostro stizzita come sempre era stato l’atteggiamento della futura amministratrice, e lasciamo perdere il comportamento di zio Furio che aveva sempre dato in escandescenze. Tanto che Poldo chiede se mi ero scimunita. Chissà perché se ti comporti come loro, poi a loro non piace. “Ma come”, penso, “loro possono comportarsi così ed io no?”. Ad ogni modo nominiamo Furio e la vicina presidente e segretario dell’assemblea ed iniziamo i lavori. Furio ha le ultime rimostranze. Il consuntivo presentato dice che è debitore di €298. Come ha già fatto in passato, quasi si fa venire un collasso, salvo riprendersi quando parliamo di chiamare il 118, per asserire che lui è debitore solo di €33, ma gli altri 165 non li paga! Pino non è d’accordo, ma tutti e 5 i condòmini all’unanimità, incluso Furio, votano per addebitare a Furio solo €33 ed addebitare i rimanenti 165 in parti uguali tra i 5 condòmini.
    Non è finita. Pino rassegna le dimissioni. Ma ci sono ancora alcune pratiche da sbrigare per i lavori straordinari, tipo liquidare il commercialista ed altro. Furio suggerisce di non riempire di carte il nuovo amministratore e di passarle solo le carte che servono per terminare la gestione ordinaria dell’anno corrente, il 2007. Potrebbe Pino, per favore, terminare lui le pratiche dei lavori straordinari? Per la signora, nuovo amministratore, sarebbe troppo complicato occuparsene.
    La sera mio marito ed io andiamo a mangiare una pizza per festeggiare la fine di un incarico che si era rilevato così gravoso.
    Siamo quasi alla fine di agosto e vengo convocata dal nuovo amministratore per discutere sui preventivi pervenuti per lavori di manutenzione al terrazzo. Mio marito aveva fatto pervenire un preventivo e zio Furio avrebbe presentato un preventivo della ditta a lui cara.
    Non voglio andare più alle riunioni e chiedo consiglio ad un collega che si occupa di amministrazione di condominio. Mi dice: “Guarda, se tu non vai devono farti avere il verbale e se c’è qualche punto su cui non sei d’accordo hai 30 giorni di tempo per fare ricorso”. Pessimo consiglio. Avrebbe dovuto dirmi: “Liliana, datti un pizzico sulla pancia e vai alle riunioni. Meglio che vai a difendere i tuoi interessi in assemblea che rischiare di perdere tempo e soldi in un ricorso”.
    Così non vado, ma espongo come credo si siano svolti i fatti. Il preventivo della ditta presentato da mio marito risulta di €100 inferiore a quello presentato da zio Furio. Ma zio Furio non si scoraggia. Approfittando della nostra assenza scrive sulla linguetta della busta del suo preventivo: “Se scelto, verrà praticato un ulteriore 10% di sconto sul prezzo finale”. Così vince la ditta cara a zio Furio.
    Siamo ancora in agosto, non so ancora niente di tutto questo. Verrò a saperlo solo in seguito. Dobbiamo fare dei lavori in casa perché gli intonaci presentano delle lesioni. Nell’ultimo giorno dei lavori, torno a casa la sera dopo il lavoro e vedo segni di pedate bianche nell’ingresso della palazzina. Sono tracce lasciate dagli operai che hanno finito i lavori a casa nostra. Devo andare a fare la spesa, così dico a mio marito di pulire mentre io esco. Quando rientro non ci sono segni bianchi, ma vedo pedate nere che prima non avevo notato dato che l’attenzione era stata catturata dallo sporco di nostra responsabilità.
    Il giorno dopo, sabato pomeriggio, mio marito va a fare una visita di cortesia in casa di mio zio Furio, dato che c’erano stati problemi di salute in famiglia, e vede sulla porta del terrazzo che fronteggia la porta dell’appartamento di zio Furio un foglio che avvisa: “ASFALTO FRESCO”. Zio Furio dice a Pino che è venuta la ditta ed ha fatto i lavori. “Stavolta ci sono tutte le garanzie!”, dice.
    Un giorno della settimana successiva, rientro alle 10 di sera dalle prove del coro amatoriale di cui faccio parte e mio marito mi dice che era passata l’amministratrice a consegnare il verbale. Parto in quarta, preparo una ricevuta ed un foglio di attestazione della data di consegna del verbale e mi accingo a salire dall’amministratrice per consegnarle la ricevuta e farle firmare l’attestazione. Mio marito mi dice di non andare e m’informa che la nostra quota è di €240. Avrei potuto fermarmi: io pensavo ad un ricorso nel caso se ne fossero usciti con spese ben superiori. 5 anni prima mi ero lasciata sottrarre €600 senza quasi fiatare, figuratevi adesso se avrei fatto storie per €240! Ma oramai ero lanciata. Il verbale avrebbe potuto contenere altre cose! E vado. L’amministratrice mi accoglie con il sorriso di benvenuto delle persone false, ma poi fa la faccia di chi teme un tranello quando le spiego che non solo le ho portato la ricevuta del verbale, ma che le chiedo cortesemente di firmarmi l’attestazione della data di consegna. Tento di spiegarle che è normale amministrazione, ma la signora non mi ascolta nemmeno e afferma: “Mi rivolgerò a suo padre”. Ricordo l’aggressione verbale e le minacce che zio Furio aveva espresso per telefono a mio padre. Ricordo che mio padre ha fatto sapere loro che per ogni cosa del condominio non lo disturbassero più e che si rivolgessero a me. Ho dentro tutta l’esasperazione per il comportamento di mio fratello maggiore. Esasperazione che mi ha portato ad esasperarmi per tutta la maleducazione, le prepotenze, le villanie che dovevamo sopportare da parte dei nostri vicini. E avevo ancora nella testa la frase non punita di quella signora: “Se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia qua sopra la prendo a la butto per terra!”. E con ironia esprimo una perifrasi di quella sua frase per dirle di non disturbare mio padre. Ma la signora non coglie l’ironia ed il riferimento alla sua frase. Capirò solo in seguito che per lei la frase che aveva detto e quella maleducazione e prepotenza che aveva espresso in casa mia erano normale amministrazione e nemmeno le ricordava. La vedo trasformare in un attimo. Fa una faccia cattiva, mi afferra per un braccio, me lo torce e mi spinge verso le scale, urlando: “Mi ridia il verbale!”. Arriviamo non so come alla porta del mio appartamento. La signora fa un bel po’ di baccano e non c’è bisogno di bussare perché mio marito apra. Mio marito le lancia contro il verbale dicendole: “Se lo prenda e se ne vada!”. Io rimango un po’ nell’ingresso tentando di riprendermi dalla sorpresa e dallo spavento. Sento che la signora fa ancora baccano per le scale. Sempre preoccupata che non disturbino mio padre, esco di nuovo e raggiungo la signora che è andata a bussare e piangere da mio zio e si trovano tutti lì per le scale. Mio zio con la faccia arrabbiata, ché avevano “toccato” la sua amica. Io, che avevo avuto le mani addosso, chiedo scusa alla signora per la mia espressione (a lei che non si era mai scusata) e tento di farmi ridare il verbale. La signora continua la recita e fingendo tremore fa: “No, io mi sono spaventata!”. Mio zio urla: “Voglio sapere di chi è l’appartamento!”. Avrei fatto bene a girare le spalle ed andarmene, tanto, avrei capito in seguito, mio padre, nonostante la malattia, era più che in grado di difendersi da solo. Invece risposi, da perfetta idiota che ero diventata: “È mio”, rivelandogli quello che avevamo tenuto nascosto per tre anni ed aprendo il fianco ai suoi successivi attacchi. La faccia di mio zio divenne furiosa e cattiva. Era stato ingannato! Ebbi un brivido.  In un istante capii che lui riteneva suo diritto avere il controllo su “la roba”, includendo ne “la roba” anche le proprietà dei suoi fratelli, e che avevo fatto un madornale errore.
    Mio marito avrebbe voluto portarmi al pronto soccorso e denunciare l’aggressione. Desistetti. E feci male. Il giorno dopo al lavoro il braccio ancora mi doleva.
    Un sabato pomeriggio sono fuori al balcone che dà sull’ingresso, quando vedo arrivare mia cugina Loretta con la bambina. Da 5 anni che ero lì non era mai venuta a trovarmi, ma non vi avevo dato peso, dato che non eravamo particolarmente amiche, però faccio una cosa stupida. Quando ero andata a trovarla prima del matrimonio mi aveva detto che le piaceva lo stile etnico. Io non ne vado pazza, anzi, però il pezzo principale nel mio salotto è un mobile che s’ispira allo stile etnico ed in occasione di quella visita glielo avevo detto. Così mi viene da dirle: “Loretta, entra ti faccio vedere il mobile”.
    Non l’avessi mai fatto!
    Poco tempo dopo, un altro sabato pomeriggio sento bussare alla porta. Vado ad aprire e mi trovo davanti mia zia Radaele, madre di Loretta e Poldo, e mia cugina Giulietta, sorella di Loretta e Poldo. In 5 anni che ero lì non erano mai venute a trovarmi! E questa volta ci avevo fatto caso, essendo Giulietta ed io cresciute insieme. “Siamo venute a farti gli auguri di Natale”, esordisce con aria sorniona mia zia. Entrano in salotto, lo esaminano e Giulietta dice che le piace come avevo sistemato quella stanza.
    Intanto passa più di un mese da quell’incidente con l’amministratrice e ricevo la convocazione ad una nuova assemblea. Non posso certo recarmi a casa di chi mi ha messo le mani addosso e chiedo che si cambi locazione. Non vengo accontentata e non mi reco alla riunione.
    Il giorno dopo ricevo il verbale con acclusa una relazione dei lavori svolti due mesi prima sul terrazzo.
    Sia il verbale che la relazione sono chiaramente dettati da mio zio Furio. Sia il verbale, fatto firmare da mio zio a tutti i condòmini, inclusi Poldo e Ferruccio, che la relazione sono un agglomerato di insulti e illazioni sull’amministrazione di mio marito, oltre che insulti e calunnie sulla sottoscritta. Risulta addirittura che sarei stata io a mettere le mani addosso all’amministratrice! Anche la relazione sui lavori è tutta un falso. A parte il fatto che l’amministratrice non era nemmeno presente essendo andata in vacanza da suo fratello, nessuno era venuto a rimuovere i fogli d’asfalto danneggiati e saldati dei nuovi. Tutto quello che era stato fatto era spalmare un po’ di catrame sulle parti lesionate. Costo? 100 o 200 euro.
    A due mesi dai lavori per la prima volta compare per iscritto il riparto dei costi: €240 a testa per un totale di €1200, IVA inclusa.
    Per la cronaca, i lavori come relazionati dall’amministratrice verranno eseguiti nel periodo di Natale di sei anni dopo. Sei anni dopo sentimmo il rumore della fiamma ossidrica venire dal terrazzo per saldare i nuovi fogli di asfalto, vedemmo lo sporco sulle pareti delle scale lasciati dai fogli di asfalto mentre venivano trasportati e le bombole per il cannello ossidrico ed i vecchi fogli di asfalto lasciati per settimane nel cortile.
    Mio marito è saturo e vuole rivolgersi ad un avvocato. Gli dico di lasciare perdere e che a quei signori avrei risposto io. Ma mio marito è inamovibile. Si rivolge ad un avvocato. La cosa migliore sarebbe stata di ignorarli: erano solo parole.
    L’avvocato consultato, senza che noi avessimo dato il nostro definitivo consenso, scrive all’amministratrice invitando lei e gli altri condòmini a moderare i toni. Nient’altro.
    In quel periodo mio padre telefona al fratello Furio per chiedere notizie sulla salute di un suo familiare. Si ritrova subissato di urla: “Mi ha fatto scrivere dall’avvocatoooo!”. La risposta che mio padre ha in mente è: “Veramente è mio genero che è stato scritto per prima da un avvocato”.
    Durante l’amministrazione di mio marito, mio zio Furio aveva fatto scrivere a mio marito da tre avvocati.
    Non era abitudine né di mio marito né mia quella di andare a piangere da mio padre né da nessun altro sulle scorrettezze e vessazioni di mio zio Furio&Co. Mio padre aveva saputo delle lettere dei tre avvocati dopo che mio zio Furio si era lamentato con mio padre di Pino.
    Invece zio Furio, mio cugino Poldo etc. avevano l’abitudine di lamentarsi con mio padre o con mio fratello maggiore, Giulfurio, non appena qualcosa non gli andava per il verso giusto.
    E così mia madre mi disse che mio fratello Giulfurio le avesse chiesto che cos’era quella faccenda di Pino e l’avvocato.
    Naturalmente lo aveva saputo da Poldo. Ma caro fratello, se tuo cugino si lamenta di tuo cognato, se vuoi sapere qualcosa, anzi è tuo dovere, perché non chiami tuo cognato invece di chiedere a nostra madre e/o accontentarti della versione di tuo cugino?
    E lì inizia quello che mi fa veramente male e sarà alla base di tutte le mie corbellerie future. Mio fratello si beve tutto quello che gli racconta mio cugino, si schiera dalla loro parte e si mostrerà sempre ostile nei miei riguardi.
    Idiota (io), oltre a tutta la combriccola dovevo ignorare anche lui.

    Sei mesi dopo mio marito riceve una citazione da mio zio Furio.
    Mio zio Furio ha cambiato idea rispetto all’ultima riunione dov’era Pino amministratore.
    Adesso dice che Pino aveva ragione: è vero lui era in debito di €198, in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le rate condominiali, però, avendo sostenuto delle spese per il condominio (di sua iniziativa) avanzava un credito di €20. Inoltre voleva indietro la sua quota parte di €198 che erano state divise in parti uguali (qui fa un altro errore, in parti uguali avevamo diviso €165, non €198). In tutto vuole qualcosa come €58. Sì mio zio fa causa per chiedere €58.
    Due settimane dopo mio padre riceve una lettera, anche questa firmata da tutti i condòmini, inclusi mio cugino Poldo e l’ing. Ferruccio, in cui si insinua che mio marito abbia gestito €80000 per lavori straordinari senza mai aver dato conto della sua amministrazione. La lettera è inviata anche in giro nel parentado di zio Furio e zia Susanna. A parte il fatto che ogni lavoro era stato deciso all’unanimità dall’assemblea, zio Furio aveva chiesto e ottenuto le copie di tutte le fatture e di tutti i bonifici.

