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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 27 marzo alle ore 17:37
    Ipotesi di miracolo

    Come comincia: Una mattina come tante. La voglia di scrollarsi quegli anni, che ti zavorrano. Comandi alla schiena di star dritta, il passo, lo vuoi spedito. Il tuo vecchio ambulatorio ti aspetta, fiducioso. Il sole indora i Vergini, un anfiteatro di storia. Il mercato vende colori e profumi. Le prime massaie, attente, toccano ogni cosa. La corrente degli extracomunitari passa veloce, per non perdere bus o metro, diretta a Foria. Lassù, all’ultimo piano del palazzo del Principe di Traetta, la veranda del boss. Di mattina osserva il suo reame. Oggi non c’è. I miei occhi volano tra uomini e cose. Il traffico di auto e motorini è solido. Avverto improvvisamente una sensazione di disagio. Qualcosa sta succedendo. Cos’è? Il posteriore di quell’auto, in retromarcia si avvicina troppo a quel bambinello con cartellina, che si avvia per un vicolo laterale, S.Maria del Pozzo, ignorando il sopraggiungere dell’auto. Ora è un film al rallentatore, sequenze interminabili, in frazioni di secondi: l’auto continua la sua retromarcia, tocca alle spalle il bimbo inconsapevole. Il bambino cade in avanti, per la spinta, e scompare sotto le ruote posteriori. Un urlo di donna squarcia la scena. Giuro di aver sentito il rumore delle ossa schiacciate. Vedo il lago di sangue. Il mio cuore esplode in tachicardia. Possibile che sto fuggendo, io medico! Non voglio vederlo. Avverto il modo orrendo di essere padre. Altri urli si susseguono. La gente mi scansa con difficoltà, nel loro curioso accorrere. Il giorno dopo, mi soffermo presso un negoziante, vicino al punto dell’investimento. –“Del bimbo che ne è stato?”- Il cuore riprende a scalpitare. Lui, calmo, quasi incurante dell’accaduto:-“ Ah! Il bimbo, dite? Non si è fatto nulla. Capirete, il telaio dell’auto era molto alto e c’è passata sopra, senza neanche un graffio”-.
     

  • 27 febbraio alle ore 16:14
    Il Trench di Alan Ladd

    Come comincia: Raramente, percorrendo una vita intera, si può cambiare disposizione, in maniera così radicale, verso un elemento della natura, quale è la pioggia, come è accaduto a me, negli anni. Sí, Genova è una città piovosa, ma la sua pioggia, anni fa, era lenta, impalpabile, insistente pioggerellina. Non ho portato mai, con me, l'ombrello, da ragazzo. Era un attributo per "figie". Si poteva passeggiare per ore, lungo i viali alberati della circonvallazione, la pioggia sembrava non volerti bagnare. Le
    violente piogge , incontrate a Napoli , divennero per i miei amici genovesi, piogge dal carattere equatoriale, che ben si addicevano al loro concetto di profondo sud, in cui io mi ero andato a cacciare. Avevo ereditato, in vita di mio padre, un suo vecchio trench. Qualche macchia vistosa, mamma l'aveva ridotta con la benzina, il cui odore tendeva a restare nel tempo. Il trench era un icona nel vestiario dell'epoca. Alan Ladd, nella lotta ai gangsters newyorchesi, ne aveva impresso l'immagine in molti films. Humphrey Bogart lo riprese, subito dopo,in Casablanca, e non lo abbandonó più. In realtà poteva sembrare a prima vista un camicione beige, ma due tocchi magici, lo trasformavano in oggetto da piacere. Il bavero alzato ad arte, e la cintura stretta in vita. Solo allora si entrava, in un attimo,nel personaggio holliwoodiano. Averne uno comunque, voleva significare di possedere più chances con le ragazze. Mi ricordo che andavo, in terza media, ad aspettare, all'uscita dalla scuola, Betty, un caschetto nero su di un volto da primavera del Botticelli.
    In un vespasiano ottocentesco, nei giardini della scuola, mi ero precedentemente allenato ad un gesto simbolico, che avrebbe accresciuto il mio fascino. Sigaretta penzolante all'angolo della bocca, gesto elegante della mano destra, nel dare fiamma all'accendino, a pietra focaia. Un solo colpo sicuro, quasi uno schioccare di dita. E oplá: la sigaretta era accesa. La prima boccata, al mentolo, per non vomitare. Una nuvola candida a coprire il mio rossore. Lo sguardo fisso su di lei, che usciva, parlando alle sue compagne. Cercavo i suoi occhi.
    "Ciao, Betty!" Mi usciva appena, quasi una implorazione.
    Lei mi regalava un tenue, indecifrabile sorriso.
    Un lampo e via.
    La ricordo ancora.
     

  • 21 febbraio alle ore 8:25
    Itapua

    Come comincia: “Itapuà…Itapuà”... sento ancora il suo canto che mi invia l’ I- pod. Una registrazione di molti anni fa, in qualche locale di Rio. Brusio di parole, tra tavoli di un locale. Vinicius, con la sua voce anziana, roca di fumo ma musicale, parla con Toquino della spiaggia brasiliana, il suo ultimo rifugio, Itapuà. Sono battute allegre. Il pubblico ride, poi Vinicius inizia a cantare. Un poeta che ha saputo musicare i suoi versi, intrecciandoli al suono del canto e della chitarra. Anche la sua figura sembra aver preso la forma delle note. Una coerente metamorfosi.
    Sono arrivato da pochi minuti su questa spiaggia. Sono le 13 di un giorno invernale per i brasiliani, nonostante i 24°. Il mare ha onde colore del cielo. Nuvole dense si aprono su azzurri intensi. Sullo fondo, scorgo le case di Salvador. La spiaggia è deserta. Mi sono seduto a questo barretto, precario, come tutto, qui. Sedie di plastica, rose dal salino, che affondano nella sabbia. Una baracca di paglia e canne. Ho ordinato un caffè ad un ossequioso pescatore che è corso, non so dove, a cercarlo, lasciandomi dubbioso. Sulla sinistra, il Faro, restaurato di fresco, con un rosso che colpisce, tanto da farmi pensare che possa sostituire la sua luce, almeno di giorno. Ho cercato di avvicinarmi , ma una coppia, in intimità, me lo ha precluso. Gabbiani rasentano la spuma e s’immergono nelle onde a riva, in cerca di pesce. . Le note di una chitarra riprendono un motivo di Vinicius, lente, dolci, melanconiche. Non ne scorgo la provenienza, ma mi bastano. Il pescatore è tornato con un termos e mi versa un bicchiere bollente di bevanda. Mi dice qualcosa in brasiliano, ma non lo capisco. Gli sorrido comunque e lo ringrazio. Il caffè scende giù a tratti. Sento di aver afferrato un attimo di vita. Le note sono sempre più vicine. L’ombra di una figura si frappone, di fronte a me, ad un raggio di sole. La chitarra ha una pausa. L’ombra dice qualcosa in brasiliano che capisco. “ Voi rassomigliate a Vinicius, negli ultimi giorni di vita.”

