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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 18 ottobre 2013 alle ore 16:15
    Per poco, Antonio, per poco...

    Come comincia: Caro Don Antonio Sartori, ricordo quale fu, la prima volta del nostro incontro. Spesso, poi, nella mia vita, ti ho chiesto rifugio, nella, accogliente, tua Cittadella, ad Assisi. Una fredda notte, la solitudine dei miei fari, che sbagliavano vie su vie, inseguendo pensieri. Tornanti senza stelle, nevischio sul tergicristallo, una pena dentro, incolmabile. Una messa di mezzanotte, un Natale, che osservavo passare su di me, senza traccia di serenità. "Dopo messa, una cioccolata assieme, in cella?" Un tuo invito, che non dimentico. Un salvagente buttato all'anima. "É un grande teologo, vedrai." Mi avevano preannunciato, e temevo la tua vicinanza. Io sono rimasto al catechismo parrocchiale, quello della prima comunione. Sorseggiammo, in silenzio, quel liquido denso, caldo, cremoso. Le stelle sembravano entrare nella buia cella. Non una parola. Il tuo sguardo, su di me, aveva un peso leggero. Una vertigine di corpo e anima.                                      "Può bastare, per stanotte. Va un po' meglio, Lucio?"
    Un pomeriggio domenicale, sul Nevskij prospekt di Leningrado. Un inverno grigio e freddo. Ancora la vecchia Unione Sovietica, povera, cenciosa, buia, come una pagina di Dostoevskij. Marciapiedi colmi di volti senza espressione, vecchi cappotti, incipriati di ghiaccio. Una massa solida, in movimento perenne, senza meta. "Lucio, stamane, non ho detto messa, devo tornare in albergo. Mi accompagni?" In quel polveroso salottino, in un freddo corridoio dell'enorme hotel, due poltrone di pelle consumata e un tavolino sgangherato. Tirasti fuori dalla tua borsa due bottigliette. "Guarda un po', in cucina, se ti danno del vino, acqua e un pezzo di pane". Quando te li portai -"Ora siediti comodo, in poltrona, rilassati, sarai stanco". Che spettacolo, quella messa, che mi offristi! Possibile che la cena del Cristo potesse rinascere, con me e te, in quel momento, con tale semplicità. C'era posto per un Dio, in quel salottino polveroso, ostico? Ne ebbi un’intuizione, grazie a te.
    Un luglio, in Finlandia. Era di primavera. Al tramonto, giungemmo ad una chiesetta di legno, un pezzo d'arte, firmato da Alvar Aalto. La foresta l'avvolgeva, rabbuiandola dall'azzurro dell'immensità del cielo. Vedo ancora la scenografia, dietro l'altare. Un sipario di cristallo apriva la visione di una via, tra alti alberi ventosi.  La croce, ampia, nera, decisiva, chiudeva lo sguardo, in un orizzonte prossimo.                                       -" Lucio, prima d'iniziare messa, vai fuori. C'è una corda che scende dal campanile, suona la campana"-   Ricordo quell'invito, improvviso, che mi mise imbarazzo. Il suono, lanciato da me, nell'immensità, tra i mille laghi e le immense foreste della Finlandia, non terminava mai, si ampliava in cerchi infiniti. C’ero io, al centro di quel suono. Cos'era mai? Un pianto, un lamento, forse, una preghiera. Che mi avevi mai fatto fare? Per poco, Antonio, per poco, stavo per credere.

  • 13 ottobre 2013 alle ore 7:42
    Ritorno a Villa Adela

    Come comincia: La salita, dopo settant’anni, è la stessa, ripida, difficoltosa al passo. Ora è asfaltata. Papà, slacciata la cintura dei pantaloni, la lega alla parte posteriore dell’automobilina e frena l’abbrivio della mia discesa.  Una parete di verde mi porta al cancello. “Villa Adela”, un insegna di marmo nuovo. Ancora mi stona quel nome, nella mente, che già d’allora non legava alla sonorità di Adele, il nome della nostra cameriera. La vernice del cancello è fresca di tempo. I cardini oliati hanno perso il canto del ritorno di papà dalla guerra. Sento ancora quel suono di immensa felicità. Correre ad affacciarsi alla balaustra, e vederlo laggiù, che ci saluta con la mano, un valigione di cartone marrone. Il viale, verde di ippocastani, si confonde in una macchia scura nel gomito, che sale a sinistra, in un’ultima rampa, alla villa, che non scorgo ancora. Un faretto e una telecamera fanno da guardia al cancello. Suono al citofono senza nome e attendo. Nessuna risposta. Faccio una foto al viale, posando la macchina fotografica tra le sbarre del cancello. – “Che sta facendo lei, chi le ha dato il permesso? - “ Un ometto, in una camicia a quadri, è apparso e avanza verso di me a passi ampi. Il volto è contrariato. Apre il cancello e la mano cerca di afferrarmi la macchina fotografica. - “Mi faccia vedere cosa stava fotografando?” - Ci metto parecchio a spiegargli, che sono un bambino di settant’anni che viene a rivedere i luoghi dell’infanzia. Lo sento diffidente. Vorrei lasciare tutto lì e andarmene, ma i ricordi mi chiamano. Acconsente, a malo modo, a farmi salire sino alla villa. A metà viale, ci viene incontro la moglie. Guarda me e il marito con un volto dubbioso.  Ora si libera la curva e vedo villa Adela. Irriconoscibile. Il fine ottocento è mutato, in un palazzotto modernizzato dal pessimo gusto. Un patio pseudo messicano, aggiunto di recente, ne protegge l’entrata. Il ciliegio dalla neve di petali, in primavera? -“Lo abbiamo abbattuto. Era troppo vecchio e malato” -. Dalla balaustra, sconnessa, da cui mi affacciavo nella valle, vedo mamma e zia che corrono disordinatamente, gridando, nella neve alta. Un caccia inglese sta giocando con loro, al gatto e il topo. Scende basso su di loro, quasi a sfiorarle, poi risale, rombando, il declivio del monte. Ritorna, scivolando in una picchiata d’ala. Scorgo il volto del pilota. Ma che fa? Ride? - “Le sta corteggiando” - qualcuno alle mie spalle.  Una lastra di marmo con un ampio foro circolare è adagiata alla parete dell’entrata. - “La riconosce? Ci siamo rammodernati.” - Quante volte mi ci sono seduto su quel buco nero, io, timoroso. Una vertigine infinita, sino al pozzo nero, nel gabinetto sospeso nel vuoto, sulla parete posteriore della villa. Entro, a destra, la cucina ha perso tutti i caratteri di un tempo. L’inferriata alla finestra non c’è più. Me la fecero coprire col mio corpo, quando il tedesco che svolgeva il cavo telefonico, si avvicinò per guardare dentro. Un lenzuolo bianco, steso internamente, attraversava in diagonale la cucina, evitando gli sguardi a salami e prosciutti appesi ad asciugare. Tonio, il mio amico maiale, era finito lì. A destra il salottino in vimini ha la porta chiusa. Lo stato maggiore delle SS, ne aveva preso possesso. Di sera sentivamo i canti attorno al camino. Io aspettavo il piatto di bianca pasta, che mi porgevano, quegli esseri biondi, giovani, sorridenti. Erano miei amici. La vetrata delle scale, manda raggi di sole. Il suo frantumarsi in briciole di vetro, al bombardamento sul vicino ponte dello Scrivia. Il ratatàtà delle bombe, che scendono urtandosi. Quel suono metallico, uno scampanellio di morte, che pochi conoscono. Vado via, ora. Il diffidente padrone della villa ha avuto notizie, che non conosceva, della sua casa, da un bambino, dal volto di vecchio.

  • 10 ottobre 2013
    Andiamo a coricarci

    Come comincia: “Andiamo a coricarci”, questo era il termine serale, a Villa Adela, il comando incontestabile, di nonna Amina. Un vocabolo, che ho lasciato a quegli anni di bimbo, chiudeva la mia giornata. Confesso di non averlo mai più incontrato, eppure, aveva la magia di comunicarmi sonno, in quelle poche sillabe. Mentre le giovani, mia madre e sua sorella Maria, adempivano ai riti serali, spargendo, nell’aria, risa e profumi di fiori e di lavanda, nonna Amina, meridionale, i capelli bianchi in treccia, raccolta sul capo, veste nera, eterna e inspiegabile, mi prendeva per mano e mi portava su, per le strette scale, al primo piano della villa. La camera da letto, vasta, bianca alle pareti, un letto matrimoniale di ferro battuto, nero, troppo alto, per la mia età, mi attendeva per il complesso rito della svestizione. Ogni indumento, mio, andava piegato con cura e deposto, in un ordine perfetto, ai piedi del letto. Doveva essere a portata di mano, per potersi vestire velocemente, in caso di terremoto! Ma la nostra località, Serravalle Scrivia, piemontese, non era certo una zona sismica. Io, previlegiato, avrei conosciuto, in anticipo, i pericoli da affrontare, in caso di un inaspettato terremoto. Non tutti potevano vantarsi di avere, come nonna, una sopravvissuta al terremoto di Melfi, nel ‘30. Alla prima scossa, vestirsi rapidamente, sarebbe stato il modo più opportuno, altrimenti, sarei rientrato nel suo quadro, che continuamente mi rammentava, a sera. Esseri nudi, urlanti, fuggiti dalle macerie, che correvano in una nuvola di polvere bianca. Il quadro, che mi sono portato dietro negli anni, è la sua descrizione di cavalli imbizzarriti, fuggiti dalle stalle, che attraversavano di corsa, in ogni direzione, le strade principali della cittadina. Era il secondo pericolo, per coloro, che erano sopravvissuti ai crolli. Cadevano sotto gli zoccoli, nel panico disperato della fuga. Nitriti, urla, lamenti. Nessun regista lo ha mai riportato. Il film, che mi è rimasto in mente, del terremoto di Melfi, ha nonna Amina, come regista.