    Dato che i miei amabili vicini commettono un’altra scorrettezza nei miei riguardi, presento ricorso contro una loro delibera. Solo a seguito di questo ricorso, mi vedo recapitare, con 8 mesi di ritardo, la copia della fattura dei fantomatici lavori al terrazzo. La fattura è la n.1 del 09/09/2007. L’iva è al 20%, mentre avrebbe dovuta essere del 10%, non c’è la ritenuta d’imposta.  Sarei dovuta andare con quella fattura alla guardia di finanza, ma io ancora desidero riportare tutto sui binari della normalità e non ne faccio niente.
    Alla guardia di finanza ci andai sei anni dopo. Risultato: quella ditta aveva chiuso l’attività due anni prima e per tutto il periodo della sua attività non aveva mai emesso una fattura.
    [continua]

     
  • 25 febbraio alle ore 8:19
    È tutta colpa mia [1]

    Come comincia: Con tutte le massime che trovo postate su FB, FB è diventato per me maestro di vita:   “Le azioni che gli altri compiono fanno parte della loro storia, come tu reagisci fa parte della tua”. [Da FB] “Chi sa perché, se agisci come loro, poi a loro non piace”. [Da FB] Tutte frasi che sembrano scritte apposta per ricordarmi che “È tutta colpa mia”.
    Frasi che mi riportano, insieme ad altre frasi che trovo nei libri che leggo, alla stupida, squallida, meschina storia che ho vissuto e che ancora vivo.
    “... della perfidia, della cretineria, di tutto ciò che rovina il miracolo e la gioia d’essere nati.”
    [Da “Un cappello pieno di ciliege” di Oriana Fallaci, parte 3, capitolo 7]
    Fino a quando non ho fatto vincere l’esasperazione, fino a quando sono rimasta me stessa, ho reagito secondo il mio modo di essere.
    Quando l’esasperazione ha raggiunto (e superato) il livello di guardia, ho agito imitando il loro modo di essere.
    E non potevo che uscirne perdente: non si può tradire se stessi.
    La maleducazione, la prepotenza, il pettegolezzo, il vandalismo bisogna lasciarli a chi ci è nato e vi stato educato.
    Aggiungo un’altra frase: “Secondo me, il condominio è la prova che Dio non esiste” [detta da una mia giovane vicina nel nuovo condominio dove sono andata a vivere].
    Mi permetto di correggere la frase della mia giovane amica: ‘‘Il condominio è la prova che il diavolo esiste’’.
    Perché questa è una storia condominiale intrecciata ad una storia familiare.
    Un racconto privo di poesia.
    Un racconto di squallore, di miseria, di meschinità.
    Di stupidità. O cretineria che dir si voglia.
    Da ambo le parti.
    Una storia in cui nessuno si può dire esente da biasimo.
    Tragedie come quella del condominio di Erba e tante altre tragedie che ci vengono raccontate dalle pagine di cronaca accadono perché ci sono persone vanitose, frustrate, invidiose, forse psicopatiche, che sentono il bisogno di affermare la loro supremazia sugli altri e trovano nel condominio il terreno a loro più congeniale per affermare la loro vanità e brama di predominio e di possesso.
    Persone lontane anni luce dalle “persone miti, che non hanno bisogno di dimostrare la loro superiorità sugli altri”, a cui accenna Pippo Franco nel suo “La morte non esiste”.
    Persone che aderiscono appieno alla descrizione che ne fa Guareschi nel suo “Don Camillo ed i giovani d’oggi”: “La gente è stupida: non è contenta quando sta bene. È contenta quando vede gli altri stare male”. Mentre, sottolineo, si rode d’invidia se vede che tu sei contenta e stai bene.
    Persone che si sentono minacciate o offese nel loro amor proprio perché il vicino o il parente possiede qualcosa di bello.
    E la tragedia arriva quando lo psicopatico o il prepotente/vanitoso ritiene di essere stato infastidito, oltraggiato o non sufficientemente omaggiato. O quando la vittima di turno, vuoi in un momento di distrazione vuoi perché l’esasperazione ha superato il livello di guardia, risponde o reagisce male.
    Magari esplode.
    E qui inizia il mio racconto.
    PROLOGO
    Non so dire quando inizia questa storia.
    Potrebbe cominciare quando sono andata a vivere nel condominio di via Vattelapesca numero 0, ma in realtà è cominciata prima.
    Quando avevo 9 anni ed i miei genitori decisero di trasferirsi dall’appartamento in via Vattelapesca n.0 in un appartamento più grande ed al centro. Lasciando vuoto l’appartamento in via Vattelapesca n.0.
    Ma in realtà comincia molto tempo prima. Quando io non ero ancora nata e nemmeno ero in progetto.
    Ma partiamo da quando ho fatto la stupidaggine di accontentare mio padre e di andare a vivere nella palazzina di famiglia per tentare di tenerla in piedi.
    2001
    Mentre Pino, il mio futuro marito, ed io ristrutturavamo l’appartamento dove saremmo andati ad abitare, mio padre dovette correre al comune per dimostrare che tutte le carte erano a posto.
    Secondo Pino, era stato mio zio Furio, mio futuro vicino di casa, a fare una segnalazione.
    Non mi alterai. Sapevo che mio zio era capacissimo di cattive azioni avendo portato la sorella in Tribunale, anche lei per dei lavori di ristrutturazione.
    Poi Pino si vide portare via dal carro attrezzi l’auto che aveva fermato davanti alla palazzina. “Si è trattato di pochi minuti!” soleva ripetere. “Sono sicuro che è stato tuo zio a chiamarli!”. Sarà. Ad ogni modo sono certa che pochi anni dopo fu mio zio, proprio per seminare zizzania, a chiamare il carro attrezzi quando un altro vicino lasciò l’auto per pochi minuti davanti al cancello automatico che non funzionava.
    Mio padre aveva consegnato a Pino tutte le chiavi in suo possesso, ma tra quelle la chiave del catenaccio del box in cantina proprio non c’era. “Non so chi possa avere la chiave”, diceva con un sorriso mio zio. Pino scassinò il catenaccio e ne mise uno nuovo. Quando lo disse a mio zio, a questi quasi veniva un accidenti.
    Ma non mi alterai. E continuai la mia vita come nulla fosse.
    2002
    Ci sposammo e ci trasferimmo.
    Fui iniziata al folklore locale dalla vicina che abitava l’appartamento sotto il terrazzo: uscivo di casa alle 06:50 per recarmi al lavoro ed a quell’ora trovavo la vicina appostata a mo’ di agguato per ordinarmi che la luce fuori il portone di notte doveva essere spenta.
    E venne la prima riunione di condominio.
    Occorreva pitturare le scale condominiali. Il vicino che aveva comprato l’appartamento di zio Alfredo, quello sotto il terrazzo, disse che conosceva uno che avrebbe fatto il lavoro per un milione e mezzo. “Noooo”, s’infuriò mio zio Furio, “per pitturare le scale ci vogliono 16 milioni e ci vuole l’ingegnere!”. E non se ne fece niente. Da precisare che il condominio era costituito da 5 appartamenti e 2 rampe di scale.
    Nella stessa riunione mio zio presentò un preventivo per lavori di impermeabilizzazione del terrazzo.
    Feci finta di non notare che quel preventivo era scritto con una Olivetti portatile uguale a quella che possedeva lui. Coincidenze.
    La mia quota, come quella degli altri, era di 600 euro da versare in comode rate di 200 euro l’una.
    Non battei ciglio. In quel momento la mia unica domanda era solo se zio Furio avrebbe trattenuto tutti i 600 euro o solo 400 o solo 200. Nient’altro. A mio vedere, se un pensionato, ex-bancario, con rendite da proprietà e da oculati investimenti sentiva il bisogno di sottrarre denaro ad una metalmeccanica che per sbarcare il lunario usciva di casa alle 7 e rientrava alle 18 o alle 19 percorrendo 50 km all’andata e 50 km al ritorno per 5 giorni a settimana, era lui ad avere un problema non io.
    Nella stessa riunione l’ing.Ferruccio Soldini, che aveva comprato l’appartamento di mia zia Liliana e la vicina che occupava l’appartamento sotto il terrazzo mi fecero capire che zio Furio cercava di farci pagare alte quote ordinarie in modo che a fine anno rimanessero più soldi inutilizzati. Soldi che non avrebbe mai né restituito né utilizzato per il condominio.
    Pagai la mia prima rata di 200 euro. Versai la mia seconda rata di 200 euro ed a metà anno alla fine di un’assemblea, posi una domanda sui lavori al terrazzo di cui non avevo saputo più niente. Inaspettatamente zio Furio si mise ad urlare come un ossesso. Mentre io rimanevo a bocca aperta per lo stupore, mio cugino Poldo, altro mio vicino di casa ed anch’egli nipote di zio Furio, scuoteva la testa e diceva: “Ecco, lo sapevo”. Mi tornò alla mente che avevo sentito dire che zio Furio alle riunioni condominiali urlava spesso. Mi montò dentro un moto di ribellione: che diritto aveva quell’uomo di seminare il terrore intorno a lui? Ed allora venne anche a me di alzare la voce e gli urlai in faccia: “Ma che ti urli?”. A quella mia uscita Poldo si zittì e fece una faccia sbigottita. Ed io, sempre ad alta voce, mi rivolsi a lui dicendo: “Ma che si urla? Sapesse che se lui urla, io so urlare più forte di lui!”. Ma rivolgendomi a mio cugino Poldo avevo voltato la testa ed entrarono nel mio campo visivo sua moglie Andreina e sua figlia di due anni sedute sul divano più dietro. Andreina con la sua solita aria di non capire cosa stesse succedendo, mentre la bambina sembrava ponderare seriamente la situazione. Così tornai in me. Mi misi le mani davanti alla bocca e dissi in tono normale: “Andreina, scusa. Ho urlato in casa tua”. E, mentre quello continuava ad urlare da solo, andai a sedermi accanto alla bambina e le dissi: “Stiamo scherzando”.
    Io mi scusai per aver urlato, dietro provocazione, una volta. Il signor Furio non ha mai sentito l’esigenza di scusarsi per questa sua abitudine, né d’altro canto i vicini sembravano aspettarsi che lo facesse.
    Dopo quell’episodio, zia Susanna, moglie di zio Furio, trovò più spesso il modo di bussare ai vicini, cosa che già faceva abitualmente, per infilare alla fine la frase: “Siamo sempre stati tranquilli!”.
    “Ma che tranquilli!” ebbe modo di commentare ridendo mio cugino Poldo “qui sono volate anche le sedie!”
    Arrivò la fine dell’anno e mio cugino Poldo, amministratore ufficiale mentre in realtà zio Furio si occupava di tutto, disse che la ditta dei lavori sul terrazzo aveva presentato la fattura ed io pagai l’ultima rata di 200 euro, senza che fosse mai apparso un cartello che avvertisse dell’inizio dei lavori, senza che né io né mio marito avessimo mai visto passare un operaio che salisse sul terrazzo, senza che né io né mio marito avessimo mai sentito alcun rumore provenire dal terrazzo.  E, ne sono sicura, senza che mio cugino abbia mai visto nessuna fattura: aveva semplicemente riferito quello che gli aveva detto lo zio.
    12 anni più tardi mi recai alla guardia di finanza. La ditta in questione aveva chiuso la sua attività due anni prima e per tutto il suo periodo di attività non aveva mai emesso una fattura. Ma su questo tornerò in seguito.
    A fine anno mio marito si reca alla riunione di discussione del bilancio consuntivo. Poco dopo lo vedo rientrare. Mio cugino Poldo lo aveva insultato e cacciato dalla riunione, mi dice. Sembra che mio marito si fosse macchiato di due delitti: 1) aveva chiesto quanti soldi ci fossero in cassa, suscitando le ire di zio Furio; 2) poi aveva detto: “Mi avete fatto venire ad una riunione per discutere di due piante da piantare in giardino mentre ci sta l’intonaco che si stacca dai cornicioni”. Dopo un po’ bussano alla porta. L’ing. Ferruccio Soldini, l’unico vicino su cui contavo per un po’ di civiltà e correttezza in quel condominio, aveva detto a mio cugino Poldo: “Ma ti rendi conto di quello che hai detto?” E lo aveva spronato ad andare a scusarsi. E così l’ing. Soldini aveva accompagnato Poldo alla nostra porta e dopo che mio marito ebbe aperto, lasciò Poldo da solo a fare il suo dovere. Mio marito lo fece entrare e gli offrì un liquore.
     
