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Autore

Linda Fienga

in archivio dal 19 feb 2017

Salerno

09 aprile alle ore 11:33

Essere soli, morire soli.

Intro: Da un anno in Italia (e altrove nel mondo) le persone sanno cosa significa essere soli, non riunirsi per le feste, vedere i propri cari morire soli. 
'Gli altri', i medici a volte, sono più sapienti. E così si muore soli.

Benvenuti nel Club.
 

Il racconto

Linda Landi
5 aprile 2020 ·
Contenuto condiviso con: Solo io
Sai Pino, meglio che stia zitta, altrimenti mi farò odiare, come tanto mi hanno odiata mio fratello maggiore, i miei cugini, i miei zii fin da quando sono nata. Da quando ho emesso il mio primo vagito. E non credo avessi fatto qualcosa di male, tranne che esistere. Ci sono abituata.
Qualche settimana fa ho confidato ad un mio collega: <<Guarda, ho riflettuto che gli Italiani stanno vivendo adesso, come io già vivevo. Si trovano adesso in condizioni in cui io già mi trovavo.>>
Benvenuti nel Club, ho scritto.
Soli. Essere soli. Non incontrare la propria famiglia nelle feste comandate.
Meglio soli che male accompagnati.
La Domenica delle Palme dello scorso anno scovai (lo avevo scovato la settimana precedente) un bistrot vicino al mare che offriva a prezzo fisso accessibile un menù anche vegetariano per quella domenica ed anche per Pasqua.
Prenotai per entrambe le festività.
A Pasqua mandai alle mie bambine la foto delle uova di cioccolato che avevo preso per loro e la sera finalmente riuscii ad offrire ovetti di pasqua all'addetto alla reception, studente in Economia e Commercio, ed agli altri pochi addetti presenti che erano diventati la mia famiglia nel prestigioso albergo quattro stelle che mi ospitava a prezzo da pensioncina.
A Pasquetta raggiunsi le mie bambine e visto che il tempo non era bello, invece di portarle a fare un picnic diressi l'auto verso un locale di S.Marzano sul Sarno dove a volte capita che vada con i miei colleghi nella pausa pranzo. Era chiuso. Per la strada avevo adocchiato un altro locale e mi diressi là. Stemmo benissimo, fu anche meglio. Offriva anch'esso un ottimo menù a prezzo fisso. Non ce la facemmo a mangiare tutto quello che era previsto dal menù. Poi il tempo migliorò e le portai verso il mare che conosco. Fecero i capricci, come al solito. Volevano fermarsi a Pontecagnano. "Con questo mare, su quel tratto di spiaggia stretto e quella barriera di cemento alle spalle non vi porto." E le ho portate dopo la Spineta di Battipaglia (non potevo reggere le loro proteste fino al Nettuno di Paestum). Risultato: "Uh, mamma avevi ragione. Ci siamo proprio divertite!"
Non si contano più le volte che mi hanno detto: "Avevi ragione" e poi puntualmente si dimenticano.
Digressione. Alle falde del Kilimingiaro hanno appena parlato del numero 1522 e dell'inferno che può diventare la casa nella situazione attuale. Fortuna che ne sono uscita un anno fa.
Fino a quando riuscirò a scappare? E non da mio marito. Almeno non solo. Lui è diventato il male minore (?)
In un certo senso questa quarantena mi protegge. Devo fare o no dei passi (via Internet) per salvaguardarmi quando finirà o potrei causare l'effetto contrario? Non so.
Soli. Morire da soli. In un certo senso, dopo tutto il da fare che mi ero data, mio padre è morto da solo. Dove non voleva. Mio fratello è morto da solo. Ho pensato che sia giusto che anche a me accada la stessa cosa. O devo continuare a reagire?
Sai, per anni mi sono arrabbiata con mia madre per mia zia Gina, la sorella, minore di dieci anni, di mia nonna. Io già non ero stata bene ed ero in una delle fasi in cui cercavo di riprendermi. Ero all'ingresso del teatro Augusteo di Salerno dove stava per iniziare una delle manifestazioni del Festival dei Cori che la Feniarco organizza in Campania ad inizio novembre. Squilla il telefonino. E' mia madre. Le dico dove sono. Non lo avessi mai fatto. Mia madre dice che voleva solo sapere dove fossi e salutarmi. Il giorno dopo alle 11 in ufficio squilla di nuovo il mio telefonino. E' di nuovo mia madre. Mi informa che la sera prima mi aveva chiamato per informarmi che zia Gina era stata portata in ospedale a Salerno. Era deceduta. Mi arrabbiai: <<Ma perché non me lo hai detto? Ero lì! Andavo a tenerle la mano!>>. Mia madre mi rassicura che era già deceduta quando mi aveva chiamato, ma non credo. Forse avrei fatto appena in tempo. Mia madre mi dice che anche lei si era arrabbiata con il responsabile della casa di riposo per non averla informata per tempo ed altro.
Era novembre 2011.
Nel novembre 2002 una domenica mattina mi svegliai smaniando che dovevo andare a trovare zia Gina. Era un po' che tra lavoro e nuovo stato matrimoniale (sì erano già 11 mesi, ma era ancora nuovo) non ero riuscita ad andare a trovarla.
Quando arrivo alla casa di riposo mi pilotano verso una stanza al pianterreno. La stanza di mia zia era al primo piano. Mia zia è lì in letto tipo da ospedale vecchio tipo, quello con le barre metalliche verticali, che rantola. Un'addetta è seduta vicino a lei senza fare niente. Sono allibita. Chiedo: <<Ma perché non ci avete chiamato?>> Un rivolo di saliva esca dalla bocca di mia zia e scivola sulla sua guancia. L’addetta non fa niente. Apro la borsa, prendo un pacchetto di fazzolettini, tiro fuori un fazzoletto e glielo asciugo. Solo in quel momento l’addetta sembra risvegliarsi e comincia a darsi da fare, arriva altra gente. In breve, fu chiamata l’ambulanza e mia zia fu accompagnata in ospedale. A Battipaglia. Si riprese. Quando poi tornò alla casa di riposo e l’andavo a trovare mia zia rideva nel ricordare e raccontare quell’episodio: <<Mentre mi mettevano sull’ambulanza, il direttore piangeva e chiamava: “Ginaaaaa!”. Pensava che non tornavo più.>>
Per rispondere al mio nuovo amico che ha scritto: <<Se vi foste presi cura dei vostri cari, invece dei vostri cani, non sarebbero morti nelle case di riposo.>> Per tanti casi forse hai ragione. Ma non sempre è evitabile. Mia zia è andata in casa di riposo quando non si è trovato più nessuna badante che fosse disposta a prendersi cura di lei a casa. E’ sempre stata una persona difficile e con l’età peggiorava. E’ stata alla nostra casa al mare, a pranzo da noi ogni domenica e festività fino a quando poteva alzarsi dal letto.
Prima andavo a prenderla io e piano piano, sottobraccio, lei col bastone percorrevamo i centociquanta metri che separavano casa sua da casa nostra.
Poi, quando anche quel pezzo di strada divenne troppo faticoso, andava mio fratello piccolo a prenderla con l'auto.
In terzo e quarta liceo mi ha cucito il costume di Carnevale.
Non dimentico il bene ricevuto.
Almeno non lo dimenticavo.

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