  • 13 febbraio alle ore 9:03
    Giornata mondiale della radio

    Come comincia: E’ un gesto rapido, forse anche elegante nella sua sinuosità quasi impercettibile, ma il misfatto è compiuto. La mia compagna Ida mi ha spento la Radio! Fosse casa o in auto o in ambulatorio. Si, lo confesso, ho vissuto di radio e lo faccio ancora. Scrivo queste righe mentre il terzo programma mi ricorda la ricorrenza. Il primo ricordo? Cinque anni, non vedo l’oggetto a Villa Adela, ma sento il tamburo iniziale di Radio Londra e l’angoscia dei miei parenti.  I tedeschi accampati nel nostro salotto e i miei genitori sotto una coperta per non far fuggire i suoni ascoltano notizie sulla guerra da una stazione radio clandestina. Sempre alla medesima età, io gioco tra la ghiaia del giardino con una piccola palla di celluloide (?!) che non salta. La guerra è finita. Mimo il gioco del calcio sulla radiocronaca di Nicolò Carosio che papà sta ascoltando nello studio. A scuola brani a memoria su Mazzini, Fratelli bandiera e Guglielmo Marconi! Mamma mi raccontava della sua gioventù bene a Livorno. Aveva conosciuto Elettra, la figlia di Marconi che era in vacanza sul panfilo del padre con il suo nome. Nel dopoguerra le sere in cucina, i gomiti sul tavolo di marmo, mentre Nunzio Filogamo presentava i dilettanti. Silvio Gigli! Volti tesi all’ascolto, commenti minimi per non sopraffare l’ascolto. L’adolescenza e la separazione dalla famiglia: la mia prima radio a “galena” con cuffia. Un paradiso delle mie notti. Un ago su di un luccicante cristallo sapeva cercare stazioni nel mondo. Quel giorno che un impiegato di mio padre a tavola di un ristorante genovese tirò fuori una delle meraviglie della mia gioventù: la radiolina giapponese, un microscopico gioiello. Poi adulto, la Satellite 2000 che ancora ascolto. Portatile, tenerla sulle spalle in villaggio Valtur, d’estate dava acchiappanza sicura! In questa casa, dove abito del 1890 che la vide nascere nel 1901 ne tengo accese a volte quattro contemporaneamente su programmi diversi.. Per Ida, quando arriva, è una fatica spegnermele.
     

  • 04 febbraio alle ore 19:39
    Genova per noi

    Come comincia: Provaci a tornare, ogni tanto, nella tua Genova, se vivi lontano da lei. I colori delle sue abitazioni, ti verranno incontro per primi. Tenui pastelli, in una vasta gamma, a cui non saprai dar nome, ma solo riconoscere dal tonfo al cuore, che ti raggiungerà alla prima visione. Quelle mura arabescate, quelle finestre trompe-l’oeil, disegnate solo per non perdere il ritmo di una visione attesa. Tetti d’ardesia, grigie piramidi nel cielo turchino, che si accendono al sole. Ti sorprenderà di ritrovare la presenza immediata delle colline, a chiudere in un abbraccio la città. Quell’abbraccio sicuro e verde, che ti sarà mancato, se avrai avuto la disgrazia di vivere in un mondo piatto. Il verde della natura scende all’azzurro del mare. Due colori che ti porti dentro per tutta la vita, se sei genovese e di cui hai perenne sete. Alberi, fiori, parchi esuberanti faranno da collante alla scena. Improvvisi, quasi inattesi, arriveranno i ricordi. Ti verranno incontro come fantasmi. Una strada, un nome, un’insegna, un profumo, un sapore. Un vagare disordinato nella memoria, alla ricerca di voci, volti, momenti, che hai perso nel tempo. Vi hai lasciato la tua vita sino ai vent’anni, il meglio che ti è stato concesso. E resti in bilico in una riflessione che ti disarma. – “Se fossi rimasto. Se avessi disubbidito alla mia famiglia?” – Avrei perso un’altra vita, un altro mondo. E sai rassegnarti.
     

  • 27 gennaio alle ore 7:57
    Lettera ad un ex compagno di scuola

    Come comincia: Caro Renato, quella tua voce stentorea, offuscata da un affanno, che, come medico, so riconoscere, mi ha raggiunto, sere fa, dal vivavoce della mia auto, nel buio, senza luna, della discesa dalla valle del Noce, che scende a Scalea. Guidavo in quell’assenza di pensieri, che ti capita, quando decidi di concederti una breve vacanza. Il ritmo dello sterzo, per le continue curve, si accompagnava al suono del motore, richiamato dallo scalare delle marce, per ridurre la velocità, all’entrata delle curve. Le conifere, a tratti, erano come fantasmi, al lato della strada. Quel trillo…-“Sono Renato, ti ricordi di me?..”- Quel tonfo dell’anima, più sonoro e preoccupante di quello del cuore, che sappiamo. Non era la tua voce di ragazzo, che ho lasciato negli anni, eppure ho saputo riconoscerti, forse anche per quel tanto di accento ligure, che trapelava in quel tuo angoscioso ansimare.
    Scusa la grafia del computer, ma ti evito la decifrazione della mia calligrafia..
    Il tempo ci spaventa e noi spesso lo fermiamo nei ricordi. Così tu sei ancora per me, Renato, il bello incontestabile, che sviava su di se gli occhi di tutte le nostre compagne, al liceo. Quel volto abbronzato, attraversato da un sorriso gioioso. La tua figura, curata dallo sport, che a quei tempi era un lusso di famiglia. Avevi un modo così invitante di saper chiedere i compiti, da me già fatti. Una volta, affascinato dalle prime cuffie militari per radio, che mio padre aveva conservato dalla guerra, mi chiedesti di imprestartele. Non ritornarono mai più .Mi sembrò un gesto naturale di elegante distrazione. Non parliamo di quando ti esibivi al tennis, nei vari tornei. T’invidiavo, guardando il volto acceso delle nostre compagne. Quei commenti verso il tuo fisico. T’invidiavo i calzettoni candidi di marca, che a me, scendevano sempre, inesorabilmente. Le tue racchette poi, erano sculture inarrivabili. Le corde di budella, suonavano come violini, se ci passavi il palmo della mano, con eleganza, quando, a fine partita, tornavi tra noi. Sorseggiavi il Chinotto ghiacciato, alternando frasi e commenti a tutti noi, che mi sembravano d’irraggiungibile originalità. A volte ne ho copiato a mente, qualcuna di quelle frasi.
    Parlarti di me vorrebbe dire fare un riassunto della mia vita; passiamo oltre, gioie e dolori come tutti. Lavoro ancora. Il mio studio in Piazza della Sanità, uno dei rioni a rischio di Napoli ,mi ha dato la possibilità di fare un’esperienza altrimenti impossibile. Scusami se, interrompendosi la comunicazione telefonica, non ho avuto il coraggio, all’arrivo, di ritelefonarti. Il tuo ansimare mi stava cancellando il tuo giovane sorriso e la nostra gioventù. Perdona il mio egoismo.