    2003
    Intanto continuavo la mia vita che tra lavoro e problemi di salute nella mia famiglia d’origine già mi prendeva abbastanza tempo e testa.
    All’inizio della primavera successiva, la vicina che abitava sotto il terrazzo venne a dirmi che aveva di nuovo problemi d’infiltrazione.
    Buono sì, ma fesso no.
    Le chiesi: “Scusate, ma la ditta che è venuta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”. “Ah, beh. Sì, mah…” fu la risposta che ricevetti e se ne andò. E per qualche anno non ne sentii più parlare.
    Intanto passa il secondo anno di mia permanenza in quel condominio con misteri sulla gestione del giardino, della pulizia scale ed il cancello automatico sempre rotto. Continuo la mia vita senza darvi peso. O almeno così credevo.
    Alla fine del secondo anno zio Furio torna alla carica chiedendo a mio marito di fare l’amministratore. E qui commetto il secondo errore (il primo era stato andare a vivere lì). Ci sono dei pesanti lavori di manutenzione da eseguire. Da anni cadono calcinacci ed io mi illudo che l’unico modo di non avere indebite ed ingenti sottrazioni di denaro è che mio marito Pino prenda in mano l’amministrazione. Così non mi oppongo.
    Anzi gli errori sono due. Avrei voluto evitare che le assemblee con gente così esagitata, prepotente e maleducata si tenessero in casa mia ed avrei preferito che si tenessero nell’ingresso del palazzo. Ed invece, stupidamente, non ne feci niente per non sembrare prevenuta e passare dalla parte del torto.
    Intanto tento di non farmi coinvolgere dalle chiacchiere. Ferruccio, incontrato in treno, mi rivolge domande tendenziose su mio zio, chiedendomi se era stato sempre così. Io mi sbottonai già un po’ troppo, limitandomi a dire che avevo sentito che c’erano state questioni con la sorella, di cui Ferruccio aveva acquistato l’appartamento, e poi glissai lasciando cadere l’argomento.
    2004
    Nel frattempo cose più importanti si imposero alla mia attenzione: gravi problemi di salute nella mia famiglia di origine che ad un certo punto dovetti affrontare da sola, con l’aiuto di mio marito. MI ritrovai a decidere da sola dove mio padre dovesse essere operato a tre mesi da un precedente serio intervento.  E il mio impegno fu compensato da mio fratello maggiore con la frase: “Se papà muore è colpa tua”. Il giorno dopo addirittura mi colpì. Due anni dopo avrei seguito un corso sul bullismo ed il relatore avrebbe detto: “Quando i toni sono accesi, meglio lasciar perdere, meglio abbandonare il campo, in quel momento i toni non possono fare altro che alzarsi ulteriormente”. Non avevo ancora seguito quel corso, ma la mia educazione fece sì che non replicassi alla frase di mio fratello e che quando mi colpì reagissi abbandonando il campo. Anche dopo che l’intervento di mio padre ebbe ottimi esiti, mio fratello non ha mai sentito l’esigenza di scusarsi.
    Tre mesi dopo, una domenica di settembre, mi sveglio e mi ritrovo a singhiozzare tra le braccia di mio marito esclamando: “Non ho più fratelli!”. “Secondo me, non li hai mai avuti” è la replica di Pino che mi consola carezzandomi la testa. Cosa era accaduto? Dopo aver subito gli attacchi di mio fratello maggiore nel periodo di malattia di mio padre, la sera prima anche mio fratello minore, Alfredo, aveva dato in escandescenze attaccando verbalmente Pino e me a casa dei miei genitori. E quasi fisicamente Pino. Mio padre si era interposto.
    Intanto arriva la fine del primo anno di amministrazione condominiale di Pino e Pino prepara il bilancio consuntivo da presentare. Nessuno prima di lui aveva mai presentato un vero bilancio completo di tutti i dati.
    Viene da me con aria meravigliata e scandalizzata: “Liliana”, mi fa, “quello sta sottraendo 300 euro!”. Capisco che “quello”, che aveva in continuazione dato fastidio a mio marito durante l’intero anno, era mio zio Furio. Rispondo a mia volta con aria meravigliata, ma consapevole, facendo spallucce e scrollando la testa, intendendo: “Ed allora? Abbiamo sempre saputo che “maneggia”, qual è la novità?”.
    Ma Pino forse ha bisogno di aiuto e consiglio su come agire e chiama Ferruccio per fargli vedere i suoi conti e le sue conclusioni. E lì comincio a sbagliare. Quando Ferruccio aveva tentato di farmi parlare sulle peculiarità di mio zio, avevo sempre fatto la gnorri. Ma adesso mi sento in dovere di far vedere che sono mortificata per le azioni del mio parente. Ingenua. Avessi continuato a fare la gnorri!
    2005
    Pino, dopo il primo anno di amministrazione, vedendo che le spese non giustificavano quote condominiali così alte, le abbassò. Ci fu chi si vide abbassare le quote da 40 euro mensili a 20 euro mensili. Ma i vicini, inspiegabilmente, pensarono bene di ringraziare mio marito smettendo proprio di pagarle. Sono convinta che chissà zio Furio cosa avesse messo loro in testa per indurli a comportarsi così.
    Ed io dovetti anticipare le mie quote per pagare le bollette condominiali. Fino a quando, nuovamente, si ruppe il cancello automatico. Mio marito mi proibì di anticipare ancora ed informò i vicini che protestavano che in cassa non c’erano soldi per riparare il cancello e provvedessero a versare le loro quote.
    Il risultato fu che mio zio Furio telefonò a mio padre per protestare contro l’operato di suo genero.
    Forse fu allora che cominciai veramente a detestare mio zio.
    Ma come? Sai cosa aveva passato tuo fratello un anno prima, sai che malattia tiene, sai che suo figlio minore che vive ancora con lui non sta bene e tu vai a disturbarlo per le tue questioncelle di quattro spiccioli?
    E proprio in quel periodo successe un fatto per me grave. Mio fratello minore, Alfredo, da due anni seguiva in maniera discontinua una cura. Forse proprio perché la seguiva in maniera discontinua aveva periodiche ricadute, ma non potevo biasimarlo di non essere costante perché comunque la cura implicava pesanti effetti collaterali.  Ed in quel periodo mio fratello ebbe una pesante ricaduta. I medici individuarono in me il parente in cui mio fratello avesse più fiducia e mi proposero di ospitare Alfredo in casa mia e seguirne la cura. Per pura combinazione mio marito ed io conoscemmo una dottoressa che proponeva una cura alternativa, più lenta ad agire, ma, se funzionava, con efficacia più duratura e senza effetti collaterali. A queste condizioni, sì. Ma mio fratello maggiore si oppose con veemenza e disse che poteva occuparsene lui ma continuando la solita terapia. E così i medici decisero di affidare Alfredo a mio fratello maggiore.
    Solo che accadde un imprevisto: la sera prima mio fratello maggiore venne a casa mia. Non mostrava più la baldanza che aveva mostrato davanti ai medici. Era spaventato e mi chiese se nostro fratello poteva venire a casa mia. Repressi la collera. “Se non avevi intenzione di prenderlo con te, perché ti sei offerto con tanta sicumera davanti ai medici?”, pensai, ma non lo dissi. Sì, risposi, ma se viene curato dalla dottoressa. No. Non gli andava bene. Dovevo occuparmene io ma con la terapia che diceva lui. A queste condizioni no. Più volte in seguito mio fratello maggiore mi ha aggredito dicendo che io me ne ero lavata le mani. Così portò nostro fratello a casa sua per un mese per poi riconsegnarlo ai nostri genitori.
    Non avevo provato rancore quando l’anno prima mio fratello mi aveva detto: “Se papà muore è colpa tua”. Non avevo provato rancore quando mi aveva aggredita fisicamente. Solo sgomento. Adesso cominciai a provare risentimento contro mio fratello maggiore e la sua compagna che come rinoceronti avevano imposto la loro strada.
    Anche mio marito espresse risentimento: “Io ho fatto sempre tutto alla luce del sole!”, si lamentava, “E lui, senza consultarci, telefona ai medici per levare di torno la dottoressa ed imporre la sua strada? A loro interessa che Alfredo non occupasse la casa di Paestum!” [la casa al mare dei nostri genitori, nda].
    E, pensando alla malattia di nostro padre, cominciai a provare risentimento anche quando mio fratello maggiore e la sua compagna non mostrano il dovuto affetto e deferenza verso i miei genitori. Come quando scendevano da Roma, dove vivono e lavorano, per andare alla casa al mare e non si fermavano a salutare e far vedere il bambino ai nostri genitori. È stato stupido da parte mia. Vedevo che i miei genitori soffrivano per il loro comportamento, ma per il bene dei miei stessi genitori avrei dovuto far finta di nulla. Col mio risentimento, che era percepito, creavo uno stato di malcontento di cui soffrivano anche i miei genitori.
    Nel frattempo zio Furio non desiste dai suoi giochi. Dopo che il primo vero bilancio consuntivo della storia di quel condominio era stato approvato all’unanimità, si mette a protestare che non si trova e gli mancano 200 euro. Mio marito vede che zio Furio ricorre al vecchio trucco di attribuire la stessa spesa per due volte ai bilanci di due anni successivi. Ma zio Furio è veramente esasperante ed insistente, tanto che mio marito dice: “Io glieli darei pure ’sti 200 euro. Basta che mi dica a chi devo levarli. I soldi mica sono miei, sono dei condòmini!”. Mio zio arriva a chiedere l’opinione di mio padre su questa questione. Mio padre gli manda la risposta per iscritto. Pare che quando zio Furio abbia letto la risposta di mio padre si sia fatto prendere da un accesso di furore ed abbia telefonato a mio padre urlando e minacciando. E questo nel giorno di Natale.
    E qui feci altri due errori: 1) mi esasperai definitivamente verso mio zio che si era permesso di rivolgersi in quel modo contro mio padre e che faceva perdere tempo prezioso a mio marito con le sue indebite infinite richieste di rivedere i conti. Ed invece avrei dovuto lasciarmi scivolare tutto addosso: io avevo avvertito mio padre di non dare udienza a suo fratello per questioni di condominio. Non mi aveva dato retta? Fatti suoi; 2) errore di omissione. Alla successiva riunione avrei dovuto prendere 4 fogli da 50 euro l’uno (il bancomat mi dava solo banconote da 50 e 20) e sbatterglieli in faccia. Eufemisticamente parlando. Glieli avrei sbattuti davanti sul tavolo intorno al quale ci riunivamo in casa mia. Non lo feci perché pensavo avrebbe preso il vizio di ricevere facilmente soldi da me. Ma fu un errore. Avrei dovuto farlo.
    2006
    Un sabato pomeriggio suonano alla porta. Ero in casa quindi credo che si trattasse di un sabato. Vado ad aprire ed è la vicina che abita sotto il terrazzo. Vorrebbe parlare con l’amministratore, mio marito. Vado a chiedere a mio marito se è disponibile. “Falla entrare, tra poco vengo”, è la risposta. Così faccio accomodare la signora in salotto.
    Non avrei mai immaginato che quell’atto di cortesia mi sarebbe costato tanto caro in termini di serenità, di salute, di denaro e di lavoro.
    Io mi siedo sul divano, la signora preferisce sedersi su una sedia vicino al tavolo. Era mia intenzione tenerle compagnia in attesa che arrivasse mio marito, poi me ne sarei andata. Sono mentalmente alla ricerca di un argomento di conversazione, quando la signora sbotta: “Se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia qui sopra la prendo e la butto per terra!”. In un lampo faccio il punto della situazione. È la stanza dove teniamo le riunioni di condominio. Da poco avevo sostituito sul tavolo un vaso molto particolare, regalo di mio marito, con un’alzatina d’argento, regalo di nozze di una coppia di nostri amici. E penso che la signora si sia stizzita nel constatare che ci potevamo permettere di sostituire un soprammobile. Nello stesso lampo ho anche il tempo di fare dell’ironia nella mia mente: “Meno male che ho sostituito il vaso con l’alzatina d’argento. Almeno se lo butta a terra non si rompe!” Ma tutto questo in un lampo e nello stesso lampo penso che devo invitarla ad uscire. Purtroppo nello stesso lampo mi assale la collera di fronte a quell’esplosione di maleducazione e prepotenza gratuita. Sento la collera montarmi dentro e stringermi la gola. Se l’avessi invitata ad uscire la mia voce avrebbe tradito il mio stato di alterazione. Capisco che di fronte a me non ho una persona normalmente educata e civile e se si fosse rifiutata di uscire temevo che la situazione avrebbe potuto precipitare. Raccolgo le mie mani, che forse tremano per la collera, in grembo ed aspetto di riprendere il controllo di me stessa. La signora di fronte a me trasalisce avvertendo il cambiamento del mio umore, forse si rende conto di quello che ha detto, ma non si scusa. Mentre sto ancora combattendo con me stessa per riprendere il controllo, arriva mio marito, ignaro. Avrei voluto dirgli che la signora stava uscendo, ma ancora non avevo il pieno controllo di me. E così, senza una parola, lasciai la stanza. È stato un errore permettere alla signora di rimanere in casa dopo quell’attacco di prepotenza e maleducazione gratuita in casa mia. Ed errore ancora più grande quello di permetterle di rientrare in casa nostra alle assemblee condominiali senza pretendere prima le dovute scuse. Da quel momento in poi le riunioni avrebbero dovuto tenersi nell’androne della palazzina. Ma l’errore più grande è stato quello di non continuare a mantenere la calma e l’indifferenza come avevo fatto per i primi tre anni di permanenza in quel condominio.
    Un altro sabato pomeriggio suonano di nuovo alla porta. Questa volta sono il sig. Ferruccio e mio cugino Poldo che sono venuti a controllare tutte le ricevute e tutti gli scontrini di spesa. È evidente che sono stati mandati da zio Furio.
    Qui faccio un altro errore. Erano venuti a parlare con l’amministratore ed io avrei dovuto lasciarli soli. Invece, dopo il comportamento prepotente dell’altra vicina, rimango. E, dopo che hanno verificato che tutte le spese dichiarate hanno la corrispondente pezza d’appoggio, nasce una discussione con mio cugino, non ricordo da cosa. Ma sulla porta di casa mio cugino se ne esce con la frase: “Tu sei venuta ad abitare qui per vendicarti!” E qui trasecolo e faccio un altro errore. La replica che mi si era affacciata alla mente era: “Vendicarmi? Vendicarmi di cosa? Cosa mi avete fatto che avete sulla coscienza?” ed invece persi l’occasione di chiarire la faccenda. [segue]

