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Autore

Linda Landi

in archivio dal 09 gen 2013

27 maggio 1965, Battipaglia (SA) - Italia

mi descrivo così:
Da quando il mio cuore canta
Ridatemi il sole 
Che avevo dentro me 
Ridatemi il sole 
Che piove dentro me
Mi sa da almeno vent'anni.
La foto dove sorrido è del gennaio 2010.
Per i miei racconti di fantasia rubo una recente (2019) didascalia da una maglietta:
I don't insult people.
I describe them.
Stay.

22 giugno 2019 alle ore 16:27

Il mio ultimo mese di vita

Intro: Ogni errore prima d'esserlo, è stata una scelta. Mai scordarlo.

Soprattutto quando hai scelto di lasciar scegliere o lasciar fare agli altri.

Il racconto

Maggio 2005. Il mio ultimo mese di vita.

Per qualche anno avevo creduto che il mio ultimo giorno di vita fosse stato il 26 settembre 2010.

Poi ho riflettuto.
Ed ero arrivata alla conclusione che la mia vita avesse cominciato a finire quando, l'11 settembre 2007, ero stata così stupida da andare dal vicino che da un paio di mesi fungeva da amministratore del condominio per consegnargli un attestato di ricevuta del verbale dell'ultima assemblea e chiedergli un attestato di consegna. Non potevo aspettarmi, ed invece avrei dovuto visti i precedenti, che mi sarei vista afferrare per il braccio, che mi sarebbe stato torto il braccio e spintonata, dalla mano che mi torceva il braccio, verso le scale per farmi ruzzolare giù.
[<<E quelli sono zingari, tu non li devi proprio frequentare.>>, aveva commentato oculatamente Mariella M. quando nel luglio 2012 le avevo raccontato semplicemente come si era comportato quel vicino in casa mia nel febbraio 2006]

Ma ancora mi sbagliavo completamente:
il mio ultimo mese di vita era stato maggio 2005.
Ed il mio ultimo giorno di vita era stato il 3 giugno 2005.
E potrei andare ancora a ritroso.
Ma fermiamoci a maggio 2005.
Maggio 2005.
Come inizia quel maggio 2005?
Con mio marito che mi chiede: "Ma ti sei fratturata le dita piccole dei piedi?" o con me che rifletto: "Mio fratello è stato gentile con me"?.
I due eventi andarono quasi a braccetto.
Probabilmente non è importante quale dei due eventi sia accaduto cronologicamente prima.
Primo evento. Ti sei fratturata le dita piccole dei piedi.
Alla domanda di mio marito, mi guardo i piedi ed effettivamente constato che ho entrambe le dita piccole dei piedi tutte 'storzellate'.
Mio marito mi accompagna dal medico curante che esamina le mie dita ed i miei piedi, va a lavarsi le mani, torna e mi dice: "Tieni ... . Ci hai camminato sopra in modo che non ti facesse male per questo si sono storte le dita. Devi andare dallo specialista all'ASL. Ti scrivo l'impegnativa".