  • 29 settembre 2013 alle ore 19:30
    Incontrando Alessandro

    Come comincia: Leggendo “ALESSANDRO IL GRANDE” di Georges Radet, un libro, tra i tanti, che rischiavo di perdere, nella fase discendente della mia vita, mi è venuta a mente, quella mattina a Esfahan (Espadana), favolosa città iraniana; Ci si era appena affacciati dalla grande balconata reale dei Safavidi sulla Piazza Grande. Qui, 3000 anni prima, si giocava, a cavallo, il polo “inglese”. Un’antica miniatura, acquistata la sera precedente, in un negozietto buio e bituminoso, me ne aveva arricchita l’immaginazione. “Non pennello, ma setole di gatto” mi aveva precisato, un omino fasciato di stracci, mostrandomi i tratti accurati e microscopici del dipinto. La Moschea dello Scià, a destra della balconata, le sue cupole d’oro, riflettevano i raggi del sole, creando bagliori. Poi l’immergersi nell’oscuro suk, che contornava la piazza. Un budello nero, tra una folla di razze sconosciute, struscianti. Odori, sentori, aromi, profumi, suoni. Turisti, rari, se non coraggiosi. Oggetti esposti alla rinfusa, che richiamavano un’utilità agreste. Lo sguardo dei venditori, diffidente, curioso, penetrante. Tra montagne di oggetti, intravedo una mattonella che mi chiama. E’ una ceramica antica, sofferta, il fuoco ha lasciato tracce, non desiderate. Un giovane cavaliere sta per scoccare una freccia verso un cerbiatto. Ha una torsione elegante del corpo, sulla direzione del cavallo. Il suo vestito è elegante, ha macchie di colore, paiono fiori. Mi chiedo chi sarà mai raffigurato. Alle mie spalle un suono rauco di sillabe oscure, mi anticipa, in un rude inglese e con un pizzico di famigliarità inconsueta: “ Non vedete il colore chiaro della pelle? E’ Alessandro, a caccia!”
     

  • 16 settembre 2013 alle ore 6:22
    Il ricordo dei suoni

    Come comincia: Vorrei avere un altro suono, quello di una trombetta per bimbi, un sonaglino, in fondo alla caverna dei ricordi, purtroppo c’è solo lui, tremendo, possente, inconcepibile, per un cervello appena sbocciato. Un rifugio, sacchi di sabbia, a coprire la luce di una finestrella. Una lunga, serpiginosa, buia, scala porta in alto e cela papà, che non vedo. “Papà non può stare al chiuso, sta sulla porta, rischia la vita”. – Mia madre, rassegnata, di cui sento soltanto la voce, perché, difronte, ho i pizzi odorosi di nonna Olga, i suoi capelli di fine rame. Apre la piccola scatola di mentine colorate, per rasserenarmi. Lei porta con se anche la bottiglietta di colonia francese, da passare sotto il naso, in caso di malore. Il tuono è fragoroso. Un suono inatteso, sconosciuto, che fa vibrare la testa e il corpo. Volano vetri, come neve su tutto. Il telo dei sacchi, lacerato, fa colare sabbia dall’alto. La luce è andata via. Sento piangere, pregare, inveire. Vedo maschere, più che volti, nel lampo di un cerino acceso. (Quest’odore di cera appena bruciata, mi resterà per la vita.) Mamma urla: - “Tullio, Tullio, dove sei?” - Sto vomitando la cena sulle scarpe. Un liquido caldo mi bagna i calzini. Qualcuno mi pone una mano tiepida sulla fronte. La colonia di nonna Olga va su, graffiando le narici, inodore. Tornato il silenzio, troveremo all’uscita, in via Casaregis, a Genova, un enorme fosso, al posto del palazzo, affianco al nostro. Mi meraviglia che sia pieno di acqua, quasi un laghetto. Ci potrò giocare? Papà c’è, è salvo! Siamo felici.

  • 14 settembre 2013 alle ore 7:02
    Il Credo a Ma'lula

    Come comincia: Stamane, al primo caffè, la tv parlava dei cecchini, che imperversavano a Ma’lula, occupata dai ribelli siriani. Ricordo quella mattina, che ci arrivai. Montagne, nude come scogli infuocati, rosse di ferro. Grumi di case, cubi malconci di calce e mattoni, sgretolati dal vento, in bilico su crinali impossibili. Capre e capre a brucare erba invisibile. Un sole rovente, incessante, esasperante sul tuo corpo, che non ha più liquidi per sudare. Bambini dagli occhi enormi, muti, sorpresi di te, che ti seguono, tendendoti una mano che non sa chiedere. Si scende, per un viottolo, in una voragine infernale. Quale paura, quali orrori, spinsero i monaci a costruire un convento, così celato? Il Mar Sarkis ti ricorda che S. Sergio, come un'infinità di altri santi, è di qui. Paolo l'hai lasciato, a terra, a Damasco, fulminato da Dio. La Siria possiede più di un centinaio di insediamenti paleocristiani, a ricordarti che Gesù stava a pochi passi da qui. Il cristianesimo vive in un reticolo di musulmani sciti e sunniti, curdi, armeni. Il monaco, che ci accoglie, ci porta su, per gradini sconnessi, a una terrazza che dà sul azzurro del cielo. Il convento de Mar Taqla o santa Tecla è difronte, chiuso in caverne irregolari, quasi bocche fameliche. Il vento caldo del deserto lascia sabbia negli occhi e tra i denti. Il monaco mi porge un bicchiere d'acqua, che si appanna, tanto è fredda la sorgente, una verde fessura nella parete rocciosa della chiesa.  - "É l'unico luogo, al mondo”, - ha una voce calda, in un italiano quasi perfetto, che sa stupirti – “dove si parla ancora l'aramaico dei tempi di Cristo. É tramandato solo oralmente. Ne abbiamo perso la grafia. Ora, sentirete dalla mia voce il suo Credo, con la sua stessa sonorità di linguaggio"
    Ricordo quel suono.
     
    l.p.r.  12-09-13

  • 06 agosto 2013 alle ore 17:36
    I Toraja a Sulawesi

    Come comincia: I Toraja, li avevo incontrati in uno dei documentari favolosi di Folco Quilici. Quando mi si propose il viaggio in Indonesia, anni fa, accettai subito. Prima dell’ultima tappa, la turistica Bali, dopo le magiche, Giava e Sumatra, era in programma, una sosta alle isole Celebes, per visitare i Toraja, a Sulawesi. Niente di più spaesante nella mia vita. I toraja sono un’etnia di provenienza dalla Cambogia. Giunti sulle rive delle Celebes, non furono ben accolti, loro cristiani animisti, dai locali, musulmani. Si rifugiarono sulle cime dei monti, nelle invalicabili foreste. Dovendo costruirsi delle capanne, pensarono di rovesciare le loro eleganti imbarcazioni. Questo divenne il modello di costruzione negli anni a seguire. Ed è la prima meraviglia che s’incontra. I trofei di corna di tori le ornano. Ad agosto è l’epoca dei funerali. Se ricordate Omero, non avrete dimenticato il termine ecatombe……che comportava il sacrificio di centinaia di tori. Permane questo rito tra i Toraja, che tra l’altro è stato limitato nel numero, in età moderna, dal governo, per non dissanguare l’economia agricola. Mi restano quadri di ricordi, indelebili nel tempo. L’attesa dell’epoca dei funerali, agosto, fa sì che visitando la capanna della capo tribù, sì, era una donna, vidi il suocero deceduto, impacchettato in una stuoia vegetale, nella camera dei nipotini, sotto il loro letto. Assolutamente inodore. La presentazione oceanica dei tori nella verde pianura. Gli ori degli ornamenti, lamelle sulle corna ritorte. Loro, gli abitanti, arrampicati sugli alberi, in silenzio, come animali impagliati. Di prima mattina, mi vennero a prendere con una jeep. “Se teme il sangue non venga” – fu la premessa. Alba, nebbia fumosa tra gli alberi. Un recinto, un doppio giro di ombre nere, accovacciate, in mantelli e copricapo neri. Solo occhi. C’è sangue dappertutto, scorre tra l’erba. Un odore nauseante. Il toro abbattuto, fuma dalla carne rossa, mentre lo spellano con i machete. Ma già, al palo centrale, viene portato un altro toro. Il giovane della tribù si gioca la sua entrata nell’età del guerriero, con il colpo di machete, che deve essere netto, forte alla giugulare del toro. Un muggito lamentoso, un gorgogliare rosso nero dalla gola. Il toro barcolla e cade tra le urla. Basta così, vado via. Incontrerò al tramonto la processione, scomposta e traballante come il baldacchino sulle spalle di una miriade di esseri affannati.  Nella foresta, quasi buia, una parete di roccia ha loculi scavati. Fantocci vestiti, dagli occhi vividi, luccicanti fanno da guardia e rappresentano i morti. Quegli occhi m’imbarazzano. Mi sono addosso. Il lamento dei maiali sgozzati, ultimo sacrificio. Il sole da posto alla luna.