     
  • 10 febbraio alle ore 23:24
    Vita normale

    Come comincia: Quando è finita la mia vita normale?
    Quando tornai a casa e mia madre mi disse: "Tuo fratello dice cose assurde"?
    Iniziava una nuova fase, ma io continuai la mia vita normale.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando mio zio, mio vicino di casa, mi presentò un preventivo per lavori di manutenzione scritto con una Olivetti portatile uguale a quella che possedeva lui stesso? 
    No, gli ho dato i soldi che voleva ed ho continuato la mia vita.
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando pochi mesi dopo la vicina diretta interessata a quei lavori, amica di mio zio, venne a dirmi che aveva di nuovo problemi? 
    No. 
    Chiesi: "Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?". 
    E per due anni non ne sentii più parlare.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando, con due anni di ritardo, capii che per mio fratello non si trattava solo di stress da lavoro e non bastava il nostro affetto e le nostre attenzioni, ma occorreva l'intervento di uno specialista?
    Si entrava ancora in un’altra fase, ma il mio cervello continuò a funzionare "normalmente".
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando per mio fratello si arrivò ad una prima diagnosi? 
    Inaccettabile dapprima, sia per il malato, sia per i familiari.
    E poi, perché inaccettabile? Se un professore universitario e premio Nobel per l'Economia aveva la stessa malattia, cosa c'era di inaccettabile o da nascondere?
    Inaccettabile comunque.
    Mio fratello iniziò una terapia, bene o male, ed io continuai la mia vita “normale”.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando dopo dieci giorni di tira e molla tra il medico curante che diceva che mio padre doveva essere ricoverato e gli operatori delle strutture sanitarie che dicevano il contrario, mio padre fu ricoverato d'urgenza ed arrivò un'altra brutta diagnosi?
    No. Iniziava un'altra durissima fase, ma avemmo la fortuna che nell’ospedale della nostra città ci fosse un primario di Chirurgia di altissimo livello.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando l'altro mio fratello (quello sano) mi aggredì con odio perché secondo lui non avevo capito che dovevamo telefonare noi all'ospedale per sapere quando mio padre doveva iniziare la terapia e non il contrario?
    Sì, la mia vita normale ebbe un cedimento. Ma mi ripresi e recuperai la mia vita ‘normale’.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando mio padre dopo un mese di sofferenze, che chi lo aveva operato imputava alla terapia, fu di nuovo ricoverato d'urgenza in un altro ospedale, anche a causa delle incomprensioni sorte con chi lo aveva operato?
    E il nuovo primario mi disse: "I chirurghi hanno valutato la situazione. Il tumore ha invaso lo stomaco. I chirurghi propongono di levare il duodeno e fare un by-pass. Ma si deve rendere conto che si tratta di una situazione palliativa"?
    Mi crollò il mondo addosso, ma con l'aiuto di mio marito riuscii a rimettere in moto il cervello per capire cosa fosse meglio fare.
    E con l'aiuto dei due primari riuscii a convincere mio padre a farsi trasferire di nuovo all'ospedale dove era stato già operato.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando mio fratello (quello sano), appena arrivato dalla capitale, di sabato, dopo tre giorni che io facevo la spola tra i due ospedali per capire cosa stesse succedendo e cosa bisognasse fare, si volta verso di me e fa: "Se papà muore, è colpa tua."?
    Fu un altro subitaneo choc, ma in quel momento dovevo pensare al trasferimento di mio padre.
     
    Quando è finita la mia vita normale?
    Quando il giorno dopo trovai mio fratello (quello sano) affranto sul divano che diceva a mio fratello (quello malato) che pensava di prendere il treno il giorno dopo e rientrare nella capitale per poi tornare per i funerali?
    "Ma come", pensai, " non può sacrificare nemmeno un giorno delle sue preziose ferie per aspettare che il padre si operi?".
    Tirai un respiro e cercai qualcosa da dire per indurlo a rimanere.
    E non mi venne in mente nient'altro che: " Guardate che il dottor XXX ha detto che la situazione è grave ...".
    Mio fratello (quello sano) balza in piedi e mi sovrasta costringendomi ad indietreggiare: "Lo so che la situazione è grave!", mi sbraita in faccia, " è per questo che me ne vado! [o qualcosa del genere, n.d.r.]. Cosa dovrei fare? Rimanere qua ad aspettare che il tuo prezioso chirurgo lo operi?" "Ora mi colpisce", pensai. Ma mio fratello (quello sano) sembrò riuscire a trattenersi ed invece di colpirmi in faccia, come mi aspettavo, mi dette uno spintone alla spalla. Caddi all'indietro. Fortuna dietro di me c'era un altro divano.
    Afferrai le mie cose ed uscii di corsa.
    Sì. La mia vita normale finiva allora. Ma in sordina.

    All'ansia per mio padre si aggiunse la paura delle reazioni di mio fratello (quello sano).
    Mio padre si riprese alla grande ed io, dopo aver passato il resto dell'estate a leccarmi le ferite causate dagli attacchi di mio fratello, ripresi la mia vita normale.
     
    Ma mentre ci occupavamo di mio padre avevamo distolto l'attenzione da mio fratello.
    E mio fratello ne approfittò per interrompere la terapia.
    Iniziò una nuova fase. O meglio riprendemmo una vecchia fase. Mio marito ed io la sera stavamo sul chi va là. Non era insolito che mio padre ci telefonasse per chiedere aiuto. E noi correvamo.
    Fino a quando mio padre provvide al ricovero di mio fratello.

    Quel ricovero inaspettatamente avrebbe potuto segnare la svolta positiva.
    Il 2 giugno mio marito ed io, come avevamo fatto tutti i giorni in cui eravamo liberi dal lavoro, ci recammo a far visita a mio fratello in ospedale, a 100 km da casa.
    L'altro mio fratello (quello sano) era sceso dalla capitale con la sua famiglia e ne approfittò per un pomeriggio al mare.
    Mentre eravamo con mio fratello nel reparto, mio fratello cominciò ad andare in agitazione. Intervenne una dottoressa, non con un'iniezione, ma riportando mio fratello alla correttezza ed alla logica con la parola. La dottoressa interrogò anche me. E non appena tendevo ad essere evasiva o a svicolare, mi costringeva ad essere precisa e diretta.
    Poi promise a mio fratello che l'avrebbe dimesso. Ora non poteva perché era finito il suo turno. Ma all'inizio del suo prossimo turno, alla mezzanotte della domenica, lo avrebbe dimesso.
    Quindi prese accordi con me e mio marito che avremmo dovuto andare a prelevare mio fratello. Ma non solo. La dottoressa aveva intenzione di affidare mio fratello a noi, che, disse, si vedeva eravamo persone affidabili e continuare a curarlo con la terapia della parola anche dopo le sue dimissioni.
    Ebbi fiducia in quella dottoressa. Vedevo in lei un vero interesse umano e professionale per mio fratello. Non un interesse pecuniario. 
    "Se vostro fratello continua con i farmaci, ogni due anni starà in una struttura sanitaria", ci avvertì. Però lei poteva lavorare solo in quella circoscrizione, a 100km da casa nostra. Andava benissimo. Solo le facemmo presente il problema che noi eravamo fuori casa per l'intera giornata. "Ci penso", replicò la dottoressa. 
    Un altro problema, ma non lo dissi alla dottoressa, era lasciare mio fratello (e la mia casa) in balia dei nostri parenti e vicini infidi. 
    E confermammo l'appuntamento. Finalmente, mi sembrava, stavamo imboccando la direzione giusta.
    Arrivammo vicino casa. La mia intenzione era di andare a casa e telefonare ai miei genitori per dire loro che mio fratello stava bene. Tutto qui. Mio marito invece se ne uscì che dovevamo andare a casa dei miei a dare la bella notizia. "No", replicai, "si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci". Mi riferivo a quello che era successo l'anno precedente, quando se avessi lasciato fare a loro, mio padre sarebbe stato squartato per levare un'inesistente metastasi allo stomaco, mentre era stato operato in laparoscopia per levare un esistente calcolo della colecisti che lo aveva fatto soffrire terribilmente per un mese ed alla fine gli aveva causato un blocco delle vie digestive.
    "I genitori devono sapere", insistette mio marito e non demorde dalle sue intenzioni. 
    Il diavolo si stava nascondendo nelle vesti della persona di cui più mi fidavo: mio marito.
    Sapevo come sarebbe andata a finire: mio fratello (quello sano) si sarebbe opposto.
    Eppure mi arresi. E lasciai che mio marito facesse come voleva.
    Mi arresi. 
    Per stanchezza, per vigliaccheria.
    Fatto sta che smisi di lottare.
    E fu allora che finì la mia vita normale. 
     
    E mio fratello (quello sano) si oppose nella maniera più infingarda che poteva: telefonò all’ospedale senza dirci niente, senza consultarci. Ed impose, sbraitando e minacciando, che mio fratello (quello malato) continuasse ad essere curato con i farmaci.

    Abbandonai mio fratello malato, il fratello che si fidava di me, nelle mani di chi riteneva di essere più in gamba di me e mio marito.
    Lo abbandonai nelle mani di chi, pur non vivendo vicino e quindi non potendo garantire che mio fratello seguisse il piano farmacologico, imponeva che mio fratello fosse curato con i farmaci.
    Lo abbandonai nelle mani di chi, per stare tranquillo, preferiva che iniettassero al fratello la calma, la calma opaca, come ho letto ieri in un articolo su Alda Merini.
     
    Mi arrabbiai, anche. Mi arrabbiai con mio fratello (quello sano) e sua moglie che s’intromisero in maniera così infingarda. Mi arrabbiai con mio padre che si fece raggirare ed appoggiò la loro strada.
    E nella mia mente, dove risuonava (e risuona ancora) quel “Se papà muore, è colpa tua” scattò qualcosa come: “E va bene, siete più in gamba di me? Vedetevela voi!”
     
    Un attimo di debolezza che ha distrutto tante vite. Quella di mio fratello per prima. Poi la mia. Ed ha reso infelice la vita dei miei cari.
     
    A undici anni di distanza neurologi, psichiatri, psicologi mi hanno detto che non abbiamo la prova contraria: non sappiamo se mio fratello sarebbe stato meglio con l’altra terapia. Lo so, risposi, ma dovevamo provare. Dovevamo rischiare.

    "Se avessi, se potessi, se fossi erano tre fessi", ripete un proverbio sulle targhe che si vendono ai turisti.

    Uno psichiatra mi ha chiesto anche da dove venisse questo mio delirio di onnipotenza. Gliel’ho spiegato: dal fatto che un anno prima avevo avuto ragione a far operare mio padre da chi diceva che mio padre aveva un calcolo e non da chi diceva che aveva una metastasi allo stomaco.
     
    Nel momento in cui pensai: "Va bene, siete più in gamba di me? Vedetevela voi!", credevo di riprendermi la mia vita.
    Invece la mia vita normale finiva lì. 
    Ma me ne accorsi anni dopo.

    Un anno prima, quando, con mio padre ricoverato per la seconda volta, avevo scostato mentalmente mia madre e mio fratello (quello malato, quello sano per fortuna non c'era) con un braccio pensando: "Levatevi di torno, ora il capofamiglia sono io", ero diventata all’improvviso adulta. Ora tornavo ad essere bambina.
    E reagii male: tenendo il broncio, come fanno i bambini.
     
    Due anni dopo mio fratello stette di nuovo male. Ma in realtà non stava mai bene.
    Ed io, invece di riprendere in mano la situazione, confermai la mia esasperazione.
    Divenni esasperata contro mio fratello (quello sano) e sua moglie che avevano imposto la strada dei farmaci. Mi esasperai contro i miei vicini e parenti che continuavano con i loro raggiri e prepotenze.
     
    Ma, chissà perché, se ti comporti come loro poi a loro non piace.
     
    E la signora che, ospite in casa mia, aveva minacciato di buttare a terra gli oggetti che erano sopra il tavolo, mi malmenò.
    E mio zio dettò un verbale di insulti e illazioni contro me e mio.
    E mio zio citò mio marito per avere 58 euro. Ma questo, sarebbe avvenuto comunque, dice mio marito: "Tuo zio ha mandato in tribunale la sorella, ti aspettavi che non mandasse in tribunale me?"
    Ed io ricevetti un decreto ingiuntivo per 240 euro per lavori mai eseguiti.

    E mio marito ed io fummo aggrediti nel cortile di casa. Da amici dei miei parenti. 
    Mio fratello (quello malato), il fratello che io avevo abbandonato nelle mani di chi voleva farlo curare con i farmaci, mi chiese se doveva andare a parlare con il figlio di chi ci aveva aggrediti.
     
    Mio zio, consigliato da un avvocato, cambiò versione e, contraddicendo la sua precedente citazione, citò mio marito per avere 460 euro.
    Mio fratello (quello sano) piombò in casa mia e minaccioso, senza nemmeno sedersi, mi fece il terzo grado.
     
    E mio fratello, il fratello che avevo abbandonato, due anni dopo ancora si ritrovò di nuovo in una struttura sanitaria, come aveva detto la dottoressa. Io ero lì con lui, chiamata da mio padre. Ancora vigile, ma non abbastanza per pensare di riportare mio fratello da quella dottoressa, anche se con 4 anni di ritardo.
    Nel frattempo avevo sprecato e stavo sprecando le mie energie ed il mio cervello per difendere mio marito dagli attacchi dei miei parenti e per evitare che mi venissero addebitate tutte le spese del condominio.
     
    Dopo altri due anni, a seguito di un aborto, causato forse anche dalle persecuzioni dei miei parenti e vicini, vado in depressione che, unita a diagnosi sbagliate, interventi sbagliati ed una serie di imprudenze, mi manda in ipocondria.
    E lì finì anche la parvenza di una vita normale.
    Da allora mio fratello si è ritrovato in una struttura sanitaria ogni anno.
    Ma ancora poteva dimostrare di che pasta era fatto.
    Io stavo male. O almeno credevo di stare male.
    Mio fratello (quello malato) mi accompagnò in banca, dal medico e si occupò della revisione della mia auto.
    Otto mesi dopo ero ancora in ipocondria e non dormivo da due anni, ma mi occupai del ricovero di mia madre che era caduta (frattura del femore e dell'omero), dormivo la notte da mio padre che aveva bisogno di assistenza, mi occupai del ricovero di mia suocera che era da dieci mesi a letto dopo la frattura del femore ed, il giorno dopo, del ricovero di mio fratello che era tornato dal Nord dove lavorava e stava di nuovo male. 
    Intanto andavo al lavoro (11 ore fuori casa). 
    Mio fratello e mia suocera erano nello stesso ospedale in reparti diversi. Appena stette meglio, mio fratello (quello malato) si vestiva ed andava a fare visita a mia suocera, senza dirle che era anche lui ricoverato.
    Da quando ero in depressione ed in ipocondria non vedevo nessuno al di fuori del lavoro. Sentivo il bisogno di parlare con qualcuno, di un po' di conforto. 
    Telefonai a mio fratello (quello sano) che viveva sempre nella capitale. Mi disse: "Sei una fallita."
     