Secondo evento. Mio fratello è stato gentile con me.
Era già almeno da marzo che c'era stato un peggioramento.
Anche se era almeno da settembre che eravamo ripiombati in un nuovo baratro.
Ma da marzo praticamente non passava sera senza che mio padre ci telefonasse e noi lasciavamo tutto quello che stavamo facendo e ci precipitavamo in auto a casa dei miei.
Ma all'inizio di maggio ci fu un netto peggioramento ed io pensai: "Mio fratello è stato gentile con me". Prima di peggiorare aveva aspettato che io sostenessi, a fine aprile, l'esame di Stato finale di uno dei due corsi di specializzazione che stavo seguendo alla Federico II a Napoli.
Fosse peggiorato prima, non credo ce l'avrei fatta a sostenere quell'esame.
E così praticamente tutte le sere andavo a casa dei miei senza aspettare che mio padre mi chiamasse.
Ed una sera nello studio di mio padre, con mio padre seduto dietro la sua scrivania, mio fratello mi afferra per i capelli. Non reagisco. Aspetto che tiri ed aspetto il dolore.Ma la consapevolezza attraversa lo sguardo di mio fratello: il suo affetto è più grande del suo anche giustificato rancore e non tira. 
Lascia andare i miei capelli.
Un'altra sera siamo in cucina e mio fratello apre il cassetto delle posate (forchette, cucchiai, coltelli), ma che contiene anche le forbici e, a me sembra provocatoriamente, vi armeggia dentro.
Erroneamente interpretai: "Attenti, potrei usarle contro di voi".
In realtà voleva dire: "Aiuto. Sono disperato. Potrei usarle contro di me".
Ma lo capii solo anni dopo.
E, suggestionata dal film "A beutiful mind" che avevo visto due anni e mezzo prima senza sapere che di lì a cinque mesi pur mi avrebbe suggerito qual era la strada seguire, ma che fino ad allora non ero riuscita a perseguire, dissi a mio padre: "La sera, quando andate a dormire, chiudete la porta e mettete una sedia dietro".
Ed, in quel maggio 2005, arriva la telefonata di quello che di lì a poco avrei iniziato a chiamare con il nome di ragionier Casoria, dal film "La banda degli onesti" con Totò. Telefonò a mio padre per protestare che mio marito, il quale da poco più di un anno fungeva da amministratore del condominio, aveva notificato a tutti i quattro vicini (che dall'inizio dell'anno non versavano le loro rate condominiali) che in cassa non c'erano soldi e non era possibile aggiustare il cancello automatico e li invitava a saldare il loro debito.
Mio marito ed io non avevamo mai detto niente a mio padre né a chicchessia.
Non avevamo detto che il ragioniere chiedeva soldi per spese, tra l'altro non autorizzate, non comprovate o già rimborsate.
E che per rivendicare il suo credito faceva pervenire in continuazione a mio marito lettere di avvocati sempre diversi. 
Che il ragioniere non pagava le sue quote ma si appropriava non autorizzato delle bollette del condominio (facilitato dal fatto che il ragioniere non aveva mai voluto far installare cassette postali) e le pagava, non autorizzato, personalmente.
Che intratteneva, non autorizzato, rapporti con la signora delle pulizie ed il giardiniere. Che si presentava alla fine dell'anno dicendo: "Ho pagato queste bollette e questi servizi, compensamele per le quote condominiali non pagate".
Non avevamo mai detto niente.
Ora mio marito è costretto a dirgli tutto. Vediamo mio padre che all'improvviso si piega in due. Credo di sapere cosa stia succedendo: aveva sentito all'improvviso una morsa allo stomaco.
Poche sere dopo, nella mia visita ormai quotidiana a casa dei miei genitori, vedo che la situazione è particolarmente pesante e per dare ai miei genitori qualche momento di tregua chiedo a mio fratello: "Mi accompagni a casa?". Acconsente. Nell’ascensore, mentre scendevamo, facevo la disinvolta e mi mostravo serena, tranquilla, ma dentro di me pregavo: “Fa che non cacci fuori le forbici dalla tasca del giubbotto e me le ficchi nel fianco”. 
Non lo sapevo, ma non avevo niente da temere.
Avrei impiegato troppi anni a capire che i pazzi scatenati e violenti in famiglia, nella famiglia anche allargata, erano altri.
A pochi passi di casa mia, mio fratello sputa fuori due rospi.
1) “Ma che cos’è questa storia di zio …”, evidentemente turbato dalla telefonata del ragioniere Casoria di poche sere prima.
Glielo spiego e concludo: “Se non pagano le quote, come si fa ad aggiustare il cancello, a pagare le bollette?”
Mio fratello sta un poco, poi prorompe: “Ma quando mai zio … non ha pagato le sue quote!?!”.
“Sempre”, è la risposta che mi viene in mente, ma non la pronuncio.
Non è facile spezzare l'omertà alla quale sei abituata fin da bambina.

2) Arrivati oramai nei pressi della casa, se ne esce: “Pittatela di giallo, di rosso, di blue, fate come vi pare!”.
Si riferiva ai lavori di tinteggiatura della palazzina dove abitavo.
Tinteggiatura che aveva seguito i lavori di ripristino dell’intonaco, dato che erano da vent’anni che cadevano calcinacci nel cortile. 
I lavori di tinteggiatura avevano fatto divenire la palazzina da bianco ghiaccio ad un indefinito color ocra. 
Non replicai nemmeno a questa osservazione e non gli spiegai che il colore lo aveva deciso l'architetto che abitava nel palazzo.

