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in archivio dal 09 gen 2013

Linda Landi

27 maggio 1965, Battipaglia (SA) - Italia
Mi descrivo così: Da quando il mio cuore canta
Ridatemi il sole 
Che avevo dentro me 
Ridatemi il sole 
Che piove dentro me
Mi sa da almeno vent'anni.
La foto dove sorrido è del gennaio 2010.
Per i miei racconti di fantasia rubo una recente (2019) didascalia da una maglietta:
I don't insult people.
I describe them.
Stay.

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  • 22 ottobre 2015 alle ore 11:17
    Ipocondria

    Morire di paura di morire.
     

     
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  • martedì alle ore 11:54
    La mia madrina di battesimo

    Come comincia: Qual è (notate, qual è si scrive senza apostrofo: è troncamento non elisione), qual è, dicevo, il primo ricordo che ho della mia madrina di battesimo?

    Il primo ricordo che mi viene in mente è che il giorno del mio compleanno si presenta a casa mia (dei miei genitori), a volte con la figlia maggiore, per regalarmi una cornice d'argento. 
    Siamo già nei miei anni di università.
    <<Le cornici d'argento portano sfortuna!>>, mi avrebbe avvertito anni dopo il mio fidanzato.
    E questo avvertimento mi preoccupò e dispiacque non poco perché anche la sorella minore di mio padre, che era la mia zia preferita tra sorelle e cognate di mio padre, mi aveva regalato due o tre cornici d'argento e quindi tendetti a non crederci.
    <<L'argento, secondo me, si regala ai nemici>>, avevo sentito dire da mio zio Alberto intorno ai miei vent'anni.

    Della mia madrina di battesimo avevo anche un'informazione riferita: mia madre raccontava che quando a 5 anni mi ero ammalata di una grave malattia infettiva, la mia madrina di battesimo, che abitava due piani sopra, si fermava sempre a bussare ed a chiedere come andassero le cose. Mia madre le diceva: <<Susanna, non venire. Hai la bambina piccola>>.
    <<Eh, tra di noi!>>, protestava la zia Susanna.
    Mia madre invece sottolineava che zia Radaele non si era mai fatta vedere.

    Poi ho un altro ricordo. Quando oramai la tradizione di cenoni, pranzi ed attese della mezzanotte insieme a tutti i fratelli e sorelle di mio padre con le loro rispettive famiglie nel periodo di Natale era oramai alle spalle con noi figli oramai grandi e qualcuno anche sposato, il germano di mio padre con la moglie Susanna si presentava a fare gli auguri nel periodo di Natale con un panettone. E gustava il brandy che mia madre gli offriva nell'apposito bicchiere panciuto.
    Certo mio fratello ed io così ci facevamo l'idea dell'affetto e della deferenza dello zio verso nostro padre, suo fratello maggiore che aveva svolto le funzioni di capofamiglia quando il loro padre era venuto a mancare.
    Io in realtà pensavo anche un'altra cosa: <<Con un panettone all'anno si sdebita dell'appartamento che mio padre gli ha fatto gratis>>.

    Il ricordo successivo è la mia madrina di battesimo che si presenta in gentile visita di cortesia a casa nostra un pomeriggio per scambiare due ciance. Alla fine della conversazione infila l'informazione che sua figlia maggiore aveva superato una selezione di lavoro ed il giorno dopo avrebbe iniziato a lavorare.
    Quella tontolona di mia madre fece: <<Anche Liliana domani ha un colloquio di lavoro>>.
    Quando la gentile parente andò via, dissi a mia madre:<<Mamma, quella tanto te lo ha detto perchè Dorina ha trovato lavoro. E' venuta apposta per vantarsi. Ma sai quanti colloqui di lavoro Dorina ha fatto e non li ha superati? Mica è venuta a raccontartelo!>>.
    Chiedo scusa per l'aggettivo tontolona. Mia madre mi ha salvato la vita a 5 anni, è stata una ottima e stimata maestra, ha saputo portare dalla propria parte genitori criticoni nel periodo in cui i genitori da sostenitori degli insegnanti erano diventati strenui difensori dei loro angioletti, però magari quando è andata in pensione, ritrovandosi "disoccupata" ha cominciato a stare meno attenta a certi dettagli.
    Scelse di andare in pensione uno o due anni prima per occuparsi della madre. Le dissi di non farlo, ma tanto è. Per fortuna, se tutto andava bene, a quei tempi prima o poi la pensione arrivava.

    Ed oramai arriviamo ad una frequentazione assidua. Perché io, tontolona, divento sua vicina di casa, credendo che i nuovi vicini, estranei alla famiglia, funzionassero da eficace cuscinetto. Primo errore.
    Non volevo il marito (e di conseguenza lei) al mio matrimonio. Ma, avendo organizzato il matrimonio in un mese e mezzo, lasciai correre. Secondo errore.
    La mia madrina di battesimo venne subito a ficcanasare in casa mia e si rose perché il piano di lavoro in cucina era in marmo rosa e non formica.
    Pochi mesi dopo la mia madrina di battesimo, per nascondere la storicità delle paturnie del marito, cominciò ad insinuare che un episodio disdicevole fosse stato causato dal mio arrivo nel condominio. <<Siamo sempre stati tranquilli!>>. Andava a bussare alla porta dei vicini a dare fiato alla bocca ed alla fine infilava quella frase. L'altro nipote ancora ogni tanto diceva la verità e commentò quella frase ridendo: <<Ma che tranquilli! Qui sono volate anche le sedie!>>.

    Passa un altro po' di tempo e la mia zia preferita da parte di mio padre, sorella di mio padre, mi riferì un episodio per il quale cominciai a pensare che la mia madrina di battesimo fosse solita praticare il malocchio contro le persone che non le fossero gradite e temeva che persone al quale il marito o lei avessero fatto del male si vendicassero in ugual modo.

    Non passò troppo tempo che la vidi lanciarmi direttamente il suo malanimo (malocchio) dai suoi occhi ai miei.

    La mia madrina di battesimo apre le mie bollette con il vapore su richiesta e sotto la supervisione del consorte.

    La mia madrina di battesimo e la sua figliola guardavano con indifferente curiosità la sua amica e relativa figliola che aggredivano mio marito e me in giardino.
    La mia madrina di battesimo ha testimoniato a favore della sua amica.

    La mia madrina di battesimo ha ricevuto il biasimo di un mio conoscente, titolare di una ditta di pulizie che effettuava la pulizia delle scale nel condominio. <<Mi ha chiesto di pulire gli stipiti della sua porta d'ingresso. "Signora", ho dovuto risponderle, "questi sono lavori privati">>.

    La mia madrina di battesimo ...

     
  • 01 luglio alle ore 4:46
    L'ingegnere

    Come comincia: All'ingegnere, che ha negato sul già pattuito 5 milioni (di lire) a mia zia.
    All'ingegnere, dicevo, ricercatore in un importante ente pubblico, pane e pensione assicurate, professore universitario a contratto, che venne a casa di mio padre quando era ancora uno studente universitario per chiedermi degli appunti. 
    Lo fece entrare mio fratello che all'epoca aveva sedici anni.
    Ingegnere che incontro in treno e cerca di farmi parlare del ragioniere Casoria; devio l'argomento sulle sue attività di ricerca; sebbene non mi occupassi più del settore da quasi dieci anni evidentemente intervengo con osservazioni o domande appropriate, perché l'ingegnere ha un moto di stizza ed esclama: <<Ma perché non sei rimasta all'università!?! Una come te!>>.
    Ingegnere al quale mio marito ha sistemato gratuitamente con la sua competenza tecnica un problema di collegamento al contatore dell'ENEL. 
    Ingegnere che aspettava il nostro rientro a casa perché sua suocera era da un'ora bloccata in bagno. E mio marito, di nuovo, gli risolse il problema.
    Ingegnere che lui stesso e sua moglie ed i suoi bambini erano stati ospiti in casa mia. 
    Ingegnere al quale (insieme a tutti gli altri) il lavoro di mio marito ha tolto quella vergogna di abbandono nelle scale condominiali e restituito un aspetto signorile, dignitoso al palazzo per chi li andava a trovare.

    All'ingegnere, dicevo, sono bastate due firme sotto due scritti del ragioniere Casoria per rovinarmi la vita. 
    Due firme. 
    A lui che è costato? Tre, quattro secondi al massimo? 
    A me, una vita (la mia). 
    A me, quattro vite (la mia e quella dei miei figli).
    A me, cinque vite (la mia, quella dei miei figli e quella di mio fratello).
    A me sette (?) vite.

    L'ingegnere che, invitato a casa nostra da mio marito, a mio avviso inopportunamente, per fargli verificare un problema di interesse comune, vedo se la ridacchia e mi chiedo perché.
    Lo scopro il giorno dopo, quando ricevo la prima lettera di insulti e di calunnie che la sera prima l'ingegnere, ospite a casa nostra, già sapeva di avere firmato.

    L'ingegnere, che soddisfatto della seconda firma, fa crocchio insieme ai suoi amici a ridere della reazione di mio padre (del quale pure è stato ospite, oltre che dal quale, come tutti gli altri, aveva ricevuto vantaggi economici) e di mia madre alla ricezione e lettura di quanto tutti, ed anche l'ingegnere, avevano firmato.

    L'ingegnere che se la ride del mio stato di malattia, quando, nonostante tutto, mi presento all'assemblea condominiale e la smette di ridere solo quando dimostro che, nonostante il mio stato di malattia, sono aggiornata sulle nuove norme del codice civile e so ancora ribattere. 
    E quanto mi era costato prepararmi su quelle norme ed a quell'assemblea.

    L'ingegnere, la cui presenza mi aveva dato l'illusione che in via Vattelapesca n.0 si potesse ora vivere in maniera civile e che potessero intercorrere rapporti corretti.

    L'ingegnere al quale insistentemente ho detto: <<Ritirate tutto (le citazioni in cui chiedevano quattro spiccioli), scrivete una lettera di scuse e riprendiamo a vivere come prima>>. E con questa illusione non porto alla guardia di finanza la fattura falsa che i suoi amici mi avevano propinato.

    Vivere come prima?
    Ma loro hanno continuato a vivere come prima.
    Sei tu, che rispetto a loro avevi già tante difficoltà in più, hai avuto la vita spezzata.
    Il cane morsica lo stracciato.
    Il figlio dell'ingegnere è in una prestigiosa università.
    La figlia del ragioniere Casoria, già dirigente in una importante multinazionale all'estero, lavora ora in un organismo internazionale.

    Sei tu, che contenta del tuo modesto (?) lavoro, in una realtà interessante, contenta di stare vicino ai tuoi cari, contenta di coltivare le amicizie di vecchia data, i tuoi vecchi hobby, goderti il mare e l'entroterra della tua zona, sei tu che hai perso anche quel poco che avevi e che a loro faceva gola. 
    A loro che, pur avendo tutto per essere contenti, dà fastidio la felicità degli altri. 
    E li diverte la sofferenza altrui.

     
  • 23 giugno alle ore 9:54
    Questioni di cani

    Come comincia: Il mio 9 giugno 2015 inizia alle 20 dell'8 giugno 2015.

    Arrivo ai piedi della scalinata del convento di S.Antonio del paese di Noukria, dove ci sono le prove del coro, e vedo arrivare l'auto del consorte che era stato tutta la giornata a Batti La Paglia.

    Lo aspetto. Abbassa il finestrino mentre parcheggia e dice: "Marley si è perso". Marley è il nostro secondo cagnolino.
    - E tu che ci fai qua?! Perché non sei rimasto a cercarlo? -

    - E' saltato dal finestrino mentre andavo piano in via Turco. Ma non ti preoccupare. Penso di sapere dove sta etc etc. ...-

    Racconta che pensa che l'abbia preso un signore con il quale aveva anche interloquito quando lo stesso stava al balcone.
    A maggior ragione se sapeva dove stava doveva andare a prenderlo, inoltre non credo alla sua interpretazione.
    Sarà stata la stanchezza, mi lascio imbonire apparentemente e non prendo subito l'auto per andare a cercarlo.
    Non penso di avere dormito molto quella notte.
    Il mattino dopo, telefono in ufficio comunicando che non sarei andata, accompagno le ragazze a scuola e vado a Batti La Paglia.

    Dopo un'ora di infruttuose ricerche nella zona dove si era perso, sono al centro di Batti La Paglia, mi sa che ero andata a trovare mia madre, quando il telefono squilla. E' una signora della Lega del Cane di Salerno che mi comunica che una ragazza aveva trovato il mio cane e che tra un po' mi avrebbe telefonato. Sollievo. Non mi aspettavo che la situazione si sarebbe risolta così rapidamente e positivamente.

    Aspetto impaziente. Quando finalmente la ragazza mi telefona chiedo dove e quando possiamo incontrarci per riprendermi Marley. 
    - No, signora, Marley non è più con me. -
    Il cuore fa un tuffo nuovamente.
    - Io stavo passando in macchina con il mio fidanzato all'incrocio canalizzato della zona industriale dopo la rotatoria di via Rosa Jemma quando ho visto questo cagnolino con collare che correva spaventato. Ho chiesto al mio fidanzato di fermare, l'ho preso e l'ho portato alla clinica veterinaria h24 che è là vicino. Lì hanno letto il microchip così ho avuto il suo numero di telefono (la medaglietta che avevo messo al collare di Marley da pochi giorni si era persa per la seconda volta).
    Poi non l'ho potuto più tenere con me.

    - Ma poteva rimanere alla clinica veterinaria! Avrei pagato lo stallo!

    Comunque così stavano le cose e passo le successive due ore a cercare Marley nella zona industriale ed a via Rosa Jemma.
    Capisco che non tornerò per l'una e trenta a casa in tempo per prendere le ragazze da scuola se voglio continuare a cercare Marley.
    Telefono ad Elena. 
    - Elena, devo chiederti un favore come lo stessi chiedendo ad una sorella. ....
    Le spiego la situazione e le chiedo di andare a prendere le ragazze a scuola (Elena abita lì vicino) e di portarle con sé a casa.
    Mi fa il favore, ma è un po' seccata: "La prossima volta porta con te le ragazze ..."

    Risolto il problema delle ragazze, continuo a cercare Marley in via Rosa Jemma. Alle 12:30 il telefono squilla di nuovo. E' la sezione veterinaria dell'ASL di Batti La Paglia. Un giovane ha trovato Marley, mi comunicano. Il mio interlocutore ha un tono di rimprovero come se stesse insinuando che il mio cane si era perso ed io non me ne stessi curando. 
    - Guardi, sono in via Rosa Jemma a cercarlo, Ora vengo lì.
    - Noi tra poco chiudiamo ...
    - Aspettate! Sono in via Rosa Jemma, con la macchina non ci metto niente.

    Arrivo all'ultimo piano della torre dell'ASL vicino l'ospedale, non so in quale ufficio devo andare e chiamo: "Marley! Marley!".
    Una voce fa: "Il suo Marley non è qui e non sono sicuro se glielo voglio dare".
    Individuato l'ufficio, entro ci sono vari veterinari ed il giovane che ha trovato Marley che dubita che io meriti Marley, visto che era scappato ed io non lo avevo cercato (di nuovo?, penso). 
    Devo spiegare la situazione della mia residenza e del mio effettivo domicilio ed un veterinario fa: "Ah, mi ricordavo di avere già sentito il suo nome!".
    Capisco che era il veterinario che meno di un anno prima si era presentato al mio cancello per via del cane Ambra di mio marito.
    Avevano avuto una denuncia contro Ambra.
    Lo feci accomodare, gli presentai le carte e gli illustrai come si erano svolti i fatti.

    In breve, la mia Ambra si era azzuffata con il cane del figlio di un vicino. Il cane era un ospite occasionale.
    La mia Ambra era con me nel retro del giardino e stava tranquillamente scambiandosi cordialità con i cani del vicino attraverso la recinzione quando all'improvviso era scappata correndo verso la parte anteriore della casa. La inseguo e la trovo intenta ad abbaiare con furia contro il portone. La raggiungo e sento il cane del vicino scendere libero, senza guinzaglio, le scale. Trattengo Ambra per il collare ed urlo al vicino attraverso il portone: "Non apra il portone!" Quello non se ne dà punto. Lo apre ed il suo cane comincia ad aggredire Ambra ed io mi ritrovo con il collare in mano senza più il collo di Ambra dentro.
    Alla fine vedo che Ambra è stata morsa. E' domenica. So di una clinica veterinaria aperta h24 e ci vado. La curano, le fanno un'iniezione di antibiotico. Mi fanno un trattamento di favore facendomi pagare solo 50 euro.
    Sapendo con chi ho a che fare, chiedo un certificato. 
    - Io posso solo attestare che il cane aveva delle ferite da morso ed è stato curato.
    - Va bene.

    Illustrai i fatti al veterinario e presentai il certificato e le prescrizioni delle medicine.
    - E' lei che avrebbe dovuto fare la denuncia! - esclama il veterinario.
    Dopo non ne ho saputo più nulla. Immagino che la cosa non abbia avuto seguito.

    Tornando al 9 giugno. Il giovane mi dice che Marley è da una sua amica ed ora non possiamo andare perché lui deve andare al lavoro, se ne parla dopo le 15.

    Mi segno il suo numero di telefono. Non vuole il mio. Chissà perché avverto il timore che il suo numero non sarebbe stato sufficiente ed insisto a spiegargli dettagliatamente dove lo avrei aspettato.

    Arrivano le 15. Niente. Chiamo ed il numero del giovane risulta inesistente. L'odissea non è finita.
    Inizio a mettere appelli sui social.
    Alle 18 non posso più aspettare: non posso abusare oltre dell'ospitalità di Elena.
    Devo andare via. 
    Arrivata, mi fermo a prendere una scatola di cioccolatini per ringraziare Elena e vado a recuperare le ragazze. Trovo Elena contenta di avere avuto in casa due ragazzine così carine, brillanti ed educate: "Ci siamo proprio divertite", dice.

    Intanto non so dove sia Marley.

    Per telefono racconto la storia al consorte che suggerisce di cambiare l'ultimo numero di telefono del giovane da 'sette' a 'sei'. Ci prende in pieno. Il giovanotto mi risponde.
    Mi dice che aveva fatto tardi e mi rimprovera di non aver aspettato. "Ho due figlie", spiego.
    Intanto il giovane mi informa di essere andato con Marley ed i suoi amici alla casa che gli avevo indicato e, non trovandomi, aveva citofonato ai vicini.
    Sconvolto ed accorato, il giovane mi fa:<<Signora, per carità, non ci vada più a stare lì!>>.

    Il giovane è divenuto più indulgente con me. E' anche imbarazzato. La sua amica verso le 20 aveva fatto uscire Marley per fargli fare i bisogni e Marley era scappato. Avevano così capito che Marley aveva la tendenza a volersi fare delle corse libero per sua indole non perché venisse trattato male.

    Mi assicura che lui ed i suoi amici avrebbero continuato a cercarlo.

    Vado a letto lasciando il telefonino collegato.
    Dopo le tre di notte squilla. Hanno trovato Marley.
    - Vengo a prenderlo domani mattina o vengo adesso?
    Il giovane ci pensa un po' e decide: "Venite adesso".
    Il consorte ed io ci vestiamo, lascio un biglietto alle ragazze che dormono, prendiamo Ambra ed andiamo.

    Quando arriviamo al luogo dell'appuntamento c'è un gruppo di giovani e Marley è in braccio ad uno di loro.
    Fermo l'auto, il consorte scende per primo. Marley si agita tutto contento e vuole essere preso in braccio dal consorte.
    Scendo dall'auto, mi avvicino e Marley si agita ancora di più.
    - Vuole venire da me - dico. Lo prendo in braccio e Marley mi lecca tutta la faccia.
    - Se non mi viene adesso il tifo, non mi viene più -
    I giovani vedendo la reazione di Marley si rassicurano che non lo trattiamo male e diventano decisamente amichevoli.
    intanto Marley si agita un altro po' e capisco: "Vuole salutare Ambra". E lo metto in auto dove Marley e Ambra si scambiano mille feste. 
    Salutiamo, ringraziamo di nuovo e partiamo.
    Quando arriviamo a casa le ragazze stanno ancora dormendo. Non si erano accorte di niente.

    Il mio 9 giugno 2015 termina alle ore 05:45 del 10 giugno 2015.

     
  • 22 giugno alle ore 16:27
    Il mio ultimo mese di vita

    Come comincia: Maggio 2005. Il mio ultimo mese di vita.

    Per qualche anno avevo creduto che il mio ultimo giorno di vita fosse stato il 26 settembre 2010.

    Poi ho riflettuto.
    Ed ero arrivata alla conclusione che la mia vita avesse cominciato a finire quando, l'11 settembre 2007, ero stata così stupida da andare dal vicino che da un paio di mesi fungeva da amministratore del condominio per consegnargli un attestato di ricevuta del verbale dell'ultima assemblea e chiedergli un attestato di consegna. Non potevo aspettarmi, ed invece avrei dovuto visti i precedenti, che mi sarei vista afferrare per il braccio, che mi sarebbe stato torto il braccio e spintonata, dalla mano che mi torceva il braccio, verso le scale per farmi ruzzolare giù.
    [<<E quelli sono zingari, tu non li devi proprio frequentare.>>, aveva commentato oculatamente Mariella M. quando nel luglio 2012 le avevo raccontato semplicemente come si era comportato quel vicino in casa mia nel febbraio 2006]

    Ma ancora mi sbagliavo completamente:
    il mio ultimo mese di vita era stato maggio 2005.
    Ed il mio ultimo giorno di vita era stato il 3 giugno 2005.
    E potrei andare ancora a ritroso.
    Ma fermiamoci a maggio 2005.
    Maggio 2005.
    Come inizia quel maggio 2005?
    Con mio marito che mi chiede: "Ma ti sei fratturata le dita piccole dei piedi?" o con me che rifletto: "Mio fratello è stato gentile con me"?.
    I due eventi andarono quasi a braccetto.
    Probabilmente non è importante quale dei due eventi sia accaduto cronologicamente prima.
    Primo evento. Ti sei fratturata le dita piccole dei piedi.
    Alla domanda di mio marito, mi guardo i piedi ed effettivamente constato che ho entrambe le dita piccole dei piedi tutte 'storzellate'.
    Mio marito mi accompagna dal medico curante che esamina le mie dita ed i miei piedi, va a lavarsi le mani, torna e mi dice: "Tieni ... . Ci hai camminato sopra in modo che non ti facesse male per questo si sono storte le dita. Devi andare dallo specialista all'ASL. Ti scrivo l'impegnativa".

    Secondo evento. Mio fratello è stato gentile con me.
    Era già almeno da marzo che c'era stato un peggioramento.
    Anche se era almeno da settembre che eravamo ripiombati in un nuovo baratro.
    Ma da marzo praticamente non passava sera senza che mio padre ci telefonasse e noi lasciavamo tutto quello che stavamo facendo e ci precipitavamo in auto a casa dei miei.
    Ma all'inizio di maggio ci fu un netto peggioramento ed io pensai: "Mio fratello è stato gentile con me". Prima di peggiorare aveva aspettato che io sostenessi, a fine aprile, l'esame di Stato finale di uno dei due corsi di specializzazione che stavo seguendo alla Federico II a Napoli.
    Fosse peggiorato prima, non credo ce l'avrei fatta a sostenere quell'esame.
    E così praticamente tutte le sere andavo a casa dei miei senza aspettare che mio padre mi chiamasse.
    Ed una sera nello studio di mio padre, con mio padre seduto dietro la sua scrivania, mio fratello mi afferra per i capelli. Non reagisco. Aspetto che tiri ed aspetto il dolore.Ma la consapevolezza attraversa lo sguardo di mio fratello: il suo affetto è più grande del suo anche giustificato rancore e non tira. 
    Lascia andare i miei capelli.
    Un'altra sera siamo in cucina e mio fratello apre il cassetto delle posate (forchette, cucchiai, coltelli), ma che contiene anche le forbici e, a me sembra provocatoriamente, vi armeggia dentro.
    Erroneamente interpretai: "Attenti, potrei usarle contro di voi".
    In realtà voleva dire: "Aiuto. Sono disperato. Potrei usarle contro di me".
    Ma lo capii solo anni dopo.
    E, suggestionata dal film "A beutiful mind" che avevo visto due anni e mezzo prima senza sapere che di lì a cinque mesi pur mi avrebbe suggerito qual era la strada seguire, ma che fino ad allora non ero riuscita a perseguire, dissi a mio padre: "La sera, quando andate a dormire, chiudete la porta e mettete una sedia dietro".
    Ed, in quel maggio 2005, arriva la telefonata di quello che di lì a poco avrei iniziato a chiamare con il nome di ragionier Casoria, dal film "La banda degli onesti" con Totò. Telefonò a mio padre per protestare che mio marito, il quale da poco più di un anno fungeva da amministratore del condominio, aveva notificato a tutti i quattro vicini (che dall'inizio dell'anno non versavano le loro rate condominiali) che in cassa non c'erano soldi e non era possibile aggiustare il cancello automatico e li invitava a saldare il loro debito.
    Mio marito ed io non avevamo mai detto niente a mio padre né a chicchessia.
    Non avevamo detto che il ragioniere chiedeva soldi per spese, tra l'altro non autorizzate, non comprovate o già rimborsate.
    E che per rivendicare il suo credito faceva pervenire in continuazione a mio marito lettere di avvocati sempre diversi. 
    Che il ragioniere non pagava le sue quote ma si appropriava non autorizzato delle bollette del condominio (facilitato dal fatto che il ragioniere non aveva mai voluto far installare cassette postali) e le pagava, non autorizzato, personalmente.
    Che intratteneva, non autorizzato, rapporti con la signora delle pulizie ed il giardiniere. Che si presentava alla fine dell'anno dicendo: "Ho pagato queste bollette e questi servizi, compensamele per le quote condominiali non pagate".
    Non avevamo mai detto niente.
    Ora mio marito è costretto a dirgli tutto. Vediamo mio padre che all'improvviso si piega in due. Credo di sapere cosa stia succedendo: aveva sentito all'improvviso una morsa allo stomaco.
    Poche sere dopo, nella mia visita ormai quotidiana a casa dei miei genitori, vedo che la situazione è particolarmente pesante e per dare ai miei genitori qualche momento di tregua chiedo a mio fratello: "Mi accompagni a casa?". Acconsente. Nell’ascensore, mentre scendevamo, facevo la disinvolta e mi mostravo serena, tranquilla, ma dentro di me pregavo: “Fa che non cacci fuori le forbici dalla tasca del giubbotto e me le ficchi nel fianco”. 
    Non lo sapevo, ma non avevo niente da temere.
    Avrei impiegato troppi anni a capire che i pazzi scatenati e violenti in famiglia, nella famiglia anche allargata, erano altri.
    A pochi passi di casa mia, mio fratello sputa fuori due rospi.
    1) “Ma che cos’è questa storia di zio …”, evidentemente turbato dalla telefonata del ragioniere Casoria di poche sere prima.
    Glielo spiego e concludo: “Se non pagano le quote, come si fa ad aggiustare il cancello, a pagare le bollette?”
    Mio fratello sta un poco, poi prorompe: “Ma quando mai zio … non ha pagato le sue quote!?!”.
    “Sempre”, è la risposta che mi viene in mente, ma non la pronuncio.
    Non è facile spezzare l'omertà alla quale sei abituata fin da bambina.

    2) Arrivati oramai nei pressi della casa, se ne esce: “Pittatela di giallo, di rosso, di blue, fate come vi pare!”.
    Si riferiva ai lavori di tinteggiatura della palazzina dove abitavo.
    Tinteggiatura che aveva seguito i lavori di ripristino dell’intonaco, dato che erano da vent’anni che cadevano calcinacci nel cortile. 
    I lavori di tinteggiatura avevano fatto divenire la palazzina da bianco ghiaccio ad un indefinito color ocra. 
    Non replicai nemmeno a questa osservazione e non gli spiegai che il colore lo aveva deciso l'architetto che abitava nel palazzo.

    Intanto arriva il giorno in cui mi è stata fissata la visita all’ASL.
    Mi ci recai a piedi, vista la mia paura di guidare in città ed il mio essere nemica dei parcheggi.
    E così, uscita di là, invece di salire in auto ed imboccare l’autostrada per recarmi al lavoro, passo da casa dei miei per vedere come era la situazione.
    Mi apre mia madre.
    Mio fratello e mio padre sono ancora a letto.
    Torno a casa, sto chiudendo la porta di casa mia per andare finalmente al lavoro. Squilla il mio telefonino. E’ mio padre che m'informa di avere chiamato il 118.
    “Ed io che devo fare?”, replico leggermente esasperata.
    Ma lo so cosa vuole mio padre da me: vuole che vada lì e prenda in mano la situazione.
    Ci vado naturalmente.
    Quando arrivano gli operatori sanitari vedono un giovane un po’ giù, un po’ provato e non capiscono per cosa siano stati chiamati a fare.
    Un infermiere dice: “Anche mio figlio è stato così intorno ai vent’anni: gli comprai un cagnolino!”.
    “Papà, se firmi i signori se ne vanno!”, imploro io. Ma mio padre è irremovibile. Allora rompo gli indugi e decido di far capire agli operatori com’è la situazione. Non per tema di possibili aggressività da parte di mio fratello, ma mio fratello non mangia da settimane e sta male. Allora pensavo perché avesse paura di essere avvelenato, ma molto più probabilmente, pensai anni dopo, era perché temeva che per via di qualche patologia se avesse mangiato sarebbe morto. 
    In seguito mi sarebbe capitata la stessa cosa nell’agosto del 2011.