    Cominciai a pensare di ricontattare la dottoressa, anche se in notevole ritardo, di rivolgermi all'ordine dei medici per trovare dove lavorasse ora.
    Sarebbe bastato telefonare allo stesso ospedale. Ho scoperto solo adesso che è ancora lì.
    Ma già per me ogni giorno era una scommessa.
     
    Un anno dopo, a grave prezzo, guarii dall'ipocondria.
    E mio marito mi portò lontano.
    Ma ancora avrei potuto fare qualcosa per mio fratello. Quante volte nell’ultimo anno ho pensato di dirgli di prendere i farmaci, di seguire i consigli dei medici, che oramai li prendevo anch'io (5mg, la dose pediatrica, dice il mio medico), ma non l'ho fatto, visto che anch'io ancora cerco di farne a meno?

    Stavo cercando disperatamente di riprendere in mano la mia vita 'normale'. 
    E mio marito mi aveva creato altri problemi, falsi problemi che non avrebbero dovuti essere creati, con cui combattere.
    E sono certa che questi falsi problemi abbiano avuto un negativo impatto anche sulla psiche di mio fratello.

    Ed avevo ora due figlie da proteggere.

    Ed ora è troppo tardi.
    Mio fratello non c'è più.
     
    Nessun colpevole, nessuno innocente.

     
  • 09 marzo 2017 alle ore 15:39
    Persone squisite e non

    Come comincia: Sono le 14:00. Esco di corsa dall’azienda e m’infilo in auto: destinazione Napoli. Devo sostenere il primo esame del corso di specializzazione che sto seguendo all’università. Mentre l’auto già corre, accendo il telefonino e do un’occhiata allo schermo. “No! No, no, no!”, impreco ripetutamente. Ha chiamato mia madre.Beh, cosa c’è di sconvolgente in una telefonata dalla mamma? Fosse stato un qualsiasi altro giorno non mi sarei preoccupata. Mia madre chiamava spesso per dirmi: “Laura, ho fatto il gâteau di patate. Ho fatto la parmigiana di melenzane. Passi stasera a prenderne un pezzo?”. Ma quel giorno era diverso. Quella sera mio marito Pino ed io dovevamo andare alla festa per il 25° anniversario di matrimonio di mia zia Liliana, sorella di mio padre, e mia madre aveva un solo motivo per chiamarmi: mio padre doveva essersi sentito male Erano diversi giorni che mio padre non stava bene. Dieci giorni prima il medico curante aveva consigliato il ricovero. Ma al pronto soccorso dell’ospedale locale non erano stati d’accordo. Tutto questo lo avevo saputo in un secondo momento e quindi mi ero recata dal medico curante per chiedere: “Cosa ha mio padre?”. Uscii dallo studio con le lacrime agli occhi: Carlo (il medico) era esploso contro gli operatori del pronto soccorso che secondo lui avrebbero dovuto essere denunciati per omicidio. Carlo mi aveva fatto capire che sospettava qualcosa di serio a carico della colecisti. Dopo un altro infruttuoso tentativo al pronto soccorso mio padre aveva deciso di rivolgersi ad una struttura privata locale. Qui il primario di chirurgia dice che non c’è bisogno del ricovero, basta una cura che seguirà lui stesso. A dire il vero, non avevo molta stima di quel primario. Per un mio caso personale mi ero convinta che fosse uno ‘scarparo’ (con tutto il rispetto parlando per i calzolai veri). Quando mia madre m’informa di questi sviluppi, chiesi cosa avesse detto Carlo. Dalla sua risposta intesi che il medico curante aveva, bene o male, approvato. Solo in seguito seppi che Carlo si era stretto nelle spalle con aria dubbiosa. La situazione era a questo punto e, dato il suo stato precario di salute, mio padre aveva rinunciato ad andare alla festa della sorella e Pino ed io dovevamo recarvici in sua rappresentanza. Accosto e provo a richiamare a casa dei miei genitori. Non risponde nessuno. Chiamo Pino e gli chiedo di cercare sull’elenco telefonico il numero di alcuni vicini dei miei genitori e tentare d’informarsi.Cosa fare? Andare a Battaglia, residenza dei miei genitori, o proseguire per Napoli? Un po’ la speranza che il mio sia solo allarmismo, o forse un po’ di egoismo, decido di imboccare l’autostrada per Napoli. Mi fermo più volte. Pino mi chiama per dire che i vicini non sanno niente. Hanno bussato, ma non risponde nessuno. Proseguo e mi fermo alla successiva telefonata. Pino conferma i miei timori: mio padre si è sentito male e stavolta al pronto soccorso non si sono opposti al ricovero. Mia madre è tornata a casa. “Senti Laura”, mi dice Pino, “il fatto che tua madre sia tornata a casa significa che la situazione è sotto controllo. Vai pure a fare l’esame.” E faccio così.Quando rientro e constato la situazione, decido di confermare il programma: per scaramanzia e per dimostrare ai parenti che sono convinta che tutto si risolverà nel migliore dei modi, vado ugualmente alla festa di anniversario della zia.Il giorno dopo, venerdì, non mi assento dal lavoro: quella mattina è in programma per la prima volta da quando ne ho assunto la responsabilità l'ispezione di un documento. Sono coinvolti colleghi tedeschi, croati, greci e non posso dare buca. Finita l’ispezione, passo il pomeriggio a sistemare le cose in vista della mia assenza lunedì prossimo e si fa tardi. Arrivo in ospedale quasi alla fine dell’orario di visita. “Fino a quando non mi dicono di uscire, io non me ne vado”, penso. Finisce l’orario di visita e nessuno mi dice niente. Alle 21:00 vengono a prendere mio padre per una TAC. “Che efficienza,”, penso, “fanno le TAC anche a quest’ora!”. Solo in seguito capirò che il primario aveva ordinato una TAC d’urgenza e nessuno mi mandava via perché la situazione poteva precipitare in qualsiasi momento.Il giorno prima ci avevano detto che mio padre era anemico. Anemico? A vedere mio padre tutto avresti pensato tranne che fosse anemico. Da dove veniva questa anemia? I medici non avevano risposto.Domenica c’informano che la TAC aveva rilevato un tumore al sigma.Il mondo si ferma. No, il mondo continua a girare. E' la mia testa ad essersi svuotata. Al sigma? E che significa? Al colon spiegano.Informano anche di un’altra cosa: il sangue di mio padre è così fluido che uno starnuto avrebbe potuto ucciderlo.Bisogna che la situazione si stabilizzi prima d’intervenire.Passiamo il pomeriggio della domenica intorno al letto di mio padre col timore di ogni risata, di ogni movimento brusco. Finito l’orario di visita stiamo per andare via, anche per non preoccupare mio padre, quando incontriamo il medico che ci ha informato e che esprime la sua meraviglia nel vederci andare via.Il giorno dopo mio fratello Rinaldo dice che non ha dormito tutta la notte.Seguono giorni pieni d’apprensione.Oramai è Pasqua. Pino ed io portiamo a mio padre un regalino, in segno di festa, e, sempre per dare un tono di normalità, organizzo il pranzo di Pasqua a casa mia invitando mia madre, mio fratello Rinaldo, mio fratello Orlando, la sua compagna, il bambino e la madre della sua compagna.Pochi giorni dopo la diagnosi è confermata da un altro esame ed è programmato l’intervento. In laparoscopia, precisa il primario. Intanto Carlo, il medico curante, ci ha rassicurati: in quel momento al reparto di chirurgia di Battaglia c’è come primario un professore di livello universitario. Mi dice anche che la situazione è migliore di quello che aveva pensato: come avevo capito, lui temeva un tumore alla colecisti. "E il tumore alla colecisti è un tumore molto aggressivo. Ti uccide in tre giorni.".L’intervento è eseguito. Il chirurgo dice che quell’altro problema, e si riferisce alla colecisti, non dovrebbe più dare fastidio. Mio padre si riprende rapidamente ed arriva il giorno delle dimissioni dall’ospedale, lunedì. Qui interviene Orlando, che lavora a Roma, e mi dice: “Tu vai al lavoro. Accompagno io papà a casa. Tu dovrai prendere giorni di permesso nei giorni a venire.” E così fu. Poi Orlando mi telefona: “All’ospedale hanno detto che tra una settimana devi chiamare tu e ti diranno quando papà deve iniziare la terapia”. Già, la terapia. Mio padre sta a casa e sta bene. Guardo con timore alla terapia: la mia più cara cugina è morta sei anni prima durante l’ennesima seduta di chemioterapia. Comunque seguo le indicazioni di Orlando e, passato il tempo opportuno, telefono all’ospedale per farmi dire quando mio padre deve iniziare la terapia. Dall’ospedale precisano che avrebbero chiamato loro per comunicare la data. Telefono a mio fratello Orlando per informarlo. “Nooooooooo”, ulula lui, “devi chiamare tuuuuuuu”. E giù improperi sulla mia incapacità.Sono perplessa, ma richiamo in ospedale da dove si mostrano seccati e ribadiscono che avrebbero chiamato loro.Un sabato Orlando scende da Roma e, di fronte a mio padre, sbraita e mi attacca dandomi della deficiente incapace. L’attacco è feroce e la verità mi colpisce come una mazzata: mio fratello non mi vuole bene. Se mi volesse bene non mi avrebbe aggredita con tale ferocia, anche se stessi sbagliando una cosa come quella.Poco dopo dall’ospedale telefonano per comunicare la data d’inizio della terapia.E qui si inserisce zio Furio. Avrebbe accompagnato lui il fratello a fare le terapie. Io non mi fidavo di quell’essere che consideravo viscido e dico a mamma e papà che ci avrei pensato io. Tra lavoro e corso di specializzazione per me sarebbe stata dura, ma preferivo non permettere l’intrusione di zio Furio. Ma mamma e papà non capiscono perché mi opponessi ed accettano l’aiuto di zio Furio. Pino non può perché da due settimane la madre è bloccata a letto dall’artrite. E forse anch'io cedo troppo facilmente: per accompagnare mio padre avrei dovuto probabilmente rinunciare al corso di specializzazione.Intanto per me l'attacco di mio fratello è stato troppo duro. Due settimane dopo Orlando scende nuovamente da Roma, questa volta con tutta la famiglia. Non voglio vederlo. E' stato il compleanno del bambino. Lascio il regalo per lui con un bel biglietto d'auguri (allora avevo ancora sentimenti e sapevo scrivere bei biglietti d'auguri a chi volevo bene), ma io non ci sono. La compagna di Orlando, che s'impone di essere una persona squisita, mi telefona per chiedere spiegazioni con discrezione. Riferisco quello che è successo. Replica: "Lo sai che animale è. Non capisce che in un momento delicato come questo, una persona può essere più sensibile del solito". E m'invita a passare sopra l'episodio. Replico: "Orlando sa dove abito." Intendo che Orlando può venire a scusarsi, ma mia cognata sembra non gradire questa mia risposta: attraverso il telefono, mi sembra risentita.Intanto mio padre inizia la terapia e poco tempo dopo ricomincia a stare male. Parlo preoccupata con la caposala e l’infermiera. La caposala dice: “Capisco che per voi è destabilizzante: vostro padre è tornato a casa che stava bene ed adesso lo vedete di nuovo stare male. Poi con i vostri precedenti in famiglia… Ma è la normalità dovete avere fiducia.” Qualche giorno dopo l’infermiera commenta: “Ma non sono questi i problemi che porta la terapia …”. Mio padre cerca più volte il dialogo con chi l'aveva operato, ma questi gli dice che è l'effetto della terapia e deve sopportare. Lo tratta quasi come un bambino capriccioso.Vedere mio padre soffrire in quel modo mi rende sgomenta per la mia impotenza. Per la prima volta comincio a capire chi parla di eutanasia. Fui vigliacca e spesso non andavo a casa a trovarlo perché non ce la facevo a vederlo soffrire in quel modo.In quel periodo arrivarono da Roma mio fratello Orlando con tutta la famiglia, cognata e suocera comprese, per sistemare il piano più basso della casa dei nostri genitori a Paestum per sistemarvici definitivamente, così come la compagna di Orlando a Natale aveva chiesto di fare. Sembrava la calata degli Unni su Roma. Solo che questa volta erano i Romani a calare su Paestum. Mio padre, come faceva quasi sempre, era seduto a soffrire sulla sua poltrona. Io gli sedevo accanto sul divano. Passarono la compagna e la suocera di Orlando. Mio padre fece cenno di avvicinarmi e mi disse sottovoce: "Ti devo intestare la casa di via Villani". "Papà", lo rimproverai, "non è il momento!".E così un mese dopo una sera arrivò una telefonata da mia madre. Stavo tornando da Napoli. Avevo assistito all'ultima lezione di quell'anno per il corso di specializzazione e stavo pregustando le due prossime serate: il direttore del coro di cui avevo fatto parte 5 anni prima mi aveva chiamato per invitarmi a due serate di festa e rappresentazioni in occasione dei 10 anni di attività del coro."Laura", mi disse mia madre, "papà ha vomitato nero". "Deve andare in ospedale" pensai. Ma non lo dissi. Mio padre era stato due giorni prima in ospedale per farsi ricevere dal chirurgo e questi, pare, gli aveva sbadigliato in faccia. Avrei dovuto recarmi a casa loro. Ma non lo feci. Assistere impotente alle sofferenze di mio padre mi faceva stare male.Il mattino dopo mia madre mi richiama e vado. Appena vedo papà dico: "Deve andare in ospedale". La madre dice che ha chiamato il medico curante. Aspetta, aspetta, poi lo richiamo. "Sto arrivando", fa. Quando arriva, lo visita e dice: "Ingegnere dovete andare in ospedale". "Metto anche un foglietto dove preciso che è già seguito dal reparto di chirurgia, così stavolta al pronto soccorso non sbagliano". Se ne va e mia madre ed io aiutiamo mio padre ad alzarsi dal letto. Crolla subito. Corro a chiamare il 118. Intanto arriva anche mio fratello Rinaldo che dormiva nell’altra stanza. Quando arriva il medico del pronto intervento chiede: "Perché non avete chiamato prima? Lo so, voi non volete disturbare...Ma io vi conosco..." poi fa rivolto a mio padre. Poi dà rapide istruzioni per il trasporto. Carico mia madre e mio fratello sulla mia auto e corro all'ospedale. Per tutto il tragitto recito una sfilza di AveMaria. Appena entro, mi viene incontro il medico del 118 che mi tranquillizza: "E chi lo abbatte!". Mio padre è in una saletta del pronto soccorso. E' già intubato. Telefono al mio capo per informarlo che mio padre è stato ricoverato d'urgenza e per qualche giorno non sarei andata al lavoro. E' la prima volta da quando tutta la storia è iniziata che informo al lavoro che un mio familiare sta male. Il tempo passa. Vedo Rinaldo provato. Come al solito attribuisco ad altri pensieri che sono solo miei e penso che si senta in colpa per dissapori avuti col padre ultimamente. Solo un familiare per volta può stare col paziente. Dopo un'ora chiedo a Rinaldo se vuole entrare lui. Non l'avessi mai fatto! Dopo un altro bel po' di tempo, qualcuno viene a dire che al reparto non c' è posto e pensano di trasferire papà ad Ebranto. Come non c'è posto? Dico che voglio parlare con la caposala. Compongono il numero e mi passano la cornetta. Non risponde nessuno. Passo davanti le porte del reparto e sono tentata di sfondarle. Poi penso una cosa stupida. Ma solo in seguito realizzerò che è un pensiero stupido. Penso che lì ritengano che per papà non ci sia più niente da fare, forse è meglio andare ad Ebranto. Quando arriviamo, il reparto (siamo al reparto di medicina interna) è vuoto, letti con i materassi arrotolati. A pensarci bene tutto era pulito, ma a noi dette un'impressione di desolazione. "Abbiamo sbagliato a venire qui!", fa mamma. Poi arrivano di corsa due giovani medici e le cose sembrano cominciare ad andare per il verso giusto. Poi, non ricordo come, vengo a sapere da mamma e Rinaldo che al pronto soccorso di Battaglia avevano chiamato il reparto di Medicina Interna invece quello di Chirurgia. Reprimo la collera che mi monta alla testa. Mentalmente li scosto con un braccio e penso: "Levatevi di torno. Ora il capofamiglia sono io." Il pomeriggio parlo col primario. Mi dice che mio padre è una persona squisita. “È l’unica persona squisita della famiglia”, devo ammettere io. Serve la cartella clinica dell'ospedale di Battaglia. Il giorno dopo vado all'ospedale per chiederla. Spiego la situazione all'addetto che va a prenderla. Torna con la cartella e dice che posso ritirare la copia tra 3 ... 7... 15 giorni, non ricordo. Traggo un profondo sospiro, lo guardo negli occhi e dico: "No. Adesso." Quello si stringe nelle spalle, dice: "Va bene" e va a fare le fotocopie. Dalla sua espressione mi sembra soddisfatto. È come se mi avesse messo alla prova ed io l'avessi superata. Poi faccio quello che avrei dovuto fare il giorno prima: vado dalla caposala di chirurgia. Ho la conferma che dal pronto soccorso non li avevano avvisati. Mi diće: "Troviamo il posto per tanti altri, perché non avremmo dovuto trovarlo per suo padre?". Vado all'ospedale di Ebranto. Papà mi accoglie con un: "Sai dove sono stato oggi? All'ospedale di Battaglia. Qui la TAC non funziona e mi hanno portato lì". Poi parlo con il primario. Mi dice: "I chirurghi hanno valutato la situazione. Il tumore si è esteso allo stomaco. Intendono levare il duodeno e fare un by-pass, ma si deve rendere conto che è una soluzione palliativa". Il mondo mi crolla addosso. Non so cosa fare. Più tardi riferisco a Pino: "Devi parlare con chi ha già operato tuo padre", mi fa. Oramai è tardi. Il pomeriggio telefono ai fratelli di mio padre per informarli che la situazione è critica. Sentendomi sconvolta all'idea di perdere mio padre, lo zio Giulio tenta di rimettermi nei giusti binari "Ormai siete grandi...", mi dice. Lo zio Furio e la moglie Susanna il pomeriggio si recano all'ospedale a far visita a mio padre.Il giorno dopo, venerdì, mi reco di nuovo all'ospedale di Battaglia. Chiedo alla caposala di parlare con il primario. Verrà all'una, m'informa. Alla notizia che mio padre era stato lì il giorno prima, dice: "E poteva rimanere!". Pino rimane con me, nonostante la madre sia bloccata a letto. Quando arriva il primario, ci riceve subito. Senza nemmeno farci parlare dice: "Secondo me è un calcolo. Cosa vogliono fare lì, levare lo stomaco? È una cosa che non si fa da nessuna parte. Portatemelo qui." Decido: papà deve essere rioperato a Battaglia. Il mattino dopo, mi pare o quella mattina stessa avevo telefonato anche a Carlo che mi dice: "Laura non c'è tempo. La scelta è tra Battaglia o Ebranto. Non c'è tempo di andare a Roma o a S.Giovanni Rotondo!".Oramai è tardi quando arrivo ad Ebranto il primario non c'è. Raccomando a papà di non firmare niente, e nella mia mente intendo nessun consenso all'intervento. Il mattino dopo, sabato, mi convocano per telefono all'ospedale di Ebranto: il primario vuole parlarmi. Ci vado con Pino e mia madre. La sera prima era arrivato Orlando andando direttamente a Paestum. Facendo aspettare il primario, alla fine anche Orlando arriva in ospedale. Arriva l'infermiera dicendo che il primario voleva parlare con la famiglia. Vedendoci muovere tutti e quattro, l'infermiera sbotta: "Solo due!". Orlando ci lancia un'occhiata, quasi interrogativa o di scusa, riassume il ruolo di capo in quanto primogenito e si avvia con mamma. Con un attimo di ritardo mi riscuoto e dico: "Siamo noi che sappiamo come stanno le cose!" e comincio a bussare alla porta. L'infermiera viene ad aprire: "Il primario vuole tutta la famiglia". Il primario spiega la situazione. Ci sono anche i chirurghi. Vedo tutti intorno a me, mamma, Orlando, abbattuti e rassegnati. Sono sbigottita. "Ma che siamo tutti impazziti? Stiamo parlando di MIO PADRE.", penso. Il primario ci accompagna da papà per comunicargli la necessità dell'intervento e la possibilità di farsi trasferire a Battaglia. Per il primario, altra persona squisita, sarebbe meglio andare a Battaglia. Papà sostiene con forza che vuole rimanere lì. Il primario si arrende e sta per uscire per organizzare il trasferimento al reparto di chirurgia. "No!" urlo. Il primario mi afferra e mi porta in una stanzetta. Gli dico: "I miei familiari non capiscono: se succede qualcosa a mio padre mi sentirò responsabile che non sia stato indirizzato al reparto di chirurgia a Battaglia!". Il primario mi confida che i chirurghi di Ebranto hanno paura di operare mio padre e fa un gesto come per dire: "Lasci fare a me". Torna da papà e gli dice: "Ingegnere, se vi decidete ad essere trasferito a Battaglia, non dovete nemmeno chiamare un'ambulanza privata. Vi metto io a disposizione un'ambulanza dell'ospedale".Papà fa, più rassegnato: "Va bene. Andiamo a Battaglia". Orlando si volta verso di me e dice: "Se papà muore è colpa tua". Un'altra mazzata. Ma in quel momento non posso pensarci e mi occupo del trasferimento di papà a Battaglia. Eppure, secondo il successivo resoconto di Pino, era stato Orlando a risolvere la situazione. Quando il primario mi trascinò nella saletta, papà, mi riferì Pino, manifestò la sua insofferenza verso il mio atteggiamento ed Orlando gli disse: "Papà, Laura sta solo cercando di capire cosa è meglio fare". Così papà si calmò e disse: "Va bene, se è meglio allora andiamo a Battaglia". Il pomeriggio dopo, domenica, trovo Orlando abbattuto sul divano del soggiorno e dalle sue parole capisco che sta progettando di tornare a Roma in ufficio l'indomani mattina e poi tornare per i funerali. Tento di mantenere la calma e dico qualcosa per indurlo a rimanere. Orlando comincia ad urlarmi contro ed io dovetti indietreggiare di fronte all’assalto, fino a quando mi dette uno spintone ed io caddi all'indietro sul divano.Mi alzo, esco di casa e mi reco a piedi in ospedale. Mentre vado vengo superata dall’auto guidata da Orlando dove sono anche mamma e Rinaldo. Quando arrivo non salgo. Devo ancora calmarmi. Mi raggiunge mamma alla quale dico: “Mamma mi hanno detto che solo chi non fa niente non sbaglia. Orlando può stare tranquillo: non ha sbagliato.” Mentre siamo lì arriva anche zio Giulio. Ci vede affrante ma, discreto, non si ferma e sale in reparto a fare visita al fratello. Pino è in reparto, arrivato direttamente dalla casa della madre e m'informerà in seguito che zio Giulio, vedendo Orlando ancora esagitato, lo rimprovera: "Tu sei il maggiore: devi dare l'esempio!".Il giorno dopo, lunedì, è in programma l’intervento (in laparoscopia).La mattina arriva anche lo zio Furio. Ognuno manifesta i suoi sentimenti a modo suo, ma a me più che preoccupato sembra eccitato. In quel momento credo di capire il suo interesse: lo aveva incaricato la moglie ad essere presente per avere notizie di prima mano, non per affetto, ma per pettegolezzo, ed in particolare quel giorno per essere il primo a riportare la ferale notizia. La sera il chirurgo, che si dimostra altra persona squisita, convoca noi tre figli e mostra un grosso calcolo che ha levato a papà e conclude il suo discorso con un: "E lasciate in pace questa povera signorina!". Giovedì la caposala m'informa che non si può dire che l'intervento abbia avuto buon esito perché non si è ancora verificato un episodio che lo avrebbe confermato. Intanto Rinaldo, lì nella stanza di ospedale, mi dice quello che aveva in testa in quei giorni che lo vedevo così pensieroso: installare un sistema di produzione elettrica sul tetto della casa di Paestum. Tiro un altro respiro e con calma gli spiego che l'emergenza non è ancora superata. Rinaldo sembra comprendere. Come già faccio da due giorni il giorno dopo vado in ufficio. Sono di turno al call center. A metà mattina comincio a smaniare: devo andare in ospedale a sapere come stanno le cose prima che la caposala vada via. I miei colleghi del call center sono tedeschi e croati. Il capo del call center, tedesco, è assente. Il mio capo è assente. Spiego ad una collega la situazione e dico che devo andare via, magari torno nel pomeriggio. "Macché!", fa lei, "non tornare! Chi vuoi che chiami il venerdì pomeriggio?" Arrivo in ospedale, papà dorme, si avvicina la caposala che mi tranquillizza: era stato verificato il buon esito dell'intervento. Dopo dieci giorni, riprendo a respirare.