Intanto arriva il giorno in cui mi è stata fissata la visita all’ASL.
Mi ci recai a piedi, vista la mia paura di guidare in città ed il mio essere nemica dei parcheggi.
E così, uscita di là, invece di salire in auto ed imboccare l’autostrada per recarmi al lavoro, passo da casa dei miei per vedere come era la situazione.
Mi apre mia madre.
Mio fratello e mio padre sono ancora a letto.
Torno a casa, sto chiudendo la porta di casa mia per andare finalmente al lavoro. Squilla il mio telefonino. E’ mio padre che m'informa di avere chiamato il 118.
“Ed io che devo fare?”, replico leggermente esasperata.
Ma lo so cosa vuole mio padre da me: vuole che vada lì e prenda in mano la situazione.
Ci vado naturalmente.
Quando arrivano gli operatori sanitari vedono un giovane un po’ giù, un po’ provato e non capiscono per cosa siano stati chiamati a fare.
Un infermiere dice: “Anche mio figlio è stato così intorno ai vent’anni: gli comprai un cagnolino!”.
“Papà, se firmi i signori se ne vanno!”, imploro io. Ma mio padre è irremovibile. Allora rompo gli indugi e decido di far capire agli operatori com’è la situazione. Non per tema di possibili aggressività da parte di mio fratello, ma mio fratello non mangia da settimane e sta male. Allora pensavo perché avesse paura di essere avvelenato, ma molto più probabilmente, pensai anni dopo, era perché temeva che per via di qualche patologia se avesse mangiato sarebbe morto. 
In seguito mi sarebbe capitata la stessa cosa nell’agosto del 2011.

Versai del latte in un bicchiere, ne bevvi un sorso davanti a mio fratello e gli porsi il bicchiere. Niente mio fratello non lo prendeva.
Gli accostai anche il bicchiere alle labbra. Mio fratello si rifiutava di bere.
Allora gli operatori sanitari chiesero a mio fratello se acconsentiva ad essere ricoverato. Mio fratello acconsentì. L'infermiere telefonò e chise possibilmente di mandare l'auto, non l'ambulanza: "E' un ragazzo", spiegò l'infermiere.

L’altro fratello che se ne era andato da 14 anni a lavorare ed a vivere nella capitale aveva in programma una gita in Scozia con la sua famiglia.
Mi telefona e chiede: “Sembra brutto se partiamo?”
Che gli dovevo dire, rischi immediati di vita non ce n'erano.
Partirono.
La domenica ci rechiamo mio marito, mia madre ed io in ospedale.
Mio fratello non è lui.
Poggio disperata la fronte sulla spalla di mio marito.
Mio fratello mi guarda stupito come si chiedesse: “Ma chi è? Che fa questa?”

Poi la sequenza è confusa nella mia fantasia.
Sono il riferimento della famiglia per il reparto, ho fornito tutti i miei numeri.
Sono in ufficio, squilla il telefono sulla mia scrivania.
E’ il primario.
Ascolto e mi lascio scivolare dalla sedia, rannicchiandomi sulle mie ginocchia per reggere al dolore e mantenermi tutta intera.
Fortuitamente i miei tre colleghi compagni di stanza, il grande Gianni C., lo squisito Giuseppe M., l'opportunista ma alla fine corretto Luca DS, erano tutti fuori stanza.
“Non c’è mai limite al peggio”, pensai.
Nemmeno un anno prima, quando un altro primario mi aveva comunicato la loro diagnosi per mio padre avevo pensato: “Questo è il momento peggiore della mia vita”.
Mi sbagliavo. Non c’è mai limite al peggio.

Ed intanto torna l’altro fratello dalla gita, mi chiede il numero di telefono del reparto e comincia a subissare i medici di telefonate.
“Non sapevano nemmeno che avesse un fratello!”, protesta con me. "E come potevano saperlo?", pensai io, "Non me lo hanno mai chiesto, non ti hanno mai visto ..."