    Versai del latte in un bicchiere, ne bevvi un sorso davanti a mio fratello e gli porsi il bicchiere. Niente mio fratello non lo prendeva.
    Gli accostai anche il bicchiere alle labbra. Mio fratello si rifiutava di bere.
    Allora gli operatori sanitari chiesero a mio fratello se acconsentiva ad essere ricoverato. Mio fratello acconsentì. L'infermiere telefonò e chise possibilmente di mandare l'auto, non l'ambulanza: "E' un ragazzo", spiegò l'infermiere.

    L’altro fratello che se ne era andato da 14 anni a lavorare ed a vivere nella capitale aveva in programma una gita in Scozia con la sua famiglia.
    Mi telefona e chiede: “Sembra brutto se partiamo?”
    Che gli dovevo dire, rischi immediati di vita non ce n'erano.
    Partirono.
    La domenica ci rechiamo mio marito, mia madre ed io in ospedale.
    Mio fratello non è lui.
    Poggio disperata la fronte sulla spalla di mio marito.
    Mio fratello mi guarda stupito come si chiedesse: “Ma chi è? Che fa questa?”

    Poi la sequenza è confusa nella mia fantasia.
    Sono il riferimento della famiglia per il reparto, ho fornito tutti i miei numeri.
    Sono in ufficio, squilla il telefono sulla mia scrivania.
    E’ il primario.
    Ascolto e mi lascio scivolare dalla sedia, rannicchiandomi sulle mie ginocchia per reggere al dolore e mantenermi tutta intera.
    Fortuitamente i miei tre colleghi compagni di stanza, il grande Gianni C., lo squisito Giuseppe M., l'opportunista ma alla fine corretto Luca DS, erano tutti fuori stanza.
    “Non c’è mai limite al peggio”, pensai.
    Nemmeno un anno prima, quando un altro primario mi aveva comunicato la loro diagnosi per mio padre avevo pensato: “Questo è il momento peggiore della mia vita”.
    Mi sbagliavo. Non c’è mai limite al peggio.

    Ed intanto torna l’altro fratello dalla gita, mi chiede il numero di telefono del reparto e comincia a subissare i medici di telefonate.
    “Non sapevano nemmeno che avesse un fratello!”, protesta con me. "E come potevano saperlo?", pensai io, "Non me lo hanno mai chiesto, non ti hanno mai visto ..."

    Poi il successivo fine settimana scende con la sua famiglia che include un bambino di quattro anni. Al bambino hanno detto che l’amato zio non c’è perché anche lui è andato in vacanza: come lui era andato in vacanza in Scozia, lo zio era andato in vacanza da qualche altra parte. 
    Ma vengono tutti e tre all’ospedale, situato a 100 km da casa nostra.
    La compagna ed il bambino si trattengono nel parchetto lì vicino.
    Siamo nel parcheggio dell’ospedale l’altro fratello ed io. E non so come esce fuori l’episodio di quando mio fratello mi aveva afferrato per i capelli ma non aveva tirato.
    “Si è controllato molto meglio di te”, preciso. Capisce subito a cosa mi riferissi e protesta: “Ma quante volte è accaduto: una volta!”. Come fosse normale che uno, anche se solo per una volta, da adulto, aggredisse la sorella perché si era assunta, lasciata sola, le sue responsabilità.
    Ci raggiunge mio marito, comincia a parlare di come è complicata la situazione di mio fratello ed aggiunge: “Oramai ho quarant’anni. Ora posso fare ancora qualcosa e già comincio a non farcela più.” A quest’ultima cacciata vedo il ghigno e lo sguardo cattivo dell’altro fratello.
    Forse è allora che ho cominciato ad avere paura.
    In realtà già l’anno prima avevo avuto paura che se mio padre non ce l’avesse fatta nell’ospedale dove lo avevo fatto trasferire, l’altro fratello mi avrebbe ammazzata. 

    Saliamo in reparto. Mio fratello chiede del nipotino. L’altro fratello gli spiega che gli hanno detto che lui era in vacanza. “Lo vogliamo far salire?”, chiede mio fratello. “E no, adesso no, poi comincia a pensare che gli abbiamo mentito …”. E’ giusto. E mio fratello ride nel guardare dalla finestra il nipotino giocare nel parchetto. E poi?
    E poi un pomeriggio di un giorno feriale sono nello studio di mio marito e squilla il mio telefonino. E’ l’altro fratello. Mi comunica una sua preoccupazione: “Ho paura che quando nostro fratello esce poi si voglia vendicare”. “
    Vendicare?”, penso io, “e se anche fosse? Vorrà vendicarsi di papà, di me. Cosa hai da temere tu che non eri nemmeno qui?”  Lo penso, ma non lo dico.

    E poi arriva il mio compleanno. 27 maggio.
    Quaranta primavere.
    Invito i miei genitori a cena per regalare loro un po’ di distrazione.
    E telefona l’altro fratello.
    Per farmi gli auguri.
    Ufficialmente per farmi gli auguri.
    Ma in realtà parla a lungo ed a me dà l’impressione che sia stato imbeccato dalla compagna.
    Il punto centrale del suo discorso è cosa fare quando mio fratello uscirà dall’ospedale e soprattutto dove andrà. 
    Ci avevo già pensato.
    Casa dei miei non era cosa.
    Tre anni prima, prima di capire che mio fratello non stava bene, e pensavo che vivesse solo una situazione di disagio (e così era, solo che il disagio era diventato già troppo pesante), avevo comunicato a mio marito che intendevo prendere un bilocale per mio fratello. Quel bel tomo mi aveva bloccato. Dovevo già capire allora che ero diventata una che si faceva condizionare dal volere di quel bel tomo.
    Ed adesso rimpiangevo la mia mancanza di polso.
    E stavo pensando di prendere un appartamentino in affitto.
    Erano tre anni che dicevo che mio fratello doveva avere i suoi spazi e vivere da solo.
    Quando la bolla speculativa fece schizzare in alto i prezzi delle case, lo avevo invitato, d'accordo con mio marito a venire a stare da noi. Aveva rifiutato. E solo allora mi accorso che stava veramente male. Inotre pochi mesi prima aveva mostrato avversione per casa nostra.
    Alla fine l’altro fratello conclude il discorso ed arriva dove voleva arrivare: “Non è che può venire da te?”.
    Una pugnalata.
    Associando quel “ho paura che si voglia vendicare” di pochi giorni prima al “non è che può venire da te?” di adesso, ebbi l’immagine che l’altro fratello non solo stava cercando di accontentare la sua compagna che non sarebbe stata disturbata, ma che magari si aspettava che una di quelle volte che le voci che mio fratello aveva dentro la sua testa avrebbero preso il sopravvento sul suo cuore, mio fratello mi avrebbe dato un bel pugno in testa e l’altro fratello si sarebbe sbarazzato in un colpo solo di due terzi incomodi.
    Fantasia.
    Immaginazione troppo viva.

    Il 28 maggio è sabato. L'estate si avvicina e vado dall'estetista.
    Mentre sono sul lettino mi viene in mente che una collega che mi aveva fatto un grande favore mi aveva invitato ad un convegno organizzato da lei. E ci teneva che io andassi ad assistere. Con tutta quella situazione mi era proprio passato di mente. Immagino la mia collega che avrebbe pensato di me: <<Un'altra che "avuta la grazia, gabbato lo santo">>. E, pensando alla situazione, faccio un gesto di disperazione portando la mano alla fronte. La ragazza che è con me mi chiede se qualcosa non va. Le rispondo raccontandole la storia del convegno.

    Il 29 maggio è domenica. E' il compleanno di mio fratello. 32 anni.
    Di pomeriggio è di turno un vecchio compagno di mio fratello con il quale giocavano a calcetto. Gli spieghiamo la situazione e consente a lasciarci scendere al bar per festeggiare. Mio fratello ad un certo punto si avvicina al bancone per prendere dei fazzoletti e notiamo che un infermiere si scosta impaurito. Mio marito ed io ridiamo di quella paura. Ridiamo. Quindi sapevamo che era ingiustificata.
    Arriva il ponte del 2 giugno. Quell'anno il 2 giugno è giovedì. E l'altro fratello con la sua famiglia scende per farsi i bagni.
    Mio marito ed io andiamo a trovare mio fratello che ci chiede cos'è questa storia che non può tornare a casa e deve andare in una casa in affitto. Ne parliamo. Intanto più in là una dottoressa discute animatamente con i parento di un altro paziente.
    A me ed a mio marito pare che la persona 'schizzata' sia lei e la cosa ci 'diverte', vista la scarsa fiducia che abbiamo, fin dai nostri vent'anni, dei medici psichiatri.
    La mattina del 3 giugno sono convocata dal responsabile del centro medico pubblico locale.
    Non ricordo come, probabilmente avevo detto ai miei genitori di quella convocazione e loro avevano spifferato tutto all'altro fratello, nella piazza adiacente il centro mi ritrovai affiancata dall'altro fratello.
    Pensai, ma non lo dissi: "Che ci fai qui? Hanno convocato me."
    Non avevo ancora imparato a non dire niente ai miei genitori?
    Meno di un anno prima mi ero trovata a pensare "Levatevi di torno: ora il capofamiglia sono io" ed avevo agito di conseguenza.
    Finita l'emergenza, non avrei dovuto cedere lo scettro del comando di nuovo a loro.
    So perché lo avevo fatto: perché dopo che avevo agito autonomamente, l'altro fratello mi aveva aggredito: bisogna decidere collegialmente. 
    Sì, mentre i dottori discutono il paziente muore.
    Avevo agito autonomamente ed il paziente non era morto.
    Ma ero stata aggredita e la fiducia in me stessa era stata minata. Di nuovo.
    Oltretutto l'altro fratello aveva, già solo con l'atteggiamento, rivendicato il suo ruolo di capofamiglia, in vece di mio padre, in quanto maschio e primogenito.

    OK, 3 giugno 2005. Arriviamo al centro medico. Il responsabile dice che i medici, parlando con mio fratello, hanno individuato in me la persona di cui mio fratello più si fida. Quando dimetteranno mio fratello, sarebbe potuto venire a stare a casa mia? Esprimo dei dubbi, so che al momento è l'unica soluzione fattibile, ma mio marito aveva cominciato a dire che gente che urlava e che dava in escandescenze lui in casa non le voleva. E questo lo dico. io ho sempre paura che mio fratello possa darmi una botta in testa quando siamo soli in casa, ma questo non lo dico. L'altro fratello interviene e  con sicumera afferma che nostro fratello può andare a casa sua, a Roma. Il responsabile mi guarda e dice: "Sembra che abbia paura, guardi invece suo fratello". Non riferisco al medico quello che penso, ossia che il fratello che ho accanto è un vanaglorioso presuntuoso e falso che non ha nessuna intenzione di portarsi il fratello a casa e che non deve credere una parola di quello che dice. Lo guardo invece fisso negli occhi e dico, storcendo il naso: "Sì, sì, ma lui sta a Roma". Sottointeso: "Lui fa tanto il magnifico, ma questo ultimo mese che sembrava che i miei ed io rischiavamo, lui era al sicuro a 300 km di distanza". Il medico rimane un po' interdetto e prova ad insistere. Io ripeto: "Sì, sì, ma lui sta a Roma". Il fratello che siede accanto comincia già a mitigare i termini: "Certo devo prima parlare con mia moglie".
    Ci lasciamo e la cosa rimane indefinita.

    Il pomeriggio l'altro fratello va con la famiglia a mare.
    Mio marito ed io andiamo da mio fratello.
    Questa volta l'incontro non si svolge nei termini calmi e cordiali del giorno prima.
    Ad un certo punto mio fratello comincia a manifestare insofferenza, anche verso di noi. Interviene la dottoressa del giorno prima, ma non con una iniezione calmante come quindici giorni prima avevano fatto i suoi colleghi.
    Lei, minuta, affronta quel marcantonio di mio fratello con la forza della sua personalità, delle sue parole e della sua logica.
    Con la forza della sua parola.
    Ci ritroviamo come due scolaretti discoli, mio fratello ed io, seduti davanti la scrivania della dottoressa. La dottoressa mi fa una domanda in riferimento a quello che ha appena detto mio fratello. Rispondo. Risposta troppa generica per la dottoressa. Mi costringe ad essere più circostanziata. "Questa può aiutare anche me", penso.
    Promette a mio fratello che quando inizierà il suo prossimo turno, a mezzanotte tra sabato e domenica, lo dimetterà. Ora non può farlo perché il suo turno è finito. Lei era rimasta solo per non lasciare al collega successivo un problema irrisolto.
    Mio fratello ci saluta e torna nella sua stanza.
    La dotoressa parla con me e mio marito.
    Ci avverte: “Se vostro fratello continua con i farmaci, ogni due anni sarà in una struttura sanitaria. Vostro fratello deve venire da voi. Si vede che siete persone a posto. Io posso continuare a seguirlo come ho fatto stasera, ma posso operare solo qui.  Dovrete portarmelo qui”.
    Le pongo solo il problema che noi stiamo fuori casa tutto il giorno.
    Non le spiego che non consideravo ‘sano’ per mio fratello essere lasciato in balia di quei viscidi dei nostri parenti e miei vicini ai quali mio fratello voleva bene e non sapeva fino a che punto fossero infidi.
    Anch’io volevo loro bene, ma sapevo che erano persone false di cui non fidarsi. 
    E non sapevo ancora fino a che punto.
    “Ci penso”, disse la dottoressa. E ci lasciammo.
    In auto pensavo che il giorno dopo, sabato, sarei andata a prendere dei mobili subito disponibili per arredare la camera per mio fratello.
    Ed anche pensavo all'alternativa di farlo invece alloggiare per un mese al residence che non era distante da casa mia, in attesa di trovare qualcosa in affitto.
    Ero immersa in queste riflessioni quando mi accorgo che mio marito non si sta dirigendo a casa nostra.
     - “Dove stai andando?”
    - “Andiamo a dare la bella notizia ai tuoi”.
     - “No”, replico, “si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci”. 
    E pensavo non solo a mio padre, in quel momento incapace per la sua indole peggiorata dall'età e per la sua malattia, a mia madre che l'anno prima avevo dovuto escludere dalla gestione dell'emergenza per mio padre, ma soprattutto all'altro fratello.  Mio marito, che l'anno prima era stato determinante nel mettermi in condizione di agire e salvare mio padre, replica in maniera categorica: “I genitori devono sapere”. 
    Ed io non replico. Anche se so cosa succederà, non replico.
    So che quel presuntuoso dell'altro fratello si sarebbe messo in mezzo, facendoci saltare i piani.
    Non replico.
    Non dò un pugno in pancia a mio marito e non gli ordino urlando di voltare l'auto e di tornare immediatamente a casa.

    L'anno precedente mio marito aveva poi relazionato che io mi ero messa a fare la pazza fino a quando mio padre non aveva acconsentito a farsi trasferire di ospedale.
    Devo sempre mettermi a fare la pazza per salvare i miei familiari? 
    Sì, dovevi metterti un’altra volta a fare la pazza. 
    Ma hai capito solo tredici anni dopo che non sarebbe bastato.
    Perché solo tredici anni dopo quel bel tomo, quando oramai era troppo tardi, si sarebbe lasciato sfuggire di essere andato a spifferare tutto ai tuoi perché non voleva tuo fratello in casa: "Non avevo mica la patria potestà".
    "E che dovevo pensare a mio cognato?", avrebbe anche ribadito.
    Lui che aveva passato insiema a te le nottate appresso a tuo fratello.
    Anche in seguito sempre presente, o quasi avresti riflettuto poi.
    Sì, sempre presente, ma nelle emergenze. Non per un'azione organca, continua.

    Non sarebbe bastato.
    Avresti dovuto mandare via quel tomo che si era presentato come salvatore della patria. E non lo avevi capito.

    Dovevi metterti a fare la pazza.
    Sarebbe bastato? Forse no.
    Ma era la cosa giusta da fare. 
    E si deve sempre scegliere la cosa giusta da fare.

    Il delitto fu a Granada.

    Seconda stella a destra. E’ una favola. E’ solo fantasia.

    24 febbraio alle ore 18:08

     
  • Come comincia: Il diavolo.
    Quando ho conosciuto il diavolo?
    Non ricordo se prima dei cinque anni, ma dopo i cinque anni sicuramente sì.
    Almeno tutte le volte che le angherie e le prepotenze che subivo mi hanno fatto reagire con o solo sentire risentimento ed odio.

    Un altro incontro è stato nell'orgoglio.
    Subdolo, insinuante l'orgoglio. O la vanità.
    In prima media l'orgoglio si era sicuramente già insinuato in me.
    L'orgoglio per quella "grande famiglia", con quel patriarca che non avevo mai conosciuto. 
    L'avevo appena lasciata quella "grande famiglia". Magari con rimpianto. Da un anno non vivevo più vicino a loro.
    Probabilmente solo pochi anni dopo cominciai a capire che era un bene per me non averla vicino quella "grande famiglia".
    Almeno una parte di loro.
    Ma, troppo generosamente, troppo ingenuamente, non l'ho mai completamente esclusa dalla mia vita. 
    Fino a pochi anni fa.
    Tardi. Troppo tardi.

    In prima media, nelle ore "buca", facevamo la seduta spiritica ed una volta si presentò uno che diceva di essere mio nonno. Gli feci domande relative al suo 'patriarcato' e le risposte sembravano non corrispondere a quella che noi umani consideriamo la realtà burocratica.
    Non so se fu quella volta, ma probabilmente un'altra, che 'lo spirito' di turno iniziò a dare risposte sospette e, messe in allarme, chiedemmo: "Chi sei?". La risposta fu: "Il diavolo". 
    Cacciammo un urlo e levammo il nostro dito dal bicchiere, moneta o quello che era, facendo un balzo all'indietro.
    Mi sa che di sedute spiritiche non ne facemmo più.

    In seguito sicuramente ho incontrato il diavolo in tutti gli scatti d'ira, in tutte le perdite di pazienza, etc, in tutti i momenti di disperazione. 
    Disperazione che mi assalì a diciotto anni.
    Ma mi venne in mente Silvio.
    Un amico coetaneo nato con quello che noi chiameremmo un handicap. E che non si era mai lasciato scoraggiare.
    Ed andai avanti.

    Tre, quattro anni dopo stavo per lasciare questi momenti di dubbio alle spalle ed il diavolo si presenta di nuovo.
    Stavo forse per re-imboccare la strada giusta, o almeno una accettabile. 
    Non poteva certo lasciarmi andare.

    Si presenta con la tentazione di una serata diversa, di un concerto di musica classica diretto da un grande direttore d'orchestra.
    Si presenta con l'inganno di essere di sostegno a qualcuno.

    E poi si ripresenta come persona che cerca accoglienza.
    La cortesia, l'apertura, l'abitudine all'accoglienza della mia famiglia (quella stretta, non quella allargata di zii e cugini lato paterno) ci gioca un bruttissimo scherzo.

    Morire di gentilezza.

    Già allora notai un suo particolare fisico 'brutto', ma mica volevo fare quella che giudica dall'aspetto fisico, vero?

    Poi silenzio. E si ripresenta due/tre mesi dopo.
    E svela le sue carte. Le sue carte di intenzioni oneste intendiamo. Mica mi dice: guarda, io sono il diavolo.
    Anzi. Si presenta come una persona di cui non conoscevo l'esistenza. Con i miei stessi valori, interessi, gusti ed una marcia in più (o in meno?) rispetto agli altri.
    Quella marcia in più (o in meno?) che faceva cadere il motivo principale per il quale a diciott'anni avevo deciso che sarebbe stato meglio che io fossi rimasta single.

    Eppure mi confessa (quale altra prova della sua onestà?) un'altra sua particolarità fisica che, unita al particolare che avevo notato autonomamente quell'estate, mi fa balenare nella mente il sospetto: "Ma fosse il diavolo travestito da angelo?".

    Il 1964.
    Un'altra caratteristica che mi mise in allarme era che il tizio risultava essere nato nel 1964.
    E cosa c'è di allarmante nell'essere nati nel 1964?
    C'è che io sono nata nel 1965.
    Ed allora?
    Nel calendario cinese il 1964 è l'anno del Drago, il 1965 l'anno del Serpente.
    E Drago e Serpente sono nemici, come mi aveva da poco informato la biografia di una donna cinese, costretta tredicenne ad un matrimonio combinato, quindici giorni prima che nella Cina di Mao i matrimoni combinati dai genitori venissero messi fuori legge.
    La donna ebbe un primo figlio nato nel 1964. 
    Tutti i segni e gli auspici indicavano che il figlio avrebbe avuto una buona vita e sarebbe stato una grande persona.
    Poi la donna si trovò di nuovo ad aspettare un bambino e calcolò che sarebbe nato nel 1965, anno del Serpente, e considerando che il Serpente avrebbe potuto ostacolare il Drago, fece una cosa brutta. Prese delle erbe per non farlo nascere.
    La cosa mi colpì perché mio fratello maggiore, nato nel 1964, aveva cominciato a comportarsi come se fossi una sua nemica. 
    Sempre scorbutico, sempre ad attaccarmi, sempre a denigrarmi.
    Sempre con un atteggiamento come se la mia sola esistenza gli desse fastidio.

    E cpsì il tizio che si era presentato era del 1964 e pensai: "Sto aggiungendo un altro nemico?".

    Comunione e Liberazione.
    Inoltre il tizio aveva militato in Comunione e Liberazione.
    Sì, ora l'aveva lasciata. Però c'era stato.
    Ed a me Comunione e Liberazione mi stava qui ('ngann).
    Avevo conosciuto Comunione e Liberazione a 16/17 anni, in quarta liceo. Avevo partecipato ad un loro incontro perché mi era venuta la velleità di candidarmi come rappresentante d'istituto.
    Non potendo, per motivi ideologici, candidarmi nella lista di Destra o di Sinistra, optai per quella di 'Centro'. 
    Per scoprire che era pilotata da Comunione e Liberazione.
    E partecipai ad una loro riunione.
    L'impressione che ebbi da quell'incontro fu completamente negativa.
    Mi trattenni, verso la fine dell'incontro, dall'alzare la mano e chiedere la parola per dire: "Scusate, a me pare che Gesù abbia detto: <<Io sono la Via, la Verità e la Vita>>, non <<Comunione e Liberazione è la Via, la Verità e la Vita>>.
    Mi trattenni perché non volevo essere linciata.
    Comunque abbandonai ogni velleità di essere eletta rappresentante d'istituto.

    Un altro tizio che è stato determinante, in senso negativo, nella mia vita anche appartiene a Comunione e Liberazione.

    Nell'aprile 1999 al lavoro facciamo una bella riunione di Dipartimento ed il nostro capo ci comunica che passerà a guidare un altro Dipartimento e ci presenta il nostro nuovo capo.
    Avevo molte riserve sul nuovo capo, ma tanto è e se le cose non sono andate poi nel migliore dei modi sono quasi vent'anni che me ne dò la responsabilità. 
    E potrei pure smetterla. Ed avrei potuto smetterla subito. 
    Il mio "vecchio" capo mi rivolle con sé nel suo nuovo dipartimento e mi trattò abbastanza bene.
    Ed in seguito ho avuto altri capi che, addirittura nel periodo della mia malattia, mi hanno gratificata elogiando anche pubblicamente il mio contributo.
    Non sempre si possono avere i capi che preferiamo e, se conoscevo i suoi limiti, avrei dovuto prendere atto dei miei ed agire con maggiore oculatezza. Probabilmente non sarei riuscita ad evitare i danni causati dai suoi limiti, ma ad ogni modo avrei dovuto andare oltre e superare quel danno che, in fondo, non era la fine del mondo. 
    Solo che per me il lavoro era tutto. Errore. La delusione fu tale e quale fossi stata tradita dal fidanzato.
    Poi, non ti fidi più.
    Il capo che mi fece perdere la pazienza era di Comunione e Liberazione ed anche lui nato nel 1964.
    Coincidenze.
    Però dopo quell'evento del gennaio 2000, cominciai a riflettere: "Ecco perché quando ci incrociammo in quel lungo corridoio che costituiva l'ingresso all'edificio sin dal terremoto dell'80, io studente di ingegneria del secondo anno, lui studente di informatica del secondo anno, provai un brivido di disagio e repulsione!"
    Eppure era un bel ragazzo. Nonostante ciò, la sensazione con lui, fin da quando ero entrata in azienda, lui già capo del Dipartimento di I&T, era sempre di disagio.

    Eppure anche qui entra in gioco l'altro tizio del 1964. 
    Quante volte ho pensato: "Se avessi avuto accanto XY invece di lui, avrei reagito meglio".

    A quell'evento del gennaio 2000, deciso dal mio capo, ho associato la "profezia" che ebbi nell'ottobre 1983.
    Stavo giocando il set che concludeva l'allenamento di pallavolo, quando mi assalì un'angoscia tale che dovetti abbandonare il campo e rifugiarmi negli spogliatoi, dove mi sedetti su una panchina, le mani sulle ginocchia, a respirare profondamente per riprendermi.
    Ero stata assalita dall'idea che, se avessi fatto Ingegneria Elettronica, dopo i 35 anni non mi sarei trovata bene.
    Proprio così. Precisamente. 35 anni.
    E nel 2000 avrei compiuto 35 anni. Bene o male ci siamo.
    Sono sempre stata convinta che quell'avvertimento fosse venuto da Dio, più precisamente dallo Spirito (dopo aver letto il libro di Pippo Franco "La morte non esiste").

    Invece, quando avevo sedici anni, quindi doveva essere l'estate del 1981, una ragazza che leggeva la mano quando vide la mia fece una facciaccia e, senza alzare gli occhi, disse: <<Ti sposerai molto tardi e sarai molto felice>>. Nient'altro.
    Con tutte le altre ragazze del gruppo estivo di Paestum volto disteso, le aveva guardate in faccia e si era dilungata a dire tante belle cose.
    All'epoca io già non avevo molta propensione per il matrimonio, però pensai: "Chi sa quali disgrazie avrà visto questa".

    Contraggo matrimonio "per scadenza dei termini" a 36 anni, quasi 37, con il tizio che mi aveva fatto balenare in mente l'inquietante idea: "Ma sarà il diavolo travestito da angelo?", del 1964, ex-ciellino e presentatosi davanti la porta di casa dei miei quale compagno della facoltà di Ingegneria Elettronica.

     
  • 03 giugno alle ore 10:37
    Terza generazione cresce

    Come comincia: L'insegnamento di irridere gli altri, parlare male degli altri così sei più in alto tu, essere contento che gli altri stanno male: significa che sei meglio tu.

    23 maggio 2013.
    Esequie di mio padre.
    Ferruccio Amoloro, 15 anni, mi guarda e ride sotto i baffi che non ha.
    Sa che sono una 'malata immaginaria' da due anni e ride.
    L'ipocondria che non mi abbandona da due anni ha avuto una recrudescenza da fine aprile: mi sono sottoposta ad un esame ed il 'salsicciotto' che mi hanno visto nell'addome due anni prima ed anche l'anno successivo è diventato un palloncino e di nuovo mi parlano di intervento chirurgico.
    Ma io sono una 'malata immaginaria' di cui ridere. 
    Non una persona da aiutare a valutare il da farsi ed a cui infondere forza.

    Il papà di Ferruccio l'estate precedente ha aiutato a trasportare mio padre, sulla carrozzina a rotelle, dal piano superiore al piano terra della casa al mare. Per ringraziarlo di questo atto di carità di cristiana, mio padre gli ha regalato la propria minicar che i sedicenni possono guidare senza patente.
    L'estate ancora precedente, il papà di Ferruccio aveva manifestato interesse per quella minicar e mio padre gliel'aveva offerta per mille euro.
    Il papà di Ferruccio aveva declinato l'interesse.
    Questa estate invece graziosamente l'accetta. Gratis.

    14 maggio 2017.
    Incrocio nel sottopasso Bibiana Landri, 16 anni. Anche lei se la ride sotto i baffi. 
    Sì, sono molto paranoica.
    Quando era una bimbetta di due o tre anni per Natale le regalai uno zainetto di Winnie the Pooh: avevo deciso fin dal primo momento di fare un regalino a tutti i bambini del palazzo, dato che eravamo una piccola comunità. Bibiana corre tutta contenta del regalo e strilla entusiasta: "Sono contenta che Lilly e Pino sono venuti a stare qua!". I genitori mi spiegano che avevo proprio indovinato il regalo: Winnie the Pooh era il suo personaggio preferito.

    Febbraio 2004. Il ragioniere Casoria invita insistemente me e mio marito ad una cena. Adduco scuse vere ed inventate, ma queste scuse non fanno desistere l'aspirante anfitrione, lasciandomi come ultima spiaggia quella di dire la verità: "Voi non siete gente che vogliamo frequentare". Purtroppo non approdo a quest'ultima spiaggia. Purtroppo riferisco ai miei genitori che hanno una mezza parentela con il ragionier Casoria di questa insistenza. Ed i miei genitori, sempre aperti e disponibili verso tutti, fanno: <<E perché non ci andateeeee?>> Che dovevo fare dire loro la verità? Sì, avrei fatto molto meglio. Non si può salvaguardare se stessi ed i propri cari se alle soglie dei quaranta ti ritrasformi in una bambina obbediente.
    Qualcosa che disse il mio anfitrione durante quella cena, mi dette l'occasione di dire: "Zio Furio, tu leggi Guareschi. Guareschi diceva: <<La gente è stupida: non è contenta quando sta bene, è contenta quando vede gli altri stare male>>. Guardavo il mio interlocutore, ma osservavo le reazioni del'altro commensale, il padre di Bibiana e potei constatare che la frase aveva colto nel segno.
    Ma naturalmente il padre di Bibiana non cambiò.
    E come poteva essere diversa la figlia con cotale padre e cotale nonna?