  • 30 maggio 2013 alle ore 19:26
    Cioccolata Novi

    Come comincia: “Un quadratino di cioccolata, dottore?” Mena è davanti a me, stamane, guagliona di vico S. Vincenzo, esuberante, nella sua fresca gioventù. Il mio sguardo si allontana dalla sua aperta e candida scollatura, per indugiare sulla marca della cioccolata: NOVI.
    Una gita, forse da Genova, nel primo dopoguerra. Il ricordo è una piccola sequenza, di pochi minuti.
    Di Novi Ligure non ricordo nulla, forse mi resta la curiosità infantile di quella dissonanza: il fatto di essere in Piemonte, con un toponimo ligure. L’ambiente, potrebbe essere un negozio, a piano terra, ma ha le dimensioni di una stanza. Non so da dove sono entrato. Apprendo, dalla mia emozione, che mi trovo nel regno fatato della cioccolata. Mi ci hanno portato i miei genitori: papà c’è, senz’altro, perché tra poco entrerà in scena. Le pareti della camera sono un alveare geometrico di infinite cellette. Sembrano cassette della posta. Il vetro trasparente, svela per ognuna una confezione diversa di cioccolata, una bengodi golosa, ricca di colori sfavillanti di carta stagnola. Alla destra della celletta, una fessura per la monetina di pochi centesimi. Riapparso, questo ricordo, negli anni, mi ha sempre affascinato per la preveggenza di questo primo negozio automatico, un dispenser, anzi tempo. Siamo negli anni ‘45, ’46. L’Italia è stremata, eppure c’è chi vede il futuro. Ma torniamo al bimbo, qual ero. E’ la delusione che sottolinea il momento: la mancata apertura dello sportellino, dopo aver introdotto il centesimo. La confezione di cioccolata resta, ammiccante, dietro il vetro. Qui, entra in scena papà, che suona un campanello, vicino alla scritta “reclami”. La favola entra in scena. Si apre una piccola porticina di legno, tra tanto vetro e acciaio, una cornicetta, che avvolge, appena, il viso di una signora di una certa età, una fata attempata? Resto affascinato da quello spettacolo. Parla con papà, ha una voce umana. Dove vivrà mai questo volto, che appare sorridente, nella cornice di un piccolo quadro. In quale regno della cioccolata si aggira, ogni giorno? Papà spiega l’inconveniente e dopo poco, il viso scompare, ed, al suo posto, una mano, vera, si protende, fuori, per qualche centimetro, con la cioccolata di NOVI, da me desiderata.

  • 18 maggio 2013 alle ore 6:08
    Il tempo dei ricordi

    Come comincia: Nel mio ampio tempo di vita, ho preso per la coda l’ottocento, nei suoi costumi, nel modo di vivere. La considerazione dell’oggetto comune in se, non è stata, nella mia prima infanzia, quella dei nostri tempi attuali. La sporificazione degli oggetti, il suo moltiplicarsi in maniera esponenziale, è iniziata, lentamente, nel dopoguerra, con l’introduzione di nuovi materiali industriali. La plastica ha proliferato l’oggetto singolo, tanto da far rispondere, pochi anni fa, ad un antropologo, alla domanda: -” Come identificherebbe questa nostra civiltà?” - con una definizione quanto mai pertinente: - “La civiltà degli oggetti” -. Ma è indubbio che la quantità abbia inflazionato il valore del singolo oggetto, che si da all’acquirente, in una vasta ed ampia gamma di modelli e di prezzi. Perché vi parlavo di ottocento, perché ho visto, nella mia infanzia, oggetti singoli, attesi nelle famiglie, ereditati, conservati con estrema e devota cura. Non dico che si attendesse la morte di un famigliare per catturarne il suo orologio, ma alla morte, quell’orologio diveniva terreno di dispute feroci. Le forbici da sarto di nonno Angelo, che fra l’altro era avvocato, non ho mai saputo da chi arrivassero. Furono oggetto di culto. Conservate da lui, al piano superiore di villa Adela, scendevano sul tavolo di marmo della cucina per l’annunciata operazione di “taglio” della stoffa, da parte di nonna Amina. Aperto l’astuccio di pelle nera, in un abbaglio di velluto azzurro, le forbici comparivano, a me bambino, nella loro sfavillante magnificenza. Più grandi delle normali forbici, avevano una forma allungata, quasi a somigliare a due lame di spada congiunte. Ma ciò che mi affascinava era quel suono, una nota sottile, quasi di violino, quando, nonna iniziava a tagliare la stoffa. Quel procedere scivolando delle lame, senza intoppi, per la magia del taglio netto, emettendo come un soffio, un ansimo di piacere. Il momento lo vedo nei suoi particolari. E’ una piccola sequenza indelebile, dopo decine di anni di vita. Nonna esce dal quadro, forse dalla camera. Non ne avverto la presenza. E’ il momento atteso, l’opportunità di trasgressione offerta. Prendo le grandi forbici con due mani, le passo sul lembo della stoffa e l’addento tra le due lame. Ora volo, zigzagando per il tavolo. Riecco quel suono, quel soffio di cui, ora regolo le modalità. Un piacere immenso, indelebile, tanto che le botte, che sopraggiunsero, non le ho memorizzate, che con un’assenza, un buio nella memoria. Ma so che arrivarono, senza cancellare il piacere di quell’attimo.

  • 08 gennaio 2013 alle ore 12:59
    I nuovi Kouroi

    Come comincia: I nuovi Kuroi ateniesi sono ugualmente belli, nelle loro linee di estetica prassitelica. Sembrano essere uno stuolo di gemelli, assimilati da una misteriosa generazione, che li ha procreati per un’unica azione, che so riconoscere. Casco nero, divisa nera, fasciante carni e ossa agili, stivali impeccabili. Cavalcano, due per volta, moto ugualmente nere, possenti. Due corpi allacciati come su di un delfino nero. Al primo, scorgi una grossa pistola nella fondina, al secondo, una coda in erezione, più che un manganello, è una mazza. Fermi sotto i portici, a squadriglie, lanciano sorrisi freddi alle loro colleghe, di cui stenti a individuarne il sesso, attraverso la scura armatura. Guardano, gli altri, lontano, sorvegliano, scrutano, intimoriscono. Li trovo di prima mattina a raccogliere, sotto un porticato in disuso, una decina di barboni, cenciosi e assonnati. Una fila, diseguale e triste, che, a fatica, si regge con le spalle al muro. Sguardi miseri si contrappongono a sguardi severi, duri, cattivi. Dove mai li porteranno? Discendo il viale del Partenone, estasiato da ciò che ho visto, da ciò che ho provato. Una parete di ville lussuose si contrappone agli ulivi della collina. E’ spiovuto da poco. Odore di legna bagnata. Poche persone. Il rombo, lo riconosco. Eccoli, arrivano. Mi passano davanti veloci, bui come incubi. Non mi degnano di uno sguardo, tesi a un fine che ignoro. Salgono ingoiati dalla boscaglia, verso il Partenone. Auguri Grecia!

  • 08 gennaio 2013 alle ore 12:54
    Panna montata e cannella

    Come comincia: E’ uno dei sapori che ho perso, tra una città e l’altra, Genova e Napoli. Qualche centinaio di chilometri possono rendere impossibile l’obbligo di spolverare ogni cono di panna montata con cannella odorosa? Sapori, gusti, aromi, profumi si fondono nell’immagine di quel cono, un po’maltrattato, di prima mattina, che mi ha accompagnato negli anni. Io, quattro anni, i miei genitori giovani, investiti da venti di guerra. Andare al cinematografo era, a quei tempi, un vero lusso. Si valutavano prezzi e tempi delle visioni. Si scrutava sul libro della spesa, la possibilità economica che non intralciasse con l’arrivare a fine mese, senza un soldo. Avevano deciso, complici tra loro, di andare a vedere la pellicola del momento, non valutando di creare il mio primo grande dolore, il distacco. A sera, attraversando, a piedi, Genova, si era andati a trovare, questa era la prima menzogna, i nonni materni.  La seconda? “Usciamo, un attimo. Tu vai a dormire con nonno Angelo. Torniamo subito. Domani mattina ci si rivede.” Si sottovaluta la grandezza dei dolori dei bimbi, ma la loro permanenza dopo decine d’anni, dovrebbe creare il rispetto che meritano. Ho ancora, velato e alterato dal cristallo delle lacrime, l’immagine di mamma, ben pettinata, con la pelliccia odorosa di naftalina, che si allontana da me. Di mio padre, il sonoro di parole rassicuranti. Riprovo la sensazione del tono dei miei muscoli, contratti nell’ansia di raggiungerli, mentre qualcuno mi afferra alle spalle, per trattenermi. L’impotenza, la sconfitta, l’intuizione di una prima, immensa ingiustizia, l’incontro con la regola…la vita futura. Il secondo quadro è il risveglio: l’ansia di ritrovarli si scontra con la luce riflessa del volto, a me vicino, di mia madre. Mi porge un cono di panna montata, candida, spolverata con cannella. La moneta del perdono. Avverto (quanta sensibilità in un bimbo!) che il cono è sofferente, la panna già cola. Alcune ore devono essere trascorse dall’acquisto della sera precedente. Il profumo della cannella  mi prende. Il primo boccone di panna mi dona il consenso al perdono.