  • 22 gennaio alle ore 12:58
    Dolce&Gabbana

    Come comincia: Amo Portofino. Ogni volta che ritorno in Liguria, prendo il treno da Genova e scendo a Santa Margherita. Poi, percorro a piedi la stretta litoranea, che porta a Portofino. In macchina o in bus sarebbe un reato. Sono passi paradisiaci, di colori, di profumi, di ricordi. Ma l'euforia delle endorfine, che il nostro cervello scatena alla visione del bello, cancella ogni fatica. Povera madre, convalescente da una colonstomia per un cancraccio da due, tre mesi, la percorse con me, costretta, a braccetto, vivendo vita vera. Non me ne pento. Si cammina al suono del frangersi delle onde dabbasso. L’occhio si stende in un azzurro confuso di mare e cielo. Vele invidiate, sono macchie candide. Il verde mediterraneo di contorti pini è quasi un tetto che ti profuma e ti dà macchie d’ombra. Giunto a Portofino, subito a comprare la fugassa in un negozietto fermo nel tempo: scelgo quella sbrodolante d’olio d’oliva che scende tra le dita. Incontro l’odore di mare, di porticciolo. Turisti in sindrome stendhaliana vagano guardando a caso, altri si attardano nelle boutiques di nome. Subito dopo amo alzarmi, a volo d'uccello, sino al castello Brown, uno stretto sentiero tra cancelli e inferriate di ville superbe, che hanno i nomi sottaciuti dei nostri ricchi, imprenditori, politici e attori. La vista è unica. Tra fiori, l'azzurro del mare, violento, quasi una macchia indelebile. Ricordo che mi colpirono, in bilico, su di un dirupo, aldilà dei cancelli di una lussuosa villa, due sdraio da giardino, dalle tele eccentriche, affiancate, strette come da un sentimento.  Erano sospese su di un panorama unico. Un precipizio da estasi.
    "Chi sarà mai questa coppia d'innamorati, così fortunata e doverosamente felice, da potersi unire in questa bellezza?" Dissi a mezza voce.
    "Dolce e Gabbana!" Mi rispose un ragazzetto di passaggio, ammiccando un mezzo sorriso.

  • 22 gennaio alle ore 10:38
    Il tornado e il ventaglio

    Come comincia: Sedersi sulla panchina di Piazza Sanità è un lusso da medico in pensione. La vita da seduti è ben diversa. Ti accorgi del sole, del suo calore, di chi ti circonda. Dalla cantina cingalese arriva l'odore intenso del cumino a evidenziare i nuovi abitanti della Sanità. Salvatore Oliva prepara la pasta per le prime pizze del mezzogiorno. Lo vedo attraverso la vetrata. Il traffico è intenso, vario. Marianella si è venuta a sedere accanto a me. Ha posato la borsa della spesa.
    - Marì, è da tempo che non ti vedevo.-
    – Sono stata da mia sorella, a Miami. -
    – In questi giorni? Ti sei presa l'uragano-
    – Eccome, dottò! .-
    Il sole di mezzogiorno si fa sentire. Marianella ha preso dalla borsa un ventaglio e ha iniziato un lento ritmo della mano.
    – Quanto è durato, Marì?-
    – Tre giorni, tre giorni d'inferno. Io sono claustrofobica e ho pensato di morire. Tutto chiuso. Finestre oscurate da tavole inchiodate all'esterno. Mancava la luce. Buio nero, buio. Quindi niente frigorifero, aria condizionata, telefono, tv, radio e possibilità di ricaricare il telefonino. Una vera tomba -
    – Che vedevi? Che sentivi?
    – Attraverso piccole fessure, vedevo dei rami sbattuti dal vento. Nient'altro. Un boato incessante. Una pressione esterna sulle strutture di cemento. Una vibrazione continua, che si trasmetteva a tutto, anche ai nostri corpi.
    – Ma la sensazione più forte, qual'è stata?-
    – Il caldo. La mancanza di condizionatori e non poter aprire le finestre. Sarebbe esploso tutto. Chiusi in una bolla di calore, che aumentava via via. Il non poter avere informazioni dall'esterno è un'esperienza tremenda. Quando sarebbe finito? -
    – Che cosa ti ha aiutato? Quale pensiero?-
    – Vedete questo ventaglio? E' stato lui a salvarmi dal soffocare. Mi ha aiutato, per tutti e tre giorni. Mi ha salvato la vita.

  • 20 gennaio alle ore 16:18
    Piazza Garubaldi - La Stazione - Napoli

    Come comincia: Fa parte delle mie passeggiate serali. " Vado in Africa", mi dico, chiudendo la porta, e, subito, sono sul piazzale della ex Pretura, dove stupendi ex schiavi neri, con pettorine colorate delle due squadre in lizza, giocano una partita al pallone. Al termine, saranno sostituiti da giocatori di baseball, con le loro mazze. Rari bianchi, sogguardano distratti, dalle loro motorette. Bionde extracomunitarie, di tutte le età, dai vestiti impossibili, bevono birra e addentano un panino, parlando tra loro, sedute dove trovano. Le aiuole, oltre all’immondizia di giorni, hanno i bagliori multicolori di vetri rotti. C’è odore di urina nell’aria. I rom sono più avanti; ti lasciano un niente di marciapiede: braccialetti, chincaglieria infima, femminile, che trova ancora sguardi e mani a rovistare. Eccola, Piazza Garibaldi: se non fosse per la statua di Garibaldi, atemporale, incongrua, scorgeresti un grande catino di ingombri rumorosi. Il telaio di pali dell’architetto Domenique Perraul sembra un’eruzione di freddi acciai, da una voragine del terreno. Promette una nuova stazione europea, a crederci. Le luci di S. Martino, lassù, placano le ansie. Ora si cammina: il marciapiede di sinistra, guardando la stazione, è l’estero in casa. Hotel grondanti di neri. Valige e parabole satellitari ingombrano balconi. L’abbigliamento è vario: dal senegalese a quello di Harlem. Il Mc Donald's è loro. Se c’entri, ti senti in imbarazzo. Bancarelle improvvisate vendono le stesse cose, con monotonia esasperante. Un occhio ai vigili, che spesso girano al largo. Eleganti magnacci, dal passo felpato, alla Obama, si portano dietro puttane, dal corpo felino. Hanno collari d’oro, come ricchi mastini. I cinesi, piccoli e minuti, non si fermano. Hanno da lavorare, loro. Basta un attraversamento ed è Turchia: gli stessi profumi, gli stessi aromi, che sbucano da bettole luminose. Le note musicali sono orientali. Baffi e barbe scure, camicie, a volte candide, ti riportano sul ponte di Galata, a Istanbul. Rari, operosi, ma non progrediti, con i tempi, napoletani, tentano di coinvolgerti al gioco dei tre campanellini, avvolti da una piccola corte di attori improvvisati. Possibile – ti chiedi - che gl’imbecilli si riproducano sempre? La Feltrinelli laggiù, mi attende, linda di specchi serali, rigorosamente incoerente con la cultura che la circonda. Quasi un tentativo di missione, la sua.