    Ad agosto siamo tutti a Paestum. Mio padre sta bene ed il fratello Giulio esclama: "E' un miracolo!". In ufficio, passo il resto dell'estate a leccarmi le ferite dovute agli attacchi di mio fratello.

    Sei anni dopo.Siamo a pranzo a casa dei miei genitori il giorno di S.Stefano.Mio fratello Orlando un anno dopo mi aveva duramente contrastato nel decidere il giusto percorso terapeutico per un altro familiare. Ho ancora negli orecchi quel "Se papà muore è colpa tua" e, come indispettita (o esasperata?), lo lascio fare come pensando: "Va bene, vediamo cosa sei capace di fare!". Ma mi ero rincretinita? L'oggetto del contendere era la vita di una persona! Mica la risoluzione di un problema di matematica! Mio zio Furio. mio vicino di casa, ha capeggiato gli altri tre vicini di casa in una campagna di diffamazione ed angherie contro me e mio marito, fatto anche di false accuse in tribunale per evitare di pagare pochi spiccioli.A considerare bene, si tratta di stupidaggini, ma "è il modo che ancor mi offende" e mi esaspero. Ed esasperata rinfaccio la loro complicità ad Orlando e compagna che continuano ad intavolare cordiali frequentazioni con i miei vicini senza alcun parola di riprovazione. Per loro, ma non per noi.
    Mi sono operata. In laparoscopia. Nella più totale indifferenza di Orlando e compagna che non ritiene opportuno nè di venire a trovarmi nè di chiedermi: "Come stai'?".
    Nessuno si è interessato per capire cosa stesse succedendo e nessuno ha manifestato preoccupazione che io dovessi sottopormi ad un intervento.
    L'intervento ha dimostrato che la diagnosi era sbagliata. Un mese dopo, un'ecografia rileva che due lesioni alla colecisti. Intanto dimagrisco e sono senza energie.La depressione, il trauma dell'intervento, il sentirmi senza energie, il trauma che avevo subito con mio padre mi mandano in ipocondria. La madre di mia cognata constata con soddisfazione il mio stato di malattia. Avrei avuto bisogno di sentire l'affetto dei miei parenti. Avrei avuto bisogno che zio Furio venisse a scusarsi ed assicurarmi che avrebbe ritirato quelle stupide cause. Impossibile, il suo odio e 50 centesimi sono più importanti della vita di una persona. Avrei avuto bisogno che i miei cugini venissero a parlarmi, a convincermi che non tenevo niente, invece di ridere soddisfatti del mio stato. Avrei avuto bisogno che Andreina, moglie di mio cugino e mia vicina di casa, venisse a farmi uscire di casa e con pazienza farmi uscire dal corto circuito dei miei pensieri.