    DISCLAIMER. Non è neanche il caso di dirlo. Questo è un racconto. I nomi, i cognomi, i fatti e le circostanze narrate non hanno niente a che fare con omonimi o altri che hanno potuto vivere circostanze anche lontanamente simili a quelli raccontati. E' pura invenzione. Sono solo le mie favole che prendono spunto dai fatti di cronaca e dai post che mi capitano davanti gli occhi.
    Favole per far ridere i polli.

     
  • 28 maggio alle ore 20:08
    Le mie cuginette

    Come comincia: Post di Linda Landi
    25 ottobre 2018

    Ed oggi, uscendo dal lavoro, mi è venuto in mente: "Fai del bene che appresso ti viene". 
    O era "Fai bene che appresso ti viene"? Più probabile e più vera la seconda, ma ho mantenuto la prima versione e mi è venuta in mente mia cugina L....za.

    In particolare quando mia cugina aveva cinque anni e prorompeva in un pianto lamentoso.
    La mia interpretazione, allora, era che si lamentava in quel modo perché era la più piccola della nidiata e veniva/si sentiva sempre messa da parte.
    Ed io, quattordicenne, poiché mi dispiaceva per la sua sofferenza, la prendevo da dietro da sotto le ascelle e cominciavo a farla roteare fino a quando cominciava a girarmi la testa. 
    Lei rideva felice e quando smettevo diceva: "Ancora!".

    Quali altri ricordi ho di mia cugina L....za?

    Arriviamo a quando arrivò la telefonata della sorella più piccola di mio padre, sconvolta perché era arrivata una citazione dal Tribunale perché il fratello (il penultimo) l'aveva denunziata. Mio padre tentò di calmarla, poi telefonò al lestofante (almeno morale, quella che è poi la giustizia formale è un'altra cosa). Mia madre gli strappò la cornetta di mano e vi urlò dentro: "Fai schifo!".
    E cosa c'entra mia cugina L....za?
    Pochi giorni dopo, mio fratello Alberto, rientrando a casa riferì che aveva incontrato L....za che gli aveva detto: "Hai sentito che belle parole si sono scambiate i nostri genitori?"

    Poi arriviamo a quando L....za deve scegliere la facoltà all'Università. 
    Chi sa come, ci troviamo a casa dei suoi genitori quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato ed io e L....za ci chiede consiglio.
    Le dico che dipende dalle sue intenzioni:"Tu cosa vuoi fare?", le chiedo.
    "Voglio fare i soldi", è la risposta.
    Mi trattenni dal replicarle: "Allora vai ad aprire una saracinesca", intendendo: apri un negozio.

    Comunque, mia cugina, pur laureandosi, essendo in gamba, bella e determinata nella sua intenzione, ci è riuscita: ha fatto i soldi.
    Anche se è andata all'estero per riuscirci.

    Il ricordo successivo è quando tornò da Londra dove era andata con il progetto Erasmus. Disse che la avevano apprezzata per la sua preparazione teorica, superiore a quella degli studenti locali, mentre lei aveva apprezzato i laboratori disponibili e ben attrezzati.

    Poi c'è la sua festa di laurea.

    Saltiamo le informazioni indirette e gli incontri legati a 'motivi di famiglia'.

    Arriviamo a quando sono, purtroppo, già vicina di suo padre e quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato ed io le andiamo a fare una cortese e doverosa visita a casa di suo padre, portando la scatola di cioccolatini di prammatica poiché non era stata bene.
    Vedo che tollera a stento la visita ed appena la porta si chiude alle nostre spalle inizia a sforbiciare ed a criticare con i genitori.
    Penso di sapere qual è il motivo della loro puzza sotto al naso: non ho sposato qualcuno 'socialmente' all'altezza.
    Avevano avuto lo stesso atteggiamento anche con il marito di mia zia e lo avrebbero avuto con il marito di un'altra cugina, semplice artigiano non laureato.

    E, ho ricordato dopo, appena appena uno è un poco felice o ha qualcosa che loro ritengono apprezzabile, si rodono il fegato. Devono vedere la gente soffrire e messi proprio male per essere completamente felici.

    Veniamo a quando si trova in zona in occasione del matrimonio di un'altra comune cugina. 
    Quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato ed io stiamo chiudendo la porta del nostro appartamento.
    L....za ed il suo fidanzato stanno scendendo le scale. 
    Si ferma e fa le presentazioni, poi precisa, con tono di sufficienza (per non dire di schifo): "Loro abitano qui al pian terreno".
    Io mi trattenni dal replicare: "Invece loro abitano all'ultimo piano nell'appartamento che gli ha regalato mio padre!".

    E quella fu l'ultima volta che ci siamo parlate.

    Due anni dopo mi fa trovare un biglietto sotto la porta comunicandomi che c'è posta per noi. Vado a vedere nella cassetta. Trovo l'invito al suo matrimonio. 
    Altra acqua era passata sotto i ponti. 
    Lo respingo.

    P.S. Mentre passeggiavo con mia figlia ho avuto un altro flashback.
    Quando ero a Roma, la sorella di L....za mi chiese se potevo ospitarla per due o tre giorni.
    Mi mette un poco in difficoltà perché ho una stanza in affitto in un appartamento abitato anche dalla proprietaria, una studentessa calabrese ventitreenne. Comunque la terza stanza in quel momento non è affittata e la proprietaria mi dice che posso ospitare mia cugina. 
    E così fu.
    Sempre pronti a risparmiare (e lucrare) alle spalle del parente povero. Poi avuta la grazia, gabbato lu santo. 

    Linda Landi
    14 agosto 2018 · 
    Dopo aver visto tutte le puntate de "La mafia uccide solo d'estate" (la prima serie ogni puntata un piccolo gioiello), sono passata a "L'ispettore Coliandro", poi "Questo nostro amore" (solo la prima serie, nelle altre ci sono situazioni che si allungano in maniera abnorme solo per mantenere in piedi la serie), sono passata, come sapete, (non c'è molto altro da scegliere) a "Don Matteo".
    Una "maga" dice a don Matteo: "Io e lei facciamo lo stesso mestiere: aiutiamo le persone."

    Ed ho pensato a te, fratello, io e te avevamo questa tendenza: aiutare il prossimo. Tu più di me. L'avevamo assorbita dai nostri genitori. Non so se e quando tu sia rimasto deluso e ti sia scocciato. Temo sempre che la prima ad averti deluso sia stata io.

    C'è un episodio che mi fece scoprire come la mia disponibilità fosse irrisa dalla parte 'furba' della nostra famiglia e mi fece riflettere sul fatto che la mia disponibilità fosse forse eccessiva. 
    Ma, come dice Salemme, nella parte conclusiva del film "Cose da Pazzi", chi nasce tondo non può morire quadro.
    La scorsa estate un neurologo mi ha chiesto: "Ma che? Lei è una suora?".

    L'episodio è questo:
    Stavo sotto l'ombrellone sulla spiaggia a Paestum e stavo pensando tra me e me: "Quasi quasi vado a farmi un altro bagno" ero quindi in procinto d'alzarmi ed in questo movimento vedo sotto un altro ombrellone nostra cugina L.u.a che sta parlando maliziosamente , e capisco di me, alla sua amica (incolpevole) Paola D'A.. Le osservo chiedendomi quale malignità le stesse raccontando. Poi L.u.a fa una domanda, sempre maliziosa, all'amica. Dall'espressione capisco che la domanda è: "Vuoi vedere?". 
    Si volta verso di me e fa:"Mi porti l'asciugamano?".

    Molta gente furba non capisce che noi stiamo zitti per educazione.

    P.S. del 22/06/2019. A settembre del 1999 si sposa il fratello maggiore di L.u.a. Arrivo nel piazzale del locale nell'auto guidata da mio padre. Scendo dall'auto. Più in là c'è L.u.a appena scesa anche lei dall'auto. Evidentemente stavo particolarmente bene, perché L.u.a mi vede, non mi saluta nemmeno, ma immediatamente si volta verso la mamma e chiede allarmata:<<Mamma, sto bene?>>.
    Al tavolo mi ritrovo seduta accanto al fidanzato (di allora) di L.u.a che mi dice ammirato e leggermente meravigliato:<<Stai bene!>>.
    Nell'album di fotografie di quel matrimonio non c'è una foto dove ci sono io.

     
  • 07 maggio alle ore 16:49
    A lui dispiace

    Come comincia: "A lui dispiace".
    E' sua madre a pronunciare questa frase. Già da un bel po'.
    "Lui soffre per questa situazione", continua.
    Ma la mammina se le inventa le cose o ci crede veramente?
    Oh, sì! Oh, come soffre! 
    La prima estate che lo vidi un po' più tranquillo fu nell'agosto 2011.
    Non trattava con sgarbo il proprio figlio, era paziente, gli spiegava le cose.
    Osservai la cosa con la moglie che spiegò: "Il bambino lo ha conquistato con la sua dolcezza".
    Sarà. 
    Io pensai che probabilmente gli psicofarmaci avevano cominciato a fare effetto e/o, vedendomi atterrata, si era messo un po' più il cuore in pace.
    A lui dispiace.
    Gli chiedo di darmi qualche lezione di guida.
    La prima sarà anche l'ultima. Si mette ad urlare come un ossesso perché non so guidare. Se avessi saputo guidare non avrei avuto bisogno di lezioni.
    A lui dispiace.
    Un fine-settimana che è in zona si lamenta con me che non gli facciamo sapere quello che succede da noi.
    La settimana dopo succede qualcosa e, ligia alle indicazioni ricevute, lo telefono e lo informo.
    <<Io con i vostri problemi non voglio essere scocciato>>, è la replica che ricevo.
    A lui dispiace.
    Gli chiedo di dare un passaggio dalla capitale a casa a me ed ad alcuni miei colleghi. Non avrei dovuto, gli seccava giustamente l'aspetto economico.
    Per tutto il tragitto ebbe un atteggiamento taciturno, ostile e guidò come un pazzo.
    I miei colleghi naturalmente notarono la cosa.
    "Chistu nun sta bbene", si leggeva sulle loro fronti e nei loro occhi.
    A lui dispiace.
    E' estate. Siamo tutti alla casa al mare dei nostri genitori. Inclusa la sua famiglia e la famiglia della sua compagna. Per cena decidiamo di andare a prendere delle pizze. Nostro fratello minore prende la consegna e va con l'auto. Al suo rientro, la tragedia. La pizza per la sua bella non è quella richiesta dalla sua bella. Diventa un orco. Si mette ad urlare ed ad infierire contro il fratello minore, nemmeno avesse commesso chissà quale mortale scempiaggine. Hai voglia la compagna ad intervenire: "Va bene così, non fa niente". Continua ad aggredire il fratello minore che oltretutto non sta nemmeno bene. Quando finalmente la pianta, il suo bambino ed il cuginetto, entrambi di due anni, lo imitano digrignando i denti come lupi.
    A lui dispiace.
    Mi aggredisce senza motivo perché è convinto di una cosa sbagliata, ma anche se avesse avuto ragione non avrebbe avuto alcun diritto di aggredirmi.
    Nemmeno quando è dimostrato che avessi ragione io, si preoccuperà in seguito di chiedermi scusa.
    A lui dispiace.
    Mi occupo da sola di mio padre. Lui arriva e mi aggredisce.
    A lui dispiace.
    E non chiede scusa, nemmeno dopo che il dottore lo convoca e gli ingiunge: "E lasciate in pace questa povera signorina".
    A lui dispiace.
    Si presenta non invitato e dice con sicumera al medico che di tutto può occuparsi lui.
    Trovo una dottoressa di cui mi fido.
    Si mette in mezzo, dà per telefono della stronza alla dottoressa e ribadisce che di tutto si occuperà lui però con l'altro medico. I medici acconsentono. La sera dopo si presenta tutto spaventato a casa mia per chiedermi di occuparmene io ma con i medici che dice lui. Probabilmente sono esausta: non ce la faccio a riprendere in mano la situazione. Me ne posso occupare io, ma con la dottoressa. A lui non sta bene e mi accusa di essermene lavata le mani. Ed è così. Mi ero stancata di essere aggredita perché mi assumo le mie responsabilità.
    A lui dispiace.
    Il suo cuginetto prederito si lamenta con lui di me e di mio marito.
    Lui telefona alla mamma e chiede informazioni su di noi.
    Pochi giorni dopo dice a mio marito che gli accenna qualcosa: "Io i fatti vostri non li voglio sapere".
    A lui dispiace.
    Gli dico che se continua a frequentare quella gente come niente fosse senza rimproverarli per le loro azioni, senza pretendere rispetto per la sorella e per il padre, quelli avrebbero fatto sempre peggio.
    Si offende.
    "Mi ha offeso!" è una delle frasi preferita dello zietto con il quale condivide parte del nome. Destino di un nome.
    A lui dispiace.
    Un avviso esposto offende il cuginetto.
    Lui, che i fatti nostri non li vuole sapere e non ha mai rimproverato cugino e zio, irrompe in casa mia e, senza nemmeno accomodarsi, mi fa il terzo grado.
    A lui dispiace.
    Quella linguaccia del mio medico curante, che avrei potuto denunciare per violazione del segreto professionale (ma che naturalmente non poteva sapere dello stato di tensione e di diffidenza in famiglia), gli dice che secondo lui devo operarmi e che io nicchio.
    Viene a farmi visita, fintamente sollecito. Non s'informa sul motivo per cui dovrei operarmi. Non mi chiede niente. Invece è molto interessato alla stanza da cucina che mio marito ed io, senza figli, abbiamo interamente ristrutturato.
    A lui dispiace.
    Viene a trovarmi in ospedale dopo l'intervento e si siede con la placida soddisfazione indifferente di un generale crudele che vede atterrato senza fatica il proprio nemico.
    A lui dispiace.
    Il salsicciotto che hanno rilevato nel mio addome un paio di anni prima è diventato un palloncino. Ci sono due specialisti che mi hanno offerto di ricoverarmi per eseguire delle analisi sotto controllo. Devo decidere dove andare. Lo comunico a chi si dispiace che, interessato solo che io vada a firmare dal notaio affinché lui possa rilevare l'eredità paterna, mi minaccia: "Ti faccio dichiarare incapace di intendere e di volere!".
    A lui dispiace.
    Va a casa della madre che lo supplica di telefonarmi per chiedermi come sto. Lo fa di malavoglia, solo per la petulanza della madre.
    A lui dispiace.
    (...)
    A lui dispiace che non sono morta magari senza figli.
    Lo zietto di cui in parte porta il nome aveva sempre avuto questo desiderio:  essere figlio unico per ciucciarsi tutta l'eredità.  Destino di un nome.
    A lui dispiace.
    (...)

     
  • 30 aprile alle ore 15:52
    Venanzio Pecora

    Come comincia: Chi è Venanzio Pecora?
    Venanzio Pecora è (o è stato, non saprei) il coniuge de "La vicina di famiglia".
    Se volete sapere chi è "La vicina di famiglia" è un altro personaggio da me inventato descritto in parte nel racconto 'A mamma dispiace'.
    Quando ho conosciuto il sig.Venanzio Pecora?
    Alla prima riunione di condominio.
    Il sig.Venanzio Pecora, senza che lui lo sapesse, mi aveva veramente confortato in quella riunione. Ed in parte anche la moglie.
    Con quello che avevano detto e fatto mi avevano confermato che essi costituissero un valido baluardo contro le manovre del ragioniere Casoria, il condomino che viveva ininterrottamente in quella palazzina da quasi quarant'anni e che sembrava avere una tendenza al 'maneggio'.
    Il ragioniere Casoria a quella riunione aveva detto che occorreva pitturare le scale. Era intervenuto il sig.Pecora: <<Conosco uno che farebbe il lavoro per un milione e mezzo di lire ...>>. <<Noooo>>, era intervenuto furioso il ragioniere, <<per pittare le scale ci vogliono sedici milioni e ci vuole l'ingegnere!>>.
    Conclusione: non se ne fece niente.
    Quando incontrai in seguito la consorte del sig.Pecora, le chiesi:<<Ma chi conoscete voi che farebbe il lavoro per un milione e mezzo?>> <<E chi conosciamo? Il marocchino che ci ha pittato casa>>, rispose lei.
    M'informai presso un mio amico che fungeva da amministratore nel palazzo dove abitava e valutò che una regolare ditta che avrebbe emesso regolare fattura avrebbe svolto il lavoro per tre milioni di lire. Valutazione che quattro anni dopo si sarebbe rivelata esatta. Messo il ragioniere Casoria in condizioni di non 'maneggiare' troppo, quattro anni dopo le scale vennero pitturate (con il raddoppio dei prezzi che c'era stato quattro anni prima con l'euro) da una ditta che emise regolare fattura per tremila euro.
    Toniamo alla prima riunione di condominio.
    Il ragioniere Casoria, a mio beneficio, nuova arrivata, precisò che fino a quel momento la rata condominiale mensile era stata di £80000, con il passaggio all'euro il ragioniere proponeva di passare la rata ad euro 50.
    Intervenne con un prudente colpo di tosse il condomino che fungeva da amministratore: <<Ho calcolato che con £80000 a fine anno rimane circa un milione non utilizzato. Secondo me, è sufficiente 40 euro.>>.
    Il ragioniere Casoria deglutì e, anche se non convinto, chiese all'assemblea: <<Allora va bene 40 euro?>>. La risposta tacita, concorde e solidale fu: <<Sì>>.
    Il ragioniere Casoria si sentì in dovere di spiegare che la rata era uguale per tutti per comodità ma che a fine anno si faceva il conguaglio: <<Tu devi avere tanto, tu devi avere tant'altro>>, cominciò a dire ai vicini.
    La consorte del sig.Pecora a mezza voce e guardando a terra e di lato disse: <<Qua mi si dice sempre che devo avere però io non vedo mai niente>>.
    Nei mesi successivi ebbi conferma che, anche se l'amministratore era un altro vicino, chi maneggiava il denari e si occupava di tutto era il ragioniere Casoria.
    Tre mesi dopo, nuova assemblea.
    Notai l'assenza del sig.Venanzio Pecora e chiesi informazioni. 
    Il sig.Venanzio Pecora aveva lasciato la palazzina, lasciandovi la moglie ed i figli.
    Ancora un paio di mesi dopo sento trambusto per le scale ed il condomino dirimpettaio della consorte del sig.Pecora mandarla a fare etc.
    Capii che il condomino era furioso per aver trovato il suo posto auto occupato dall'auto del figlio della signora.
    Alla successiva assemblea era presente il sig.Venanzio Pecora, che con abbastanza garbo (almeno questa è l'impressione che ne ebbi io) disse: <<Chiedo di comprendere e di essere compreso. Io sono andato via di qua, ma comunque qui è rimasta a vivere quella che è ancora la mia famiglia ...>>.
    Compresi che la consorte si era lamentata con il coniuge dell'attacco verbale che avevo ricevuto ed il coniuge era venuto a ricordare di rispettare comunque la sua consorte ed i suoi figli.
    ...
    Pochi mesi dopo, la consorte del sig.Pecora bussò alla mia porta e sostenne di avere di nuovo problemi d'infiltrazione dal terrazzo.
    "Ah!", pensai dentro di me e replicai:<<Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?>>.
    La consorte del sig.Pecora cambiò due volte colore in viso, riuscì a boccheggiare:<<Eh, ah>>, girò le spalle e se ne andò.
    Ed io rimasi con la consapevolezza che, andato via il sig.Venanzio Pecora, la consorte era diventata socia d'affari del ragioniere Casoria.
    Di che si trattava? Un anno prima, sempre durante la prima riunione di condominio, il ragioniere Casoria aveva millantato un preventivo per l'impermeabilizzazione del terrazzo, un preventivo scritto con una Olivetti portatile uguale a quella che possedeva lui stesso. Nessuno aveva replicato niente e mi ero adeguata. Ed avevo 'sborsato' (sborsare è un termine che piace al ragioniere Casoria) 600 euro in tre comode rate da 200 per quei lavori, senza che nessuno avesse mai visto passare un operaio, mai parlato con il titolare della ditta, mai sentito un rumore proveniente dal terrazzo, mai visto una pezza d'appoggio.
    Ed ora, a due mesi dal pagamento dell'ultima rata, la neo-socia del ragioniere Casoria tornava all'attacco.
    Avrei dovuto andare a parlare con il sig.Venanzio Pecora? Questa idea non mi passò nemmeno per l'anticamera del cervello.
    Passano tre anni, tra alti e bassi, e la consorte del sig.Venanzio Pecora si presenta di nuovo alla mia porta stavolta chiedendo di entrare perché vuole conferire con mio marito. 
    Vado a chiedere a mio marito se è disponibile. Dice di sì, che si sistema e ci raggiunge e faccio accomodare la consorte del sig.Venanzio Pecora in soggiorno. Preferisce sedersi al tavolo invece che sul divano e, mentre io sono alla ricerca di un argomento di conversazione, sbotta:<<No, perché se le cose continuano così, io qualsiasi cosa ci sta su questo tavolo la prendo e la butto per terra!>>.
    In quell'occasione sì che avrei dovuto contattare il sig.Venanzio Pecora. 
    A quanto pareva, la consorte esigeva rispetto ma non lo dava.
    E quell'offesa irrisolta dette agio alla consorte del sig.Venanzio Pecora di divenire sempre più prepotente, petulante e maleducata.
    E non è la sola.
    Ogni limite ha una pazienza, diceva Totò.
    Ed io, che devo sentire nelle orecchie anche le lamentele di mio marito sulla prepotenza e maleducazione dei vicini, quando i signori sono per l'ultima volta ospiti in casa mia per l'assemblea condominiale mostro loro che non sono ospiti graditi. 
    Chissà perché se fai come loro poi a loro non piace.
    I signori, anime candide, si stupiscono e si offendono.
    E la consorte del sig.Venanzio Pecora continua ad essere doppia. E prepotente.
    E si passa alle mani. Non da parte mia.
    E la falsità conduce ad altre aggressioni. Da parte del resto della famiglia. Non la mia.
    Sì che avrei dovuto contattare il sig.Venanzio Pecora.
    E dirgli: <<Chiedo di comprendere e di essere compresa ....>>

     
  • 30 aprile alle ore 15:47
    A mamma dispiace

    Come comincia: Settembre 2017.
    La madre di Liliana sente squillare il telefono e va a rispondere.
    -"Pronto?"
    - "Pronto? Sono Gilla Pistoia. Deve dire a sua figlia che non può entrare in casa: ho fatto cambiare le chiavi del cancelletto e del portone. Guardi che non l'ho fatto per non far entrare sua figlia. Ho trovato segni che qualcuno ha tentato di entrare [magari nell'eventualità Gilla Pistoia fosse stata una professoressa d'italiano avrebbe detto "segni d'effrazione", ma non lo è, N.d.R.]. E sua figlia non deve entrare con l'auto: consuma la corrente della lampada lampeggiante del cancello automatico. E sua figlia quando entra consuma la corrente delle scale."

    - "Mia figlia consuma la corrente? Ma che corrente consuma? Vi dovete vergognare! Lì si stava tranquilli solo quando c'era mio marito che pagava lui per tutti! Io non sono attaccata al denaro e facevo finta di niente. Da quando se ne andato mio marito da lì, lì non si capisce più niente! ...."

    - "Signora, a me dispiace... So che ha dei problemi ..."

    - "E lei sai che tengo questi problemi e mi chiama per dirmi queste sciocchezze!?! ......"

    [Febbraio-Aprile 2002. Ogni mattina alle ore 06:40 Gilla Pistoia attende al varco Liliana nell'ingresso del palazzo per ordinarle che il neon fuori il portone di notte deve essere spento perché si consuma corrente.
    Ottobre 2002. Gilla Pistoia chiede a Liliana di farle una copia di una chiave condominiale. Liliana gliela fa, Gilla Pistoia chiede: "Quant'è?". Liliana aveva speso 80 centesimi e replica: "Signora, le pare! Per una chiave!". Gila Pistoia fa la faccia furba per il risparmio ottenuto e cattiva pensando: "Questa me la mangio in un boccone".]
    ...........

    A mamma dispiace.

    22 maggio 2013.
    Il dirimpettaio di Gilla Pistoia fa parlare Liliana del suo stato di salute mentre vegliano la salma del padre di Liliana.
    Quando Liliana rientra sente il dirimpettaio che riferisce a Gilla e ne ridono fragorosamente insieme.

    A mamma dispiace.

    Ottobre 2012.
    Liliana incontra la figlia di Gilla Pistoia. Ha 15 anni meno di Liliana. Liliana le dice: <<Lei non si è mai scusata per avermi messo le mani addosso.>> <<E' vero. Mi scusi.>> <<Sua madre le aveva raccontato che io le avessi messo le mani addosso, in realtà era stato il contrario. E tutto è derivato da quando sua madre venne in casa mia perché voleva parlare con mio marito. Si irritò perché notò che avevo cambiato soprammobile sopra il tavolo ed arrivò a minacciare di buttarlo per terra!>> <<Ah, sì, è possibile. A mamma piacciono questi oggetti. Guardi, a mamma dispiace tanto vedere che lei sta così!>>

    A mamma dispiace.

    Giugno 2011.
    Liliana e Gilla Pistoia sono nella sala d'attesa dei Carabinieri. Sono state convocate insieme ad un altro vicino. L'altro vicino è entrato per primo nell'ufficio. Liliana non si sente bene. Si siede su una sedia appoggiata alla parete. Gilla Pistoia si pone in piedi di fronte a lei e comincia ad arringarla con la solita prepotenza ed arroganza: <<I soldi sul conto corrente condominiale sono i miei ...>>
    Il successivo ricordo di Liliana è che apre gli occhi. Si rende conto di essere stata chissà quanto tempo con la testa reclinata all'indietro, sorretta dal muro, gli occhi chiusi, la mano sinistra sul cuore ed a respirare con la bocca. 
    Gilla Pistoia non è più di fronte a lei.
    Si guarda intorno. Gilla Pistoia si è seduta su un divanetto più in là. Finge di sfogliare intenta una rivista, in realtà ogni tanto guarda dalla sua parte, seguendo, speranzosa, l'evolversi del suo malore. Con la scusa pronta: <<Stavo leggendo la rivista! Non mi sono accorta di niente!>>
    Liliana si alza, le passa davanti ed esce dalla sala d'attesa.
    Quando è il suo turno di entrare nell'ufficio, le spiegano che sono stati convocati come testimoni perché il ragioniere Casoria, un condomino che ha sempre fatto il bello ed il cattivo tempo, aveva querelato l'amministratore del condominio che aveva dato le dimissioni circa otto mesi prima, il primo amministratore professionista di quel condominio, dal 2009 fino a quasi tutto il 2010.

    A mamma dispiace.

    Torniamo al presente.
    Agosto 2018, ore 21:00. Liliana esce col cagnolino a fare una passeggiata in giardino. Gilla Pistoia sta stendendo i panni e con la solita prepotenza e petulanza fa: "Che, lo portiamo a fare i bisogni?".
    Gilla Pistoia sa che Liliana sta affrontando un grande dolore.
    Gilla Pistoia sa che Liliana è stata molto male e non si è mai ripresa del tutto.

    A mamma dispiace.

     
  • 24 aprile alle ore 16:29
    Qui custodiet ipsos custodes?

    Come comincia: Premessa.
    Da https://www.injob.com/it/it/career-plan/diventare-quality-manager:
    Tutte le qualità del quality manager (gestore della qualità):
    Il Quality Manager è una persona pragmatica, in grado di definire obiettivi raggiungibili. Scrupolosa, per controllare che questi vengano rispettati giorno per giorno. Aperta al confronto, perché deve dialogare con tanti diversi dipartimenti aziendali.

    Il mio primo 'quality manager'.

    Incontro n.1.
    Tom, il project manager, il penultimo giorno del progetto mi (ci) scrive di aspettare a scrivere il 'Rapporto fine attività' perché sta per fornirci un nuovo modello da utilizzare per scrivere il documento.
    Mi reco da Max, il quality manager, e gli dico: <<Max, vedi che le attività si sono tutte concluse con successo il giorno stabilito. Domani non memorizzo nell'archivio di progetto il rapporto perché Tom ci ha detto di aspettare: dobbiamo utilizzare un nuovo modello da compilare che ci fornirà tra un paio di giorni. Max, mi raccomando, tutte le attività eseguite con successo entro il giorno stabilito.>> (Esplicito: 100% executed, 100% successful, 100% delivery precision).
    <<Sì, sì, sì>>, fa Max.
    <<Max, mi raccomando>>.
    <<Sì, sì, sì>>.
    Due giorni dopo Tom invia il modello, scrivo il rapporto e lo memorizzo in archivio.
    Qualche giorno dopo esce il 'Rapporto qualità' compilato da Max. Vi trovo scritto "Delivery precision: 98%" (o un altro numero, comunque non il 100%), faccio i calcoli e quei numeri in meno corrispondono proprio ai due giorni di 'ritardo' di consegna del mio rapporto.
    Vado da Max e gli dico: <<Max, scusa, ma cosa è quel ritardo che hai relazionato!?! Ero venuta a dirti che le attività si erano concluse con successo etc.>>.
    Max allarga le braccia e si stringe nelle spalle, fa l'espressione inconsapevole ed emette un <<Eeeh>>.
    Mi chiesi se dietro quella facciata di impeccabilità e squisito formalismo non fosse  un po’ stolido.
    Magari la domanda che avrebbe dovuto sorgere spontanea era: ‘Ma ci è o ci fa?’.