  • 14 dicembre 2020 alle ore 18:37
    Momenti magici della mia infanzia

    Come comincia: Sono trascorsi quasi ottant’anni e certe sensazioni di estremo benessere sono rimaste trascritte in qualche grumo di cellule del mio cervello. Perché mai avevano avuto una tale importanza per marchiare nugoli di elettroni da farli impazzire? Una sensazione di accoglienza, di amore, di tana animale. Una vecchia camera da letto. Luci tenui sui comodini. Ci si prepara in casa dei nonni materni ad andare a dormire. Ospite io. . –“Amina, la papalina.”- Nonno Angelo è un essere imponente, uomo di Sicilia, di Noto. Calvo, due lenti brillanti di luce che racchiudono i suoi occhi. La mia eterna soggezione. Stasera dormirò tra loro. Nonna Amina, meridionale di Melfi, ubbidisce nel suo ruolo di donna sottomessa. Depone sul capo di nonno Angelo la papalina, un emisfero di spesso cotone che lo aiuterà a difendersi dal freddo notturno della stanza. Nonna tarda. Io sono già sotto una montagna di coperte. Il viso di nonno è a pochi centimetri. Si è tolto gli occhiali e con questo copricapo mi sembra un po’ buffo. Il fiato mi disturba.  –“Che vuoi che ti racconto? La solita fiaba prima di dormire?”- -“Pollicino, nonno, Pollicino”- E la sua voce rauca di tabacco mi immerge in una atmosfera ansiogena, come tutte le favole di un tempo. E’ una eccitazione ricorrente, quasi un piacere nella sicurezza del luogo che mi ospita. Lo sperdersi nel bosco di Pollicino, lasciando molliche di pane come traccia. Sono con Pollicino ora. Il bosco mi ospita.  Poi giungerà la salvezza e il sonno. Ogni sera richiederò questa favola per il ripetersi alternativo di sensazioni buone e cattive. Nella notte mi sveglierà il rumore dei nonni, che scendendo dal letto prenderanno dal comodino il loro orinale. La musicalità della loro pipì era diversa. Mi è rimasto quel suono. Pensate cosa può un bimbo!

  • 08 gennaio 2020 alle ore 20:21
    Noi, che non si aveva il porno.

    Come comincia: Quando scorgete un gruppo di scolari, seri, attorno ad un iphone, se date un’occhiata furtiva, vi meraviglierete di riconoscere una scena di You-porn. Sì, noi, vecchi d’oggi, il porno non l’avevamo, ma possedevamo quella scintilla di fuoco, l’istinto sessuale, che aveva fatto andare avanti l’umanità in migliaia di anni. Questo giocherello della mente, arricchito di fantasia, che aveva saputo trasformare, nella solitudine di una caverna, l’ultimo sculettare di una dinosaura, in una mossa conturbante. Mi sono divertito, sere fa, a riassumermi i primari quadri visivi che mi avevano avvicinato al sesso, in tenera età. Si badi che nel bimbo prevale la curiosità, dietro la proibizione del “non guardare, voltati!”. Questo è lo stimolo iniziale. E subito mi appare zia Maria, ai miei cinque anni, a villa Adela, nei gelidi risvegli di ghiaccio, che versava dalla brocca nel catino della toilette acqua bollente. Io, ancora sotto le coltri, osservavo quello spettacolo di vapore, profumo e schiuma attorno ai suoi seni. Passarono anni e alle elementari arrivò una sera a casa papà. Una grossa spesa a rate, cinque volumi dell’Enciclopedia POMBA. Tra migliaia di pagine vi trovai…. Lei, la prima immagine conturbante della mia vita. Erano 4cm x 3cm, a colori, VENERE AL BAGNO di Delacroix. Venere, nuda ma ingioiellata, baroccamente sontuosa, seduta su uno scoglio, offriva una coscia voluminosa e rosea prima di toccare l’acqua. Potrei ancora descriverla nella sua possente donazione. Questo ci bastava per i primi germogli di un piacere che appena affiorava. L’aprire un cassetto, furtivamente, di nonno Celso e trovarvi delle insolite carte da gioco; sul retro, foto di sorridenti soldatelli italiani abbracciati a nude ragazze abissine. Un lampo di tempo, prima di chiudere il cassetto, ma un primo apporto erotico alla mente di un bambino alle elementari. Quella pessima frase del prete ad ogni confessione in parrocchia: -“Hai peccato nei pensieri e nelle parole?”- Assurda arretratezza della nostra Chiesa che uccideva e metteva in una luce di colpa il germoglio più bello della nostra età. Da allora ho evitato la confessione per una vita. Alle medie, Anna, la nostra cameriera diciottenne, una sera, messa a guardia dai genitori che uscivano, con la sua brandina accanto a noi ragazzi, acconsentì a spiegarmi la toponomastica di un corpo femminile, sino allora sconosciuto. Un solo, ricco incidente formativo. Poi ci fu “il periodo colto”, ma sempre ricco di fantasia. Ho frequentato a sera le suore licenziose di ser Boccaccio! I sonetti dell’Aretino sono stati arricchenti per mesi. A seguire, gli scrittori americani, schietti, igienici, John Steinbeck, Erskine Caldwel. Ci si passava i libri tra noi, oramai adulti, ma minorenni, indicando il numero della pagina fondamentale! I nostri compagni maggiorenni ci raccontavano, all’uscita degli ultimi casini, il sesso trucido. E noi li si ascoltava, con invidia
     

  • 02 gennaio 2020 alle ore 6:43
    Uccidono Tonio

    Come comincia: 2008 Primavera, alture del Pigno, Marano di Napoli. Oggi rientrando nella villetta del mio padrone di casa, ho visto movimento d’uomini, lassù, tra gli ultimi alberi e arbusti di una campagna perdente. Dal ramo forte del ciliegio pendevano corde intrecciate ad una nera carrucola. Poteva essere un’impiccagione d’altri tempi. Fiori di ciliegio volavano nel vento. “Venite quassù dottore, acerrimo o’ maiale”, venite! E’ ‘nu spettacolo!” Ho risentito la voce di mia zia Maria, che, prendendomi per mano, mi diceva: “Via dall’aia, vieni su con me, qui oggi si uccide Tonio. Non è uno spettacolo per bimbi”. Avevo sei anni a Villa Adela, a Serravalle Scrivia. Tonio era il mio amico di guerra, in quella casa di grandi, dove l’unico bambino ero io. Lo aveva portato, un giorno, nonno Angelo, che si occupava dell’approvvigionamento di cibo, in quei momenti di fame. Un pugno di carne rosa, con una simmetrica metà nera. Un germoglio di vita che avevo già appreso nella stalla, alla nascita del vitello o allo schiudersi delle uova dell’oca Santina. “Lo chiameremo Tonio” Il nome dato fu il viatico d’entrata in famiglia di un’altra entità. Fu sistemato nel sottoscala e per molte notti ci impedì il sonno. Crescendo, mi fu affidato, per il pascolo nei campi, vicino alla concimaia. Per la mia ‘paura dell’acqua’ a lavarmi, qualcuno, in villa, iniziò a darmi del Tonio. E la cosa non mi dispiaceva, ma mi univa maggiormente a questo enorme animale che sentivo amico. “Spezza le gambe di un capretto con un solo morso” mi diceva, l’Adele, la cameriera bambina che si aveva lassù. Ed io ero riconoscente a quel muso rosa, con due buchi carnosi per naso, che mi s’intrufolava, grugnendo, tra le gambe, come se volesse giocare con me. Qualcuno, leggendo, si meraviglierà che noi si potesse convivere con un porcile in casa. Ma non sa cosa può essere una guerra, quale alternativa di costumi può aprire. Vincono le necessità basilari. Vi dirò di più. Crescendo Tonio, il sottoscala si fece troppo angusto e decidemmo di metterlo nel salottino di vimini, gioiello della casa in affitto. Ovviamente, accatastammo i preziosi mobili della padrona di casa che nulla doveva sapere. Poi arrivarono le armate tedesche e prima che requisissero Tonio si decise di trasformarlo in salami e prosciutti.
    Quel giorno, lo ricordo ancora. Zia Maria che mi porta al primo piano, nella sua camera da letto. Un urlo di dolore, quasi umano, che lacera l’aria. “Chiudi le orecchie, come quando bombardano” Vedo il volto di zia, che si scherma le orecchie con entrambe le mani, la stessa espressione del bombardamento del ponte sullo Scrivia. Io non sento più nulla, solo il pulsare del sangue. Uccidono l’unico amico che ho. Il volto di zia si decontrae, sorride: “Finito”. Scendiamo. Tonio è appeso per un garretto al ramo del pioppo. Dalla sua gola squarciata il sangue cola in un secchio. - “Se ne fa sanguinaccio, con quel liquido rosso, vedrai che bontà!” l.p.r.