Poi il successivo fine settimana scende con la sua famiglia che include un bambino di quattro anni. Al bambino hanno detto che l’amato zio non c’è perché anche lui è andato in vacanza: come lui era andato in vacanza in Scozia, lo zio era andato in vacanza da qualche altra parte. 
Ma vengono tutti e tre all’ospedale, situato a 100 km da casa nostra.
La compagna ed il bambino si trattengono nel parchetto lì vicino.
Siamo nel parcheggio dell’ospedale l’altro fratello ed io. E non so come esce fuori l’episodio di quando mio fratello mi aveva afferrato per i capelli ma non aveva tirato.
“Si è controllato molto meglio di te”, preciso. Capisce subito a cosa mi riferissi e protesta: “Ma quante volte è accaduto: una volta!”. Come fosse normale che uno, anche se solo per una volta, da adulto, aggredisse la sorella perché si era assunta, lasciata sola, le sue responsabilità.
Ci raggiunge mio marito, comincia a parlare di come è complicata la situazione di mio fratello ed aggiunge: “Oramai ho quarant’anni. Ora posso fare ancora qualcosa e già comincio a non farcela più.” A quest’ultima cacciata vedo il ghigno e lo sguardo cattivo dell’altro fratello.
Forse è allora che ho cominciato ad avere paura.
In realtà già l’anno prima avevo avuto paura che se mio padre non ce l’avesse fatta nell’ospedale dove lo avevo fatto trasferire, l’altro fratello mi avrebbe ammazzata. 

Saliamo in reparto. Mio fratello chiede del nipotino. L’altro fratello gli spiega che gli hanno detto che lui era in vacanza. “Lo vogliamo far salire?”, chiede mio fratello. “E no, adesso no, poi comincia a pensare che gli abbiamo mentito …”. E’ giusto. E mio fratello ride nel guardare dalla finestra il nipotino giocare nel parchetto. E poi?
E poi un pomeriggio di un giorno feriale sono nello studio di mio marito e squilla il mio telefonino. E’ l’altro fratello. Mi comunica una sua preoccupazione: “Ho paura che quando nostro fratello esce poi si voglia vendicare”. “
Vendicare?”, penso io, “e se anche fosse? Vorrà vendicarsi di papà, di me. Cosa hai da temere tu che non eri nemmeno qui?”  Lo penso, ma non lo dico.

E poi arriva il mio compleanno. 27 maggio.
Quaranta primavere.
Invito i miei genitori a cena per regalare loro un po’ di distrazione.
E telefona l’altro fratello.
Per farmi gli auguri.
Ufficialmente per farmi gli auguri.
Ma in realtà parla a lungo ed a me dà l’impressione che sia stato imbeccato dalla compagna.
Il punto centrale del suo discorso è cosa fare quando mio fratello uscirà dall’ospedale e soprattutto dove andrà. 
Ci avevo già pensato.
Casa dei miei non era cosa.
Tre anni prima, prima di capire che mio fratello non stava bene, e pensavo che vivesse solo una situazione di disagio (e così era, solo che il disagio era diventato già troppo pesante), avevo comunicato a mio marito che intendevo prendere un bilocale per mio fratello. Quel bel tomo mi aveva bloccato. Dovevo già capire allora che ero diventata una che si faceva condizionare dal volere di quel bel tomo.
Ed adesso rimpiangevo la mia mancanza di polso.
E stavo pensando di prendere un appartamentino in affitto.
Erano tre anni che dicevo che mio fratello doveva avere i suoi spazi e vivere da solo.
Quando la bolla speculativa fece schizzare in alto i prezzi delle case, lo avevo invitato, d'accordo con mio marito a venire a stare da noi. Aveva rifiutato. E solo allora mi accorso che stava veramente male. Inotre pochi mesi prima aveva mostrato avversione per casa nostra.
Alla fine l’altro fratello conclude il discorso ed arriva dove voleva arrivare: “Non è che può venire da te?”.
Una pugnalata.
Associando quel “ho paura che si voglia vendicare” di pochi giorni prima al “non è che può venire da te?” di adesso, ebbi l’immagine che l’altro fratello non solo stava cercando di accontentare la sua compagna che non sarebbe stata disturbata, ma che magari si aspettava che una di quelle volte che le voci che mio fratello aveva dentro la sua testa avrebbero preso il sopravvento sul suo cuore, mio fratello mi avrebbe dato un bel pugno in testa e l’altro fratello si sarebbe sbarazzato in un colpo solo di due terzi incomodi.
Fantasia.
Immaginazione troppo viva.

Il 28 maggio è sabato. L'estate si avvicina e vado dall'estetista.
Mentre sono sul lettino mi viene in mente che una collega che mi aveva fatto un grande favore mi aveva invitato ad un convegno organizzato da lei. E ci teneva che io andassi ad assistere. Con tutta quella situazione mi era proprio passato di mente. Immagino la mia collega che avrebbe pensato di me: <<Un'altra che "avuta la grazia, gabbato lo santo">>. E, pensando alla situazione, faccio un gesto di disperazione portando la mano alla fronte. La ragazza che è con me mi chiede se qualcosa non va. Le rispondo raccontandole la storia del convegno.