     
    Incontro n. 2.
    Un errore trovato in fase di progettazione costa 10, un errore trovato in fase di esecuzione costa 100, un errore trovato in fase di verifica costa 1000, etc
    Dobbiamo trovare gli errori il prima possibile: chi si occupa della verifica parteciperà all'ispezione dei documenti di progetto.
    Bene.
    Mi occupo di verifica e vado all'ispezione dei documenti di progetto.
    Segnalo vari errori. Ne prendono nota e correggeranno il documento. Tranne di uno: "Ah, ma questo è responsabilità dell'altro comitato!", mi fanno.
    "Va bene", replico, "Amedeo, il responsabile dell'altro comitato, siede nella stanza affianco: comunicateglielo.", dico al responsabile del presente comitato."
    Due, tre mesi dopo è il momento di verificare il prodotto implementato. Non trovo gli errori che avevo già segnalato, tranne uno: quello che avrebbe dovuto correggere l'altra linea di prodotto. Scrivo ed invio, come da prassi, il 'rapporto d'errore'.
    Meglio così. Max, il quality manager, stima la bontà dell'attività di verifica sulla base del numero dei 'rapporti d'errore'.
    Sono andata spesso a parlargli: <<Max, se tu valuti la qualità del mio lavoro sulla base del numero dei 'rapporti d'errore' che scrivo al momento della verifica, io non sono motivata a segnalare gli errori quando vado all'ispezione dei documenti di progetto. Sai cosa faccio? Vado all'ispezione, vedo che ci sono degli errori e non li segnalo. Li segnalerò quando farò la verifica così scriverò tanti 'rapporti d'errore' e tu relazionerai che sono stata brava.>>
    <<Ah, non devi fare così!>>, replica Max.
    <<E mi dici perché non devo fare così? Che motivazione mi dai?>>
    Ma naturalmente sono sempre stata stupida e quando ho rilevato un errore nel documento di progetto l'ho sempre segnalato.
     
    Incontro n.3.
    “Dobbiamo entrare nella telefonia mobile. Se non entriamo nella telefonia mobile non sopravviviamo.”.
    Queste erano le frasi che sentivo dire in azienda.
    OK. C’è un progetto con il quale abbiamo un primo contatto con il mondo della telefonia mobile.
    “Dobbiamo lavorare bene. Dobbiamo fare bella figura. Dobbiamo presentarci bene, se non entriamo nella telefonia mobile”.
    Il capo mi chiama e mi chiede se voglio occuparmi della pianificazione e controllo dell’esecuzione dell’ultima fase del progetto. Mi sembra una cosa importante ed accetto, anche se sento puzza di bruciato. La pianificazione era già stata iniziata da un mio collega che lascia. Perché?
    OK. Controllo la sua pianificazione, vi trovo un paio di errori e li correggo.
    Inoltre non sono d’accordo con l’avere prenotato tre centrali di prova, due secondo me sono sufficienti. “Oramai le abbiamo prenotate e dobbiamo utilizzarle”, mi fa il capo. Va bene. Sarò costretta ad arrampicarmi sugli specchi per giustificare l’invio di due miei colleghi e di un collega greco ad eseguire le verifiche su una centrale a 2000 km di distanza.
    Squilla il telefono sulla mia scrivania. Il mio telefono non ha il display che mostra il numero del chiamante. Rispondo. Una voce in inglese si presenta e si dice preoccupato e meravigliato che io non stia per andare alla riunione in Germania di tutti i responsabili della fase di verifica. “Daniel”, lo rassicuro, “non ero stata informata. Verrò sicuramente”.
    Nessuno mi aveva parlato di Daniel. Mi avevano detto che dovevo fare riferimento a Stephen che supervisionava la fase di verifica del nucleo (core, in inglese) della telefonia mobile.
    Telefono a Stephen che mi conferma la riunione e precisa che un primo giorno ci saremmo incontrati con tutti i responsabili della fase di verifica ed il giorno dopo ci sarebbe stata una riunione più in piccolo dove ci saremmo incontrati solo i responsabili afferenti al ‘nucleo’ e lì avrei relazionato anch’io.
     
    E così ci ritroviamo almeno una ventina di persone sedute intorno ad un tavolo ovale ad anello.
    A turno, tanti presentano le attività che andranno ad eseguire. All’improvviso, “out of the blue” direbbero gli inglesi, si sente la voce di Daniel che con un inaspettato tono di sfida fa: “E Lidia non presenta niente?”. Un sentimento di imbarazzo e curiosa attesa serpeggia intorno al tavolo. Guardo Daniel tranquilla, ma non replico. Aspetto. Stephen emette un colpo di tosse imbarazzato e spiega che io, come gli altri afferenti al ‘core’, avrei relazionato il giorno dopo in quella riunione ristretta.
    “Ah”, fa Daniel, “dopo la riunione vorrei incontrarvi”.
    E così il giorno dopo ci ritroviamo intorno ad un piccolo tavolo Stephen, Daniel, un assistente di Daniel ed io.
    Daniel col tono di chi sta per sparare un proiettile che andrà a segno, spara: “Nella vostra pianificazione avete mancato di inserire questa funzione”.
    Era uno degli errori che avevo rilevato nella pianificazione del collega che mi aveva preceduto.
    Il proiettile sta viaggiando verso me. Rispondo: “E’ vero. Nella pianificazione precedente mancava. Ora nell’ultima revisione del documento, memorizzata nella libreria di progetto, l’ho inserita.”
    Il proiettile fa flop davanti a me senza raggiungermi.
    Daniel fa la faccia di chi vede cadere inesplosa la prima granata che ha lanciato.
    Un po’ meno convinto, ma senza perdersi d’animo, spara il suo secondo colpo.
    Replico anche su quello ed anche il secondo proiettile fa flop davanti a me.
    L’incontro si conclude. Germania 0 – Italia 2.
    Rientro in ufficio direttamente dall’aeroporto venerdì pomeriggio. Il mio capo è partito poche ore prima per le ferie estive. E quando torna diciotto giorni dopo non ha alcun interesse ad ascoltare la mia relazione sulla riunione in Germania.
    Due mesi e mezzo dopo, quando abbiamo iniziato già la fase di esecuzione arriverà nella nostra sede colui che da lì a meno di dieci anni sarebbe diventato il Chief Executive Officer dell’azienda, ma nemmeno lui ebbe voglia di ascoltarmi.
    Perché Daniel ce l’aveva con me? Certo non con me personalmente, ma con la sede che rappresentavo. Nella mia ingenuità, per un bel po’ ho pensato che il suo amor proprio era stato offeso in quanto era stato ordinato che io riferissi a Stephen e non a lui. Tecnicamente sarebbe stato più corretto che io facessi riferimento direttamente a Daniel, ma compresi che la scelta era stata strategica e non tecnica in quanto puntavamo a mettere piede nel ‘core’ della telefonia mobile.
    Solo di recente ho riflettuto che il motivo era proprio questo: a Daniel, ed a molti altri, non andava giù che la nostra sede mettesse piede nella telefonia mobile e voleva approfittare dell’occasione per dimostrare che non eravamo affidabili.
    Tentativo che, in quella sede, gli era fallito.
     
    OK. Un mese e mezzo dopo arriva la data stabilita per l’inizio della fase di esecuzione della verifica del prodotto.
    Illusi. Il prodotto (non nella parte di nostra responsabilità che era marginale) viene consegnato in uno stato così miserevole che viene rispedito direttamente al mittente, ossia ai progettisti che devono rimetterci mano.
     
    Inizia la fase per me più concitata. Sì, perché i progettisti possono permettersi di consegnare il loro prodotto in ritardo, ma questo lusso non è concesso a chi si occupa della verifica che è l’ultima fase del progetto e deve terminare nella data stabilita.
    Cominciai subito a darmi da fare.
    Prima di tutto bloccai la partenza dei miei due giovani colleghi per la Germania.
    Senza prodotto da verificare che dovevo fare? mandarli lì a fare i turisti a spese dell’azienda?
    Sarebbe stato meglio che l’avessi fatto. Avevo anche pensato di farne partire solo uno per limitare lo spreco. All’inizio non sapevamo di quanto sarebbe stato il ritardo. Avrei potuto mandare solo un collega che avrebbe potuto iniziare a lavorare se la situazione si fosse sbloccata. Ma mi comportai da madre eccessivamente ansiosa. I miei due giovani colleghi, un ragazzo ed una ragazza, erano alla loro prima missione all’estero ed io, ingenuamente, pensavo sarebbero stati più tranquilli se fossero andati insieme. E così i due si andarono a lamentare con il nostro capo che non sapevano quando dovevano partire.
    Nel frattempo non me ne stetti con le mani in mano.
    La parte di prodotto che era completamente sballata era quella che aveva interazioni con l’hardware.
    Isolata la parte di prodotto ‘puramente’ software, feci iniziare la verifica almeno su quella parte.
    Passano tre settimane. Il prodotto viene consegnato di nuovo, stavolta almeno funzionante nelle sue parti di base.
    OK. Andate voi tre (i miei colleghi della stessa sede ed il giovane collega greco) in Germania con la nostra benedizione ed intanto noialtri ci diamo da fare qui.
    Ma tre settimane sono tre settimane e devo organizzare doppi turni per un po’. Doppi turni ai quali il collega italiano rimasto in sede ed i colleghi cinesi arrivati da noi si prestano di buon grado. E con qualche disagio. Il mio collega cinese rimane giustamente perplesso che alle otto di sera non possiamo ordinare delle pizze da far portare in sede.
    Va bene. Arriviamo alle ultime due settimane. Abbiamo recuperato il ritardo e stiamo finalmente lavorando di nuovo su ritmi normali.
    Alle 18:00 di un giorno di metà settimana spengo il Personal Computer, mi alzo e mi giro per andare incontro al collega con il quale ho finalmente potuto ricominciare a viaggiare che mi sta aspettando e mi vengono incontro Enzo, il project manager, e Max, il quality manager.
    Mi devono parlare. Ci sediamo. Inizia Enzo: “Si dice che il progetto non sta andando bene perché c’è qualcuno del gruppo di verifica che non si sta impegnando …”, intanto Max annuisce.
    Come dice la pubblicità di quella merendina? “Non ci vedo più dalla fame”?
    Mi sa che non ci vedi più dall’esasperazione. E partii con una veemente difesa dei ‘miei ragazzi’.
    Dopo di che raggiunsi il collega che mi stava ancora aspettando e che aveva assistito alla scena e mi scusai per la mia eccessiva veemenza. “Lidia”, commentò, “eri una leonessa che difende i suoi cuccioli”.
    Quante volte ho pensato: “Ma perché non ho tirato un bel respiro profondo e non ho chiesto con calma: <<Chi 'dice'? E su quali basi fonda queste affermazioni?>>”.
    Ma in seguito, anche nella vita privata, mi sarei rovinata nello stesso modo. Fino a quando toccano me transeat, ma quando toccano qualcuno che considero sotto la mia protezione dopo un po’ esplodo. E, naturalmente, peggioro le cose.
     
    Comunque continuiamo a lavorare bene. Arriva la fine del progetto. Successo. Festeggiamo con una allegra cena di fine progetto per salutarci.
    E dopo quindici giorni vado dal mio capo a chiedere per quale motivo non avevo avuto lo ‘scatto’ previsto dall’iter standard nella mia fase di anzianità di servizio.
    Lo ‘scatto’ tanto caro a Totò e Peppino in “Chi si ferma è perduto”.
     
    “Perché non ti sei sacrificata abbastanza”, fu la risposta.
    In quel momento non pensai agli errori della pianificazione del mio collega che avevo dovuto correggere. Non pensai a come avevo tenuto testa a Daniel che aveva l’aspetto e la stazza di un sergente nazista (scusa Daniel, ma era così, per cortesia non mi mettere allo stesso piano di Silvio con Shultz). Non pensai a come avevo dovuto sforzarmi a presentare in maniera accettabile al collega greco il fatto che dei suoi cinque ragazzi, invece di stare tutti da noi, uno doveva andare in Germania. Non pensai a tutto quello che avevo dovuto inventarmi per riuscire a rispettare la scadenza nonostante le tre settimane di ritardo della fase precedente. Non pensai a tutte le volte che avevo fatto le 21:30 in ufficio per aiutare la squadra a risolvere i problemi tecnici, per poi lavorare a casa fino alle 23:30 per preparare la scaletta degli argomenti da discutere alla riunione telefonica del giorno dopo con i colleghi stranieri o per preparare le slide da presentare il giorno dopo ai capi norvegesi in visita.
     
    Pensai ai sacrifici che avevano fatto i miei genitori.
    A quando in estate si erano preoccupati perché alle 21:30 non ero ancora arrivata alla casa al mare (da 60 km di distanza), non potendo avvertirli in quanto i telefonini non prendevano.
    A quando scesi in garage e trovai rotto il motorino d’avviamento dell’auto e mi feci accompagnare da mio padre al lavoro perché quella mattina c’era un’altra riunione con i capi norvegesi ed io non sapevo guidare l’auto di mio padre. E fu quella volta che mi resi conto per la prima volta che non dovevo chiederglielo più.
    Quattro anni prima mio padre mi aveva accompagnato lui il primo giorno di lavoro, dato che io, pur avendo la patente, non guidavo.
    Per la prima volta realizzai che mio padre, 72 anni, si stancò.
     
    E fu così che esplosi di nuovo.
     
    “Non ti sei sacrificata abbastanza”.
     
    In seguito riferii queste parole ad una mia compagna del corso di specializzazione in telecomunicazioni.
    Commentò: <<E tu non gli hai risposto: “Fatemi vedere dov’è l’altare del sacrificio, così mi immolo”.?>>.
    Il mio fidanzato invece commentò: <<E tu non lo hai informato che tu vai lì per lavorare e non per sacrificarti?>>.
     
    Di nuovo, solo di recente, ho riflettuto che quel “Qualcuno del gruppo di verifica non si sta impegnando”, era riferito proprio a me. Ero io quel qualcuno del gruppo di verifica che non si stava impegnando. Avevo sempre pensato che una lamentela fosse giunta dal project manager, ma mi sa che il quality manager non era estraneo.
    Per permettere al collega greco, che gestiva il gruppo più numeroso e che doveva ‘sacrificare’ uno dei suoi ragazzi mandandolo in Germania, di apportare modifiche fino all’ultimo per la parte di esecuzione di sua competenza, avevo commesso un’altra ingenuità.
    Anche se il documento di pianificazione era pronto alla ‘milestone’ stabilita da processo, avevo ‘congelato’ la revisione del documento solo prima che iniziasse la fase di esecuzione, precisando che la pianificazione delle fasi precedenti non era modificabile.
    Questioni che controllava il quality manager. Ed il ‘tailoring’ (adattamento) del processo, documentato dalle ‘excemption request’ (richieste di eccezione)?
     
    Mi sa che il quality manager, senza venire a chiedermi spiegazioni, aveva riferito al project manager che era andato a lamentarsi dal mio capo che io ci avevo messo “tanto tempo per scrivere il documento di pianificazione”. Frase che, di nuovo “out of the blue”, avevo sentito dire dal mio capo quando il documento di pianificazione era bello che ‘congelato’ da oltre due mesi.
     
    Il quality manager.
    La scorsa estate ho ripensato a questo episodio.
    Il quality manager.
    Era rigido, era fiscale o ce l’aveva con me?
     
    Un anno prima dell’episodio 1, in luglio ci eravamo ritrovati in tre ad uscire dalla mensa a fine orario. E, non so come, Max aveva letto l’importo scritto sulla lettera che mi comunicava qual era l’ammontare del mio premio produzione, la futura quattordicesima. Ed era sbottato scandalizzato: “Non è possibile che Lidia Lauda abbia avuto un premio più alto del mio! Non è possibile!”.
     
    Non è possibile.
     
    [P.S. In seguito le cose furono messe a posto, anche con un aumento che non era nell'iter ‘standard’. Avrei potuto metterci una pietra sopra.]
     
     

     
  • 25 marzo alle ore 19:58
    La vita sbagliata

    Come comincia: Ti devi curare.

    E per cosa?

    Da bambina mi dovevo curare
    .
    Ed il mio problema era questo:
    "Prima di diagnosticarti depressione o bassa autostima, assicurati di non essere semplicemente circondato da stronzi."
     William Gibson

    Sì, William Gibson è uno scrittore, non un neurologo o un neuropsichiatra pediatrico.
    Ed allora? Non sappiamo tutti che il senso comune vale molto di più di tanta millantata scienza?
    Cantiamo “Dotti, medici e sapienti” di Edoardo Bennato?
     
    E mi sa che questa era pure la malattia di qualcun altro, accentuata da una ipersensibilità maggiore della mia e da altri fattori

    Ipersensibilità.
    I "cattivi" lo sapevano.
    Una dei capi dei 'cattivi' ha detto: <<Era troppo buono per questo mondo di cattiveria>>.
    Ma un 'Mea culpa' mai, eh?
    I "cattivi" lo sapevano.
    Ed altri, che pur ne conosceva la bontà, cosa diceva? <<E' genetica. E' chimica. Ci vogliono i farmaci>>..

    Curati, perché non sei quello che vogliamo noi. Curati, perché non fai quello che vogliamo noi. Curati, perché non sei negli 'standard'. Curati, perché ...
    E se si risponde con la parola che molti post indicano come la panacea per tutti i mali (Vaff...), magari rimangono basiti, si scandalizzano.

    Avevo in mente la stesura di un libro.
    Titolo: La vita sbagliata.
     
    Ho cominciato a scrivere racconti nel 2009. E li avevo tenuti gelosamente per me.
    Sono stata così imprudente da farli conoscere a partire da fine 2012, quando, a seguito della concomitanza di varie circostanze, ero convinta che sarei morta di lì a breve. E così veramente ho probabilmente anticipato l’evento.
    E questa imprudenza mi è rimasta attaccata alla pelle.

    E questo libro mutua l'inizio dalla biografia di Luciano De Crescenzo che inizia così:
    "Una famiglia non si sceglie: nasci e te la trovi intorno che ti sorride. Buoni o cattivi che siano, i parenti non si possono permutare come se fossero auto. Io sono stato fortunato: erano tutte persone di animo gentile. ….”

    Invece “La vita sbagliata”, inizia così:
    "Una famiglia non si sceglie: nasci e te la trovi intorno che ti tiranneggia. Buoni o cattivi che siano, i parenti non si possono permutare come se fossero auto. Io sono stata sfortunata: i parenti più prossimi erano quasi tutte persone di animo maligno. ….”
    Purtroppo sono cresciuta senza i fratelli di mia madre che erano andati in Brasile. Buon per loro.
    Ed ho saputo solo dopo che sono stata così stupida, così idiota da tornare a vivere vicino la famiglia che mi tiranneggiava, come mai mia zia materna fosse sulla spiaggia di Agropoli dove conobbe il suo futuro marito, un agropolese che era andato ad impiantare una fabbrica a S. Paolo del Brasile.
    Mia madre arrivò intorno ai 18 anni a Battipaglia con la sua famiglia.
    Il fratello si era appena diplomato in ragioneria e zia Nannina Benesatto in Catarozzo disse a sua cugina, mia nonna materna (che era cugina sia di Nannina Benesatto sia del marito di zia Nannina, cosa che zia Nannina sottolineava sempre per rivendicare con orgoglio che mia madre, che zia Nannina adorava, era come fosse una nipote di primo grado): <<Ma che fai lì a Maddaloni dove non tieni nessuno? Vieni qua, che Peppino inizia a lavorare con noi>>.

    Poche settimane dopo che erano a Battipaglia, la sorella maggiore di mia madre se ne uscì: <<Ma dove mi avete portato? Qui non parlano che di soldi! Io me ne vado dai nonni ad Agropoli.>> E così fece.
    Buon per loro, ma male per me.

    Due o tre anni fa, zia Iride, stufa di sentirmi lamentare con mia madre, da almeno altri due o tre anni: <<Ma con tante cugine brave che tieni a Battipaglia, proprio in braccio a quella strega mi dovevi mettere appena nata? E come potevi pensare che le cose mi andassero bene?>>, disse: <<Senti, vuoi essere battezzata di nuovo? Ecco qua! Ti battezzo io.>>.
    E Maria Boccuti, altra cugina di mia madre, lo scorso febbraio cercava di spiegarmi: <<Devi capire che a quei tempi si dava priorità alla famiglia del marito>>. [Temo di ricevere una querela per la parola ‘strega’].

    E perché dico che le cose non mi sono andate bene?
    Lo scorso agosto mi sono fermata a riflettere: secondo il parametro dei Battipagliesi, i soldi, considerando la mia situazione, non stavo per niente male. [Ma qui è meglio fermarmi. Con tutti i parenti, i vicini che vogliono spolparmi ho già detto troppo. Per non parlare di alcuni 'amici'.]
    Probabilmente per me il 'successo' è un'altra cosa.

    La vita sbagliata.
    Quando inizia la mia vita sbagliata?
    Quando il professore Davide, professore di educazione artistica alle medie, dice a me ed alla mia compagna che siamo brave a recitare e sarebbe bene che continuassimo in quel settore, peccato che intorno a noi non ci fossero scuole qualificate?
    Il professore Davide, di cui Daniele Feola nel 1987 avrebbe detto: <<Un professore che la scuola italiana di oggi non merita>>.
    A me piaceva tutto ciò che fosse recitazione, tranne il teatro d’avanguardia, però pensai: “Probabilmente lo starà dicendo per Antonietta e coinvolge pure me per non mortificarmi”. Pensai di andargli a chiedere in disparte se lo pensasse veramente, ma non lo feci.
    Carrellata veloce su tutti i vari step della mia vita sbagliata, qualcuno lo salterò.
    18 anni. Confermo che il mio obiettivo è l’indipendenza economica al più presto possibile e non voglio fare l’università. No. Con un diploma di liceo scientifico devi fare l’università, sentenzia mio padre.
    Mi laureo. 110 e lode. Vuoi rimanere all’università? mi chiede il mio professore. Ci penso, ci perdo un po’ di tempo, ma è una strada incerta che implica anni di precariato e vedrò l’approdo? E poi non mi sono mai sentita portata per la fisica, per quanto il professore avesse voluto assolutamente mettermi la lode all’esame di campi elettromagnetici, apprezzando le mie capacità logiche e di intuito e nonostante ancora diciott’anni fa il mio professore sostenne che la mia tesi sul sistema Virgo per la rivelazione delle onde gravitazionali fosse ancora la migliore tra le tesi che avesse seguito in quel dipartimento.
    Vita sbagliata. Quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato, non si accontentò della frase che avevo detto già ad altri due compagni di università che si erano eclissati immediatamente: <<So come sono fatta ed è meglio che rimanga da sola>>.
    Frase che più o meno nello stesso periodo non ebbi bisogno di dire a due o tre di Battipaglia con i quali sono rimasta amica.
    Saltiamo gli altri step ed arriviamo al semi-disastro definitivo.
    L’approdo in via Vattelapesca n.0, approdo effettuato perché, da vera cretina, per me la cosa più importante era la famiglia di origine. Volevo regalare a mio padre il mantenimento della palazzina fatta fare dal padre, cosa che era sembrata possibile poter realizzare con l’arrivo a via Vattelapesca n.0 di una persona per bene, al di sopra di ogni sospetto: un ricercatore del CNR, nonché professore universitario a contratto.
    E perché dei parenti era rimasta solo la cornacchia lì in alto, sembrava (a me, ingenuona, sembrava) reso nell’impossibilità di agire dall’arrivo di estranei.
    Ma poi inaspettatamente un appartenente della famiglia che temevo di più arriva anche lui.
    Avrei dovuto tirarmi indietro e non l’ho fatto. Per tranquilizzarmi, pensai: "Va be', a me hanno fatto vedere i sorci verdi perché non dovevo stare sopra Gisella, con Piero non c'è mai stato alcun confronto.”
    Ma che, per realizzare il desiderio di mio padre, mi ero messa i prosciutti davanti agli occhi ed avevo mandato il cervello all’ammasso?
    Per chi ama Battipaglia e la sua storia, come la amavo io, volevo tenere intatti lo stato dei luoghi.
    La vita, mia e di mio fratello, era più importante.
     
    E non mi accorgo subito che accanto, invece di avere un altro alleato, come sembrava, attento al benessere psico-fisico di mio fratello, avevo un altro stronzo.
    Può sembrare ingiusto. Chi avevo accanto ha fatto tanto. Sembrava essere il fratello ed il figlio che l’altro fratello e figlio non era mai stato. E’ stato ingiuriato e vessato ingiustamente da carogne patentate.

    E dopo quell’enorme errore (errore? no vigliaccata) del 3 giugno 2005; dopo che la cornacchia dell'ultimo piano e sua figlia aggrediscono per telefono mio padre, MIO PADRE, nel Natale 2005, i continui attacchi dei parenti e vicini mi esasperano ed in poco tempo divento imprudente. E non controllo, anzi subisco, le successive azioni difensive e di attacco di mio marito.

    Battipaglia, 24/03/2019

     
  • 23 marzo alle ore 20:14
    Zia Gina

    Come comincia: Ho letto che il 6 novembre 2007 moriva Enzo Biagi. Ricordo "Il fatto", in particolare due puntate: una in cui era d'accordo con la frase finale di Fronte del Porto "La mia casa è dove è il lavoro" (e mi sono sempre chiesta, su queste premesse, perché Berlusconi lo avesse inserito nell'editto bulgaro); l'altra in cui confrontava filmati in cui, a distanza da un anno all'altro, i politici cambiavano opinioni sui loro avversari che diventavano alleati (in particolare prima uno in cui di Buttiglione Berlusconi diceva peste e corna, poi uno: "Buttiglione è un amico ...").

    Il 3 novembre 2011 moriva mia zia Gina, 92 anni, la sorella più piccola di mia nonna materna (su sei fratelli). L'unica che non si era sposata. "Tenevo tutto pronto per il matrimonio, vestito, tutto. Morì mia sorella Maria [26 anni, per una gravidanza extrauterina] e rimandammo il matrimonio. Lui se ne andò a Milano e si sposò là", mi raccontava. Per qualche anno è stata dalla sorella Francesca a Lucca. Grande donna zia Francesca. Forse l'ho incontrata una volta sola, ma mi è bastato. Me ne accorsi da come si preoccupava che mia madre avesse lavorato troppo per preparare il pranzo per tutti e lavorasse troppo per servirlo etc. Non c'era affettazione nei suoi modi, era sincera. La falsità si riconosce. Poi zia Gina tornò a Battipaglia. La domenica veniva a pranzo da noi. Prima la andavo a prendere io e venivamo a piedi, piano, piano col bastone. Poi quando non ce la fece più a camminare, la andava a prendere con l'auto mio fratello Alberto. Qualche estate è anche stata almeno una settimana da noi alla casa al mare. Mio padre si occupava di tutte le sue pratiche (quanti giri per gli uffici che ha fatto per lei!) e mia madre delle sue finanze e dei rapporti con le badanti.(Va be', giusto per ricordare qualche malignità da quei uno o due parenti leggermente leggermente maligni da parte di madre, non si sono mai presi nemmeno uno spillo). Ricordo una delle ultime volte che si presentò l'avvocato che curava gli interessi del padrone di casa di mia zia per precisare che l'affitto subiva un aumento; mio padre ebbe qualche osservazione e l'avvocato replicò: "Il mio cliente potrebbe metterci sei extracomunitari lì dentro!". 
    Zia Gina mi ha fatto il costume da Pierrot per il carnevale della terza liceo, e poi lo ha modificato per farlo diventare un costume da baiadera in quarta. Quando al liceo per qualche motivo non s'entrava spesso andavo a fare visita a lei ed a zia Sisina, la vedova di mio nonno paterno, che mi aveva insegnato a lavorare a maglia quando avevo 6 anni, seduta sulla sedia di legno nero dall'alto schienale diritto addossata sulla parete di sinistra dello studio. Quando ci fu il terremoto dell'80, il palazzo dove abitava mia zia Gina fu l'unico (o uno dei pochi?) ad essere sgomberato a Battipaglia, in attesa delle iniezioni di cemento. Mia madre si arrabbiò tanto con sua madre (sempre chioccia con la sorella minore) quando mi condusse con sé per prelevare qualcosa dalla casa della sorella. Mia zia aveva i suoi 'tic', lo sapevamo tutti. E mia madre lo aveva sperimentato a 9 anni, quando, ospite nella casa dei nonni ad Agropoli, doveva 'carriare' secchi d'acqua dal pozzo, mentre la zia, 23 anni, stava seduta che le facevano male le mani, le gambe ... Comunque si arrivò che in pratica mia zia non si muoveva più dal letto e dopo qualche anno le badanti non ce la facevano più e mia zia dovette andare in una casa di riposo. 
    Una domenica di novembre 2002 mi svegliai che smaniavo: "Oggi andiamo a trovare zia Gina", dissi a mio marito. Avevo contratto regolare matrimonio nel gennaio dello stesso anno e tra abituarsi a gestire una casa grande con cinque giorni a settimana in ufficio, tre mesi di trasferta in Svezia, e altro era un bel po' che non andavo.
    Approssimatosi l'orario di visita mattutina, andammo. Quando arrivammo, invece di condurci nella sua camera, ci fecero entrare in una spoglia camera al pianterreno dove mia zia, stesa in un letto a barre metalliche tipo ospedale, letteralmente rantolava. Mi avvicino incredula, chiedendo all'addetta che ci aveva accompagnati: "Perché non ci avete chiamati?".
    A mia zia comincia a scivolare un rivo di saliva sulla guancia. L'infermiera non fa niente. Apro la borsa, prendo un pacchetto di fazzolettini estraggo un fazzoletto e comincio ad asciugarla. Guardo l'infermiera che solo in quel momento sembra scuotersi e comincia a darsi da fare. Arriva altra gente e cominciano a prendersi cura di mia zia. Andiamo a casa da mia madre, dove comunque eravamo attesi per il pranzo. Mia madre si fa accompagnare alla casa di cura. Viene chiamata un'ambulanza e mia zia viene ricoverata. Si riprenderà. In seguito mia zia mi racconterà divertita: <<Mentre mi sistemavano in ambulanza, il direttore mi salutava: "Gina!". E piangeva, pensava che non tornavo più.>>.
    Per il giorno del suo 90° compleanno, mio marito ordina una torta adatta all'occasione ed andiamo a festeggiare.
    Il 3 novembre sera del 2011 ero a Salerno per il festival organizzato dall'Associazione Regionale Cori Campani. Arriva una telefonata di mia madre, le dico dove sono, mia madre scambia due parole e riaggancia.
    Il giorno dopo verso le 11 in ufficio arriva un'altra telefonata da parte di mia madre. Mi dice che nostra zia è morta la sera prima all'ospedale di Salerno.
    Le ho sempre rimproverato: "Ma perché non me lo hai detto? Ero lì, le andavo a tenere la mano!"
    Mi ha rassicurato di recente che quando lo ha saputo lei stessa era già tardi e che anche lei si era arrabbiata con la casa di cura.
    Comunque mio cugino Maurizio (o un altro dei figli di Ernesto cugino di mia madre) il giorno dopo mi rassicura che era andato lui la notte alla camera ardente dell'ospedale.