  • 28 dicembre 2019 alle ore 7:42
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto, senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico, che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 20 novembre 2019 alle ore 7:52
    Il giocatore

    Come comincia: La fessura m’ingoia immediatamente la mia banconota da 20 euro, senza la solita esitazione, che trovo ai distributori automatici di benzina. “ Scelga puntate da venti centesimi, come principiante, così il gioco si allunga.” La voce confortevole di questa giacca rossa, dai bottoni dorati, del croupier di S. Vincent mi conforta. Abbagliato dalle mille lucette colorate di questa macchinetta, provo ad accostarmi, forse, a età tropo tarda, alla fortuna delle slots. “Questo è il tasto d’avvio. Le varie combinazioni, le può trovare su questi altri tasti”. Continua la voce, mentre mi abbandona, chiamato da un’altra fila di macchinette. Al mio fianco, una giovane signora, in gonna nera e camicetta impalpabile, quasi in trance, con un movimento automatico della mano, spinge il bottone di start. L’occhio è fisso sulla combinazione ottenuta. Solo cinque o sei secondi e riparte con l’indice. Non mi vede, assorta com’è. Mentre io mi soffermo sulle variazioni di toni del suo maquillage. Le labbra sono serrate, sembrano vibrare. Provo a iniziare il gioco: lucette, suoni paradisiaci, mentre mi srotolano, davanti agli occhi, sagome di cuori, campane, farfalle. Il tutto si ferma. Guardo parole inglesi sconosciute che lampeggiano in vari colori. Ho perso i primi venti centesimi. Però! Una musichetta, da banda di paese, sta uscendo dalla macchinetta della signora in gonna nera, al mio fianco. Si è irrigidita sulla schiena. Appare il profilo dei seni. Il volto è di una serietà professionale. “Quattromila euro!” Pronuncia con voce metallica, alzando il braccio destro verticalmente. Il volto non ha mimica. La freddezza di un chirurgo. La mano ondeggia nell’aria a mo’ di richiamo. La giacca rossa è subito al suo fianco. C’è una verifica tecnica di pochi istanti. La schermo continua a lampeggiare 4000 euro in un arcobaleno di colori. La musica si è acquetata. La signora dalla gonna nera sta parlando con la giacca rossa. Parole brevi, senza sorrisi. Riprendo il mio gioco, con più speranza. Start! Si srotolano le varie combinazioni sino ad arrestarsi sotto il mio sguardo, in spasmodica attesa. Silenzio. Una lucetta mi comunica che ho perso i miei, secondi, venti centesimi. Il ragazzo dalla giacca rossa è tornato dalla cassa e consegna alla signora dalla gonna nera, un blocchetto di euro in pezzi da 100. La signora li depone alla base della slot. Prende un biglietto da 100 euro e lo infila nella fessura. Fredda, quasi un automa. Penso che non si sia accorta di me che la sto guardando. Non mi resta che ripartire con il pulsante. Rotolamenti a colori e silenzio finale: ho perso altri venti centesimi!

    l.p.r.

  • 20 settembre 2019 alle ore 16:31
    Il ricordo di un suono

    Come comincia: Vorrei avere un altro suono, quello di una trombetta per bimbi, un sonaglino, in fondo alla caverna dei ricordi, purtroppo c’è solo lui, tremendo, possente, inconcepibile, per un cervello appena sbocciato. Un rifugio, sacchi di sabbia, a coprire la luce di una finestrella. Una lunga, serpiginosa, buia, scala porta in alto e cela papà, che non vedo. “Papà non può stare al chiuso, sta sulla porta, rischia la vita”. – Mia madre, rassegnata, di cui sento soltanto la voce, perché, difronte, ho i pizzi odorosi di nonna Olga, i suoi capelli di fine rame. Apre la piccola scatola di mentine colorate, per rasserenarmi. Lei porta con se anche la bottiglietta di colonia francese, da passare sotto il naso, in caso di malore. Il tuono è fragoroso. Un suono inatteso, sconosciuto, che fa vibrare la testa e il corpo. Volano vetri, come neve su tutto. Il telo dei sacchi, lacerato, fa colare sabbia dall’alto. La luce è andata via. Sento piangere, pregare, inveire. Vedo maschere, più che volti, nel lampo di un cerino acceso. (Quest’odore di cera appena bruciata, mi resterà per la vita.) Mamma urla: - “Tullio, Tullio, dove sei?” - Sto vomitando la cena sulle scarpe. Un liquido caldo mi bagna i calzini. Qualcuno mi pone una mano tiepida sulla fronte. La colonia di nonna Olga va su, graffiando le narici, inodore. E' tornato il silenzio, troviamo all’uscita, in via Casaregis, a Genova, un enorme fosso, al posto del palazzo, affianco al nostro. Mi meraviglia che sia pieno di acqua, quasi un laghetto. Ci potrò giocare? Papà c’è, è salvo! Siamo felici.

    l.p.r.

  • 08 settembre 2019 alle ore 8:06
    Il Cinematografo

    Come comincia: La presa della mia mano sulla fetta di “pane e burro e zucchero” è insicura. Ma è pur vero che sia l'ora della merenda, dovunque io mi trovi. Mamma è inflessibile su questo. Lo aveva preso dalla borsetta, accuratamente incartato. Percepisco l'untuosità tra le mie dita, mentre cristalli di zucchero mi riempiono il palmo della mano. Quella tenda pesante, di colore rosso scuro, è un muro invalicabile. Di là, oltre quella barriera odorosa di polvere, c'è un suono che mi sembra di riconoscere. Una sirena, più aspra di quella, imponente e lamentosa, che annuncia i bombardamenti in paese. Ci provo a mordere un pezzo di pane, solo per una rassicurazione sensoriale. Il burro va sul labbro superiore, lo zucchero precipita sul cappottino. Mia madre ora crea una fessura in quel antro buio. Ha spostato di poco la tenda. Sento che mi spinge da dietro. -“Entra!”- Il suono m'investe. L'oscurità è rotta da un lampo di luce su di uno schermo bianco, che occupa un'intera parete. Che sarà mai questo luogo misterioso. Vedo ombre umane sedute, bagliori di occhi. Ora il suono è insopportabile per l'orecchio di un bimbo. Esce da un'auto che insegue un'altra auto, sul muro della sala, come se fosse una pittura in movimento. Spari. Ma la guerra non è finita ancora? Vengo preso dal terrore. Piango rumorosamente. Una voce aspra mi zittisce, imperiosamente. Mi sta sfuggendo di mano il “pane e burro e zucchero”. Ora lo sto calpestando. -“Non aver paura, è il cinematografo”- la voce di mamma.
    .