  • 24 novembre 2012 alle ore 22:33
    A mia madre

    Come comincia: -“Devi scrivere di mamma..”- mi dice spesso mia sorella, Lilia. - “Perché non l’hai fatto ancora?”-
    …………………………………..
    Ho cercato le prime immagini di mia madre nelle prime sequenze di vita di quel bimbo, che io ero, a Villa Adela, a Serravalle Scrivia, dove ho trascorso gli anni più fragorosi della mia vita, dai quattro ai sei anni. Ne ho rinvenute poche, frammentate. Quadri con voci e fondali, dove lei non appare mai, in primo piano, forse inglobata da quella magica simbiosi che fa, di un figlio e una madre, un pezzo solo di carne e spirito. Lei, troppo giovane, per affiorare in un mondo di anziani, genitori suoi e paterni, figure solide, forti, invadenti, sfollati, in fretta, dai bombardamenti di Genova.  Sudisti e nordisti, obbligati a vivere per necessità, gomito a gomito, una vita scomoda. Il primo ricordo? Le pezze di acqua e aceto, nelle notti di febbre. Avverto, ancora, il peso della sua mano, che depone il panno gelido. Dopo il Causith, la febbre scendeva per crisi, lasciandomi prostrato, in un bagno di sudore. Il cambio del pigiama, nella stanza fredda, fatto in fretta, in piedi sul letto. Il sonno rassicurante mi attendeva, dopo il bacio. Il suo canto di mattina, al risveglio, per le stanze della vasta villa. La radio non era ancora la sorgente dei suoni. La gente cantava. Papà era grande, in bagno, alla barba, con “vieni c’è una strada nel bosco”. Mamma, con “ ma l’amore no, l’amore mio non può”. L’ora della merenda, alle quattro: pane, burro e zucchero, preceduto dal suo richiamo, a me, che andavo, libero, per campi. Risento la sua voce tra gli alberi della villa, che sembra cercarmi. Un inverno gelido di neve e ghiaccio: toccava scendere per un viottolo, sino alla pompa del pozzo. Una ruota, da far girare, mandava su, in villa, l’acqua al grande serbatoio. D’inverno ghiacciava. Mamma, la più giovane, si avviava con una pentola di acqua bollente per sgelare il congegno. La vedo rientrare in casa, sul riquadro della porta, coperta da pezze di lana. Dalla mano destra cola sangue rosso. “Sono scivolata sul ghiaccio” Mamma era meridionale, di Petralia Soprana, Palermo. Il senso tragico, greco, se l’è sempre portato dietro. Una lite con sua sorella, zia Maria: urli e strilli, in uno sfondo di luce mattutina. Entrambe si tirano per i capelli, forsennatamente. Generano polvere luminosa, in quell’azzuffarsi. I parenti, invano, cercano di districarle.  Quei capelli, che mi tirerà durante le ore di studio, lei affianco, ed io svogliato. Provo ancora quella sensazione dolorosa d’intercapedine tra i capelli e il cranio. Io, all’inferriata della finestra del pianterreno, osservo fuori: neve nei campi, alta, bianca e sugli alberi colmi. Mamma e zia, ragazze, che corrono, verso casa, affondando a mezza gamba. Un caccia scende rasente sul pendio della collina. Il fragore del motore. Passa a pochi metri dalle loro teste. La casa trema.  “Dio! Se mitraglia!” Una voce alla mia spalla sinistra, mi mette panico. Piango e urlo: “Mamma!”. Il viso premuto sul vetro freddo, che si opaca al fiato. Mamma e zia continuano a correre verso casa, tra nuvole di neve. Mi sembra di udire le loro invocazioni. L’aereo ritorna, dopo un’azzardata virata, scende, con un rombo assordante, a pochi metri dalla casa.  –“ Sta ridendo, sta ridendo! Hai visto il pilota rideva! - La stessa voce. Mi rassicura. “ Ha giocato al gatto e al topo!”. L’aereo scivola verso l’orizzonte. Bombardano il ponte sullo Scrivia; la villa trema, i vetri cadono a pezzi, su di noi, che stiamo chini nel sottoscala. Mamma, sicura e calma, a noi, che premiamo le mani sulle orecchie, per non farci saltare i timpani: “ I grappoli di bombe, scendendo, urtano tra di loro; si sente il tà-tà-tà, metallico, prima dello scoppio.”- A sera, gli ufficiali tedeschi vengono a gustare il Nocillo di nonno Angelo. Papà mette sul grammofono, Lilì Marlene. Questo motivo rassicura tutti. Si ascolta in un silenzio religioso, quasi fosse una preghiera. Mamma e zia, sono ai piani superiori. Per ordine di nonno Angelo e nonna Amina, non devono scendere. Avverto il loro silenzio, la sua mancanza. Il suo amore per le piante, per i fiori. Le ginestre la facevano impazzire. Il suo volto, tra un mazzo enorme di gialle e profumate ginestre, ritorna negli anni, sorridente, a ogni primavera. Una mattina arrivò Fofò, amico d’infanzia di mamma e zia Maria, da Potenza. Ha la divisa da graduato tedesco. –“E’ un furbacchione!”- Io lo sto ad ammirare con stupore. Mamma e zia sembrano ritornare bambine. Per la prima volta qualcuno mi regala giocattoli. Ne riempio due cassetti. Dovrò imparare a giocare. Fofò ritornerà, a guerra terminata, col distintivo del Partito Comunista. Risentirò: “E’ un furbacchione!” E’ primavera, forse, in villa esplode un pandemonio di felicità. Urla, risate s’intrecciano nelle varie camere. Qualcuno dal paese, è arrivato urlando: “L’armistizio!” Divento una palla da far saltare dalle braccia dell’uno all’altro.  Rido anch’io. Quel ragazzo che sale, affannato, su per il viale alberato, urlando:- “I partigiani hanno arrestato suo marito. In paese, dicono che fosse il federale di Genova”.-  La tragedia riappare sul volto e i gesti di mamma. Papà era un semplice impiegato, si appurerà. Mamma si coprirà di un eczema per anni. Il mio primo giorno di scuola, in paese, l’esame, da privatista, dalla prima elementare, fatta con nonno Angelo, alla seconda elementare. Appena scompare il suo volto, dalla porta dell’aula, mi prende un vomito irrefrenabile. Lo spazzino del paese è chiamato in aiuto. Genova, casa nuova, la guerra è terminata. Ho una camera tutta mia. Mamma, a sera, è stata sostituita da un lumino da notte.  Non mi basta. Le persiane resteranno aperte a far entrare la luce della Lanterna, più rassicurante del piccolo lumino. Resterò, a scuri aperti, per tutta la vita. E’ un pomeriggio autunnale di giorno feriale, mamma mi porta dai suoi genitori. Genova è di sole e di mare, alla Foce. I baracconi si stanno montando per le feste. Noi, li s’attraversa. Scorgo, addossato al legno di un capanno, mio padre. Abbraccia una donna bionda, voluminosa. – “Mamma, guarda, c’è papà!”- Un riflesso di natura, senza un frammento di ragionamento. Solo dopo pochi istanti, compresi il danno che avevo creato. Mamma tornò meridionale e tragicamente greca, in una furibonda scazzottatura. Mamma, non vi ho detto ancora, era molto bella. Salita in Liguria con i genitori, aveva abbandonato un mondo di elite. Da ragazza andava a sciare d’inverno, (dei suoi pantaloni da sci, ne ricavammo uno, alla zuava, per me, che portai per parecchi anni, d’inverno) aveva volato sui quei trabiccoli scoperti, della prima guerra mondiale, a due posti. (“guai ad aprire la bocca, al vento, nelle picchiate, non si richiudeva più!” – mi aveva sempre affascinato questo particolare aviatorio) e le vacanze, a Livorno, erano un film, a raccontarsi. Gli Orlandi, questi ricchi fratelli, con panfilo ,di cui lei parlava sempre, chi saranno mai stati! Sposatasi a diciassette anni con papà, impiegato, aveva incontrato tutte le resistenze e i pregiudizi dei suoi genitori verso una meridionale. Aveva una bellezza semplice, elegante.  Ai miei primi pantaloni lunghi, quando, nelle gite in campagna, ci raggiungevano i lazzi di qualche passante, che ci scambiava per una coppietta, ricordo che ne restavo turbato. Da tempo se n’è andata, frantumandosi ossa e cervello, come lei non avrebbe mai voluto, in quel pessimo gran finale, che ci attende, al fine di una vita. Sino all’ultimo giorno voleva essere “a posto, con capelli e viso”.