Il 29 maggio è domenica. E' il compleanno di mio fratello. 32 anni.
Di pomeriggio è di turno un vecchio compagno di mio fratello con il quale giocavano a calcetto. Gli spieghiamo la situazione e consente a lasciarci scendere al bar per festeggiare. Mio fratello ad un certo punto si avvicina al bancone per prendere dei fazzoletti e notiamo che un infermiere si scosta impaurito. Mio marito ed io ridiamo di quella paura. Ridiamo. Quindi sapevamo che era ingiustificata.
Arriva il ponte del 2 giugno. Quell'anno il 2 giugno è giovedì. E l'altro fratello con la sua famiglia scende per farsi i bagni.
Mio marito ed io andiamo a trovare mio fratello che ci chiede cos'è questa storia che non può tornare a casa e deve andare in una casa in affitto. Ne parliamo. Intanto più in là una dottoressa discute animatamente con i parento di un altro paziente.
A me ed a mio marito pare che la persona 'schizzata' sia lei e la cosa ci 'diverte', vista la scarsa fiducia che abbiamo, fin dai nostri vent'anni, dei medici psichiatri.
La mattina del 3 giugno sono convocata dal responsabile del centro medico pubblico locale.
Non ricordo come, probabilmente avevo detto ai miei genitori di quella convocazione e loro avevano spifferato tutto all'altro fratello, nella piazza adiacente il centro mi ritrovai affiancata dall'altro fratello.
Pensai, ma non lo dissi: "Che ci fai qui? Hanno convocato me."
Non avevo ancora imparato a non dire niente ai miei genitori?
Meno di un anno prima mi ero trovata a pensare "Levatevi di torno: ora il capofamiglia sono io" ed avevo agito di conseguenza.
Finita l'emergenza, non avrei dovuto cedere lo scettro del comando di nuovo a loro.
So perché lo avevo fatto: perché dopo che avevo agito autonomamente, l'altro fratello mi aveva aggredito: bisogna decidere collegialmente. 
Sì, mentre i dottori discutono il paziente muore.
Avevo agito autonomamente ed il paziente non era morto.
Ma ero stata aggredita e la fiducia in me stessa era stata minata. Di nuovo.
Oltretutto l'altro fratello aveva, già solo con l'atteggiamento, rivendicato il suo ruolo di capofamiglia, in vece di mio padre, in quanto maschio e primogenito.

OK, 3 giugno 2005. Arriviamo al centro medico. Il responsabile dice che i medici, parlando con mio fratello, hanno individuato in me la persona di cui mio fratello più si fida. Quando dimetteranno mio fratello, sarebbe potuto venire a stare a casa mia? Esprimo dei dubbi, so che al momento è l'unica soluzione fattibile, ma mio marito aveva cominciato a dire che gente che urlava e che dava in escandescenze lui in casa non le voleva. E questo lo dico. io ho sempre paura che mio fratello possa darmi una botta in testa quando siamo soli in casa, ma questo non lo dico. L'altro fratello interviene e  con sicumera afferma che nostro fratello può andare a casa sua, a Roma. Il responsabile mi guarda e dice: "Sembra che abbia paura, guardi invece suo fratello". Non riferisco al medico quello che penso, ossia che il fratello che ho accanto è un vanaglorioso presuntuoso e falso che non ha nessuna intenzione di portarsi il fratello a casa e che non deve credere una parola di quello che dice. Lo guardo invece fisso negli occhi e dico, storcendo il naso: "Sì, sì, ma lui sta a Roma". Sottointeso: "Lui fa tanto il magnifico, ma questo ultimo mese che sembrava che i miei ed io rischiavamo, lui era al sicuro a 300 km di distanza". Il medico rimane un po' interdetto e prova ad insistere. Io ripeto: "Sì, sì, ma lui sta a Roma". Il fratello che siede accanto comincia già a mitigare i termini: "Certo devo prima parlare con mia moglie".
Ci lasciamo e la cosa rimane indefinita.