  • 07 settembre 2019 alle ore 17:39
    Si va, Signore!

    Come comincia: Giorni fa, in una libreria di Porta Maiella, a Napoli, ho ritrovato un libro della mia infanzia: “Il negro del Narciso” di Joseph Conrad. Quelle poche righe : “ Barra al vento! “ - “ Fiocchi in centro. Pronti ai bracci di prora al vento “ –
    " SI VA, SIGNORE !"
    Il Narciso scivolava fuori dalla tempesta e tu mi sorridevi, padre, nella tua lettura di vita, a me ragazzo, che altre tempeste avrei dovuto affrontare. Ricordo ancora quel pomeriggio di settant’anni fa. Ne vedo la luce cristallina di una Genova di primavera, quando da via Acquarone, la Lanterna era un quadruccio da portar via da una bancarella di Prè. Forse la merenda di mia madre, parca, fatta di pane e di un velo di panna. La tua vestaglia che odorava di tabacco e di Lavanda Col di Nava. Ne eri entusiasta di quelle pagine di Conrad. Ma era l’avventura di mare che ti chiamava, quell’avventura di vivere che mi hai comunicato.
    "SI VA, SIGNORE !" Quante volte quell’urlo dall’alto dell’alberatura, mi è ritornato nella vita, quando questa sembrava arrestarsi per un contrattempo, un affanno, un disamore. Quante volte nei dei giorni di dolore ho atteso quell’urlo: “ SI VA, SIGNORE !"

  • 25 agosto 2019 alle ore 9:19
    La morte della scrittura

    Come comincia: Purtroppo è data già morente dagli scienziati, anche se in 
    un lontano futuro. Il guaio è, che il centro cerebrale della 
    grafia a mano è indipendente da quello da computer, 
    secondo gli ultimi studi. È prevedibile, negli anni, la 
    scomparsa del primo, per la mancanza di un uso costante e lo 
    sviluppo del nuovo centro, il cui impiego si va sempre di più 
    incrementando. I centri e le vie neuronali del nostro cervello 
    rassomigliano ad autostrade. Se non percorse, vi nasce 
    l'erba, non rendendole fruibili. A ben pensarci, chi più, chi 
    meno, tra noi, ha già iniziato il suo cammino a ritroso, 
    tralasciando la penna, per i tasti di un computer. Perde ogni 
    giorno qualcosa della sua personale abilità, acquisita nel 
    tempo, e tramandata da millenni, di trasporre pensieri 
    attraverso segni, creati dalla propria mano. Segni, simboli 
    comuni, univocamente accettati, che hanno la prerogativa di 
    appartenerci, come impronte digitali. Quei segni siamo noi, 
    la nostra storia, con dolori e piaceri, che hanno solcato il 
    nostro corpo. Infatti sanno essere linee e curve di dolcezza 
    raffaellesca, quanto sgorbi e ghirigori di un paesaggio alla 
    Picasso. Tra le bombe, che venivano giù, fu la mano ferma di 
    nonno Angelo sulla mia, a farmi tracciare le prime "aste". Le 
    aste divennero lettere, poi parole, conservando le paure, le 
    ansie, le angosce di un bimbo nato in una guerra, che 
    stentava a capire, ma che doveva subire. Superficiali e 
    incolti maestri e professori, poi, non seppero trarre da quei 
    segni, a volte imperfetti e contorti, altro che rimbrotti del tipo 
    "Ma che scrittura, Raineri!" o " Che zampe di gallina, sono 
    queste?" Infine, la classica incomprensibile calligrafia di tutti 
    i medici assolveva, in un retorico giudizio, ogni mia impronta 
    di sofferenza di vita trascorsa. Un' immane tristezza mi coglie a pensare alle nostre prossime, comuni grafie, dettate da macchine, create da noi, ma che sanno derubarci di pezzi della nostra intimità. 
    Sarà, allora, per fortuna nostra, solo la qualità dei pensieri 
    tracciati, a differenziarci, un giorno, non molto lontano. E 
    non è poco!

  • 21 luglio 2019 alle ore 16:02
    LA FIAMMELLA

    Come comincia: Corso Umberto, al tramonto, il passo è svelto. Purché non si addormentino muscoli e articolazioni, è l’ora dedicata a loro, data l’età. Sulla porta di un bar, una signora, in nero, si accende la sigaretta. Un bimbo, in braccio ad una ragazza, vicino a lei, è incantato dalla fiammella dell’accendino. La signora, in nero, soffia sulla fiammella, il bimbo scoppia in una risata. Nasce un ricordo. Anni ’60, Pronto Soccorso del Cardarelli, io, giovane medico, alle prese con la medicina degli imprevisti. Anziani infermieri sono i miei angeli custodi. Loro sanno tutto, io no. La solita confusione partenopea, sirene di autoambulanze, macchine che sgommano sulla rampa, volti ansiosi, gente trasbordata in barella, imprecazioni, lamenti, pianti, mani tra i capelli. Su quel lettino, difronte a me, arriva un po’ di tutto: ragazze, che hanno ingoiato acido, per amore, coliche addominali, infarti, ferite, sparati, pompieri sorpresi da una frana, semiasfissiati. I titolari del PS, i due chirurghi, nicchiano spesso. Si scelgono un intervento “pseudo-urgente” e se ne vanno. – “Raineri, fai tu, oggi!” - Se si sapesse che nel ’60, in alcune ore, il PS del Cardarelli era in mano al solo Raineri, cioè, solo a validi e anziani infermieri, pronti a suggerirmi il daffare! Ma ecco la scena, che mi è tornata in mente, questa sera, dopo quell’incontro. Un ragazzo, potrebbe essere uno dei miei figli, entra correndo. Ricordo ancora il biondo dorato dei suoi lineamenti. Una camicia candida, come il lenzuolo che ha tra le mani. Ma c’è qualcosa dentro. Un putto d’altare, questo frugoletto, uscito dal lenzuolo e deposto sul lettino. Mi sorprende subito la pelle, di un rosso violaceo, che non potrò mai dimenticare. - “E’ caduto nella vasca da bagno, colma di acqua bollente” - Il bimbo piange. Gli occhi, inondati da lacrime, sembrano voler uscire dalle orbite. Immagino la sua sofferenza. Il padre ha il volto contratto da un ansia dolorosa. Sembra chiedermi l’impossibile con il suo sguardo. Ustione di 2° grado, in oltre il 90%; la prognosi, per quei tempi, è infausta. Nessun reparto ustionati. Sorella Cinzia inizia a spalmare il Foille, l’unico medicamento disponibile. Il bambino, ora, emette una sola nota acuta, il padre piange in silenzio, fissando il figlio. Ad un tratto, estrae l’accendino e lo avvicina al volto del bimbo. Pochi centimetri dalla bocca. Esce la fiammella. Per un attimo, quasi una magia, il bimbo cessa di urlare. La mimica gli si ricompone in una fugace normalità. Ecco che soffia sulla fiammella, che si spegne. Il bimbo sorride, il padre pure. Si stanno fissando entrambi negli occhi. Due sorrisi fermano dolore e tempo.