    ​Linda Landi
    6 novembre 2018

    P.S. Zia Gina raccontava sempre che lei stava per sposarsi. Teneva tutto pronto, incluso l'abito da sposa, ma morì [per una gravidanza extrauterina, N.d.A.] sua sorella Maria, all'età di ventisei anni. Zia Gina diveva avere all'epoca 22 o 23 anni. Il matrimonio fu rinviato. Il fidanzato se ne andò a Milano. E lì rimase. [Probabilmente meglio così, aggiungo io ora, visto il soggetto (quello che se ne va a Milano e non torna).]

     
  • 23 marzo alle ore 15:38
    Sindrome di Stoccolma

    Come comincia: Sindrome di Stoccolma.
    Da Wikipedia: "Con l'espressione sindrome di Stoccolma si intende un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica".

    E' solo da pochi giorni che Liliana pensa: "Ma fossi affetta da sindrome di Stoccolma?"

    Dai parenti aveva ricevuto tante angherie psicologiche ed anche soprusi, eppure Liliana voleva loro bene.

    Eppure non era cieca, infatti aveva più volte detto al fidanzato: "Papà vuole che vada a vivere nella vecchia casa di famiglia, ma se lo può scordare: io non vado lì a far passare ai miei figli quello che ho passato io da bambina".

    Eppure è bastato che:
    - la zia Liliana vendesse il suo appartamento ad un estraneo, facendola sentire colpevole del fatto che la palazzina di famiglia smettesse di essere di famiglia per non aver aderito immediatamente alla proposta della zia che Liliana lo comprasse lei;
     - zio Alfredo (che da signore qual è, quando dieci anni prima zia Radaele gli aveva offerto di comprare le il suo appartamento a metà del valore corrente di mercato aveva risposto che aveva cambiato idea e non vendeva più) si sentì così autorizzato  anche lui a a vendere ad un estraneo;
     - la cugina Giulietta, con la quale c'era sempre stato il confronto diretto, lasciasse l'appartamento  e zio Giulio mettesse anche lui in vendita il suo,

    che Liliana cedette (ma è possibile che quella palazzina a cui papà tiene tanto deve finire tutta in mano ad estranei?).

    Però due anni dopo Poldo (Leopoldo, ma detto Poldo), fratello di Giulietta ebbe bisogno di un appartamento e zio Giulio, la cui moglie a suo tempo voleva comprare l'appartamento del cognato a metà prezzo, che non era ancora riuscito a vendere il suo, avendo posto un prezzo 40% maggiore rispetto al prezzo di vendita degli altri fratelli, glielo assegnò.
    E qui Lilaina ebbe dei dubbi e pensò di fare marcia indietro, ma cercò di tranquilizzarsi: "Va be', a me hanno fatto vedere i sorci verdi perché non dovevo stare sopra Giulietta, con Poldo non c'è mai stato alcun confronto");

    Ed è stata la sua fine.
    Chi ti ha fatto del male te ne farà ancora. Liliana non conosceva questa semplice regola?

    E non aveva visto come quegli spocchiosi avevano trattato il marito di zia Liliana?

    Giustamente il marito di Liliana ora le chiede risentito: "Che c'entravo io con voi?".

     
  • 13 aprile 2017 alle ore 13:27
    Quattro amici burloni

    Come comincia: Furio, ragioniere, settantenne funzionario di banca in pensione.
    Gina, sessantenne, maestra elementare in pensione.
    Poldo, cinquantenne, dirigente della pubblica amministrazione.
    Ferruccio, quarantacinquenne, professore universitario emerito.
     
    Cosa hanno in comune queste persone, oltre che essere persone probe, pilastri della società? Sono vicini di casa, in una palazzina di cinque appartamenti.
    La circostanza li ha portati alla reciproca frequentazione ed a diventare amici.
    In più i quattro amiconi sono dei buontemponi ed amano organizzare scherzi, soprattutto alle spalle del quinto vicino, ultimo arrivato e mai integrato realmente. Inoltre Liliana, la moglie del quinto vicino e proprietaria dell’appartamento, è antipatica e dimostra di avere poco senso dell’umorismo. Quindi è un piacere organizzare scherzi alle sue spalle.
    Liliana è l’unica che lavora per un’azienda privata, sta fuori tutto il giorno, ed è l’unica, al contrario loro, pensionati e dipendenti statali, a rischiare ogni giorno il licenziamento per dismissione delle attività o riduzione del personale.
     
    L’occasione per un divertentissimo scherzo è un’assemblea di condominio. A sorpresa nè Pino, marito di Liliana, nè Liliana si presentano. Furio all’inizio ne è un po’ risentito. Come condomino anziano si ritiene il papà/padrone del condominio e quell’assenza gli sembra un affronto ed un palese disconoscimento della sua autorità. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. In quell’assemblea devono deliberare su dei lavori al terrazzo asfaltato. Furio ha portato una proposta di preventivo della sua ditta preferita, Massimo Oro, mentre quell’importuno di Pino, pur assente, ha fatto pervenire un preventivo di una certa ditta Amato che nessuno conosce. Gli amici risolvono di aprire le buste. Accidenti! L’offerta della ditta Amato è di poco inferiore a quella della ditta preferita da Furio. Ma Furio non si perde d’animo. L’assenza di Pino capita a fagiolo! Strizza l’occhio ai suoi amici e presenta la soluzione: sulla linguetta della busta della ditta Massimo Oro scrive: se accettata, la ditta effettuerà uno sconto del 10% sull’offerta. Ed il gioco è fatto. Ora l’offerta della ditta Massimo Oro è inferiore di circa 100 euro a quella della ditta Amato. E Furio con i suoi amici è contento. Hanno fatto proprio un bello scherzo!
    Ma Furio decide di perfezionarlo. Non è necessario informare la ditta Massimo Oro. Convince l’amica che abita sotto il terrazzo che è sufficiente passare una mano di catrame dove l’asfalto è lesionato. Chiunque può farlo. Costo del materiale e della mano d’opera: 200 euro circa.
    Qualche settimana dopo, Liliana torna a casa la sera e suo marito la informa che è passata la signora Gina a portare il verbale dell’ultima assemblea. Liliana, pedante persona ligia alle regole, sale dalla vicina per portarle la ricevuta e per chiedere un attestato di consegna con la data. Sarà che la signora Gina dimentica che è tutto uno scherzo, forse ha paura di qualcosa, fatto sta che si innervosisce ed afferra Liliana per un braccio, la strattona e la spinge verso le scale gridando:<<Io non firmo niente! Mi ridia il verbale!>>.
    Liliana è scioccata. Pino vorrebbe farle presentare denuncia. Ma Liliana preferisce non dare seguito alla cosa.
    Ci pensano i quattro amiconi a dare seguito allo scherzo. Furio detta all’amica Gina una relazione in cui attesta di essere stata presente quando la ditta Massimo Oro ha operato l’intervento, dichiara che Liliana avrebbe voluto farle firmare una dichiarazione che attestava che lei avesse consegnato il verbale in ritardo, che Liliana l’avrebbe aggredita e che Liliana non aveva pagato la sua quota di 240 euro per i lavori al terrazzo. E quando gliel’aveva chiesta?
    Dopo di che i quattro amiconi si riuniscono nuovamente in assemblea. Approvano la relazione di Gina. Approvano e presentano per la prima volta il riparto spese dei lavori già effettuati. In più Furio ha una magnifica idea, che poi è una vecchia idea: dall’ultimo bilancio di condominio approvato da tutti i condomini, nessuno assente, risulta che Liliana è in credito di 140 euro, mentre Gina è in debito di 60 e Furio di 80. Furio fa dichiarare agli amici di considerare “sospeso” il bilancio già approvato in attesa di esaminare la documentazione. Dopo di che impacchettano il tutto in un bel verbale di assemblea e lo fanno pervenire a Liliana.
    Liliana non capisce cosa vuol dire quel “sospeso” e, proprio non ci sa stare agli scherzi, chiede di vedere la fattura dei lavori.
    Niente paura. Furio sa come trattare questi pivelli.
    Liliana riceve un decreto ingiuntivo di 240 euro. I documenti che giustificano tale decreto sono:
    Bollettino di ricevuta compilato da Gina;
    Il verbale di assemblea successivo ai presunti lavori con tanto di riparto spese;
    Riparto spese compilato da Pino 2 anni prima per lavori eseguiti a quell’epoca, incoerente con il riparto degli ultimi lavori.Liliana conclude o il giudice che ha emesso quel decreto è amico loro o era distratto.
    Poi Liliana riceve un altro verbale: gli amiconi hanno approvato un nuovo bilancio condominiale in cui il suo credito di 140 euro è sparito così come è sparito il debito di 60 e di 80 di Gina e Furio.
    Liliana non ci sa stare proprio agli scherzi.
    Presenta ricorso.
    Sono passati 8 mesi dai famosi lavori al terrazzo. Dopo 15 giorni Gina le spedisce copia della fattura dei lavori. La fattura puzza di falso lontano un miglio. È la fattura n.01 del 13-09-2007. L’IVA indicata è del 20% mentre a quell’epoca per quella tipologia di lavori l’IVA era al 10%. Manca la ritenuta d’acconto. Liliana avrebbe ampi motivi per recarsi alla guardia di finanza. Ma, inspiegabilmente, non lo fa. In realtà quello che Liliana vuole è essere lasciata in pace ed in fondo è un cuore buono.
    Ma gli amiconi hanno preso gusto ad organizzare scherzi alle spalle di Pino e Liliana.
    Furio orchestra una lettera in cui insinua che Pino abbia frodato il condominio mentre era l’amministratore di turno e la spedisce ai parenti di Pino ed ai propri.
    I quattro amiconi si ritrovano tutti riuniti davanti al portone della palazzina, divertiti ed attenti ad ascoltare la relazione di Furio sulla reazione dei suoceri di Pino quando avevano ricevuto la lettera.
    Ma gli scherzi non finiscono qui. C’è un momento d’empasse quando Gina si stanca e non vuole più fungere da amministratore del condominio. Ma niente paura, gli scherzi possono continuare. Poldo chiama un amministratore professionista amico suo.
    Ed organizziamo un altro bello scherzo. Occorre di nuovo fare dei lavori al terrazzo. Ma questa volta lo scherzo organizziamolo bene. Decidiamo che in attesa di fare i lavori ogni condomino deve versare 200 euro al mese in un fondo cassa. Liliana tra quota condominiale mensile e fondo cassa dovrà versare 250 euro al mese, il fondo cassa durerà a lungo, lo gestiamo noi ed in attesa di fare i lavori Liliana verserà mensilmente da sola la quota che serve per la gestione ordinaria del condominio. Non è uno bello scherzo?
    Ma Liliana fa resistenza e dice che i soldi per il terrazzo li darà in un’unica soluzione quando l’amministratore informerà di cosa deve essere fatto e quando.  Con certe persone non si può proprio scherzare!
    Ma il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Ed il capo dei buontemponi continua a tessere le sue tele ed ideare scherzi.

     
  • 26 ottobre 2016 alle ore 13:21
    Grazie

    Come comincia: Grazie ai medici radiologi e medici specialisti che mi hanno diagnosticato prima una piosalpinge poi corretta in sactosalpinge.

    La conclusione comunque era la stessa: intervento in laparoscopia.

    Grazie al medico specialista, luminare della provincia di Salerno, che ha aggiunto: “C’è anche una ciste all’ovaio destro”.

    Grazie al mio medico curante che quando procrastinavo l’intervento mi ha avvertito, favorendo la mia successiva ipocondria: “Se non ti operi muori di peritonite”.

    Grazie a mio fratello, persona molto in gamba e capace, circondato da donne ancora più in gamba e capaci che, informato, invece di interessarsi e capire di cosa si trattasse, si limita ad ironizzare col mio medico curante sulla mia paura di operarmi.

    Grazie a mio marito, meno in gamba e meno capace, anche se 7 anni prima aveva evitato che mio padre venisse squartato da due chirurghi che volevano levargli il duodeno (fu poi operato in laparoscopia per eliminare un grosso calcolo della colecisti), e comunque stanco dei miei tira e molla, che quando gli dico che il chirurgo non mi sembra sia tanto convinto e sono sicura che non mi leverà niente, non mi appoggia nel firmare ed andarmene.

    Grazie al professore ed alla sua assistente che si presentano a me dopo l’intervento, ancora con le mascherine, e con gli occhi che ridono dicono che non hanno trovato niente.

    E meno male che chi mi aveva mandato da lui ne aveva parlato come di una persona molto umana!

    Grazie al mio medico curante che mi prescrive un’ecografia addominale un mese dopo l’intervento da cui risulta due polipi alla coleciste. “Ecco!” comincio a pensare io “mi hanno operata per niente ed ora devo rioperarmi per la colecisti”.

    Grazie a tutti i medici che, un mese dopo, non mi dicono che la mia irritazione alla gola, il senso di peso sulle spalle, i miei capogiri nel piegarmi e nel sollevare le braccia o pesi ed infine il mio svenimento che sembrava un attacco di cuore fossero dovuti a ernia iatale e reflusso.

    Grazie al medico radiologo che un anno dopo mi dice: “Signora, lei ha detto che si è operata ma non hanno trovato niente. Qui c’è una neoformazione”. Grazie alla nuova specialista ed al nuovo tecnico radiologo che concludono la stessa diagnosi dell’anno prima: sactosalpinge.

    Informati dell’intervento dicono: una, potrebbe essere di origine intestinale; l’altro, il professore ha sbagliato l’intervento. E dicono che devo rioperarmi in laparoscopia. “Sentite”, faccio io, con quel poco di cervello che mi era rimasto, “questa cosa ce l’ho almeno da un anno e non mi dà problemi. La tengo sotto osservazione e se cresce ne riparliamo”.

    Grazie alla compagna di mio fratello, persona sempre molto in gamba e capace, con cui avrei voluto parlare di quello che mi era accaduto, ma io per lei non sono nessuno, anzi sono una nemica, e poi lei era venuta per fare pasquetta alla casa al mare dei miei genitori, non per essere seccata con i miei problemi.

    Grazie allo specialista di Pisa al quale il mio nuovo medico curante inviava i casi dubbi che mi conferma: Sactoslpinge. E come gli altri dice che devo risottopormi a laparoscopia.

    Grazie al medico ecografista che un anno dopo fa: “Signora, ma che tiene qua! Io non riesco nemmeno a vedere l’ovaio, ma che dice il suo specialista?”
    Grazie allo specialista che vede un palloncino nel mio addome e conclude che siccome il professore non aveva visto niente deve avere altra origine e che mi consiglia di rivolgermi ad un altro luminare.

    Grazie a mio fratello, sempre molto in gamba e capace, interessato solo che io vada a firmare dal notaio per acquisire l’eredità paterna che, quando gli dico che devo scegliere dove ricoverarmi per accertamenti, mi dice: “Io ti faccio dichiarare incapace di intendere e di volere”. Caro fratello, ma se io ero incapace di intendere e di volere, non avresti dovuto interessarti della situazione invece di preoccuparti solo che andassi a firmare dal notaio? 

    Grazie allo staff che mi induce all’intervento mostrandomi la formazione che si appoggia alla vescica, al colon e sposta l’ovaio verso l’alto scrivendo “potrebbe essere di origine peritoneale, al momento non ci sono processi infiltrativi” ed aggiungono può crescere ancora, diventare inoperabile, può degenerare.

    Grazie a mio marito che non mi dà ascolto quando gli dico: “Questi hanno deciso di operarmi prima ancora di vedere i risultati delle analisi”. Non sapevo che l’avevano terrorizzato dicendo: “Non sappiamo cosa troveremo, potremo dover levare l’utero”.

    Risultato? Mi sottometto ad un intervento “massivo” per levare quello che risulta poi essere un tumore benigno, passato in due anni dalle dimensioni di cm10xcm3 a 12cmx8cm, che, a mio parere, non dava fastidio a nessuno, tranne potermi causare urgenza urinaria quando si poggiava sulla vescica o stitichezza poggiandosi sul colon.

    Grazie al professore che quando gli sottopongo i risultati del suo intervento e di quello del suo collega per prima cosa dice: “Se mi fa causa, la perde”.

    Poi aggiunge: “Io ho levato in laparoscopia tumori anche più grandi del suo. E’ uscito pure sul giornale. Perchè non avrei dovuto levare anche il suo?”

    Già perchè? Perchè quel giorno aveva troppi interventi in programma e non ha avuto il tempo di guardare bene?

    Grazie al professore che mi conferma che quel tumore si individua con semplice palpazione. Sì, sono sicura che Giuseppe Moscati senza ecografia e senza risonanza magnetica all’inizio del ‘900 sarebbe stato in grado di individuarlo e rassicurarmi. 

    Ed infine soprattutto grazie alla mia depressione e scarsa autostima, che proprio all’inizio di questa storia, causate dalla decisione più sbagliata e vigliacca della mia vita, che andava contro tutti i miei principi, hanno fatto capolino facendomi diventare facile preda dell’ipocondria e diventare sottomessa alla volontà altrui.

    Aggiungo grazie ai parenti e vicini che con la loro gioia nel vedermi in difficoltà hanno aumentato la mia depressione ed ipocondria.

    [Racconto da integrare con https://www.aphorism.it/liliana_landri/racconti/resilienza/
    in particolare <<Un'altra precisazione. Come mai a 33 anni una dottoressa che mi aveva diagnosticato qualcosa di brutto al seno non mi ha fatto scema ed invece a 45 anni mi sono fatta fare scema da un'amica (medico radiologo), con la quale avevo cenato tante volte a casa sua, oltre che da ben due specialisti del settore, uno ex-primario (in pensione) del più grande ospedale di uno dei capoluoghi della Campania, un altro (attualmente ancora primario) del più grande ospedale di un altro capoluogo della Campania, che mi è stato venduto come il numero 2 in Italia del settore?
    Perché a 33 anni non ero in depressione, non avevo contratto regolare matrimonio, e le mie decisioni le prendevo da sola (ed anche perché il Signore mi ha fatto incontrare il dottore Silvio Pignata che mi ha salvato).
    etc.>> 

     
  • 24 giugno 2015 alle ore 14:14
    Pasqua 2015

    Come comincia: Pensiero del venerdì santo.
    Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi.

    Già, ma alzi la mano chi trascorre la Pasqua lontano dalla famiglia.

    Per me il Natale, così come la Pasqua è lontano dalla famiglia. Dalla famiglia allargata intendo.
    Genitori, fratelli, cugini.

    Perchè io non ho una famiglia allargata.
    In tempi non sospetti, aprile 2007, a seguito di un resoconto di un mio collega su una esequie a cui aveva presenziato, dissi: “Alle mie esequie voglio solo le persone che mi vogliono bene: mio padre, mia madre, mio marito e, se lo ritiene opportuno, mio fratello Alfredo”.

    Tre anni prima avevo definitavemente realizzato che mio fratello maggiore non mi volesse bene.

    Avrei dovuto mettermi l’animo in pace.
    E invece no.
    Così, quando il suo cugino preferito si unì allo zietto pieno di bile nell’agire contro mio marito e me, feci presente a mio fratello che se avesse continuato a frequentare quelle persone come se niente fosse e senza chiedere spiegazioni, quelle persone avrebbero fatto sempre peggio.
    Solo il silenzio complice rispose.
    Ma che mi aspettavo? Come mi aveva già detto una quindicina di anni prima, lui con i nostri problemi non voleva essere scocciato.
    Quattro anni dopo la sua indifferenza o meglio la sua indifferenza trionfa nel sedersi al mio capezzale in ospedale manifestano il suo essere un estraneo, se non addirittura un nemico, per me
    Ancora, ma che mi aspettavo?
    Vent’anni prima ero stata in ospedale un mese in attesa di un intervento chirurgico e nè lui nè mio fratello minore, persone entrambe abili, avevano mai sentito l’esigenza di venirmi a trovare.

    Che senso ha sedermi a tavola con persone per le quali che io sia viva o morta (meglio morta) è totalmente indifferente?

    E passiamo agli zii e cugini. Cugini con cui sei cresciuta a contatto di gomito e che consideri fratelli.
    Gli unici zii e cugini che ho degni del nome ‘parenti’ e non ‘parenti serpenti’ vivono lontani.
    Chi in Trention, chi in Argentina.
    Oppure sono i cugini di mia madre.
    Mio zio in Trentino non mi farebbe mai deliberatamente del male.
    Ed i miei zii in Argentina si sarebbero fatti in quattro per me.

    Dei due fratelli ‘bancari’ di mio padre fin da bambina sapevo una cosa: che volentieri lasciavano mettere mano al portafogli a mio padre in vece loro.
    In particolare del clan di mio zio Giulio e sua moglie Radaele sapevo anche che non si accontentavano di essere in gamba. Dovevano e devono sentirsi ‘i migliori’ e per essere sicuri ricorrono all’abitudine di ‘tagliare i vestiti’ (si dice così?) addosso al prossimo. Da questa abitudine mia madre salva solo mio cugino Carmelo.
    Comunque su questo loro ‘vezzo’ e su altro male ricevuto c’ero sempre passata sopra.
    Preciso che quando anni fa mi trovai con l’auto in panne nel parcheggio dell’ospedale dove avevo accompagnato mio padre per una visita, falliti i tentativi di recuperare il numero di un taxi, telefonai a casa di zia Radaele. Fui fortunata, la trovai in casa appena in tempo. Era in procinto di uscire. Illustrata la situazione, venne subito con la sua auto, sapevo di poterci contare, ed accompagnò mio padre a casa.
    L’alternativa sarebbe stata telefonare al sig.Furio, altro fratello bancario di mio padre, di cui avevo il numero di cellulare. Sarebbe venuto subito, ma preferivo mille volte non ricorrere all’aiuto di quella persona che ritenevo viscida.

    Ero passata sopra anche al fatto che mio zio Furio era passato dal far mettere mano al portafogli in vece sua da mio padre a me.
    Ad un certo punto ho detto: ‘non voglio più pagare per voi’. E’ questa è la mia colpa più grave.
    Ingenua. Chi sono io per oppormi ad una tradizione ultracinquantennale?
    E, l’ho scoperto in seguito, chi sono io per rintuzzare un odio di uguale durata?
    Il mio zietto non vede l’ora di spolparmi viva (anche morta). E prendersi la rivincita sul fratello laureato da cui tanto bene ha ricevuto (tra l’altro anche la casa in cui vive).

    Buona Pasqua a tutti.

     
  • 04 marzo 2015 alle ore 11:03
    Saper vivere

    Come comincia: “Deve uscire?” chiedo al sig. Furio Aristide Landri che sembrava voler sostare l’auto all’inizio della rampa del garage, ostacolandomi nella solita manovra che facevo per uscire.
    “Tu devi imparare a guidare, come devi imparare a vivere” risponde il gentiluomo, risalendo in auto e spostandola, permettendomi così di recarmi al lavoro.
    Però il sig. Furio Aristide Landri aveva ragione.
    Io non so vivere.
    Come Salemme in “Cose da Pazzi” si dichara invalido a vivere in un mondo dove è finito l’ideale (badate bene: l’ideale, non la dura realtà) del comunismo e l’unico modo di vivere è la sopraffazione dell’altro, io non so vivere in un mondo di lestofanti, furfanti, ladri ed assassini.
    E, lo ammetto, non so neanche guidare. O meglio, non ho la pazienza di fare manovre e per me il parcheggio ideale è sempre quello a spina di pesce.
    Peccato però che il sig. Furio Aristide Landri abbia aspettato che io avessi 47 anni per dirmelo.
    Il sig. Furio Aristide Landri è germano di mio padre e credo sarebbe stato suo dovere di zio aiutarmi a crescere e migliorare per tempo. Magari senza danneggiarmi.
    Comunque ritengo che quando diventai vicina di casa del sig. Furio Aristide Landri, un po’ sapevo ancora comportarmi. O forse no, perchè ho permesso ad un sopruso di diventare un diritto.
    Così quando il sig. Furio Aristide Landri sosteneva con vigore che per pitturare due rampe di scale ci volevano 16 milioni (di lire) e l’ingegnere, mentre un altro vicino conosceva uno che avrebbe fatto il lavoro per un milione e mezzo, non profferii verbo. (Poi m’informai ed una ditta che avrebbe rilasciato regolare fattura allora chiedeva 3 milioni. Per la cronaca poi le scale furono pitturate 4 anni più tardi per 3000 euro sotto il controllo di mio marito.)
    Così non profferii verbo quando il sig. Furio Aristide Landri spiegò a mio beneficio che fino ad allora la rata condominiale era uguale per tutti e pari a 80000 lire. Con il passaggio all’euro il sig. Furio Aristide Landri proponeva di passare la quota a 50 euro. Intervenne il condomino che fungeva da amministratore: aveva calcolato che con 80000 lire al mese a fine anno rimaneva circa un milione, quindi 40 euro al mese dovevano bastare. Tutti assentirono, ma io, neo-arrivata, non dissi niente.
    Ancora non profferii verbo quando il sig. Furio Aristide Landri, ancora a mio beneficio, spiegò che la quota era uguale per tutti per comodità, ma a fine anno si faceva il conguaglio, dicendo ad uno ed all’altro quanto dovevano avere. Intervenne la moglie del vicino di prima, dicendo a mezza voce e con ironia: “Qui mi si dice sempre che devo avere, ma io non vedo mai niente”.
    Così non dissi niente quando il sig. Furio Aristide Landri c’informò che c'erano problemi d’infiltrazione d’acqua dal terrazzo e ci presentò un preventivo scritto con una Olivetti, molto comune negli anni '70 e '80, simile a quella che possedeva lui stesso.
    Senza profferire verbo, pagai le prime mie due rate di 200 euro e quando il vicino facente funzione di amministratore c’informò che la ditta aveva presentato la fattura (che non ho mai visto) pagai la mia ultima rata, senza sapere quando la ditta fosse venuta e cosa avesse fatto.
    Però quando tre mesi dopo chi abitava sotto il terrazzo si lamentò di nuovo d’infiltrazioni, mi permisi di chiedere: “Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”. Non ebbi risposta e per quell’anno non ne sentii più parlare.
    Comunque ammetto che due anni dopo, quando il sig. Furio Aristide Landri cominciò a disturbare con i suoi conticini mio marito che si era preso l’onere della gestione del condominio, commisi l’errore di iniziare ad innervorsirmi.
    C’erano problemi di salute in famiglia e mio marito ed io avevamo i nostri impegni. Uscivo di casa alle 7 per essere al lavoro alle 8, uscirne alle 14 per correre a Napoli dove frequentavo un corso universitario per rientrare in casa alle 20 ed il giorno dopo ricominciare.
    Poi mio marito cominciò anche lui a frequentare l’università a Napoli, così la sua vita divenne: mattina a scuola, correre a Salerno per accompagnare la madre bloccata dall’artrite in un centro di fisioterapia e scappare ai corsi a Napoli, rientrare, recuperare la madre e finalmente tornare a casa. Per ricominciare il giorno dopo.
    In tutto questo il sig. Furio Aristide Landri, pensionato dagli anni ’90 quando era sui 50 anni, ritenne bene di darci una mano iniziando a contestare i conti di mio marito, sempre dopo che l’assemblea all’unanimità, lui compreso, li avesse approvati. E così vedevo mio marito, cortese come sempre, fare le nottate anche per controllare i conti del sig. Furio Aristide Landri.
    Il sig. Furio Aristide Landri ritenne bene anche di disturbare mio padre per protestare che mio marito aveva ricordato ai vicini di pagare le loro rate mensili, rate che tra l’altro mio marito aveva anche diminuito rispetto alla precedente amministrazione.
    O di disturbare mio padre chiedendogli la sua opinione sui suoi conticini. Il risultato fu che, quando il sig. Furio Aristide Landri ricevette l’opinione di mio padre, mio padre mi telefonò agitato e preoccupato per la mia incolumità ingiungendomi di chiudermi in casa.
    Una vicina fatta accomodare nel soggiorno di casa mia, se ne uscì, senza provocazione alcuna: “Se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia qui sopra [il tavolo, n.d.r.] la prendo e la butto per terra!”. 
    Lo ammetto, cominciai a non sapermi più comportare. Nell’ultima riunione tenuta in casa mia, non seppi trattenermi dal mostrare ai signori che erano ospiti poco graditi.
    Ed i signori se la sono presa a male.
    Quando una vicina si prese l’onere della gestione del condominio (diventando il braccio esecutivo del sig. Furio Aristide Landri), ritenni che potevo agire come loro avevano agito con mio marito.
    E così, dimenticandomi che per la mia mentalità se qualcuno, magari un miliardario pezzente (prendo in prestito l’espressione dal romanzo “Non avevo capito niente” di Diego Da Silva), è felice nel derubarmi è un problema suo, non mio, smetto di saper vivere e commetto una grande corbelleria ed ingenuità: quando mi comunicano che hanno eseguito gli ennesimi lavori al terrazzo, chiedo di vedere la fattura.
    E chi sa vivere [se vasano, s’abbracciano e se magnano a’ città, qualcuno di voi ne sa niente?] si scatena.
    Mai dare l’impressione ad un cane, e soprattutto ad un cane idrofobo, di volergli levare l’osso.
    a) Ricevo un decreto ingiuntivo per 240 euro, basato su:

    Bollettino di ricevuta compilato dalla vicina amministratore;
    Verbale di assemblea successivo ai detti lavori;
    Riparto spese compilato da mio marito 2 anni prima per lavori eseguiti a quell’epoca.