  • 20 novembre 2012 alle ore 12:57
    Il giocatore

    Come comincia: La fessura m’ingoia immediatamente la mia banconota da 20 euro, senza la solita esitazione, che trovo ai distributori automatici di benzina. “ Scelga puntate da venti centesimi, come principiante, così il gioco si allunga.”  La voce confortevole di questa giacca rossa, dai bottoni dorati, del croupier di S. Vincent mi conforta. Abbagliato dalle mille lucette colorate di questa macchinetta, provo ad accostarmi, forse, a età tropo tarda, alla fortuna delle slots. “Questo è il tasto d’avvio. Le varie combinazioni, le può trovare su questi altri tasti”. Continua la voce, mentre mi abbandona, chiamato da un’altra fila di macchinette. Al mio fianco, una giovane signora, in gonna nera e camicetta impalpabile, quasi in trance, con un movimento automatico della mano, spinge il bottone di start. L’occhio è fisso sulla combinazione ottenuta. Solo cinque o sei secondi  e riparte con l’indice. Non mi vede, assorta com’è. Mentre io mi soffermo sulle variazioni di toni del suo maquillage. Le labbra sono serrate, sembrano vibrare. Provo a iniziare il gioco: lucette, suoni paradisiaci, mentre mi srotolano, davanti agli occhi, sagome di cuori, campane, farfalle. Il tutto si ferma. Guardo parole inglesi sconosciute che lampeggiano in vari colori. Ho perso i primi venti centesimi. Però!  Una musichetta, da banda di paese, sta uscendo dalla macchinetta della signora in gonna nera, al mio fianco. Si è irrigidita sulla schiena. Appare il profilo dei seni. Il volto è di una serietà professionale. “Quattromila euro!” Pronuncia con voce metallica, alzando il braccio destro verticalmente. Il volto non ha mimica. La freddezza di un chirurgo. La mano ondeggia nell’aria a mo’ di richiamo. La giacca rossa è subito al suo fianco. C’è una verifica tecnica di pochi istanti. La schermo continua a lampeggiare 4000 euro in un arcobaleno di colori. La musica si è acquetata. La signora dalla gonna nera sta parlando con la giacca rossa. Parole brevi, senza sorrisi. Riprendo il mio gioco, con più speranza. Start!  Si srotolano le varie combinazioni sino ad arrestarsi sotto il mio sguardo, in spasmodica attesa. Silenzio. Una lucetta mi comunica che ho perso i miei, secondi, venti centesimi. Il ragazzo dalla giacca rossa è tornato dalla cassa e consegna alla signora dalla gonna nera, un blocchetto di euro in pezzi da 100. La signora li depone alla base della slot. Prende un biglietto da 100 euro e lo infila nella fessura. Fredda, quasi un automa. Penso che non si sia accorta di me che la sto guardando. Non mi resta che ripartire con il pulsante. Rotolamenti a colori e silenzio finale: ho perso altri venti centesimi!

  • 10 novembre 2012 alle ore 14:57
    La pietra

    Come comincia: Stamane, di buon ora, all’angolo tra via Foria e Via Cirillo, un insolito movimento di vigili, che, a quell’ora si attardano, d’abitudine, al primo caffè, lasciando adito a ogni malvagità degli automobilisti contro i frettolosi pedoni, perennemente indifesi. Un lampeggiante carro dei pompieri sottolineava, già in lontananza, che la cosa doveva essere seria. Venivo avanti col passo del mattino, quello dell’anziano, che si sente rinvigorito dal riposo della notte. Il sapore dell’ultimo caffè, prima di uscire, il sole, prepotente e chiaro, mi davano un’euforia insolita.  Improvvisamente l’ho scorta. Una precaria recensione con un nastro rosso e bianco, ne delimitava il suo territorio. Uno spruzzo di mille frammenti le facevano da cornice. Lei era distesa su di un fianco e mi guardava.
    -“ Ciao, Lucio, in ritardo, stamane?”- Sarà stato un quintale di peso, nera, sporca, rozza, possente, tanto da non frantumarsi in quel volo, dopo che si era staccata dall’alto cornicione.
    -“ Sì, in leggero, ma quanto mai, proficuo ritardo, se questo doveva essere il nostro incontro.”-

  • 09 novembre 2012 alle ore 22:50
    Il disagio

    Come comincia: Mi ha sempre raggiunto,nella vita, un aurea affiorante, che mi ha allarmato, quando mi sono trovato in un ambiente, a me, non coerente. Ben più difficile sarebbe chiedersi quale sia la definizione di ambiente coerente. Qui entra la genetica, la famiglia, l'educazione, la tana o cuccia, in cui noi si è cresciuti. E' un vestito, quindi che ci cala a pennello, quest'ambiente coerente. E se ci tira da qualche parte, un tantino di maniche, un cavallo, un po' stretto, allora il disagio di vita ci allarma e ci si sta male, tanto da volerne uscire. Questa sensazione la provo maggiormente quando altri sono già radunati tra loro, e affiatati, per loro conoscenza, sono costretti a ricevermi per evenienze di vita. Qui ne intravedo la somiglianza con un evento musicale, in quanto ogni nota, non a tono, ogni suono scivolato via, viene afferrato dalla rete del mio cervello, dove s'impiglia .

    CUS GENOVA RUGBY dice la targa. Busso. Mi apre un ragazzo della mia età, ma nudo. L'odore di piscio e di sapone da doccia è intenso.
    -” Sono Lucio, sono amico di Alberto Scottoni. Mi ha detto di venire oggi. Per via di un giocatore nuovo da introdurre in squadra.-”
    -” Entra, ti aspettavamo, Alberto è già in campo -” In una nuvola di vapore intravedo altri corpi nudi seduti su una lunga panca scura. Cumuli di vestiti e di scarpe trovano spazi provvisori. - “ Bacci, ghe n'è uno nevu-” Mentre mi coglie la delusione di non trovare il volto amico di Alberto,  l'ombra di una montagna umana mi raggiunge alle spalle. Ne sento il peso della mano sulla spalla. Deve essere il Bacci, l'allenatore, 120 kg di muscoli e di ciccia a contrappeso. In questo sport la mole d'urto è fondamentale.
    -” Dai, ragazzo spogliati veloce, che si va in campo”-
    Confesso che lo spogliarmi nudo è una mia tara infantile. Forse perché ho vissuto tra nonne ottocentesche e suore della Beata Cabrini. “ Passerà a militare” mi si diceva. Ma non è passato.
    Il Bacci mi sta guardando. Sono nudo difronte a lui. E non finisce di esplorarmi.
    -” Ma da dove cazzo vieni, con quei muscoli? Gigi, Gigi....vieni un po qui -”
    Dal gruppo ne esce uno, ancora nudo. E' tutto nodi di muscoli. Ha un sorrisetto di scherno nei miei confronti.
    -” Gigi, salta sul tavolo, presto. Fai vedere a questo qui, come deve essere un uomo-”
    Il Bacci solleva con un braccio il Gigi, quasi fosse un monile e lo depone sul tavolo, sotto una lampadina penzolante, l'unica che scenda dal soffitto.
    Il Gigi sembra un galletto da fiera, sta su, tra gli schiamazzi dei suoi compagni. Inarca muscoli a volontà, li fa scoppiare sotto la pelle.
    “Così devi essere, come il Gigi, se vuoi giocare al Rugby”-
    “ Sissignore..ci proverò”- La mia nudità è anche morale. Ma chi ho frequentato sino ad oggi, femminucce?
    …......
      ...Il sudore mi cola a fiotti, gli occhi vedono e non vedono. Ho le gambe a pezzi. Abbiamo fatto già quattro volte il campo, in lunghezza, in gruppo. Ci si passa la palla ovale, improvvisamente, a turno. E' un colpo al torace quando arriva. Urla da battaglia, imprecazioni.
    -“ Via, via....non fermarsi. Passa...dai...veloce. Che cazzo la trattieni..passala, porco d...-” Il Bacci è instancabile nella sua mole sovrumana. La sua voce rimbalza sulle gradinate . -” Vienimi dietro, corri. Sono l'avversario. Veloce, più veloce... prendimi.”- Ora il Bacci sta dando il meglio di se. Sembra un bisonte in corsa. Sento il suo passo pesante sull'erba. L'aria gli esce dai polmoni con il rumore di uno sfiatatoio. Gli tengo dietro a fatica. Il cuore mi batte nelle orecchie. -“ Attento al “frontino”, ora te lo faccio!”-
    Il terribile “frontino”, al primo giorno di allenamento! Il Bacci , che corre davanti a me, si è arrestato improvvisamente,  e ha steso il braccio sinistro con la mano aperta.
    La mia fronte, che sembra volare,  trova questo ostacolo inaspettato, la sua mano, ampia e ferma. Un muro. Intuisco appena che questo sia il “frontino”, mossa tremenda di difesa dall'avversario che insegue.  Mi ci frantumo dentro e svengo.

  • 28 ottobre 2012 alle ore 7:36
    Il volto di Dio

    Come comincia: Le Alpi, per me, sono state sempre la raffigurazione del coperchio della scatola di cioccolatini di nonna Olga. Una baita di legno scuro nel verde di un prato. Come fondale, una corona di punte rocciose, candide di neve. Nonna Olga ci teneva rocchetti di cotone colorato, che avevano uno strano profumo, che mi sembra ancora di ricordare, mentre percorro questo sentiero di montagna, che mi porta dalla Magdelene a Chamoix, perla aostana, che ha rifiutato il traffico delle automobili, a favore delle scarpe da joggin della più svariata categoria di camminatori. Ho difficoltà a convincermi di non essere ancora prigioniero di quella magica scatola. Una vecchia signora dalla pelle abbronzata, che contrasta con il candido reggiseno, ostentato con inconsueta gioventù, è ferma difronte a me, assorta, mistica. Guarda in alto. -” Ciao, bello, sei fantastico, oggi!”- Cerco l'oggetto della sua ammirazione e scopro alle mie spalle la mole immensa del Cervino. Ora sono io ad essere catturato da questo enorme blocco di pietra. Questa dominanza di forme e di masse sembra avvolgermi nella mia nullità. E' come quando si entra in una chiesa deserta. Un dialogo intimo, improvviso, imprevisto. Forse questo enorme sasso ha il volto di DIO.