  • 26 ottobre 2018 alle ore 17:25
    Fischiettare

    Come comincia: - “Hai sentito, ieri sera, su Radio Montecarlo, quel motivo di Bellafonte?”
    - “No, ah... forse... fammelo sentire un attimo. Come faceva…?”-
    E Barbera (tra compagni di liceo era d’obbligo il cognome), iniziava ad emettere suoni dalle sue labbra. Note che presto diventavano motivo da afferrare. Era una sua dote, in quella ricchezza di suoni che generavano musica. Un gioco di labbra, di lingua, di gote. Il suo volto dai biondi capelli si trasformava. Gli occhi accesi di azzurro, lampeggiavano. Non era da tutti. Io, ad esempio non ci sono mai riuscito; e ne ho passato di tempo davanti allo specchio in una ricerca affannosa. Ma solo soffi mi uscivano, suoni incoerenti. Il fischio non ci serve più, tranne che allo stadio, in qualche contestazione o galanteria da poco. Era la musica primordiale dell’uomo, spazzata via dai mille congegni elettronici dell’era moderna. I riproduttori erano da inventarsi ancora e il fischio regnava. Già in casa si poteva intuire l’umore di mio padre di prima mattina, intento a sbarbarsi con la gilette.  E nelle scale di casa, alle prime uscite, già si sentiva qualche accenno di motivo tra gli inquilini. Ogni padre aveva un suo fischio personale. Lo usava per chiamare dalla finestra il figlio, che stava giocando in strada. Era un ordine senza parole. Poi c’era il fischio del “sto arrivando”. Entrava come un'eco dalla finestra, al rientro dal lavoro.
    – "C’è papà!" – e ti buttavi giù per le scale ad andargli tra le braccia.                                 
    Il fischio era tabù per le femmine. Non le si addiceva. Hélene aveva diciassette anni ed era la mia prima cotta.
    – "Sai fischiare, Lucio?"
    Dovetti confessare la verità a malincuore.
    – "Guarda, attento, te lo insegno..."
    Mise due dita, sprofondate in bocca, sotto la lingua e ne uscì un fischio assordante, impetuoso, virile, da portuale genovese.
    Una delusione incancellabile.

  • 26 ottobre 2018 alle ore 17:01
    Che dici? Apro?

    Come comincia: La stuoia vegetale non trattiene aghi di luce colorati. Le palpebre fremono una ultima difesa, invano. L'immobilità del sonno profondo si dissolve man mano. Ritorna la coscienza del mio corpo. Il fragore delle onde, alla barriera corallina, si trasmette, da terra, con minime vibrazioni, al mio orecchio, poggiato sul cuscino. Un uccello manda due note, ritmate, incessanti.
    -”Che dici? Apro?- mi chiedo. Entro in una realtà sognata, o la centellino come una pozione salutare. L'odore acre del Baygon di ieri sera, perde al profumo del mango, tagliato a fette, sulla mensola, ed ora pasto per formiche e mosche. Fuori un tonfo, netto, sordo. Un cocco è precipitato dall'alto, staccato dal vento. L'abbaiare rabbioso del cane del custode. Il sibilo di una sega elettrica, a tratti. Il riso gorgogliante di una giovane dallo chalet accanto. Sa di felicità. Giunge dal forno il profumo del dolce al cocco. Si prepara le petit dejuner.                                                                                     
    -”Che dici, apro?”-
     
    da Un isola che c'è.   

  • 14 agosto 2018 alle ore 19:05
    Vengo anch'io?

    Come comincia: Mi sembra di vederlo, Enzo Jannacci, nel suo gorgheggiare quella pietosa implorazione. Il guaio è che, puntualmente, allo scoccare della settimana di ferragosto, sento un fremito, alle corde vocali, che vorrebbero accordarsi alla voce di Jannacci. Ho trascorso una vita ad ignorare le ferie di agosto, timoroso del caos d’obbligo, che non si allinea al mio sentimento di vacanza, eppure, questo senso di abbandono che mi coglie in questi giorni, lentamente, inesorabilmente, è oramai ricorrente, atteso. Trascorro, quasi undici mesi, a maledire la folla, che impregna questa città. La trovi dappertutto. S’insinua, come un liquame malefico, scoraggiando ogni tua iniziativa. Strade, metro, divertimenti. “Vado controcorrente”, ti vanti, in lampi di superbia e cerchi orari inconsueti, inventi percorsi alternativi. Presto ti accorgi che il popolo del controcorrente è immenso e più arrabbiato del solito, in quanto, terribilmente deluso. Agosto è arrivato, questo corridoio di metropolitana, stasera deserto, m’incute timore. Solo il rumore dei miei passi. Quel tizio, che prende a pugni, da alcuni minuti, il distributore di bevande, mi allerta. Ha una rabbia tutta sua. Speriamo che non mi scorga. Possibile che non ci sia una guardia. Il marciapiede della metro mi specchia. La striscia gialla è una nota muta di colore. Il prossimo treno a…già, il display è guasto, da mesi. Ora, ragazzette sui tredici anni, ridono scompostamente, là infondo. Una vecchietta si cura le vesciche dei piedi, a una panchina. Forse una barbona. Non si è accorta di me. Io ho altro da pensare: devo trovare, un idraulico, ad agosto. Al risveglio, uno spruzzo d’acqua, in bagno, mi ha messo nel panico. Perdita d’agosto! Sembra una iattura, più che un casuale incidente. L’unica mia sicurezza è il freezer, stracolmo. Ho quasi tutto. Lo apro più volte al giorno; è un gesto terapeutico, mi toglie l’ansia. Le mie medicine? Riconto pillole su pillole. Bastano. Ma, se…? Allora, morirò, di sicuro, a ferragosto.

  • 23 gennaio 2018 alle ore 8:20
    Ho tolto la barba a Dio

    Come comincia: Un bimbo uscito dalla fredda razionalità di una guerra, dove apprende che la bomba, che stava scendendo, ha preso la casa vicina e non la sua. Quel frantumarsi di vetri, la sabbia dai sacchi su di noi, urla, pianti. All'uscita dal rifugio, in via Casaregis, un enorme cratere colmo d'acqua: la casa dei nostri vicini e non la nostra. Poi, la fuga a Villa Adela. Il contatto fisico col nemico. Solo il segno della croce e un bacio alla “Madonnina”, prima di dormire, imposto da mamma. A fine guerra, due anni dalle Suore Cabrini, a Genova. Mi raccontano una religione, che non capisco. Importante è inginocchiarsi tutti a tempo, al suono della campanella, evitando le urla della suora guardiana. Non ridere! Dio? Chi sarà mai? Sì, è quel vecchione barbuto, là in cima, tra le nuvole della cappella. Sotto ci sta una suora, la Beata Cabrini. Tutto qui. Le preghiere sono litanie ripetitive, con le ginocchia che hanno dolore. Alzarsi, inginocchiarsi, alzarsi, il segno di Croce. E l'ho partata dietro, con me, questa religione insegnata per anni. Ma Dio con la barba dove mai si era cacciato? Un pomeriggio, a Busios, in Brasile, inizio a camminare per una spiaggia infinita. Alla mia destra un intreccio di mangrovie mi separano dal mondo, a sinistra, l'oceano. Non è più il mare delle mie vacanze, ma è l'oceano, poderoso, immenso, sonoro, tumultuoso. Siamo in due, io e lui. Ho un brivido, un'angoscia, un timore a limite con la paura. Toh! Ma che l'oceano fosse Dio? E' Dio. Un Dio senza volto e barba. E sarà, di seguito, sempre Dio, l'alba di colori, il Cervino, immenso, che mi domina a Chamoi, il fiore, che nasce sul mio balcone, il sorriso di mio figlio, il pulsare delle mie tempie, a notte sul cuscino.