    Pago e tre mesi dopo trovo un foglio dell’ufficiale giudiziario che mi avverte che sfonderà la mia porta di casa se la prossima volta non mi trova. Cos’era accaduto? Avevo pagato con vaglia quanto gentilmente richiesto alla gentile vicina amministratore. E la gentile vicina aveva creduto bene di trattenere l’intera somma senza informare il proprio avvocato.

    b) Tutti i vicini (siamo 5 in tutto) sposano l’abitudine del sig. Furio Aristide Landri di rivedere i bilanci dopo che li hanno approvati e mi sottraggono 139,90 euro di credito che mi spettavano a conguaglio, ripristinando l’abitudine rivelata dalla vicina anni prima: “Qui mi si dice sempre che devo avere, ma io non vedo mai niente”;

    c) Il sig. Furio Aristide Landri, nella sua abitudine di rivedere i conti da lui stessi approvati, cita mio marito perchè vuole qualcosa sui 58 euro. Noi vorremmo non farci coinvolgere da bassezze e meschinità, ma chiamato in causa, mio marito deve mettere l’avvocato e così entriamo nel sistema giudiziario che, per quanto visto finora, non fa altro che alimentare se stesso;

    d) Il sig. Furio Aristide Landri invia a mio padre ed altri parenti un foglio e lettera in cui s’insinua che mio marito abbia gestito 80000 euro senza averne mai dato conto;

    e) Un vicino mi dice:”Signora state attenta. Siete sul filo del rasoio”. L’avvocato di mio marito gli scrive una lettera dicendo che certi atteggiamenti ed espressioni non sono accettati.Risultato: un pomeriggio di agosto, quando il mio unico pensiero era di andare a mare dopo il lavoro, trovo la mia auto sporcata da una secchiata di acqua e fango. Mentre siamo intenti a pulirla, mio marito ed io veniamo aggrediti;

    f) Il sig. Furio Aristide Landri ci ripensa ancora e fa citare mio marito perchè vuole 461 euro, dimenticandosi che come consuetudine non pagava le rate condominiali e che mio marito accettava, per quieto vivere, di compensargliele per spese effettuate.
    La signora che funge da amministratore, a nome del condominio (e quando glielo hanno chiesto?), nella stessa citazione vuole indietro da mio marito circa 1400 euro che in parte erano la spettanza di mio marito quale amministratore per aver gestito lavori straordinari per l’importo di 80000 euro ed in parte l’ultima quota che mio marito ha già versato al commercialista che ha gestito le pratiche;

    g) arriva un amministratore professionista, conoscente di mio zio Giulio e di mio cugino Poldo. Per un po’ ricevo lettere con richieste che sembrano fotocopie delle richieste del sig. Furio Aristide Landri, tipo documenti che provino la proprietà del mio box nello scantinato (c'è ne uno per ogni appartamento);

    h) poi, guarda caso, ci sono ancora problemi d’infiltrazione dal terrazzo (e quando mi hanno chiesto così gentilmente 240 euro che hanno fatto?). Invece di farmi avere la relazione di un tecnico che comprovi lo stato dei luoghi e le soluzioni tecniche, ricevo la richiesta di versare 200 euro al mese in un fondo cassa in attesa che si stabilisca cosa fare e quando farlo;

    i) l’amministratore professionista dà le dimissioni. Ai primi di giugno del 2011 mi ritrovo nella stazione dei carabinieri con l’ing.Ferruccio Soldini ed un’altra vicina: il sig. Furio Aristide Landri ha citato l’amministratore professionista e siamo chiamati come testimoni. Entra prima l’ing.Soldini. Rimango nella sala d’attesa, seduta su una sedia appoggiata alla parete. La vicina si pone di fronte a me e comincia a dirmi che i soldi sul conto corrente condominiale (nel quale solo io avevo versato le mie quote mensili) sono i suoi. La seguo appena, poi ad un certo punto apro gli occhi: mi rendo conto di essere stata per non so quanto tempo con la testa reclinata all’indietro, gli occhi chiusi, a respirare con la bocca e con la mano destra sul cuore. Mi guardo intorno: la vicina non è più di fronte a me, ma seduta su un divanetto più in la, all’apparenza intenta a sfogliare una rivista, in realtà a guardarmi di sott’occhi a seguire speranzosa l’evoluzione del mio malore. Mi alzo ed esco dalla stanza. Con notevole ritardo rassicuro la vicina che con tanta solerzia mi ha soccorso o chiamato soccorso: pare che il mio malore sia stato dovuto a ernia iatale.

    Ed il terrazzo?
    Quando i signori mi hanno così gentilmente estorto 240 euro, nessuna ditta era venuta a levare i fogli di asfalto danneggiati e rimpiazzarli con nuovi. Qualcuno, non so chi, ha semplicemente spalmato un po’ di bitume sul terrazzo.
    Solo 5 anni dopo, a fine 2013, dopo che l'ultimo amministratore professionista ha dato le dimissioni, è venuta una ditta che ha levato i fogli di asfalto eventualmente danneggiati e li ha sostituiti con nuovi. L’ho saputo perchè ho sentito il rumore del cannello della fiamma ossidrica che saldava i nuovi fogli, ho visto le bombole di gas in cortile ed i fogli rimossi stazionare in cortile per lungo tempo, oltre che le macchie nere lasciate vicino alle pareti delle scale nel trasportare gli stessi fogli.

    E la situazione contabile?
    Dal 2009 si è ripristinata la situazione esistente prima che mio marito si assumesse l’onere di fare l’amministratore: nessuna trasparenza, a parte il fatto che io sono l’unica ad aver versato dal 2008 al 2012 tutte le proprie quote sul conto corrente condominiale. E gli altri? mistero assoluto. Conto condominiale che i nuovi amministratori non hanno praticamente toccato perchè inspiegabilmente non riuscivano a farsi passare la titolarità dal precedente amministratore. . 

    A fine 2013 l’ultimo amministratore professionista ha gettato la spugna ed ha dato le dimissioni.
    Così il grande condominio è tornato pienamente nelle mani del sig. Furio Aristide Landri e dei suoi amici. 

     

     
  • 23 gennaio 2015 alle ore 10:36
    Una grande famiglia

    Come comincia: 7 anni
    La bambina sta giocando da sola in giardino, sul retro della casa.
    Il cugino Poldo, il cugino “grande”, la chiama dalla porta dello sgabuzzino.
    - Vieni ad aiutarmi. Devo fare un nodo. -
    La bambina corre verso il cugino che le mostra il dito indice dal quale pende uno spago lentamente annodato.
    La bambina mette il dito sul nodo, mentre il cugino armeggia con l’altra mano per stringere il nodo. Il cugino forse indietreggia, perché la bambina si ritrova dentro lo sgabuzzino buio. Il cugino dice: - Adesso stringi! – La bambina stringe il pugno intorno allo spago ed al dito del cugino. Quando il nodo è fatto, il cugino dice: - Va bene, lascia.-
    La bambina lascia il dito e torna in giardino.
    C’è qualcosa che non le quadra. Mentre stringeva nel suo pugno il dito del cugino, aveva sentito le dita di entrambe le mani del cugino armeggiare con lo spago per fare il fiocco.
    Ma se lei stringeva il dito, come aveva fatto Poldo ad usare le dita di entrambe le mani per fare il nodo? Mah!
    La bambina si stringe nelle spalle e ritorna a giocare.
     
    Qualche giorno dopo la bambina sta di nuovo giocando in giardino.
    Il cugino Poldo la chiama dal balcone. “Ho un libro con le figure di tutti gli animali. Se sali te lo faccio vedere”. La bambina fa il giro della casa. Davanti al portone è seduta la mamma a parlare con zia Liliana. “Mamma, Poldo ha un libro con le figure degli animali. Posso salire a vederlo?” La mamma risponde con un secco: “No!”.
    La bambina si allontana chiedendosi cosa ci fosse che allarmasse tanto la mamma nell’andare a vedere un libro di animali. Torna sul retro del giardino. Dice al cugino Poldo affacciato al balcone: “Mamma ha detto che non posso venire”.
    E riprende a giocare.

    8 anni
    Quel dolce era veramente buono. Tutte le compagne di classe avevano voluto la ricetta.
    Anche la bambina trascrisse la ricetta, ma la bambina pensava a qualcosa di più che proporlo alla mamma per farlo a casa nei giorni di festa.
     
    La bambina pensava che quel dolce avrebbe potuto essere prodotto e venduto su larga scala come le merendine che la mamma ogni tanto le comprava.
    Doveva scoprire come modificare la ricetta in modo che il dolce potesse conservarsi a lungo confenzionato in bustine separate.
    La bambina riteneva che avrebbe potuto essere un grande successo.
     
    La bambina cominciò anche a pensare agli aspetti pratici della produzione e della vendita. Avrebbero dovuto cominciare con una produzione limitata, utilizzando la cucina di casa come laboratorio. Un cavalletto con un asse posto davanti alla porta della cucina, che per fortuna dava proprio sulla porta d’ingresso, sarebbe stato il banco di vendita.
    Se le cose fossero andate bene, si sarebbe potuto pensare ad ingrandirsi ed a realizzare un fabbrica vera e propria e vendere all’ingrosso ai negozi.
     
    La bambina aveva bisogno dell’aiuto di una persona adulta che potesse aiutarla a realizzare il progetto.
    Naturalmente i primi a cui chiedere aiuto erano i genitori.
    Ma come esporre la cosa in modo da ottenere il loro consenso ed aiuto?
    La bambina immaginava già le loro risposte:"Ma che stupidaggini vai pensando? Non è possibile. Non si può fare."
     
    Va bene, se non mamma e papà, allora a chi rivolgersi? La bambina pensò al secondo adulto a cui poteva rivolgersi in ordine gerarchico: zio Giulio.
     
    La bambina sapeva già cosa sarebbe successo se avesse raccontato la propria idea a zio Giulio e questi l’avesse considerato buona: l’avrebbe realizzata da solo, negando che era stata lei a fornirgli l’idea.
    Chi le avrebbe creduto?
     
      Va bene, scartiamo zio Giulio. Chi rimane? Zio Furio.
    La bambina immaginava cosa avrebbe fatto zio Furio. Invece di dividere i guadagni a metà, avrebbe tenuto per sé la maggior parte, dando a lei una minima parte, millantando che fosse la metà esatta.
     
    Scartiamo anche zio Furio. Rimaneva zio Alfredo.
    Ma zio Alfredo viveva lontano. Come contattarlo e realizzare l’impresa a quella distanza?
     
     Rimaneva zia Liliana, ultima della nidiata. Ma zia Liliana era piccola e non lavorava. Come poteva aiutarla?
     
    E così, con questi dubbi, l’idea rimase non espressa e non realizzata.
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     Una bambina di 8 anni ha già delle opinioni così nette sugli adulti?
    Da dove venivano quelle opinioni?
     Il suo giudizio doveva essere viziato da ciò che aveva ascoltato.
    Gli adulti tendono a parlare in presenza dei bambini. Ritengono che i bambini non ascoltino o non capiscano.
     Gli adulti dovrebbero fare attenzione a ciò che dicono in presenza dei bambini.
    I bambini ascoltano e capiscono.
    O capiscono in maniera falsata.
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    12 anni
     "Non capisco perché devi pagare sempre tu!".
     La ragazzina alzò leggermente il capo dal libro e sospirò. Non era la prima volta che sentiva quel discorso.
    Era la mamma che parlava col papà.
     Per quanto poteva saperne, la mamma si riferiva a qualche spesa per la palazzina di famiglia, da cui si erano trasferiti da qualche anno e dove vivevano ancora gli zii Giulio, Furio e Liliana.
     La palazzina aveva bisogno di continui lavori.
     La ragazzina pensò che probabilmente papà si stesse sobbarcato da solo qualche spesa per la palazzina di famiglia. O, almeno, che stesse pagando anche parte delle quote che spettavano ai suoi fratelli.
     La ragazzina era orgogliosa del proprio papà!
    Era fiera che nella propria famiglia non vi fosse l’attaccamento al denaro come nelle famiglie di zio Giulio e zio Furio.
     Certo non era bello che zio Giulio e zio Furio se ne approfittassero.
    Come se ne avessero bisogno poi!
    E come se il loro fratello maggiore non avesse figli propri a cui provvedere!
    Però a volte la ragazzina pensava che il papà volesse più bene ai suoi fratelli che ai suoi figli. In fondo papà conosceva ed amava i suoi fratelli da tanti anni.
    Loro erano venuti dopo.
     La ragazzina sapeva come la pensava il papà: una volta assicurato loro il vitto, l’alloggio e la possibilità di studiare, non occorreva altro. Altrimenti si cominciava ad “avere grilli per la testa”.
     La ragazzina condivideva che una volta assicurato loro il necessario, papà dei suoi soldi aveva il diritto di farne quello che voleva.
     

    14 anni
     La ragazzina sta leggendo un libro per l’educazione degli adolescenti.
    Si ferma e ripone il libro.
    Il libro è scritto molto bene.
    Le viene in mente quel vecchio episodio con Poldo.
    Adesso sa cosa stringeva quando il cugino Poldo aveva bisogno di aiuto per fare un nodo intorno al dito.
    La ragazzina è ferita per essere stata ingannata. Però, pensa, Poldo allora era solo uno sciocco adolescente spinto dalle pulsioni dell’età e dalla scoperta di sé.
    Adesso sarà maturato. Magari è pentito e si vergogna pure per quello che ha fatto.
    La ragazzina decide di perdonarlo.
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    25 anni dopo. Perché l’ex-ragazzina è inquieta e pensa che dovrebbe dire ad Andreina di stare attenta quando lascia la bambina sola col padre? Ma quali assurdità va pensando?
    30 anni dopo. L’ex-ragazzina sente la mamma dire: “Poldo è lo stesso di quando aveva sei anni: getta il sasso e nasconde la mano!”
    40 anni dopo. Dei ragazzini di sedici anni dicono all'ex-ex-ragazzina: “Signora! E non lo sapete che chi nasce tondo non può morire quadro?”
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    21 anni
    Viene a mancare la madre di zia Susanna, moglie dello zio Furio.
    Si recano al cimitero.
    La salma è tumulata nella cappella Landri.
    Nella cappella è già tumulata la salma del padre della zia Susanna.
    Il fratello di zia Susanna ha un caseificio. Ha anche vinto l’appalto per la fornitura alla mensa dell’università del capoluogo.
    La sorella di zia Susanna ha sposato il titolare di una delle prime rivendite di elettrodomestici in B.
    Quando era una ragazzina, l’ex-ragazzina aveva spesso sentito la presidente dell’Azione Cattolica locale dire: “A B. ci sono famiglie che tengono i miliardi, ma non hanno pensato a farsi una cappelletta al cimitero”.
    La ragazzina non aveva mai replicato, ma aveva sempre considerato quel pensiero poco caritatevole.
    Adesso, suo malgrado, le torna in mente
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    25 anni dopo. Il papà dell’ex-ragazzina fa: “Quella cappella l’abbiamo fatta fare solo Giulio ed io.
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    24 anni
     Al telefono è zia Liliana. È sconvolta. Vuole parlare con il fratello maggiore, il papà dell’ex-ragazzina.
     Una volta chiusa la telefonata, il papà della ex-ragazzina telefona al fratello Furio. Durante la conversazione, l’ex-ragazzina vede la madre afferrare la cornetta del telefono ed urlarvi dentro:<<Fai schifo!!!>>. 
     Non chiedete conferme alla madre dell’ex-ragazzina, vi dirà che non ricorda.
     La sera dopo, il fratello minore dell’ex-ragazzina racconta che ha incontrato Lorina, figlia minore di Furio, che gli ha detto:<<Hai sentito che belle parole si sono scambiate ieri i nostri genitori?>>.
     Cosa era successo?
    Zia Liliana e zio Furio avevano delle proprietà a S. ereditate dalla madre.
    Quello che l’ex-ragazzina riuscì a capire ed a sapere fu che zia Liliana aveva fatto dei lavori nella sua parte di proprietà ed il fratello Furio l’aveva denunciata.
    Forse la zia aveva fatto i lavori senza comunicazione al Comune?
     Mesi dopo la madre dell’ex-ragazzina le dice che zio Furio era riuscito a ‘spillare’ dieci milioni alla sorella.
    ‘E perché’ – si chiede l’ex-ragazzina – ‘come risarcimento per l’aumentato valore della proprietà della sorella?’
     La madre dell’ex-ragazzina le dice anche che lo zio Furio aveva diviso in parti uguali la cifra che aveva ottenuto dalla sorella e li aveva versati su due libretti che aveva intestato ai due figli della sorella, affermando che lui ce l’aveva con il cugino e non aveva potuto fare a meno di coinvolgere la sorella.
    Sarà. Per l’ex-ragazzina quello che aveva fatto lo “zio” Furio rimane inqualificabile.
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     20 anni dopo.
    Lo zio Edmondo, marito di zia Liliana, spiega all’ex-ragazzina che Furio aveva citato la sorella per i presunti danni arrecati alla palazzina con i lavori.
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    31 anni
    Erano sedute sotto la pergola della casa al mare di zio Giulio.
    Lo zio Giulio esce di casa, si ferma un instante e fa all’ex-ragazzina:"Li guadagni adesso 3 milioni al mese dove lavori?".
    La figlia dello zio Giulio fa uno sguardo mezzo esasperato e mezzo finto divertito e sbuffa con tono di rimprovero:"Papà?!?".
    L’ex-ragazzina guarda lo zio Giulio e non risponde.

    32 anni
     L’ex-ragazzina sta suonando il pianoforte, quando la raggiunge zia Liliana.
     Zio Edmondo (il marito della zia Liliana) aveva intenzione di costruire una casa su un terreno che aveva a Br.
    Erano in attesa dei permessi.
    Nel frattempo avevano deciso di vendere l’appartamento nella vecchia palazzina di famiglia.
    Avevano l’occasione di una buona sistemazione in affitto a Br.
    L’ex-ragazzina le consiglia:"Zia Liliana, non vendere. Affittala. Quando poi avrete i permessi per costruire, se ne avrete bisogno, la venderete".
    La risposta di zia Liliana è decisa: "No. Voglio chiudere".
    Segue la spiegazione.
    Furio le rende la vita impossibile.
    Appena qualcosa non funzionava nel condominio, Furio si metteva a sbraitare per le scale o nel cortile condominiale contro zio Edmondo.
    Una delle cause più frequenti era il cancello automatico di accesso al cortile che era sempre rotto e Furio ne dava la colpa ad Edmondo.
    La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato proprio il cancello.
    Zia Liliana era in casa quando sentì un’ennesima volta Furio fare una chiassata all’aperto, praticamente sulla strada, urlando contro Edmondo, che non era in casa, perché il cancello non funzionava.
    Zia Liliana raccontò:"Non ci vidi più. Mi ero lavata i capelli, stavo con i bigodini in testa. Uscii come mi trovavo, in vestaglia, con le pantofole e con i bigodini. Mi fermai di fronte a lui e dissi:”Io vendo”".
    Oltretutto Furio stava sempre a fare questioni su qualsiasi cosa.
    Zia Liliana continua a raccontare. "Una volta lo vedo presentarsi a casa mia e dire:"Devo sapere quello che è mio!". Hai presente il vaso che tengo nell’ingresso? Lo afferrai e gli risposi:"Se non te ne vai, te lo tiro addosso". Quello uscì e per le scale fece la solita scena di sentirsi male, bussando alla casa di Giulio lamentandosi:"Mi ha cacciato fuori!".
     
    L’ex-ragazzina collega l’esasperazione della zia Liliana alla mascalzonata che lo zio Furio le aveva fatto per le proprietà che tenevano a S. 
    Non insistette oltre.
    All’ex-ragazzina dispiacque quando seppe che la zia Liliana aveva trovato un compratore, ma, rifletté, forse l’unica soluzione era veramente che in quella palazzina entrasse un estraneo.
    L’ex-ragazzina conosceva i problemi di umidità dell’appartamento di zia Liliana. Era l’unico appartamento che poggiava direttamente sul terreno.
    Da anni parlavano di lavori per individuare e risolvere quel problema.
    Parlavano e non facevano mai niente.
    L’ex-ragazzina imputava i ritardi di quei lavori alla tirchieria di zio Giulio ed alla cattiveria di zio Furio.
    Un estraneo avrebbe preteso che i lavori venissero svolti e quei signori forse si sarebbero vergognati di svelare quelli che erano di fronte ad un estraneo.
     
    33 anni
    Sembra che l’ex-ragazzina avesse avuto ragione. Una volta subentrato il nuovo proprietario nell’appartamento di zia Liliana, i lavori per risolvere i problemi di risalita dell’acqua nelle pareti erano iniziati.
    Pareva proprio che i suoi zii ci tenessero a sembrare delle persone per bene di fronte ad un estraneo.
    Il direttore dei lavori era l’ing.Carmelo Landri, secondogenito del sig.Giulio.
    L’ex-ragazzina incontra Ferruccio Soldini che ha comprato l’appartamento di zia Liliana. Le fa: “Tuo padre ha detto che il suo appartamento se lo vende proprio. Ah, ah!”
    E così l'ex-ragazzina dimenticò tutto.
    Dimenticando che aveva detto a Pino: "Papà vuole che vada a vivere in via V., ma se lo può scordare. Non andrò a vivere lì per far passare ai miei figli quello che ho passato io da piccola", decide di assecondare il desiderio che il padre aveva espresso già da dieci anni: voleva che l’ex-ragazzina andasse a vivere e si prendesse cura della casa nella vecchia palazzina di famiglia.
    Il fidanzato non è d’accordo. Le sue resistenze hanno un cedimento quando vede lo stato di abbandono dell’appartamento. Non riesce a tollerare che una casa venga fatta deperire in quel modo!
    L’ex-ragazzina, pensando all’esperienza della zia Liliana, ha ancora dei dubbi: “Pensiamoci bene. Se mettiamo a posto la casa, dobbiamo fare tutto in regola. Quello per niente ci denuncia!".
    Quello sarebbe lo zio Furio.
     
    35 anni
    L’ex-ragazzina alla fine ha deciso di sposarsi.
    Dice alla mamma: - Guarda che non voglio zio Giulio al mio matrimonio.-
    La madre non replica nulla. Non c’è bisogno di spiegazioni.
    L’ex-ragazzina continua: - E, visto che ci troviamo, diciamo che a me direttamente non ha fatto niente, ma per quello che ha fatto a zia Liliana non voglio nemmeno zio Furio. –
    Qui la mamma insorge: - Ma come! So che Liliana e Furio si parlano, si frequentano e tu fai problemi? –
    - Mamma, quello che zio Furio ha fatto a zia Liliana è come se lo avesse fatto a tutti noi. E poi è anche colpa sua se quella casa è andata in mano ad estranei.
     Poi, visto che ci troviamo, non voglio nemmeno Poldo. Per quella volta che si è unito al paparino nel prenderti in giro riguardo all’‘amica’ di Giulfurio[1]. –
    La mamma sbuffa: - Quello! È come il padre. Sempre pronti a farsi belli a chiacchiere ed a sparlare degli altri! L’unico in quella famiglia che si salva è Carmelo!–
    - Facciamo così – continua l’ex-ragazzina – Sono sicura che mi dici  “O tutti o nessuno”. Oltre la famiglia stretta, invito solo gli amici, al massimo invito Giulietta e Dorina[2]  che hanno fatto parte del gruppo di amici. -
    Alla fine, vince la tradizione.
    La madre del futuro sposo vuole invitare i parenti e l’ex-ragazzina, nello spirito del perdono cristiano e della commozione per l’imminente matrimonio, lascia che le cose vadano secondo i canoni. L’unico dispiacere è che per il ritardo della decisione non riesce ad invitare i cugini della madre. Spera di potersi rifare con il battesimo.
    La madre del futuro sposo conosce lo zio Furio la sera di Natale, dieci giorni prima del matrimonio.
    Furio si è recato con la moglie a fare gli auguri al padre dell’ex-ragazzina, come consuetudine. E coglie l’occasione per comunicare alla futura suocera dell’ex-ragazzina:<<Noi lì mica lasceremo così. Faremo i lavori!>>.
    Successivamente il fidanzato riferì all’ex-ragazzina che sua madre aveva commentato: <<Ma quelli aspettano che andate voi lì per fare i lavori?>>.
     

     
     
     
    [1] Giulfurio è il fratello maggiore dell’ex-ragazzina
    [2] Cugine coetanee dell’ex-ragazzina, la prima figlia di Giulio, la seconda figlia di Furio.