    E così, sei anni dopo, siamo a pranzo dei miei genitori il giorno di S.Stefano.Mia cognata, grande amica dei miei cugini, parla di una coppia di loro amici: "Due persone squisite.", sottolinea.

     
  • 19 febbraio 2017 alle ore 21:27
    In parole, opere e omissioni... io uccido

    Come comincia: Rinaldo è caduto.È stato un mese tra la vita e la morte, ma le cure dei medici e la sua tempra hanno avuto la meglio.Rinaldo è vivo. I primi giorni in cui si attendeva di sapere se Rinaldo ce l’avrebbe fatta o no Laura, oltre a pregare e sperare per la salvezza di Rinaldo, aveva un pensiero che le passava come un lampo per la mente: “Se Rinaldo muore, non andrò alle sue esequie. Non è opportuno che un assassino vada alle esequie della sua vittima”.Laura non aveva mai alzato una mano contro Rinaldo.Anzi, una volta sì.Venticinque anni prima.Rinaldo e Laura stavano giocando a scacchi in un pomeriggio d’estate. Rinaldo dichiara scacco matto. Che cosa scatta nella mente di Laura? Un moto di stizza infantile? Fatto sta che Laura dà uno schiaffo a Rinaldo. Rinaldo fa “Oh!?!” con un tono ed un’espressione sul volto di risentimento e stupore. Laura si scusa, vergognosa. E l’episodio finisce lì. Fatto salvo degli strascichi invisibili ed inconsapevoli che ogni evento lascia nella nostra anima.Laura non ha mai usato un’arma contro Rinaldo. Perché si ritiene assassina di Rinaldo?Una degli assassini di Rinaldo, per la verità.Perché tanti possono essere gli assassini di Rinaldo.Ma gli altri rispondono alla propria coscienza.Laura può solo rispondere alla propria.Era da molti anni che Rinaldo aveva bisogno d’aiuto. Che bisognava intervenire.Con il senno del poi, da molto prima che la madre suonasse il primo serio campanello d’allarme.Andando indietro con la memoria, Laura trova la prima omissione quando Rinaldo aveva 14 anni. Il papà di Rinaldo è ricoverato d’urgenza in ospedale per un’emorragia allo stomaco. È proprio il papà di Rinaldo dal letto di ospedale ad alzare la prima banderuola: “State vicini a Rinaldo.”, dice ai figli più grandi Laura ed Orlando e alla moglie, “Non l’ha presa bene”. Ma Laura non ricorda che nessuno si sia preso la briga di parlare a Rinaldo per aiutarlo ad affrontare quella situazione nuova e destabilizzante.Gli anni passano e ci sarebbero diverse osservazioni e appunti ma arriviamo a quando Rinaldo esplode con Laura per la prima volta.Laura lavora da due anni in un’azienda a 50 km da casa. Rinaldo, studente universitario, inopinatamente un pomeriggio sbotta con violenza, come se fosse risentito nei confronti dei fratelli già laureati e “sistemati”, senza riflettere che hanno quasi dieci anni più di lui, che anche lui si sarebbe laureato e se la sarebbe cavata meglio di loro! Laura è sbigottita: “Rinaldo”, fa, “ma che credi? Che ti sistemi non mi può fare altro che piacere.”Tre mesi dopo succede il patatrac. Pino sta cercando casa. Finalmente ne trova una che piace a Laura. Laura sa che il padre vorrebbe che lei aggiustasse la vecchia casa di famiglia e vi andasse a vivere.Ma Laura ha tre obiezioni:1) Il suo lavoro non le garantisce che lavorerà sempre nella stessa sede. Laura potrebbe avere necessità in futuro di trasferirsi altrove. Deve avere una casa che può vendere per comprarne un’altra.2) Laura dice a Pino: “Io non vado lì a far subire ai miei figli quello che ho dovuto sopportare io”. L’appartamento è in una palazzina di famiglia circondata da un giardino. La palazzina ha 5 appartamenti, uno per ogni figlio del nonno paterno. E Laura ricorda le angherie e le sopraffazioni che ha dovuto subire dai cugini.3) Come sa bene Filumena Marturano, i figli quando sono grandi o sono tutti uguali o è l’inferno. Il padre è tanto accecato dall’affetto per quella casa che non pensa che gli altri due suoi figli potrebbero risentirsi? Laura sa che non è un regalo. Ma lo sanno anche i fratelli? La casa e la palazzina hanno bisogno di pesanti manutenzioni. In pratica Laura invece di spendere i suoi soldi per comprare un appartamento nuovo, li dovrebbe utilizzare per riparare l’appartamento e contribuire alla manutenzione della palazzina che ha da tempo bisogno di pesanti ristrutturazioni. E Laura rimarrebbe senza soldi per poter trasferirsi in caso di necessità. E così torniamo al punto 1).Invece di fare i propri interessi e procedere, Laura informa il padre che avevano trovato un appartamento. Il suo scopo è duplice: a) preparare il padre alla delusione; b) chiedere al padre che è ingegnere di darvi un’occhiata per dare un parere strutturale del palazzo. E, poi, diciamo la verità, anche Laura è affezionata a quella vecchia casa. La risposta del padre la blocca: “Se tu te ne compri un’altra, io vendo quella”. E Laura sospende tutto. Lo zio Alfredo ha già venduto il suo appartamento. La zia Liliana vende anche il suo. E Laura vede già le persone che ruotano come avvoltoi intorno al padre e che vorrebbero comprare l’appartamento a metà del suo valore di mercato e si decide. Parla ai fratelli in presenza del padre. Orlando mostra la sua completa indifferenza. Sta a Roma e più volte ha detto a Laura: “Papà è fissato con quella casa. Quella è una casa vecchia”. A Laura sembra invece che la cosa dispiaccia a Rinaldo. Allora lo guarda e dice: “Se avete qualcosa da dire, ditela adesso. Dopo non voglio sapere niente”. Orlando riafferma la sua completa indifferenza. Rinaldo non dice niente.Laura avrebbe dovuto dire: “Ho capito”. E dire al padre: “Papà, non se ne fa niente. A Rinaldo dispiace”. E invece, niente. Magari avrebbe potuto illustrare a Rinaldo lo stato dell’appartamento e della palazzina e chiedergli: “Te ne vuoi fare carico tu?”. E invece niente. Poi se ne dimentica.Rinaldo si laurea, trova lavoro ed ha una fidanzata fissa. I genitori non sono molto contenti della ragazza. E così, quando dopo un ennesimo litigio, la povera ragazza in lacrime dice: “Ma lui dice cose assurde!”, nessuno le dà credito. Poi Rinaldo lascia la sua fidanzata e, forse senza rendersene conto, commette un grave peccato contro la vita.Passa più di un anno quando la madre per prima inizia a sospettare seriamente che qualcosa non vada. Riferisce a Laura che Rinaldo dice cose assurde.Laura rimane interdetta e non capisce che occorre agire subito. E con determinazione.  “Sarà conseguenza dello stress che Rinaldo subisce sul lavoro”, pensa Laura, “Rinaldo deve solo imparare a gestire gli attacchi che quotidianamente riceve”.E quando può, Laura ne parla con Rinaldo. Non capisce che è già tempo di chiedere l’aiuto di uno specialista.Passa un anno e la situazione si trascina.Pino, il fidanzato di Laura, ne parla con Orlando. Rinaldo deve cambiare aria, deve uscire dalla casa dei genitori. E suggerisce a Orlando di portare Rinaldo con sé a Roma, di aiutarlo a trovare lavoro lì. Orlando non è d’accordo. Ha altre opinioni. E si nega.Laura e Pino si sposano. Hanno ristrutturato l’appartamento. Hanno risparmiato e Laura progetta di comprare un bilocale per Rinaldo. Questo gli darebbe fiducia.Ma, si sa, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Pino non l’aiuterà. Né economicamente né nella ricerca. Oltretutto è stupido mettere su un mutuo per una casa dove non devi andare ad abitare, dice. Sì, non ci andremo ad abitare noi, ma ci andrà ad abitare Rinaldo, avrebbe dovuto ribattere Laura. Laura non si aspettava alcun aiuto economico, ma nella ricerca e nelle pratiche sì. Laura sta fuori tutto il giorno per lavoro. Non è che abbia molto tempo. L’azienda la manda due mesi fuori. Ed il tempo passa. E i prezzi della bolla speculativa aumentano, contrariamente a quanto Laura aveva letto sulla rivista che mensilmente le invia la sua banca. Pino e Laura invitano Rinaldo a pranzo. Laura vuole invitare Rinaldo a trasferirsi da loro. La reazione di Rinaldo la gela. Per la prima volta è testimone di quanto la madre di Rinaldo cercava di far capire loro. Rinaldo rifiuta con un secco no. Ma è tutto l’atteggiamento di Rinaldo che gela Laura. Rinaldo non si fida di loro! Una diffidenza profonda, irrazionale, incontrollata. Laura comincia a proporgli di vedere uno specialista. “No, cosa fai!”, dirà anni dopo il senno del poi, “Non devi proporglielo! Devi trovarlo tu e portarcelo! Volente o nolente!” Oramai la situazione è buia. Laura e Pino chiedono di nuovo aiuto a Orlando, che pensano abbia ascendente su Rinaldo. In presenza di Orlando la situazione precipita e non si può più fare a meno di richiedere l’intervento dei medici. Per la prima volta arriva una diagnosi. Tremenda. Rinaldo ha la stessa malattia di John Nash. Laura tende a non crederci. Pensa che i medici se ne escano con quella parola quando non ci capiscono niente. Solo anni dopo legge che quella malattia con quel nome è associato ad un sintomo ben preciso. E' Rinaldo accusa quel sintomo. Due giorni dopo, Laura ammette che con le cure Rinaldo sta meglio e riferisce al padre, che si commuove: "Per la prima volta dopo tre anni, ho parlato normalmente con Rinaldo". Rinaldo accetta la terapia. O meglio sembra accettare la terapia. È evidente che pensa di ingannare “il nemico” fingendo collaborazione. Laura non è convinta, ma non essendo in grado di proporre una valida alternativa, pensa meglio che niente. La vita continua sui suoi binari. Rinaldo continua a recarsi al lavoro, ma pochi mesi dopo l’azienda per cui lavora dichiara lo stato di crisi. Il rischio chiusura si profila sempre più realistico. Uno stress che sarebbe stato meglio evitare per Rinaldo.Il padre di Rinaldo è operato per una grave patologia. Tra gli alti e bassi della successiva terapia, il padre di Rinaldo è di nuovo ricoverato d’urgenza. Rinaldo non è in condizioni di prendere in mano la situazione, Orlando è a Roma e rimane lì. Tocca a Laura capire cosa stia succedendo.Il padre di Rinaldo è ricoverato in un ospedale diverso da dove era stato operato tre mesi prima. Parlando con i medici, Laura si convince che il padre deve farsi trasferire all’ospedale dove era già in cura. Quando riesce, con fatica, a convincere anche il padre, deve sentirsi dire da Orlando, appena arrivato: “Se papà muore è colpa tua”. Nei giorni successivi il secondo intervento, Laura si trova ancora da sola a seguire il decorso dell’intervento. Quando gli esiti sono ancora incerti, Laura deve sentire Rinaldo che le parla di un progetto di impianto solare per la produzione di elettricità. Deve raccogliere tutte le sue risorse per rimanere calma e spiegare a Rinaldo che il padre non è ancora fuori pericolo. Il giorno dopo la situazione si risolve e da allora il padre comincia a riprendersi alla grande. Mentre l’attenzione è rivolta al padre, la situazione di Rinaldo continua a precipitare. Tre mesi dopo annuncia che ha dato le dimissioni. Laura avrebbe dovuto capire che in sé la cosa non era grave. Al di là che l’azienda stava chiudendo per i fatti suoi, per quanto bravo nel suo lavoro, sarebbe stato bene che Rinaldo trovasse un lavoro più adatto alla sua indole. Ma non è bene che Rinaldo si isoli e rimanga a casa. Il padre di Rinaldo chiama spesso Pino e Laura perché Rinaldo dà in escandescenze e chiede il loro intervento. Fino a quando non arriviamo a maggio. Rinaldo rifiuta di mangiare. Come John Nash, sente voci e ordini che sono solo nel suo cervello. Una volta che Laura si reca da sola e cerca di discutere con Rinaldo, Rinaldo davanti al padre la prende per i capelli. Ma il suo affetto per lei è più grande del suo rancore e non tira. Laura pensa che Rinaldo si sia controllato meglio di Orlando che era stato lì lì per colpirla in faccia e poi le aveva invece dato un violento spintone, quando aveva fatto trasferire il padre da un ospedale all'altro. In quel maggio arriva, non determinante, ma inopportuna, la telefonata di zio Furio, vicino di casa di Laura e Pino. Furio, che per “consolidata consuetudine” non versa le sue quote mensili, protesta con il padre di Laura che Pino, amministratore di turno del condominio, ha chiesto ai vicini di versare le loro quote. Telefonata non determinante, ma inopportuna. Rinaldo, già non tranquillo, dice turbato a Laura: "Ma quando mai zio Furio non ha versato le sue quote?". Sempre, risponde nella sua mente Laura, ma tace.Laura si reca spesso a casa di Rinaldo e lo fa uscire per dare un po’ di sollievo ai suoi genitori. Non è tempo di giocare. Non lo è mai stato. Laura esorta il padre di Rinaldo a chiudere la porta della camera da letto quando vanno a dormire e di mettere una sedia dietro. Laura ricorda bene quando, una delle volte che invita Rinaldo ad uscire, in ascensore fa la disinvolta, ma dentro di sé prega: “Fa che non cacci dal giubbotto un paio di forbici e me le ficchi nel fianco”. Non avrebbe dovuto preoccuparsi: Rinaldo può far del male a se stesso, non agli altri. La tensione è troppa per il padre e Rinaldo sta male. Una mattina che sa che Laura non si è recata ancora al lavoro, il padre rompe gli indugi e chiede di nuovo l’intervento dei medici. Rinaldo accetta per la seconda volta il ricovero. Due anni prima era a 30 km da casa. Adesso è a 100 km da casa.Le prime due settimane sono penosissime.Orlando decide comunque di partire per una vacanza già programamta. Quando rientra, comincia a tempestare di telefonate i medici. “Non sapevano neanche che avesse un fratello!”, si lamenta con Laura. "E come potevano saperlo?", pensa Laura, "tu non c'eri e non c'è mai stao modo nè necessità di dirlo." Orlando comincia a delineare strategie e impartire direttive a Laura al telefono. Dice anche: “Guarda, io ho paura che quando Rinaldo esce voglia vendicarsi.” “Vendicarsi?” pensa Laura “e se anche fosse, si vorrà vendicare con il padre, con me. Che devi temere tu che non eri nemmeno presente?”. Ma tiene quella risposta per sé.Il 27 è il compleanno di Laura. Un compleanno importante. Compie 40 anni. Per dare un po’ di ristoro ai genitori, Laura e Pino organizzano una cena in casa e li invitano. Laura ricorda quella cena. Una cena ed una serata riuscita, considerate le circostanze. Con il senno del poi negli anni a venire due cose Laura rimpiange e cambierebbe di quella serata.Laura decide di portare un pezzo di torta ad Andreina, la moglie del cugino Poldo che abita sopra di loro. “Lascia perdere”, le dice Pino, “chillo è ‘nu fetente”. Sì, ma io voglio ringraziare Andreina non Poldo e va. Poteva risparmiarsi il disturbo. Andreina non c’è ed a malincuore consegna la torta a Poldo, che s'informa del motivo ed accoglie la torta con il suo solito risolino falso che fa quando gli rode che qualcun altro è contento.Arriva la telefonata di Orlando. Ufficialmente per fare gli auguri, in realtà per dare direttive a Laura, direttive che, Laura lo percepisce, vengono dalla compagna. Laura rimpiange di non aver tagliato la telefonata dicendo: “Guarda, ci sono papà e mamma che aspettano a tavola. Ci sentiamo in un altro momento”.Orlando parla e parla e parla… Ad un certo punto parla dell’inopportunità per Rinaldo di tornare a casa dei genitori. Orlando parla e parla e parla… poi conclude: “Laura, non è che potrebbe venire da te?”. Non bisogna interpretare, Laura sentì dire qualche anno dopo da un medico che aveva in cura Rinaldo. Laura questa volta rimane in piedi, ma sente la sua anima raggomitolarsi dal dolore. Ricorda la frase di Orlando: "Guarda, io ho paura che quando Rinaldo esce voglia vendicarsi.”. Cosa vuole Orlando? Che Rinaldo le dia una bella botta in testa, così in un colpo solo si sbarazza di tutte e due?Il 29 è il compleanno di Rinaldo. Laura e Pino nel pomeriggio vanno a trovarlo in ospedale. Il medico di turno è un vecchio amico di Rinaldo. Gli spiegano le circostanze e così ottengono il permesso di uscire dal reparto e vanno a festeggiare al bar dell’ospedale.Si avvicina velocemente il ponte del 2 giugno. E il ponte del 2 giugno Orlando scende con la sua famiglia per fare i bagni a Paestum.Il 2 giugno Laura e Pino non vanno a mare. Vanno a fare visita di nuovo a Rinaldo. Mentre sono lì, sono testimoni di un episodio. La dottoressa di turno parla in modo eccessivamente veemente con un altro gruppetto. A parte questo incidente, la visita è tranquilla e si mantiene su binari normali.Il 3 mattina, Laura è convocata all’ASL locale. Non invitato, si presenta anche Orlando. Il medico spiega a Laura che i medici parlando con Rinaldo hanno individuato lei come il parente di cui Rinaldo ha più fiducia e le chiede se Rinaldo, una volta uscito dall’ospedale possa andare a casa di Laura. Laura spiega che il marito ha delle perplessità. Orlando con sicumera afferma che Rinaldo può andare a casa sua, a Roma. Certo, deve prima parlare con sua moglie.Il pomeriggio Laura e Pino vanno di nuovo a trovare Rinaldo. Questa volta la visita non è tranquilla come il giorno prima. Verso la fine Rinaldo comincia a dare in escandescenze. Interviene la dottoressa del giorno prima. Non con un’iniezione calmante, come avevano già fatto i suoi colleghi qualche giorno precedente, ma parlando a Rinaldo, riportando i suoi pensieri sui normali binari. La dottoressa vuole parlare anche con Laura e, quando le sue risposte non sono dirette, la costringe ad essere diretta, chiara e concisa. Come sta facendo con Rinaldo. Alla fine promette a Rinaldo che all’inizio del suo prossimo turno, sabato prossimo a mezzanotte, lo dimetterà. Ora non può farlo perché il suo turno è finito. È rimasta solo per non consegnare al collega un problema irrisolto. Poi si rivolge a Pino ed a Laura informandoli che può prendere in cura Rinaldo anche dopo le dimissioni e che vorrebbe affidare Rinaldo a loro, che si vede sono persone affidabili. Però lei può operare solo in quella zona, quindi dovrebbero accompagnarlo sempre lì. Li informa che se Rinaldo continua con la terapia tradizionale, ogni due anni sarà ricoverato in una struttura sanitaria. Laura si fida. Non vede un interesse pecuniario nelle parole della dottoressa, ma un vero interesse umano e medico nei confronti di Rinaldo. Pino esprime solo il dubbio che loro due sono fuori casa tutto il giorno (inoltre pensa, ma non lo dice, ai loro vicini poco affidabili). La dottoressa dice: “Fatemici pensare”. Si lasciano confermando l’appuntamento per il prossimo sabato (il giorno dopo) a mezzanotte per venire a prendere Rinaldo. Intanto anche Laura ci pensa. Pensa di sistemare una stanza per Rinaldo a casa loro o, se si ritiene sia troppo pericolo ospitare Rinaldo, anche alla possibilità di ospitarlo in un residence in attesa di trovare un appartamento in affitto. Percorsi i 100 km che separano l’ospedale da casa, Laura vorrebbe rientrare e telefonare ai genitori per tranquillizzarli che hanno trovato Rinaldo in buone condizioni. Ma il diavolo ci mette la coda anche stavolta e veste i panni di Pino che, in realtà, è animato dalle migliori intenzioni. Pino vuole andare dai suoceri per comunicare loro la rassicurante notizia della dottoressa che vuole prendere in cura Rinaldo. “No”, fa Laura, “si metterebbero in mezzo ed abbiamo visto già che non sono capaci”. “I genitori devono sapere”, insiste Pino. E qui Laura commette il suo quarto grande errore nei confronti di Rinaldo. Visto che con il ragionamento non riesce a far cambiare idea a Pino, perché non si mette ad urlare? Perché non fa la pazza come fece per il padre l’anno precedente fino a quando il padre non si convinse a farsi trasferire d’ospedale? Perché l’anno precedente capiva che era questione di vita o di morte. Ed adesso non capisce che è la stessa cosa, anche se non si tratta di un rischio fisico immediato? Perché non dà a Pino un bel cazzotto e gli urla: “Portami a casa, poi tu va’ dove vuoi!”? È stanca Laura. Sono anni che combatte e quell’ultimo mese è stato tra i più estenuanti. Non è cieca. Anche lei ha timore che Rinaldo, nonostante tutto l’affetto che ha per lei, in un momento in cui le sue voci interne hanno il sopravvento, possa darle una bella botta in testa. Poi ci sono quelle parole di Orlando: “Ho paura che Rinaldo voglia vendicarsi…. Laura non è che può venire da te?” E le parole dell’anno prima: “Se papà muore è colpa tua”. E Laura smette di discutere. A casa dei genitori ci sono anche Orlando e sua moglie. Si vede che non accolgono quelle che per Pino erano rassicuranti notizie con un senso di liberazione. Al contrario, sono tutti terrorizzati che Rinaldo venga dimesso. Però nessuno parla. E così Pino prende congedo sempre con lo spirito alto. Il giorno dopo, sabato, Pino va a scuola. Laura pensa di andare ad un mobilificio dove può trovare un armadio e comodino economici pronti al ritiro per sistemare una stanza provvisoria per Rinaldo. Ha già una brandina che per il momento può servire da letto. Ma arriva una telefonata. È il padre che le intima, esagitato, di non andare all’ospedale. Così hanno detto i dottori. I dottori hanno detto che deve andare Orlando a prendere Rinaldo lunedì mattina e Laura non si deve presentare. Cosa era successo? Laura lo apprese dopo. Sembra che Orlando avesse telefonato all’ospedale chiedendo chi fosse quella stronza che non sapeva tenere in pugno la situazione.Più tardi Pino e Laura vanno a casa della madre di Pino che è bloccata da un anno dall’artrite. Ed a mezzanotte Laura e Pino sono ancora là. Laura pensa di recarsi ugualmente all’ospedale, ma si tratta di fare più di 200km, tra andata e ritorno, in piena notte. E se fosse per niente e la dottoressa avesse ricevuto ordine di non dimettere Rinaldo? Laura si fa vincere dalla stanchezza, e forse dalla paura, e non pensa, come avrebbe dovuto, che il gioco valga la candela. Si limita a telefonare all’ospedale a mezzanotte e farsi passare la dottoressa. Laura dice: “Mi hanno detto di non venire”. “Chi glielo ha detto?”, risponde la dottoressa, pretendendo la solita chiarezza. “Mio padre, ma io mi sono messa d’accordo con lei”. Laura non ricorda le parole precise della dottoressa. Non sa se la dottoressa abbia rinunciato perché si ricrede sull’affidabilità di Pino e Laura, visto i risultati, o per ordini ricevuti dai superiori.Prima della conclusione, c’è un altro colpo di scena. Orlando si presenta a casa di Laura domenica sera. Non mostra la baldanza e sicumera che ha ostentato davanti al medico dell’ASL. È spaventato ed insicuro. Chiede a Laura se Rinaldo possa venire a casa sua. Laura risponde: “Sì, ma non intontito dai farmaci. Solo se verrà seguito dalla dottoressa”. Laura non ricorda come reagisce Orlando. Sa solo che Orlando pretende che Laura si occupi di Rinaldo seguendo la cura dei farmaci tradizionali. Orlando se ne va. Il mattino dopo Laura telefona ad Orlando dicendo che vuole venire anche lei in ospedale. Orlando le urla che i medici hanno detto di no, se non ci credeva telefonasse pure all’ospedale e che lei se ne era lavata le mani.Orlando si porta Rinaldo a casa a Roma, abbattuto da quella che Laura chiama la famigerata iniezione dei 15 giorni. Poche ore più tardi Laura riceve uno squillo sul suo telefonino: è Rinaldo! Laura non fa in tempo a rispondere e richiama. Rinaldo la rassicura: sono arrivati a Roma, sta bene, la telefonata doveva essere partita per errore. Per Laura quello squillo rimane l’ultima disperata richiesta di aiuto.La compagna di Rinaldo ha preso le sue giuste precauzioni: domenica mattina è partita in treno col bambino e si è stabilita col bambino a casa della madre. Salvo tornare quindici giorni dopo quando ci si è accertati che Rinaldo sta meglio. Il bimbo è felice di trovare l’amato zio a casa sua. E la mamma gli permette pure di uscire a fare qualche passeggiata accompagnato solo dallo zio. Passano altri quindici giorni. La famiglia di Roma si stabilisce per i due mesi di vacanze estive a Paestum, nella casa dei genitori di Orlando, Rinaldo e Laura. E quando l’estate finisce ritornano a Roma restituendo definitivamente Rinaldo ai genitori.