  • 27 ottobre 2012 alle ore 9:19
    Una ricerca su Facebook

    Come comincia: Bonjour, Je ne connais pas cette personne. Bonne recherche.
    Mi trovo questo messaggio su Face Book. Un altro, la foto è quella di una bimba, mi dice che lei non è l'Hélène Auriach, che io cercavo. Poche parole nette, taglienti. Se avrà scorto la foto del mio profilo, confrontandola con la sua età, avrà pensato ad un approccio pedofilo nel web. Arrossisco interiormente. Tutti si cercano, con facilità e successo, su questo motore idilliaco di amicizia ed anch'io, vetusto essere, ci ho provato.
    L'equivoco è nato da un inganno della nostra psiche. Tutto invecchia con noi, nella vita, fuorché il volto di chi abbiamo conosciuto in gioventù e poi smarrito, per il corso della vita. Ci ribelliamo che possa essere accaduto questo assurdo misfatto.
    “ Hélène"?, una vecchiarella...stai sicuro!”- Mi sorride, la mia, più giovane, compagna. Ne resto infastidito e quasi offeso. Hélène aveva 17 anni, quando mi accompagnò, una sera, alla Gare de Marseille. In mattinata mi aveva fatto la sorpresa di farmi trovare un totem nero africano di pesante ebano. Era tra gli oggetti di un antiquario sotto casa. Mi ci fermavo, ogni volta che passavo. Mi sta guardando, ora, lassù, dall'ultimo piano della libreria. Solo una tacca, in un angolo, ricordo del terremoto di Napoli. La superficie, lucida, della vernice nera, crea lampi nell'incavo degli occhi. Da un senso di protezione, la figura. L'addio di quella sera, dei miei diciott'anni. Quando, solo, lente lettere univano gli amanti. Le telefonate? Era inimmaginabile chiederne il pagamento ai genitori.
    Hélène era stata una dei primi scambi studenteschi in famiglia, una cosa inconsueta, ardita per una donna. Una lunga corrispondenza, in liceo, tramite la professoressa di francese. Lei ,educanda di un collegio di Dreux, nell'Eure et Loire. Arrivò un pomeriggio a Genova, a Via Acquarone, dove abitavamo. Tutta la famiglia in attesa alla finestra. Una Peugeot ,enorme, per noi ,si fermò sotto casa. I genitori ci lasciarono questa ragazza “francese” e ripartirono dopo brevi convenevoli. Caschetto biondo, magrissima, calzoni attillati alla pescatore, ballerine ai piedi. 16 anni francesi, che ridevano dei miei 17 anni italiani. La mia famiglia ebbe difficoltà, a tavola, a star dietro alla sua preparazione collegiale, nel sapersi destreggiare tra le regole del Galateo. Io vi aggiunsi le mie arretratezze sessuali, tanto da esserne frequentemente beffeggiato. L'anno successivo, toccò a me raggiungerla a Aix. Mi arrampicavo su un mondo che non mi apparteneva. Si era nel 57. I ragazzi francesi erano entrati, da tempo, nel nostro futuro, 60. Le feste in casa, i genitori in vacanza. Sacchi a pelo, a notte, per terra. La droga non era arrivata, ne l'alcool. Non ne ho traccia.
    Si era discusso sulla vetustà del mio pigiama, alla partenza, con i miei genitori. Mia madre aveva risolto, brillantemente, il risparmio da un nuovo acquisto, col riprendere da un fondo di cassetto, il pigiama cinese di seta, che avevamo ereditato, alla morte di zio Enrico, navigante. Pur non convinto dal ricordo della mole dello zio e da quell'enorme drago variopinto, ricamato sulla schiena, accettai, ben sapendo che non avrei avuto altra scelta. Non potrò mai dimenticare quella sera. “Ci si vede sul terrazzo, appena i miei genitori, si addormentano”. Héléne mi aveva dato la mia prima occasione di sesso. Non potevo far altro che indossare il pigiama di seta di zio Enrico. I pantaloni erano enormi in vita e avevano una fettuccia di 2 metri, come cintura. Ci potevo fare due giri attorno alla mia vita, cosa che feci, nascondendo il tutto con un rabbocco. La giacca aveva il taschino ricamato con un drago, lo stesso, immenso che mi pesava sulla schiena. Le maniche, larghe ed abbondanti. La vergogna, sì, miei cari genitori, la vergogna, passò, anzi la dimenticai subito, grazie ad Hélène.

  • 26 ottobre 2012 alle ore 8:17
    Click

    Come comincia: Click! Vi capita mai di intuire che siete finiti dentro un quadro, che vi rimarrà in mente per tutta la vita? A me, sì, e sento anche questo avvertimento sonoro, quasi un click di una vecchia macchina fotografica. In realtà, in quel momento, elettroni impazziti scolpiscono DNA, in maniera irreversibile, in qualche cellula, sparsa nella mia memoria. Subito vi viene apposto un cartello: Indelebile. E lo ritrovo, per tutta la vita, questo quadro, con le sensazioni più fini, i particolari più sorprendenti. La visione appare e ricompare nel mio quotidiano, senza coerenza con i momenti che sto vivendo. E’ una specie di balsamo sulle mie ferite, un guizzo di endorfine, spruzzate sul mio cervello. Una beatitudine improvvisa, che avevo ben previsto, nello stesso momento che accadeva.
    -“Click! Ricorda questo momento.”- Mi rivolgo alla mia compagna. Lo dico, anche a me stesso. Click! Il quadro è fermo, ricuperato per sempre. Isola di Giava,un sobborgo. Notte. Si rientra da uno spettacolo di danze giavanesi; il suono della musica bambù, la varietà delle note degli xilofoni, trilli di campanelli e vibrazioni di piatti di ottone, aromi di balsami bruciati. I costumi dei suonatori, fuggiti da fiabe. Le movenze sensuali delle ballerine, il loro trucco accentuato, il guizzare degli occhi, le mani, unghie che paiono lame, il mio stupore fanciullesco. Ho osservato i loro piccoli piedi, nel contatto con le tavole. Sono sicuro che levitavano. All’uscita dal teatro, pensavo di non ritrovare il padrone del nostro risciò, tra tanti. Ma eccolo che mi fa segno. Sventola uno sporco asciugamano con cui si deterge il sudore. All’andata mi aveva impietosito il suo ansimare nel pedalare, su per la salita. Stavo per scendere.-“ Usiamo il loro brodo per curarci l’asma”- mi spiega, per prendere fiato. Enormi pipistrelli,quasi raffigurazioni bibliche di diavoli, sono in vendita, lungo i marciapiedi, appesi ad uncini, per le ali, ad una ringhiera. Non mi accerto se siano ancora vivi. Ho appena ripreso posto sul precario mezzo, è subito caos. Siamo una cinquantina di risciò, ammassati in poco spazio, ad un quadrivio, ai bordi della foresta. Prigionieri in un incastro non districabile. Qualche lanterna alle finestre di case, malmesse. Il resto è notte. Un vento freddo scende dalla collina ed entra tra i vestiti leggeri. Il suono dei campanelli delle biciclette diventa un unico trillo assordante. Sorrisi di dentature bianche, occhi, imprecazioni, risate sguaiate. Siamo fermi in un vortice di un tempo immobile. La luna, immensa, sulla destra, esce, tra palme scure, ed illumina la scena.
    -“ Click! Ricorda questo momento”-

  • 19 ottobre 2012 alle ore 16:27
    Io e la Rossa

    Come comincia: “Lucio, è arrivato il tuo momento! Accensione….metti la prima, e portati lentamente sino al semaforo rosso. Al verde, sei autorizzato a entrare in pista.”. Sto abitando la favolosa, rossa, Ferrari!
    La voce di Marco, l’istruttore, mi giunge attraverso l’auricolare del casco. La vestizione è stata quanto mai accurata. La retina bianca, antifuoco, ha qualcosa di sacro a mettersi, incute timore. Il casco globoso rinnova la mia perenne claustrofobia. Mi sento prigioniero. Il penetrare nell’abitacolo ha messo a dura prova muscoli e articolazioni di un sessantenne. Alla fine ci sono riuscito. Altri colleghi medici, ben più giovani, hanno dovuto rinunciarci. Pur smontando il volante, la loro pancia non si addiceva alle dimensioni del posto. Un giorno è mezzo di motori, un ambiente inusitato per me, quello dell’Autodromo Varano De Melegari, se non mi fosse stato offerto da una ditta farmaceutica. Imparare gli elementi essenziali della guida sicura, correre sul bagnato, frenare, iniziare a girare in un turbine di schizzi d’acqua, prima di capire da quale parte controsterzare. “Lucio, no!” “Lucio, che cazzo fai?” “Lucio bene così”. Questa voce cattedratica mi ha accompagnato per tutti i test, durante tutta la mattinata. La consapevole colpevolezza dei miei anni, mi regalava il timore di sfigurare dinanzi a colleghi e colleghe della nuova generazione. Girare sulla pista di un autodromo per una persona che, al massimo, è arrivata ai 160, in autostrada, è un’esperienza esaltante. “Giù tutto l’acceleratore, giù tutto. Hai capito?” Il piede scende giù, pesante e tu diventi tutt’uno col motore, anzi pensi di essere tu, un motore. Per i test abbiamo usato solo macchine Alfa, preparate opportunamente.
    Oggi, alle ore 17, il clou del corso. Sono giunti, da poco, due rossi tir da Maranello, ne sono scese due rosse Ferrari. Siamo stati in silenziosa adorazione per molti minuti.  Ora ci tocca il premio del corso: cinque giri d’autodromo sulla favolosa Ferrari!
    Anche se Marco è a pochi centimetri da me, vivo una solitudine drammatica. Quel cambio a leve sul volante, mi è sconosciuto, ne, quei pochi giri di allenamento sull’Alfa predisposta, possono essere bastati a creare una migliore maneggevolezza. “Tenere il volante alle 9,15” Ordine imperituro. Mi accorgo del sudore che mi bagna la schiena. Accendo…eccolo il fantastico canto! Un colpo all’acceleratore e un miagolio diventa lacerante ruggito. Sul cruscotto si designa una grossa lettera uno, la prima marcia, che ho innestato. Il semaforo, all’entrata della pista, è ancora rosso. Sono in tachicardia, non avrei mai immaginato questo momento. “Verde! Dai Lucio, tocca a te” Mi sto muovendo. Seconda ..ecco la pista. Un nastro violaceo si fonde con l’azzurro del cielo. Accelero, i giri del motore impazziscono. –“ Sali, vai alla terza per tutto il rettilineo. In fondo, punta sul birillo rosso, all’entrata del curvone”- Sto volando..sono entrato in un filmato televisivo? Il piede sull’acceleratore varia i suoni del motore. Non sono in grado pienamente di recepire il mondo esterno, ne abituarmi alla singolarità del momento. Tengo d’occhio sul cruscotto quel grande numero tre, che, all’entrata della curva, lo dovrò far scendere a due, per la prima volta . Incomincio a intravedere il birillo rosso, infondo al rettilineo, sulla destra, a inizio della curva a sinistra. Scendo di marcia e un boato fa tremare la macchina. La velocità scende di colpo, cerco il freno inutilmente. – “ Non  frenare, la velocità è giusta.”- Il Birillo è davanti a me. Inizio a sterzare a sinistra, per la grande curva, a una velocità che non mi sarei mai permesso. -“ Giù tutto l’acceleratore” – La voce di Marco mi raggiunge a metà curva. Il miagolio-ruggito mi riprende le orecchie, volo in un turbine di note. Il lungo rettilineo mi viene incontro, quasi a consumarsi dentro l’abitacolo. A che velocità starò andando? Mi chiedo. Fantastico numeri. Nell’auricolare una voce dal controllore della pista: “ Lucio, spostati a destra, hai l’altra Ferrari dietro, in sorpasso, tra qualche secondo”- Un lampo rosso mi sfreccia a sinistra, quasi un proiettile…e dire che pensavo di correre follemente.