     

     
  • 23 gennaio 2015 alle ore 10:17
    Non date le perle ai porci

    Come comincia: Cari amici ANAKI[1],
    mi è venuta gana (ho letto un racconto di Camilleri su Montalbano di recente) di raccontarvi come mai, pur non dovendo fare l’amministratore di condominio di professione, mi saltò in mente di seguire il corso ANAKI: sentivo l’esigenza di capirne un po’ di più.
    Nel 2002 non sapevo nemmeno che un amministratore fosse tenuto a presentare un rendiconto della sua amministrazione.
    Andavo a vivere in una palazzina a conduzione quasi familiare e figuratevi se mi ponevo il problema.
    A fine anno l’amministratore ufficiale, il vicino di casa Poldo Landri, mi presentò un “foglio contabile”, che io nemmeno mi aspettavo, in cui erano riassunte le quote che avevo versato, le quote spese di mia competenza ed il mio bilancio, cioè se fossi a credito o in debito. Fu mìo marito a spiegarmi che quello non era un vero bilancio, che un bilancio doveva contenere le informazioni su tutti i condomini e lo stato patrimoniale di tutto il condominio.
    Comunque mio marito andò alla riunione ed, a quanto mi è stato riferito, chiese: “Quanto c’è in cassa?”, domanda da vero maleducato e malfidente, o no? Comunque pare che poco dopo, Furio Landri e Poldo Landri lo insultassero e cacciassero fuori dalla riunione. A quell’epoca non si tenevano verbali delle riunioni e di ciò non c’è traccia. Poco dopo sentii squillare alla porta. Il vicino Ferruccio Soldini aveva accompagnato Poldo affinché si scusasse. Mio marito fece entrare Poldo e gli offrì un liquore.
    Nel 2004 diventa amministratore di turno mio marito. A fine anno presenta un bilancio per cassa (non per competenza come mi pare preferiate voi amministratori ANAKI) completo dei dati di tutti i condomini. Il bilancio è approvato. Ah, da fine 2003 si cominciarono a scrivere i verbali delle riunioni.
    Quel condominio era stato sempre caratterizzato dal fatto che pur, essendo l’amministratore ufficiale un altro, Furio in pratica si occupava di tutto.
    Mio marito non aveva bisogno del suo aiuto, ma Furio non se ne dava punto e continuava ad appropriarsi delle bollette del condominio e pagarle e continuava a tenere i contatti con la donna delle pulizie ed il giardiniere. Ricordo che nel 2004 si presentò a mio marito e gli chiese di compensare le sue rate ordinarie, che non aveva mai versato, con quelle spese . Per quieto vivere, mio marito gli compilò una bolletta di ricevuta per 200 euro. Anni dopo ho realizzato l’imprudenza di mio marito di non scrivere sulla bolletta “per compensazione spese”. La cosa si ripete nel 2005 e mio marito gli compilò una bolletta di ricevuta per 260 euro. La cosa non si ripeté nel 2006. Per il semplice fatto che mio marito scrisse esplicitamente sul bilancio approvato che, a seguito dell’approvazione dell’assemblea, al sig. Furio Landri veniva riconosciuto il versamento di 720 euro come compensazione di spese effettuate. 
    Un’altra cosa che ha caratterizzato l’amministrazione di mio marito è che, dopo l’approvazione del bilancio 2004 all’unanimità e tutti i condomini presenti, Furio cominciò a contestare i conti e pretendere dei rimborsi presentando i suoi prospetti contabili. Mio marito, con estrema pazienza, controllava sempre, ma è sempre costretto a dirgli che non trova alcun riscontro. Nel 2006 Furio la smette con la richiesta che aveva presentato con insistenza per tutto il 2005, e, sempre dopo che l’assemblea aveva approvato anche il bilancio 2005, presenta nuovi conti e nuovi prospetti contabili. 
    Alla fine della giostra, alla riunione di approvazione del bilancio 2006, Furio si limita a contestare un addebito di 198 euro (circa), dice che riconosce un addebito solo di 33 euro ma i rimanenti 165 non li paga. Per mettere a tacitare la cosa, l’assemblea approva che i rimanenti 165 euro vengano ripartiti in parti uguali tra tutti i 5 condomini. Ed amen.
    Ma non finisce qui. Mio marito deve consegnare tutta la documentazone e la contabilità dei lavori straordinari al nuovo amministratore, ufficialmente la vicina Gina Pistoia. Ma noooo, gli dicono. Tu già sai tutto inoltre conosci il commercialista e già vai a Salerno. Per favore, finisci di vedertela tu e poi ci fai sapere. Per Gina sarebbe troppo complicato. Dai a Gina solo le carte che le servono per concludere la gestione ordinaria del 2007 e grazie. Siamo parenti, siamo tra di noi, che bisogno c’è delle formalità?
    Tre mesi dopo ricevo un verbale di assemblea (commisi l’errore di non andare alla riunione, non le sopportavo più) in cui i miei vicini dichiarano “sospeso” il bilancio consuntivo che avevano approvato all’unanimità (tutti presenti) tre mesi prima. Inoltre si lamentano con veemenza del ritardo della consegna della contabilità dei lavori  straordinari. Ma non basta, al verbale è allegata una “relazione” che è un agglomerato di insulti, calunnie ed illazioni su me e mio marito.
    Ma non finisce qui. Sei mesi dopo,marzo 2008, mio marito riceve una citazione.
    Furio ci ha ripensato, adesso riconosce che doveva pagare 198 euro in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali mensili, però aveva versato al giardiniere (mi pare, non ho le carte davanti e mi rompo di guardarle per l’ennesima volta) 216 euro e vuole i 18 euro di differenza. In più vuole indietro la sua quota parte dei 198 euro (sì dice 198, non 165) che avevano diviso in parti uguali tra i condomini. In tutto porta mio marito in tribunale per chiedergli circa 58 euro.
    Ma non finisce qui. Dal 2004 al 2007, mio marito si era occupato di lavori straordinari di manutenzione che aspettavano da almeno vent’anni e tra intoppi, sorprese e richieste di lavori privati da parte dei condomini, la spesa totale era arrivata ad 80000 euro (la mia parte è stata di circa 16000). 
    Il 5 aprile 2008, sabato, mio padre riceve una lettera in cui si insinua che mio marito abbia rubato 80000 euro e che abbia amministrato questi soldi senza mai mostrare un documento. La lettera è firmata da tutti i condomini.
    Probabilmente i signori ritengono che gli operai che hanno visto lavorare per tre anni e le impalcature fossero gratis.
    Io sì che quando c’erano stati lavori negli anni precedenti non solo non avevo visto una carta, ma non avevo visto nemmeno gli operai.
    Mio marito invece aveva fornito:
    • Copia computi metrici estimativi dei lavori;
    • copia verbale del 16/04/04;
    • copia convenzione d'incarico col direttore dei lavori;
    • copia disciplinare di incarico delle ditte;
    • copia documenti trasmissione centro Pescara;
    • copia DIA;
    • copia contratto ditta esecutrice;
    • copia n. 3 computi metrici del direttore lavori al 25/11/04;
    • copia riparto preventivo lavori al 25/11/04;
    • copia verbale del 26/11/04;
    • certificazioni e riparti detrazione IRPEF;
    • riparti consuntivi al 07/09/05;
    • riparto quote consuntivo al 28/09/05;
    • relazione dell'amministratore al 29/09/05;
    • prospetto lavori urgenti;
    • copia scheda di richiesta dei lavori di completamento;
    • copia richiesta capitoli di spesa dei lavori dall’amministratore al direttore dei lavori;
    • riparto consuntivo lavori scala al 06/02/06;
    • andamento cassa lavori al 21/02/06.
    In più Furio aveva chiesto e ricevuto:
    • copia dell'offerta ditta esecutrice lavori;
    • copia contabilità del direttore dei lavori;
    • copia fatture emesse dalla ditta esecutrice lavori;
    • altre 56 (scrivo cinquantasei) fotocopie, tra cui tutti gli estratti conto del conto corrente condominiale e copie dei bonifici.
    Ma la storia non finisce qui. 
    Settembre 2008, mio marito riceve un’altra citazione. Questa volta è Gina che cita mio marito perché Furio aveva pagato bollette Enel o non so che altro (mi rompo di guardare le carte e vado a memoria) e non era stato rimborsato. Pare che Furio abbia dimenticato di informare l’amica Gina che per “consolidata consuetudine” non versava le sue quote mensili e chiedono 461 euro, guarda caso proprio quasi pari alla somma delle due bollette (200 e 260 euro) che mio marito rilasciò a Furio per compensazione delle spese sostenute. In più chiedono altri 1400 euro (più o meno) che mio marito avrebbe gestito per concludere le pratiche dei lavori straordinari senza averne titolo. [Ricordate? Per favore, finisci di vedertela tu e poi ci fai sapere. Per Gina sarebbe troppo complicato.]. Inoltre affermano che mio marito avrebbe causato “gravi danni”.

    Ed il corso ANAKI? Nel 2009 arriva un amministratore esterno, un amministratore ANABBI[1]. Comincio a ricevere richieste che sembrano fotocopia delle richieste che era solito fare Furio.
    Beh, visto che l’avvocato a cui si era rivolto mio marito mi era sembrato un po’ confuso, decido di apprendere qualcosa di più per vedermela da sola.
    Dopo l’ennesima delibera che non mi piace (avrei dovuto versare 250 euro al mese, sì così magari mantenevo da sola tutto il condominio), riprendo ad andare alle riunioni, proprio nel periodo in cui inizio il corso ANAKI ed il corso mi è di aiuto nell’intervenire propriamente nelle riunioni.

    E questo è quanto.
     
    [1] Nome di fantasia per un’associazione di amministratori di condominio

     
  • 25 agosto 2014 alle ore 14:03
    Il Parente di Famiglia

    Come comincia: Il Parente di Famiglia nasce nell’agosto del 1940, in seconde nozze, quarto dopo tre fratelli di prime nozze. Non sappiamo come abbia trascorso i primi di anni d’infanzia caratterizzati dalla guerra. Sappiamo solo che suo fratello maggiore sfollò a Campagna (SA) e si trovò sotto le macerie dell’unico bombardamento inglese andato a  buon fine (si fa per dire) su Campagna, uscendone fortunatamente abbastanza illeso. Ma del parente di famiglia non sappiamo nulla. Le prime notizie che abbiamo su di lui risalgono al ’51, alla nascita della sua sorellina. Pare che il padre  gli abbia sottolineato il lieto evento con le parole: “E’ nata colei con cui devi dividere le proprietà di tua madre”. Non sappiamo se queste parole furono quelle determinanti per la sua psiche o vennero solo a sigillare un modo di essere già in atto.
    Ad ogni modo il ragazzo cresce, si diploma ragioniere ed entra in banca.
    Il padre ha costruito una casa di due piani per la famiglia. Vi aggiunge un’ala per ricavare due appartamentini per i figli maggiori già sposi. Il padre provvede alla struttura. I due figli provvedono da soli alle rifiniture ed ai pezzi d’opera. Il maggiore si stabilisce in quello al pian terreno. “Perché mio padre mi vuole vicino” è la versione ufficiale. “Perché doveva correre a separare il padre ed il fratello quando si afferravano” è la versione della moglie.
    Alla fine la casa viene divisa in quattro appartamenti. Per il Parente di Famiglia, il padre aveva stabilito che gli venisse acquistato un appartamento fuori di lì. "Altrimenti questo vi farà vedere i sorci verdi", dice. Invece i fratelli costruiscono un ampio appartamento sopra l’ala nuova e parte di quella vecchia. L’operazione è completamente priva di costo per il Parente di Famiglia. Non sappiamo se questo o altro sia stato l’evento che gli abbia inculcato in testa che i fratelli avessero l’obbligo di mantenergli la casa vita natural  durante.
    Anni dopo il Parente di Famiglia si lamenta d’infiltrazioni dal soffitto ed, ancora senza costi per lui, gli viene costruito un bel tetto sulla testa.
    Diventa grande amico di un ragioniere commercialista con cui divide informazioni su investimenti. Fatti suoi. Gli piace anche dare soldi in prestito. Credo anche questo fatti suoi, purché gli interessi non superino il tasso d’usura. 
    Intanto il fratello maggiore si è trasferito altrove.
    Gli anni passano. Anche la sorellina si sposa. Riceve spesso la visita del fratello che le dice: “Io devo sapere quello che è mio”. 
    Intanto la manutenzione della palazzina lascia a desiderare. La sorella che abita a pianterreno ha infiltrazioni di umido dal terreno. Occorre fare i lavori, ma non si fanno. Si attende sempre che provveda il fratello maggiore.
     Anche il secondo fratello lascia la casa ed il Parente di Famiglia prende in mano la gestione spicciola della palazzina.
    Comiciano a staccarsi pezzi d'intonaco, ma non si fa niente.

    L’affettuoso Parente di Famiglia esterna il suo affetto, il suo rispetto e la sua gratitudine per il fratello maggiore, da cui tante attenzioni ha ricevuto, facendogli visita a Natale presentandosi con un panettone.
    Intanto la sorella esegue dei lavori nelle proprietà che ha ricevuto dalla madre. L’affettuoso Parente di Famglia le fa causa per danni spillandole dieci milioni (delle vecchie lire). Non sappiamo se fosse già sua intenzione o una levata di scudi dei fratelli l’abbia indotto a tornare almeno parzialmente sui suoi passi, fatto sta che restituisce quei soldi alla sorella facendo due buoni di cinque milioni ciascuno ai due figli della sorella. Però continua a trattare male il marito della sorella e dà in escandescenze e gli imputa la colpa ogni volta che il cancello della palazzina si rompe. Cancello che si rompe spesso ed aggiustato da una ditta di fiducia del Parente di Famiglia.
    A 52 anni il Parente di Famiglia va in pensione ed ha più tempo per dedicarsi alle sue attività preferite.
    Si realizza l'impianto di messa a terra nelle scale, in contemporanea il Parente di Famiglia si ristruttura e rinnova l'impianto elettrico a casa sua. 
    Anche la sorella lascia la palazzina ed entra un nuovo proprietario. Si fanno i lavori per l'umido dal terreno. Direttore dei lavori un nipote del Parente di Famiglia.
    La figlia del  fratello maggiore va a vivere nella palazzina.
    Il Parente di Famiglia presenta un preventivo per infiltrazioni d'acqua dal terrazzo scritto con una Olivetti uguale alla propria. La nipote non sa quando, se e cosa sia stato fatto. Paga solo le quote richieste. Pochi mesi dopo chi abita sotto il terrazzo, amica del Parente di Famiglia,  si lamenta di nuovo di infiltrazioni. “Ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”, chiede la nipote del Parente di Famiglia. Non riceve risposta e per un po’ non ne sente più parlare.
    Il fratello maggiore deve fare delle terapie. Il Parente di Famiglia, sempre sollecito e premuroso, insiste per essere lui ad accompagnarlo.
    Un anno dopo è il marito della nipote del Parente di Famiglia a svolgere il ruolo di amministratore del condominio. Il Parente di Famiglia non versa mai le sue quote. Continua ad effettuare, non richiesto, spese per il condominio e chiede che le sue quote gli siano compensate per le spese sostenute. Non contento contesta sempre i conti del nipote.
    Il nipote deve anche occuparsi dei calcinacci che cadono da vent'anni, delle pluviali non immesse in fogna, dei danni vecchi che escono fuori, della pitturazione della scale che attende dal tempo in cui fu messo mano all'impianto elettrico, etc. etc.
    Il Parente di Famiglia che quando faceva l’amministratore-ombra non tollerava domande, altrimenti erano urla, e non mostrava mai fatture, contesta in continuazione i conti del nipote e chiede di avere (ed ottiene)  le copie di tutte le fatture e ricevute.
    Quando il nipote dà le dimissioni, il Parente di Famiglia contesta ancora i suoi conti e si rifiuta di pagare quanto richiesto: 198 euro. Riconosce solo un debito di 33 euro. Per tacitarlo, l’assemblea accetta la sua proposta: dividere i 165 euro rimanenti in parti uguali.
    Pochi mesi dopo il Parente di Famiglia cambia idea e manda una citazione al nipote: adesso riconosce che doveva pagare 198 euro, in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali, però, attesta, ha pagato di sua iniziativa 216 euro al giardiniere quindi cita il nipote perché gli versi i 18 euro di differenza. La citazione viene da un avvocato genero dell’amico ragioniere commercialista.
    Il nipote si era già rivolto ad un avvocato. L’avvocato dice che è sua abitudine ispezionare i luoghi per rendersi conto della situazione. Quello che vede è di suo gusto.
    Il Parente di Famiglia torna a fare l'amministratore-ombra.
    Sottrae 140 euro alla nipote nel bilancio ordinario e le fa avere un decreto ingiuntivo per 240 euro senza alcun documento valido a sostegno.
    La nipote paga. Tre mesi dopo l'ufficiale giudiziario minaccia di sfondarle la porta di casa, come se non avesse pagato. La nipote apre gli occhi. Lo zio agisce da "Amico di Famiglia": vuole mangiarle l'appartamento. 
    Il Parente di Famiglia scrive una lettera di calunnie contro il nipote accusandolo in pratica di aver rubato 80.000 euro (evidentemente gli operai che hanno  installato impalcature e lavorato per tre anni lo hanno fatto gratis). Invia copia della lettera anche ai parenti. Invia la lettera anche all’avvocato del nipote che gli fa presentare denuncia per calunnia.
    Si sposa la figlia del Parente di Famiglia. Il Parente di Famiglia cerca di far avere un biglietto alla nipote dicendo che dovevano tornare ad essere una famiglia, etc. etc. Ma non interpreta il suo ruolo di colomba che reca il ramoscello d’ulivo con il ritiro della citazione in cui chiede 18 euro. Non si presenta con una lettera di scuse. La nipote lo ignora.
    La figlia del Parente di Famiglia si sposa, godendo per lo scenario delle sue foto della palazzina rimessa a nuovo grazie al lavoro di amministratore del cugino acquisito. Come previsto, il giorno dopo il matrimonio il nipote acquisito del Parente di Famiglia riceve la lettera raccomandata di un altro avvocato che chiede i documenti che il Parente di Famiglia ha già in copia.
    Questo nuovo avvocato ha il papà anch’egli ragioniere commercialista. Poco dopo il nipote del Parente di Famiglia riceve un’altra citazione. L’avvocato con il papà ragioniere commercialista, evidentemente ignorando che come “consolidata consuetudine” il Parente di Famiglia non versava le sue quote condominiali, chiede 460 euro di rimborso.
    In più, senza portare alcun documento o prova, afferma che il nipote ha causato “grave danno”.
    Passano gli anni. Il Parente di Famiglia si avvicina di nuovo al nipote tentando l’approccio: lasciamo stare il passato, mettiamoci una pietra sopra. Non si sa a quale scopo o, meglio sì: si diverte di più nel lanciare le sue staffilettate quando l’altro ha abbassato la guardia oppure ogni tanto ha bisogno di rifarsi la facciata di "persona per bene" affezionato alla famiglia.
    Intanto continua a non versare le sue quote, ma a pagare di sua iniziativa le bollette del condominio chiedendo il rimborso o la compensazione e fa scappare tutti gli amministratori esterni che si sono succeduti nel tentativo di gestione del condominio. 
     
    L’avvocato del nipote, che aveva trovato la casa di suo gusto, lascia cadere nell’oblio la citazione in cui il Parente di Famiglia  riconosce che come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali e lascia andare avanti la seconda. Lascia cadere la richiesta di danni, tanto cara e divertente per il Parente di Famiglia. Non c’è consistenza. L’affare è altrove.

     
  • 26 dicembre 2013 alle ore 10:17
    Il fratello Giulfurio

    Come comincia: 1 giorno
    Il bimbetto, poco più di un anno di età, cammina fiducioso verso la stanza dove è condotto, ma sulla soglia si ferma di botto. S'incupisce e non c'è verso di farlo avanzare, anche se gentilmente sospinto e incoraggiato. Lì, in un letto c'è la mamma, la sua mamma, con un fagottino in braccio. E' la sua sorellina, gli spiegano. Niente. Il bambino rimane immusonito e non entra,

    Poche settimane.
    La  mamma sente un improvviso silenzio. Va a cercare il suo bambino. Entra in camera da letto ed il bambino è lì che tiene coscientemente un cuscino sulla faccia della sorellina nella culla.

    1 anno
    La bimbetta, nemmeno un anno di età, cerca di fare i primi passi, ma il fratellino Giulfurio di 2 anni e la cuginetta Giulietta di poco più di un anno la spintonano, ridendo divertiti quando la bimbetta inciampa.

    14 anni
    La ragazzina è seduta su un muretto del cortile della chiesa.
    Più in là sono in piedi alcuni dei ragazzi del gruppo di Azione Cattolica. C’è anche Giulfurio, il fratello della ragazzina, maggiore di un anno.  All’improvviso Giulfurio esclama ad alta voce: <<Liliana! Ti devi fare i baffi!>>.  La ragazzina fa come se non avesse sentito.
    Gli altri ragazzi nascondono l’imbarazzo e non commentano.
    La ragazzina forse poi dimentica l’accaduto. Altrimenti, anche senza adirarsi, avrebbe potuto con tutto comodo in seguito avvicinare il fratello a casa e fargli notare la sua indelicatezza. Se il fratello avesse tenuto a lei, l’avrebbe presa in disparte a casa e suggeritole di provvedere o lo avrebbe detto alla madre affinché lo dicesse alla sorella.
    La stessa prova di indelicatezza e mancanza di sensibilità la dette due anni più tardi la cugina Giulietta, che approfittando di uno stupido gioco in una sera d’estate, le disse davanti a tutti:<< Ti vuoi fare ‘sti asparagi!>>. L’ex-ragazzina non capì cosa intendesse ed un ragazzo del gruppo, un estraneo, evidentemente dotato di maggiore sensibilità, mise a tacere la cosa. La cugina Giulietta oltretutto arrivava in ritardo. Nel buio della sera non si era evidentemente accorta che la cugina aveva già provveduto. 
    L’ex-ragazzina rammenta che un anno prima un’amica dell’Azione Cattolica l’aveva avvicinata il giorno dopo che l’ex-ragazzina aveva indossato un vestitino invece dei soliti jeans e giubbotto. La prende in disparte e le dice:”Liliana, abbiamo parlato tra di noi e siamo d’accordo che sei una bella ragazza”. Liliana si schermisce. “No, sei una bella ragazza”, continua l’amica, “ però ti devi depilare”. Liliana concorda e si rammarica di questa noiosa incombenza. Aveva creduto che per il momento le calze fossero sufficienti a dissimulare.L’ex-ragazzina pensò che l’amica, che incidentalmente aveva lo stesso cognome, aveva dato prova di maggiore sensibilità e delicatezza del fratello e della cugina.
     
    22 anni
    Liliana sta prendendo la patente di guida. Pensa che il fratello maggiore può aiutarla con qualche lezione.
    Il fratello acconsente una volta ad andare in una zona periferica di domenica.
    È anche l’ultima volta.
    Il fratello non fa altro che sbraitare violentemente e non è di nessun aiuto, anzi.
    Trova un maggiore aiuto nel padre. Liliana non se l’aspettava. Credeva che tra i due la persona con meno pazienza fosse il padre. Si deve ricredere.
     
    28 ANNI
    Il fratello Giulfurio lavora già da qualche tempo a Roma. Per i primi tempi aveva avuto l’abitudine di scendere al paese natio ogni fine settimana: la sua fidanzata è lì. Nell’occasione, portava i panni di una settimana da lavare alla mamma. 
    Dopo un po’ di tempo lascia la sua fidanzata e non ha più motivo di tornare a casa così frequentemente. Però una delle volte che rientra per il fine settimana si lamenta con la sorella che non lo tengono informato di quanto succeda a casa.
    Poco tempo dopo sorge un problema tra i genitori dell’ex-ragazzina.
    Ligia alle indicazioni ricevute, Liliana telefona a Giulfurio e l’informa. La risposta è:<<Io con i vostri problemi non voglio essere scocciato>>.
    Liliana avrebbe voluto replicargli: <<Guarda che col tuo atteggiamento era fin troppo chiaro che non volevi essere scocciato, allora perché rompi dicendo che vuoi essere informato?>>, ma tiene quell’osservazione per sé.

    29 ANNI
    Il papà riunisce i tre figli come aveva fatto tante altre volte.
    Ribadisce ancora una volta: <<Guardate io ho sistemato le cose in questo modo: la vecchia casa a Liliana, questa che è il doppio a Giulfurio e Alfredo>>.
    Come sempre Giulfurio mostra fastidio, disinteresse e superiorità: <<Uff’. Io tengo solo un po’ di soldi sul libretto. Quando muoio dateli a Maria[1]!>>.
    Più tardi Giulfurio fa alla sorella:<<Papà fa tante storie per quella casa …. Quella è una casa vecchia!>>.
    [1] L’ex-fidanzata di Giulfurio che Giulfurio ha lasciato un anno e mezzo prima 

    30 anni
    Dopo tre anni di borse di studio e quindi di precariato, Liliana ha un vero contratto di lavoro. Il primo pensiero è di fare un regalo al fratello maggiore che l’ha ospitata a casa sua a Roma, quando la ragazzina doveva fare dei colloqui di lavoro o dei concorsi in quella città. Il fidanzato l’accompagna nel miglior negozio di elettronica di S. Liliana prende un mini-stero. In quel periodo erano una novità.
    Il fidanzato è stupito dell’agitazione dell’ex-ragazzina nella scelta del regalo. Liliana ne è consapevole e spiega al fidanzato:<<Non sto facendo un regalo a mio fratello, è un regalo per sdebitarmi con l’estraneo che mi ha ospitato quando andavo a Roma. Sai vedevo che Giulfurio era seccato quando doveva ospitarmi, neanche dovesse tenermi sul groppone. Ma come facevo a spiegare ai miei che dovevo andare in albergo quando avevo un fratello a Roma?>>.
    Giulfurio dà mostra di gradire il regalo, però dice che è eccessivo ed avrebbero potuto farglielo tutti insieme.

    34 ANNI
    Alfredo non sembra in buone condizioni di spirito e la madre raccomanda a Giulfurio di essere gentile con lui.
    È estate, sono tutti in ferie. C’è anche la compagna di Giulfurio. Una sera si pensa di andare a prendere delle pizze per cena. Va Alfredo ad ordinarle e ritirarle. Scrive su un foglietto il gusto preferito da ciascuno.
    Quando torna, la tragedia. La pizza per la compagna di Giulfurio non è quella ordinata.
    Giulfurio sembra trasformarsi in un orco per come aggredisce verbalmente il fratello per l’errore. Ha voglia la compagna a dire che andava bene, non fa niente, Giulfurio sembra impazzito, la sua bella non ha avuto quello che desiderava.
    Più tardi la madre si lamenta con l’ex-ragazzina: <<E gli avevo anche raccomandato di comportarsi bene con Alfredo!>>.
    Già, hai voglia di dirlo. Ennio, il figlio di Giulfurio, ed il suo cuginetto Simone sono talmente abituati ad assistere alle sfuriate del papà e zio che Simone ne fa un’imitazione ringhiando sommesso.
     
    37 ANNI
    Come tante altre volte, Giulfurio e la compagna sono in visita da Pino e Liliana, sposi da due anni. Ad un certo punto, la compagna di Giulfurio esclama:<<Quanto mi piace questa casa!>>.
    Un’altra volta Giulfurio e la compagna entrano preceduti dal loro bimbetto di tre anni.
    <<Vedi Ennuccio>>, fa la madre, <<questa è la casa di Pino e Liliana>>.
    Il bimbo guarda in alto, fa un giro su sè stesso dicendo:<<Come è beella!>>. La mamma piega il capo e fa un riso mezzo imbarazzato.
    In estate capita che la madre e la sorella della compagna di Giulfurio vengano ed accompagnano il nipote a giocare dalla bimba di Poldo ed Andreina, che stanno nello stesso palazzo dove abita Liliana.
    Quando stanno per andare via bussano alla porta dell’ex-ragazzina per un saluto. Un saluto veloce per carità. Devono andare via prima che faccia buio e stanno sempre bene attente a non varcare la soglia di casa.

    38 anni
    Il papà dell’ex-ragazzina sta per uscire dall’ospedale. Esce di lunedì. Giulfurio prende un giorno di ferie e dice all’ex-ragazzina di andare al lavoro. Nelle settimane successive, quando il padre dovrà fare la terapia dovrà lei prendere permessi al lavoro.
     
    Giulfurio informa la sorella che all’ospedale la caposala ha detti di telefonare da lì ad una settimana per sapere quando il padre deve iniziare la terapia.
    Ligia alle indicazioni ricevute, scaduta la settimana l’ex-ragazzina telefona. La caposala le dice che deve esserci stato un malinteso: avrebbero chiamato loro per dire quando il padre doveva iniziare la terapia.
    L’ex-ragazzina telefona al fratello e l’informa. <<Nooo!>> sbraita per telefono il fratello, << dovete chiamare voi!>>. E tanto urla e tanto insulta per telefono che l’ex-ragazzina, suo malgrado, telefona di nuovo alla struttura ospedaliera. Dall’altra parte appaiono seccati e ribadiscono che avrebbero avvertito loro. Nuova telefonata di chiarimento e nuova sbraitata per telefono. Infine un fine settimana il fratello Giulfurio scende da Roma ed in serata si rivolge alla sorella con tanta violenza che l’ex-ragazzina comprende la verità come una mazzata: <<Mio fratello non mi vuole bene. Se me ne volesse, anche se io stessi sbagliando una cosa come questa non si rivolgerebbe verso di me con tanto odio>>.
    Alla fine la struttura sanitaria si fa viva e comunica la data di inizio della terapia.
    Durante la terapia, il papà comincia a sentirsi male. <<Deve sopportare>> dicono i medici, <<è la terapia>>, e trattano il padre come se stesse facendo i capricci. L’ex-ragazzina non ce la fa a vedere il padre soffrire in quel modo. L’infermiera che segue il padre durante la terapia dice che non sono quei dolori gli inconvenienti della terapia. Ma i medici continuano a sottovalutare la cosa. Fino a quando il padre si trova di nuovo al pronto soccorso. Per un’incomprensione nella struttura sanitaria del luogo, il padre si trova ricoverato nell’ospedale di E.
    Il primario informa Laura: “I chirurghi hanno valutato la situazione. Il tumore ha invaso lo stomaco. Ritengono di levare il duodeno e fare un by-pass".
    <<Devi parlare con il chirurgo che ha operato tuo padre tre mesi fa>> dice il marito all’ex-ragazzina. E, nonostante avesse la madre a sua volta immobilizzata a letto, quella mattina il marito dell’ex-ragazzina non la lascia sola  e le tiene compagnia tutta la mattinata in attesa di parlare con il chirurgo. Avverte la madre per telefono che sarebbe arrivato più tardi. <<E Giulfurio?>> chiede giustamente risentita la madre. <<E’ a Roma>> è la risposta. <<E Alfredo?>>. <<E’ al lavoro>>.
    Alla fine della mattinata, il chirurgo arriva e li riceve cordialmente.
    <<Secondo me è un calcolo>>, dice il chirurgo con sicurezza << Che cosa vogliono fare lì? Levare lo stomaco? E’ una cosa che non si fa. Portatemelo qui. >>
    Il giorno dopo è sabato. L’ex-ragazzina, sostenuta dal primario di medicina dell’ospedale di E.,  tanto fa e tanto dice che il padre acconsente a farsi trasferire all’ospedale di B. Non appena il padre dice: <<Va be’ andiamo a B.>> , il fratello dell’ex-ragazzina che era appena arrivato da tre giorni che il padre era in ospedale si volta verso di lei e fa: <<Se papà muore è colpa tua>>. L’ex-ragazzina accusa il colpo, ma lo mette da parte e si occupa di quanto occorre per il trasferimento.
     La domenica pomeriggio si reca a casa dei genitori. Lì trova Giulfurio sul divano, tutto abbattuto che parla con voce bassa e affranta al fratello minore Alfredo. In pratica sta dicendo che pensa di prendere il treno il giorno dopo ed andare al lavoro e di tornare per i funerali. L’ex-ragazzina tenta di frenare la collera. Ma come quello ha perso talmente le speranze che non può sprecare nemmeno un giorno delle sue preziose ferie e rimanere per l’intervento? Dice qualcosa per indurre il fratello a rimanere. <<Guardate che il primario di E. ha detto che la situazione è seria ...>> Giulfurio la interrompe. Balza dal divano e sovrasta minaccioso la sorella, sbraitando: <<E’ appunto che lo so che la situazione è seria! Che cosa dovrei fare? Rimanere qui ed aspettare che il tuo prezioso chirurgo operi papà?>> L’ex-ragazzina comincia ad indietreggiare di fronte all’assalto del fratello fino a quando si trova con le spalle all’altro divano. “Ora mi colpisce”, pensa. Il fratello Giulfurio sembra raccogliere un po’ di autocontrollo ed, invece di colpire la sorella in faccia come l’ex-ragazzina si stava aspettando, le dà uno spintone sulla spalla e l’ex-ragazzina cade sul divano. L’ex-ragazzina si alza, esce di casa e si reca a piedi in ospedale. Mentre cammina è superata dall’auto che guida Giulfurio, con la madre ed Alfredo. All’ospedale  non sale in camera. Si ferma nella sala d’attesa dove la raggiunge la madre che cerca di consolarla.
    <<Mamma>>, le fa l’ex-ragazzina << mi è stato detto che chi non fa niente non sbaglia. Giulfurio può stare tranquillo: non ha sbagliato>>.
    Il giorno dopo il papà dell’ex-ragazzina viene operato. È il primo degli interventi in programma quel giorno.
    In serata alla fine di tutti gli interventi in programma, arriva l’aiuto del chirurgo ed informa che il chirurgo vuole vedere tutti i figli del papà dell’ex-ragazzina.
    L’ex-ragazzina si reca con i fratelli nello studio del chirurgo. Il chirurgo li sta aspettando. Li fa accomodare e mostra loro il contenuto in un barattolo di vetro: un grosso calcolo nell’alcool. È quello che ha levato al loro padre. Il chirurgo infine conclude: <<E lasciate in pace questa povera signorina!>>.