    E le preghiere? Dove le hai mai lasciate?

    “Pregare non è dire preghiere” leggo in Adriana Zarri, in Tutto è Grazia.

    Giusto, mi ci ritrovo. Adriana, che verità hai mai detto! Io più di una volta, a letto di un malato, sofferente, coinvolto dal suo dolore e impotente, io miscredente, mi sono detto, quasi vergognandomi: “Mi sa che sto pregando.”

  • 27 ottobre 2017 alle ore 19:00
    Il cassetto

    Come comincia: "Sei malato! Oggi, niente scuola". 
    Era la voce di mamma, al mio risveglio. Che felicità! Nonostante la febbre e il mal di gola, ero liberato da un incubo oppressivo. La scuola, l'avevo iniziata male, in guerra, e ci vollero anni, per abituarmici. Lo stato di malato mi dava adito all'accesso di un rituale, che trovavo meraviglioso ed appagante. Cambiavo, di prima mattina, camera e letto. Passavo nella camera dei miei genitori, nel loro lettone, che mamma aveva rifatto di fresco. La finestra, luminosa, dava sulle alture del Righi. S'intravvedeva il panorama della vasta conca, che racchiude il mare e la Lanterna. La luce entrava di prima mattina, vivida, da farsi rubare in ricordo. 
    Dopo il caffè e latte, con biscotti, comprati in fretta, all'uopo, dalla cameriera, (per il costo, non erano abituali) avveniva una delle concessioni più esorbitanti, che io potessi immaginare. Mamma sfilava dal comò della camera il primo cassetto e me lo depositava sulle gambe. -“Guarda, ma non mettere in disordine”- Era il licet ad entrare nel suo intimo riparo, a noi bimbi, proibito. Questo gesto le dava tempo e spazio per il lavori di casa di prima mattina. Mamma usava il cassetto come l'unico spazio veramente suo. Aveva un pudore delicato nell'aprilo e chiuderlo. Gesti studiati, veloci a celare una sua intimità. “Non mettere in disordine” - mi ripeteva ancora. Ma quel cassetto nella confusione degli oggetti, nel loro sovrapporsi, era il simbolo di un disordine inimmaginabile. L'illusione di racchiudere una vita privata in un cassetto, ne era il risultato. Io m'intrufolavo tra boccettine di profumo,dalle varie forme, creme, che saggiavo con la punta del dito, rossetti, collane, anelli, medaglioni. Odoravo tutto, come un segugio e ogni oggetto aveva un suo profumo, fosse un pettine di tartaruga spagnolo o un fermaglio indiano. Ne ravvedo ancora il piacere intatto, conservato in un grumo di neuroni. Eppure doveva esserci stato un giudizio di malattia, all'inizio, che mi permetteva tutto questo. Ma non ricordo i sintomi della mia indisposizione; il letto appena rifatto per me e quel cassetto di meraviglie da indagare, scrutare, era tutto l'universo. A completare il mio bisogno di incauta profanazione di ciò che non mi spettava, un pacco voluminoso di cartoline illustrate, trattenute da un nastro. Cartoline giornaliere di papà a mamma, durante il fidanzamento. La calligrafia curata di papà, a penna blu. Minuta, delicata, come una missiva d'amore, voleva. “Cara Franca”, in mille modi, in mille inclinazioni. Poi non andavo oltre, già per un pudore tutto mio, che ho conservato per una vita. Mi turbava e m'ingelosiva quel termine, “Cara Franca”, pur se usato da mio padre. Le foto riprodotte sulle cartoline erano di attori dell'epoca. Greta Garbo ne comprendeva molte; bellissima, divina. Alcune erano solo schizzi veloci del suo volto. Shirley Temple, una bambina prodigio d'allora, attrice in molti film americani, coglieva la mia meraviglia, nei suoi vari costumi di posa. Quale distanza di vita, da una mia coetanea! Io preferivo le raffigurazioni di Stanlio e Ollio, prodigiose, tanto da scoprirmi un sorriso. “Adesso basta, lo metto via” E si chiudeva il sipario di quel fantastico teatrino ed io avvertivo, solo allora, il mal di gola.

    Trascorsero degli anni e tuttò mutò. Ai miei figli, ammalati, accesi, nell medesimo frangente, lo schermo della TV. Chissà se avessi portato il mio cassetto! Forse, ricorderebbero qualcosa in più di me.

  • 21 aprile 2017 alle ore 7:32
    Odio il color celeste

    Come comincia: “Che ne dici di questo celeste?”
    E' la voce della mia compagna che mi scatena un'angoscia profonda, un'eco che ha degli anni, una ferita infantile. I bimbi, che noi, spesso sottovalutiamo nella loro immensa intelligenza, sono esseri che nel loro cervello possiedono già tutto, intuizione, senso estetico, giudizio. Avevo cinque anni e convivendo con una moltitudine di parenti in una grande villa, a Serravalle Scrivia, sfollati per i bombardamenti di Genova, i miei giudizi su ognuno di loro, restarono intatti per tutta la vita. Li avevo capiti, conosciuti profondamente a cinque anni! Torniamo al color celeste: un' angoscia. Ho un quadro sfumato, mancano volti, ma sento voci attorno a me. C'è luce. Deve esserci in programma una festa importante, se siamo venuti in paese dalla sarta Cipollina (quanto mi piacque questo nome da favola), una ragazza svelta, allegra, che si aggira nella luce di una stanza, tra stoffe e spilli. Sino allora era stata nonna Amina a cucirmi i vestiti, con ritagli di stoffe in disuso. Lo faceva per tutta la famiglia. Non ricordo, vi dicevo, l'importanza della festività che ci attendeva. Ma penso che con me ci fossero tutte le donne giovani di casa, mamma e sua sorella Maria, a giustificarne la singolarità. Anche loro avevano prove da fare. -“Ora, la camicetta di Lucio!”- La vedo ancora, dopo sett'anni! Ne ricordo il colore, quel celeste sbiadito, da manico di spazzolino da denti, il tatto rugoso, quella plasticità cartacea, che si poteva modellare. -“E' organza, organza, che lusso, Lucio!”- Sono già in dubbio atroce. Mi viene fatta indossare con cura da Cipollina. -“Guardatelo come è carino!”- Sento di defilarmi da quel complotto. Le maniche, corte, a sbuffo, mi impediscono di stringere le braccia al torace. Mi sento goffo. C'è uno specchio a riflettermi a mo' di paggetto da favola. -“Così, tienle un po larghe le braccia, altrimenti, si rovinano gli sbuffi”. Quanto è carino Lucio!”. - Provo un senso di odio generico per quella costrizione.

    Ad un'analisi del mio disagio, che ancora provo, mi affascina il senso estetico e soprattutto l'appartenenza ad una mascolinità, che non è poco, per un bimbo di cinque anni.