    Anno 2001

  • 17 ottobre 2012 alle ore 17:15
    Il Garibaldino

    Come comincia: Ci sono brandelli di memoria, dentro di noi, che ci accompagnano nel quotidiano e riaffiorano senza che lo si voglia, con una forza di vita, che a volte, mi turba.
    L’antico, nostro, è rappresentato dai volti e dalle parole degli anziani che ci accolsero. Un legame tra noi, bimbi d’allora, e il passato. E’ pur vero che, per accendere la curiosità di un fanciullo, sono imponderabili i mezzi con cui riusciremo a fargli trattenere, per una vita intera, il ricordo di una frase, di un momento. Perché quella frase, quel volto, quel raggio di sole e non altri? Quale alchimia ha spostato elettroni nel nostro DNA, scolpendo un quadro indelebile, che amiamo rivedere negli anni?
    Un raggio di sole, forse entra da destra, da una finestra. Forse è inverno. Le parole servono a trattenere l’irruenza dei cinque, sei anni miei. Ma non è una fiaba. Il volto di mia nonna, chino su qualcosa che ha nel grembo, forse un ricamo, un cucito. Sorride appena, non mi guarda, parla sommessamente, come se inseguisse un ricordo, un amore sottaciuto. Infatti, recepisco il suo racconto come una confessione intima. La sensibilità del bimbo è vasta e senza limiti.
    -“..garibaldino…”- Mi resta solo questo frammento, pronunciato dalla sua voce dai toni romaneschi. Nella mia mente scorgo un volto giovane, biondo, dal fazzoletto rosso intorno al collo. Eppure altre parole deve aver detto, per catturare la mia immaginazione. Certo deve avermi parlato dei Mille, della loro impresa, per avvolgermi di quel tanto di epico, questo aggettivo: “garibaldino”. Ma questo ragazzo, rimasto nella sua memoria, chissà mai, chi sarà stato! Se sapesse che è vissuto, anonimo, con me, per altri cent’anni!

  • 17 ottobre 2012 alle ore 16:30
    Napoli tra antico e moderno

    Come comincia: Due lame di luce scendono dalla bifora gotica dell’abside. Sono entrato in S.Eligio, alle dieci di stamane, in fuga dalla selva di grattacieli del Centro Direzionale, il moderno d’autore a Napoli. La pietra nera del piperno, scalfita da un recupero aspro e, a volte, violento, incupisce l’atmosfera. Un fotografo cercava inquadrature professionali, vicino a una colonna di gotico angioino. Gli occhi di un prete, scostata la tenda del confessionale, non mi lasciavano. Avevo bisogno di questo rifugio nel passato, per ripararmi da quella vertigine che avevo provato, aggirandomi in una modernità di stili, inconsueta per questa città. Napoli non è una città passiva, una Barbie, da poterle cambiare il vestitino per piacere d’altri. Il moderno di Berlino o di Parigi, qui, è masticato e digerito. La trasformazione darà forma a una nuova creazione, che possiederà i caratteri della napoletanità, un insieme di attributi a volte positivi, a volte negativi, dettati dal costume, dalla cultura, dalla storia. E’ pur vero che stamane a quell’incontro col moderno, mi ero imbattuto nella parte più penosa della precedente definizione. Le ampie vie pedonali avevano le mattonelle divelte a tratti, lasciate lì, per incuria, a dar posto a ciuffi d’erba di prato. Così le piante ornamentali avevano ceduto il passo a grovigli di cespugli anonimi. Le vetrate d’ingresso erano crostose per una manutenzione omessa. Negli angoli, chiazze odorose di orina. I cartelli indicatori, sbiaditi e manomessi, contribuivano a creare masse di dispersi. In pochi minuti di permanenza non ho saputo aiutare alcuni di loro che mi chiedevano soccorso, smarriti. La visione più straordinaria in cui mi sono imbattuto, tanto da suscitarmi una primaria angoscia e sgomento: uno dei più alti grattacieli mostrava una scheletrica scala d’emergenza di ferro color ruggine. Uomini, piccoli come formiche, scendevano e salivano, in massa. Ho pensato a un’evenienza drammatica, poi, col trascorrere dei minuti, ne ho riscontrati i tratti della normalità. I quaranta piani erano invalicabili dalle lente e incapaci ascensori, per cui la gente si dava da fare, pur di non attendere ore.
    …il fotografo è uscito, nel frattempo. Il prete l’ho perso di vista. Fuori, Piazza Mercato, una piazza disegnata dai secoli, continua la sua funzione di sempre. Si vende di tutto, dal lecito, all’illecito. La luce della bifora mi cattura. L’orecchio crea suoni immaginifici. La folla è scoppiata in un unico, devastante urlo, al cessare del rullo dei tamburi. A pochi passi da me, è caduta, nel cesto, la testa di un ragazzo di diciotto’anni, un Re, Corradino di Svevia.

  • 16 ottobre 2012 alle ore 19:08
    Una sera, a Febbraio.

    Come comincia: Il bus è affollato, sono in piedi. Fuori il tramonto scarlatto esplode su Capo Miseno e si riflette nelle vetrine dei negozi. Un raggio si è posato sul volto di una donna seduta alla mia sinistra. Ha occhi verdi chiari, uno sguardo amaro, a momenti triste. E’ vestita con eleganza, trucco lieve ma curato. Biondi capelli mesciati raccolti dietro la nuca da un fiocco viola. Un ciondolo d’ametista scende tra piccoli seni candidi. Sento il suo sguardo. Il dolore allo stomaco sta aumentando. Ha occhi verdi.  Gli sguardi si sono incrociati e sembrano non lasciarsi. Si è accorta della mia mano destra premuta sulla bocca dello stomaco. Le sorprendo una vibrazione dei muscoli del volto.
    -“ Ho un infarto”- Questa idea mi si presenta nella mente in una frazione di secondo, inattesa, imprevista. Il dolore è aumentato e mi divide in due metà come una lama. Forse sto morendo. Ma come è la morte? Si muore così? Cerco di riassumere i miei parametri vitali: respiro, sto in piedi, ci vedo. Ma forse tra pochi istanti cadrò, seminando imbarazzo, timore e disagio tra la gente. Il dolore sale verso il collo e si insinua per il braccio sinistro. Devo scendere. Lo sguardo della donna dagli occhi verdi è ancora su di me, lo sento come un fascio di luce. Siamo in due sconosciuti a sapere una sola verità. Scendo alla fermata di Piazza Bernini. Un mercoledì sera nella sua normalità. Invidio per un attimo la consuetudine altrui che non mi appartiene più. L’agonia è un tempo che precede l’esito o è una sensazione? Sono entrato nei tempi dell’agonia? Affretto il passo, contro tutte le regole mediche del caso. Cerco un taxi in sosta. La signora dagli occhi verdi è scesa. E’ ferma a dieci metri da me e mi osserva. Le mie gambe sono insicure. Sto andando in panico. Il respiro si ferma a tratti in gola, il dolore è un punto di fuoco al centro del petto. Le dita sbagliano numeri sul cellulare. Poter essere raggiunto da mio figlio, medico… Nel taxi, la voce della centralinista è metallica, impersonale, senza alcun sentimento. L’autista guida annoiato in un traffico denso, serale. Il dolore, ora, ha una pausa. La camicia è bagnata di sudore freddo. La pelle traspare pallida. I marciapiedi sono affollati; volti sconosciuti mi passano come in un film. –“E’ lei?”- Ho il tempo di chiedermi vedendo un’ombra a ridosso di un camion in sosta. Riconosco il fiocco viola. Nell’atrio del pronto soccorso, steso su una barella, il cielo è ricco di stelle. Mentre si attende qualcuno, riconosco la costellazione sopra di me….le tre stelle del Cacciatore…Sirio! Ecco, sì, “morire ad occhi aperti” come le ultime volontà dell’imperatore Adriano della Yourcenar.  Sì, ad occhi aperti, in questo ultimo passaggio sotto un cielo stellato. Sirio, non ci vedremo più.
    -“ Passami la pompa. Tu attacca la fibrinolisi. Gli hai già fatto l’eparina?”- E’ una voce forte, vicino a me. Mi da sicurezza. Non riesco a scorgere il volto. Una lampada al neon dal soffitto mi abbaglia. Qualcuno fruga con un ago nella vena del mio braccio destro.
    -“ Betabloccante”- riprende la voce. E’ come essere su un bastimento in tempesta. La voce del Capitano è quella che prevarica. Sento che mi sono affidato a qualcuno.
    -“ Stai attento alla frequenza, sta scendendo troppo”- L’altro non lo vedo, ma ubbidisce col silenzio dello schiavo..
    -“ Cazzo, atropina, sbrigati che questo se ne sta andando, siamo a 35…”-
    Questa volta vado via sul serio. 35 pulsazioni al minuto, il mio cuore si sta fermando. Mi da anche fastidio che il Capitano, mi abbia chiamato “questo qui”…ma non ho la forza di presentarmi. Non avrei mai pensato di morire così, su un lettino duro, guardando un pugno di mosche morte nel portalampada del soffitto.
    -“ Può andare ora-“ Ho perso la cognizione del tempo. Lo afferro a tratti, come sequenze di un film.
    La morfina sta facendo il suo benefico effetto. Sono entrato in un mondo calmo, senza suoni. Il volto della donna dagli occhi verdi mi riappare. Non sorride, ma sembra volermi dire qualcosa.
    -“ Questo qui può andare, Rianimazione, all’8. Passami il prossimo.” La voce del Capitano liquida “questo qui”, che sarei io.
     