    39 ANNI
     
    Stavolta è Alfredo che non sta bene, oramai sono mesi, ma rifiuta di consultare uno specialista. La situazione è sempre più seria. Una mattina in cui il papà dell’ex-ragazzina sa che la figlia non è ancora andata al lavoro, rompe gli indugi e chiama il 118. Dopo di che chiama la figlia sul telefonino. Lo squillo la raggiunge mentre sta chiudendo l’uscio di casa per recarsi al lavoro. “Sappi che ho chiamato il 118”, le fa il padre. “Ed io che devo fare?” fa l’ex-ragazzina. Ma lo sa benissimo. Il padre si aspetta che si rechi da loro e prenda in mano la situazione. Ma c’è poco da prendere in mano, Alfredo sta male e si vede. Gli operatori sanitari se ne andrebbero se il papà firmasse loro una liberatoria, ma il padre rifiuta. Così gli operatori sanitari convincono Alfredo a ricoverarsi.
    Giulfurio non abita a B. ma a Roma. Ha in programma una partenza per una vacanza all’estero con la sua famiglia da lì a pochi giorni. “Che devo fare? Devo annullarla?”. La decisione è sua. D’altronde non c’è pericolo di vita , Alfredo ora è sotto controllo in una struttura sanitaria, che motivo c’è di non partire? Così Giulfurio parte per la sua vacanza. Al ritorno inizia a tempestare di telefonate il primario del reparto. “Non sapevano nemmeno che Alfredo avesse un fratello!”, esclama risentito. E come avrebbero dovuto saperlo? A noi non ce lo hanno chiesto. Non ti hanno mai visto …
    In quel periodo cade il compleanno dell’ex-ragazzina. L’ex-ragazzina e Pino organizzano una cena a cui invitano i genitori dell’ex-ragazzina. Quando sono al dolce squilla il telefonino. È Giulfurio che, ufficialmente, vuole fare gli auguri. Poi comincia a parlare di Alfredo. Tra l’altro dice: “Ho paura che Alfredo quando esce si vuole vendicare.” Vendicare? E di cosa? E se anche fosse, cosa può temere Giulfurio che non era nemmeno qui? “Liliana”, continua Giulfurio, “ non è che può venire a casa tua?”.
     
    Il 2 giugno 2005 è giovedì . Giulfurio e la sua famiglia si concedono un ponte e ne approfittano per un anticipo d’estate a P. vicino B.
    Il dottor Iula che in passato aveva seguito Alfredo chiede un colloquio con l’ex-ragazzina per il 3 giugno. Non invitato, si presenta anche Giulfurio. Il dottor Iula comunica che i colleghi della struttura ospedaliera parlando con Alfredo avevano individuato in Liliana la persona verso cui Alfredo nutrisse più fiducia. Chiede se Alfredo possa stabilirsi con lei alle dimissioni della struttura. Pino aveva già espresso parere contrario: loro due non erano mai in casa e Pino non si fida dell’ambiente poco sereno ed inaffidabile del condominio. Inoltre due anni prima l’ex-ragazzina aveva già chiesto ad Alfredo se avesse voluto andare a vivere da loro ed Alfredo aveva risposto di no. L’opinione dell’ex-ragazzina è che Alfredo debba andare a vivere per conto suo.
    Al che il dottor Iula rivolge la domanda a Giulfurio. “Certamente”, risponde Giulfurio con sicumera da uomo d’azienda, “non ci sono problemi”. Il dottor Iula dice all’ex-ragazzina: <<Sembra che abbia paura, guardi invece suo fratello!>>. <<Sì, sì>>, fa l’ex-ragazzina guardando negli occhi il dottore, <<ma lui sta a Roma>>. Il dottore sembra voler ripetere il concetto. <<Sì, sì>>, ripete l’ex-ragazzina, <<ma lui sta a Roma>>. Verso la fine Giulfurio aggiunge quasi per inciso “Naturalmente devo parlarne con mia moglie.”
    Il pomeriggio Giulfurio va a mare, mentre Pino e l’ex-ragazzina vanno a fare visita ad Alfredo. Mentre sono lì Alfredo ha una crisi. È in servizio una dottoressa che avevano già visto il giorno prima e che avevano giudicato un poco esaurita. Si ricredono. La dottoressa prende in mano la situazione senza fare ricorso alla medicina tradizionale, ma solo con la logica e la chiarezza delle parole. La dottoressa si dice disponibile a prendere Alfredo in cura una volta uscito dalla struttura. Potrebbe fare uscire Alfredo dopodomani quando è di turno affidandolo a Pino ed all’ex-ragazzina, di cui, si vede, si può fidare. Dice che con la terapia tradizionale Alfredo ogni due anni entrerà ed uscirà dalle strutture sanitarie. L’ex-ragazzina e Pino rimangono favorevolmente impressionati dal modo come la dottoressa aveva gestito la situazione e non credono che in quell’offerta ci fosse un interesse personale pecuniario. Però Pino fa presente che non possono ospitare Alfredo in casa loro, ma l’ex-ragazzina già pensa a sistemare una stanza in via provvisoria in attesa di una sistemazione più definitiva. La dottoressa dice: "Ci penso” e conferma l’appuntamento per dopodomani.
    Pino vuole andare a dare la notizia ai genitori di Alfredo. L’ex-ragazzina è contraria: “No, non diciamo niente. Si metterebbero in mezzo”. “I genitori devono sapere”, sentenzia Pino. A casa dei genitori c’è anche Giulfurio con la sua famiglia. Si vede che tutti accolgono la notizia con dubbio e timore, ma non dicono niente.
    Il mattino dopo, sabato, Pino è a scuola, l’ex-ragazzina riceve una telefonata. È il padre tutto esagitato che dice che non deve andare l’indomani a prendere Alfredo. Che è accaduto?  Giulfurio, che era rimasto silente la sera prima, ha telefonato in reparto chiedendo sbraitando chi fosse quella stronza di dottoressa che non sapeva tenere in pugno la situazione e pretendendo che Alfredo fosse trattato con la terapia tradizionale. I medici avevano stabilito di affidare Alfredo a Giulfurio che sarebbe dovuto andare a prenderlo di lì a due giorni. L’ex-ragazzina è sgomenta, non sa come riprendere in pugno la situazione. L’indomani all’inizio del turno telefona in reparto e chiede di parlare con la dottoressa. “Mi hanno detto che non devo venire”. “Chi glielo ha detto?”, replica la dottoressa pretendendo sempre la solita chiarezza. “Mio padre”. La dottoressa conferma che hanno deciso altrimenti. L’ex-ragazzina si sente sconfitta.
    La sera dopo, domenica, l’ex-ragazzina riceve la visita inaspettata di Giulfurio. Non ha più la sicumera che aveva esibito con il dottor Iula. È agitato e nervoso. “Senti Liliana, Alfredo può venire da te?”, implora. “Io non sono d’accordo con la terapia che avete stabilito” è la replica, "se me ne occupo io deve essere seguito dalla dottoressa". Ma Giulfurio pretenderebbe che se ne occupasse l’ex-ragazzina con la terapia tradizionale. Il giorno dopo riceve la telefonata di Giulfurio che sta per andare a prendere Alfredo. Le dice che il primario ha ribadito che l’ex-ragazzina non deve recarsi alla struttura sanitaria. L’ex-ragazzina protesta. “Vuoi chiamare il primario per conferma?”, sbraita Giulfurio, “Tu te ne sei lavata le mani”.
     Ancora oggi l’ex-ragazzina si rimprovera di non essere stata ferma con Pino nell’impedirgli di comunicare i loro accordi con la dottoressa ai genitori di Alfredo o di non aver saputo approfittare nel riprendere la cosa in mano quando Giulfurio era andata ad implorarla di prendere Alfredo con sé.
    Fu allora che l’ex-ragazzina divenne insofferente sia nei confronti di Giulfurio sia nei confronti dei vicini che pensavano solo a lucrare quanto loro non dovuto.

    42 anni
    La madre dell’ex-ragazzina ha deciso di festeggiare il suo compleanno al ristorante al mare. Invita i figli con le rispettive famiglie, ci sono anche la sorella e la madre della compagna di Giulfurio. Quando arrivano al ristorante l’ex-ragazzina vede la suocera di Giulfurio venirle incontro e chiederle sorridente e con gli occhi pieni d’intenzione: “Liliana, come stai? Ho saputo che non sei stata bene!” L’ex-ragazzina la guarda e risponde: “Sto benissimo”. La signora rincula.
    Al momento del conto, la madre dell’ex-ragazzina tira fuori il portafogli, da cui caccia varie banconote di taglio da cento. Il fratello Giulfurio e la famiglia della compagna si scambiano sguardi significativi di scherno e d’intenzione.
    Che cosa avevano da ridire nei confronti della loro ospite? Che non era chic tirare fuori il contante invece della carta di credito, di cui la madre dell’ex-ragazzina era sprovvista? Oppure la deridevano semplicemente per essere stata così sciocca da spendere quei soldi per far loro trascorrere una giornata allegra? O cosa? L’ex-ragazzina non lo ha mai saputo.

    42 anni
    L’ex-ragazzina ha ricevuto un verbale di assemblea condominiale, firmato da tutti i vicini, incluso il cugino Poldo, dettato dallo zio Furio, pieno di abusi legali, insulti e calunnie contro di lei e contro il marito. E Pino ha deciso di chiedere consiglio ad un avvocato. Purtroppo l’avvocato invia all’amministratore una lettera invitando a moderare i toni. Il sig. Furio sembra non gradire: <<Mi ha fatto scrivere dall’avvocato!>>, urla per telefono al fratello, papà dell’ex-ragazzina. Perché era lui l’amministratore? Inoltre il sig. Furio sembra dimenticare che era stato lui per primo a far scrivere a Pino da ben due avvocati e Pino non aveva avuto nessuna reazione. Un paio di settimane dopo, Giulfurio parla al telefono con la madre e si trova a chiedere: <<Cosa è questa storia di Pino e l’avvocato?>>. Se voleva saperlo, non poteva telefonare a Pino e chiederglielo?
    Arriva Natale.  Giulfurio è in ferie.
    Una sera l’ex-ragazzina e Pino rientrano a casa e vedono Giulfurio sul balcone di Poldo. Pino saluta e fa gli auguri.
    Il giorno dopo sono tutti a casa dei genitori dell’ex-ragazzina.
    Pino si scusa con Giulfurio di non essere salito e dice:<<Tu sai che lì non posso salire>>. Giulfurio lo interrompe: <<I fatti vostri non li voglio sapere>>.
    Poco dopo “zio” Furio cita Pino perché vuole 50 euro. Il comunista e volontario di varie onlus Giulfurio fa: <<Aspetto i risultati della causa>>.
     
    43 ANNI
    È sera. L’ex-ragazzina sta scendendo le scale della casa al mare per uscire con il marito. Indossa un abitino di lino nero, senza pretese, una collanina di corallo, borsetta nera e sandali neri. Nonostante la semplicità della mise, deve stare particolarmente bene. L’ex-ragazzina ne ha la conferma dall’espressione di dispetto che compare sul volto della compagna di Giulfurio, espressione che la ragazza non riesce a nascondere abbastanza in fretta voltando la testa.

    45 ANNI
    Il fratello Giulfurio va a trovare.
    Mentre l’ex-ragazzina gli fa strada per accompagnarlo da Pino, a letto con un brutto raffreddore, Giulfurio si ferma a guardare compiaciuto la cucina. È una delle stanze che Pino e l’ex-ragazzina hanno completamente ristrutturato.
     
     
    46 ANNI
    L’ex-ragazzina non sta bene e si vede. L’ex-ragazzina ne ha la conferma dall’espressione soddisfatta e di trionfo negli occhi della madre della compagna di Giulfurio. Nello stesso tempo l’ex-ragazzina saluta la vicina di casa della casa al mare dei genitori. L’espressione della vicina quando vede l’ex-ragazzina è invece sconvolta.
    Il mese dopo l’ex-ragazzina sta di nuovo scendendo le scale della casa al mare portando il pacco di vestiti per seguire Pino in vacanza. È in difficoltà. Questa volta l’espressione sul volto della compagna di Giulfurio è di maligna soddisfazione.
     

     
  • 27 aprile 2013 alle ore 15:55
    Una vita sotto assedio

    Come comincia: Sotto assedio. Così deve sentirsi chi ha la sventura di avere chiesto denaro ad uno strozzino.
    La tua vita, i tuoi pensieri diventano ostaggio di una ossessione. La  morsa che ti attanaglia la gola non ti lascia mai. Un pensiero fisso è sempre con te. Quando mangi, quando dovresti lavorare, quando stai con i tuoi cari o con i tuoi amici, se riesci a conservare i tuoi amici, persino quando dormi, se riesci a dormire.
    Ho la fortuna di non avere mai chiesto un prestito.
    Però, fatte le debite distanze, è così che mi sento.
    Sotto assedio.
    La mia ossessione non è il denaro che lo strozzino di turno pretende da me.
    La mia ossessione è il denaro che gli approfittatori di turno ancora pretenderanno da me.
    La mia ossessione sono le menzogne che gli sfruttatori di turno ancora spargeranno in giro.
    La mia ossessione sono le aggressioni fisiche o verbali che ancora devo temere quando esco dall’uscio di casa mia o rientro a casa.
    La mia ossessione sono le minacce, velate o no, che mi arrivano sotto ogni forma. Sotto forma di parole, sotto forma di lettera, sotto forma di verbale assembleare, sotto forma di dispetti.
    Lo sgomento si trasforma in dolore lancinante perché i miei persecutori sono persone che mi dovrebbero amare e proteggere.
    La mia vita sotto assedio non ha origine dalla richiesta di un prestito.
    La mia vita sotto assedio ha origine dalla richiesta di trasparenza nell’ amministrazione del  condominio dove abito.
    Una richiesta lecita, anzi superflua. Ed invece no.
    Nel 2002 vado a vivere in una piccola palazzina di 5 appartamenti. In un ambiente quasi familiare, l'amministrazione è affidata a turno agli stessi condomini.
    Realizzo ben presto che l'amministratore in carica è in realtà poco più di un fantoccio agli ordini del “capo-palazzo”, il condomino a maggiore anzianità di permanenza nella palazzina, che però rifiuta caparbiamente di assumere ufficialmente il ruolo di amministratore. La gestione è alquanto disinvolta. A fine anno non si riceve alcun rendiconto. Mi dicono che vengono eseguiti alcuni lavori di manutenzione, ma non ne ho alcuna evidenza né visiva né documentale. La piccola manutenzione che non peserebbe se inclusa nella gestione ordinaria è trascurata in attesa di creare l’emergenza e la levitazione dei prezzi. Ed anche allora i lavori non vengono mai eseguiti. Il “capo-palazzo” ne parla sempre, ma non verranno mai eseguiti se non ne avrà il pieno controllo. Come per la pitturazione delle scale, per la quale il “capo-palazzo” pretende che si spendano 16 milioni, mentre ne occorrono al massimo 3.
    Va be'. Siamo in famiglia, siamo tra di noi. Vogliamo formalizzarci?
    Passano due anni. L’amministrazione passa di turno a mio marito.
    Il “capo-palazzo”, che come amministratore-ombra non tollerava domande e non presentava rendiconti, puntualmente contesta i rendiconti presentati da mio marito ed addirittura pretende denaro per sè. Non versa le sue quote condominiali, ma si appropria delle bollette condominiali e provvede di sua iniziativa al pagamento. Poi chiede di scomputargli le rate condominiali con quelle spese.
    L’assemblea decide per lavori di manutenzione di cui il “capo-palazzo” parlava da dieci anni. I lavori stavolta sono sotto gli occhi di tutti. Mio marito fornisce ai condomini la copia di tutti i documenti pertinenti. Il “capo-palazzo”chiede copia delle fatture e puntualmente le ottiene.
    Dopo tre anni diventa amministratore di turno l’amica di famiglia del “capo-palazzo”.
    Mi salta in mente di chiedere la stessa trasparenza amministrativa che hanno preteso da mio marito. Non lo avessi mai fatto!
    Mi ritrovo ad essere strattonata e spintonata.
    Informo che chiederò visione dei giustificativi di spesa.
    Mi viene consegnato un verbale di assemblea firmato da tutti i miei vicini, zeppo di abusi, intimidazioni, insulti e calunnie contro me e mio marito.
    Mio marito riceve due citazioni, una in contrasto con l’altra ed entrambe in contrasto con quanto il “capo-palazzo” affermava un anno prima.
    Un anno prima il capo-palazzo protestava con vigore, al limite del collasso, di non dover pagare 198 euro, ma solo 33. Lo abbiamo accontentato e, su suo suggerimento, abbiamo diviso i rimanenti 165 euro in parti uguali tra tutti i 5 condomini.
    A distanza di un anno cita mio marito perché adesso riconosce che doveva pagare 198 euro, in quanto come “consolidata consuetudine”, ometteva di versare le rate condominiali. Però avendo pagato 216 euro per servizi al condominio, adesso vuole 18 euro. In più vuole indietro la sua parte dei 198 euro divisi in parti uguali tra i condomini. Sì, dice proprio così. Starà facendo confusione. In parti uguali avevamo diviso 165, non 198 euro.
    Sei mesi dopo, ci ripensa ancora  ed arriva un’altra citazione. Questa volta è l’amica di famiglia del “capo-palazzo”, in qualità di amministratore, che, senza che la cosa sia mai stata discussa in assemblea, cita mio marito perché il “capo-palazzo” ha pagato di sua iniziativa alcuni servizi per il condominio e non è stato rimborsato. La richiesta sale a 460 euro. Il “capo-palazzo” avrà dimenticato che come “consolidata consuetudine” ometteva di versare le rate condominiali.
    Considerata l’educazione dei miei vicini, chiedo di vedere una fattura.
    Come risposta l’assemblea approva un bilancio in cui fa sparire un mio credito di 140 euro e mi comunica tramite decreto ingiuntivo che devo pagare 240 euro.
    Forse i miei vicini vogliono ringraziarmi perché fino ad un anno prima ero costretta ad anticipare le mie quote condominiali per pagare le bollette, dato che i miei vicini non versavano le loro.
    O forse intendono rimproverare mio marito che non aveva fatto emettere ingiunzioni  di  pagamento  contro  i vicini di casa che per un intero anno non avevano versato le loro quote o contro il marito della signora che ora funge da amministratore, che aveva aspettato un anno per versare l’ultima rata per lavori di manutenzione.
    Ultimamente incontro molti amministratori di condominio.
    Tutti mi elencano i documenti che devono presentare per ottenere un’ingiunzione. Ed a volte non sono sufficienti.
    Invece i miei vicini di casa riescono ad ottenere un’ingiunzione senza una delibera di riparto spese, senza un riparto conforme al regolamento di condominio e senza, non dico un sollecito, neanche una prima educata richiesta.
    Chi sono i miei vicini di casa?
    Che poteri hanno?
    Mio marito suggerisce di non perderci tempo e pago l’ingiunzione. Ma è un errore. I signori non avevano una carta in mano. In seguito messi alle strette fanno compilare (e male) una fattura falsa al loro amico.
    Due mesi dopo trovo nella mia cassetta postale un foglio strappato, senza data, senza recapito telefonico, in cui un ufficiale giudiziario m’invita a contattarlo e m’informa che la prossima volta, se non mi trovano, potrebbero sfondare la mia porta di casa.
    Se ne occupa l’avvocato di mio marito.
    Scopre che chi aveva fatto emettere l’ingiunzione aveva poi agito come se non avessi pagato.
    Non posso più far finta di non sapere con chi ho a che fare.
    Ora è evidente. Sono sotto assedio.
    Come se avessi chiesto un prestito ad uno strozzino.
    Ma io non ho chiesto nessun prestito.
    Ho solo chiesto trasparenza in un condominio di cinque appartamenti.
    Eppure sono sotto assedio.
    Come se avessi chiesto un prestito ad uno strozzino.
    Ma io non ho chiesto nessun prestito.
    Chiedo di avere copia dei documenti relativi ai lavori per cui ho ricevuto l’ingiunzione.
    Il giorno dopo un cumulo di rifiuti impedisce l’accesso al mio box negli scantinati.
    Un avvocato con il papà ragioniere, specializzato in richieste di risarcimento danni, afferma che mio marito avrebbe causato “grave danno” al condominio. Non specifica quale sia il “grave danno”, non lo quantifica in termini di denaro, non produce nessuna documentazione.
    C’è sempre tempo per questo. I danni si trovano e nel tempo si creano.
    Tre mesi dopo nell’androne del palazzo compare un foglio.
    É una richiesta per il nuovo amministratore, un amministratore professionista che gode di ampia fama in zona, stimato dal fratello del “capo-palazzo” e dal nipote del “capo-palazzo” che abita anch’egli nel piccolo condominio:
    <<Poiché la palazzina è stata completamente ristrutturata di recente, con un esborso finanziario di rilievo, i condomini, tenendo conto che sono stati eseguiti “tutti” gli interventi indicati dall’amministratore p.t. e confermati dagli accertamenti tecnici eseguiti dal Direttore dei lavori e formalizzati nei computi metrici preventivi che l’Assemblea ha approvato, ritengono che non vi siano da eseguire lavori di manutenzione straordinaria – anche con caratteristiche di urgenza.
    Qualora il nuovo amministratore prospetti un intervento evidenziandone il carattere di urgenza, dovrà motivarlo debitamente in quanto la relazione tecnica che predisporrà - nel caso dovesse trattarsi di un inconveniente preesistente – sarà utilizzata dal Condominio per una citazione nei confronti dell’amministratore all’epoca in carica e del professionista, che ha prestato la sua assistenza con la direzione dei lavori di ristrutturazione, per l’esecuzione da essi compiuta e per la rivalsa del risarcimento dei danni>>.
    Gli intenti sono chiari. Qualsiasi problema possa avere una palazzina vecchia di sessant’anni, carente nella manutenzione da oltre cinquant’anni, come scrisse lo stesso “capo-palazzo” che abita nella palazzina da sessant’anni, la colpa (ed il risarcimento) deve essere imputata all’ultimo arrivato.
    Due mesi dopo, l’assemblea attesta la presenza di “infiltrazioni in diversi punti nell’appartamento” dell’amica di famiglia del “capo-palazzo”.
    Non è una novità. Ho sentito questa lamentela praticamente ogni anno dei sette anni vissuti in questa palazzina.
    Sono stati eseguiti dei lavori già due volte da quando vivo in questa palazzina.
    Almeno mi hanno raccontato che sono stati eseguiti.
    Aspetto la relazione tecnica predisposta dal nuovo amministratore.
    Aspetto che l’amministratore proceda d’urgenza. Niente di tutto questo.
    L’assemblea, in attesa di decidere quali lavori eseguire e quando iniziarli, decide solo di emettere bolletta straordinaria mensile di 200 euro a carico di ogni condomino.
    I condomini sono 5. La quota ordinaria a carico di ogni condomino è sui 40 euro.
    In attesa di decidere quali lavori fare e quando iniziarli, in teoria un solo condomino versando 250 euro potrebbe provvedere al fabbisogno ordinario di tutto il condominio.
    Mi sento sotto assedio.
    Come se mi avessero  chiesto di pagare il pizzo.
    Ma nessuno mi ha chiesto di pagare il pizzo.
    Non ho un’impresa o un’attività commerciale.
    Voglio solo vivere nella mia casa.
    Eppure mi sento sotto assedio.
    Come se, per vivere nella mia casa, mi avessero  chiesto il pizzo.
    Ma nessuno mi ha chiesto di pagare il pizzo.
    Almeno non esplicitamente.
    Ed anche se me lo avessero chiesto, avrei rifiutato.
    L’amministratore mi assicura verbalmente che ha visto con i suoi occhi le infiltrazioni in tutte le stanze dell’appartamento. Addirittura scorre acqua sulle pareti.  Non mette niente per iscritto. Posso anche aver capito male.
    Chiedo all’amministratore di documentare i danni. Non ricevo risposta.
    Lasciando quella povera famiglia a pagaiare su una canoa per spostarsi da una stanza all’altra, l’amministratore convoca di nuovo l’assemblea tre mesi più tardi.
    Ordine del giorno: decisione in merito alle infiltrazioni acqua appartamento Gilla Pistoia e incarico tecnico.
    Partecipo all’assemblea direttamente. É la prima volta da quasi due anni.
    Sento l’amica del “capo-palazzo” affermare che chiederà i danni. Sento l’amministratore dire che “quando si faranno i lavori, si spicconerà sotto, si valuterà la situazione e si vedrà a chi attribuire i danni”. Sento l’amica del “capo-palazzo” affermare che andrà a dormire in albergo a spese del condominio.
    Sento il “capo-palazzo” affermare: <<Anch’io chiederò i danni!>>.
    Nulla di tutto questo è riportato nel verbale. Posso anche aver capito male.
    Ripeto la mia richiesta di una relazione tecnica e chiedo che la mia richiesta sia trascritta a verbale. L’amministratore scrive:<<la sig.ra Liliana Mazza chiede che gli venga consegnata copia della perizia o DIA dell’arch.Tizio Tazio >>.
    É la prima volta che sento nominare l’architetto Tizio Tazio. Apprendo così che c’è già un tecnico incaricato. Non avevo nominato nessuna DIA. Chiedo all’amministratore di correggere la mia richiesta sul verbale.  A questo punto il
    verbale riporta che <<l’Assemblea a causa di un problema di salute dell’Amministratore viene sciolta>>. In realtà l'assemblea viene sciolta per le intemperanze del "capo-palazzo" che disturba la riunione lanciando insulti contro mio marito senza che nessuno intervenisse. Solo quando nella stanza arriva l'assistente dell'amministratore, lo stesso si decide ad intervenire per zittire il "capo-palazzo". 
    È necessario accertare lo stato dei luoghi ed i danni subìti dalla povera signora.
    Solo la richiesta al Tribunale di una consulenza tecnica d’ufficio permette di ottenere un sopralluogo.
    Il giorno del sopralluogo il “capo-palazzo” non c’è. Quella settimana è in vacanza.
    Cinque mesi dopo che l’assemblea aveva attestato la presenza di “infiltrazioni in diversi punti nell’appartamento”, il tecnico d’ufficio verifica che sul soffitto in casa dell’amica del “capo-palazzo” c’è un’unica macchia, massimo cm5 x cm5, di formazione recente e di causa non accertata.
    L’amministratore aspetta altri due mesi per convocare l’assemblea che deve decidere i lavori. Lo sollecito ad anticipare i tempi ed ad agire direttamente nel caso vi siano le condizioni per intervenire d’urgenza.
    Come sempre, non ricevo risposta
    Perché l’amministratore non interviene?
    Ho una mia ipotesi.  È  solo un’ipotesi.
    Fino alla notizia del sopralluogo non c’erano le attestate numerose infiltrazioni.
    Niente paura. Le infiltrazioni ci saranno. Sono sicura che ci saranno. Il giorno del sopralluogo il mio perito di parte ha individuato una probabile causa di infiltrazione: la guaina impermeabile in corrispondenza della parete che delimita l’appartamento del “capo-palazzo” risulta tagliata e strappata. Non sono tagli dovuti a vecchiaia o cattiva manutenzione. Sono tagli causati da uno strumento atto al taglio, non è dato sapere se volontariamente o incidentalmente. Costo di una riparazione d’emergenza? Massimo 150 euro.
    Niente paura. Le infiltrazioni ci saranno.
    A quel punto la sig.ra Pistoia chiederà i danni a chi, secondo lei, ha causato il ritardo dei lavori chiedendo l’accertamento tecnico preventivo.
    Non posso fare il processo alle intenzioni. Arriva il giorno dell’assemblea.
    L’amministratore mi ha convocato per approvare il bilancio consuntivo ad anno solare ancora in corso.
    L’amministratore non presenta nessun bilancio perché le spese sono ancora in corso.
    Allora perché l’amministratore mi ha convocato?
    L’amministratore mi ha convocato perché vuole dare le dimissioni ed occorre nominare un nuovo amministratore.
    L’amministratore non dà le dimissioni.
    Allora perché l’amministratore mi ha convocato?
    L’amministratore mi ha convocato per deliberare sui preventivi del lavoro terrazzo.
    L’amministratore non presenta e non fa presentare nessun preventivo perché afferma che i lavori deve deciderli il consulente tecnico d’ufficio.
    Non è vero, ma se anche fosse, perché l’amministratore mi ha convocato?
    Come da copione, l’amica del “capo-palazzo”, che ha anche la delega del “capo-palazzo”, dichiara che chiederà i danni a chi ha chiesto l’accertamento tecnico preventivo. La sua dichiarazione è a verbale.
    Questa volta non c’è rischio che abbia capito male.
    Sono sotto assedio.
    Come se avessi chiesto un prestito ad uno strozzino.
    Ma io non ho chiesto nessun prestito.
    Ho solo chiesto trasparenza in un condominio di cinque appartamenti.
    Eppure sono sotto assedio.
    Come se mi fossi rifiutata di pagare il pizzo.
    Ma nessuno mi ha chiesto di pagare il pizzo.
    Almeno non esplicitamente.
    Ed anche se me lo avessero chiesto, avrei rifiutato.

    7 ottobre  2009

    P.S. Aprile 2010. L’assemblea è convocata per decidere su “Lavori terrazzo”.
    Maggio 2010. L’ingegnere del CNR confida a mio marito: <<Questi vogliono far pagare tutto a voi>>.

    Il racconto completo è in
    http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1469204