Il pomeriggio l'altro fratello va con la famiglia a mare.
Mio marito ed io andiamo da mio fratello.
Questa volta l'incontro non si svolge nei termini calmi e cordiali del giorno prima.
Ad un certo punto mio fratello comincia a manifestare insofferenza, anche verso di noi. Interviene la dottoressa del giorno prima, ma non con una iniezione calmante come quindici giorni prima avevano fatto i suoi colleghi.
Lei, minuta, affronta quel marcantonio di mio fratello con la forza della sua personalità, delle sue parole e della sua logica.
Con la forza della sua parola.
Ci ritroviamo come due scolaretti discoli, mio fratello ed io, seduti davanti la scrivania della dottoressa. La dottoressa mi fa una domanda in riferimento a quello che ha appena detto mio fratello. Rispondo. Risposta troppa generica per la dottoressa. Mi costringe ad essere più circostanziata. "Questa può aiutare anche me", penso.
Promette a mio fratello che quando inizierà il suo prossimo turno, a mezzanotte tra sabato e domenica, lo dimetterà. Ora non può farlo perché il suo turno è finito. Lei era rimasta solo per non lasciare al collega successivo un problema irrisolto.
Mio fratello ci saluta e torna nella sua stanza.
La dotoressa parla con me e mio marito.
Ci avverte: “Se vostro fratello continua con i farmaci, ogni due anni sarà in una struttura sanitaria. Vostro fratello deve venire da voi. Si vede che siete persone a posto. Io posso continuare a seguirlo come ho fatto stasera, ma posso operare solo qui.  Dovrete portarmelo qui”.
Le pongo solo il problema che noi stiamo fuori casa tutto il giorno.
Non le spiego che non consideravo ‘sano’ per mio fratello essere lasciato in balia di quei viscidi dei nostri parenti e miei vicini ai quali mio fratello voleva bene e non sapeva fino a che punto fossero infidi.
Anch’io volevo loro bene, ma sapevo che erano persone false di cui non fidarsi. 
E non sapevo ancora fino a che punto.
“Ci penso”, disse la dottoressa. E ci lasciammo.
In auto pensavo che il giorno dopo, sabato, sarei andata a prendere dei mobili subito disponibili per arredare la camera per mio fratello.
Ed anche pensavo all'alternativa di farlo invece alloggiare per un mese al residence che non era distante da casa mia, in attesa di trovare qualcosa in affitto.
Ero immersa in queste riflessioni quando mi accorgo che mio marito non si sta dirigendo a casa nostra.
 - “Dove stai andando?”
- “Andiamo a dare la bella notizia ai tuoi”.
 - “No”, replico, “si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci”. 
E pensavo non solo a mio padre, in quel momento incapace per la sua indole peggiorata dall'età e per la sua malattia, a mia madre che l'anno prima avevo dovuto escludere dalla gestione dell'emergenza per mio padre, ma soprattutto all'altro fratello.  Mio marito, che l'anno prima era stato determinante nel mettermi in condizione di agire e salvare mio padre, replica in maniera categorica: “I genitori devono sapere”. 
Ed io non replico. Anche se so cosa succederà, non replico.
So che quel presuntuoso dell'altro fratello si sarebbe messo in mezzo, facendoci saltare i piani.
Non replico.
Non dò un pugno in pancia a mio marito e non gli ordino urlando di voltare l'auto e di tornare immediatamente a casa.

L'anno precedente mio marito aveva poi relazionato che io mi ero messa a fare la pazza fino a quando mio padre non aveva acconsentito a farsi trasferire di ospedale.
Devo sempre mettermi a fare la pazza per salvare i miei familiari? 
Sì, dovevi metterti un’altra volta a fare la pazza. 
Ma hai capito solo tredici anni dopo che non sarebbe bastato.
Perché solo tredici anni dopo quel bel tomo, quando oramai era troppo tardi, si sarebbe lasciato sfuggire di essere andato a spifferare tutto ai tuoi perché non voleva tuo fratello in casa: "Non avevo mica la patria potestà".
"E che dovevo pensare a mio cognato?", avrebbe anche ribadito.
Lui che aveva passato insiema a te le nottate appresso a tuo fratello.
Anche in seguito sempre presente, o quasi avresti riflettuto poi.
Sì, sempre presente, ma nelle emergenze. Non per un'azione organca, continua.

Non sarebbe bastato.
Avresti dovuto mandare via quel tomo che si era presentato come salvatore della patria. E non lo avevi capito.

Dovevi metterti a fare la pazza.
Sarebbe bastato? Forse no.
Ma era la cosa giusta da fare. 
E si deve sempre scegliere la cosa giusta da fare.

Il delitto fu a Granada.

Seconda stella a destra. E’ una favola. E’ solo fantasia.

24 febbraio alle ore 18:08

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