    Febbraio 2000

  • 04 ottobre 2012 alle ore 6:46
    Bartali o Coppi?

    Come comincia: Era la parola d’ordine di noi ragazzi del ’38. Era una divisione somatica e spirituale, un enigma da scoprire, prima di essere ammessi a una qualsiasi amicizia. Guai a barare, si rischiava una punizione corporale. I media, allora, erano tenui e non invasivi, lasciavano posto alla fantasia. Le persone le si potevano immaginare, completando un ritaglio di giornale della Gazzetta dello Sport. Molti di noi hanno scalato lo Stelvio e il Pordoi con Fausto al solo lontano suono della voce del cronista sportivo, che si diffondeva giù nel cortile, dove si giocava. Chi aveva una famiglia agiata poteva vederlo, una settimana dopo, al cinema, nella Settimana INCOM, un cinegiornale dell’epoca, che precedeva la proiezione del film. Sequenze di pochi minuti, indimenticabili. Vedo ancora il suo volto, magro, aspro di contadino del pavese, il suo corpo teso ad arco sulla bicicletta Bianchi (un altro dei nostri sogni!), una pedalata sciolta, ritmata da una forza fisica più interiore che muscolare. Non aveva il dono della parola. Mi deludeva sempre quando sentivo qualche sua intervista. Persona semplice, schiva, timida. Lo aspettammo un anno sul Passo della Scoffera, vicino a Genova. Era la scampagnata consueta del Giro d’Italia. Ci si arrampicava sul crinale boscoso della strada tortuosa. La carovana del Giro era il primo grande spettacolo.  Dalle macchine lanciavano prodotti reclame delle case rappresentate.  Piccoli dentifrici, cappellini da ciclista, caramelle della Fidas con le figurine dei ciclisti. Poi la pausa delle auto, dava posto alle “staffette del giro”, motociclisti della Stradale che annunciavano, con le sirene, l’arrivo dei corridori. Un protendersi di corpi verso la strada, un vociare.- “ Eccolo! Lo vedi? E’ nel gruppetto di testa!  L’hai visto? Era circondato dai gregari!”- Il sibilo dei raggi, il fruscio delle pedalate, il cuore che salta, lo sguardo che lo cerca. –“ L’hai visto? “ Qualcuno mi chiede. Forse.. non so.. mi sembra. Non ne sono sicuro. E' stato così repentino,quasi un lampo.

  • 21 settembre 2012 alle ore 23:11
    I vecchi raccontano

    Come comincia: ...” nessuno sembra più avere tempo di ascoltare la gente di una certa età, e tanto meno quando ricordano episodi di gioventù”… da SOLDATI DI SALAMINA di Javier Cercas E’ un gioco di sguardi. I miei occhi sono attenti alla mimica del mio interlocutore, che sembra aver capito il mio attacco. Solo un ricordo, ti prego, accettalo! Le pupille hanno nistagmi laterali, fuggono alle catene della mia visuale. E’ un momento della mia fanciullezza. Stupenda fanciullezza, convienimi. La sua mimica non acconsente a essere in tono con l’incipit del racconto. –“Avevo sì e no, sei anni…”- Le sue mani brancolano nel vuoto. Sembra cercare aiuto. Lo sto perdendo. Sconfitto, desisto. Non mi ascolterà mai. E’ un mondo veloce l’attuale, fatto d’immagini elargite a cascata sino a travolgerci. I media ci fagocitano, dandoci loro realtà. La curiosità nostra è saturata da miliardi d’imput superflui che non chiediamo e non desideriamo. La ricetta delle polpette afgane si mescola con l’Anabasi di Senofonte in 3D. Oppressi dalle notizie di mondi che non ci appartengono. Al risveglio alcuni giornali radio e telegiornali ci creano ansie superflue, inattese. Notizie, identiche, ribadite c’inseguono nel traffico cittadino, tra abbozzi di musica. Anni fa, le parole erano suoni, modulazioni di fantasie, ballate, immense composizioni orchestrali. Le parole avevano il peso della conoscenza, il dono dell’amore. Non si compravano ma si attendevano con desiderio. Gli anziani ne conoscevano il fascino e il sapiente uso. Noi li si ascoltava come in una chiesa. Un rispetto dovuto. “ Papà…ti prego non ricominciare con i tuoi racconti..” I nipoti hanno il viso incollato all’ultimo tv tecnologico. Non si accorgono neppure di me.

  • 09 settembre 2012 alle ore 8:40
    Credere

    Come comincia: Credere:
    “ Ritenere vera una cosa, avere la persuasione che una cosa sia tale quale appare in sé stessa o quale ci è detta da altri, o quale il nostro sentimento vuole che sia.”
    Proprio a Cuba, di fronte ai manifesti del Che, alle sue frasi, incollate sui muri, al suo sorriso, al suo volto, quasi un’immaginetta sacra su oggetti d’uso, ho avuto una sorta di nostalgia nel credere. Quest’atto di certezza, proprio di una stabilità di giudizio e frutto di una elaborazione del nostro cervello. La Chiesa taglia corto e della certezza ne fa un dono di Dio, la fede. Se non c’è, pazienza!  Credere, deve essere una sensazione inebriante, estremamente totalizzante in ogni sua manifestazione corollaria. Ricordo mio padre che mi disse, una sera, sui moli del porto di Genova: -“ Era una nave, così, quanto quella. Tutta piena di giovani. C’erano i miei compagni. Credevano in Lui. Massacrati tutti, in Africa, tutti. Non se ne salvò uno. “- Possibile che il credere generi chimere così allettanti da non far scorgere gli abissi della vita? Quale luce, quale miraggio sorge nella mente di chi, improvvisamente crede? “ Lo stato nascente”- dice Alberoni: l’esplosione iniziale di un innesco di una reazione chimica, difficilmente controllabile. La miccia appena accesa di una mina. Il fascino di una configurazione nuova, inattesa, inimmaginabile.  “FANATICO”, un insulto. Non basta insultarlo, se non mi è chiaro il fuoco che gli arde dentro, quando il kamikaze, s’imbottisce di plastico, salutando moglie e figli, e va a farsi esplodere tra la gente, a lui nemica. Non credo alle novantanove vergini che lo attendono all’aldilà. La religione, in questo compenso, è tristemente terrena. Il sorriso di suo figlio vale ben altro, ma lui riesce a ignorarlo. O la mente del bonzo, che si da fuoco sui gradini del tempio per un’ideale, una protesta, lui, che quando spegne una candela, teme la piccola fiammella.
    Nostalgia del credere…in quante cose ho creduto da bambino!  E le più ingenue, quelle travolte da una pronta delusione, sono quelle che sopravvivono negli anni.  Una per tutte: nonno Angelo, teneva sotto il letto, in un paniere, avvolto con maglie di lana, una decina d’uova di gallina. Una mattina, un pigolio nuovo in quella stanza buia, mi annunciò la nascita dei pulcini.  Far credere a un bimbo di quattro anni, d’allora, che bastasse star accovacciato, sul cesto, su altre uova, senza romperle e generare qualsiasi animale, fu cosa facile. Mi ricordo che scelsi da covare da un piccolo uovo, un animale che mi affascinava, l’elefante. Villa Adela per un giorno non ebbe le mie scorribande.