    Come l’anno prima Laura aveva ringraziato il Cielo che l’egoismo o il pragmatismo di Orlando gli avesse impedito di scendere immediatamente da Roma quando il padre era stato ricoverato d’urgenza, così ora comincia a maledire il ponte del 2 giugno che aveva fatto sì che Orlando si trovasse in zona quando si decidevano le sorti di Rinaldo.
    E da allora, Laura si ritiene l’assassina di Rinaldo: per non aver impedito a Pino di andare a rivelare i loro accordi con la dottoressa. Non sa se la terapia alternativa sarebbe stata più efficace, ma pensa che sarebbe valsa la pena provare.
    Ma a lei non è permesso agire secondo quello che lei ritiene meglio: “Se papà muore è colpa tua”.
    Gli altri sembrano autoassolversi.
    Sempre.
    ​"Se vostro fratello continua con le terapie tradizionali, ogni due anni sarà in una struttura sanitaria", aveva detto la dottoressa.

    Due anni dopo, nel 2007, Rinaldo non è ricoverato ma passa un brutto momento
    .Nel 2009 è di nuovo ricoverato.
    Nel 2010 anche Laura commette un peccato contro la vita e si ammala.

    Ma è Laura che il 31 dicembre 2011 insieme a Pino comprano rustici, dolci e spumante e vanno a passare la fine d'anno con Rinaldo nell'ospedale dove è ricoverato.

    Due mesi dopo è Rinaldo ad aiutare Laura con la revisione dell'auto, accompagnandola in banca e dal medico. A fine anno sono Laura e Pino che si occupano del nuovo ricovero di Rinaldo ed è Laura a pulire il sangue nel corridoio, nel bagno e nella camera prima che il padre lo veda.​

    Ora Rinaldo è caduto. Ma si è rialzato. E libero dai preconcetti dei benpensanti, andrà avanti. Più forte di prima.